Grice e Gentile: l’implicatura conversazionale -- implicatura dell’atto – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Castelvetrano).
Filosofo italiano. Grice: “Do not multiply the senses of ‘state’ (normative,
prerogative) beyond necessity.” Grice: “It’s difficult to assess the philosophy
of Gentile; he is a Peirceian, like me –. He ie into ‘conventional sign’ and
‘natural sign’ – and considers intersubjectivity as a way to suprass the type
of Berkeleyan idealism – his tradition is Plathegel, mine is Ariskant!” Grice:
“The roots of Gentile’s philosophy are in Hegel’s logic, as are Bradley’s,
Bosanquet, and Collingwood’s! – and Croce’s!” -- idealist philosopher. He
taught philosophy at Pisa. Gentile rejects Hegel’s dialectics as the process of
an objectified thought. Gentile’s actualism or actual idealism claims that only
the pure act of thinking or the transcendental subject can undergo a dialectical
process. All reality, such as nature, God, good, and evil, is immanent in the
dialectics of the transcendental subject, which is distinct from the empirical
subject. Among his major works are “La teoria generale dello spirito come atto
puro” and “Sistema di logica come teoria del conoscere.” Gentile sees
conversation is a concerted act that overcomes the apparent difficulties of
inter-subjectivity and realizes a unity within two transcendental subjects.
Actualism was pretty influential. With Croce’s historicism, it influenced two
Oxonian idealists discussed by H. P. Grice: Bernard Bosanquet and R. G.
Collingwood (vide: H. P. Grice, “Metaphysics,” in D. F. Pears, The Nature of
Metaphysics, London, Macmillan). Insieme a Croce uno dei maggiori esponenti del
idealismo, nonché un importante protagonista della cultura, fonda L’Istituto
dell'Enciclopedia Italiana e artifice della riforma della pubblica istruzione (Riforma
Gentile). La sua filosofia è detta attualismo. Inoltre fu figura di
spicco del fascismo italiano. In seguito alla sua adesione alla Repubblica
Sociale Italiana, fu assassinato durante la seconda guerra mondiale da alcuni
partigiani comunisti dei GAP. «Era un omone che ispirava grande simpatia;
con la pancia incontenibile, i bei capelli brizzolati sopra un faccione rosso
acceso, di carnale cordialità. Tutto fuorché un filosofo: così mi apparve,
benché fossi pieno di entusiasmo per i suoi Discorsi di religione, freschi di
lettura. Bonario, familiare (paternalista), mi fece l'impressione di un
vigoroso massaro siciliano, che fonda la sua autorità sull'indiscusso ruolo di
patriarca” (Geno Pampaloni, Fedele alle amicizie. Figlio di Giovanni e Teresa
Curti. Frequenta il ginnasio/liceo "Ximenes" a Trapani. Vince quindi
il concorso per posti di interno di Pisa, dove si iscrive alla facoltà di
lettere e filosofia. A Pisa ha come maestri, tra gli altri, Ancona, professore
di letteratura, legato al metodo storico e al positivismo e di idee liberali, Crivellucci,
professore di storia, e Jaja, hegeliano seguace di Spaventa, che influirono
molto su Gentile. Dopo la laurea, con massimo dei voti e ottenimento del
diritto di pubblicazione della tesi, ed un corso di perfezionamento a Firenze, ottiene
una cattedra in filosofia presso il convitto nazionale Pagano di Campobasso. Si
sposta a Napoli. Sposa Erminia Nudi, conosciuta a Campobasso: dal loro
matrimonio nasceranno Federico Gentile, i gemelli Gaetano Gentile e Giovanni
Gentile junior, Giuseppe Gentile, e Tonino Gentile Ottiene la libera docenza in
filosofia teoretica. Ottiene poi la cattedra a Palermo, dove frequenta il
circolo di Pojero e fonda “Nuovi Doveri.” A Pisa e Roma. Insegna a Palermo, Pisa,
Roma e Milano. Durante gli studi a Pisa incontra Croce con cui intratterrà un
carteggio continuo. Uniti dall'idealismo (su cui avevano comunque idee
diverse), contrastarono assieme il positivismo e le degenerazioni dell'università
italiana. Insieme fondano “La Critica” al
rinnovamento della cultura italiana. L'attualismo ha configurazione
sistematica. Divenne membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione. All'inizio
della prima guerra mondiale, tra i dubbi della non belligeranza, si schiera a
favore della guerra come conclusione del Risorgimento. Rivela a sé stesso la
passione politica che gli stava dentro e assunse una dimensione che non era più
soltanto quella del filosofo che parla “ex cathedra”, ma quella dell'"intellettuale" militante,
che si rivela al pubblico. Partecipa attivamente al dibattito politico e
culturale. E tra i firmatari del manifesto del “Gruppo Nazionale Liberale”, che,
insieme ad altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti forma l' “Alleanza” per
le elezioni politiche, il cui programma politico prevede la rivendicazione di
uno stato forte, anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali,
capace di combattere la metastasi burocratica, il protezionismo, le aperture
democratiche alla Nitti, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi
della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più
schietti e nobili». Fonda il “Giornale critico della filosofia
italiana”. Diviene consigliere comunale
al Municipio di Roma, mentre l'anno successivo viene nominato anche assessore
supplente alla X Ripartizione, A. B. A., ovvero alle “Antichità” e alle “Belle
Arti”, sempre del Municipio di Roma. Diviene socio dell'Accademia dei
Lincei. Gentile non mostra particolare interesse nel confronto del
fascismo. Fu solo allora che prese posizione in merito, dichiarando di vedere
in Mussolini un difensore di un “liberalismo” risorgimentale nel quale si
riconosce.“Mi son dovuto persuadere che il ‘liberalismo’, com'io l'intendo e
come lo intendeno gli uomini della gloriosa destra che guida l'Italia del
Risorgimento, il liberalismo della libertà nella legge, e perciò nello stato
forte, e nello stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato
in Italia dai ‘liberali’, che sono più o meno apertamente contro di Lei, ma per
l'appunto, da Lei.” (Lettera a Mussolini). All'insediamento del regime viene
nominato ministro della Pubblica Istruzione, attuando La Riforma Gentile,
fortemente innovativa rispetto alla precedente riforma basata sulla legge
Casati di più di sessant'anni prima! Diviene senatore del Regno. Si iscrive al
Partito Nazionale con l'intento di fornire un programma ideologico e culturale.
Dopo la crisi Matteotti, date le dimissioni da ministro, Gentile viene chiamato
a presiedere la Commissione dei Quindici per il progetto di riforma dello
Statuto Albertino (poi divenuta dei Diciotto per la riforma dell'ordinamento
giuridico dello stato). Resta fascista e pubblica il “Manifesto degli
intellettuali” in cui vede la filosofia come un possibile motore della rigenerazione
degli italiani e tenta di collegarlo direttamente al Risorgimento. Questo
manifesto sancisce l'allontanamento di Gentile da Croce, che gli risponde con
un tipico “contro-manifesto”. Promuove la nascita dell'Istituto di Cultura. Per
le numerose cariche, esercita un forte influsso sulla cultura italiana,
specialmente nel settore filosofico. È imembro dell'Istituto Treccani. A
Gentile si devono in gran parte il livello culturale e l'ampiezza della visione
dell'Enciclopedia Italiana. Invita infatti a collaborare alla nuova impresa
3.266 filosofi di diverso orientamento, poiché nell'opera si deve coinvolgere
tutta la cultura italiana, compresi molti studiosi notoriamente anti-fascisti,
che ebbero spesso da tale lavoro il loro unico sostentamento. Riesce in tal
modo a mantenere una sostanziale autonomia, nella redazione dell'Enciclopedia
Italiana, dalle interferenze del regime. È coinvolto nell'istituzione del
Giuramento di fedeltà al regime che causerà l'allontanamento di alcuni
dall'Università. Inaugura a Genova l'Istituto mazziniano. Fonda il Centro
nazionale di studi manzoniani. Fonda la Domus Galilaeana a Pisa. Non
mancano comunque i dissensi col regime. In particolare, la sua filosofia subisce
un duro colpo alla firma dei Patti Lateranensi tra il cattolicesimo e lo stato.
Sebbene riconosca il cattolicesimo come una forma della spiritualità, ritiene
di non poter accettare uno stato NON laico. Questo evento segna una svolta nel suo
impegno politico militante, è inoltre contrario all'insegnamento del
cattolicesimo nel ginnasio e nel liceo. Il Sant'Uffizio mette all'”Indice” le
sue opere a causa del loro riconoscimento, nel solco dell'idealismo, del
cattolicesimo come una mera "forma dello spirito” -- totalmente inferiore
alla filosofia: ‘theologia ancilla philosophiae.” “La mia religione, in cui vi
sono anche alcune velate critiche al cattolicesimo e ispirata da Alighieri,
Gioberti e Manzoni.” Degna di nota anche la sua difesa di Bruno, il filosofo
eretico condannato al rogo dall'Inquisizione, al quale dedica una apologia,
impegnandosi anche presso Mussolini perché la statua di Bruno in Campo de'
Fiori e opera dello scultore anticlericale Ettore Ferrarinon fosse rimossa,
come richiesto da alcuni cattolici. Comincia una lunga polemica contro
Vecchi, che Gentile accusa di “inquinare la cultura”.“Roma non ebbe mai un'idea
che fosse esclusiva e negatrice.”“Roma accolse sempre e fuse nel suo seno, idee
e forze, costumi e popoli.” “Così poté attuare il suo programma di fare dell'urbe,
l'orbe.” “La Roma antica volgendosi con accogliente simpatia e pronta e
conciliatrice intelligenza a ogni persona a ogni forma di vivere civile, niente
ritenendo alieno da sé che fosse umano.”“Sono i popoli – come i longobardi! -- piccoli
e di scarse riserve quelli che si chiudono gelosamente in se stessi in un nazionalismo
schivo e sterile.”In La mia religione dichiara di essere credente nello stato
laico – ‘stato no laico e una contradictio in terminis’ -- Nel Discorso
del Campidoglio esorta all'unità. Si ritira a Troghi, dove filosofa su la “Genesi
e struttura della società” nel nel quale teorizza su la politica
dell’umanesimo. Considera “Genesi e struttura della societa” il coronamento dei
suoi studi speculativi tanto che mostrando il manoscritto, scherzando disse. "I
vostri amici possono uccidermi ora se vogliono.”“Il mia missione nella vita è
compietata.”La caduta di Mussolini non preoccupa particolarmente Gentile che
intese il tutto come un avvicendamento al governo. Inoltre la nomina nel primo
governo Badoglio di alcuni ministri che precedentemente erano stati suoi
collaboratori lo conforta. In particolare la amicizia con Severi spinse Gentile
ad inviargli una lettera di auguri per la nomina e a sottoporgli alcune
questioni rimaste in sospeso con il governo precedente. Severi rispose a
Gentile lanciandogli un duro e inatteso attacco. Travisandone volontariamente i
contenuti evitando però di renderli noti avvalorò l'idea che Gentile gli si
fosse proposto come consigliere ponendolo quindi in obbligo a respingerne la
proposta. Gentile replica a Severi e rassegna le dimissioni da Pisa. Gentile
respinse in un primo tempo la proposta di Biggini di entrare al Governo, dopo
un incontro con Mussolini sul lago di Garda si convinse ad aderire alla
Repubblica Sociale Italiana. Divenne presidente della Reale Accademia d'Italia,
con l'obiettivo di riformare L’Accademia dei Lincei che fu assorbita
dall'Accademia. “Venne qui tempo fa un amico a cercarmi, ed io dissi francamente
i motivi politici per cui desideravo restare in disparte.”“Ma egli mi assicurò
che io potevo benissimo restare in disparate.”“Ma dovevo fare una visita al mio
amico che desidera vedermi ed era addolorato di certe manifestazioni recenti,
ostili alla mia persona.”“Negare questa visita non era possibile.”“Feci comodamente
il viaggio con Fortunato.”“Ebbi un colloquio di quasi due ore, che fu
commoventissimo.”“Dissi tutto il mio pensiero, feci molte osservazioni, di cui
comincio a vedere qualche benefico aspetto”“Credo di aver fatto molto bene
all’Italia.”“Non mi chiese nulla, non mi fece offerta.”“Il colloquio fu a
quattr'occhi.”“La nomina fu poi combinata col ministro amico e portata qui da
me da un Direttore generale.”“Non accettarla sarebbe stata suprema
vigliaccheria e demolizione di tutta la mia vita.”Sostenne la chiamata alle
armi e la coscrizione militare dei giovani nell'esercito della RSI, auspicando
il ri-pristino dell'unità nazionale sotto la guida ancora una volta di
Mussolini. Intanto il figlio, Federico Gentile, capitano d'artiglieria
del Regio Esercito, era stato internato dai tedeschi in un campo di prigionia a
Leopoli in condizioni particolarmente severe.Federico Gentile e l'unico
ufficiale italiano del campo a non ricevere la posta di ritorno. Federico
Gentile aveva aderito alla RSI, ma non aveva accettato l'arruolamento
nell'Esercito Nazionale Repubblicano, preferendo tornare in Italia da civile.Gentile
elogia pubblicamente al "Condottiero della grande Germania", e
lodando l'alleanza italiana con le Potenze dell'Asse.Pochi giorni dopo,
Federico Gentile, venne trasferito in un campo meno duro.Infine, gli fu
permesso il ritorno. Per il suo appoggio dichiarato alla leva per la difesa
della RSI, riceve diverse missive contenenti
minacce di morte. In una in particolare era riportato: "Tu sei
responsabile dell'assassinio dei cinque". L'accusa era riferita alla
fucilazione di cinque renitenti alla leva rastrellati dai militi della R. S. I.
-- fucilazione orchestrata da Carità, che detesta Gentile, ricambiato. Ha
infatti minacciato di denunciare le eccessive violenze del suo reparto allo
stesso Mussolini.Gentile non e assolutamente collegato con tale evento. Il
governo repubblicano gli offre quindi una scorta armata che però Gentile
declina.“Non sono così importante, ma poi se hanno delle accuse da muovermi sono
sempre disponibile.”Considerato in ambito resistenziale come il filosofo del regime,
apologo della repressione e di un regime ostaggio di un esercito occupante, e ucciso
isulla soglia di Villa di Montalto al Salviatino, da gappisti di ispirazione comunista.
Il commando si apposta circa nei pressi della villa.Appena giunse in auto, il
gappista Fanciullacci si avvicina, tenendo sotto braccio un libro di filosofia
– “Apperance and Reality,” di Bradley -- per nascondere la rivoltella e farsi
così credere un filosofo.Abbassa il vetro per prestare ascolto.E subito
raggiunto dai colpi della rivoltella. Fuggito il gappista in bicicletta,
l'autista si diresse all'ospedale Careggi per trasferirvi il filosofo
moribondo.Gentile, colpito direttamente al cuore e in pieno petto, in breve
spira.Fu un episodio che divise lo stesso fronte di resistenza e che è al
centro di polemiche non sopite, venendo infatti già all'epoca disapprovato dal
CLN toscano con la sola esclusione del Partito Comunista, che ri-vendicò l'esecuzione.
Fu sepolto nella basilica di Santa Croce, il foscoliano tempio dell'itale
glorie. Dopo l'attentato, le autorità della R. S. I., dopo aver sospettato all'inizio lo stesso
Mario Carità promisero mezzo milione di lire in cambio di informazioni su
Fanciulacci.Venne disposto l'arresto di cinque, indicati da come i mandanti
morali.Grazie al diretto intervento della famiglia, gli arrestati sono rimessi
in libertà. All'interno di Santa Croce si inaugura un convegno di studi
gentiliani. La filosofia di Gentile fu da lui denominata “attualismo” o idealismo
attuale.L'unica vera realtà è un “atto” puro del «pensiero che pensa», cioè
l'auto-coscienza, in cui si manifesta lo spirito che comprende tutto l'esistente.Solo
quello che si realizza tramite lo spirito rappresenta la realtà in cui il
filosofo si riconosce. Il Pensiero è attività perenne in cui all'origine non
c'è distinzione tra “soggetto” e “oggetto” – dunque l’intersoggetivita e un
pseudo-problema. Avversa pertanto ogni dualismo rivendicando il monismo e l'unità
di natura (corpo, materia) e spirito (anima, forma) (monismo).Al'interno, assieme
al primato, la auto-coscienza è vista come “sintesi” della tesi del soggeto e
l’antitesi dell’oggetto.Questo e un atto in cui il primo, la tesi, il soggetto,
pone se stesso e pone il secondo (auto-concetto).In ciò consiste l'”autoctisi”
–Non hanno quindi senso un orientamento solo spiritualista o solo materialista
(naturalista).Non ha senso la divisione netta tra spirito (l’astratto) e
materia (astrazzione) del platonismo, in quanto la realtà è Una.Qui è evidente
l'influsso dell’aristotelismo (hyle-morphe) e il panteismo rinascimentale e
anche dell’ “immanentismo” (contro il transcendentalismo) più che
dell'hegelismo.Di Hegel, a differenza di Croce, che era fautore di uno
storicismo assoluto (o idealismo storicista), per cui tutta la realtà è “storia”
e non “atto” in senso aristotelico (energeia/dunamis – actus – cf. Grice, “What
is actual”), non apprezza tanto l'orizzonte storicista, quanto l'impianto
idealistico relativo alla auto-coscienza.La auto-coscienza è considerata il fondamento
del reale. Anche vi è un errore in Hegel nella formulazione della “dialettica”.
Ma questo non consiste unicamente, come afferma Croce. Croce infatti sostiene che
"tutto è Spirito". La critica di Croce non è sufficiente.Gentile
sostiene che Hegel confunde la dialettica del “implicare” (‘impiegare”) (che ha
individuato correttamente) con la dialettica dell’ “implicatum” ‘empiegato’. Lascia
forti residui della dialettica dell’impiegato,cioè quella del determinato e
delle scienze. Gentile inoltre non accetta la “dialettica dei distinti” (A
distinto da B) che Croce, in base al adagio che "non ogni negazione è
opposizione") introduce posto accanto alla “dialettica degli opposti"
(A opposto B). Infatti Gentile ritiene la
‘dialettica dei distinti’ un'aggiunta arbitraria, che snatura la dialettica
propria.Questa invece si esplica in un “atto” in cui utilizza la dialettica (A
opposto B, sintesi C) in un atto puro.Questa dialettica si esplica quindi nel
rapporto dell’impiegare e l’impiegato.Recuperando La Dottrina della scienza di
Fichte, Gentile afferma che lo spirito (anima, forma) è fondante in quanto
unità di autocoscienza, atto; l'atto puro –, è il principio e la forma della
realtà diveniente, non esistente (Gott im Werden – dall’divenire all’essere). La
dialettica dell'atto puro e l’opposizione tra la soggettività (il soggeto)
rappresentata dall'espressione --
intention-based semantics -- (tesi) e l'oggettività (oggeto) – cf.
inter-soggetivo -- rappresentata dal positivism scientism. (antitesi), cui fa
da soluzione nell’atto puro (sintesi). L'atto puro si fonda sull'opposizione
della «logica del pensiero pensante» e la «logica del pensiero pensato” – cfr.
implicans – implicatum. impiegatore – impiegante – impiegato --. La prima è una
dialettica materiale– implicans/impiegante --, la seconda una logica formale –
l’impiegato --.Gentile dedica la sua attenzione al tema della soggettività
dell'espressione nel vivere del spirito. Se da un lato l'espressione è il
prodotto di un sentimento soggettivo o una intenzione, dall'altro l’espressione
è un atto puro “sintetico” – “composito” -- non analitico – or divisso -- che
coglie tutti i momenti della vita dello spirito, acquistando dunque alcuni
caratteri del questo che Grice chiama il discorso razionale o la conversazione
come cooperazione razionale. Sviluppando fino in fondo la filosofia di
Spaventa, la filosofia dell’atto puro, per il quale la realtà esiste solo
nell'atto puro che pensa la realta.è stato interpretato come un idealismo
soggettivo (una forma di soggettivismo – o intersoggetivismo), sebbene Gentile
tende a respingere tale definizione, non essendo quell'atto preceduto né dal “soggetto”
né tantomeno dall'”oggetto” -- bensì coincidente con l'Idea stessa, e a
differenza di Fichte, in cui l'Infinito (come aveva già affermato Hegel) è un
"cattivo infinito" è in realtà immanente (non trascendente) all'esperienza,
proprio perché l’atto puro e creatore d una esperienza (datum). Gentile e un
ideologo del regime.La filosofia politica di Gentile è fortemente attivista e attualista (cioè
trasponte l'attualismo del atto puro nel campo veramente inter-soggetivo dello
scambio sociale.La politica coniughi «prassi e pensiero» (lo pratico e lo
speculative) che sia insieme «una azione a cui è immanente una ‘dottrina’
condivisa.’”Essendo insoddisfatto di fronte alla realtà, in Gentile troviamo il
primato del futuro, l’utopia, l’ideale regolativo. Ma, allo stesso tempo, un
recupero della concezione romantica illuminsita di una Ragione intesa come
Spirito universale che tutto pervade, avversa al materialismo e alla ragione
meramente strumentale mezzo-fine. In questo, l’analogia con Grice e obvia. Per
Gentile, ad esempio, il «modo generale di concepire la vita» proprio della sua
dottrina è di tipo «spiritualistico». La dottrina non è la sola qualificazione
politica che dà dello speculative.Gentile infatti e un ‘liberale’ -- nonostante
sembri respingere quasi in toto il ‘liberalismo ottocentesco’ ne La dottrina del
regime.Difatti la sua concezione politica riprende la concezione di Hege di un
stato etico o morale -- per cui ‘libero’ (free) non è primariamente l'individuo
o persona atomisticamente e materialisticamente inteso, ma soltanto lo stato stesso
nel suo processo storico. Un individuo e ‘libero’ se esplica la sua moralità nella
forma istituzionale di suo stato libero -- come chiarisce nella 'Enciclopedia
italiana. L'individuo esprime la sua libertà individuale personale solo
all'interno di un stato libero ("libertà nella legge" – lo giuridico
-- ), con ciò a dire in un contesto istituzionale organizzato (positivismo
kelseniano). Un esempio di questa concezione lo si può trovare nella destra
storica, la quale governa l'Unità d'Italia.Impone un governo autoritario (concezione
ereditata poi dalla sinistra storica di Crispi) che riusce a moderare
l'individualità dei singoli, quella che Gentile definisce come la spinta alla
disgregazione.Questo modello di governo forte è giusto (lo giuridico) in quanto,
per definizione, un stato libero e un stato etico, definito alla Mazzini come
"stato educatore". Se Gentile voglia uno stato totalitario vero e
proprio è questione invece incerta.Di certo nella sua fase prettamente del
regime, Gentile fa riferimento a un ‘stato totale", l'organismo che
accoglie tutto in sé.Con il regime si può avere vero "liberalismo" in
quanto riporta al valore primigenio del Risorgimento. Gentile dimostra un forte
approccio storicistico, secondo il quale il regime trade la sua legittimazione
dalla storia, sarebbe appunto una vera fase storica, non una mera mistica o
dottrina o ideologia. Il Risorgimento non e olo un'operazione politica, ma un
"atto di fede".Il campione di suddetto atto di fede e Mazzini:
anti-illuminista e romantico, anti-francese, spiritualista e nemico dei
principi materialistici. Lo stato giolittiano rappresenta invece un tradimento
dei valori risorgimentali.Per rompere questo “status quo” degenerativo del
processo italiano e necessario una rivoluzione. Porta un nuovo assetto, ma
anche statale, perché va a colmare una lacuna che vige nel sistema del stato. Insiste
molto sulla novità di questa rivoluzione. è un modo nuovo di concepire una nazione,
ha una consapevolezza mistica di ciò che sta compiendo. Un duce viene perciò
dipinto come un vero eroe idealistico. La missione della rivoluzione è quella
di creare l'Uomo nuovo: un uomo di fede, spirituale, anti-materialista, volto a
grandi imprese. Questo nuovo tipo di uomo e anti-tetico al carattere che Giolitti
tentò di imprimere a una nazione e che connota l'Italia come una nazione scettica,
mediocre e furbastra. In quanto ideologo, Gentile sostiene che la dottrina
revoluzionaria si deve istituzionalizzare: ciò avverrà nei fatti attraverso
l'istituzione del Gran Consiglio. La dottrina si deve inoltre far assorbire
dall'italianità (e non il contrario). Il fine è che nella società italiana non
vi siano più contra-dizioni, nessuna differenza tra cultura italiana e cultura
della dottrina. Bisogna arrivare ad una comunità omogenea e compatta anche in
ambito lavorativo. Attraverso
l'istituzione della cooperative e la corporazione,
la quale deve sanare la frattura sindacati-datori di lavoro tramite la
collaborazione o cooperazione di classe. Anche qua Gentile riprende le teorie di
Mazzini, oltre che il distributismo. Il corporativismo (di cui le estreme
realizzazioni saranno la democrazia organica e la “socializzazione” dell'economia,
progettate nella R. S. I.) permette di giungere ad uno stato di fatto in cui i
problemi economici si risolveranno all'interno della corporazione stessa, senza
provocare fratture all'interno della società, ed evitando una lotta di classe
(classe bassa, casse media, classe alta) grazie alla “terza via” della
dottrina. Gentile sostenne, opponendosi all'ala estrema e intransigente l'idea
una riconciliazione, la più ampia possibile, di tutti gli italiani.Pur
riconoscendosi nella R. S. I., invita pubblicamente il “popolo sano” ad
ascoltare “la voce della Patria”, esortandolo alla pacificazione e ad evitare
una “lotta fratricida", di cui comunque non vedrà la fine. Il gentilismo
fu una delle cinque correnti culturali del regime, assieme alla sinistra
"rivoluzionario" di Malaparte, Maccari, Bottai, e Marinetti; la
dottrina clericale; la mistica di Giani, Arnaldo, e Mussolini; e il neo-ghibellinismo
pagano di Evola. Per l'idealista Gentile, a differenza di Croce, che ritene il
Marxismo solo "passione politica", causata da uno sdegno morale a
causa delle ingiustizie sociali, il marxismo è una filosofia della storia
derivata da Hegel. Gentile afferma infatti che la concezione materialistica
della storia è costruita da Marx sostituendo la Materia -- la struttura
economica -- allo Spirito. Per Hegel lo Spirito è l'essenza di tutta la realtà,
che comprende la materia (all'interno della Filosofia della natura), come
momento del suo sviluppo.Secondo Marx invece, avendo scambiato il relativo con
l'assoluto, si finisce con l'attribuire a un mero momento (la materia, cioè, il
fatto economico) la funzione dell'Assoluto che per Hegel si sviluppa
dialetticamente ed è determinato a priori rendendo così determinato a priori
l'empirico: la struttura economica. Nonostante che la filosofia della storia
marxiana sia pertanto una errata filosofia della storia hegeliana
"rovesciata", però la filosofia di Marx possiede ugualmente un
pregio: è una "filosofia della prassi". Nelle Tesi su Feuerbach, che
Gentile cura, il "Moro" infatti critica il materialismo volgare.Questo
concepisce metafisicamente l'oggetto come dato e il soggetto come mero
ricettore dell'essenza-oggetto. Nonostante ciò, secondo Gentile, Marx, attribuisce
alla “prassi”, considerata come attività sensibile umana, la funzione di far
derivare a torto il pensiero medesimo.I filosofo di Treviri infatti considera
il pensiero una forma derivata dell'attività sensitiva e non un atto che ponga
l'oggetto. Gentile sostiene invece (contro Marx e il Marxismo) come sia l'atto
del pensiero,come atto puro a porre l'oggetto, e quindi, in ultima istanza, a
crearlo.Gentile riflette a lungo sulla funzione pedagogica e unisce la
pedagogia con la filosofia, avviando una rifondazione in senso idealistico
della prima, negandone i nessi con la psicologia e con l'etica. L'educazione
deve essere intesa come un attuarsi, uno svolgersi dello spirito stesso che
realizza così la propria autonomia. L'insegnamento è spirito in atto, di cui
non si possono fissare le fasi o prescrivere il metodo.Il metodo è il maestro o
tutore, il quale non deve attenersi ad alcuna didattica programmata ma
affrontare questo compito sulla scorta delle proprie risorse interiori.
Programmare la didattica sarebbe come cristallizzare il fuoco creatore e
diveniente dello spirito che è alla base dell'educazione. Al maestro o tutore è
richiesta una vasta cultura e null'altro.Il metodo verrà da sé, perché il
metodo risiede nella Cultura stessa che si forma continuamente da sé nel suo
processo infinito di creazione e ri-creazione.Il dualismo scolaro-maestro (tutore/tutee)
deve risolversi in unità – il dialogo socratico -- attraverso la comune
partecipazione alla vita dello spirito che tramite la cultura muove l'educatore
(tutore) verso l'educando (tutee – Gentile qui usa una forma romana, ‘educando’
– cfr. ‘implicandum’ -- e lo riassorbe nell'universalità dell'atto spirituale.
«Il maestro è il sacerdote, l'interprete, il ministro dell'essere divino, dello
spirito». Il maestro incarna lo spirito stesso, l'allievo (l’educando, il
tutee, lo scolareo) deve allora entrare in sintonia nell'ascolto col maestro,
proprio per partecipare anche lui dell'attuarsi dello spirito, per farsi libero
ed autonomo, e in questa relazione arriva ad auto-educarsi (auto-diddatica),
facendo del tutto propri i grandi contenuti presentati.Questi concetti ispirano
la riforma scolastica attuata da Gentile in veste di ministro della Pubblica
istruzione, anche se solo una parte furono applicati secondo i suoi desideri.
Altri principi della filosofia di Gentile presenti nella riforma scolastica
sono in particolare la concezione della scuola come membro fondamentale dello stato
(viene infatti istituito un esame di stato che sancisce la fine di ogni ciclo
scolastico, anche se gli studi sono effettuati in un istituto privato) e il
predominio delle discipline del gruppo umanistico-filologico.Gentile fu
ministro della pubblica istruzione e mise in atto la sua riforma scolastica, e
definita da Mussolini "la più riformante delle riforme", in
sostituzione della vecchia legge Casati. Essa era fortemente meritocratica e
censitaria; dal punto di vista strutturale Gentile individua l'organizzazione
della scuola secondo un ordinamento gerarchico e centralistico. Una scuola di
tipo piramidale, cioè pensata e dedicata ai migliori e rigidamente suddivisa a
livello secondario in un ramo classico-umanistico per i dirigenti e in un ramo ‘professionale’
per il popolo. I gradi più elevati erano riservati agli alunni più meritevoli,
o comunque a quelli appartenenti ai ceti più abbienti. Furono istituite borse
di studio perché gli studenti dotati di famiglia povera potessero proseguire
gli studi (cf. Grice, a “Midlands scholarship boy bound to Corpus!”). La logica
e messa in secondo piano, poiché e una materia priva di valore universale, che ha la sua importanza
solo a livello ‘professionale’.Difatti Giovanni Gentile, a differenza di Croce
che sosteneva l'assoluta preponderanza sociale delle materie classiche sulla
scienza, pur criticando gli eccessi del positivismo e considerando anch'egli le
materie letterarie come superiori, intrattenne anche rapporti, improntati al
dialogo, con matematici e fisici italiani (come Majorana, collaboratore di
Enrico Fermi nel gruppo dei "ragazzi di via Panisperna", che divenne
anche amico del figlio Giovanni Gentile jr., coetaneo del Majorana) e cercò di
instaurare un confronto costruttivo con il scientism.L'”obbligo” scolastico fu
innalzato a 14 anni e fu istituita la scuola elementare da sei ai dieci anni.
L'allievo che termina la scuola elementare ha la possibilità di scegliere tra il
ginnasio/liceo classico e la scuola scientifica oppure un istituto tecnico.Solo
il ginnasio-liceo permette l'accesso alla faculta di filosofia nella universita
di Bologna.In questo modo però viene mantenuta una profonda divisione tra classi
– l’elite, la classe alta, la classe media, e la classe basssa (questo vincolo
fu rimosso completamente). Ciò anda incontro alla visione patriarcale del Duce.Anche
Gentile nel complesso mostrò posizioni poco ricettive verso il femminismo
("il femminismo è morto" dirà), sebbene più sfumate, sostenendo che i
licei dovessero formare i "futuri capi" guerrieri.Nel triennio
dell'istruzione classica viene poi introdotta, in sostituzione, la filosofia,
adatta alla elite o classe dominanti e alla futura classe dirigente, ma non al
popolo minuto. Gentile è un filosofo della secolarizzazione e della risoluzione
della trascendenza in prassi in ciò accomunato a Marx -, determinante
addirittura per lo stesso comunismo italiano attraverso la ripresa che ne fece Gramsci.
Da sottolineare che già sulla rivista L'Ordine Nuovo, Gobetti nota sche Gentile
«format la cultura filosofica italiana.”. Di tutt'altro avviso Sasso, secondo
il quale a dover essere rivalutata non è affatto la disastrosa prassi politica
di Gentile, la cui «passionale» adesione alla dottrina «fu filosofica, forse, a
parole ma nelle cose no». Ciò che merita ancora di essere studiato, sostiene
Sasso, è invece «la filosofia dell'atto in atto», e tra essa «e la dottrina non
c'è, né ci può essere, alcun nesso». La filosofia di Gentile e la «fascistizzazione
dell'attualismo» e pertanto una «deformazione dell'idealismo”. Al di là della
sua appartenenza politica, si attribuisce comunque a Gentile un notevole spessore
filosofico. Gentile fu fascista e pagò con la vita la sua fedeltà alla dottrina.
Ma fu anche profondo pensatore. Lo riconobbero, nel primo dopoguerra, persino
Gramsci e Togliatti. Per approfondire gli studi sull'opera di Gentile e create
l' “Istituto di studi gentiliani” e la "Fondazione Giovanni Gentile"
a Roma. La filosofia gentiliana è stimata anche dal Severino, che ravvisandovi
una condivisione del sostrato filosofico tecno-scientifico del nostro tempo la
considera uno dei tratti più decisivi della cultura mondiale. Gentile e
certamente un romantico, forse l'ultima più vigorosa figura del Romanticismo
europeo.Gli venne dedicato un francobollo delle Poste italiane, unico tra le
personalità di primo piano del regime ad avere questa celebrazione da parte
della Repubblica Italiana. L'assassinio di Gentile fu una carognata
ingiusta e vigliacca. Gentile non era fascista. Che gli antifascisti furono dei
acasotto perché uccisero un grande e inerme filosofo mentre non ebbero il
coraggio di sminare i ponti di Firenze che i tedeschi avevano minato.Cavaliere
di gran croce insignito del gran cordone dell'ordine dei Santi Maurizio e
Lazzaronastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce insignito del
gran cordone dell'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere di gran croce
insignito del gran cordone dell'ordine della Corona d'Italianastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce insignito del gran cordone
dell'ordine della Corona d'Italia, Cavaliere di II classe dell'Ordine
dell'Aquila Tedesca (Germania nazista)nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere
di II classe dell'Ordine dell'Aquila Tedesca (Germania). “L'atto del pensare
come atto puro; La riforma della dialettica hegeliana” (Firenze, Sansoni); La
filosofia della guerra; Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze,
Sansoni); I fondamenti della filosofia del diritto; “Sistema di logica come teoria
del conoscere; Guerra e fede (raccolta di articoli scritti durante la guerra)
Dopo la vittoria (raccolta di articoli scritti durante la guerra) Discorsi di
religione; Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia; Frammenti di
storia della filosofia”; “La filosofia dell'arte”; “Introduzione alla
filosofia”; “Genesi e struttura della società” “L'attualismo V. Cicero e con introduzione
di E. Severino, Bompiani, Milano Di
carattere storiografico Delle commedie di Antonfrancesco Grazzini detto il
Lasca”; “Rosmini e Gioberti”; “Marx”; “Dal Genovesi al Galluppi”; “Telesio;
“Studi vichiani” “Le origini della filosofia contemporanea in Italia”; “Il
tramonto della cultura siciliana; Giordano Bruno e il pensiero del
Rinascimento; Frammenti di estetica e letteratura; La cultura piemontese; Gino
Capponi e la cultura toscana del secolo XIX; Studi sul Rinascimento; I profeti
del Risorgimento italiano: Mazzini e Gioberti; Bertrando Spaventa; Manzoni e
Leopardi; Economia ed etica; Giovanni Gentile un filosofo scomodo; L'insegnamento
della filosofia nei licei; Scuola e filosofia; Sommario di pedagogia come scienza
filosofica” “I problemi della scolastica e il pensiero italiano; Il problema scolastico
del dopoguerra; La riforma dell'educazione, Bari, Laterza); Educazione e scuola
laica; La nuova scuola media; La riforma della scuola in Italia; “Manifesto
degli intellettuali”; Che cos'è la cultura? Origini e dottrina”; “La mia
religione”; “Discorso agli Italiani”; “Essenza” la prima parte si trova nella
Civiltà Fascista, Torino U.T.E.T.: la prima e la seconda si trovano in
l’Essenza del Fascismo, Libreria del Littorio, Roma; un'altra opera in cui si
trova questo testo è in Origini e dottrina del fascismo, istituto nazionale
fascista di cultura, Roma; altro testo in cui si trova si intitola Lo stato
etico corporativo). La filosofia del fascismo (Origini e dottrina del fascismo;
si trova in Politica e Cultura, oppure lo si può trovare le libro intitolato
L’Identità” un altro libro in cui si trova si chiama, Italia d’oggi, edizioni
de Il libro italiano del mondo, Roma); Che cosa è il fascismo-discorsi e
polemiche (Firenze, Vallecchi). Fascismo al governo della scuola; Giovanni
Gentile Scritti per il Corriere. Note Vi
è chi attribuisce al neoidealismo di Gentile e Croce il motivo che avrebbe
posto l'istruzione scientifica in un ruolo subordinato rispetto a quella filosofico
letteraria (L'Italia della scienza negata, in Il Sole; altri invece respingono
questa interpretazione, ricordando che durante l'egemonia gentiliana nacquero
numerosi enti scientifici (Croce e Gentile amici della scienza, in Corriere
della Sera. 10 giugno.). Cit. di Geno
Pampaloni tratta da Nicola Abbagnano, Ricordi di un filosofo, Marcello
Staglieno, Milano, Rizzoli. Manifesto cit. in Eugenio Di Rienzo, Storia
d'Italia e identità nazionale. Dalla Grande Guerra alla Repubblica, Firenze, Le
Lettere, Cfr. Vito de Luca, Un consigliere comunale di nome Giovanni Gentile.
Attività amministrativa a Roma e linguaggio politico, "Nuova Storia
contemporanea", Dello stesso autore,cfr. "Giovanni Gentile. Al di là
di destra e sinistra. Il linguaggio politico del filosofo, dell'assessore e del
ministro", Chieti, Solfanelli,,Scheda senatore GENTILE Giovanni
Paolo Simoncelli41. Amedeo Benedetti, "L'Enciclopedia Italiana
Treccani e la sua biblioteca", Biblioteche Oggi, Milano, Testo qui Ripubblicato nel 1991 come Giordano Bruno e
il pensiero del Rinascimento, ed. Le Lettere, collana La nuova meridiana. S.
saggi cult. cont. Giordano Bruno. LE
VICENDE DELLA STATUA «De Vecchi, Cesare
Maria», Treccani Paolo Simoncelli207.
La scelta di campo, Marco Bertoncini, Giovanni Gentile, la razza e le
bufale, l'Opinione, 30 marzo Paolo
Mieli, Gentile criticò in pubblico l'antisemitismo del regime. Uno sforzo
vano Paolo Simoncelli43. Paolo Simoncelli40. Paolo Simoncelli34. Francesco Perfetti, Assassinio di un
filosofo; "Giovanni Gentile" di Gabriele Turi; Giovanni Gentile in
“Il Contributo italiano alla storia del PensieroFilosofia”Treccani Francesco Perfetti, Assassinio di un
filosofo23. Francesco Perfetti,
Assassinio di un filosofo24. Francesco Perfetti, Assassinio di un
filosofo, Luciano Canfora, La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile,
Palermo, Sellerio, Francesco Perfetti, Assassinio di un filosofo26. Vittorio Vettori, Giovanni Gentile, Editrice
Italiana, Roma, Simonetta Fiori, dirigere la casa editrice Sansoni esecondo la
testimonianza dell'ex interermania.html Io, italiano prigioniero in Germania,
in La Repubblica, Antonio Carioti, Quando Gentile s'inchinò a Hitler per
salvare il figlio, in Corriere della Sera, Renzo Baschera, "Chiese la
grazia per molti partigiani ma non riuscì a salvarsi", "Historia",
Raffaello Uboldi, Vigliacchi perché li uccidete?, Storia Illustrata; Arnoldo
Mondadori Editore, Milano56: "Gentile, sdegnato, ha minacciato di
denunciarlo a Mussolini" Elio Chianesi,
La Benvenuti non volle mai raccontare i precisi particolari, dal suo punto di
vista: «Questa è una cosa che non dirò mai. Perché potrei fare rovesciare tutte
le cose. Perché non è come è stato detto. Come è andata l’azione dei Gap io non
lo voglio dire. Me l’hanno chiesto in tanti ma non l’ho rivelato mai a
nessuno». Vedi un intervento della Benvenuti anche in M. C. Carratù (). Paolo Paoletti, "Il Delitto
Gentile" esecutori e mandanti, Ed. Le Lettere, L'omicidio raccontato da
Giuseppe Martini "Paolo" uno dei due esecutori
materiali"...Sicuramente (Fanciullacci l'altro esecutore) gli chiese se
era il professore e subito dopo gli sparammo insieme dalla stessa parte, non
attraverso i due finestrini posteriori..."
Resistenza: "Angela", la ragazza col fiore rosso Antonio Carioti, Sanguinetti venne a dirmi
che Gentile doveva morire, in Corriere della Sera, «Per fare in modo che i gappisti incaricati
dell'agguato potessero riconoscerlo, alcuni giorni prima li accompagnai presso
l'Accademia d'Italia della Rsi, che lui dirigeva. Mentre usciva lo indicai ai
partigiani, poi lui mi scorse e mi salutò. Provai un terribile
imbarazzo.» (Teresa Mattei)
Luciano Canfora, "Giovanni Gentile nella RSI" in La Repubblica
Sociale Italiana Poggio, Annali della Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, Antonio
Carioti, Sanguinetti venne a dirmi che Gentile doveva morire, sul Corriere
della Sera,: "L'omicidio di Gentile, anziano e inerme, suscitò una forte
impressione e fu disapprovato dal CLN toscano, con l'astensione dei comunisti.
Tristano Codignola, esponente del Partito d'Azione, scrisse un articolo per
dissociarsi." Maria Cristina
Carratù, E dopo 70 anni nuovi scenari dietro l'esecuzione di Giovanni Gentile,
La Repubblica, 24 aprile Renzo
Baschera, "Chiese la grazia per molti partigiani ma non riuscì a
salvarsi", articolo su "Historia", Ecco le carte che assolvono
l'archeologo Romano302. Gabriele Turi, "Giovanni Gentile" Così
Gaetano Gentile ricordò il suo intervento presso la prefettura: «Quella sera
stessa, per desiderio di mia Madre, io mi recai dal capo della Provincia e gli
parlai della voce [di rappresaglie] diffusasi in città, esprimendogli la ferma
e calda preghiera di mia Madre che quel proposito, se effettivamente esisteva,
venisse abbandonato e anzi gli arrestati rilasciati. Dissi anche, naturalmente,
come a me sembrasse in fondo superfluo dover esprimere tale preghiera proprio
in quella stanza in cui ancora quella mattina la voce di mio Padre si era
levata a deplorare la tragica inutilità di un metodo, dal quale non poteva
seguire che il ripetersi indefinito di una crudele successione di attentati e
rappresaglie. Era ovvio poi che, indipendentemente dalla eventuale
giustificazione politica o militare di atti simili, nulla del genere poteva
aver luogo in occasione della morte di mio Padre, alla quale si doveva da parte
del Governo e delle autorità fiorentine questo gesto di rispetto delle sue
convinzioni e del suo costante atteggiamento».
Firenze: due consiglieri, via tomba Giovanni Gentile da Santa Croce, su
liberoquotidiano. 15 novembre 16
novembre ). «Attualismo», Enciclopedia
Treccani Diego Fusaro, Giovanni Gentile
Sull'importanza della riforma della dialettica idealista di matrice
hegeliana in Gentile, si veda quest'intervista a Gennaro Sasso. L'intervista è
compresa nell'Enciclopedia Multimediale delle Scienza Filosofiche. Bruno Minozzi, Saggio di una teoria
dell'essere come presenza pura, Il Mulino, Gentile quindi contestava a Fichte
la trascendenza dell'Io assoluto rispetto al non-io, e di restare così in un
dualismo,che non viene mai superato dall'attualità del pensiero, ma solo da un
agire pratico dilatato all'infinito ("cattivo infinito"), fermo alla
contrapposizione fra teoria e prassi, per la quale Fichte «s'irretisce in un
idealismo soggettivo in cui invano l'Io si sforza di uscire da sé» (Discorsi di
religione, Firenze, Sansoni). Giovanni Gentile, Benito Mussolini, La
dottrina del fascismo. Nicola Abbagnano,
Ricordi di un filosofo, Marcello Staglieno, Nella Napoli nobilissima, Milano,
Rizzoli, Vito de Luca, Giovanni Gentile e il liberalismo, Mussolini, Gioacchino
Volpe, Giovanni Gentile, Fascismo, Enciclopedia Italiana. Augusto Del
Noce, L'idea del Risorgimento come categoria filosofica in Giovanni Gentile, in
"Giornale Critico della Filosofia Italiana", G. Belardelli, Il
fascismo e Giuseppe Mazzini Giovanni Gentile, Manifesto degli
intellettuali fascisti Giovanni Gentile,
"Ricostruire" in Corriere della Sera, Cfr. Libertà e liberalismo
("Conferenza tenuta all'Università di
Bologna"), in Scritti Politici, tratti da Politica e Cultura H.A.
Cavallera, Firenze, Le Lettere, Il pensiero pedagogico di Giovanni Gentile
La riforma Gentile, su pbmstoria. Si veda anche ne Il fascismo al governo della
scuola, in Annali, Milano, Istituto Giangiacomo Feltrinelli, «[Boffi:] Qual è il criterio su cui si è
fondata Vostra Eccellenza nella limitazione delle iscrizioni? — Gentile: Questa
limitazione non c'è nella scuola complementare come non ci sarà nella scuola
d'arte e nelle scuole professionali; essa è propria delle scuole di cultura e
risponde alla necessità di mantenere alto il livello di dette scuole
chiudendole ai deboli e agli incapaci; dipende anche dalla riduzione del numero
degli scolari nelle singole classi fatta per evidenti ragioni didattiche,
quelle stesse che hanno consigliato l'abolizione delle classi aggiunte; ma
soprattutto dalla necessità di consigliare agli italiani un diverso indirizzo
nella loro attività. Noi abbiamo troppi ed inutili, quando non son
valenti, professionisti, ed abbiamo invece molto bisogno di industriali, di
commercianti, di artieri, di minuti professionisti, che portino nella esplicazione
delle loro arti e dei loro mestieri quello spirito fine della Nazione che
finora li ha spinti a disertare le scuole industriali, commerciali e
professionali per seguire la scuola umanistica.» (R.Sandron, Il fascismo
al governo della scuola, iscorsi e interviste, Ferruccio E. Boffi, Giuseppe
Spadafora, Giovanni Gentile: la pedagogia, la scuola: atti del Convegno di
pedagogia e altri studi, Armando Editore, 1997261. Enrico Galavotti, La filosofia italiana e il
neoidealismo di Croce e Gentile, Homolaicus.
Il mistero di Ettore Majorana Eleonora Guglielman, Dalla scuola
per signorine alla scuola delle padrone: il Liceo femminile della riforma
Gentile e i suoi precedenti storici, in Da un secolo all'altro. Contributi per
una "storia dell'insegnamento della storia" (M. Guspini), Roma,
Anicia, Una parte del lavoro è stata in precedenza pubblicata, con alcune
varianti, sulla rivista "Scuola e Città" con il titolo Il liceo
femminile Manacorda D'Amico, Katia Romagnoli, Donne, la Resistenza
"taciuta". L'esclusione delle donne nella società fascista G. Gentile, La donna nella coscienza moderna,
in La donna e il fanciullo. Due conferenze, Firenze, Sansoni, De Grazia, Le
donne nel regime fascista, G.
Ricuperati, La scuola italiana e il fascismo, Bologna, Consorzio Provinciale
Pubblica Lettura, De Grazia, Le donne nel regime Giovanni Gentile, La riforma
della scuola in Italia, Milano citata in: Manacorda Le omissioni, qui tra
parentesi tonde, sono nel testo di Manacorda. Noce, Gentile. Per una
interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, il Mulino, Giovanni Bedeschi, Il ritorno del maestro, sta
in Il Sole 24 ore Domenica, 1Gennaro Sasso, Le due Italie di Giovanni Gentile,
Bologna, il Mulino, Martin Beckstein,
Giovanni Gentile und die 'Faschistisierung' des Aktualismus. Zur Deformation
einer idealistischen Philosophie, in «Acta Universitatis Reginaehradecensis, Humanistica
I» Filosofia: A Firenze Convegno Studi Gentiliani Fondazione Gentile | Dipartimento di
Filosofia | SapienzaRoma Liberiamo la filosofia di Giovanni Gentile dalla
faziosità del '900 Emanuele Severino:
Ecco perché la giovane Italia sta andando in malora, da Il Fatto
Quotidiano È Gentile il profeta del la
civiltà tecnica. «I nemici di Giovanni
Gentile», puntata de Il tempo e la storia, documentario Rai Emanuele Severino, dalla quarta di copertina
de L'attualismo, Milano, Giunti, Nicola
Abbagnano, Ricordi di un filosofo, Nella Napoli nobilissima, Milano, Rizzoli,
"La partigiana Fallaci fa a pezzi l'antifascismo", pubblicato da Il
Giornale. Monografie principali Armando Carlini, Studi gentiliani, VIII di Giovanni Gentile, la vita e il
pensiero a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi filosofici,
Firenze, Sansoni, Aldo Lo Schiavo, Introduzione a Gentile, Bari, Laterza, Sergio
Romano, Giovanni Gentile. La filosofia al potere, Milano, Bompiani, Luciano
Canfora, La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile, Palermo, Sellerio,Augusto
del Noce, Giovanni Gentile. Per una interpretazione transpolitica della storia
contemporanea, Bologna, Il Mulino, Hervé A. Cavallera, Immagine e costruzione
del reale nel pensiero di Giovanni Gentile, Roma, Fondazione Ugo Spirito, Gennaro
Sasso, Filosofia e idealismo. IIGiovanni Gentile, Napoli, Bibliopolis, Hervé A.
Cavallera, Riflessione e azione formativa: l'attualismo di Giovanni Gentile,
Roma, Fondazione Ugo Spirito, Giorgio Brianese, Invito al pensiero di Gentile,
Milano, Mursia, Gennaro Sasso, Le due Italie di Giovanni Gentile, Bologna, il
Mulino, 1998 Gennaro Sasso, La potenza e l'atto. Due saggi su Giovanni Gentile,
Firenze, La Nuova Italia, 1998 Hervé a. Cavallera, Giovanni Gentile. L’essere e
il divenire, SEAM, Roma, Paolo Mieli, Una rilettura liberale di Giovanni
Gentile, da "Le storie, la storia", Milano, Rizzoli, Daniela Coli, Giovanni Gentile, il Mulino, Sergio
Romano, Giovanni Gentile, un filosofo al potere negli anni del regime, Milano,
Rizzoli, Francesco Perfetti, Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio
politico, Firenze, Le Lettere, Gabriele Turi, Giovanni Gentile. Una biografia,
Torino, POMBA, Hervé A. Cavallera, Ethos, Eros e Tanathos in Giovanni Gentile,
Pensa Multimedia, Lecce, Hervé A. Cavallera, L’immagine del fascismo in
Giovanni Gentile, Pensa MultiMedia, Lecce, Marcello Mustè, La filosofia
dell'idealismo italiano, Roma, Carocci, Alessandra Tarquini, Il Gentile dei
fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista, Bologna, il Mulino,
2009 Davide Spanio, Gentile, Roma, Carocci,. Paolo Bettineschi, Critica della
prassi assoluta. Analisi dell'idealismo gentiliano, Napoli, Orthotes,. Paolo
Simoncelli, "Non credo neanch'io alla razza". Gentile e i colleghi
ebrei, Firenze, Le Lettere,. Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la
morte di Giovanni Gentile, Milano, Adelphi,
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Lecce, Guido Pescosolido, Ancora sulla
morte di Giovanni Gentile. A proposito di un recente volume, in Nuova Rivista
Storica, Carmelo Vigna, Studi gentiliani, Orthotes, Napoli-Salerno. Valentina Gaspardo,
Giovanni Gentile e la sfida liberale, AM Edizioni, Vigonza (PD). Altri
studi Charles Alunni, Giovanni Gentile
ou l'interminable traduction d'une politique de la pensée, Paris, Lignes, Michel
Surya, Les Extrême-droites en France et en Europe Charles Alunni, Ansichten auf
Italien oder der umstrittene Historismus, in Streuung und Bindung über Orte und
Sprachen der Philosophie, Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, 1987 Charles Alunni, Heidegger, la piste italienne,
Paris, in Libération, (en collaboration avec Catherine Paoletti pour
l'interview de Ernesto Grassi), Charles Alunni, Giovanni GentileMartin
Heidegger. Note sur un point de (non) ‘traduction’, Paris, Cahier nº 6 du
Collège International de Philosophie, Éd. Osiris Charles Alunni,
Archéobibliographie. Eugenio Garin, Paris, Préfaces, Charles Alunni, Giovanni
Gentile, Ernesto Grassi & Bertrando Spaventa, Paris, Dictionnaire des
Auteurs Laffont-Bompiani, Robert Laffont Charles Alunni, Attualità, attuosità
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philosophies. Dictionnaire des intraduisibles, [dir. Barbara Cassin], Le
Seuil-Robert, Antonio Cammarana,
Proposizioni sulla filosofia di Giovanni Gentile, prefazione del Sen. Armando
Plebe, Roma, Gruppo parlamentare MSI-DN, Senato della Repubblica, Pagine,
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze Antonio Cammarana, Teorica della
reazione dialettica: filosofia del postcomunismo, Roma, Gruppo parlamentare
MSI-DN, Senato della Repubblica, Pagine, Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze, Nicola D'Amico, Un libro per Eva. Il difficile cammino dell'istruzione
della donna in Italia: la storia, le protagoniste, Milano, Franco Angeli, Vito
de Luca, Un consigliere comunale di nome Giovanni Gentile. Attività
amministrativa a Roma e linguaggio politico in "Nuova Storia
Contemporanea", Vito de Luca, "Giovanni Gentile. Al di là di destra e
sinistra. Il linguaggio politico del filosofo, dell'assessore e del ministro",
Chieti, Solfanelli,. Antonio Fede, tra attualità e attualismo, Pagine
Alessandro Ialenti, La Logica come Teoria del conoscere in Gentile. Un'opera
anticipatrice di istanze postmoderne?, Dialegesthai. Rivista telematica di
filosofia, Mario Alighiero Manacorda, Storia dell'educazione, Roma, Newton
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Gentile, Stabilimento Tipografico F.lli Marchi, Camerino, Myra E. Moss, Il
filosofo fascista di Mussolini. Giovanni Gentile rivisitato, Armando Editore, Antonio
Giovanni Pesce, La fenomenologia della coscienza in Giovanni Gentile, in
Quaderni Leif, Antonio Giovanni Pesce, L'interiorità intersoggettiva
dell'attualismo. Il personalismo di Giovanni Gentile, Roma, Aracne,. Antonio
Giovanni Pesce, La filosofia della nuova Italia. Il progetto etico-politico del
giovane Gentile, Viagrande, Algra,. Vincenzo Pirro, Regnum hominisl'umanesimo
di Giovanni Gentile, Roma, Nuova Cultura,
Vincenzo Pirro, Dopo Gentile dove va la scuola italiana, Firenze, Le
Lettere Vincenzo Pirro, Filosofia e
Politica in Giovanni Gentile, Roma, Aracne,. Rossana Adele Rossi, La presenza e
l'ombra. La pedagogia del giovane Gentile, Roma, Anicia, Giovanni Rota,
Intellettuali, dittatura, razzismo di Stato, Milano, Franco Angeli, 2008 Primo
Siena, Gentile. la critica alla democrazia, Volpe editore, Siena, Giovanni
Gentile. Un italiano nelle intemperie, Solfanelli, Michele Tringali, L'attualismo è sempre
attuale. Saggio su Gentile, Vettori, Gentile, Roma, Editrice Italiana, Marcello
Veneziani, Giovanni GentilePensare l'Italia, Le Lettere, Firenze, Attualismo (filosofia) Fascismo Idealismo
italiano Manifesto degli intellettuali fascisti Riforma Gentile Uccisione di
Gentile Spirito, Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Giovanni Gentile, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Gentile, in
Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Giovanni Gentile,
su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Giovanni Gentile, in Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giovanni Gentile, su
accademicidellacrusca.org, Accademia della Crusca. H Questa soluzione
della trascendenza è cara, s'intende, ai :filosofi che per la loro indole amano
starsene alla fine stra a godere dello spettacolo che essi contemplano, ma di
cui non hanno la responsabilità (né merito, né demerito). Nella strada la gente
ignara soffre, combatte, muore; alla .lìnestra il filosofo (che come tale deve
essere puro pensiero) imperturbato, spiega, si rende conto e si frega le mani.
Il vecchio ideale di Lucrezio, che è alla base della eterna leggenda del
filosofo che si libera delle passioni e rinunzia all'azione per chiudersi nel
pensiero: Suave, mari magno turbantibus aequora ventis e terra magnum alterius
spectare laborem; non quia vexari qucmquam'st iucunda voluptas sed quibus ipse
malis careas quia cernere suave'st: suavc ctiam belli certamiua magna tueri per
campos instrncta tua sine parte perieli: sed nil dulcius est, bene quam munita
tenere edita doctrina sapienlum tempia serena, despicere unde queas alios
passimque videre errare atque viam palantis quaerere vita.e, certarc ingenio,
contendere nobilitate, noctes atque dies niti praestante labore ad summas
emergere opes rerumqne potiri. O miseras hominum mentes, o pectora caeca. L'etica
come legge. Disciplina. Positivismo ed empirismo. Legge. Prammatismo. Prassi e
teoria. -Oggetto del volere. Volontà- autoctisi. Praticità del conoscere. Unità
cli teorico e pratico. L·atto. L'individuo. Senso realistico e senso
idealistico della individualità. Individuo e società. Comunità immanente ali'
individuo come sua legge. La comunità ideale e la gloria. Vox populi. La concretezza dell'individuo. La
conquista dei valori. li processo d<>IJa individualità. La particolarità
dell'individuo nello spazio e nel tempo. Il carattere.Velleità, volere,
carattere. Il carattere attraverso la condotta empirica. Critica del concetto
della molteplicità degli atti o l'unità del volere. Presente ed estemporaneo
nel carattere. Trascendentalità del carattere.Il coraggio civile. - i> La
socialità origmaria.Società trascendentale o società in interiore homine.
Alte" e socius. Dalla cosa al socio. Il dialogo intemo, o trascendentale.
Il momento dell'alterità. La dialettica pratica. La crisi dell'Universo. sare
più al clovere che ai doveri - 0. Il bene e il male. La categoria etica e
l'esperienza. Dialettica dell'Io. - 3. li nulla. -Unicità della categoria
logica. La legge dell'uomo: Pett.sa/ Intendere e amare. Intendere pratico. La
categoria etica. Il senso morale e la sua inattualità. Dovere e doveri. - 8.
Errore di metodo nell'etica. Necessità cli pen --Lo Stato. Concetto dello
Stato. Nazione e Stato. Diritto. Governo e governati. Autorità e libertà. Il
liberalismo. Etica e politica. Stato etico. Moralismo, Stato ed econoraia .
Economicità dell'uomo e quincù dello Stato. - 2. Umanità dell'operare
economico. - 3. Operare utilitario o utile? Umano e subumano. Il corpo e
l'anima. Naturalità dell'utile. Le scienze della logica dell'astratto. Lo
schema del naturalismo nella logica dell'astratto. La forma mate matica
dell'economia. - ro. [L'utilitarismo. -L'edonismo. - 12. Moralità ed
eudemonia.Natura e Spirito. Economia e politica. Stato e religione. Rapporto
essenziale tra i due termiai. Laicità. Rel-igio 1nstntme111u,n regni. - 4.
Immanenza della religione nello Stato. Stato e scienza. Scienza e filosofia; e
rapporto di questa con lo Stato. - 2. Necessità cli questo rapporlo. Cultura.
Scienze naturali. L'obbligo di critica della filosofia. Immanenza della filosofia
nella politica dello Stato. Lo Stato e gli Stati. Libertà e infinità dello
Stato. - 2. P!ui:alità degli Stati, unità dello Stato. - 3. Critica del punto
di vista intellettualistico. Concreto punto di vista pratico. Il riconoscimento degli altri Stati e il
Diritto internazionale, - 6,_ )La guerra. -7.) La pace e la collaborazione
umana. -fil Impero e ordine nuovo. Xl.-LaStoria. La Storia come storia dello
Stato. Storia dell'uomo. Statolatria. Autocritica dello Stato. Rivoluzione.
L'Unico. Umansimo del lavoro. Famiglia. Categorie
di lavoratori e rappresentanza politica.-LaPolitica. Definizione della
politica. Etica e politica. Im possioilità cli un'etica apolitica. Il privato
e il pubblico. La teoria dei limiti dello stato. Stato autoritario e democrazia.
L'anarchismo e il Jiberalis1:no. Bellum omnium contra omnes. Guerra e
pace.Ordine. Senti mento politico. Genio politico. La politica del fanciullo.
La politica in ogni forma di attività umana. Politica dell'arte. Politica della
scienza. Politica della lede. - 18. Chiesa e proselitismo. La dottrina della
tolleranza. -La politica diritto e dovere. p. 93 l:).'DICE 19r
XIII. - La Società trascendentale, la morte e l' im mortalità. 11 motivo della
fede nell’immortalità. Immortalità e religione. L'equivoco. Illusioni. - 5.
Fuga tn01-t1s. - 6. La difficoltà del problema e la soluzione. La morte.
L'immanenza dell'azione.NUOVI INDIZI DI HEGELLOSIGKEIT ITALIANA Bollami
dell' Università di Leida in un suo interessante opuscolo, qualche anno fa
mettev a in, mostra una lunga fdza di evidenti spropositi commessi da
filosofi con¬ temporanei di ogni risma nel parlare di Hegel. E dopo
avere rilevato con 1 ’ Herbart, con l’Alexander, col Barth. col Taggart,
che Hegel non concepì mai la follìa 4 Lde- durre dal pensiero auro ciò
che non è puro pensier o (realtà naturale e realtà storica), ma volle
solo sistemare logicamente, — comunque poi si giudichi questa sistemazion e
e la sua possibilità. — la cognizione necessariamente empirica della
natura e della storia, soggiungeva: «Intanto anche F. Paulsen in vólliger
Hcgellosigkeit afferma (nel suo Kant, p. 177) che Hegel deduce a priori
la stessa natura ».Di questa Hegellosigkeit, che non saprei davvero come
tradurre in italiano, di questo stato d' hegeliana innocenza, cosi caro
tuttavia agli studiosi di filosofia italiani, fu dato recentemente dal
Croce 2 qualche cenno' significativo dove si mostrò con quanta competenza
sia stato spesso giudi¬ cato in Italia 1 Hegel da quelli che volevano
passare per 1 Alte I ernunft unii netto I’erstami, Leiden. Critica.
Saggi critici. suoi avversari. Una prova recentissima ne ha avuta
però lo scrivente per aver curata una nuova ristampa degli Lh -
menti di filosofia 1 di Francesco Fiorentino secondo la pri¬ mitiva
edizione del 1877, dall’autore più tardi parzialmente rifatta e
radicalmente mutata nell’ indirizzo dottrinale. Al¬ cuni (tra i quali
uomini dotti nella storia della filosofia) han rimproverato il nuovo
editore di aver voluto dare un Fiorentino hegeliano, laddove il
Fiorentino dagli studi degli ultimi anni della sua vita era stato
costretto ad ab¬ bandonare le dottrine di Hegel per accostarsi al
neokan¬ tismo. E un insegnante di liceo, a chi proponeva il libro
per testo scolastico, opponeva senz'altro ch’egli non po¬ teva adottare
«un libro prettamente hegeliano!)). Molto probabilmente l’unico
fondamento di quest’as¬ serzione, che io denuncio soltanto per richiamare
ancora una volta l’attenzione sulla comune Hegellosigkeit, è in
ciò, che questo libro è stato ristampato per cura mia, e da me
consigliato ai colleghi dei nostri licei. Ma, trala¬ sciando i motivi che
mi hanno indotto ad additare il ma¬ nuale del Fiorentino, nella sua forma
originaria, come l ’unico , fra quanti ne abbiamo in Italia, degna ,
ancoraci es ser m esso nelle mani dei giov ani e tolto a base d’un
p j nmp~ìnsegnamento filosofico (motivi che credo di avere
sufficientemente accennati nella mia prefazione alla detta ristampa), qui
voglio solo annunziare, col debito permesso dei colleglli accusatori, che
il libro del Fioren¬ tino nella prima edizione non è punto
hegeliano; e che la differenza tra la prima e la seconda edizione non
è divario tra hegelismo e kantismo, ma tra kan¬ tismo ed empirismo
spenceriano. Poiché ne avevo l’occasione, a me parve opportuno
to¬ gliere di mano ai giovani, che cominciano a riflettere su cose
filosofiche, un libro, — raccomandato al nome di Francesco Fiorentino,
per tanti titoli benemerito della cul¬ tura filosofica italiana, — nel
quale s’insegnava a riflet¬ tere su verità di questo genere : « Kant
intende • per a priori soltanto ciò che non‘è derivato dalla sperienza,
ma che invece è condizione indispensabile, perchè la sperienza
1 Torino, Paravia, 1007: voi I: Psicologia e Logica sia possibile.
Egli non investiga, se questo a priori abbia potuto originarsi da una
associazione di esperienze ante¬ riori accumulate, trasmessa poi per
eredità; nè poteva ai suoi tempi, e prima del Darwin, porre il problema
in questi nuovi termini. L ’q trio ri kantiano è una funzione dell
o spinto , non già un dato : e questo ritenghiamo anche noi : ma
ciò non toglie, che pure di questa funzione si possa cercare di spiegare
la genesi», un libro, in cui si dichia¬ rava che l’d priori kantiano è
una semplice fer¬ mata al concetto dell’ attività preformata a
compiere certe funzioni, senza di cui la sperienza non si farebbe; e che
« la filosofia moderna.... domanda: come si è preformata ? E cerca
di trovar la risposta in due fattori: l’asso¬ ci a z i o n è e la
eredità; la prima che accumula, la seconda che trasmette. Per loro mezzo,
l’a priori dell’individuo sarebbe ciò ch’è poste¬ riori per la
specie» (23* ed., pp. 30-31 n.). E altrove : « Se il fine etico,
che è la vita comune, è stato il risultato di una lunga lotta per
l’esistenza, è pur sempre vero che cotesto primo acquisto viene
oggi trasmesso come eredità, che gl’in¬ dividui trovano, e non debbono
più riacquistare » tp. 288 n.). Proposizioni che si equivalgono nei due
campi della conoscenza e della pratica, e di cui lo stesso Fio¬
rentino. ci dice la fonte, dove avverte (p. 304) che «nella filosofia
dello Spencer ogni a priori è sbandito, e tutto è spiegato con l’adattamento,
o con la trasmissione eredita¬ ria ». E tutta la seconda edizione è
ispirata a questo prin¬ cipio della negazione di ogni assoluto a priori:
onde si costruisce nèi primi capitoli una teoria psicologica della
conoscenza che non occorre qui valutare. Quello che non ha bisogno
certamente d’ulteriore schiarimento, è che tale negazione dell'a priori e
tale confusione del problema psi¬ cologico con lo gnoseologico, non può a
niun patto ac¬ cettarsi come integrazione del kantismo. C’era
un Fiorentino, che pur poteva presentarsi ai gio¬ vani, e che io ho
rimesso in luce; un Fiorentino che non s’era lasciato sfuggire il vero
punto di questa questione fondamentale dell'a priori, che è pòi il
problema di vita o di morte per Io spirito, e quindi della scienza e
della moralità Nella prima edizione lo stesso Fiorentino aveva
detto « Vuoisi avvertire, che l’o priori non si deve inten¬ dere come
qualche cosa di preesistente, di preformato.... ma come una funzione
essenziale dello spirito » (nuova ediz., P 33 )- Aveva discusso,
opponendole l’una all altra, le dot¬ trine di Kant e di Spencer intorno
all’apriorità o aposterio¬ rità della coscienza, e aveva dimostrato che
non se ne può dare nessuna derivazione empirica perchè « la coscienza è
un rapporto tale, di cui nel mondo esterno non si trova il cor¬
rispondente; ed è un rapporto semplice, che non si può de¬ durre dalla
risultante delle nostre rappresentazioni. L’Io, la coscienza è originaria.
11 fondamento dell'esperienza non può essere attinto mediante
l’esperienza » (57). E questo fondamento è nella coscienza e nelle sue
categorie. « Se tutto derivasse davvero da dati sperimentali, nè
l’idea di sostanza, nè quella di causa, quali noi le concepiamo,
sarebbero ammissibili. Questo mi pare puro e schietto kantismo ; e se. il
con¬ cetto d’una possibile integrazione di Kant per via delle
ricerche psicogenetiche è uno sproposito, che oggi non ha più bisogno
d'essere dimostrato tale, mi pare anche evi-, dente che ricondurre il
manuale del Fiorentino a’ suoi principii fosse dovere imprescindibile d’
ogni nuovo edi¬ tore, hegeliano o non hegeliano. Perchè, dato e. non
con¬ cesso che empiristi si possa essere per proprio conto, certo
per nessuno è più sostenibile una svista di questo genere per cui,
appunto a proposito dell interpretazione di Kant, una questione
gnoseologica si scambia con una questione psicogenetica.
Hegel, dunque, non c’ è entrato proprio per nulla, be ci fosse
stata del Fiorentino un’edizione hegeliana ante¬ riore alla kantiana, chi
sa!, avrei preferito il Fiorentino hegeliano al kantiano. Ma gabellare
per hegeliano quello che ho dovuto e potuto scegliere, francamente, mi
pare indizio di Hegellosigkeit ! Pur troppo, anche nella prima redazione
del suo manuale il Fiorentino rende omaggio al fantasma della materia
opposta all’attività formale dello spirito; e nell’etica, invece di
correggere il timido forma¬ lismo kantiano col formalismo assoluto, crede
di compierlo con l’eudemonismo aristotelico. Non importa: sempre meglio,
infinitamente meglio Kant, anche se non perfezio¬ nato, che
Spencer! Si sente, per esser sinceri, negli Elementi del Fiorentino
un’eco lontana dei Principii di filosofia (1867) dello Spaventa. Ma non
più che un'eco, nel paragrafo sull’auto-coscienza. Ma, se Hegel s'avesse a
rannicchiare in quell'autoctisi della coscienza accordata con tutto
il formalismo astratto accettato e difeso dal Fiorentino, io ritengo che
potrebbero andare a braccetto con lui tutti i kantiani più scrupolosi del
mondo.Genovesi comincia a pubblicare in Napoli i suoi Elemento,
metaphysicae. Vico ha due profonde intuizioni fon¬ damentali: una intorno
alla potenza costruttiva dello spirito, per cui anticipò il principio di
soggettivismo kantiano; P altra intorno al concetto dell’ assoluto
come sviluppo nella natura e nel pensiero, per cui anticipò il
principio della nuova metafisica dimostrata dalla Lo- >jica di Ucgel.
Ne’ 6tioi Elementi di metafisica il Geno¬ vesi invece si mostra seguace
di un incoerente sincre¬ tismo, in cui la monadologia leibniziana s’
accoppia con l’empirismo di Locke. Così la tradizione del grande
pensiero di Vico è spenta sul nascere, e finita con 1’ uomo che nella
solitaria meditazione del diritto, anzi di tutto lo spirito come vive
nella storia, aveva attinto una forza speculativa che lo pose al di sopra
e fuori del tempo suo, episodio solenne nella storia del pen¬ siero
italiano. Gl’ interpetri del pensiero di Vico non furono nè i suoi
coetanei, nè i suoi immediati successori nella filosofia italiana in
genere e napoletana in ispecie. La vera interpetrazione cominciò in
Germania col Jacobi, 1 dopo Kant, e fu compiuta in Italia in quel fervore
di pensiero nuovo, che venne suscitato dall’ hegelismo, da
Bertrando Spaventa. Tra Vico e Spaventa — i cui primi scritti cadono
attorno al 1850, — per tutto un secolo, c’ è un’ inter¬ ruzione nello
sviluppo dell’ idealismo iniziato dalle opere di \ ico ; nella quale il
pensiero napoletano si appropria ed elabora per conto suo la moderna
filosofia europea. Questo movimento, che riempie tutto il secolo che va
dalla metà del secolo XVIII alla metà del XIX, può essere designato
dai nomi dei due pensatori che aprono e chiu¬ dono tale periodo, Dal
Genovesi al Galluppi. E così appunto s’intitola la monografia, nella
quale ho cercatq d’illustrare tutti gli studi speculativi più notevoli
di cotesto periodo. 3 Può recar meraviglia, che la ricerca
sia così limitata dentro i brevi confini di spazio accennati dai nomi
stessi del Genovesi e del Galluppi, e corrispondenti ai confini del
reame di Napoli, ila chi ponga mente alle condizioni d Italia per tutto
il tempo del dominio borbonico, alle piofonde differenze civili e
politiche e letterarie, in una paiola, storiche, tra la parte meridionale
e il resto della penisola, troverà ovvia e storicamente esatta la
linea da me tracciata intorno ai pensatori che ho studiati e
Vedi lo scritto Voti den gòtlUchen Lìingen unii ihrer Offenbarung (1811),
in Werke, Leipzig. Sul kantismo vicinano cfr. specialmente Tocco,
Descartes jugé par Vico in Reme de métaphy- sigue et de morale del luglio
1896, pp. 568-78, e gli scritti da me citati nel Discorso premesso agli
Scritti filosofici di B. Si’avknta Na- poli, Vedi tfli Scritti Studi di
letteratura , storia , filosofia , pubbi. da B. Crock, voi. I (Napoli,
Edizione della Critica). considerati come formanti una speciale serie
storica a sé. 3. Pel carattere generale della loro filosofia
questi pensatori costituiscono una continuata corrente di em¬
pirismo, a cominciare dal Genovesi stesso, in cui ben presto il principio
critico dominante nell’ empirismo lockiano corrode ogni concetto
metafisico, fino ad COLECCHI, filosofo abruzzese pochissimo noto — benché
i suoi scritti consacrati all’ interpretazione di Kant, quelli
specialmente relativi alla filosofia pratica, possano ancora esser letti
con profitto — il quale, pur combattendo la «filosofia dell’esperienza»
del Galluppi dal punto ili vista del kantismo, insiste tuttavia su
talune correzioni eh’ ei vorrebbe apportare alla Critica Mia ragion pura
in un senso decisamente empirico¬ oggettivo. Ma tutti quosti
empiristi si potrebbero dividere in due generazioni: 1 una di ideologi e
l’altra di criiicisti; e tra mezzo a queste un gruppo di seguaci della
filosofia scozzese e di eclettici. Tra gl’ ideologi scrittori come DELFICO,
BORRELLI e BOZZELLI meritano certamente di esser posti accanto agl’
ideologi contem¬ poranei francesi, ai Cabanis, ai Destutt de Tracy,
coi quali essi formano quasi una sola famiglia, rispecchian¬ done
spesso il pensiero pur senza ripeterlo. Anzi il Bor- relh e il Bozzelli
stanno, 1’ uno per la sua genealogia del pensiero (com’ ei chiamava la
sua filosofia dello spirito) e per la sua critica di Kant, e 1’ altro pel
suo tentativo di morale intellettualistico-utilitaria, al di sopra dei
francesi; di 8 ‘ ba,la a " a dala di P“*»bUM*lone delle
opere di quest! filosofi e al tempo (leir influenza da essi
esercitata; giacché per a nascita due degli ideologi furono più giovani
dei criiicisti. il cui valore nondimeno fu
giustamente rivendicato nella storia della filosofia dall’ ottima
monografia del profes¬ sore F. Picavet su Les idéologues. Una pari
rivendicazione in prò dei confratelli italiani vuol essere in parte il
mio lavoro, mediante una larga notizia e uno schiarimento delle loro
dottrine. Onde ci son rimasti documenti notevolissimi in libri ed
opuscoli estremamente rari, nelle riviste del tempo e in mano¬
scritti ancora inediti. 4. In mezzo alle due generazioni alcuni
pensatori levano la voce contro le tendenze materialistiche, palesi
o nascoste, proprie del pensiero speculativo di questi ideologi,
traendo autorità e argomenti dalla filosofia del senso comune del Reid o
dall’ eclettico spiritualismo del Cousin e della sua scuola. Non hanno
nessuna origina¬ lità di dottrine : ma con le loro esposizioni e coi
loro commenti di molti libri francesi, eco, per quanto fioea, di
celebri filosofie europee, valgono a suscitare o pro¬ muovere un moto di
studi e di partecipazione al lavoro filosofico straniero, onde a poco a
poco si ringagliardisce la fibra del pensiero napoletano, e si prepara
una scuola di veramente alto e libero filosofare: da cui uscirà
l’e¬ stetica di Francesco De Sanctis e la metafisica e la storia
della filosofia di Bertrando Spaventa. In questa parte la mia monografia
studia scrittori mediocri, testi¬ moni di cotesta preparazione al
risveglio filosofico po¬ steriore. 5. Nella seconda
generazione campeggiano due figure principali: P. Galluppi e 0. Colecchi:
due kantiani, di cui si può dire che la vita speculativa si consumi
tutta nella meditazione del criticismo. Ed entrambi riescono per
due vie opposte al medesimo risultato, che è di accettarlo
sostanzialmente e di farne penetrare profonda¬ mente lo spirito nella
filosofia del loro paese. Il Galluppi À combatte sempre, o
quasi sempre, un Kant immaginario con le armi del Kant reale ; e il
Colecchi combatte con le armi stesse un immaginario Galluppi, o almeno
un Galluppi che non è il vero, poiché non vede di lui che la
dichiarata opposizione al kantismo, e non scorge mai il valore intrinseco
delle dottrine da lui professate. Dalla curiosa situazione di questi due
pensatori, che genera altre false posizioni nella filosofia italiana
successiva, nascono, com’è agevole pensare, due conseguenze: 1° che
la scuola dei galluppiani continuerà a combattere Kant e tutta la
filosofia tedesca posteriore, sempre meglio conosciuta in grazia dell’influsso
francese già accennato; 2° che la scuola del Colecchi e dei
tedescheggianti con¬ tinuerà per un pezzo a disconoscere il vero valore
del pensiero del Galluppi e di quella filosofia italiana, che da
lui prende le mosse : ossia della rosminiana e giobertiana. 6. Se
da queste ricerche si sottrae la parte che con¬ cerne il Genovesi e il
Galluppi, si può dire che esse scoprano una regione presso che
sconosciuta nel campo della filosofia moderna. E poiché anche del
Genovesi e del Galluppi questo studio analitico della serie in cui
essi rientrano, pono sotto una luce in parte nuova e in parte più chiara
il significato e il valore, può pure af¬ fermarsi, che l’insieme di
queste ricerche colmi una lacuna nella storia della filosofia italiana,
anzi della europea. Vico, infatti, e l’interpetrazione di Vico, i
due termini al cui intervallo coleste ricerche si riferiscono, non
sono due capitoli della storia della filosofia italiana, ma due capitoli
della storia della filosofia europea: ed è difetto gravissimo quello che
può notarsi in proposito in tutte le recenti storie straniere della
filosofia moderna. A. Genovesi, M. Delfico, P. Borrelli, F. P.
Bozzelli, P. Galluppi e 0. Colecchi sono nomi ai quali, una volta
conosciuti gli scritti a cui sono legati, devesi pur rovare un posto, e
non degl’ infimi, nel quadro degli u imi tentativi dell’empirismo
naturalistico e materia¬ listico del secolo XVIII e delle feconde
discussioni suscitate dalle Critiche di Kant in ogni paese civile. «
Il trionfo dell’ Idea » in Italia : Antonio Tari e Floriano Del
Zio Fin dal 29 ottobre 1860 B. Spaventa era stato nomi¬ nato
professore di Filosofìa nell’ Università di Napoli ; e la sua nomina —
scriveva a lui stesso il De Meis, da Napoli — era stata accolta in questa
città « con una commovente impazienza dai giovani e dal pubblico ».
Ma 10 Spaventa chiese ed ottenne di tornare e restare qualche
tempo a Bologna, dove nel maggio era passato, da Mo¬ dena, a insegnare
Storia della filosofìa, per farvi almeno 11 primo corso semestrale
e « non mancare al suo dovere verso quella Università». A Napoli, dopo
una rapida corsa nel novembre, non andò se non negli ultimi mesi
dell’ anno appresso. Era a Torino dall’aprile, perchè eletto deputato di
Atessa (ma la sua elezione fu annul¬ lata il 25 giugno per eccedenza del
numero legale di deputati professori, * quando gli pervenne la
seguente 1 Già pubblicato nella Critica del 1906; ma qui
ristampato con molte aggiunte. * Vedi per questi particolari
il mio B. Spaventa, Firenze, Vai- lecchi, 1925, p. 109. lettera di
Floriano Del Zio, che è un curioso documento delle disposizioni degli
animi verso 1’ hegelismo nella gioventù colta di Napoli, da cui lo
Spaventa era atteso : Napoli, 30 giugno 61. Amico
carissimo, Mi prendo licenza di togliervi con questa mia una
piccola parte del tempo che cosi lodevolmente sacrate alla scienza.
E per due ragioni. Per procurarmi il bene di aver vostre novello, e
per dirvi poi alcunché sul trionfo dell’ Idea, alla qualo abbiamo data la
nostra fede. Sono pervenute qui in Napoli parecchie copie del
nuovo libro di Vera (V Hégélianisme et la Fhilosophie). T. lavoro
scritto con molta spiritosità, e che non solo porrà a dovere 1’
intelletto superficialissimo degli ecclettici francesi, ma farà pure il
suo buon effetto in mezzo al dilettantismo filosofico de’ nostri
dominatici. Si comincia a sentire come il Pensiero sia P infinita misura
e forza, che, battuto ogni positivismo storico e morale, eleverà ad
armonia vivente Essere e Spirito, Natura ed Umanità. — Son persuaso p.
es. che il signor Pes¬ ame, che tanto ride dell’ Jissere-per-si — e della
Fila ridotta a Pensiero da De Meis, cesserà di sparlarne così
frequeu- temeute, dopo che avrà contemplato il gaio spettacolo che
ha dato di sé Monsieur Jauet. Come Hegel disse che ai tempi
della Rivoluzione francese una nuova vita, un nuovo sole sorgevano per
risplendere in mezzo agli uomini, noi possiamo dire che oggi il suo
proprio principio filosofico, l’Assoluto Spirito, è la forza che
dovrà consapevolmente invadere ogni cosa, e chiarificare le
creature tutte quante di un raggio della idealità infinita.
Affrettatevi, amico, a partecipare alla gran vittoria. Felice voi, che
siete sì bene apparecchiato a questa lotta, che chiude nel proprio
grembo 1’ adempimento della libertà assoluta dell’ Uomo, e quel regno di
giustizia e di amore, a cui tutte cose corrono come al bacio dell’
Universo, giusta il bel dotto di Schiller: Diesen Kur der ganzen IVelt
! Il punto però che nel libro del Vera avrei desiderato più
estesamente sviluppato, è quello della pluralità dei mondi. I,a dottrina
di Hegel su questa materia non può essere difesa che movendo dal
principio dell’ Unità della Coscienza di si dello Spirito, unità che, nel
presupposto della pluralità de’ mondi, avrebbe fuori di sè i circoli
della vita siderea oltre¬ tellurici ; e cesserebbe d’ essere in
conseguenza la pieua ed una Coscienza di sè. A questa è necessario che
tutto 1* essere sia suo sapere. La dottrina poi dello Spirito
assoluto, ne andrebbe, in quel presupposto, interamente falsata. Noi non
conosceremmo pili l’Assoluto, come vuole Hegel, ma l’Assoluto umano. E,
non potendo darsi ripetizioni nello spirito, si dovrebbero porre,
post’ i mondi come innumerabili, intellezioni intinite, infinita¬ mente
diverse, dell’ istesso Assoluto. E dove sarebbe l’idealità, 1’
unificamento di esse? Se si risponde: nell’Idea medesima dell’Assoluto —
, altri potrebbe osservare che quest’ idea ap¬ punto è quella che deve
essere concreta nell’Umanità. L’U¬ nità della Rivelazione universale
dello Spirito sarebbe sempre un postulato. Krause immagina una sintesi
superiore do’ pianeti e delle stelle; ma la comunione dell’Umanità
terrestre colla solare è sempre data da lui come un’ intuizione,
come un desiderio! Anche il signor Tari, riconosce nella sua
Lettera la necessità della pluralità de’ mondi. Ma in questa ipotesi vedo
sempre che 1’ indeterminato piglia il Inogo del sistematico, e che
il fantastico si sostituisce alla scienza. Diventa oramai neces¬
sario di approfondire maggiormeute 1’ infinito matematico nel- 1’
influito filosofico, e sottomettere cosi 1’ astronomia al con¬ cetto
della finalità assoluta, lo Spirito. La lettera però del Tari
appunto perchè, com’ ei dice, tiene il germe del suo proprio sistema,
avrebbe dovuto essere più lunga e scritta più chiaramente. Vi
prego intanto mandarmi una copia della vostra prolu¬ sione alla storia
della filosofia italiana, perché n’ ebbi ili dono nell’anno scorso una
copia dal vostro fratello D. Silvio; ma quando scesi in Basilicata per 1’
insurrezione, la sperdei a Potenza, e non ho potuto procurarmene un’
altra. Se poi con questa mia preghiera dovessi riuscire indiscreto,
allora usa¬ temi la cortesia dirmi presso chi è vendibile a Torino,
perchè sarà mia cura farla richiedere da librai napoletani.
Quando portate a stampa il vostro libro su Gioberti f Esso dovrà
levar grido straordinario, secondo che mi accennano i comuni amici, e per
quanto ancor io presagisco dal vostro ingegno. Date presto ; e nel
frattempo compiacetevi di tenermi di tanto in tanto consapevole de’ vostri
stndii, e segnatemi • quelle opere che possono concorrere all’
aumento vero della scienza. I miei ossequi a Tari ed all’
egregio De Sanctis. Se posso attestarvi in alcunché la uiia devozione,
comandatemi libe¬ ramente. Vostro amico Flokiano Dei.
Zio. AH’ Egregio Spaventa Deputato al Parlamento
Italiano in Torino. II libro, da cui il Del Zio prende le
mosse, è 1 ’ Hé- gélianisme et la Philosophie (Paris, Detken 1861), che
il Vera, allora professore di Storia della filosofia nell’Ac¬
cademia di Milano, aveva pubblicato poco innanzi per ribattere le
critiche mosse ali* hegelismo da Paul Janet e da altri scolari del
Cousin. — Enrico Pessima, già di¬ scepolo del Galluppi, dal Galluppi era
passato al Gio¬ berti e dal Gioberti al Krause; e mormorava contro
Hegel e gli hegeliani 1 . La lettera di Tari, a cui il Del Zio
accenna, è un articolo, uscito appunto nel fascicolo della torinese
Rivista contemporanea, col titolo: De’ rapporti del Kantismo collo
stato della filosofia in Alemagna, Lettera filosofica. Il difetto di
chiarezza la¬ mentato in questo scritto dal Del Zio, e divenuto poi
sempre maggiore e sempre più caratteristico del- P ingegno del Tari, —
che ingegno ebbe e una certa bizzarra genialità — aveva fatto dire allo
Spaventa, in una lettera a suo fratello Silvio, dell’8 marzo 1858:
«Ho letto molti mesi fa un articolo di Totonno... Un 1 Vedi
il mio B. Spaventa, p. 114; Spaventa, La fllos. ital. in re¬ lazione con
la fllos. europea,' p. 275 e una lettera dello stesso Pes- sina nella
Critica articolo filosofico, come puoi immaginarti, sopra un punto
di estetica. Mi pare che abbia studiato finora per imparare a non farsi
capire. I tedeschi non sono facili a comprendersi, e la colpa è un po’
anche loro. Ma i più difficili tedeschi sono facilissimi di fronte a
Totonno; il quale mi pare che abbia preso da costoro più i di¬
fetti che i pregi. Ti dico, in confidenza, che sono ri¬ masto
trasecolato; e che, dopo tanti anni e con tanto ozio, mi aspettavo
qualcosa di meglio da lui »*. « Dopo tanti anni ! » S’erano
conosciuti a Cassino, quando Bertrando insegnava a Montecassino (tra il
1838 e il 1840); e il secondo giorno, seduti fraternamente sulla
sponda d’ un letto, Bertrando apriva così la conversa¬ zione: «Dunque,
che ne pensate delle categorie kan¬ tiane?»-. Da lui lo Spaventa aveva appreso
i rudimenti del tedesco ; e, col suo aiuto, acquistato familiarità
con la letteratura filosofica tedesca. Nella quale il Tari, chiuso
dal 1849 al 18G0 nella solitudine di un villaggio (Terelle, in provincia
di Caserta), s’era sprofondato, accumulando una meravigliosa erudizione.
Questa però non valse in verità a rischiarare il suo pensiero. Il
quale dall’assoluto idealismo di Hegel finì nell’agno¬ sticismo del suo
cosidetto Innominabile ; in cui credette si '_ lovesse fondere in una
unità superiore lo spinozismo e 1’hegelismo; in quanto il divenire della
logica pre¬ suppone un principio, che, essendo fuori del divenire,
è fuori della logica; e non si può chiamare Volontà, nè Monade, nè
Inconscio, nè Noumeno, nè altro; poiché ogni nome importerebbe
conoscenza, quindi un movi¬ mento di pensiero, quindi il divenire. È un’
essenza p 'ri SPAVBNTA ’ Dal 184i al i8G1 < leU < scruti e
(toc., ed. Croce,» Cotuono, Le lettere di A. Tari in diresa dell’ «
Innomina¬ bile», Iranl, Vecchi, non battezzata e non battezzatile,
l’Innominabile. « An- ch’ io, Bpecie di Lohengrin, difendo il santo
Graal. Sapete qual’ è? La dotta ignoranza, che Hegel chia¬ mava
l’ignoranza dotta». Non è questo il luogo di chiarire questo
innominabi- liBmo o limitiamo, — com’ egli anche lo chiamò, — del
Tari *. Giova piuttosto ricordare un aneddoto dello Spa¬ venta. Il quale,
richiesto di consiglio da uno scolaro del Tari per una dissertazione di
laurea circa il diritto di punire, il 29 settembre 1882, gli scriveva : «
Ti vo¬ levo suggerire di chiedere consiglio al nostro caro Tari.
Chi sa, l’Innominabile! Ma come cavare da lui il di¬ ritto di punire? Mi
ricordo di aver detto a Tari, quando fu nominato professore ordinario
(nel 1873), che la sua nomina era in contradizione coll’ esistenza
dell’Innomi¬ nabile, principio, essenza, natura, causa di ogni cosa
e avvenimento. Figurati il diritto di punire!» 1 . — Il Tari, che di
questa lettera doveva aver notizia dallo scolaro, rispondeva a questo: «
Par¬ liamo ora un pò del quesito, con cui mi tenta 1’ ami¬ cissimo
Bertrando Spaventa. Eccolo: —Come concilie¬ remo il diritto di punire con
la dottrina dell’ Innomi¬ nabile? — Se fossi profeta, o figlio di
profeta, di rimbecco direi : Vade retro, Satana. Noli tentare
Tariiim admiratorem tuum! —- Ma, non essendo Gesù, nè gesuita, mi
contento di rispondere con un tibi quoque. Ossia: — Anche a te, o
pensatore liberissimo, fa intoppo questa pietra di giuridico scandalo?
Anche a te metterebbe conto salvar capra e cavolo ; cioè la capra della
Feno¬ menalità di ogni fatto umano, ed il cavolo della pretesa
* V. le mie Orig. della / Uos. contemp. in Italia, III, pari. II,
pp. 28-37. * COTI’GNO, Leu. cit M p. 43.
Giustizia Assoluta? Eppure ricordo che, disputando con me di questo
brocardico, uscisti in questa categorica sentenza: — La pena non è che
una valvola di sicu- rezza che la società impiega a garentirsi di chi la
in¬ sidia 1 . E di fatto, il voler costruire a priori un ma¬
nifesto modus rivendi essenziale, epperò cangevole etno- crono-topograflcamente
è marcia follia. La Idea Giustizia Assoluta anzidetto, s’ ha a lasciare
nel natio concavo della luna, insieme al cervello dei tanti Astolfì
dell’in¬ natismo. Chi ben pensa, riconosce la deplorevole povertà
di siffatte deduzioni... Diritti e doveri, Pene e ricom¬ pense non
giacevano in seno a Giove, a mo’ delle uova dell’aquila esopiana, ad
aspettare che lo scarafaggio umano le facesse rotolare nel basso mondo;
ma si for¬ marono, con un quasi stillicidio psicologico, a poco a
poco scavandosi un bucherello nel naturale egoismo... E tutta la
giustificazione delle pene, da quella del ta¬ glione e quella
penitenziaria, che è ancora in Werden si riduce a formare la necessità di
salvarsi al bosco dalle belve accoppandole, ed alla città dai birboni
ren¬ dendoli incapaci di nuocere. Ora quali sono i birboni? ** U1 e
11 busil tis; e qui interviene P Innominabile a comporre la gran lite,
illuminando i legislatori sul da fare in sullo sdrucciolo del dispotismo,
dove si trovano sempre... Il codice penale, non che un bene in sè, è
un necessario male, presso a poco simigliante alla chirurgica
estirpazione di un arto, il quale, se curabile, anche a dilungo,
l’operatore rispetta religiosamente... Un inno- mi 'n^ 10 S ,
paventa avrà l )ure " sa[0 '(«està frase. Ma la valvola per del
delino, ! V ? Cbe neCessaria ' c °“>« necessaria era l'insidia
dello s r n e a,,a | S0Cie,A: d ’"' ,a necf8sUà Andata su"»
natura o spirito, ossia sul concetto concreto del bene. Il genuino
pensiero dello spaventa intorno all'assoluta giustificazione della pena é
ne suoi Principi di dica, ed. Gentile, p. 102 sgg.
minabilista può solo affermare, in barba a tutti i dot¬ trinari
criminalisti del mondo, come qualmente il bar¬ baro Kedivè egiziano
funzionerà legalmente, da par suo, fucilando e forse impalando 1’ eroe
Arabi pascià, reo di non aver saputo nascere dove e quando dovea. Ed
in- neggerà al magnanimo Umberto, il quale, facendo grazia all’abietto
Passannante, confondeva molti tirannelli stra¬ nieri e mostravasi anche
dappiù del Re Galantuomo suo padre, cioè filantropo e progressista. In
Oriente il palo, in Occidente 35 legislazioni che aboliscono il
car¬ nefice (v. ult. lett. di Victor Hugo): chi ha ragione? Secondo
l’illustre prof. Vera ha ragione il palo!... 1 Insomma, le cose anzidette
tumultuariamente, a modo mio, rispondono su per giù al caro mio tentatore
Asmo- deo Spaventa »*. — Avviatosi per la sua striida, il Tari,
dunque, negava coraggiosamente jT diritto come diritto. Poeto-1’ assoluto
di là dal divenire, nel divenire, ch’egli vedeva indirizzato a un Nirvana
iperindividualistico, non poteva trovare niente d’ assoluto. Per lui il
magnifico proemio dello Spaventa ai Prineipii di etica (1869) in¬
torno al rapporto dell’assoluto col relativo, e quindi al concetto dell’
assoluta relazione (per cui 1’ assoluta giu¬ stizia non solo comporta, ma
richiede per la propria realizzazione tutti i modi di esistema cangevoli
etno-crono- topouraficamentc), non era stato scritto. E come in
quel concetto è il segreto dell’ hegelismo, era naturale che egli
non riuscisse ad orientarsi e a vedere la nullità del suo
Innominabile in quanto tale, in quanto sostanza, cioè di qua dallo
spirito. Il Tari fu insomma de’ tanti che girarono attorno a
1 A. Vbra nel 1883 pubblicò un opuscolo La pena iti morte (risi,
nel Sappi filosofici, Napoli, Morano, 1883. pp. 37-381, dove svolgeva le
ragioni del sistema hegeliano in sostegno della pena di morte. *
COTUONO, Hegel, ricevendone magari ispirazione e suggestioni fe¬ conde,
senza scoprire il principio vero del suo pensiero. Molti si ritrassero
presto sconfortati dall’impresa; etra questi il Del Zio, che con tanto
entusiasmo nel ’61 studiava le opere e la letteratura hegeliana; e
ansiosa¬ mente aspettava gli scritti dello Spaventa (la prolusione
letta a Modena sul Carattere e sviluppo della filosofia italiana del
secolo A VI sino al nostro tempo ‘ e la Filo¬ sofia di Gioberti, di cui
il I» volume usci nel 1863) per fede vaga che indi potesse venirgli la
luce. Il Del Zio allora si preparava a un corso di lezioni,
sulla Enciclopedia di Hegel. Al quale infatti proluse alcuni mesi dopo
con una enfatica lettura, la quale, come documento aneli’ essa de’ tempi,
merita d* essere ricordata: Prolusione al corso di lezioni sulla
Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel; letta in privato
con¬ vegno ne’ dì 16 e 18 novembre 1861*: scritto pieno di
giovanile entusiasmo e di ardore filosofico. Oltre le opere del Vera, fin
allora pubblicate, l’Autore vi cita ed esalta 1 aurea operetta di Karl
Werder (Logile, als Commentar u. Ergdnzung zu Hegels ÌViss. der Logik, 1
Abili, Ber¬ lino Idèi) « restuta incompiuta con grave danno di co¬
loro che s’ iniziano alla filosofia hegeliana » (p. 22); i Esquisse de
logique di K. L. Michelet (Paris, 1866); e 1 Risi, in Scritti
filosofici, ed. Gentile pp. 115 sgg. Giorgio Pallavi¬ cino, a una
figliola del quale lo Spaventa aveva privatamente Im¬ partito qualche
lezione, gii scriveva per questo opuscolo: Amico
pregiatissimo, l.a ringrazio della sua Prolusione — un magnifico
lavoro — il quale rnfiìf. -u- l Sn me . *' (le ?. l . ller ‘° di vp| ter
presto pubblicata la grande Opera eli Ella sta meditando. Ammiratore di
Vincenzo Giohprti. posso io non ammirare il suo degno interprete: II.
Spaventa? lo l’ammiro e i amo! Giorgio Palla vicino.
* Napoli, S. Marchese, IMI, di pp. 8-1 In 16». Reca quest'epigrafe:
« Essere, sapersi e volersi come la Personalità eterna dello Spirito,
ecco il line della lilosofla ». di questo le lezioni Ueber die
Persònliehkeit Oottes u. Unsterblichkeit der Seele, oder die ewige
Persònliehkeit des Geistes (Berlin, 1841) ; le quali « quando furono
pub¬ blicate, tenevano aspetto di polemica negativa in rap¬ porto a
certi donimi dell’ intelletto ; ma 1’ avanzato sviluppo della scienza ha
tolto loro il senso irreligioso, che gli avversarti accaniti dell’
hegelianismo volevano a forza vedervi dentro. E debbono così considerarsi
come la teorica potente della nuova sintesi dall’ umanità » (p.
41): ciò che appare, nota il Del Zio, dell’opera maggiore del Michelet,
Die Epvphanie der ewigen Per- sònlichkeit des Geistes (in tre diali.,
1844, 47 e 52). A proposito del problema hegeliano del punto di partenza
fenomenologico e logico della filosofia, l’Autore dichiarava di sperare
che le difficoltà sarebbero state da lui sciolte più chiaramente nelle
note a una sua traduzione del System der Wissenschaft, ein
philosophisches Eincheiridion (Koenigsberg, 1850) del Rosenkranz : « che
avrei di già pubblicata senza la tirannide borbonica, o la guerra
che tutto il mondo ha fatto e fa presso noi al libero pensiero» (p.
23). Un altro suo lavoro concerneva la filosofia di Krause, la quale,
specialmente per mezzo di Ahrens (il cui Corso di diritto naturale ,
1838, era molto letto dagli avvocati di Napoli, ed era stato anche
tradotto già due volte in italiano, da Francesco Trincherà e da
Vincenzo De Castro 1 ) poteva dirsi « in qualche modo popolare nelle
nostre province ». « Le sue Lezioni sul sistema della scienza
(Vorlesungen nb. System der Philos., 1828)», dice il Del Zio, « e 1’ampio
sviluppo enciclo- 1 Corso Ul Diruto naturale o della ftlos. del
dir. traci, da Fr. Trin¬ cherà, Napoli. 18-11, e Capolago, 1812. Nuova
trad. eseguita sulla quarta ed. dal prof. V. De Castro, 2. voli., Napoli,
Stab. Tip. dell'An¬ cora, 1860. Più tardi la sesta ed. (uscita in ted.,
Vienna, 1870-71) fu Irad. in italiano da A. Margllieri, Napoli pedico eh’
egli tentò dare a tutto lo scibile rivelano in classico modo il fermento
incommensurabile dal quale era travagliata 1’ intera Allemagna alla
vigilia dell’ ap¬ parizione d’ Hegel sul teatro della scienza. Ma in
Krause c’ è il presentimento della scoperta, che fu fatta invece da
Hegel »; e questo giudizio era il « risultamento di una conveniente
disamina » . « A tanto speriamo di adempiere più tardi, pubblicando un
nostro lavoro, che ha per ti¬ tolo: Studii sul rapporto del Sistema della
scienza di Krause a quello di Hegel » . Appunto per quella certa
popolarità che il Krausismo aveva acquistata anche nel Napoletano, il Del
Zio stimava opportuno che fosse di¬ scussa la sua teorica generale da’
cultori della filosofia. « Se non cominciamo a disputare pubblicamente
sulle nostre convinzioni speculative, il trionfo della scienza e il
progresso della nazione non saranno nè liberi nè universali » L’opuscolo
era dedicato Alia gioventù napoletana con parole di questo tono : « A voi
dedico, o fratelli, questo piccolo lavoro, il quale non è altro che il
programma dell andamento scientifico, a cui dovrebbe avviarsi, se¬
condo le mie convinzioni, il nostro paese, per essere in armoniu coll’
indirizzo generale della scienza in Eu¬ ropa. Se vi parrà vero, Voi, più
che me, potrete con¬ durlo ad atto, perchè 1’ amico vostro, comechè
giovane, è già percosso dai dolori dell’ animo e dalle sofferenze
lei corpo che 1’ opera dissolutrice della tirannide seppe in molti
generare negli anni scorsi». Continuava an¬ nunziando che, accettato il
suo programma, tre fiamme divine sarebbero venute ad accendere 1’ anima
dei gio¬ vani napoletani : tre sedendovi d’ un unico sole, il
libero Pensiero ; le tre fiamme della Filosofia, della Rivoluzione,
dell’Amore. «Colla prima darete fine alla superstizione del Papato, la
più maligna fra quelle che ancora corrodono lo spirito moderno. Colla seconda
scrollerete il Dritto divino ed ogni altra specie d’irragionevole
im¬ perio. E coll’ ultimo tramuterete le rovine in creazione eterna
di bellezza e di verità ; costituirete I* Italia, e getterete il
fondamento alla fratellanza democratica di tutta Europa».
Svolto brevemente il concetto della Fenomenologia dello spirilo,
per mostrare come lo spirito sia necessa¬ riamente condotto dalla sua
interna dialettica al punto di vista del sapere assoluto, il Del Zio
schizzava con pochi tratti l ’ideale della scieina, a cui egli
invitava con molto calore : « Deliberando di seguirmi fraterna¬
mente nel mondo del sapere, renderete testimonianza dell’ istinto divino
che move lo spirito del nostro tempo, e della vita novella d’Italia resa
a sè stessa ed alla sua naturale grandezza... Il nuovo metodo
dell’insegna¬ mento filosofi co è il metodo della morte e dell’
amore assoluto», della morte alle cose finite e a se stesso, e
dell’ amore per 1’ assoluto, in cui lo spirito deve rina¬ scere. Quindi
combatteva le obbiezioni mosse all’ hege¬ lismo «dalla corta vista
dell’intelletto 1 o del sentimen¬ talismo ipocrita della santocchieria »
. Ai filosofi dell’ in¬ telletto, del pensare finito addebitava la loro
incosciente predilezione dello scetticismo e del nullismo: e dimo¬
strava che « non solo il sapere assoluto è possibile, ma che esso è 1’
unicamente possibile » ; poiché ninna realtà finita, naturale o
spirituale, può dirsi conosciuta fuori del sistema, in cui essa va
concepita. Ai mistici di buona o di mala fede, cercava d’ additare il
carattere intrinsecamente religioso della filosofia hegeliana, nella
quale la verità della religione non è negata, ma trasfi¬ gurata e fatta
valere per la ragione, assolutamente. In- 1 Intelletto (Verstand),
nel senso di Hegel. fine, combattendo anche lui il
pregiudizio, allora sal¬ dissimo tra i giobertiani di Napoli, del primato
italico- e della filosofia nazionale, sosteneva, a simiglianza
dello Spaventa, ohe « la grandezza del nostro spirito non è tanto
nel sapersi precursore di tutto l’incivilimento occidentale, quanto nel
prevedere che dev’ esserne il successore eterno ». Si ammira Vico: ma
egli « travagliò por tutta la vita per provare che uno spirito solo
regge il mondo delle nazioni, che una è la mente dell’ Uma¬ nità, e
che un piano ideale stringe in armonia assoluta la totalità de’ fatti
politici e le forme svariatissime del- 1’ intera vita sociale». «La
storia della filosofia è dav¬ vero un’ opera unica, una sola attività
produttrice... Le frutta abbondanti di quei primi pensieri
filosofici, che gl’ italiani del XV e XVI secolo destarono nella
coscienza umana sono appunto i grandi sistemi della fi¬ losofia
moderna... Nutricandoci del supere e della vita europea, noi vendicheremo
lo spirito de’ padri nostri, celebreremo la festa di commemorazione a
quel Risor¬ gimento, che il papato e l’Impero soffocarono nel sangue
di tutta la Penisola» : sopra tutto a Bruno, la cui vita randagia per 1’
Europa, ma cominciata in Italia e in Italia tragicamente finita, sembra
al Del Zio il sim¬ bolo divino del corso storico della filosofia
mo¬ derna nel mondo. E col ricordo della vita del Bruno e un invito
a vendicarne la morte facendo tornare in Italia la sua filosofia
arricchita nel suo secolare viaggio, termina questa prolusione.
Cinque giorni dopo leggeva nell’ Università la prolu¬ sione al suo
corso lo Spaventa, tornando a trattare il tema : Della nazionalità nella
filosofia. Fiorenti Waddingtoìi e D. Spaventa Affrettando col
desiderio la pubblicazione dell’ impor¬ tante carteggio della marchesa M.
Fiorenti Waddington tuttavia posseduto dalla famiglia di Francesco
Fio¬ rentino, gioverà spigolare tra le carte dello Spaventa, alcune
lettere e ricordi di questa egregia donna, che non ci paiono inutili alla
storia della fortuna di Hegel in Italia. Quando la Florenzi entrò in
rela¬ zione con lo Spaventa aveva passata la sessantina, essendo
nata nel 1802: da Schelling era giunta fino a Hegel : dall’ ammirazione
del Mamiani, per la conver¬ sazione frequente col Fiorentino, che da
Bologna andava spesso a Perugia ospite suo, era potuta passare a
quella del critico severo della prefazione, che il Mamiani nel 1844
aveva premessa alla sua traduzione del Bruno di Schelling 1 . Prefazione
desiderata da lei, che ne caròla promessa con un certo imperio di
belletta che. ancor pos¬ siede, come il Mamiani scriveva al suo fratello
Giuseppe il 7 aprile 1844 ;* prefazione piaciuta già allo stesso
Schelling. 3 Ma ben presto la marchesa tedescheggiente e libera
pensatrice e il conte italianissimo e cantore dei santi cattolici, s’
erano accorti di non potersi intendere. Già in una lettera del 1846, 4 il
Mamiani le rimprove- ' Vedi B. Spaventa, Saggi di critica. Napoli,
Gliio. 1867, pp. 366 sgg. Intorno alla Florenzi v. le mie Origini della,
fllos. contemp. in Italia III, parte II, pp 37-50. * Mamiani,
Leti, dall’ esilio a cura di E. Viterbo. Roma, 1809. 1, 211. * In
una sua lettera a un suo amico, del 26 dicembre 1845, il Ma- raiant
scriveva: «Quantunque lo vi discorra della tllosolla tedesca moderna con
gran franchezza di giudicio, lo Schelling non se ne tiene punto mal
soddisfatto, e scrivendo alla traduttrice, che è la march. Florenzi, ha
detto di me parole onorevolissime » (op. cit. I, 320). Cfr. il Bruno
stesso, ed. I.e Monnier, 1859, p. 213. * Leti, cit.. Il, -10. Cfr.
la lett. al fratello rava di ragionare un po’ alla tedesca, e , non avendo
alla mano ragioni ferme ed evidenti, essersi rairolta della nebbia
del suo grande maestro, lo Schelling. L’ anno ap¬ presso le scriveva: «
ìli congratulo molto con voi dello studiare indefesso che fate e dello
involgervi coraggiosa tra le tenebre sacre della metafisica dello
Schelling». 1 Era quasi un addio dalla spiaggia a chi si
avventurava per il rischioso viaggio! Sul principio del 18GB,
la Fiorenti aveva pubblicato i suoi Filosofemi di Cosmologia e di
Ontologia (Perugia, V. Bartelli) ; e il Fiorentino, che doveva scriverne
una recensione, nella Rivista Italiana (o Effemeridi della P. di
Torino, del 20 aprile 1863, a. IV, pp. 250-52), la incitò a mandarne un
esemplare allo Spaventa. Quindi la seguente lettera : Signore,
Se un nostro amicissimo, e molto suo conoscente, non m’ in¬
coraggiasse a mandarle il mio libretto testé stampato, io non oserei
inviarglielo. Esporlo al giudizio d’ uno de’ più distinti lilosofi è al
certo temerità più die grande. Ma io mi affido più assai all’ indulgenza
di cui sono capaci i grandi uomini, e temo maggiormente i piccoli.
Ardisco ancora dimandare il suo leale, franco giudizio e la sua severa
censura; ed ancbo la disapprovazione mi sarà più cara assai di qualsiasi
com¬ plimento. È dunque sotto l’egida del nostro amico che il
mio libretto vieue a cercarla. Mi abbia per iscusata s’ io l’incomodo
por cosa di sì poco valore; ma, le ripeto, io riposo nella
indulgenza sua. Me le offerisco e raccomando. Perugia, li 20
marzo 1863. Obb.ma M. Marianna Florbnzi
WAnDiNcroN. Lo Spaventa in ricambio le mandò il suo volume
Prolusione e introduzione alle lezioni di filosofia, starn- 1
Lett., li, 314. pato 1’ anno innanzi ; a cui la Florenzi
fece gran festa, diffondendolo nel circolo di letterati e filosofi, 1 che
si raccoglievano intorno a lei. € Dono prezioso, scriveva
all’ autore il 9 maggio del '63, di cui mi valgo per miu istruzione e
per ammirare uno de’ più grandi filosofi (o il più grande), che ora
dia fama alla nostra nazione » . Da altre lettere della colta
gentildonna si rileva che tra gli ammiratori guadagnati da lei allo
Spaventa, de¬ siderosi di leggere i suoi scritti, v’ erano anche
delle donne. Tanto poteva 1’ esempio della Florenzi ! Il 25
maggio questa mandava allo Spaventa un suo piccolo discorso sojrra l'
Eleroyenia che doveva essere stam¬ pato coi Filosofemi. Era instancabile
: quando, nel giugno 1864, lo Spaventa le ebbe mandata la memoria su
Le prime categorie della logica di Hegel, ella poteva annun¬
ziargli un suo nuovo lavoro, che avrebbe toccato anche quell’argomento
(Saggio di psicologia e di logica, Fi¬ renze, 1864): «Mi preme sempre di
leggere le cose sue, e per questo ho indugiato a dirmene grata e
ricono¬ scente. Non ho parole per esprimerle quanto quella lettura
mi abbia soddisfatta. Un ingegno come il suo non poteva a meno di
escogitare fino al fondo l’argo¬ mento trattato, ed in vero non c’ è
nessuno che abbia penetrato tanto addentro la dottrina e le intenzioni
di llegel, il più formidabile dei tedeschi filosofi. «Ella ha
ragione: chi è mai entrato sì puramente nella scienza del filosofo?
« Tanto più piacere mi ha recato il suo scritto in quanto che io aveva
già compiti due capitoli del libro che scrivo ora : Il divenire e V
essere e il non essere, pen- 1 Cfr. la Necrologia che scrisse di
lei il Fiorentino, in Scritti vari, Napoli, 1876, p. 410-1.
siero ed essere. Quanta istruzione io posso ricavare da lei
! Dunque, per tutto il piacere e per tutto 1’ utile ri¬ cevuto io ne la
ringrazio di cuore ed anima » (Lettera del ló giugno ’64). In
una poscritta d’ una delle sue lettere la Florenzi scriveva allo
Spaventa: «Vi prego di fare il grande sforzo di rispondermi al pili
presto » . Lo Spaventa, in¬ fatti, era tardissimo a scrivere, anche se
chi aspettava era una dama così gentile. Il Fiorentino badava a
fare le sue scuse. Così, in una lettera allo Spaventa del 19
novembre 1804, gli scriveva : « Alla marchesa Florenzi ho parecchie volte
detto quale sia la vostra indole, perciò non ho durato fatica a
persuaderla della vostra trascu- ranzn nello scrivere. Ella ha sotto i
torchi due saggi, uno di logica e 1’ altro di psicologia, ed aspetta di
averli in pronto per rispondervi. Credo che li avrà prima che il
mese finisca. Li ha composti con l’intendimento di dare due lavoretti
elementari, e mi sembrano molto giu¬ diziosi e precisi e chiari, da
qualche capitolo almeno che ho scorso, correggendo gli stamponi che le
venivano quando io ero colà. A proposito di lei, che cosa avete
fatto per l’Accademia, di cui mi parlaste costà? Io non le ho detto
nulla, com’ era vostro desiderio ; e sarebbe cosa ben fatta se si potesse
effettuare, perchè veramente è una donna meravigliosa per 1’ ardore che
ha per la scienza » . Lo Spaventa aveva pensato di premiare
la nobilissima operosità e il virile animo, onde la Florenzi
proseguiva gli studi filosofici, facendola ascrivere all’Accademia
delle scienze morali e politiche di Napoli. Nomina che la scrittrice
gradì molto, e ne fregiò il frontespizio de’ suoi libri pubblicati dopo
il 1865. Primo il Saggio sulla natura (Firenze, 1866), che è dedicato
appunto allo Spaventa: non per orgoglio , ma soltanto perla fiducia...che
gl’ ingegni, quanto più sono alti , tanto maggiore in¬ dulgenza tisano
alle persone di buona volontà. Gliene chiese licenza il 14 dicembre 1865
con una lettera molto mo¬ desta, dove sono espressi gli stessi sentimenti
della de¬ dica a stampa, e da cui s’ apprende che il Saggio era da
tre mesi in tipografia. Nell’aprile del ’G6 fu a Napoli il'cav.
Evelino Wad- dington, marito della marchesa, ed ebbe dallo Spaventa
liete accoglienze. «Egli se n’è tornato», scriveva il Fiorentino, «
contento di aver conosciuto un uomo del vostro ingegno e con quella
franca ed ingenua indole, che è segno infallibile». E come a Napoli si
prepa¬ rava, in occasione d’ una esposizione di cotone, un Con¬
gresso scientifico italiano, la Florenzi contava di venirci anche lei;
come infatti ci venne: «Ebbi la vostra me¬ moria 1 che ho letta con
grande attenzione per racco¬ glierne quell’ utile che sogliono apportare
i vostri scritti. Evelino fu molto contento di conoscervi e lo sarò
pur io fra poco, perchè ai primi di agosto contiamo di essere costì
nuli’ ostante gli eventi del monito. « Mi faceste dire di fare un
qualche piccolo discorso per 1’ occasione del Congresso; e 1’ ho
tracciato alquanto, e per distenderlo vorrei la certezza se si fa o no
codesto Congresso. « Io presumo che no, stante 1’ imminenza
della guerra ; nulla di meno vi prego a scrivercene una riga ; ed
ancora più mi preme sapere se vi troverete in Na¬ poli a quell’epoca, o
alla campagna, ed in quale cam¬ pagna, od in quale città ; infine, mi
direte dove dimo¬ rerete » (15 giugno ’6G). 1 La dottrina
della conoscema di G. Bruno, pubbl. negli Atti dell'Acc. delle Se. mor. e
poi. di Napoli del 1865; risi. In Saggi di cri¬ tica pp. Un’ ultima
lettera del 8 agosto 1867, ha un certo in¬ teresse, per l’accenno che vi
si fa al discorso Della immortalità dell’ anima umana, che la Florenzi
pubblicò nel maggio 1868 : « Io mi preparo o mi sono già
preparata a scrivere un opuscolo sulla immortalità dell’anima: problema
scabroso! ma che voglio sostenere perchè sento 1’ im¬ mortalità dentro di
me e voglio essere immortale a tutti i costi. Sarà dolorosa ai
feuerbachiani miei amici 1 la mia assoluta opposizione». Nè
anche gli amici hegeliani, non feuerbachiani, d’ I- talia fecero plauso
all’ assunto della marchesa. E lo Spaventa alluderà forse, con quell’
ironia che gli era propria, al discorso poco persuasivo della
Florenzi, quando nello stesso maggio 1868, scrivendo al De Meis, la
chiamava: « la nostra immortale Marchesa, — immortale almeno come, socia
della Beale nostra Accademia » . ! L’intimo pensiero dello Spaventa
sull’ immortalità dell’ anima individuale apparisce dal principio d’
una malinconica lettera da lui scritta al De Meis il 13 luglio 1880
; dove ricorda la sua prima figliuola morta a tre anni :
Napoli, 13 luglio 80. Mio caro Camillo, Spero che
la festa di quel sant’ nomo del De Lellis, 3 tuo omonimo concittadino e
la tua, ti riconoilieranno cogli amici. In particolare io conto sulla
reminiscenza, anche involontaria, di que’ maccheroni al pomidoro; di
quella Irittata e di quelle cocozzelle, oramai divenuti celebri no’
nostri annali domestici. Via de’ Fiori a San Salvario, n... 4 . Il numero
non lo ricordo 1 II Ff.ii* *riiach, coni' è noto, nel Gcdanhen
iiber Tod und Sterb- li chheil (183(1) sostenne la mortalità
dell'anima. J v. scritti filoio/lci. ed. Gentile, p. 303 n.
8 San Camillo De I.ellis, di Bucchianico, patria del De Meis.
• Recapito dello Spaventa a Torino. Il numero era 23. Isabella
Scano. moglie dello Spaventa, a lui sopravvissula, morta più, e non ho tempo
(li consultare la signora Isabella, che attende alle faccende di casa.
Non lo ricordo; ma fa lo stesso: ricordo il luogo, il prato, la soala, il
piano, le stanze e il mio tavolino da lavoro, e tutte le miuchionerie che
scrivevo : le cose futili e le serie; il mio chiodo Bolare e i misturi
he¬ geliani svelati ; e te che venivi ogni giorno, angelo consola¬
tore, e le chiacchiere che facevamo insieme; e la mia povera prima Mimi e
lo sue ultime parole: — Papà lavorai — Papà lavora! — Io non so so
(|uella casa sia rimasta ancora in piedi; oramai non vedo piti Torino da
circa vent’ anni : ma ella sus¬ siste tuttora qui, come forse non ha mai
meglio esistito iu realtà, nel mio cervello, o, come (licevano una volta,
nell’ a- nima mia; o non si dileguerà se non quando questo cervello
(Papà lavora, Papà lavora), non ci sarà piti. E che ne sarà! Che
significa nou esserci pi fi i Diverrà proprio nullaf Eppure è stato ed è.
O ci è proprio uu modo di essere che non è sussisterei E sussistere
cos’ài 1/orgoglio e la balordaggine umana ha trovato lo consolazione: —
tutto nasce e perisce, è vero, ma gli atomi restano, e son sempre quelli,
non mutali mai. — Bella scoperta! me li fo fritti gli atomi, io.
Troppo serio per la festa di San Camillo ; troppo malinco¬ nico,
anzi. Ma va e freua la mia fantasia!... Lo Spaventa, non occorre
dirlo, non era materialista. Ma nella concezione hegeliana della natura e
dello spi¬ rito non trovava posto per lo spiritualismo astratto, e
quindi neppure per l’immortalità personale. 3. Il primo
scolaro (li B. Spaventa (F. Fiorentino). Battaglie carducciane
ancddote. Nella nota polemica del 1876 con l’Acri il
Fiorentino dice di aver conosciuto tardi lo Spaventa, e poco prima
i suoi libri. « Letti i suoi libri, intravidi un altro mondo, e mi parve
rinascere. Allora ero professore a Maddaloni, e stavo a Napoli. Tra i
molti che si preparavano a combatterlo c’ero io; ma, lettolo, mi
sentii tirare verso lui, e capii che i suoi avversarii non valevano
neppure i suoi calzari. Quale fu la mia maraviglia, quando dai più
sinceri riseppi, ch’ei non avevano lotto nulla di lui, e che lo
combattevano, perchè volevano combatterlo, senza sapere perchè! ».
1 Allora infatti egli si presentò allo Spaventa. Ma, quando, sullo
scorcio del ’62, andò a Bologna professore di Storia della filosofia, non
E aveva visto che due volte o tre. * * L’ultima di queste ne ebbe
consigli e suggerimenti circa gli studi per cui la Biblioteca
Universitaria di Bologna avrebbe potuto offrirgli E opportunità.
Giacché dallo Spaventa egli fu stimolato a intraprendere quelle
ricerche sui nostri filosofi del Risorgimento, da cui pro¬ vennero le sue
opere più importanti. E quando si di¬ visero, lo Spaventa dovette
annunziargli il libro, che allora stampava, Prolusione e introduzione
alle lezioni di filosofia , dove il Fiorentino avrebbe trovato uno
schema della storia della filosofia italiana. Glielo inviò poi infatti
con una lettera, della quale possediamo la risposta : Mio
carissimo amico, La vostra lettera e il vostro libro lungamente
aspettati mi sono arrivati carissimi. Mi son messo subito a
leggerlo, e posso dirvi di averne scorsa quasi la metà; se non che
intendo rifarmici sopra, come prima avrò satisfatto l'impa¬ ziente
desiderio con questa prima lettura. Voi mi riuscite sempre profondo e
stringato ragionatore ; oogliete nel criticare il nodo del sistema, c ne
mostrate lo scioglimento cosi luci¬ damente che meglio non si può. lo vi
ho sempre tenuto, e vi tengo a ninno secondo nell’arto difficilissima
della critica filosofica, eh’ è quella appuuto, di cui noi Italiaui
abbiamo ' La fllos. contemp. in Italia, Napoli, specialmente
bisogno, serondochè voi avete maestrevolmente notato. Le considerazioni
su la lìlosofia nazionale sono esatte, e l’indole della filosofìa del
Risorgimento, che io ho letta fino al Bruno, è scolpita cou molta
fiuezza, e contorni assai rilevati. Le osservazioni su l’antichissima
sapienza degl’i¬ taliani del Vico, e ricavate qunuto al fondo dalla
Scienza nuova, sono inappuntabili ; ed a rifiutarlo bisognerebbe
di¬ sconoscere la teorica della parola dal Vico medesimo adottata.
Io mi rallegro di tutto cuore con voi, mio carissimo amico, ed auguro
all’ Italia molti uomini che vi rassomiglino. Negli scrittori, come
negli uomini, a me piace la lealtà del manifestare le proprie
convinzioni, quali che si fossero; la coscienziosa ricerca nel
formarsele, ed il saldo proposito del sostenerle. Ora invece si
scrivacchia e si cinguetta a spro¬ posito, e più ilei nomi e
dell’autorità si fa caso, che non della verità eterna ed immutabile. Voi
siete molto opportuno nelle condizioni poco prospero del nostro paese, e
gran bene potrete fare. Esperto come siete di gran parte delle
nostre città, dovete conoscere meglio di me, che cotesta o nessuna
può spingere e continuare il movimento della italiana filo* sofìa. Qui se
ne ha pochissima cura: alla mia scuola usano pochi uditori, alle altre
della mia facoltà meno che pochi, o nessuno. Per buona ventura è venuto
qua a continuare i suoi studi filosofici un bravo giovane delle provincia
meri¬ dionali, un tal Donato Jaja, quel medesimo che mi accom¬
pagnava, quando presi commiato da voi. Ila buon ingegno, e buona volontà,
eh’è ancora più rara no’ nostri giovani. Altri vanno e vengono più per
curiosità che per vaghezza ili studio: sono le comete di tutte le
cattedre. Tra pochi altri giorni vi manderò la Prolusione che lessi
qui, e che ho fatta inserire sul Progresso che si stampa costà. Me no
aspètto vostro giudizio, che quanto so che sia com¬ petente, altrettanto
voglio che sia ingenuo e franco. Voi sapete che io non mi sdegno
dell’essere appuntato e corrotto: amo la verità più del mio amor proprio...
A libri filosofici qui si sta molto male, e sebbene mi sia stato
promesso che qualcheduno dei più necessari si farebbe venire, pure io ci
conto molto poco per la scarsezza dell’as¬ segnamento di cui gode questa
Universitaria Biblioteca. Avrei bisogno di buoni espositori di Platone e
di Aristotile, perchè questo anno mi occupo della filosofia greca, e
intanto, tranne alcuni commentatori antichi, non si trova altro. Ho fatto
ve¬ nire «lei mio la esposizione della Logica aristotelica di Bar-
thólemy; ina a far venire tutto a proprie spese come si riescef ìi questo
per me un gran contrattempo, c, senza le vostre prevenzioni, quasi
inaspettato o iuusputtabile. Chi diamine poteva credere che la dotta
Bologna viveva ancora in pieno Medio Evo» pi Pomponazzi ci è
il solo libro dell'Immortalità. I mano¬ scritti di Boccaferrato versano
più su la tisica aristotelica, che su la metafisica: ed oltre a ciò sono
poco agevoli a leggere, e a parer mio ili poco giovamento. Ho trovato
pori» Scoto Krigena, e Patrizzi, che costà non mi era riuscito avere.
Oopo che avrò letti questi, mi metterò a studiare la storia della
filosofia indiana del Colebrooke, che voi mi diceste buona. * 1 Mi
dimenticai l’altra volta di dirvi, che Vittorio Cousin scriveva alla
Florenzi una lettera sn quel mio lavoretto in¬ torno al Bruno, dove
sentenziava degl’italiani a modo suo. È piuttosto una lunga lettera, di
cui io ho copia, che vi manderò, se vi aggrada leggerla. Parla altresì
del Vera.® Ecco quante ve no ho dette, e forse vi avrò annoiato: ma
io sentiva il bisogno di trattenermi con voi, e P ho fatto alla mia
usanza, e senza riserva. Io, oltre all’ammirarvi, vi amo assai, e stimo
che questo all’etto che vi porto renila più scusabili le molte ciarle che
faccio nello scrivervi. Quando avrete tempo scrivetemi, perchò mi è caro
comunicare con qualche spirito privilegiato ed amico in tanta solitudine
in cui vivo. Se potessi in qualche cosa adoperarmi per voi, mi
terrei fortunatissimo di farlo. Addio, adunque, mio carissimo amico, ed
amate Di Bologna, 12 del 1863. Il tutto vostro
Francesco Fiorentino. 1 Enrico Tommaso Colebrooke (1765-1837),
celebre indianista, pre¬ sidente della Società Asiatica londinese, autore
degli Kssai/s on thè Vedas and on thè phtlosophu of thè llindous nel I
voi dei Miscclla- neous Essaj/s (London, 1837, 3.» ediz., 1873); — e a
parte: Essays on thè relii/ion and phtlos. of thè Hlndous, 3.» ediz.,
London, 1858. 1 Tra la corrispondenza Inedita del Cousin ci sono
lettere del Fiorentino: vedi Gentile, Albori delta nuova Italia, I,
150.La Prolusione al corso di storia della filosofia (letta il 25
novembre 1862) fu dal Fiorentino pubblicata nel Progresso di Napoli (a.
IL voi. II, 1863, pp. 22-33) ; ma non venne più ristampata. È infatti
ancora un do¬ cumento della fase giobertiana del pensiero del Fio¬
rentino, quantunque vi appariscano le prime tracce dei nuovi studi e
delle nuove tendenze dell’ autore. Giova riferirne qualche brano:
Il pensiero, o signori, regola il mondo o lo riempie, perché esso è
la pienezza ed il vigore dell’ essere : è la sua compe¬ netrazione, e la
sua identità. L’ essere senza il pensiero è spar¬ pagliato, disterminato,
e però incompiuto e Unito. Imperocché l’essere compie se medesimo
geminandosi, vale a dire facen¬ dosi principio e fine; ed il mezzo, pel
quale esso si pone e conclude, è il pensiero, la relazione, l'identità
suprema... (p. 23). Se non che esso nel mondo inorganico si
occulta inconsa¬ pevole, eil in certo modo seppellito, comincia ad
agitarsi operoso nel vegetale, si va sempre pifi disimpacciando dal
grave involucro della materia nella forma dell’animale; e si sveglia
libero e padrone di sé filialmente nella coscienza umana... Il pensiero
divino che trasparisce attraverso tutto il creato, si che ogui cosa,
secondo la frase biblica, appaia piena dello spirito di Dio, non parla
poi e non si rivela am¬ piamente, se non nella coscienza dell’uomo. Il
resto della natura è parola scritta, rinchiusa, direi quasi
cristallizzata: l’uomo solo è parola viva e palpitante... (p. 24)
La dualità di natura e spirito non è insuperabile. Essa inette capo
« nell’ unità cosmica ». E in virtù di questa la natura tende allo
spirito; che comincia bensì aneli’ esso come forza individua partecipante
all’ uni¬ versità del cosmo ; ma esso si generalizza pensandosi.
...Do spirito è l’attuazione compiuta dell’unità cosmica, e ciò che
questa è in potenza, ed esso è in atto. Or quando lo spirito si abbia
assimilato la natura e sé stesso per quella serie di sviluppamenti che va
spiegata nella Fenomenologia, egli, a rendere scientifico il suo processo
spontaneo ed in- cosoio di sé, si rifà sopra il cammino fatto. E può
rifarsi in tre modi. Quando rigira sè in sò, dà luogo a quel
ripensa¬ mento che si dice riflessione psicologica; e quando si
ripete su la natura, partorisce la riflessione detta dal Gioberti
ontolo¬ gica. Ma sopra eoteste due guise di riflettere, ve u’ ba
una terza, che lo vince di pregio e di amplitudine, vale a dire la
riflessione logica, nella quale lo spirito si rivolgo su la sua azione
medesima, sul proprio pensiero... su la natura e 10 stesso spirito
è Dio, ossia l’unità vera, l’unità che non è il moltiplico, ma lo fa. Se
l’unità cosmica fosso tutto, 1’ ul¬ timo grado del pensiero sarebbe la
riflessione psicologica e l’ontologica, e la logica non sarebbe
possibile. V’è logica, perché v’ha un assoluto perfettamente uno; v’è la
logica, perchè v’è Dio... Da logica è dunque l’unità finale della
cosmologia e della psicologia, come la protologia n’ era stata 1’ unità
primitiva. L’ unità assoluta, 1’ unità cosmica, 1' anima, 11
concetto; ecco le quattro gradazioni, per le quali passa il pensiero
speculativo, produceudo una scienza eh’è la prima e la massima, e che
comprende la protologia, la cosmologia, la psicologia e la logica. . (p.
2fi) Venendo alla storia della filosofia, il Fiorentino di¬
chiara che il disegno della storia si deve modellare su quello della
scienza : sicché la storia dev’ essere essa medesima un sistema. « Una
storia che non fosse un sistema ma un’ imbastitura di fatti racimolati
qua e là, non sarebbe meritevole di tanto nome». Quindi la con¬
nessione da preferire tra i vari sistemi è quella logica. So bene
io essersi talvolta tenuto conto o della successione cronologica, o della
continuità etnografica; confesso che queste maniere contengono qualche
parte di vero ; che il tempo maturi ed incalzi le deduzioni della logicn
; che la scienza alcune volte si sviluppi come un dramma vivente in
una nazione: nondimeno il pensiero, essendo di natura estem¬ poranea ed
eslraspaziale, mal si potrebbe acconciare tra questi angusti cancelli...
Egli è da maravigliaro intanto come fra tanti che hanno trattato la
storia della filosofia quasi uiuno abbia fatto capo dellu genesi logica
dei sistemi, salvo l’Hegel in cui celesta legge si appalesa
inflessibile come il fato; e nelle cni mani la storia si trasforma in una
geometria, dove nulla viene lasciato all’arbitrio del pensatore. Hegel
accorcia e distende i sistemi come il Procuste della favola,
affinché tutti ripetessero costantemente il ritmo prescelto della
trico¬ tomia. Il Richtor inchina per contrario a sostenere l’au¬
tonomia delle scuole e dei sistemi ; sminuzza, taglia i nervi, e leva di
mezzo ogni addentellato. Nel primo 1’ uniformità ò monotona, nell’altro
la varietà rimaue disordinata ed inor¬ ganica. Contemporaro però questi
due estremi, badare alla continuità del pensiero universale, senza
disconoscere l'in¬ fluenza individuale, è proprio mettersi sul giusto
mezzo, ed in postura convenevole, onde si possa portar giudicio
sopra i sistemi. E qnando dico sistemi, io non guardo alla breccia
(f), ma alla radice: non all’aspetto subbiettivo, o nlla convinzione
del filosofo, ma alla materia, eli’ è stata fondamento della sua
opinione. Voglio vedere non quel ch’egli crede, ma quali cause lo abbiano
sforzato a questa credenza... (p. 29) La storia della filosofia
presuppone un sistema, che sia come il regolo con cui conviene
riscontrare e mi¬ surare le dottrine. E dalla maggiore o minore
ampiezza del criterio di una storia, dipende il valore di questa.
Hegel ha immedesimato la storia della filosofia col suo si¬ stema,
affermando non essere tutti gli altri se non momenti del suo, e (singolare
ardimento!! egli non si è peritato di pian¬ tare le colonne di Ercole
della filosofia ! L’avvenire giudicherà di lui, provando coi fatti, se
dopo la grande Enciclopedia ancora allo spirito umano qualche cosa
rimarrà da fare. Infine il Fiorentino toccava la questione di una
filo¬ sofia italiana contestata dagli storici stranieri.
Mettendo n rassegna le nazioni filosofiche di Europa, Hegel
tripartisce il mondo della filosofia moderna, maiorasco ina¬ lienabile,
tra l’Inghilterra la Germania e la Francia... Il Cousin di poi, n cui non
tornava conto una terza nazione, non avendo una tripartizione a fare,
ridusse le partite, e diede luogo a due nazioni soltanto, alla Germania
ed alla Francia... Il professore di Berlino e quello della Sorbona
si trovano peri» d’accordo nel diseredare l’Italia. E perchè 1
Forse Telesio e Galileo non parlarono mai del metodo spe¬ rimentale ?
Giordano Bruno non mosse dall’unità della sostanza prima ancora dello
stesso Spinoza? Campanella non iniziò la osservazione psicologica? K Vico
non partì dalla conversione del vero col fatto, statuendo il fondamento
più solido cito potesse avere la filosofia? Nulla di tutto questo, o
signori; tre termini bisognarono all’ Hegel, due al Consin, e per noi
non rimase luogo. L’Italia, se diamo retta alle divisioni di oltremonte
non ha fatto mai nulla, non ha pensato mai a nuli», e sola, spogliata del
comune retaggio dell’urnan go- nero, ella è costretta a stare spettatrice
stupida od ingloriosa delle maraviglie altrui. Troppo beata, se il
passato della Ger¬ mania o della Francia potesse diventare il suo
presente; troppo venturosa se, chiamata dalla straniera magnanimità,
le venisse consentito di spigolare nel campo, ove a si larghi
manipoli hanno gli altri mietuto. Mi rincresce, o signori, di dover
prorompere in parole amare verso uomini al cui ingegno porto di cuore
molta ri- vegenza; me ne rincresce ancora più forte per dover
rinfre¬ scare titoli lunga stagione abusati, quando la gloria dei
padri fu chiamata a coprire la riprovevolissima inerzia de’ figli.
No, io protesto, signori, die noi non vogliamo addormentarci sugli
allori dei nostri padri, che noi non vogliamo farci belli della loro
gloria, fragile schermo alle immeritate rampogne... (p. 31) Il
Fiorentino ricordava la « gran sollecitudine » che a Napoli egli aveva
visto « affaticare gl’ intelletti traen¬ done argomento a bene sperare e
ad asserire che forse la filosofìa era « deputata a maturare i fati della
patria». Faceva voti cho quel « desiderio ardentissimo » si dif¬
fondesse da Napoli per tutta Italia ; « lieto di poter proseguire
l’impresa, che qui (a Bologna) inaugurava il suo illustre predecessore»;
cioè lo Spaventa. Infine, una patriottica perorazione : Por
gli altri, o signori, la scienza può essere forse un ad¬ dobbo ed un
decoro, por noi italiani è desiderio di riscossa, è condizione
indispensabile di vita. Noi non sapremmo pas¬ sarcene senza tralignare
dalla nostra antica fierezza, senza disconoscere la missione nostra nella
storia. E poi grandi cose ancora ne avanzano a fare, nè potremmo meglio
allenarci, che fortificandoci la mento di profondi studi. Nella
infanzia dei popoli era la fede che operava prodigi, e remica
possibili le Crociate; nella loro virilità non si possono aspettare
altri miracoli, che lineili della scienza... Un pensiero che non
fosse progenitore fecondo di magnanimi fatti, io lo disdegnerei; ma
esso avventurosamente non sarebbe nemmeno da dire pensiero, si bene
fantasma vano, e passeggero capriccio. Io nel filosofo anzi tutto voglio
guardare l’uomo coni’esso è, e voglio trovarcelo vergine, schietto,
maschio e vigoroso. Io batto le mani a Socrate che combatte u Potidca,
sento un cotal orgoglio di coltivare la scienza elio mantenne serena la
fronte di Giordano Bruno avanti al rogo: applaudo a Kicbte che
lascia la cattedra di Jena e corre sui campi di Lipsia; e non so rifinire
di ridurmi nella memoria Sl’acteria, Mestre e Cur- tatouo, ove siete
caduti voi, Santarosa, Poerio e Pilla, va¬ lorosi ingegni, valorosissimi
cittadini. Sì, o giovani, di profondi veri e di magnanimi fatti
noi abbiamo bisogno, e 1’ Italia sarà. Addoppiate gli sforzi...
Per¬ corriamo di conserva e con alacrità 1' arduo arringo della
scieuza, e siamo certi di cooperare in tal guisa potentemente al riscatto
della patria nostra. La scieuza lo iniziò, ed essa indubitatamente lo
coronerà, snebbiando le nienti, aprendo il cuore a piò candidi alletti ed
utlbrzando le braccia della no¬ vella ed adulta generazione. Un ultimo
sforzo ancora, e quanto prima il Ponte di Rialto risuouerà dell’ eco
dell’ inno nazionale cantato sulle serve lagune dell’Adriatico, e le
piume dei nostri bersaglieri si agiteranno al vento che spira dai sette
colli (pp. 32-33). Dagli studi sulla filosofia greca pel
corso universitario annunziato nella lettera del 12 gennaio 1863, fatti
sotto l’ispirazione dello Spaventa, uscì il Saggio storico sulla
filosofia greca (Firenze, Le Monnier, 1864), dove il gio- bertiuno di tre
anni innanzi, autore dell’ opuscolo 11 Panteismo e G. Bruno, si palesava
hegeliano e scolaro dello Spaventa, di cui infatti metteva a proposito
la memoria su Le prime categoi'ie della Logica ili Hegel.
Così il Fiorentino si staccava coraggiosamente da’vecchi amici di Napoli
: onde nella conclusione del Saggio (p. 302) accennava: «Devoto alla
verità, non mi ter¬ ranno del certo impastoiato nè vecchie
preoccupazioni, nè codarde paure». Non gli mancarono, infatti,
silenzii sdegnosi e tacite rampogne, seguite da una rottura, che fu
la prima origine della polemica scoppiata dodici anni dopo con l’Acri e
il Eornari. Nella seguente lettera ne abbiamo il più antico
documento: Mio carissimo amico, Vi so infinitamente
grado di llo coso gentili che mi dito del mio libro, o non vi nascondo
che le vostro parole mi sono valso di sprone efficacissimo a seguitare.
Voi sapete di quanto peso io tenga il vostro parere? o come lo
anteponga ad ogni nitro che potessi avere in Italia, o anche (V
oltre¬ mente 5 onde me n* è venuta allegrezza o buona voglia da non
potersi misurare. Per me la filosofìa è stata sempre un amore, e perciò
mi vi sou messo in buona fede, e senza preoc¬ cupazione di partigiano.
Non timido amico del vero, io dirò sempre aperto il mio modo di vedere;
ed in ciò debbo confessare che voi mi siete stato esempio e conforto.
Delle altrui dicerie non mi brigo; conserverò P amicizia a chi me
la continua non ostante il dissidio delle opinioni, coni’ è mio costume;
uon mi dorrà di perdere amici, i quali pretendessero d impormi un treno,
e di vincolarmi con pastoie, che Panimo mio, non che nou comportare, anzi
disdegna. Questo anno mi occuperò «Iella filosofìa tedesca, e
epocial- nmnte di Kant, lo cui opere ho già tutte, oltre ad altre espo¬
sizioni, tra le quali quella del Cousin. Sopra tutto ho in pn.'gio il
vostro lavoro su Kant e Rosmini, dove mi pare ve¬ dere il kantismo
scolpito con tutP i suoi pregi e le sue la¬ cune. Mi vo
procacciando i nostri filosofi «lei Risorgimento, per occuparmene in un
lavoro che ho in animo di stendere que- st’anuo medesimo. Ditemi voi se
le biblioteche di Torino, dove siete stato, ne hanno qualcuno, e quale;
perchè potrei chiedere al Ministro che fossero di mano in ninno mandati
a questa hibliot«^ca por studiarli... Vi ricordo e rnccomando
da ultimo l’affare della Metafisica 1-1 — Gentili:. Storia della
filosofia. Aristotile del Bonghi, avendo egli ora il tempo
di de¬ dicarsi alla continuazione di quella stampa. Add.o, uno ca¬
rissimo amico, e ricordate ed amate Di Bologna, Il tutto
rostro £—5S-Svt*-- — Addio.
Dal lavoro su Kant e Rosmini dello Spaventa ossia La filosofia di
Kant e la sua relazione con la filosofie italiana (Torino, 1860, rist. in
Scritti filos pp. 1- 9) il Fiorentino aveva mostrato nel Saggio di avere
ben compreso il valore della categoria kantiana. Ma poco vantaggio
potè certo cavare dalla esposizione < Cousifr^Li «fe filosofìa di Kano
che - 18« era stata pure tradotta in italiano da F. Irmctiera
eredità, probabilmente, dei primi studi di Napoli, avan alla conoscenza
dello Spaventa. Della tradurne della Metafisica di Aristotele, di cui il
Bonghi aveva pubblicati i primi sei libri a Torino nel 1854, il
Fiorent.no in¬ sieme col Bonatelli, che allora gli era collega a
Bologna procurava di rendere possibile, con una sottoscrizione .
resto della stampa, anzi la pubblicazione completa, con hTristampa della
prima parte; ed è a deplorare che non ‘ S riusci», e che Jop» il Bonghi
ne .1*» *»b.n. donato il pensiero, quantunque la sua
interpretazione non sia senza difetti. TTT^ale che
allora pubblicavano a Napoli il De Sancii» e .1 Settembrini. Il
corso 1864-65 fu in effetti consacrato a Kant. Della prolusione è notizia
in quest’ altra lettera, dove il Fio¬ rentino torna a lagnarsi del
silenzio del Fornari, dando a divedere quanto pur ne soffriva il suo
animo affettuoso': Carissimo amico, ...Io sono venuto
qua a passarvi le feste, ed ieri, appena, arrivato, vi ho trovato la
vostra lettera rinviatami da Bologna. Aspetto con premura la vostra lunga
lettera, ora che le va¬ canze ve ne lasciano il tempo. Ho
letto a Bologna una prolusione su Kant, di cui questo anno mi occupo
precipuamente. Sarà stampata a Firenze in un nuovo giornale scientifico,
elio ha per titolo La civiltà italiana, e eh’è diretto da De Gubernatis.
Quando ne avrò gli estratti, ve ne manderò uno subito. Se voi voleste
scrivere qualche rosetta, o in qualche modo valervi di questo nuovo
giornale, so che De Gnbernatis no sarebbe lietissimo, fc un bravo
giovane, che io ho conosciuto, e che vi ammira molto. Sapete voi,
che, avendo mandato il mio libro ad alcuni a Napoli, non ne ho avuto
neanche risposta! Che voglia dire, non so ; ma mi par barbara usanza il
voler imprigionare la mente umana. La mia, non si lascia inceppare, e
rinunzio vo¬ lentieri ad alcuno amicizie, quando queste non possono
con¬ ciliarsi con l’amore della verità. Por la soscrizione
ili Bonghi vi rinnovo le premuro, perchè egli sta aspettando che io gli
rimandi i manifesti. So come si vada incontro ad inconvenienti, ma noi
non assumiamo nessun obbligo personale. Addio, mio carissimo amico,
ed amate Di Perugia, 26 dicembre 1861. Il vostro
afet.mo sempre F. Fiorentino. La Civiltà italiana pubblicò
nei primi tre numeri (I trimestre, gennaio 1865) il discorso del
Fiorentino : Em- manuele Kant ed il mondo moderno; come pubblicò di
lui stesso il 19 febbraio 1865 (n. 8) lo scritto su I dia- 1 Cfr.
quello che se ne dice nella Filos. contemp., p. 139.
Ioghi di Rucellai; dall’aprile al giugno dello stesso anno (II
trimestre), le lettere Stilla Scienza Nuova di Vico / e nel luglio,
il discorso Dell’armonia del concelto di Dante come filologo, come
storico, come statisla (II semestre, nn. 1 e 2): lavori tutti ristampati
più tardi dall’ autore, salvo il primo, negli Scritti vari (1876).
Del discorso su Kant dimenticato conviene riferire qualche pagina,
la quale dimostra quanto il fiorentino avesse profittato della lettura
degli scritti dello Spaventa. Ecco, per esempio, come poneva il
problema kantiano : jjji sperienzu prima di Kant era stata smaltita
siccome il fondamento più stallilo della scienza, o come le colonne
di Ercole, di là dalle quali non era dato allo spirito umano
travalicare senza pericolo d’imminente naufragio. Kant ri¬ flette, clic
la sperieuza è tiu fatto, e ebe perciò non può essere primitivo; essendo
un risultamento, del quale si può e si deve cercare la guisa e la ragione
del nascimento. Egli adunque propone una domanda nuova nella storia della
tìlosoiìa. coni’è possibile la sperienzat E più generalmente
ancora: coni’ è possibile il conoscerei Con la quale domanda 1
oriz¬ zonte della scienza si trova onninamente cangiato, e i vecchi
filosofi seriamente imbrogliati. Il Galluppi, che primo in Italia giudicò
convenevolmente il movimento kantiano, si accolse di questa novità di
problema, e con la Bolita sua semplicità di linguaggio la espose così: —
Prima di Kant la filosofia era dommutio .1 o scettica: con lui comincia
una nuova forma, la critica. E prima, difatti, i filosofi o ammettevano
la sperieuza, o no; Kant uè l’nmmise, nè la rifiutò; ma disse: come
si formai II problema così mutato non versava più sull’esi¬ stenza
del fatto, ma sul suo nascimento; e cotesto è la mu¬ tazione più
sostanziale che Kant avesse recato in mezzo nella scienza
filosofica. I.a Scolastica mutuava or dalla tradizione religiosa,
or dalla storia, or finalmente dalla filologia il contenuto della
sua scienza: presupponeva l’anima, il mondo, Dio, i loro attributi,
la loro origine, e vi attagliava una forma scientifica per pal¬ liare
l’intrinseco difetto. Cartesio se ne sdegnò, e sopprimendo quel vuoto ingombro,
fece capo alla coscienza, dove credette trovare il punto stabile, sul
quale puntellando la leva onni¬ potente del pensiero si mettesse in grado
di smuovere il mondo antico, e di sfasciarlo. La filosofia sperimentalo
sotterra¬ tagli ridusse lo spirito a tavola rasa, e vi disegnò sopra
le prime linee della scienza nascente. Kant sorpassò l’uno e
l’altra, e soffiò su tutto il sapere precedente, perfino su la coscienza
di Cartesio, pertìuo su la sperienza di Locke ; es¬ sendoché entrambe
contenevano degli elementi variabili, ed egli, messo su l'avviso dalle
rigide deduzioni di limile] non voleva più far entrare nella scienza
nulla elio avesse sembianza di mutabilità. Esposte
rapidamente la unificazione del molteplice, onde nell’esperienza kantiana
s’intuisce il sensibile e onde si giudica per mezzo delle categorie le
intuizioni, il fiorentino dimostra come la vera unificazione ancora
non sia compiuta, essendosi passati dall’ opposizione della materia e
della forma dell’intuizione a quella di intuizione e categoria.
Il legame primitivo, ove si rannoda il multiplo sì della
sensibilità, come della intuizione, è l’unità trascendentale della
coscienza. E badiamo che non ci tragga in inganno il nome medesimo di
coscienza, di cui Kant si vale in due si¬ gnificazioni ben differenti.
Questa coscienza trascendentale ò primitiva ed originaria; producondo gli
opposti, non può ella essere un opposto; se no, si andrebbe all’infinito.
L’altra coscienza di soconda muno vien oontraseguata con la giunta
di empirica, ed è una fattura di quella primo, come ogni altro fenomeno:
va costruita con la forma del tempo, con le categorie di possanza, di
causa, di relazione, e via via. La coscienza empirica, insomma, ò
posteriore assai alla coscienza trascendentale, la quale sola ò unità
originaria e feconda. L non è senza ragione se ho ribadito questa
distinzione, essendo capitalissima nel sistema che stiamo abbozzando,
il vero merito di Kant non è di avere trovato i concetti a priori,
ma di avere posto a capo della sintesi quella eli’ ei chiama energia
porlentota, vale a dire la unità sintetica originaria della coscienza.
L’illustre prof. Spaventa lia con molto aocorgimento messo in sodo questo
punto, criticando la esposizione che il Ro- smiui aveva fatto del Kant.
Non è gii che gli opposti sieno dati, e che lo spirito, trovandoli, se ne
impadronisca e li vada elaborando: questo processo ci era prima di Kant,
ed egli lo ha sorpassato, vedendone la insufficienza. Imperocché
quale conoscenza potessi avere, posto che i termini, ond ella si compone,
fossero stati accoppiati per caso e alla rinlusaf Data da uua parte la
intuizione, dall’altra la categoria, e poi lo spirito che le sforza ad
un’ unione innaturale, o per lo meno arbitraria ; non si vede che il
giudizio sarebbe un’imbastitura come quella che descrive Orazio, e non
già un processo dello spirito, il cui carattere specialissimo è
l’intimità? Se lo spirito adunque unisce gli opposti, è perchè entrambi
scaturiscano da una sorgente comune, e perchè il riunirli è per lui una
scria necessità. Ma Kant non fu coerente a questo concetto della
sua energia portentosa. Confusa la coscienza trascendentale pura
con l’empirica, ritenne impossibile la deduzione logica delle categorie,
che ripescò perciò empiricamente attraverso i giudizi ; stralciò il
pensiero dall’ essere, fa cendo della sua attività una forma affatto
vuota ; e finì nel noumeno inconoscibile. E la conseguenza è
giusta, ogni volta che si ammetti' un pensiero che non pensa nulla, e, di
rincontro, un essere che non può essere pensato. Se non che lo sbaglio
sta appunto in questa concessione. Un pensiero vuoto non è : un
essere non pensato non è: sono due astratti, ai quali voi
accordate, con soverchia larghezza, forma e persona. Che vuol dir
mai cotesta cosa in sè, che fatalmente sfugge al nostro intelletto?
Cotesto essere oscuro, che brilla per la sua mancanza, e dopo balenato
alla mente, si cela per sempre? Voi diti' di non co¬ noscerlo ed io vi
replico con 1’ Hegel, chi' nulla è più Incile a conoscere di questo punto
oscuro. Esso è l’oggetto del pensiero spogliato di ogni determinazione,
vuotato di ogni contenuto, ridotto alla mingherlina condizione il’
identità pu¬ ramente astratta. Or dunque non raffigurate in lui uuu
crea¬ tura vostra?. Nè le altre due Critiche riescono a sanare
pienamente le conseguenze prodotte da questa opposizione risorta
tra pensiero ed essere nella Critica della ragion pura. Nella
stessa Civiltà italiana (II sem., n. 10, 17 set¬ tembre 1865) il
Fiorentino inserì una recensione del primo di quei tanti libri che poi
Ruffaele Mariano venne compilando sui libri altrui : Lassalle e il suo
Eraclito, € saggio di filosofia hegeliana » (Firenze, 1865). Recen¬
sione benevola verso il giovine autore, nella quale giova rilevare due
osservazioni, che mostrano già nel ’65 ben determinate le due direzioni
divergenti degli scolari del Vera da una parte e di quelli dello Spaventa
dall’ altra. Una è questa : « Perchè chiamate rivoluzionaria, in
senso di... retriva la filosofia di Rosmini? Perchè dir filastrocca
quelln del Gioberti? Questo acerbo procedere verso due illustri italiani,
quando anche si fondasse sul vero, non sarebbe certo modesto consiglio il
tenerlo. Nè veggo che l’essere hegeliano debba di necessità far avere in
poco conto le loro dottrine, perchè la critica imparziale e seria,
che P illustre prof. Spaventa ha fatto dell’ uno e dell’altro, prova il
contrario». L’altra è anche più notevole: «Ammesso come pre¬
feribile [a quello di Lassalle] il giudicio di Hegel sopra Eraclito, non
v’ha proprio nulla a ridire, specialmente su la relazione che P Hegel
pone tra Eraclito e P ultimo degli Eleatici? E forse vero che Eraclito
segni un progresso sopra Zenone? Pare che, Eraclito essendo stato
prima di Zenone, la dialettica obbiettiva di quello sa¬ rebbe apparsa alla
coscienza speculativa prima della dialettica zenoniana ; onde l’andamento
storico, per lo meno, sembra essere stato da Hegel capovolto. Dico
ciò, allinchè l’egregio Mariano si tenga in guardia inverso la
eccessiva fiducia nell’ autorità di maestri, per grandi che fossero. Le
colonne di Ercole dell’ ingegno umano. bisogna tenerle discoste più che si può
; e se si potesse affondarle nell’Oceano, tanto meglio. Anche lo
Spa¬ venta era di quest’avviso. Nel 1865 il Fiorentino si
accinse al suo lavoro sul Pomponazzi, pur continuando all’Università i
corsi sulla filosofìa tedesca moderna. E scriveva allo Spaventa:
Mio carissimo amico, È trascorso gran tempo che manco <li
vostre nuovo, non ostante die vi abbia scritto durante le vacanze, quando
il Settembrini mi fece sapere ch’oravate a diporto nella cam¬
pagna. Ora che il oholèra si sente a Napoli, io sono divenuto inquieto
per causa di qualche amico elle vi ho, e più d ogni altro per causa
vostra. Levatemi da questa iuquietitudine scrivendomi due parole che
m’informassero della vostra salute. Io sono tornato qui prima della
riapertura della Università, e vi ho riprese le mie lozioni. Ho passate
le vacanze qualche giorno a Ravenna, un po’ a Firenze, un po’ a Perugia,
e poi il più del tempo in villa. Sto esponendo la filosofìa
tedesca da Kant in qua ; e ciò alla Università. Sto preparando una
biografia ilei Pomponazzi ricavata dalle sue opero medesime, per leggerla
nella Società di Storia Patria, di cui faccio parte. Se questa prima non
dispiacerà, o non parrà inutile, ne farò qualche altra di qualche
pensatore più importante che abbia insegnato a Bo¬ logna. Oltre
l’Acbillini, chi altro mi suggerireste voif Forse potrei farla ancora del
Cromonini, che, stato a Ferrara, può dirsi delle stesse provinole di
Emilia: del Zabarella no, eh’è stato soltanto a Padova. Io poi a queste
biografie, elle leggerò nella Deputazione di Storia Patria, aggiungerò
per conto mio la esposizione e la critica del contenuto filosofico dei
loro libri, compiendo di ciascuno una monografia. Che ve ne pare
t ...Col medesimo ordinario vi spedisco un libretto conte¬
nente alcune mie lettere su la Scienza Nuova. Le scrissi per compiacere a
De Gubernatis, che mi chiese qualcosa per la sua Civiltà italiana. Non
sapendo se abbiate o no avuto quel periodico, ve le mando così radunato,
come le feci estrarre; e vi prego di accettarla come
testimonianza della mia sincera stima ed amicizia. Addio
adunque, datemi presto vostre nuove, e ricordate ed amato Di
Bologna, 30 novembre 1865. Il vostro afi.mo amico P.
Fiorentino. E questo il primo disegno del Pomponazzi, la cui
biografìa fu prima inserita negli atti della Deputazione di Storia Patria
per le provincie di Romagna (1867), e poi riprodotta in capo al volume
pubblicato nel maggio 1868. Il 19 giugno 1867 il Fiorentino, che
diventava sempre più intrinseco dello Spaventa, tornava a darne
notizia all’ amico : « Io aspetto la nuova ristampa [della tua memoria]
sul Campanella, 1 perché essendomene quest’ anno occupato nel corso
scolastico, sono desideroso di vedere come tu l’hai trattato. Ora sono
attorno ad una monografia sul Pomponazzi, attorno a cui raggrup¬
però i più celebri suoi contemporanei. Me lo stampa il Le Monnier... Me
ne dà cinquanta copie e 150 lire pei libri che mi sono occorsi ». E il 26
aprile 1868: « La stampa del mio libro è finita, e sono attorno a
scrivere due parole di conclusione, per le quali ho aspettato di
ri¬ leggere tutto il libro, che non avevo riletto, nè ricopiato,
dopo scrittolo. A Firenze, nella Magliabechiana, trovai di Pomponazzi un
manoscritto inedito col titolo di Quae- sliones ammostiate : * le chiesi
al Napoli. 3 Mi promise di spedirle subito, ed ancora non le vedo. Ciò mi
turba non poco, non potendo sbrigare subito la stampa. Ma¬ ledetta
fiaccona degl’italiani! ». 1 III Saggi ili critica, Napoli,
1867. 5 Cfr. Fiorentino, Pomponazzi, p. 509. «Federigo
Napoli, allora segretario generale del Ministero della I. P.Uscito il libro, il
Fiorentino, mandato che l’ebbe allo Spaventa, ne attendeva con la solita
ansietà un giudizio. E giudice, in altro campo, era stato quell’anno lo
Spa¬ venta a Bologna, tra ire, sospetti e timori, di cui un’eco
risuona anche nella lettera qui appresso riferita del Fiorentino. Era
stato col Brioschi e il Messedaglia a fare quella ispezione alla
Università, di cui parla il Carducci in Ceneri c faville ; e aveva
riferito lui al Mi¬ nistero. Mio Carissimo amico,
Ilo ricevuto i manoscritti del Gatti, che ho consegnato subito al
Siciliani, uonchè lo due dispense che mi mancavano, e di cui ti ringrazio
vivamente... Non ho visto incora l>e Meis, ma fari) di tutto per
leggere la lettera di venti pagine: 1 ci dovrà essere una epopea intera.
Qui si fa un grati dir male di te per la famosa relazione: * io uon
l’ho letta, e se non la leggerò, non me ne sto al detto di nessuno. Mi si
è detto cose, alle quali, come puoi pensare, non ho potuto dar credito:
tra le altre cose che voi avete dato una patente d’ignoranti a tutta
l’università in massa, e che in difetto di scienza, si va in cerca di
popolarità nello associazioni politiche, lo per me, se fosBe vero il
detto, nou protesterei per l’ignoranza, che sento di averne una
grossa dose in corpo, nm protesterei per la popolarità, perchè non
no ho avuto mai gran voglia ; e se si acquista nei cliilie, ci vorrà un
pezzo prima che me ne tocchi un briciolo. Manco male se si acquistasse
dormendo, perchè allora potrei averci delle pretensioni. Fuori di
scherzo, quello che si bucina qui, e che ha prodotte molte ire, nò senza
ragione se fosse vero, 1 La lettera al De Meis che fu pubblicala
col titolo Paolotttsmo, positivismo e raslonallsmo , c che é qui appresso
citata. « Si allude a una Relazione da lo Spaventa presentata al
Ministero della P. I. in seguito ad una inchiesta da lui fatta in
commissione col Brioschi e col Messedaglia, nell’ Università di Bologna,
iter ragioni d'ordine politico, nel 1868. Un articolo del Carducci su
questa faccenda, pubblicato Dell'Amico del popolo, di Bologna, del 29-H0
luglio iami. si può vedere nel volume teneri e faville, serie I: Opere, è
qnell’aver messo sotto nini tuie cntegorin, e tutti in un fascio, i
professori bolognesi, lo sono nn mezzo proscritto, perchè sapendomi tuo
amico, o si guardano di me, o mi tempestano a tutta furia.
Lasciamo questa miseria. Ho letto i documenti che il Berti lui
stampato della vita di Bruno. Il processo veneto, se non e stato
adulterato il contenuto, fa mostra di poca fer¬ mezza, o non so
persuadermene. Che cosa ne dici tu! Gli hai visti! 1 Ho tra
le mani pure la seconda edizione delle opere di Comte, e voglio leggerla
tutta, perchè ne ho Ietto soltanto esposizioni, benché assai
larghe. Il mio libro è (inito, almeno le correzioni ultime le
mandai una settimana fa, ma ancora noi vedo. Appena uscirà,
scriverò a Firenze, che di là stesso te ne mandino mia copia, per
far più presto. Tu poi leggila col tuo comodo, e dimmene il tuo
parere, quando potrai. Capisco che hai molto da fare, o che non puoi
tutto quello che vuoi. Mi prometto di avere qualcosa di tuo pel
giornale; qualcosa del Settembrini, fosse anche tuia pagina. Il Siciliani
spesso me ne fa premura... Io non solo non ti ammazzo, ma ti rin¬
grazio, e col vecchio adagio ti ripeto: meglio tardi che inai. Non credo
però a quel « subito », con cui vuoi darmi ad in¬ tendere che mi
scriverai del lavoro di Labriola.* * Sii contenterei che fosse tra nn
mese. Hai avuto il libro del De Meis! 3 Dopo il Don Chisciotte
non ho letto libro che mi avesse fatto rider tanto : le cause del
riso sono spesso gravide di grandi pensieri. Mi piace molto, ma molto.
Qui l’hanno con lui tutti, il dott. Rossi perchè noi trova abbastanza
filosofo, le donne per essere state chiamate animali domestici, e portino
i bambini per essere stati ingiuriati 1 II Fiorentino, esaminali
più lardi gli atti del processo veneto, si confermò Infatti nel sospetto
che fossero adulterati. Vedi un suo scritto nel Oiorn. napol. di fllos. e
teli., luglio 1878. * Non saprei dire a qual lavoro si
alluda. * Il Dopo la laurea del l)e Meis (1808-69).
per tignosetti. La contessa Gozzadiui 1 gli scrisse una
lettera, nella quale si firmava: « l’animale domestico di
Gozzadini*. Addio, mio carissimo Spaventa, veglimi bene come te
ne voglio io Di Bologna, 19 maggio ’68. Aff.mo
tuo amico F. Fiorentino. Lo Spaventa dovette rassicurarlo sul
contenuto della famosa Relazione. Quindi quest’ altra lettera del
Fio¬ rentino : Mio carissimo amico, Ero
capacitato anche prima, che tu non potevi aver detto tutta quella roba da
chiodi di questa Università, che altri diceva, ed i pih credevano, lo
perù, come amico, mi tenui in obbligo di informartene, non per conto mio,
ma per tua regola. Tu puoi già pensarti, che con gli altri ho detto,
e gridato, e asseverato, esser impossibile che tu avessi voluto, e
potuto dire quello che non era; e elio la verità poi non si può, nè si
dove tacere. La tua lunga lettera mi ha fatto bene, perchè mi ha
snebbiato adatto la meute: il cuore, già s’in¬ tendo, propendeva sempre a
darti ragione, e non ci era bi¬ sogno di altri eccitamenti. Io dunque non
solo non ti ammazzo, ma neppure ti muovo un rimprovero, molto meno poi
per mie personali considerazioni, lo sono un misto di stoico, di
cinico, e di scettico, che di questi tre elementi non so quale prevalga
pih. Dal Ministero non voglio nastri, dagli studenti non voglio applausi;
dunque, mi sento in grado di resistere ad ogni tentazione. Ad una sola
cosa non resisto, ed è il bisogno di voler bene agli amici, e di dir loro
franca, ed anche brusca la verità. Tu avrai dovuto ricevere a
quest’ ora una copia del mio Pomponazti; perchè io, vedendo il ritardo di
Le Monnier a spedirmene le copie, commisi ad un mio amico di
spedirne 1 Maria Teresa G., di cui scrisse la Vi la 11 marito,
Giovanni Goz- zadini (Bologna, Zanichelli, 1884), con pref. di G.
Carducci. V. pure Carducci, Opere, III, 369 ss.
una copia almeno a te ila Firenze stessa. Fa il tuo commotlo
nel leggerlo, ma poi dammene il piìl severo giudizio die tu possa, perchè
da nessuno me lo aspetto piìi aspro e più istruttivo. Chi mi dica: bravo,
non ini mancherà; ed anzi più me lo dirà chi meno me ne crederà degno, nè
io ho da peccar contro la modestia per accettarli, o per
pronunziarmeli io stesso; ma chi mi mancherà di certo sarà chi mi dica:
qui hai sbagliato, là avresti dovuto pensar meglio: queste pagine
avresti dovuto bruciarle intere intere. Kbbene, voglio che quest’uno non
mi manchi, e dovrai essere tu. Mettiti al naso l’inseparabile occhiale,
aggrotta le ciglia, prendi quel cipiglio mezzo tragico che hai nella
fotografìa di Napoli ; e per dir tutto in una parola, figurati di
scrivere una pagina di quella relazione, per la quale vivrai eterno tra
gli archivi del Mi¬ nistero, e poi scrivimi un letterone quanto quello
che scrivesti a De Meis. Più male parole ci troverò, e più te ne
renderò grazie. A proposito, quella tua lettera, con partito
unanime, fu li¬ cenziata alla stampa, riseoandone certi nomi propri, e
certe espressioui che ricordavano il Candelaio di Brano... Io mi
oc¬ cuperò in alcuni articoli successivi dei tuoi lavori. Vorrei
farne tre o quattro, o quanti me ne verranno, per far notare lo sviluppo
della filosofia italiana secondo la tua critica, che a me pare una vera
scoperta. Ma aspetto prima di finire le lezioni, perchè tu sai che questa
rivista non è tanto facile... Addio, mio carissimo Spaventa, e veglimi
bene come te no voglio io Di Bologna, 3 giugno 1868.
Ajff.mo tuo amico F. Fiorentino. La lettera dello
Spaventa, stampata nella Rivisiti Bo¬ lognese, , che allora il Fiorentino
pubblicava con l’Al- bicini, il Siciliani e il Panzacchi, è quella al De
Meis, col titolo Paolottismo, positivismo e razionalismo (rist. in
Scritli filosofici, pp. 291 sg.). Gli articoli che il Fio¬ rentino aveva
in animo di scrivere sulla scoperta dello Spaventa, non furono più
scritti. Ma egli se ne occupò qualche anno più tardi in quello inserito
nell’itoh'a dell’ Hillebrand. STORIA DELLA FILOSOFIA E
poiché abbiamo accennato alle brighe universitarie bolognesi del 1868, di
cui fu tanta parte il Carducci, diamo pure un altro curioso brano di
lettera del Fioren¬ tino, diretta allo Spaventa poco dopo la sua
partenza da Bologna, dove si serba il ricordo d’una polemica del
Carducci col De Meis e col Fiorentino: « Io sono stato poco bene,
parte per la stagione che corre, parte ancora per una certa polemica,
nella quale ci siamo trovati De Meis ed io, e di cui non so se ti è
pervenuto rumore. Or dunque, hai da sapere, che il Carducci, credendo
dall’articolo di De Meis, intitolato Il sovrano, 1 offesa la dignità del
suo partito, gli scrisse contro nell’-Amico del popolo parole aspre. Gli
diede del- l’imbecille, chiamò citrullerie le cose dette dal De
Meis... L’ articolo non era firmato ; ma io sapeva esserne stato
autore il Carducci, per aver questi scritto le stesse cose in una lettera
particolare al Siciliani. s Risposi io, di¬ cendo... potersi combattere
le opinioni, senza insultare le persone. Il Carducci si rivolse contro di
me una prima volta ; ed io lo avvertii privatamente, che lo avrei
jHinto sul vivo. Non si stette a questo avviso, e ripigliò da capo
una tirata contro di De Meis e di me ad un tempo » (18 marzo 1868).
Il Fiorentino replicò, ed ebbe, a quel che sembra, l’ultima parola.
Ma, «tutto ciò mi ha irritato», egli scriveva nella stessa lettera, « ed
il povero De Meis n’era rimasto seriamente afflitto : dopo avuta la
rivincita, che tutta Bologna ha approvato, si è rinfrancato ; ed
ora * Pubbl. nella Rivista bolognese del 1868. *
Documenti dell’amicizia del Carducci per P. Siciliani sono i giudizi del
primo sul Rinnovamento della filosofia positiva in Italia del Siciliani,
In Ceneri e faville, 8. II, Opere , VII, 362-68: e le af¬ fettuose parole
Alla bara di P. Siciliani, in Ceneri e faville, s. Ili, Opere, XI,
313-316. è allegro e sta bene... Eccoti descritta la nostra
battaglia, eh’è finita con nostro decoro». Quegli articoli il
Carducci non li volle pili ristampati. Ma insieme con quelli del
Fiorentino sono stati rin¬ tracciati dal Croce, che ha così potuto
tessere la storia di questo aneddoto. 1 In un’altra lettera
di due anni appresso (25 maggio 1870) del Fiorentino allo Spaventa si
legge ancora: « Io sono sul punto di rientrare in lizza col Carducci,
che mi ha provocato con una nuova lettera insolentissima. Questa
nuova contesa, alla quale non ho potuto sot¬ trarmi, mi fa crescere il
desiderio di allontanarmi de¬ finitivamente da Bologna ». Nel novembre
1871 il Fio¬ rentino, infatti, si fece tramutare nell’ Università
di Napoli, come professore di Filosofia della storia. Ma non
aveva lasciato Bologna quando cominciò a lavorare intorno al Telesio.
Ecco infatti che cosa scriveva allo Spaventa il 14 gennaio 1869:
Mio carissimo amico, Sono passati sei lunglii mesi che uè ti
ho piti visto, nò ho avuto tue nuove, tranne questa che mi diede tuo
fratello, che tu eri stato a villeggiare negli Abruzzi. Ora è
cominciato un anno nuovo, e voglio ritentare se tu, chi sa, volessi
pure incominciare una vita nuova. Dalla parte mia non voglio
mancare di mandarti i miei augnrii, tra i quali non ultimo quello di
scrivere un poco più frequentemente agli amici. Vedi, che non ho detto di
pensare o di voler bene ad essi, perchè so che per questo riguardo non ci
è bisogno di miglioramenti. Io quest’ anno mi occupo di Leibniz o
di Spinoza princi¬ palmente, poi dei seguaci, e, se mi avanzerò il tempo,
di Ma¬ lebranche. Mi servo, oltre alle opere loro, di varii
espositori e critici, tra i quali della stupenda storia di lCuiio
Fischer. 1 Vedi B. Crocb, Documenti carducciani: una dimenticata
potè- mica tra II Carducci, F. Fiorentino e A. C. De Mele, nella
Critica vili (1910), pp. 401-421. t
Avrei intenzione di scrivere quulclie cosa sul movimento
telesiano, ed ho scritto per avere alcuni manoscritti che ri¬ guardano
Telesio, e che si trovano parte costà, parte a Firenze. 1 lo aspetto
sempre il tuo parere sul mio libro; parere, che per essere più aspettato,
e piìì pregiato di tutti, si fa lungamente desiderare. Ma verràf Lo
spero. Hai letto che cosa ne scrisse Franti sul Centralblatt?
Egli stesso mandommi con molta cortesia un numero di quel gior¬
nale, dove ci era la sua rivista sul mio libro. Con De Meis ci
vediamo spesso, ma egli non è in grado di darmi tue nuove, più che io non
sia riguardo a lui. La neve ieri si è fatta vedere la prima volta in
città: tu però quest’anno non verrai a goderne lo spettacolo. Io quasi
quasi sarei tentato di pregare che a qualche professore saltasse in
capo di tribuneggiare per la tassa del macinato, per vederti comparire in
commissione straordinaria. Ma non vorrei poi il danno del prossimo: in
questo sono cristiano. Tra questi giorni scriverò a Vera per
invitarlo a scrivere qualche cosa su la nostra Rivista. 11 Siciliaui, con
le suo velleità ortodosse, n’ò uscito, come saprai, ed io e
l’Albicini vorremmo tenerla in piedi, anche uu po’ più decorosamente.
Con te non ci vogliono inviti; ma, lo so purtroppo, non c’è neppure da
far grande assegnamento. Addio, mio carissimo, scrivimi qualche
riga, anche per dire a chi mi doumnda di te, che sei vivo o sano.
Di Bologna, 14 del 1869. Aff.mo tuo amico F.
Fiokentino. L’articolo del Franti sul Pomponazzi uscì nel
Cen- tralblait del 30 ottobre 1868, e fu tradotto dal Tocco e
pubblicato in Italia, in una difesa dell’opera del maestro contro gli
attacchi della Civiltà Cattolica (nella Rivista contemporanea di Torino,
a. 1860, voi. LVI, pp. 247 58). Del Telesio si torna a parlare in
una lettera del 9 novembre 1869 : « Tocco ti ha mandato la prima
dispensa 1 Vedi L. Settembrini, Epistolario, con pref. e note di
F. Fio¬ rentino, 3.* ed. Napoli. delle sue Lezioni, * 1 e so che
aspetta il tuo giudizio. Io ho cominciato a scrivacchiare le prime pagine
di un lavoro sul Telosio, che non so come mi potrà riuscire.
Aspetto la tua memoria completa su P Etica di Hegel. 1 Quanti più ne
conosco, tanto più ti stimo e ti voglio bene. Dimmi ora una cosa; vorrei
dedicare a te ed a De Meis questo mio lavoruccio sul Telesio,
quando' sarà finito: accetteresti tu la dedica? Tra me e te non ci
sono timori di adulazione, o di altri secondi fini : è una pubblica
professione di stima e di amicizia, che mi piacerebbe di fare...». Il
primo volume del Telesio (18<2) fu dedicato, infatti, allo Spaventa:
non solo come testimonianza di amicizia, ma come dovere di gra¬
titudine e di giustizia: di giustizia verso chi aveva scritto i saggi sul
Bruno e sul Campanella ; di grati¬ tudine per l 'insolita luce che
scintillava da essi, e da cui il I iorentino era rimasto colpito. In
questi studi storici sui filosofi italiani del risorgimento il Fiorentino
infatti non fu, come s’è detto, se non uno scolaro dello Spaventa: da lui
avviato e da lui guidato. Ecco come cou lo Spaventa si consigliava
per pre¬ pararsi al primo corso di Filosofia della storia da tenere
a Napoli : Camerino, 26 luglio 1871. Mio carissimo amico,
Ti Borivo da Camerino, per sapere come stai, poiché non mi iti dato
di rivederti a Bologna, dove sperava poter passare qualche giornata cou
te. Avevo anzi desiderio di discorrere 1 F. Tocco, Lezioni di
filosofia ad uso de’ Licei, Bologna, R. Ti¬ pografia, 1889, con pref. del
Fiorentino. 1 il proemio a gli Studi sull'mica di Hegel era uscito
nel 1869 nella Riv. bolognese; ma l’anno stesso fu ristampalo con gli
Studi negli Atti della R. Acc. delle se. mor. e poi. di Napoli; e il
tutto fu ripub¬ blicato da me nel 190-1 col titolo di Principti di Elica
(Napoli, Pierro). teco seriamente, per sapere che cosa avresti creduto
meglio, ch’io potessi insegnare nel corso dell’unno venturo in
coleste Università. Tu sai meglio di me i bisogni, i desideri!, ed
anche i gusti di costà, lo per me vorrei far poche chiacchiere sui
generali, e, detto quel tanto eli’è indispensabile come in¬ troduzione,
entrare a dirittura nel tema, che sarebbe, salvo tuo avviso in contrario,
il mondo grimo. Dol mondo orientale so poco: avrei bisogno di studiare
prima; ed il tempo, per questo anno almeno, mi manca. Della Grecia
conosco qualche cosa, e con questi tre mesi di studio mi preparerei
suffiiiien- temente. Che cosa ne dici tu? Quali libri mi consigli di
leg¬ gere ? lo sto rileggendo gli storici greci ; e dopo averli
riletti testualmente, uii gioverò del Grote e del Curtius. Per la
parte letteraria ho il Milller (Ottofrodo); per le religioni, la
Storia di Alfredo Minirv; per la parte filosofica, il Zeller; per
arte greca forse mi gioverebbe il Winckelmann, ...a noi so, perchè
ancora non lMio lotto. Da tutti questi potrei attingerò, si sa, i
materiali; ma U resto è da fare. Le poche linee di Hegel nella Filosofia
Mia storia mi servirebbero di traccia: sui tuoi consigli poi faccio
largo assegnamento. Intanto comincia dal darmene qualcuno, e fa
presto... Tutto tuo F. Fiorentino. Aggiungo qui
appresso un altro gruppetto di lettere o frammenti di lettere dello
stesso Fiorentino allo Spa¬ venta, di cui trassi copia alcuni anni fa
dalla carte dello Spaventa ora depositate presso la biblioteca
della Società napoletana di storia patria ; poiché anche queste
lettere e frammenti / gettano qualche luce sugli studi, sulle passioni, sulle
idee, che si agitavano in Italia in¬ torno allo Spaventa.
(Pisa). — Ieri sera parti di Pisa Silvio, ed a quest’ora sarà a
Milano, e domani parlerà a Bergamo. Si trattenne con me la giornata d’
ieri, ed arrivò qni avantier- sera. Sta benissimo, e me ne sono consolato
tanto. Gli dissi elle ti avrei scritto stamattina ed al solito ti
mando queBta lettera col liciti. 1 K la tna lunga lettera? 15
rimasta tra i pii desiderii, di cui è lastricato, dicono, 1’
inferno. Io ho scritto una risposta all' accademico linceo Pietro
Hu- cione. 1 Si sta stampando a Napoli, e vorrei che tu ne
guardassi le prove prima di pubblicarsi. Ne ho scritto al Zumbini,
perchè te la mostrasse. Gli ho fatta una lavata di capo delle mie solite.
La presunzione e P ignoranza nel Ferri si bilan¬ ciano tanto, che non so
a quale delle due dare la preferenza. Aspetto tua lettera dopo
letto questo articolo: mi preme sapere il tuo giudizio, e ti do piena
facoltà di mutare, e di cancellare anche qualche cosa, die non ti paia
conveniente, o inesatta. (Portici, 9 settembre ’73). — Ieri
tornai da Soma, dove la¬ sciai Silvio che stava benissimo. Ho trovato qui
una lettera dello Zeller, clic mi annunziava la sua venuta a Napoli.
Oggi P ho visto, ed ho insieme saputo dal Labriola, che tu sei a Maddaloni.
Vuoi vederlo? Oggi si è parlato di te, ed egli de¬ sidererebbe di
conoscerti di persona, come ti conosce di fama. Dimora questa
settimana... (Pisa, 31 dicembre ’7(i) — Prima che tramonti l’ultimo
sole ili questo anno, e sta già per tramontare, voglio scriverti.
Il tuo ostinato silenzio avrebbe scoraggiato ogni altro, non me,
ohe quando si tratta di te, il peggio che possa pensare è, che il
calamaio l'abbi o smarrito, o asciutto come la sabbia. Kccoci ora intesi
: tu taci, io scrivo. Io sto bene, e tutti di casa pure, salvo la
Tuta 3 eh’è un po raffreddata. E tu? E donna Isabella? E Camillo e
la Mimi f 4 Speriamo che stiate bene, ed auguriamo che stiate
meglio. Pisa 1501 ** 0 ’* malenla lico, che insegnava nella
Università di lll0R0, '° Luigi Ferri, cui era sialo tra gli amici
dello Spaventa applicato tale nomignolo dopo elle Vittorio Imbruni nel
Olorn Napol. di filo.,, e leu , aveva rilevato lo strafalcione dal
j ,, commesso nel trascrivere f.V. Antologia, voi. XX, 1872) l'epitrrafe
della tomba del Cusano in S. Pietro In Vincoli leggendo: Promise* Pelei
lìucionts [invece di retri — bucionisj non fefetut eum » HestItuta
Trebbi, moglie del Fiorentino. * Isabella Scano moglie dello
Spaventa; Camillo e Mimi tigli. Ln disfatta del nostro partito mi
ha commosso non por me, che sai quanto io stimi il genere umano in massa;
ma pe miei amici, per tuo fratello specialmente, che non ha alte
vita, si può dire, che la politica. Ne sono stato costernato, ancora è
scemata l’impressione. Nicotor» è dunque 1 arbitro dell’Italia, e tutti,
o quasi, gli si curvano, gl. si prosternano innanzi. Quanta viltà 1
Quanta corruzione! Vaie il pregio < curarsi del prossimo! E una
terribile domanda : piò si conosce il moudo, e piti si devo disprezzare:
Leopardi non aveva torto. Ma... c’ è un ma; ed io ti confesso che non mi
“ ,re “ do - con tutte le ragioni in contrario. Mi sono chiuso, vivo
tra. miei ed i libri, non vedo nessuno, non conosco e “
conosciuto, e mi sento beato in questo silenzio ed in questa
oscurità. 11 mio Niuarello cresce eh’è una delizia, ad ha tonto alletto e
tanto accorgimento, che mi diverte e mi ristora, tess’io vederlo giovane
fatto come il tuo (.umilio Non Io perchè, mi sento ora più legato
alla vita, come non Cì iTn povero 1 Settembrini f A casa mia ci fu lutto come se fosse
morta persona nostra: lessi la notizia su la Gazze a dell’Emilia, ed
insieme appresi la scondita di bihio. colpi in una volta. Ma Silvio
tornerà alla Camera, e al Mi¬ nistero, se il senso dell’ onestà non sarà
spento nel nostro nomilo ; il povero Settembrini non tornerà piu .
• Penso di scrivere per lui un articolo sul Giornale napoletano; è
la sola cosa ch’io possa fare per lui. Ma lasciamo questo tr Che3 U
rfacendo t lo sto scrivendo certe lezioni di filosofia pei Licei: il
Morano mi è stato addosso, e finalmente mi ci sono piegato. È cosa molto
ardua, ed il noti poterti allargare quante vorresti, toglie gran parte
della scioltezza del pensiero, ed anche dello stilo. Farò alla meglio e
quel eli’è peggio, in fretta. 11 Morano commise lo sbaglio di un
f..U, munirò ...» »». «,•«•*> fogli, ora con la spada alle
reni ni’...calza per la tonti n u azione. i n
settembrini mori addi 3 novembre 1878. Il Fiorentino non scrisse
poi l'articolo di cui parla in questa lettera; del rimpianto scrisse P°'
,, u Scriui va .u di tener, polii, ed atte (Napoli, Morano. 1873; e
V Epistolario (ivi, 1883), premettendo agl. uni e all'altro belle e
affettuose prelazioni. All’ Università faccio nu corso di Etica, ed lio riletto
la tua memoria su l’Etica di Hegel. Hai visto il giudizio portato
dal Berlini 1 su di te, o di Hegel f Ci ho avuto molto gusto, perchè la
sua autorità non è sospetta, come In mia, appresso la filosofia italiana.
Povero Bortini, spento anche lui 1 Scrivimi, se puoi, e se vuoi:
lascio la cosa al tuo arbitrio ; non cosi, il volormi bene che in mezzo a
tanti disiugauni mi preme e mi giova assai. Alla tua famiglia
di tanti augurii anche da parte della mia, e tu credimi sempre, e non a
parole. S. — Vedi se puoi sorivere qualche cosa pel Giornale
napoletano. (Samhinse, 25 agosto 1877). — Ed ora un’altra
notizia. L’arciprete Pompa mi perseguita per causa tua: ha scritto
su l' Eburino, giornale che si stampa ad Elicli, una recensione di un
uuovo capolavoro artistico dell’Acri, e dico che io sono vo¬ tato a te
anima e corpo. Fin qui non erra : ma il reverendo, pos¬ sessore de’
documenti della storia antidiluviana, non sa farsi capace della mia
polemica contro il vice-gesh, ed il vice- Fornari; cioè contro il
Fornari, e l’Acri. Quest'ultimo, dopo di aver ponzato altri 14
mesi, è venuto fuori con un opuscolo su Spinoza ; non so che cosa dica,
e come c’entri coi giudizi su la filosofia italiana, ch’egli doveva
convalidare. Non ho nessuna intenzione di rispondere, qua¬ lunque sia il
libro, che ancora non conosco, se non per la receusione dell’arciprete
noetico». 1 Su G. M. Berlini (1818-1876) v. lo mio Origini della
fllos. contemp. in Italia. 1,* 129-201. Il giudizio cui alludo 11
Fiorentino, é contenuto in una lettera del Berlini al prof. P. Merlo,
pubblicala nel Giornale napoletano di fllos. e letl. (ottobre 1876) IV,
823, dov’é detto: « Vi ringra¬ zio di avermi mandato lo scritto dello
Spaventa, che io considero corno il più serio e il più chiaroveggente
degli Hegeliani d'Italia. Volendo lo terminare un corso di filosofia
elementare ad uso de’ licei... mi sono creduto in obbligo di tener conto
delle dottrine di quel valentuomo, tanto più che io sono sempre in questa
persuasione, che II restringere il vocabolo scienza a significare
puramente i risultati dell'esperienza, dell'osservazione e
dell’induzione, come si fa oggidì, negando ogni valore scientifico alle
discipline speculative, sia non solo arbitrario, ma contradittorio...
Quindi io credo che sla salutare un ritorno ad Hegel, o per dir meglio,
al suo metodo, e a quella sua assoluta, e direi quasi eroica fiducia
nelle forze della ragione umana ». STORIA DELLA FILOSOFIA
(Pisa). — Prima di scordarmi, ae hai por¬ tata la Vita di Giordano
Urlino, 1 dalla al Betti che me la porterà: se no, mandala a Domenico
Morano, affinchè me la l'accia pervenire. li Bruno si sta
copiando, e dentro questa settimana co- mincerò a mandare il manoscritto.
Spero che tu hai con¬ certato pei caratteri, pel formato, per la carta.
Se non avessi ancora stabilito niente, scrivo che aspettino Beuz’altro il
tuo ritorno. Il Peipers mi ha risposto che a Gottinga si
conserva sol¬ tanto il manoscritto delP Oratio coneolatona ; ma non mi
dice neppure s’è autografo. Quest’ orazione io la trovai a Roma tra
la collezione degli opuscoli del Cardinal Valenti, ed è rarissima. Vale
la pena di far veniro il manoscritto? Nota che a Gottinga, la copia
stampata non l’hanno neppure. L’edizione del Gfrorer ! non si trova
in commercio : il Zeller uii ha mandato la sua, la quale però è mancante
della quinta dispensa. Ne ho data commissione, ma non so se mi
riuscirà pescarla. Ho scritto per l’edizione del Tugiui, Ve Umbrie
idearum. Ho riscontrato il Buhle : non dice nulla di manoscritti :
porta un catalogo delle opere abbastanza esatto. Ho trovato qualche
altra notizia sul Bruno uelPAoidalio. 3 Dopo che tu partisti di
Roma, riseppi che nell’archivio della congregazione di San Giovanni
decollato c’ era la no¬ tizia del giorno della esecuzione del Bruno, e
che questa data non corrisponde a quella generalmente ritenuta (17
Feb¬ braio 1600).* * Mi è stata promessa una copia, benché quei
fratacchioni non vogliano far supero nulla. La notizia ag¬ giunge, che a
nessun patto si volle convertire. Come sai, questa notizia è un documento
autentico, perchè finora non c’ è altro che la lettera di quel furfante
dello Scioppio. I.a Vita scritta da D. Berti (Torino, Paravia,
1888). * Ossia il volume degli Scritti latini del Bruno, pubblicati
nel 1838 (frontespizio 1831) da A. Kr. Gfrorer a Stoccarda. *
Cfr. la pref. dello stesso Fiorentino alle Opere latine del Bruno, ed.
naz , I, p. XX. * Il doc. pubbl. in facsimile nel voi. Ili delle
Opere latine del Bruno a cura di F. Tocco e G. Vitelli (Firenze.
1891). Inoltre il cav. Podestà 1 * mi disse, che a lui
orati venute sot- t’occhio parecchie carte mauoscritte concernenti il
Bruno: non sapeva però dove. Cercai una giornata intera, ma ce ne
vo¬ levano delle dozzine di giornate, ed io avevo fretta di
tornare. Il Podestà mi promise di continuare le ricerche: se no, ci
andrò io per lina settimana. Mi ci sono messo, o voglio
riuscire. Tornato tjiti, trovai Nino ammalato di febbre gastrica:
com¬ parvero lo macchie difteriche; in un giorno si pennellarono
tre volte; due altre volte il giorno appresso: disparvero. Ma come
fossi stato io d’animo, tu puoi pensarlo. I nervi mi ballano ancor», o
tra giorni andremo in campagna, in una villa che ho trovata in iptel di
Lucca. Ilo avuto i titoli di Bàrbera, 5 quelli del Siciliani non
ancora: conosco gli uni e gli altri; ma r/itid agenduml Sono tra
l’in¬ cudine e il martello, e non so a qual partito appigliarmi. E
tu dimorerai a Napoli? Ovvero andrai in campagna, e dovei Vorrei
saperlo. Il Labriola mi ha mandato un suo articolo su la libertà; 3
* e vorrebbe ne dicessi qualche parola: mi ci trovo imbrogliato.
Capisco il Labriola, quando parla, non lo capisco quando Bcrive. Non ha
stabilità di pensiero, ondeggia in aria, ed ha la pretensione di parere
elaborato, come egli mi scrive. Capisco Herbart, non capisco lui.
L’oscurità non è nelle parole, o nello stile, è dentro la testa.
Ilo letto il discorso di Silvio, e poi Insita sdegnosa lettera
all’Opinione, tritai maturità ili pensiero nel primo, e qual forza di
carattere nella seconda! Il discorso appartiene al mondo moderno, ma la
lettera è di altri tempi, ed ora non tutti possono gustarla.
Salutamelo tanto, anche da parte della mia famiglia, che fa lo
stesso con te. 1 11 bibliotecario Bartolomeo P. <m. noi 1910),
allora nella Vltt. Emanuele di Roma. ’ Luigi Bàrbera,
che fu professore di Filosofia morale nella R. Uni¬ versità di
Bologna. * Del concetto della libertà, studio psicologico,
nell'Archivio di sta¬ tìstica del 1S78 (risi, in Lakkiola, Scritti
cori, ed. Croce, M’ero dimenticato di raccomandarti il Persiani. È
impaurito, perché il relatore 1 non sei tn, ina un lombardo (forse il
Teneaf), e par che dalla Lombardia non si riprometta gran che di bene.
Son certo però che tn potrai njutarlo sempre. (Pisa, 22 marzo
1877). — Avantieri ti scrissi a Napoli, ed ora avendo saputo che il Betti
ò stato chiamato per tele¬ grafo, ti rescrivo da capo, e ti manderò
questa lettera per mezzo suo. Io non gliela posso portare di persona,
perchè sono al¬ quanto infreddato a causa della lezione d’ieri.
Tu che sei la fenice dei Presidenti, specialmente quanto a prudenza,
vedi se non entra fra le attribuzioni presidenziali quello che ti chiedo
io. Ho bisogno di venire a Roma, perchè il primo volume è
finito, e per continuare la stampa voglio esser certo che il ministro non
adduca cavilli : nel qual caso pianterei 11 la baracca. Premesso ciò, e
visto e considerato che il Ministero ha premura pel Siciliani, e poca o
punta premura pel concorso di Torino, visto e considerato, che sta alla
chiaroveggente perspicacia del Presidente il decidere se necessiti la
convo¬ cazione del concilio: io riproporrei che tu ci convocassi;
che, convocati nell’ interesse del pubblico erario, stimoli i padri
ecumenici di Roma a finir la eterna questione di Torino; e son certo,
come ogni dottor Pangloss, che tutto andrò per lo meglio in questo
perfettissimo mondo, tranne il mio raffreddore che sempre piò s’
inasprisce. Ed ora che ti ho detto il mio desiderio, tu con
quell’occhio critico che ti rende (che cosa dico!) che ti rende
piuttosto singolare che raro, farai quel che crederai. Ed orn
da capo, ma su di un altro argomento, una notizia. Nell’ultima puntata
(stile mamianico) della Filosofia delle scuole italiane, il sullodato
Conte scrivendo all’amico Ferri, sai che cosa gli dico f Che in tutta Europa
(le pelli rosse e gli Zulus non ci vanno compresi) a parlare di Platouo e
delle idee non ci sono rimasti altri che loro due. Povero Platone !
Chi glielo avrebbe detto, che dopo tante feste, e tanti conviti, 1
Nel Consiglio Superiore della P. I., di cui Carlo Tenca, come lo
Spaventa, faceva parte, e da cui il Persiani aspettava 1’ abilitazione
all' insegnamento. tanti commensali (a 20 franchi l’uno) che lo
ringiovanirono, lo restaurarono, lo rinnovarono, oramai, finita la
digestione del pranzo, ognuno lift preso la sua via e di idee non ne
vuol sapere nessuno più? Chi avrebbe creduto che perfino quello
ragazze, tanto belline, tanto plutoniche, si son buttate anche loro al
materialismo 1 1 Ah ragazzo, ragazze: da voi me lo aspettavo, che sareste
rimaste platoniche lino ad aver trovato un marito, o un facente funzione;
ma il Finali, il Monabrea, il Borgatti, tutta gente massiccia, chi
avrebbe mai creduto ohe avrebbero lasciato nelle peste il Conte ed il
suo illustre oommilitonef Vista la brutta china, direbbe il
Sella, io proporrei (il raffreddore mi ha dato un diluvio di proposte)
che il Ma- miani ed il Ferri siano impagliati, e ben conservati
nell’atrio dell’Accademia de’ Licei con questa memore iscrizione:
QUESTI BIPEDI IMPLUMI ULTIMI DELLA SPECIE ESTINTA RIMASERO
platonici, ESSI SOLI IN EUROPA DOPO IL PRANZO PLATONICO Dopo
della qual cerimonia vorrei che l’Accademia prelodata a voti unanimi
incaricasse il poeta pindarico B. Spaventa perchè ne celebrasse
condegnamente l’eroismo. E diamine 1 Alle Termopili furono treceuto finalmente,
eppure Simonide s’incaricò di cantarne: qui si tratta di line soli, in
Europa, non contro schiere barbariche, ma contro eserciti di dotti, e
non ti paro che ci sia più materia di canto? Ridettici bene, e poi
dimmi il tuo avviso. Tu duuque hai leggicchiato il mio amico
Marino! 5 Beato te, 1 Scolare dell’ Istituto superiore di
Magistero, allora fondato a Roma: le quali — era la prima volta che si
vedevano tante signorine in una Università — frequentavano alla Sapienza
le lezioni di D. Berti. * Su questo pranzo v. le mie Orig. della
fllos. contemp., I, 1 p. 117. * Una critica che I.uigi Marino (che
fu poi professore di Filosofia morale nella Università di Catania) aveva
pubblicata degli Elementi di flloso/la del Fiorentino.
che hai tanto tempo da marineggiare. Io l’ho qui il suo
libro, ma non mi è avanzato un briciolo di tempo: ed ho una sua lettera
autografa, che impaglierò pure. Povero giovane! Mi ha scritto con una
ingenuità, ohe se mi fosse vicino, lo abhraccerei. Abbracciarlo sì, ma
leggere no. Non gli ho neppure risposto, ed ho fatto male. Volevo leggere
prima e poi scri¬ vere. La bestia che sono stato! Bisogna fare il
rovescio: uè senza un perchè i metodi moderni fanno precedere la
scrittura alla lettura. Berti, p. es., fondatore della moderna
pedagogia prima lm scritto lo suo opere, e solo da qualche mese iu
qua, a quanto mi assicurano, si sta esercitando nella lettura.
A proposito, vorrei venire a Berna per informarmi da lui, perchè
Camoeraceneie, che vuol «lire di Cambrai, egli l'ha tradotto della
Sorbona : facendo poi una dottn osservazione, che cioè il Bruno or*
saltato a piè pari dentro la rocca dol- 1’ aristotelismo eco.
E poi vorrei sapere, perchè dice che il De immenso, è un libro, uno
tA’ tanti in cui è divisa l’opera De monade, nu¬ mero et figura; quando
il De immenso ole. contiene otto libri, ed il De monade, che sarebbe il
contenente, non contiene nè otto, nè due, perchè è un libro solo, unico tiglio
di madre vedova. Sono piccoli nèi, lo so, ma che dimostrano
una piccolissima cosa: il precetto pedagogico che testò avevo 1’onore di
dirti, cioè ch’egli prima scrisse, poi lesse ; o forse scrisse, e
poi spese, nello stampare, il tempo che doveva impiegare nella
lettura. 11 Barzelletti 1 però assicura eh’è il gran capolavoro
della critica italiana : così mi han dotto, perchè io, al solito,
non 1’ ho visto ; e poiché 1’ articolo sarà tradotto certamente
dnl- l’inglese nella lingua degli Zulus, io mi tiguro la festa che
faranno quegli eruditi di laggiù. A furia di scrivere, mi sono
snebbiato un poco il capo, ina temo forte di averlo annebbiato a te;
legge di compen¬ sazione. Quando io mi trovavo a discorrere di lilosotia
col Berti, rimanevo muto: tu eri più fortunato di me, avevi il
pretesto di andare a fumare. Io che ho abborrito sempre il 1 Nell’
art. sulla Filoso/la in Italia pubbl. in una rivista inglese, e poi
tradotto nella Muova Antologia del 15 febbraio 187».tabacco, »e tornassi
deputato, per non dovermi ingoiare quelle forti dosi di filosofia
scientifica, che mi somministrava il nostro Berti, m’imparerei a fumare.
Meglio lo stomaco sconvolto, elle il cervello come un mulino. Spero bene
però che non sarò costretto a nessuno di questi tormenti. Non mi
dicesti se Morano ti diede o no la prima parte del Manuale ili moria
della filosofia. Fattelo ilare, e leggic¬ chialo: invece di Marino,
potresti dure un’ occhiata al libro mio. Vorrei sapere se quel tanto è
sullìciente per la coltura generale, o s'ò dippiit, o di meno. Mi
servirebbe di norma per le altre duo parti (Portici). Ha lettera dal
Zeller, che ancora ò a Roma, e seppi del viaggio che faceste
insieme felicemente. M’incaricò pure di dirti tante cose per la
lettera che poi gli scrivesti da Napoli. Egli è in giro dalla
mattina nlla sera, e crede che noi ci vediamo quotidianamente, e
non che siamo a due poli opposti. Ha la ricetta : si è fatta la
bobba, ma non li’ è venuta fuori la storia delle prove dell’esistenza di
Uio. Per un concorso a una cattedra universitaria, della cui
commissione faceva parte il Fiorentino ed era presidente io Spaventa, questi lo
aveva pregato di raccogliere gli appunti per una relazione sulla
voluminosa Storia delle prove dell! esistenza di Dio di Romualdo
Bobba. Il Fiorentino, il 19 aprile 1879, da Pisa gli rispondeva. Letto il
tuo, piò volte espresso, desiderio, ho posto mano alla lettura del
Itobbu. Un corto estro maccaronico mi invase alla prima pagina; ma ho
lasciato il poema lutino ai primi due versi e mezzo. Eccoteli:
Iufainem, liertrunde, iubes supportare laborcm, Insipidimi
scilicet putidumqiie ingoiare bobatam ; Obediain tamen
etc. Esto prendendo appunti; ma che diavolo vuoi appuntaret Finirà
prima la pazienza mia, che le sue sciocchezze. È un pover’ uomo, e noi
uccideremo un morto. (Pisa. — E poi c’è il secondo libro della Legge
morale di Crescenzio: il titolo è
Francesco Fiorentino. Te lo saresti sognato eh’ io dovessi diventare nn
secondo libro della legge morale! Neppure per idea: la Puglia fa
miracoli. Ma la cosa non Unisce qui : il terzo libro sarai tu. 1
u in persona! con gli occhiali, con gli stivali alla prussiana, tu
sarai un libro di un’opera. Non so se l’opera avrà molti altri libri : a
congetturare dall’opera de intellectn dello stesso autore, ch’era divisa
in 100 libri, par checi debbano entrare il mellifluo D’Èrcole, il veronese
Bertinaria, ed il truculento Ferri, con parecchi altri personaggi minori.
Ogni libro costa 20 centesimi : ed io per ora sono venduto a questo
prozzo : tu iorse salirai a cinque soldi ; o calerai a tre, secondo che P
opera seguirà il processo ascensivo o il discensivo. Il bello
consiste ne' documenti. Nella copertina 1 autore dimostra che io sono causa di
parecchie depredazioni e grassazioni nei pressi di Casale. La mia influenza
venefica s è esercitata, per non so quale selezione, su la provincia di
Ales¬ sandria: e la tua! Probabilmente verso Girgenti, o in quei
pressi. Che non ci sii stato non preme, l’etica hegeliana è come la
filossera, si estende per salti di 70 chilometri la volta. Delle
stroncature, come oggi si direbbe, dei De Cre¬ scenzio ormai chi se ne
ricorda più ? Ma c’ è sempre qualche De Crescenzio in giro, pronto a
dimostrare, come quattro e quattro fanno otto, che il tal filosofo
o il tal altro sovverte la legge morale, il buon senso, o le leggi
fondamentali della logica ecc. Ma il filosofo può accogliere siffatte
dimostrazioni con lo stesso buon umore del Fiorentino. Intorno al
Fiorentino v. le mie Origini della filosofia contemporanea in Italia. Giovanni
Gentile. Keywords: Reale Accademia d’Italia, what does ‘fascista’ applies to –
philosophically? To ‘state’ – how is it defined philosophically? Opera complete
frammenti di storia di filosofia 3 volls -- - Refs.: Luigi Speranza, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice – Luigi Speranza, “Grice e Gentile:
implicatura conversazionale” -- Conversation and inter-subjectivity. – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.


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