Grice
e Gentili: l’implicatura conversazionale della filosofia romana arcaica – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Valmontone). Filosofo. Grice:
“I love Gentile, and Austin and Ryle do too – he is a classicist – from central
Italy therefore he FEELS Roman – he has explored the beginnings of
philosophical thinking in Lazio, as opposed to the old schools of Velia,
Crotone, and Agrigento --.” Si laurea a
Roma sotto Mercati e Perrotta. Isegna a Urbino. Fonda Il Centro di studi sulla
metrica latina. Figlio di Attilio e Giuseppina Cicciarelli. Frequent il Liceo
Classico "Ovidio" di Sulmona. Studia a Roma sotto Romagnoli, laureandosi
sotto Mercati con “Un Studio critico intorno alla storia di Agatia e alla sua
tradizione manoscritta”. Insegna a Roma, al Liceo Classico "Virgilio"
di Roma. Quando Perrotta si avvicendò a Romagnoli a Roma, Gentili ne fu
subito conquistato e Perrotta lo volle come assistente. Dal suo maestro Gentili apprese l'arte della
filologia e la passione per la metrica latina (“Metrica e ritmica”). Influenza significativamente
gli allora giovani della filologica latina capitolina, tra cui Rossi e Privitera
che ricorda come quelle "lezioni non avevano il tono pacato delle lezioni
ex cathedra. Come docente, Gentili era bifronte. Si può, anzi, dire che
bifronte fosse sempre; secondo i casi poteva essere flessibile o intransigente,
giocoso o severo". Le sue erano esercitazioni, erano seminari. Bbasava
l'insegnamento sulle sue ricerche. Gli
anni '50 non sono facili, sono anni di studio intensi e febbrili per lo studioso
che culmineranno, insieme ai volumi sulla metrica, con una serie di lavori sui
lirici: oltre alla già ricordata antologia Polinnia, il saggio Bacchilide.
Studi e l'edizione di Ancreonte, Insegna a Lecce dove ebbe modo di frequentare Prato
insieme al quale divenne coautore della teubneriana edizione dei Poetae
elegiaci.La svolta decisiva, tuttavia, fu rappresentata dalla chiamata a Urbino
dove nello stesso anno venne inaugurata la Facoltà di Lettere grazie
all'impegno di Bo. Cura la Medea di Seneca (Istituto Nazionale del Dramma
Antico, Mazara del Vallo). Altre opere: “Lo spettacolo nel mondo antico, Roma,
Bulzoni); “Storia e biografia nel pensiero antico” Bari-Roma, Laterza. Cfr.
Bruno Gentili, Eric R. Dodds mentitore? “La idea della comunicazione nella
tradizione classica" Treccani. La cultura e l’opinione pubblica:
anche nel mondo romano antico il rapporto è stato difficile, spesso
conflittuale. Le origini della retorica e della filosofia a Roma lo
testimoniano, e non solo in un dato momento storico; l’arco di tempo della
difficoltà dei rapporti va almeno dall’inizio del secondo secolo a.C., al
principio del primo. E non solo: tensioni, incomprensioni e scontri non
mancarono anche in epoche successive. Basta pensare alle poche voci di dissenso
da Nerone, che erano le voci dei filosofi stoici, in contrasto anche con ciò
che la mentalità comune pensava dell’imperatore: ma qui la nostra analisi si
limita alla fase iniziale di questo rapporto. La filosofia per prima aveva
trovato resistenze nella concretezza tradizionale dei Romani: l’astrazione
filosofica di origine greca suscitava sospetti diffusi, come se si trattasse di
un imbroglio, un raggiro. Non mancarono le espulsioni dei filosofi a partire
almeno dal 190-180 a.C. Celebre la cacciata di Carneade, Critolao e Diogene.,
perché giudicati pericolosi per la società romana: soprattutto tale appariva
quel Carneade sul quale si interrogava don Abbondio nella notte degli imbrogli.
Ma insieme alla filosofia venne colpita la retorica, cioè la tecnica del parlare
bene, che pure era d’importazione greca. Svetonio ci racconta delle difficoltà
iniziali per questa disciplina e sappiamo che nel 161 a.C. un decreto del
Senato bandiva dalla città insieme retori e filosofi greci. Ma la novità
culturale non si arrestava per decreto: e la tecnica retorica riprese fiato,
poi un po’ di vigore, progressivamente apprezzata anche dai Romani: purché
fosse rigorosamente controllata dall’aristocrazia. E così accadde che nel 93
a.C. venne aperta la prima scuola di retorica a Roma, per iniziativa di un
personaggio non molto famoso: Plozio Gallo. Era la scuola dei rhetores Latini,
della quale parla anche Cicerone, per testimoniarci dei successo che essa
riscontrava presso i giovani di allora e del suo rammarico per non potervi accedere:
il giovane Arpinate era infatti trattenuto da altri maestri, che lo
indirizzavano allo studio della retorica solo in greco, come una volta si
faceva. Ma per quali motivi questo allontamento dalla scuola di Plozio Gallo?
Oggi sappiamo dare una risposta alla domanda e possiamo affermare che i
consiglieri di Cicerone agivano in tal senso per motivi non solo o non tanto
didattici, quanto politici: la scuola dei retori latini rischiava agli occhi
loro, e agli occhi di altri benpensanti romani, di trasformarsi in un
pericoloso centro di democratizzazione del sapere, e, quindi delle vie di
accesso al potere sociale e politico. Sappiamo infatti dell’amicizia del
maestro, cioè di Plozio Gallo, col popolare Mario, in anni di contrasti
fortissimi in Roma, culminati nella guerra del 91 a.C. per il diritto di
cittadinanza degli Italici. È sempre Cicerone a informarci, nel trattato
intitolato De oratore , dell’esistenza di questi maestri e del loro
insegnamento, e lo fa per bocca di Lucio Licinio Crasso che, allora censore, li
aveva colpiti con un editto di chiusura della scuola. Era una scuola di
impudenza e di perdita di tempo, agli occhi di Crasso e dei suoi amici: essi
andavano ripetendo che la mente dei ragazzi diveniva ottusa e si rafforzava la
loro pericolosa sfacciatagggine, mentre i nuovi retori si proponevano
esattamente il contrario: aprire la mente degli alunni, farli ragionare,
spiegare il perché delle cose e dei problemi. Il nuovo genere di insegnamento
consisteva sostanzialmente in una sintesi di retorica e filosofia, in vista
della formazione di un uomo di cultura completa. Si doveva trattare quindi del
superamento di una preparazione esclusivamente tecnica e precettistica, a
vantaggio di una formazione globale dell’oratore: questi diveniva così il depositario
di una cultura in grado di fargli reggere con competenza il timone della
repubblica romana. È in questo contesto culturale e sociale pieno di fermenti e
di stimoli nuovi che si formò il giovane Cicerone. E. Badi?n, nella
recensione al volume Gli storiografi latini tra mandati in frammenti, Atti del
Convegno, Urbino, a cura di S. Boldrini, S. Lanciotti, C. Questa, R. Raffaelli
(Studi Urb. n.s. B ), pubblicata in Am. Journ. Philol., una recensione per
altro biliosa e insieme presuntuosa, nella stragrande maggioranza dei
contributi, dedica al mi? saggio 'Storiografia greca e storiografia ro mana
arcaica' appena due parole: "the long essay in unoriginal medio crity,
e.g. a potted survey by B. Gentili": un giudizio dr?sticamente negativo,
non sorretto da un'ombra di argomentazione; diverso eviden temente il par?re di
D. Musti, che ne ha inserito un lungo brano nel reading, da lui curato, La
storiografia greca. Guida storica e critica, Bari. Certamente ognuno, nel
recensire un libro, ha il diritto di giudicare come crede Topera che
recensisce, ma ha il dovere di motivare con una qualche analisi il proprio
punto di vista, se non altro per mettere in grado il lettore di comprendere il
senso critico del discorso. Se ilBadi?n si fosse soltanto limitato ad esprimere
il suo dissenso o il suo scetticismo sulle mie tesi, non avrei ritenuto
necessario que quale liquida molto perentoriamente la sto mio intervento. Ma
quando egli definisce sic et simpliciter "non ad una "rassegna
raffazzonata", il suo giudizio in uno stato originale" ilmio
discorso, debbo pensare che egli d'ira, provocato forse dal fatto che io non ho
citato il suo saggio riducendolo abbia espresso 'The Early Historians', in
Latin Historians, edited by T.A. Dorey, London 1966, pp. 1-38, che, esso si, ?
realmente una rassegna, certo ben informata e corretta ma senza alcuna pretesa
di originalit?. Egli stesso del resto lo presenta come un'esposizione
panor?mica intesa a riproporre alla storiografia di lingua inglese una tem?tica
da essa obliterata. Faccio notare, d'altra parte, che questo suo sag gio ?
stato da me citato, a proposito della cronaca pontificale, nel volume che ho
scritto in collaborazione scorso storico nel pensiero greco e B. Gentili con G.
Cerri, Le teorie del di Roma mie 1975, ricerche la storiografia p. 82 n. 2 e
che rappresenta Pedizione arcaica, delle dettato infon certa ricon "prag
definir? Dunque, giudizio dato mente dotta m?tica" "non sulP
argomento. solo un risentimento che, prima ancora che agli effettivi contenuti di
questo ingiusto, del mio tipo appare un rispetto sa che la studio. alla t?cnica
di tipo Come quella da nel soleo ? me allora ed tucidideo-polibiano. una nuova
tesi, Topera storiografia 'isocratea'? possibile proposta illustrata, indico
come originale" che riconduce di Che cosa io intenda quella che con questa
storiografia degli Annales di Fabio Pittore Pontificum di Fabio chiarito in un
precedente saggio, sulla rivista II Verri, al quale di proposito avevo rinviato
alPinizio del mio intervento nel Convegno di Urbino ora ripubblicato in
Communication Arts in the Ancient World, ed. by E.A. Havelock and J.P.
Hershbell, New York. E avevo esaustivamente pubblicato frammento delle varie
ancora: pu? dirmi programma tico di il Badi?n se la mia Sempronio Asellione
interpretazione del con una ? nuova A questo punto sarebbe doveroso da parte
del Badi?n tornare sul Pargomento per dimostrare, se ? in grado di farlo, che
Pimpostazione del mio discorso ? effettivamente priva di qualsiasi originalit?
e non ? altro che una rassegna rabberciata di idee altrui. Universit? di Urbino
Letteratura: addio al grecista insigne studioso di metrica. Accademico
dei Lincei e professore emerito ad Urbino Roma, 9 gen. - (Adnkronos) - Il
grecista Bruno Gentili, insigne studioso della letteratura classica e in
particolare della metrica greca, e' morto ieri a Roma all'eta' di 98 anni.
L'annuncio della scomparsa e' stato dato dall'Accademia dei Lincei di cui era
socio. Nato a Valmontone (Roma). Professore dell'Universita' di Urbino, dove ha
insegnato letteratura greca dal 1963, nella Facolta' di Lettere che insieme al
rettore Carlo Bo ha contribuito a istituire. E' stato fondatore nel 1966 della
rivista ''Quaderni urbinati di cultura classica'', di cui e' stato a lungo
direttore. Filologo rigoroso, Gentili si e' dedicato allo studio della
lirica e della metrica greca arcaica, curando anche edizioni critiche di testi
di diversi poeti. Tra i suoi libri ''L'Iliuperside nelle figurazioni anteriori
a Virgilio'' (1941), ''Metrica greca arcaica'' (1949), ''La metrica dei greci,
l'edizione critica di Anacreonte, ''Bacchilide. Studi', ''Aspetti del rapporto
poeta, committente, uditorio nella lirica corale greca'' (1965); l'antologia
''Polinnia. Poesia greca arcaica'' (in collaborazione con G. Perrotta).
La vasta bibliografia di Gentili comprende anche ''Le teorie del discorso
storico nel pensiero greco e la storiografia romana arcaica'' (in
collaborazione con G. Cerri, 1975), ''Storia della letteratura latina'' (in
collaborazione con E. Pasoli e M. Simonetti, 1976), ''Lo spettacolo nel mondo
antico. Teatro ellenistico e teatro romano arcaico'' (1977), ''Storia e
biografia nel pensiero antico'' (in collab. con G. Cerri) e ''Poesia e pubblico
nella Grecia antica'' (1984), che che e' valsa all'autore il Premio Viareggio-saggistica
1984. (Sin-Pam/Ct/Adnkronos) CLASSICITÀ E CONTEMPORANEITÀ:BRUNO GENTILI
NEGLI STUDI CLASSICI ITALIANI DEL NOVECENTO «Kein Volk der Geschichte, auch das
begabteste nicht, läßt sich isoliert betrachten. Ein jedes wird durch äußere
Anstöße aus zuständlichem Dasein in geschichtliches Leben übergeführt. Weder
seine äußere noch seine innere Geschichte kann verstanden werden, ohne die
Fäden zu verfolgen, die es mit außen verbinden».(Usener 1907, 11).«Il senso
vero di una vita piena è quello che essa imprime di più anche sulla
quotidianità: la ricerca. Ricerca. Ricerca. Ricerca. Il possesso che noi
abbiamo di certi principi (che a loro modo sono verità) è labile e sfuggente –
e non appena noi ci illudiamo di stringerlo, ecco scom-pare».( Diari
Anceschi).1. Il periodo successivo alla morte di Bruno Gentili nel suo
novanta-novesimo anno d’età, il 7 gennaio 2014, ha visto comparire vari ampi e
impegnati ricordi ad opera di alcuni tra i colleghi e allievi più vicini. Con
attenzione e devozione vi sono evocati i momenti e i contributi più
signi-ficativi nella carriera scientifica del grande grecista scomparso; nel
riper-correrla si dà davvero la possibilità di posare lo sguardo su ottant’anni
di storia della filologia classica, via via italiana europea e mondiale, sin
dagli anni Trenta del Novecento. A tutti comune è il riconoscimento del forte
valore innovativo nell’incessante attività critica e filologica di Gentili, a
partire soprattutto dalla metà degli anni Sessanta con la fondazione dei
«Quaderni Urbinati di Cultura Classica», «vera e propria officina
intellet-tuale» dove su impulso del fondatore e direttore «la filologia
classica, sen-za mai smarrire la dimensione tecnica e specialistica, si apre al
confronto serrato non solo con l’archeologia, la storia e l’ermeneutica, ma
anche con discipline emergenti quali l’antropologia, la semiotica, la
linguistica e la sociologia della letteratura» 1 . A tale sensibilità può ben
connettersi la visione che sino ai suoi ultimi anni Gentili elaborò della traduzione,
nel- la ricerca e nell’asserzione di una «teorica eminentemente
pragmatica», 1 Così Catenacci 2014, 450e quindi «una poetica non
astratta, non prefigurata su schemi di modelli già esperiti», così sempre
tendendo a «una poetica aperta che si costrui- sca gli strumenti adeguati ad
una maggiore portata di comunicazione»: il problema del tradurre è così
definito nei termini «di quell’idea cui aspira l’antropologia contemporanea
della traduzione come comunicabilità fra culture, visioni del mondo, strutture
linguistiche e sistemi grammaticali diversi e distanti nel tempo» 2 . Una
prospettiva che nello studio e nella ‘traduzione’ dall’antico (e dell’antico) a
Gentili certo si schiuse in relazio- ne e risposta alle sfide prodotte dai
grandi mutamenti culturali e sociali, di rilievo antropologico appunto, degli
ultimi quattro decenni del XX se-colo: una prospettiva di ‘apertura’
nell’analisi e negli strumenti applicati all’interpretazione dei testi antichi,
e in particolare della Grecia di età ar-caica, che mi è sembrato potesse essere
bene espressa dalla prima citazio-ne in esergo, di un altro grande innovatore
degli studi classici al volgere di un secolo, Usener. Il passo proviene da un
discorso rettorale bonnense del 1882 riproposto in occasione del Congresso
inter-nazionale della FIEC tenutosi a Bonn nel 1969 3 , e richiamato da Gentili
nel famoso saggio L’arte della filologia (1981). A differenza
della for-tunata citazione nietzschiana d’incipit («filologia è quella
onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte,
lasciarsi tem-po, divenire lento»), il rimando a Usener è passato piuttosto
inosservato. Gentili si rifà alla Rede bonnense, dal
titolo Philologie und Geschichts- wissenschaft 4 , discutendo
della prevalente natura ‘storica’ o ‘scientifica’ della filologia classica e
rinvenendo «una impostazione sostanzialmente corretta del problema» nella
distinzione attribuita a Usener, «che delimitò i due campi specifici della
ricerca, riservando alla filologia la critica e la ricostruzione del testo e
all’indagine storica l’interpretazione globale del mondo antico» 5 . La
prolusione di Usener si apre con un panorama della storia degli stu-di classici
sin dal XVI secolo francese e ugonotto 6 , subito poi riservando 2
Gentili 1989, 61, dalla relazione presentata al convegno La
traduzione dei testi classici . Teoria prassi storia (Palermo 6-9
aprile 1988), nei cui Atti poi comparve (Gentili 1991). 3
All’interno della Festschrift per il convegno curata da
W. Schmidt (Schmidt 1969, 13-36); al congresso bonnense Gentili presentò il
fondamentale intervento L’interpretazione dei lirici greci arcaici
nella dimensione del nostro tempo. Sin-cronia e diacronia nello studio di una
cultura orale (Gentili 1969). 4 Usener 1907. 5 Gentili,
299. 6 Che la riflessione sulla storia della filologia classica sia
strettamente connessa ai temi trattati nella prolusione rettorale è ben
chiarito nella postilla che la intro-duce: «Die Geschichte einer Wissenschaft
verzeichnet nicht bloß Leistungen. In ihrer Geschichte entfaltet sich ihr
Begriff, der nicht unberührt bleiben kann von dem Wandel der Generationen. Die
wissenschaftliche Arbeit bedarf der Selbstbe-sinnung, will sie nicht ziellos in
der Unendlichkeit des Einzelnen umhertreiben." grande rilievo al genio di
Bentley («zur Grundlegung einer Wissenschaft […] die Wege dazu hat erst das
Genie Rich. Bentleys gebahnt»), pur rico-noscendo solo alla cultura tedesca,
nel fatale trapasso tra XVIII e XIX se-colo, la decisiva spinta perché lo studio
dell’antichità classica si costituisse «zu einer geschlossenen philologischen
Wissenschaft». Grazie soprattutto all’impegno di dotti come Melantone e
Camerarius, la centralità della Pa-rola proclamata dalla Riforma si era
rivelata determinante per assicurare la presenza dell’insegnamento del greco
nelle nuove scuole volte primaria- mente alla formazione dei pastori
evangelici, finché nei rifondatori della letteratura tedesca del XVIII secolo
(Klopstock, Lessing, Hamann, Herder) «der gottergebene idealistische Sinn des
norddeutschen Protestantismus», laicizzandosi, risultò fecondo per la rinascita
della cultura e della scienza tedesca grazie a figure come Winckelmann, Reiske,
Heyne 7 . L’organica sistematizzazione delle varie discipline volte al fine della
Rekonstruktion des Altertums secondo l’intuizione dei grandi
edificatori e teorizzatori dell’ Altertumswissenschaft , Wolf e
soprattutto Boeckh, nel corso del XIX secolo si fece altresì modello per le
nuove filologie applicate alle varie letterature d’Europa, come pure per le
discipline storico-filologiche volte allo studio del ben più antico patrimonio
di cultura e civiltà delle lingue mesopotamiche, semitiche e arie. A fronte
dell’enorme ampliarsi delle co-noscenze non solo all’interno dell’
Altertumswissenschaft , con diretto rife-rimento al mondo classico nelle
sue varie epoche e aspetti, ma soprattutto all’esterno, negli orizzonti aperti
dalle antiche civiltà del Vicino Orien-te rivelate dall’archeologia, Usener
riconosce l’impossibilità di isolare la civiltà greca dall’attenta
considerazione di quegli influssi, certo determi-nanti nella genesi almeno
dell’arte greca: «heute zeigen die Reste Babylons und Ninivehs verglichen mit
den griechischen und italischen Gräberfunden jedem, der Augen hat zu
sehen, von wo jene hellenische Kunst […] ihre Anstöße und auf lange hin
nachwirkenden Vorbilder empfangen hat». In realtà a Usener preme soprattutto
mettere in rilievo che il concetto stesso di storia si è enormemente ampliato,
al di là della tradizionale identificazio- ne nella «pragmatische Entwicklung
der Haupt-und Staats-aktionen von Fürsten und Völkern», ormai annettendo
territori ignoti, nati dall’indagine delle origini delle lingue, dei credi, dei
costumi, dei miti («die unbegrenz-te Ferne einer vorgeschichtlichen
Geschichte»). In tale condizione appare al professore bonnense ormai
impossibile aderire a una costruzione della filologia quale quella boeckhiana.
La filologia, egli afferma, non può più essere intesa come scienza storica,
perché radicalmente mutata è la visione stessa della storia propria del tardo
XIX secolo 8 . La filologia è piuttosto da 7 Onde se «la moderna
poesia italiana e francese è figlia degli studi umanistici, la letteratura
tedesca è invece legata alla nostra filologia in uno stretto rapporto di
sorellanza» (Usener 1907, 7). 8 Usener è in proposito molto chiaro: «Es
bleibt also dabei: eine geschichtlicheconsiderarsi «ein Studienkreis», un
insieme di discipline che vertendo sulla parola scritta, e così assolvendo alla
funzione di arte o metodo di decisivo valore nel fissare i contenuti della
conoscenza storica, costituisce «die le-tzte Voraussetzung aller
geschichtlichen Forschung» 9 : una filologia come tecnica dell’interpretazione
che, potenziata dalla prospettiva comparatista, assunse forse agli occhi di
Usener i tratti di «una sorta di antropologia» 10 . Ho indugiato sul saggio di
Usener perché l’insieme della sua opera, spesso poco apprezzata dal mondo
filologico tedesco contemporaneo, gode da anni di crescente attenzione 11 ,
anche in ragione degli interessi ‘trasversali’, comparativi e
religionsgeschichtlich che l’attraversano e innervano, non privi di
influssi sullo sviluppo della teologia dapprima protestante e poi cattolica
nella Germania del XX secolo 12 , e forse anche sulle origini degli studi
novecenteschi italiani di storia delle religioni e di storia del cristia-nesimo
13 . Notevole è, nelle pagine di Gentili sull’arte della filologia, il suo
ri-farsi a Usener. Sin dal titolo, a Nietzsche esse intendono forse associare
proprio il filologo bonnense, quasi provocatorio (in una prolusione retto-rale
del 1882!) nel definire Kunst l’essenza dell’attività
filologica 14 , pri- Wissenschaft ist die Philologie nicht. Sie konnte und
mußte als solche erschei-nen zu der Zeit, als die Geschichtswissenschaft in
ihrem heutigen Begriff noch nicht vorhanden war […]. Es war die Zeit, wo die
moderne Geschichtswissenschaft zuerst ihre Blüten trieb. Alles hat seine Zeit».
9 «Wenn es also wahr ist, daß der Boden aller geschichtlichen
Wissenschaft das geschriebene Wort ist, so folgt, daß die Kunst, welche
dasselbe feststellt und deutet mittels ihres grammatischen Vermögens, die
letzte Voraussetzung aller geschicht-lichen Forschung ist. Diese Kunst haben
wir in der Philologie erkannt» (Usener 1907, 26). 10 Così Momigliano
1985, 166. 11 A partire soprattutto dal seminario del febbraio 1982
presso la Scuola Nor-male di Pisa coordinato da Arnaldo Momigliano e subito
pubblicato come Aspetti di Hermann Usener filologo della religione
(Arrighetti [et al.] 1982). Sono apparse negli ultimi anni edizioni italiane di
varie opere di Usener, tra le quali Usener 1993; Usener 2008; Usener 2010.
12 Assai notevole e davvero anticipatrice, nonché oggi di particolare
attualità, è la lettera del dicembre 1888 al teologo bavarese I. von
Doellinger, nella quale Use-ner afferma che «lo scopo ultimo ed inespresso dei
miei sforzi è quello di aiutare a preparare l’unità della Chiesa della nostra
nazione», passo su cui attira l’attenzione Momigliano 1985, 147. 13 È
opportuno ricordare l’attenta, e assai poco nota, presentazione che del
Le-benswerk di Usener, «grande maestro che l’Italia colta quasi
ignora», diede Pesta-lozza 1909 (che cito dall’estratto), sulla rivista del
modernismo cattolico milanese «Il Rinnovamento» cessata quello stesso anno: su
Pestalozza, in quegli anni presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano
primo libero docente e poi primo do-cente in Italia di Storia delle religioni,
vd. i riferimenti in Benedetto 2008. 14 Non sorprende il dissenso,
rispettoso ma chiaro, che subito espresse il trenta-quattrenne Wilamowitz circa
la visione della filologia presente nella Rektoratsre-de ,
prospettandone una ben diversa: «Die alte Poesie (und natürlich ebenso
Rechtmariamente volta a fondare l’affidabilità della parola scritta
. La centralità del testo, oggi preferiamo dire: quel testo visto da Gentili
come «struttura complessa di materiali linguistici, di implicazioni
metrico-ritmiche, refe-renziali e pragmatiche» 15 nel cui processo
interpretativo «una pluralità di discipline» è coinvolta (uno
Studienkreis , appunto) 16 . Senza qui proporsi di passare in rassegna l’ampia,
varia, settantennale attività scientifica di Bruno Gentili 17 , si cercherà
piuttosto di soffermarsi su alcuni aspetti, quali soprattutto il rapporto con
la figura di Gennaro Perrotta e in genere con gli studi italiani di filologia
classica nella prima metà del Novecento, la produzione degli anni ’50 e ’60, e
la serie di saggi «di portata fondativa» 18 scritti da Gentili tra la
metà degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, nei qua-li evidente è una svolta
per gli studi sulla lirica greca, e notevole l’interesse verso temi e problemi
della traduzione dall’antico.2. L’esordio di Gentili si ebbe nel pieno della Seconda
guerra mondiale con un articolo nato dalla tesi di laurea con Silvio Giuseppe
Mercati, dedi-cato soprattutto a passare in rassegna quattro inesplorati codici
delle Storie di Agazia conservati in biblioteche italiane (tre
Vaticani e un Marciano) 19 . In quegli anni drammatici il giovane studioso li
collazionò in parte, avendo in animo di preparare una nuova edizione critica
dell’opera 20 , in vista del-la quale non tace anzi l’intenzione di provvedere
a «un nuova collazione accurata» di un manoscritto Vulcaniano conservato
nell’allora inaccessi-bile Leida 21 . Il netto cambiamento di interessi e «una
decisa virata ver- und Glaube und Geschichte) ist tot: unsere Aufgabe ist, sie
zu beleben […] dann empfinde ich, daß Philologie doch etwas für sich ist,
oder wenigstens ihr τέλος hat» (lett. del febbraio 1883 in Dieterich –
Hiller von Gaertringen – Calder III 1994 2 , 28), e cfr. Sassi 1982, 79.
15 Gentili «Philologie in dieser
Auffassung ist nicht eine Wissenschaft, sondern ein Stu-dienkreis» (Usener
1907, 16). 17 Sin d’ora rimando alle molte informazioni e osservazioni
desumibili dal Ri-cordo di Bruno Gentili di Angeli Bernardini
2013; Catenacci 2014; Cerri 2014; Lomiento 2014; G. A. Privitera,
commemorazione lincea dell’11 aprile 2014, ac-cessibile on line presso
www.lincei.it/files/documenti/Privitera_commemorazio-ne_Gentili.pdf ;
Tedeschi 2014. 18 Cerri 2014, 230. Non si tratterà di Gentili editore e
critico del testo, tema che di per sé richiederebbe apposita discussione. 19
Gentili 1944. 20 Come chiaramente lascia intendere la chiusa
dell’articolo: «Da quanto abbia-mo detto appare chiaro che la sola finora ad
avere almeno l’aspetto di edizione cri-tica ed anche il metodo è quella del
Niebuhr, in quanto si fonda sul valore effettivo di una parte della tradizione.
Ma l’uso di tutto il materiale manoscritto, secondo gli intendimenti che ho
esposto, trae con sé la necessità di una recensione del testo di Agatia, che si
fondi su basi più complete e quindi più solide. E questo compito, se le forze
non mi verranno meno, spero di poter assolvere». 21 Vd. in particolare p.
168: «occorrerebbe perciò una nuova collazione accurata Sent from the all
new AOL app for iOSso la poesia greca arcaica» 22 si legano all’incontro
con Gennaro Perrotta (1900-1962), dal 1938 sulla cattedra romana di Greco come
successore di Romagnoli e impegnato nel rinnovamento su modello crociano dello
studio della lirica greca ( Saffo e Pindaro. Due saggi critici uscì
presso Laterza), ma attento altresì all’esegesi puntuale di frammenti e
ritrovamenti papiracei, in particolare con interventi accolti nei pasqualiani
«Studi italiani di filologia classica» (nota è in particolare la polemica
intorno al ‘poeta degli epodi di Strasbur-go’) 24 . Un’importante rassegna ad
opera di Perrotta su La filologia classica nell’ultimo ventennio ,
apparsa per il Natale di Roma in un volu-me promosso dal Ministero
dell’Educazione Nazionale (Perrotta 1943), se è priva non solo di elogi ma si
può dire di qualsiasi menzione del morente Regime, è peraltro chiarissima sin
dalle prime righe nell’affermare che il «vero progresso» segnato nel precedente
ventennio dalla filologia classi-ca in Italia è spiegabile perché essa «ha
sentito profondamente l’influsso dell’estetica moderna, anzi di tutto il pensiero
moderno», con sicuro ri-ferimento al crocianesimo e in genere agli orientamenti
antipositivistici: «superate le polemiche del periodo precedente, la filologia
classica ha preso un nuovo indirizzo […] vivificata dalle correnti nuove della
cultura moderna, è divenuta meno arida e pedantesca», e finanche «abbondano i
saggi critici, che una volta avrebbero destato scandalo». Dopo un rapido ma
attento ragguaglio di commenti, edizioni critiche ed edizioni di papiri
pubblicati nel periodo considerato, l’articolo si conclude appunto notando che
mentre «in qualunque campo la filologia classica italiana può sostene-re
dignitosamente il confronto con quella delle altre Nazioni», proprio «nel campo
della critica letteraria, essa supera di gran lunga la filologia classica di
qualunque altro Paese del mondo» 25 . Cinque anni dopo, nell’Italia e
nell’Europa del 1948, presentando ai let-tori insieme al condirettore Gino
Funaioli la nuova rivista «Maia» («nome caro a due grandi poeti, a Gabriele
d’Annunzio e a John Keats»), in sostan-ziale continuità e coerenza con se
stesso Perrotta indicherà la via della ripresa dello «studio della civiltà
antica, per noi moderni» in un «rinnovato umanesimo», fondato sull’incontro tra
l’eredità del classicismo europeo del manoscritto, che mi propongo di
fare quanto prima»; si tratta del Cod. Vulc. 54, usato da Bonaventura Vulcanius
per l’ editio princeps del testo greco del De impe-rio et
rebus gestis Iustiniani imperatoris libri quinque , uscita a Leida nel 1594
(cfr. Dewitte 1981, 196). B. Vulcanius (B. de Smet), e professore nella
nuovissima università di Leida. Lomiento Su circostanze e contesto della
successione illuminanti scorci in Canfora 2005, 19-20 e passim .
24 Sulla quale, e sulla persuasiva identificazione in Ipponatte sostenuta
da Per-rotta, vd. Gamberale 1994, 75; Sisti 1994, 43-45; Morelli 1996, 24.
25 Perrotta 1943 Sent from the all new AOL app for iOSdegli ultimi
due secoli («la tradizione gloriosa di Goethe e di Humboldt, di Gioacchino
Winckelmann e di Federico Schlegel, di Shelley e di Keats, di Hölderlin e di
Nietzsche, di Foscolo e di Leopardi, di Carducci e di Pasco-li») e una pratica
filologica che, nutrita di adeguata consapevolezza critica e storica,
trascendesse le mai del tutto sopite conseguenze delle polemiche, e dei
connessi schieramenti, che avevano lacerato gli studi classici italiani
d’inizio secolo: Il nostro ideale è il filologo che abbia l’abnegazione d’un
grammatico alessandri-no e l’entusiasmo d’un umanista del Quattrocento, la
tecnica filologica e il senso storico dei grandi filologi dell’Ottocento, il
senso artistico e la coscienza critica dei migliori critici letterari dell’età
nostra. L’ideale della nostra rivista è la storia senza lo storicismo, la
filologia senza il filologismo, la critica estetica senza l’estetismo e il
vacuo filosofismo 26 . Non manca subito di séguito una citazione da Nietzsche,
dalla qua-le risulta «la filologia nel suo senso più elevato rappresentata,
come me- glio non si potrebbe, con alta fantasia poetica» 27 . Né manca un
richiamo a Nietzsche, in quella stessa prima annata di «Maia», nell’ampia e
intensa commemorazione che Perrotta dedicò nel decennale della morte a Ettore
Romagnoli 28 , accostato a Nietzsche nell’accesa e ‘immaginifica’ giovinez- za
di filologo 29 , quindi rievocato come professore universitario a Catania
26 Funaioli – Perrotta 1948. Che punto nodale del «discorso sulla
filologia» sia «la divisione o meno delle competenze tra filologia e critica
letteraria in senso lato» rimarrà, con altra prospettiva, costante elemento di
riflessione per Gentili: cfr. Gentili. L’ammirazione di Perrotta per Nietzsche
filologo è messa in rilievo da Gi-gante 1996, 150-151, il quale anche
suggerisce che mediatore per il filologo ita-liano della conoscenza di
Nietzsche possa essere stato Croce; un’emendazione del giovane Nietzsche («oltre
a giudicare il carme nel suo insieme con la finezza e la profondità ch’erano
proprie del suo genio») è lodata e accolta in Perrotta. Un certo paradossale
irrigidimento di Perrotta «negli ultimi tempi in cui poté ancora esercitare un
sensibile influsso negli ambienti culturali», onde «egli affermò sempre più
polemicamente e rigidamente la sua fedeltà al verbo crociano […] com-memorò
entusiasticamente il Romagnoli, proclamò ripetutamente la indipendenza dei
supremi valori poetici da ogni condizionamento ambientale e culturale» noterà
Paratore 1963b, 6 (appunto a intendere «quella sopravvalutazione della critica
let-teraria che è sembrata così singolare in un uomo di così severa formazione
filolo-gica» è dedicata la commemorazione lincea di Paratore 1963a, in gran
parte rifusa nel profilo Gennaro Perrotta in Grana 1969, IV,
2591-2601). 29 È utile citare il passo: «Federico Ritschl soleva dire che
Federico Nietzsche giovinetto concepiva una dissertazione filologica come un
romanzo. Il grande filologo non intendeva certo, con queste parole, spregiare
l’attività filologica di Nietzsche giovane, del quale egli presagì il genio. Ma
un intuito profondo gli face-va scoprire in Nietzsche qualche cosa di
singolare, di acceso e di appassionato, che non faceva assomigliare le sue
dissertazioni, pur dottissime e condotte con metodo impeccabile, a quelle degli
altri. Poichè un uomo dotato di molta immaginazione(attraverso la testimonianza
del fraccaroliano e romagnoliano F. Gugliel-mino), in particolare quando
leggeva con predilezione i lirici greci, e, traducendoli, comunicava agli
uditori con la scelta felice delle parole e delle espressioni, che potessero
rendere con maggiore adesione il pensiero e il sentimento dell’antico poeta, e
anche con l’inflessione della voce, quello che egli stesso sentiva. Il commento
era sobrio, scevro d’in-gombrante erudizione: accennava a questioni controverse
dibattute dai filologi solo quando avevano importanza innegabile per la retta
interpretazione di un passo dub-bio, e in tal caso riduceva la questione
all’essenziale 30 . Il 1948 fu anche l’anno in cui, a cura di Gennaro Perrotta
e del suo as-sistente Bruno Gentili, uscì Polinnia , antologia
della lirica greca ad uso dei licei destinata a grande fortuna nella scuola
italiana della seconda metà del Novecento, sino alla recente e rinnovata terza
edizione del 2007. Non fu la prima antologia dei lirici greci destinata alla
scuola e impostata con rigore scientifico. Dopo che i programmi del 1923, con
la riforma Gentile, più decisamente aprirono ai lirici le porte dei licei, si
diffusero antologie sco-lastiche «nate in un periodo di estetica esasperata, di
olimpico dispregio per tutto quello che si chiamava (e la parola era oltraggio)
filologia», come vollero osservare prefando i loro Lirici greci
scelti e commentati (1940) Giuseppe Ugolini e Alessandro Setti che a
quell’andazzo con efficacia e serietà reagirono, avendo per modello
essenzialmente Aglaia , la nuova an-tologia della lirica
greca da Callino a Bacchilide pubblicata nel 1937 da Bruno Lavagnini
(1898-1992) 31 . In sede di valutazione storica è giusto rilevare che «ad
Aglaia si sono ispirate tutte le antologie successive che si
finirà sempre per mettere, anche senza averne affatto il proposito, perfino in
una dissertazione filologica, un po’ della sua immaginazione. Questo avveniva
spesso a Romagnoli giovane» (Perrotta 1948, 93). Le pagine di Perrotta sono in
parte ripro-dotte nella sezione su Romagnoli in Grana 1969, II, 1448-1459.
30 Nel Profilo di Bruno Gentili premesso da Carlo Bo al
I volume dei ricchissimi Scritti in onore di Bruno Gentili , Romagnoli
ricorre accanto a Perrotta come pre-senza utile a comprendere in Gentili
l’«uomo dotato di spirito creativo, quale ge-neralmente posseggono soltanto gli
scrittori e in modo più specifico i poeti. La sua straordinaria perizia
filologica è strettamente collegata al suo gusto e alle sue doti di creatore.
Tutte cose che si possono riscontrare nella storia della sua formazione, perché
accanto a uno dei suoi primi maestri, Ettore Romagnoli, a un certo punto si è
accostato uno studioso come Gennaro Perrotta» (in Pretagostini 1993b, I,
XXVIII ). 31 Nella Prefazione a Ugolini – Setti 1940
due sono «tra i lavori scolastici» quelli citati dai curatori perché risultati
utili «per il loro carattere più spiccatamente scientifico»: oltre
all’antologia di Lavagnini si fa cenno a un’opera di A. Taccone, in cui è da
ravvisarsi l’ Antologia della melica greca pubblicata nel 1904 con
pre-fazione del maestro G. Fraccaroli, attenta e informatissima ma ormai
invecchiata a fronte delle scoperte papiracee accumulatesi nei decenni
successivi. Del libro di Ugolini e Setti oltre trent’anni dopo uscirà un’edizione
ampliata e rinnovata, in seguito ristampata: Ugolini – Setti 1972possono
definire serie, a cominciare da Polinnia » 32 , senza dimenticare
che in pieni anni Trenta la volontà di chiarire agli alunni di liceo l’«enigma
psicologico» di Saffo e della sua passione dettò all’antologia di Lavagnini
toni ben più diretti 33 di quanto dieci anni dopo accadrà a Perrotta (cui
si deve la sezione su Saffo in Polinnia ), e più in linea con le
posizioni cui Gentili espressamente approderà negli anni Sessanta. I cenni di
Perrotta alle «gioie leggere del tiaso di Saffo» insieme a un certo riemergere
delle preoccupazioni per la difesa della poetessa dalle accuse di
immoralità tor-nano a riflettere ambagi e premure proprie peraltro
dei più noti studiosi di Saffo tra metà del XIX e metà del XX secolo, da
Welcker a Valgimigli 34 : impostazione da Perrotta stesso a suo tempo
esplicitamente confutata in Saffo e Pindaro 35 . 32 Così Degani
1995, 30. 33 Nell’introduzione alla sezione su Saffo in Lavagnini 1937,
116, si dice che «Saffo visse facendo della sua casa un centro di culto ad
Afrodite, alle Muse, e alle Cariti. Le più nobili e le più belle fanciulle di
Lesbo e dell’Asia vicina venivano a lei per essere ammaestrate nella poesia e
nel canto, ed essa vive tutta in questa compagnia di fanciulle. Anzi l’affetto
per le scolare assume un trasporto così im-petuoso e sa trovare accenti così
caldi da prendere i colori della passione di sesso, sicché la Lesbia resta
ancora, almeno in parte, un enigma psicologico per noi, che siamo così lontani
da quel suo mondo». Ivi è inoltre il rimando alla trattazione che del tema
Lavagnini aveva dato nella sua precedente Nuova antologia dei
frammenti della lirica greca (Lavagnini 1932, 171), dall’ incipit e
dalle tesi assai esplicite, e con esplicito rifarsi a Freud nell’individuare in
Saffo «una invertita : essa trasferì sopra creature del medesimo sesso il
potenziale affettivo ( libido secondo la termi-nologia di Freud) che
avrebbe dovuto normalmente rivolgere su persone del sesso opposto». Al di là
dell’interpretazione di Saffo, le pagine di Lavagnini meritano di essere
particolarmente segnalate in relazione alla prima (s)fortuna italiana della
psicanalisi, quando si pensi che la «Rivista italiana di psicoanalisi», diretta
da E. Weiss, fu fondata in quello stesso 1932 e soppressa due anni dopo: ricco
di infor-mazioni in proposito, benché talora disorganico e confuso, Zapperi
2013. 34 Per più ampi riferimenti su molti dei temi qui e di seguito
trattati rimando a Benedetto 2012. 35 Cfr. Perrotta 1935, 28-31, in
pagine non prive di sarcasmo e oggi dimenticate: «Infine, non giovano a nulla
le discussioni, interminate e interminabili, sull’amo-re e sulla purezza di
Saffo. I Welcker e i Wilamowitz hanno difeso la poetessa nobilmente, ma non si
sono accorti che nel loro zelo appassionato essi stessi non erano troppo
lontani dai grammatici dell’età romana, da quel Didimo che disser-tava
dottamente an Sappho publica fuerit […] In realtà, Saffo non
ha bisogno di essere giustificata: essa che, se potesse udire i suoi accusatori
e i suoi difensori, non intenderebbe neppure i termini della questione. La
soluzione dei Welcker e dei Wilamowitz non risolve nulla […] Quando per
spiegare il tiaso amoroso di Saffo, si parla di un convento, di un pensionato
di fanciulle, di un conservatorio di musica e di declamazione, e perfino d’un
salotto letterario, e perfino d’un club estetico di donne, non si
spiega nulla; e per giunta non si mostra né senso storico, né gusto
irre-prensibile […]. E, ancora peggio, si è costretti a ridurre ad elemento
secondario, ad ammettere a mala pena, facendo di tutto per togliergli ogni
importanza, l’amore di Saffo per le amiche; ma per Saffo l’amore era tutto».
Significativo il pieno consen Sent from the all new AOL app for
iOSLa parte curata da Gentili comprende tra gli altri Alceo, Anacreonte e
Bacchilide, i tre autori di cui più egli si occupò tra la fine degli anni ’40 e
la fine degli anni ’50. Nella difesa che Gentili fa (come già Coppola e
Perrotta negli anni ’30) dell’allegoricità del famoso frammento alcaico ora
208a V. citato da Eraclito stoico («nella nave è rappresentato lo Stato, cioè
la città di Mitilene, minacciata dalla rovina») 36 , tra affinità e differenze
piace scorgere lo spunto delle future pagine sulla ‘pragmatica dell’allegoria
della nave’ 37 . Superando i vincoli ancora operanti in
Polinnia connessi al tradi-zionale confronto ‘estetico’ con Orazio,
tramite l’approccio pragmatico-espressivo Gentili giungerà lì a riconoscere
nell’allegoria lo strumento co-municativo strategicamente più idoneo e perciò
scelto in varie occasioni da Alceo poeta e politico al fine di «trasmettere il
messaggio in un linguaggio velato e allusivo comprensibile solo
dall’uditorio dei compagni» 38 . Crocia- namente priva di introduzione sia
generale, sia ai singoli poeti 39 , Polinnia riserva
particolare attenzione alle presentazioni dei singoli carmi. Spiccano lo spazio
e il ruolo assegnati all’esposizione della metrica, «quelle sequenze di lunghe
e di brevi, che avevano pari dignità grafica rispetto ai caratteri del testo, e
apparivano ben in evidenza, non erano nascoste a fondo pagina, magari in una
nota», sì da divenire per un liceale «il primo impatto reale con la metrica
greca» 40 . Ciò appunto dovettero prefiggersi i curatori, con quella passione
per gli studi metrici che la scarna premessa Ai lettori
rivela: Riteniamo che l’accurata interpretazione metrica sarà accolta con
favore. Essa ha per suo fine principale la lettura metrica, senza la quale non
è possibile sentire e gustare un poeta greco. La metrica greca non è, come
purtroppo credono ancora molti, né una scienza inesistente, né una scienza che
permetta ad ognuno d’inter-pretare i versi come vuole, ma una scienza che è
facile imparare, purché sia studiata sul serio. Per agevolare la lettura
metrica, ci siamo presa la libertà di segnare gli ictus dei piedi,
benché agli ictus non crediamo: certo i Greci non avevano l’accento
dinamico, ma l’accento musicale. Poiché la lettura metrica è indispensabile:
coloro che traggono, dalla giusta constatazione che la nostra lettura con
gli ictus non corri-so riservato in nota alle posizioni esegetiche
di Lavagnini: «Una pagina coraggiosa scrive, invece, nel senso contrario, il
Lavagnini, col quale consento in tutto, benché abbia meno fiducia di lui nella
psicanalisi». 36 Perrotta – Gentili 1948, 198-199. Sulle
Allegorie omeriche del non altrimenti noto Eraclito nell’àmbito
dell’esegesi antica di Alceo, e in particolare sul tema delle immagini
marittime e il loro uso con significato politico da parte del poeta di
Mitilene, rimando alla messa a punto di Porro 1994, 22-23, 55 sgg. e 105 sgg.
37 È il capitolo XI in Gentili Gentili Si ricordi per confronto la
collana laterziana degli Scrittori d’Italia , priva d’introduzione e di
qualsiasi apparato interpretativo. Senza introduzione generale e ai singoli
poeti sarà anche la successiva edizione del 1965: Perrotta – Gentili 1965.
40 Sono parole dalle pagine molto belle, di tono e sapore memorialistico,
che alla metrica di Polinnia dedica Di Benedetto 2001, 141
sggsponde alla lettura degli antichi, la pessima conclusione dell’inutilità di
ogni lettura metrica, fanno un’imperdonabile rinunzia, che generalmente tende a
nascondere la pigrizia o l’ignoranza. Non diverse considerazioni, e non diversa
passione didattica, animano la prefazione a La metrica dei
Greci (1952), il libro che rappresentò «lo sdoganamento» di tale
disciplina «nella scuola e, più in generale, negli studi classici italiani» 41
. Val la pena rileggere l’inizio di quella prefazione: È sentita in Italia la
mancanza di un manuale di metrica ad uso dei non iniziati. Tale mancanza ha
nociuto sino ad oggi all’insegnamento di questa disciplina soprattutto nelle
scuole medie, poiché spesso i docenti, mossi da uno strano scetticismo considerano
di scarso interesse la conoscenza della metrica greca, talora ritenen-dola del
tutto estrinseca alla poesia, pura invenzione di alcuni studiosi moderni 42
anche perché già vi si rinvengono temi e motivi che ispireranno per decen-ni l’indefessa
indagine metrica di Gentili: In realtà la metrica non è né estrinseca alla
poesia, né invenzione dei moderni. Come ho già dimostrato nella mia
Metrica greca arcaica , alcune teorie metriche dei moderni, quelle più
attendibili, sono già contenute nella migliore tradizione dei metricologi
antichi. La metrica è necessaria, non solo ai fini della critica testuale, ma
anche ad una più compiuta intelligenza del testo poetico. Poiché metrica e
poe-sia furono nell’antica Grecia intimamente connesse, in funzione reciproca.
È un errore avvicinarsi allo studio delle forme metriche con pregiudizi
scolastici. Soltanto dimenticando gli schemi e seguendo i metri nel loro
sviluppo storico, si può davvero intendere il valore e la necessità dello
studio di questa disciplina. Notevoli sono il precoce apprezzamento per il
valore dei metricisti antichi 43 e la visione non ancillare degli studi
metrici, da intendersi non 41 Catenacci 2014, 448. 42 Gentili
Circa venticinque anni dopo, tra le cause dell’isolamento in Italia dello
studio della metrica greca «nel ghetto degli specialisti e guardato al pari di
una disciplina esoterica con sospetto e diffidenza», Gentili tornerà a cita-re
l’idea largamente diffusa «della impossibilità di costruire per la
versificazione greca una teoria coerente ed univoca», inoltre aggiungendo
l’influsso avuto dalla nostra cultura degli anni Trenta «che aveva reciso alla
radice ogni altro impulso all’indagine critica che non procedesse nel solco
della teoria estetica dell’arte»: cfr. Gentili 1979a, 681. 43 Sensibilità
critica in cui Cerri 2014, 232 ravvisa l’indizio di una attitudine
‘an-tropologica’ già allora in qualche modo operante nella filologia di
Gentili: «Contro l’orientamento che era invalso tra i metricisti di allora, non
solo rivaluta le teorie e le analisi dei metricisti antichi, ma basa
costantemente su di esse la propria trat-tazione […] è del tutto evidente che
ciò avviene non solo e non tanto perché le ritenga ipotesi scientifiche acute e
azzeccate, ma soprattutto perché le assume come testimonianza diretta di una
sensibilità ritmico-musicale diversa dalla nostra, di un linguaggio
fonico-gestuale specifico di quella civiltà e di quell’orizzonte mentalecome
meramente funzionali o subordinati alla critica del testo, ma in-dispensabili
innanzitutto per una piena comprensione dell’antica poesia, nella convinzione
«che la metrica non sia un fatto esteriore, ma in funzio- ne della poesia
stessa», come è poi ribadito all’inizio dell’ Introduzione . Lì è anche
subito affermata l’unità ritmica del verso antico, la sua strutturale unione
con la musica, onde «posta l’unità del verso greco, non sarà più legittimo
parlare di piedi, ma soltanto di cola » 44 . Rievo-cando di recente le
lezioni di metrica tenute da Gentili alla Sapienza nell’immediato dopoguerra,
G. A. Privitera ha colto nella «prospetti-va storica» l’aspetto che in quelle
esercitazioni più colpiva, quando «a differenza dei trattatisti, che nei
manuali si limitano ad esporre le loro interpretazioni, Gentili citava anche le
opinioni dei metricisti antichi e dei metricisti moderni» 45 : come con
ampiezza appunto avviene in Me-trica greca arcaica , il volume del
1950 dedicato a Gennaro Perrotta, anch’esso aperto dalla rivendicazione della
metrica come «una scienza al pari delle altre discipline classiche», tutta
«nella migliore tradizione della filologia ellenistica» 46 . Conoscenze ampie
sugli studi metrici degli ultimi centocinquant’anni attestano i primi due
capitoli del libro, dove dapprima ( Studi metrici: brevi cenni ) Gentili
delinea con ricchezza di esempi e osservazioni lo svolgersi delle principali
analisi e teorie me- triche da Hermann (con cui «la scienza metrica nacque nel
secolo scor-so» sulle orme di Bentley e di Porson) a Westphal 47 , a Usener 48
, a Wila- 44 Gentili 1952, 1-2. 45 G. A. Privitera, commemorazione
lincea, cit. supra , n. 17. 46 Gentili 1950. Ho consultato la copia
conservata presso la biblioteca del Cen-tro di papirologia ‘Achille Vogliano’
(Dipartimento di studi letterari, filologici e linguistici dell’Università
degli Studi di Milano), con ex libris dello stesso Voglia-no (segn.
Vgl.II.B.61), in quegli ultimi anni di vita alle prese con lo studio rimasto
incompiuto La lirica eolica e Pindaro nella critica di Gottfried
Hermann . 47 La cui «Entdeckung eines indogermanischen Urverses»
già è lodata in Usener 1907, 15. 48 Di Usener è rammentato con interesse
il trattato Altgriechischer Versbau: ein Versuch vergleichender
Metrik (Usener 1887), con la sua «analisi comparativa del-la
metrica greca con la metrica germanica». I capitoli IV e V dell’opera di Usener
consistono di una rassegna, desultoria ma affascinante, volta a dimostrare la
predi-lezione dei popoli indoeuropei per una struttura metrica base in otto
sillabe ancor ravvisabile nei testi sanscriti, avestici, nelle più antiche
ricostruibili forme metriche greche e latine, nei canti popolari germanici,
slavi settentrionali e meridionali, li-tuani: nota è l’icastica reazione
negativa di Wilamowitz alla lettura del libro («In metrischen Dingen vermag ich
nicht in kurzem meine Differenz auszudrücken, weil sie zu tief geht […]. Ich
kann überhaupt das einheitliche griechische Volk nirgends finden, also auch
keine urgriechische Sprache und keinen urgriechischen Vers und keine
urgriechische Religion», lett. del 13 ottobre 1887 in Dieterich – Hiller von
Gaertringen – Calder III 1994 2 , 46). Dal punto di vista della linguistica
storica e della metrica comparativa indoeuropea severo giudizio sul lavoro di
Use-ner dà Campanile 1982, cfr. anche Morelli 1996, 50 sgg. e 83-87
Sent from the all new AOL app for iOSmowitz, a Schroeder, a Maas 49 . Il
successivo capitolo ( Metrica e musica ), prendendo spunto dai lavori di
R. Westphal volti a «applicare le leggi dell’isocronia musicale ai metri
greci», tentativo fallito ma assai noto in Italia per l’applicazione che ne
diede Romagnoli nei suoi Poeti lirici 50 , si segnala per la
riflessione sulla centralità del rapporto metrica-musi-ca, cioè poesia e
musica, e sulla necessità di considerarlo storicamen-te, alla luce delle svolte
nella storia della cultura greca dall’arcaismo sino a Timoteo e poi all’età
ellenistica, quando «il distacco della musica dalla poesia è definitivo; questa
sarà destinata quasi sempre alla lettu-ra» 51 . Noti sono i meriti di Perrotta
nella rinascita degli studi italiani di metrica antica 52 , nei quali «egli
raggiunse una competenza che lo pose in una condizione di assoluto predominio
in Italia». Così Ettore Para-tore all’indomani della morte del collega grecista
nell’ateneo romano, rimarcandone la visione della metrica quale «premessa
indispensabile per l’intelligenza di un altissimo testo poetico» e osservando
la pro-fonda coerenza della «esemplare e severa scienza metrica del Perrotta»
con l’intera sua concezione degli studi classici («nella metrologia del
Perrotta veramente filologia e critica si dànno la mano in una sintesi tra le
più feconde») 53 : nel timbro certo ‘romano’ ma già storiografica- 49 Cui
già allora Gentili imputa gravi limiti metodologici, per la sopravvaluta-zione
‘empirica’ dell’ observatio metrorum e il connesso «profondo scetticismo
per tutti i problemi metrici di Urgeschichte »: Gentili 1950, 20 sgg.
50 Particolarmente il secondo volume ( I Poeti Lirici. Terpandro,
Alceo, Saffo , Bologna 1932) è costellato di «traduzioni in segnatura moderna
della realizzazione sonora», cioè vere e proprie trascrizioni per musica dei
frammenti dei tre antichi autori; almeno da un punto di vista storico non a
torto Stella 1972, 171 indica come merito di Romagnoli «quello di avere
richiamato l’attenzione fin dai primi anni del Novecento sul binomio
poesia-musica , in stretta interdipendenza di nota e parola, nei poeti
greci fino all’età ellenistica», e di aver così dato «avvio ad una
compren-sione profonda e meno letteraria di Saffo e di Pindaro, di Eschilo e
Aristofane: indicava nuove strade per future ricerche». Le indagini sulla
musica greca anche in età ellenistica cono-scono oggi nuovo impulso: vd.
Martinelli 2009. 52 Messi in rilievo da Albini 1963, 111, il quale anche
ricorda che «quando la morte lo sorprese, Perrotta stava ultimando un libro sul
saturnio», sul contenuto del quale vd. la ricostruzione di Morelli 1996, 70
sgg. Resta il paradosso, segnalato da Morelli sin dall’inizio del suo studio,
che «nella produzione di Gennaro Per-rotta, anche tenendo conto delle notazioni
occasionali e delle scansioni fornite in Polinnia , i contributi di
carattere metrico risultano nel complesso piuttosto scarsi ed esigui, specie se
rapportati all’importanza che egli annetteva notoriamente alla materia e agli
anni spesi nelle relative ricerche fin dall’adolescenza». 53 Paratore
1963b, 7-8. È visione che si ritrova bene espressa anche nell’esordio del I
capitolo di Metrica greca arcaica : «Critica testuale, metrica,
interpretazione estetica sono problemi che devono essere affrontati
contemporaneamente dal fi-lologo classico; essi rappresentano una unità
indissolubile, inscindibile. È merito grandissimo dei grammatici alessandrini
se essi, unitamente all’esame critico delmente atteggiato della valutazione di
Paratore, «la più grande scuola di metrologia classica fiorente in Italia»,
derivata da Perrotta, si ricapitola e si identifica nel nome di Bruno Gentili.
L’esperienza di Perrotta me- tricista non può disgiungersi dal magistero
pasqualiano 54 . Con il ricordo di conversazioni avute con Pasquali «su
problemi importanti di metrica greca» Gentili scelse di aprire il suo
contributo su Pasquali e la metrica nell’àmbito del convegno del 1985
Giorgio Pasquali e la filologia clas-sica del Novecento : Ricordo con perfetta
lucidità l’esame metrico cui fui sottoposto al nostro primo incontro: mi chiese
se ero in grado di scandire un carme di Bacchilide o di Pindaro; risposi
affermativamente. Non ne fu del tutto convinto; mi porse il testo di
Bacchi-lide e mi invitò a leggere metricamente il quinto epinicio, chiedendomi
prima in quale metro fosse composto. Risposi: «Dattilo-epitriti» e lessi tutta
intera la prima triade strofica. Ne fu sorpreso, forse perché dubitava che un
giovane non formatosi alla sua scuola fosse in grado di superare questa
difficile prova 55 . I colloqui con Pasquali, avvenuti a Firenze nell’immediato
dopoguerra, si incentrarono (continua Gentili) quasi esclusivamente su un
problema che particolarmente angustiava il grande filologo, quello cioè «delle
re-sponsioni impure nei lirici corali e nei cantica della tragedia
e della com-media del quinto secolo», in relazione soprattutto alla soluzione
data da P. Maas in due articoli dove «egli crede di poter negare le responsioni
impure in Bacchilide e in Pindaro, correggendo ar-bitrariamente il testo nei
luoghi dove esse appaiono» 56 . Ciò che qui conta mettere in rilievo è la
persuasione che Gentili trasse da quegli incontri dell’esigenza, in Pasquali
riconoscibile, «di affrontare il tanto discusso problema delle libere
responsioni fra strofe e antistrofe non più nella pro-spettiva astratta e
schematica indicata da Paul Maas ma in una prospettiva più attenta alla
fenomenologia del rapporto metro-ritmo melodico» 57 : che cioè, più in
generale, Pasquali già avesse testo, curarono nelle loro edizioni
critiche la divisione in strofe, in στίχοι e in κῶλα dei cori lirici,
tragici e comici […]. Se oggi il filologo moderno dissentirà da essi
nell’interpretazione, non potrà certo dissentire nel metodo. Conoscere, dunque,
la metrica di un poeta significa poter intendere più profondamente la sua stessa
poe-sia, significa poter penetrare nell’intima armonia e musicalità del
verso». 54 «Tratto ereditato da Pasquali» lo dice Gamberale 1994,
77. 55 Gentili 1988, 79. Per la centralità nella ricerca metrica di
Gentili dell’inter-pretazione dei dattilo-epitriti, «così denominati nel secolo
scorso da R. Westphal», nella dialettica tra individuazione di cola
unitari e sistematizzazione metrica otto-centesca di origine boeckhiana
vd. e. g. Gentili – Giannini Così Gentili 1950, 21, in un passo e
in un contesto che sembrano conservare qualche traccia delle conversazioni con
Pasquali di quegli anni (la prefazione reca la data del 30 settembre 1949, ma
Gentili informa il lettore che la prima parte del libro era già in bozze). Si
ricordino le polemiche degli anni seguenti con Maas circa luoghi bacchi
Sent from the all new AOL app for iOSnetta e chiara l’idea che la poesia
lirica sia essa monodica o corale e la musica erano i mezzi di comunicazione di
una cultura che, attraverso il linguaggio poetico, i ritmi e le melodie,
trasmetteva oralmente i suoi messaggi in pubbliche audizioni 58 . In parte
riguardante l’àmbito delle responsioni, e in polemica con Maas, fu l’intervento
di Gentili compreso nella raccolta di contributi in memoria del maestro («Maia»
15, 1963) 59 : «alcuni problemi qui discussi», è detto in apertura, «furono non
di rado il tema preferito da Gennaro Perrotta nelle conversazioni con i
suoi allievi, i μετρικώτατοι», particolarmente negli anni 1947-1951.
L’articolo è interessante anche per l’attenzione che di-mostra, pur con vari
dubbi, verso la colometria antica quale attestata dai pa-piri di Anacreonte e
di Bacchilide, già in qualche modo preludendo a quel- lo che diverrà,
soprattutto dagli anni Ottanta, uno degli àmbiti di studio più cari a Gentili e
alla sua scuola 60 .3. Come per l’Italia e il mondo, così per Bruno Gentili gli
anni Sessanta videro prepararsi e poi compiersi svolte decisive. Poco dopo la
precoce scomparsa di Perrotta (settembre 1962), Gentili divenne all’Università
di Urbino ordinario di Letteratura greca, insegnamento tenuto per incarico da
alcuni anni, sin dall’istituzione della locale Facoltà di Lettere di cui fu
subito «figura cardine» 61 . La prolusione urbinate del 18 giugno 1964, pub-
blicata l’anno successivo con il titolo Aspetti del rapporto poeta,
commit- lidei in cui «la presunta corruttela del metro, per la responsione non
perfetta» aveva condotto il filologo tedesco a ritenere corrotto il testo,
difeso ammettendo la re-sponsione impura in Gentili Gentili Il racconto di
Gentili va naturalmente letto tenendo pre-sente la frattura tra Pasquali e
Perrotta su cui vd. Morelli; dal no-vembre 1948, su sollecitazione di Pasquali,
erano ripresi i rapporti epistolari con il filologo tedesco: cfr. Bossina
Gentili 1963 (poi nei monumentali Studi in onore di Gennaro Perrotta ).
Nella stessa Gedenkschrift non manca un breve contributo di
P. Maas, una nota metrica di argomento ‘moderno’ datata Oxford, 31 ottobre
1962: Maas 1963. Anche per Maas metricologo molto si potrà trarre dall’esame
delle carte segnalate in Lehnus 2010a e Lehnus 2010b. 60 Una quindicina
d’anni dopo Gentili osserverà: «Si ritiene che la dottrina me-trica degli
antichi sia di scarso valore e di nessuna utilità per noi […]. Ma, ch’io
sappia, nessuno sino ad oggi ha realmente dimostrato la validità di questa
asser-zione. Il disprezzo e il totale rifiuto delle teorie antiche è una moda
invalsa negli studi metrici del Novecento» (Gentili 1979a, 688). Dello sviluppo
degli studi sulla colometria antica guidati da Gentili negli anni successivi
sono testimonianza molti contributi nei «Quaderni Urbinati di Cultura
Classica»: come sguardo d’assieme vd. Pretagostini, Gentili – Perusino 1997 e
più di recente la Tavola rotonda; breve consuntivo del dibattito in corso
in García Novo Sugli studi classici a Urbino dapprima nella Facoltà di
Magistero poi in quella di Lettere e Filosofia vd. il profilo di Colantonio –
Bravi 2006tente, uditorio nella lirica corale greca , presenta un chiaro
carattere pro-grammatico 62 e introduce quell’insieme di temi che «nel
tempo si rivelerà più produttivo e tipicamente ‘gentiliano’» 63 . Fin dalle
prime righe del sag-gio è messo in evidenza il valore di «strumento di
conoscenza del reale» proprio della produzione poetica nella cultura greca del
tardo arcaismo, il suo farsi «guida orientativa nell’evoluzione della società
greca, nelle forme del linguaggio e dell’arte del poetare» per motivi non
estrinseci ma stret-tamente connessi alla centralità del rapporto diretto tra
il committente e il poeta che particolarmente connota la poesia corale. La
funzione del mito, e dunque il tessuto dei contenuti stessi del carme, si svela
quando ci si rifaccia al professionismo del poeta e alla funzione celebrativa
costitutiva-mente propria della sua attività, volta a «scegliere una leggenda
appropriata all’occasione», a trovare cioè e rendere intelligibile all’uditorio
la relazio- ne tra racconto e celebrando, cosicché «il mito avesse un reale
significato e un valore esemplare». Solo in tale contesto, a un tempo
storicamente determinato e aperto alla necessità dell’interpretazione, possono
corretta-mente configurarsi il rapporto mito-attualità e il rapporto
mito-gnome, e può considerarsi superato «il problema dell’unità dell’epinicio e
in genere del carme corale sul quale per più di un secolo dal Boeckh in poi la
critica si è tormentata nella disperata ricerca di un’unità logica o estetica».
Era, quello dell’unità dell’epinicio, il problema centrale della critica
pindarica quale intuíto e sviscerato dalla grande filologia tedesca del XIX
secolo, e che Perrotta aveva posto tematicamente al centro della sezione
pindarica in Saffo e Pindaro, dedicandovi una rilettura di oltre cento
pagine attraverso l’intera produzione del poeta di Tebe, frammenti compresi,
infi-ne giungendo alla constatazione dell’assenza di unità sia estetica sia
logica nelle odi pindariche. Sostanzialmente riprendendo la visione
romagnolia-na di Pindaro come «poeta del mito» 64 , l’interpretazione di quel
«poeta puro, più che poeta-moralista o poeta-filosofo» 65 è infine da
Perrotta per intero riportata all’interno della dicotomia crociana poesia/non
poesia, senza arretrare dinanzi alle necessarie conseguenze di quella scelta
critica: Non poeta dei giuochi, nè della gnome; non poeta dell’etica e della
politica dorica; non poeta della saggezza di Apollo delfico. Ma poeta
grandissimo del mito sentito religiosamente come miracoloso eroismo e
miracoloso prodigio. Questa defini-zione dell’arte pindarica costringe a
ripudiare come non poesia buona parte dei versi del poeta. Questo forse
dispiacerà; e si dirà che Pindaro è ridotto ad essere, a questo modo, un poeta
frammentario, e si deplorerà ch’egli è stato rimpicciolito e diminuito. Ma una
più serena considerazione convincerà, che, anzi, il poeta è 62 «Una
specie di manifesto per la Scuola urbinate» lo definisce Angeli Bernar-dini
2013, 16. 63 Catenacci 2014, 449. 64 La cui derivazione da
Burckhardt sottolinea Paratore Perrotta stato accresciuto, perchè l’unico
modo di onorare un poeta è quello di esaltare la sua poesia. Isolare le parti
impoetiche, non che fargli torto, è un servigio reso al poeta stesso 66 . Non a
caso subito Perrotta richiama per confronto il caso della poesia dantesca
(«naturalmente continueranno ad esistere gli ammiratori dell’architettura,
dell’unità, dell’armonia dell’epinicio pindarico, proprio come non mancano gli
ammiratori dell’architettura, della struttura, della concezione del mondo
dantesco») 67 , a proposito della quale con maggior valenza paradigmatica Croce
aveva teorizzato e applicato la necessaria dis-tinzione – valida per ogni
autore e opera letteraria – tra la dimensione pro-priamente ‘poetica’ e quella
‘allotria’, attinente «una varia interpretazio- ne filosofica e pratica» 68
.Trent’anni dopo, nel 1965, disegnando il percorso per un profondo rinnovamento
degli studi italiani su Pindaro e i lirici che definitivamente li sottraesse
alle ipoteche critiche della prima metà del secolo, Gentili in certo modo
proietterà all’esterno il tema dell’unità dell’epinicio, rinvenen-dolo «nel
mondo dei valori che il poeta in rapporto al suo pubblico e alla funzione
sociale della poesia era portato a interpretare» 69 . Discernere nella orazione
urbinate i fili di una nascosta dialettica con Perrotta è operazio-ne non priva
di giustificazioni, quando si pensi che il saggio Aspetti del
rapporto poeta, committente, uditorio nella lirica corale greca , nato da
quella prolusione e poi pubblicato in più sedi, per la prima volta comparve nel
volume di «Studi Urbinati» contenente gli Scritti in onore di Genna-ro
Perrotta 70 aperti da una pagina di presentazione di Gentili stesso, alla
quale segue un inedito perrottiano, una nota critico-testuale a un passo di
Lucano, in duello con una atetesi di Housman nel pasqualiano baluginare di «due
varianti antiche» 71 . Significative le parole introduttive di Gentili, che
indicano nel maestro un modello di «vivo impegno a dare un senso di attualità
ai nostri studi», mentre pur non si può tacere l’esigenza di porre nuove
domande alla grecità arcaica e classica: 66 Perrotta E così prosegue:
«gli uni e gli altri si riterranno i soli capaci d’intendere i poeti, pur
essendo incapacissimi d’intendere qualunque poesia, perchè per poesia intendono
l’allegoria, oppure la così detta ‘poesia d’idee’, oppure perfino una rac-colta
di massime belle e utili». 68 Mi limito a rimandare in proposito, come
testo esemplare, all’ Introduzione di Croce 1921, che cito da una
ristampa laterziana sostanzialmente immutata del 1943. 69 Saranno poi i
temi fondamentali di molte, famose pagine di Poesia e pubblico
nella Grecia antica , soprattutto nel cap. VIII Poeta-committente-pubblico,
ovvero la norma del polipo . 70 Gentili 1965a. 71 Perrotta 1Chi gli
fu vicino e poté, anche fuori della scuola, ascoltarlo nella conversazione
abi-tuale, sempre viva e piena d’intelligenza umana, apprese, oltre che il
rigore scien-tifico della ricerca, il vivo impegno a dare un senso di attualità
ai nostri studi, oggi, nelle prospettive del nostro tempo, diremo l’impegno a
comprendere nell’inesauri-bile mondo della grecità arcaica e classica la
problematicità dei rapporti di valore culturali e civili, quali uomo-scienza,
uomo-natura, uomo-società, che sono alla base della nostra inquietudine e per i
quali sentiamo l’urgenza di una soluzione se dobbiamo, tra i rottami
inutilizzabili del vecchio umanesimo e tra gli automi della odierna civiltà
industriale, riproporre una nuova dimensione dell’uomo, dell’uomo non come
strumento ma come fine 72 . La seconda parte del saggio discute un buon numero
di passi, perlopiù di Pindaro, anticipando traduzioni destinate
all’antologia Lirica corale greca. Pindaro Bacchilide Simonide ,
che uscì per Guanda nel 1965 73 ; il saggio originato dalla prolusione urbinate
sarà lì riproposto in versione sostanzialmente immutata, a mo’ di introduzione
dal titolo Poeta e com-mittente . Nuovo è però l’avvio (ripreso nel
retrocopertina), che intercetta le curiosità ‘d’avanguardia’ di quegli anni di
profondi mutamenti, un po’ provocatoriamente invitandoli a una nuova lettura
dei poeti della lirica co-rale greca: In un momento di crisi, oggi, della
poesia, tra sperimentalismi d’avanguardia, giu-stificati, entro certi limiti,
dalla buona intenzione di trovare linguaggi più idonei ad interpretare la
realtà presente, ha forse un senso riproporre una nuova lettura dei poe- ti
della lirica corale greca, Pindaro, Simonide, Bacchilide. La scelta non è casuale,
ma ha un suo significato che sarebbe stato eluso se ci si fosse limitati a
ripresentare i poeti della lirica monodica, troppo consunti dalla tradizione
ermetica. Premeva invece offrire, nei limiti consentiti dall’indole della
collana, un panorama delle op-poste tendenze ideologiche e artistiche che
animarono la poesia del tardo arcaismo greco, cioè di un’epoca culturale
caratterizzata da una profonda crisi evolutiva nella quale la poesia, come solo
rare volte nella storia della cultura occidentale, divenne strumento di
conoscenza del reale […] 74 . Si tratta dunque di una affermazione di
‘contemporaneità’ della lirica greca ancorata a solide e rinnovate basi
filologiche e storiche, proposta in un’epoca di crisi e trasformazione tra le
più incisive e impetuose del se-colo, come oggi sappiamo. Se può forse anche
rimandare qualche eco dei 72 Parole che in parte torneranno
trent’anni dopo nell’introduzione premessa da Gentili alle Giornate di
studio su Gennaro Perrotta . Si può aggiungere che nella premessa agli Scritti
urbinati in onore del maestro, Gentili segnalava che alcuni di essi
costituivano i primi contributi di collaboratori del neocostituito «Centro di
studi sulla lirica greca e sulla metrica greca e latina» presso l’Università di
Urbino. 73 Gentili 1965c. Ho consultato presso la Biblioteca centrale
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano una copia appartenuta a
Luigi Alfonsi, con dedica manoscritta di Gentili datata «Urbino 18.11.1965».
74 Con l’ultimo periodo si apre il saggio in «Studi
Urbinati» clamori suscitati dalla beat generation di A.
Ginsberg, il cenno iniziale agli «sperimentalismi d’avanguardia» nell’àmbito
della poesia contempora-nea, ai loro eccessi e alle loro ragioni,
essenzialmente rinvia alla neoavan-guardia italiana di quegli anni, la cui fase
preparatoria si suole riconoscere nel dibattito culturale sviluppato sulla
rivista milanese «Il Verri», fondata nel 1956: sin dall’inizio diretta da
Anceschi, se n’era avviata nel 1962 una seconda serie presso l’editore Feltrinelli,
sedendo nel comitato di redazione letterati poeti e studiosi destinati a fama e
fortu-na nei successivi decenni (Nanni Balestrini, Renato Barilli, Eco,
Giuliani, Guglielmi, Porta, Sanguineti). I nomi appunto intorno a cui nel 1961
si era aggregata l’antologia poetica I Novissimi: poesie per
gli anni Sessanta (con testi di N. Balestrini, A. Giu- liani, E.
Pagliarani, A. Porta, E. Sanguineti), con il successivo passaggio al Gruppo 63,
più eterogenea e conflittuale formazione: intorno alla metà degli anni Sessanta
poli entrambi di definizione e diffusione della neoa-vanguardia italiana,
poetae novi avversi contemporaneamente a ermetismo e neorealismo 75
, volti (i più) alla destrutturazione sperimentale di lingua e forma come unica
modalità di espressione di/in una realtà svuotata di sen-so e accettata come
tale 76 . Presentando il primo numero della nuova serie de «Il Verri» (febbraio
1962), L. Anceschi salutava il determinarsi di un evidente mutamento nel
panorama della poesia italiana contemporanea. A una maniera «che fu giustamente
detta anacoretica , o ermetica , o chiusa , non senza certe
tentazioni di involuzione neoclassica» e che intendeva la poesia «come fuga o
rifugio; come estrema voce del soggetto nascosto e introverso […] come sintesi
illuminante, pregnante, e veloce nel rigore calcolato, coltivatissimo, e raro
della parola», si sostituiva ora il diverso atteggiamento e sentimento «di una
poesia dissacrata, estroversa, che si ritrova in un mondo di oggetti reali,
affidata talora alla casualità del sin-tagma, talora ad un ritaglio
significante dell’effimero, di modi analitici, a struttura complessa e
multipolare, tale che […] può farsi capace di una critica di vita, di un’azione
per la trasformazione dell’uomo»: egli avver-tiva insomma il farsi avanti di
una poesia, e di una stagione di poesia, «come accrescimento della
vitalità , e nuove tecniche, e volontà di for-me aperte, e speranze di una
maggior portata di comunicazione…» 77 . Il saggio già apparso in «Studi
Urbinati» fu da Gentili subito ripubblicato 75 Nonché «uniti e
avvinti (per impulso d’Anceschi) nel programma di approfit-tare della prima
congiuntura economica favorevole dopo secoli – il famoso boom »: così
Alberto Arbasino in Anceschi – Campagna – Colombo, 338. 76 «Sganciato il
linguaggio da intenti determinati e da precise responsabilità semantiche, lo
scrittore appare attirato non tanto dalla mancanza di senso quanto piuttosto da
ciò che sembra lecito chiamare il possibile verbale, ossia l’estrema libertà di
invenzione linguistica. La parola comunica non dei significati, ma le pro-prie
avventure e peripezie, percorre lo spazio senza fine del desiderio, del gioco e
del godimento», come efficacemente sintetizza Curi 2014, 100. Sent
from the all new AOL app for iOS appunto su «Il Verri» 78 , all’interno di
un numero monografico Classicità e contemporaneità contenente
contributi anche di altri studiosi del mon-do antico 79 . Il fascicolo era
introdotto da un intervento di Anceschi, da sempre attento a «scoprire in modi
non fortuiti una zona antica e nuova della classicità» 80 , qui volto a
riflessioni di singolare lucidità e preveggen-za, oggi certo più
inoppugnabilmente attuali di cinquant’anni fa: Le infinite maniere con cui nel
secolo son stati sentiti i classici testimoniano già esse di un continuo vivere
dei classici al di fuori della astrazione, ormai incredibile, di eterne,
immobili esemplarità. Che senso avrà la lettura dei classici in un mondo in cui
l’Europa non sia più il “cervello del mondo” ma solo, se sarà possibile,
una delle sue fibre, una delle voci di una cultura che si è
aperta, aperta al riconoscimen-to delle ragioni di tutti i popoli, di tutte le
tradizioni? La cultura europea in certi suoi esponenti della metà del secolo scorso
sembra aver intuito la possibilità del determinarsi di una situazione di questo
genere […]. Questa è la situazione in cui siamo, qui dobbiamo vivere, e in
questo ordine recuperare i nostri antichi 81 . Particolarmente appropriati, nel
contesto del numero de «Il Verri», ri-sultano dunque sin dall’inizio del saggio
di Gentili i rilievi sulla ‘lontanan-za’ dal gusto moderno specialmente della
lirica corale, tra le varie forme della poesia greca arcaica, e sull’almeno
apparente maggiore accessibilità dei grandi poeti della lirica monodica (Saffo,
Alceo, Anacreonte) anche se il loro volto è apparso spesso da noi alterato da
un certo estetismo deca-dentistico che ha ancor più accentuato, a suo modo,
quell’idea astratta e astorica della lirica greca che abbiamo ereditato dalla
nostra cultura classicistica. Il culto della “poesia pura” idoleggiò in essi
quella che fu ritenuta l’espressione essenziale, irripetibile, poetica per
eccellenza, o addirittura la “poesia del frammento” conden-sata in un’immagine
di pochi versi superstiti. Il riferimento è qui alla importante, benché spesso
indiretta presenza dei maggiori lirici monodici nella letteratura italiana
dalla seconda metà 77 Anceschi 1962, in partic. 14 sgg.
78 Gentili 1965, 80-97. 79 C. Del Grande ( Grecità ); C. Diano
( Ritorno a Plutarco ); E. Pasoli ( Per una lettura dell’epistola
di Orazio a Giulio Floro ); G. C. Giardina ( Note per l’esegesi di Orazio
lirico ); A. Mele ( Orazio e il significato culturale del classicismo latino ).
80 Cit. in Nisticò 1997. 81 Anceschi 1965, 4-5. Quanto una ben
diversa visione della Grecia come «anti-ca madre comune» fosse in àmbito
filosofico italiano ancora viva pochi anni prima testimonia ad esempio il
volume di Barié – Sini 1959, dove a fronte del «senso della crisi dei valori
oggi tanto diffuso nella coscienza dei contemporanei, che nessuna generazione
del passato potrebbe probabilmente reggerne il paragone», si propugna un
ritorno alla Grecia, che «vagheggiata dall’Umanesimo al Romanticismo come il
felice e radioso mattino della nostra storia, sembra non avere mai deluso chi
ricerchi in essa i germi del modo occidentale di considerare e vivere la vita»
(17dell’Ottocento, non solo e non primariamente nelle traduzioni 82 . A
Car-ducci in particolare, e per vari aspetti già al Foscolo 83 , si deve «la
riscoper-ta, nelle immagini e nei metri, dei lirici greci, di Alceo e Saffo,
già di leo-pardiana memoria, e poi di Alcmane […] come modelli di poesia pura»
84 , all’origine di un ricco e complesso processo di ricezione, ancora non
ade-guatamente studiato, che attraverso Pascoli 85 e D’Annunzio conduce
sino ai Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo , usciti a
Milano in prima edizione nella tragica primavera del 1940, introdotti da un
saggio critico del ventinovenne Luciano Anceschi. A Milano Anceschi si era
formato con Antonio Banfi, subito segnalandosi con il volume
Autonomia ed ete-ronomia dell’arte (1936) 86 , radicale presa di
distanza dall’intuizionismo estetico crociano e dalla sua incapacità di
comprendere le poetiche del Novecento 87 . Come il coetaneo Carlo Bo
(1911-2001) per la corrente ‘fio- 82 Tra le quali per più ragioni
merita ricordare quella che Felice Cavallotti (1842-1898), allora già famoso
deputato dell’ Estrema , dedicò a Canti e frammenti di Tirteo.
Versione letterale e poetica con testo e note preceduta da un’ode a Gio-suè
Carducci , Milano 1878, con prefazione, interessante per il rifiuto della
‘metrica barbara’ («il tentativo – che non data da oggi – di ricondurre la
poesia italiana alla esteriorità dei metri greci e latini, mal saprebbe
giudicarsi alla stregua di alcune splendide ispirazioni di Enotrio»), e per
l’attenzione alla fortuna di Tirteo anche fuori d’Italia, in particolare nel
mondo tedesco (lingua che Cavallotti aveva appreso nell’ancor asburgico liceo
milanese di Porta Nuova), finanche citando «la versione olandese in versi di
Bilderdijk»: ma nella costituzione del testo adottando «per base la volgata di
Enrico Stefano – del 1566 – che ancora oggi fra tutti i distillamenti di
cervello della critica germanica rimane la guida del testo più fida e più
sicura». 83 Del Foscolo si ricordi almeno la visione dei versi
della Coma catulliano-calli-machea come poesia
lirica sin dalla dedica a G. B. Niccolini («non credo che l’an-tichità ci
abbia mandata poesia lirica che li sorpassi, e niuna abbiano le età nostre che
li pareggi») della traduzione e commento de La Chioma di Berenice
poema di Callimaco tradotto da Valerio Catullo (1803): ivi il Discorso
quarto. Della ragione poetica di Callimaco si chiude nel nome di
Pindaro dopo aver esaltato Alceo e Saf-fo nei superstiti rari
vestigi a fronte di Orazio e di Catullo. Sul ‘pindarismo’ fosco-liano dal
commento alla Chioma di Berenice attraverso i Sepolcri
sino alle Grazie come riflessione sul nesso che lega lirica antica
e moderna vd. Benedetto 2006. 84 Nava 2007, 90; qualche utile elemento si
trae da Tomasin 1997. 85 Fondamentali soprattutto i Poemi
Conviviali (del 1904 la prima edizione in volume) sin dal liminare
Solon (1895), su cui vd. le considerazioni introduttive e il dettagliato
commento in Treves Un àmbito di
particolare interesse è quello della sperimentazione pascoliana ispirata ai
metri della lirica greca, cfr. Giannini 2009 e ora Capone – Giannini 2015.
86 Lo stesso anno de La poetica del decadentismo di W.
Binni, per il cui influs-so sugli studi pindarici degli anni Quaranta di M.
Untersteiner vd. Lehnus 1989. 87 Sui fondamenti filosofici e critici del
precocissimo anticrocianesimo di An-ceschi vd. Lisa 2007, cap. I ( La
nuova fenomenologia e la nozione di poetica ); su Anceschi, la critica di
ispirazione fenomenologica e la sua connessione con la neoavanguardia (come già
con l’ermetismo critico) utile profilo in Orvieto 2003, 1090-1095 e
1104-1110rentina’ dell’ermetismo, sul versante ‘milanese’ Anceschi fu figura di
spicco tra i giovani critici che si fecero interpreti e banditori della
singolare intensità della parola nella poesia di Quasimodo: ‘poetica della
parola’ sul-la cui centralità Anceschi torna nell’introduzione ai
Lirici greci del 1940, dicendola erede dell’«esperienza complessa
della poesia dopo Hölderlin, Poe, Baudelaire, e, per noi in special modo,
Leopardi» e, soprattutto, scor-gendone l’antecedente nella «pura e libera voce
dei lirici greci». Anceschi si mostra consapevole del fecondo lavoro filologico
svoltosi per secoli intorno a quegli antichi poeti, ma del pari afferma che
nella cultura euro-pea «non ci fu mai la felice e piena stagione dei lirici
greci». Quella stagio- ne ora è giunta, cosicché «nella ricerca di una poesia
veramente nuova e contemporanea » e soprattutto «nella
aspirazione al raggiungimento di una rigorosa purezza lirica »
l’‘ermetico’ Quasimodo può pienamente espri-mere se stesso traducendo Saffo Alceo
Archiloco e Alcmane, ritrovando cioè «la purezza di quell’antica sensibilità in
una condizione di linguaggio attuale della poesia». Senza sentimentalismi – va
detto – ma nutrito di una chiara percezione della terribile crisi della civiltà
europea 88 , risuona l’appello alla lirica greca come depositaria
dell’assolutezza della parola, paradossalmente assicurata dalla condizione
frammentaria di quella tra-dizione testuale: Questa aspirazione di purezza in
un riconoscimento della relativa «brevità» di ogni composizione poetica, che,
per raggiungere il suo scopo, deve presentarsi alla no-stra coscienza
come un tutto è, appunto, la lirica – per la prima volta nata
all’u-manità nella Grecia. Di essa solo la parola (qualche
parola altissima, e interrotta) ci resta, là dove era anche danza e musica:
parola, danza, musica in un’invisibile armonia unitaria di ritmi. E solo
l’immaginazione più libera può darci un’approssi-mazione felice a quel segreto.
Se pregevole appare la sottolineatura del concorrere di parola, danza e musica
nel definire la particolare natura della lirica greca, è indubbio che il
suggerire compatibilità o addirittura sovrapponibilità tra ‘poetica della
parola’ cara agli ermetici novecenteschi e scarni testi dei lirici
greci conservati per fragmina («qualche parola altissima, e
interrotta») si risolve in una forzatura critica a danno del concetto e della
realtà di ‘frammento’ propri della filologia classica: all’indomani della
guerra pubblicamente lo segnalò Manara Valgimigli (1876-1965) 89 , peraltro con
Quasimodo e 88 Consapevolezza che ad esempio si esprime nel
richiamo a un’illuminante frase di P. Valéry: «… une civilisation a la même
fragilité qu’une vie. Les cir-constances qui enverraient les oeuvres de Keats
et celles de Baudelaire rejoindre les oeuvres de Ménandre ne sont plus du tout
inconcevables: elles sont dans les journaux» (22-23). 89 Valgimigli
1946 (1957). Dopo aver ricordato che dei lirici greci «per tra-dizione
medioevale diretta, oltre la silloge teognidea e quella pseudofocilidea, e
oltre i quattro libri degli Epinici di Pindaro […] tutto il resto lo abbiamo o
per ciAnceschi in rapporti epistolari già in quel 1940, e da subito ben
disposto verso l’impresa traduttoria del poeta ermetico e i suoi risultati 90 .
Quan-do Gentili, nel saggio pubblicato nel 1965 su «Studi Urbinati» e su «Il
Verri», polemicamente alludeva a quell’impresa nei termini su citati («il culto
della “poesia pura” idoleggiò in essi [ scil . i grandi poeti della lirica
monodica] quella che fu ritenuta l’espressione essenziale, irripetibile, poe-
tica per eccellenza, o addirittura la “poesia del frammento” condensata in
un’immagine di pochi versi superstiti»), i Lirici greci di
Quasimodo erano nel pieno della loro fortuna: mentre proprio nel 1965 era definita
la for-ma ne varietur delle versioni dai lirici nell’edizione
mondadoriana degli Opera omnia del poeta, tra vivaci polemiche di
recente laureato dal Pre-mio Nobel (1959), quelli erano gli anni in cui se ne
radicava e diffondeva la presenza nelle scuole italiane, particolarmente dopo
l’istituzione della Scuola media unica. Soprattutto dai primi anni Sessanta e
nel successivo decennio si può dire che in Italia nella percezione comune,
anche gene-ricamente colta, la lirica greca coincise con i Lirici
greci di Quasimodo, opera anzi che già all’indomani della morte del poeta
(1968) si prese a riconoscere come la sua migliore 91 . La stessa scelta da
parte di Gentili di tazioni indirette, oppure, dove siamo stati più
fortunati, per ritrovamenti papiracei; a ogni modo, per frammenti» e che in
realtà anche la lirica era «tutta intessuta e ragionata nel mito», Valgimigli
pienamente riconosce le ragioni storico-culturali di quell’equivoco, il
‘fascino singolare’ esercitato sui ‘lirici nuovi’ dagli antichi poeti in frammenti:
«ora, se io penso a quelle che furono ai principi del Novecento le teoriche
dell’intuizionismo, del futurismo, del frammentismo, non credo peccare di
temerità né di irriverenza se tra le cause di questo incontro di poesia greca e
poeti nuovi oso porre anche questa umile e strana combinazione, cioè del
casuale stato frammentario e quindi, in certo senso, alogico, anticontenutista,
antisintattico, e, vorrei aggiungere, anticantato di certa poesia lirica
greca». 90 Quanto sopravvive dei carteggi Quasimodo-Valgimigli e
Anceschi-Valgimi-gli è ora raccolto nel volume Benedetto – Greggi – Nuti 2012.
Val la pena qui trascrivere almeno la breve missiva (da Padova, 6 giugno 1940,
su carta intestata «R. Università di Padova/Seminario di Filologia Classica»)
con cui Valgimigli rin-graziava il poeta per l’invio di una copia degli appena
pubblicati Lirici greci : «Caro Quasimodo / Ho avuto il libro.
Grazie. Certi versi mi hanno ridato la consolazione di un nuovo cantare. Sopra
tutto, come già Le scrissi, c’è quel pudore schietto, quel pudore senza
inganni, quella limpidezza liquida, che erano e sono qualità insolite e ignote.
Di alcuni punti e modi, di alcuni suoni di parole, assai mi piacerebbe par-lare
con Lei. Anche mi piacerebbe scrivere di questo suo libro. Ma dove, in questi
giorni feroci? Addio, caro Quasimodo. E auguriamoci bene. E auguriamo bene al
nostro paese e alla nostra civiltà. / M. Valgimigli» (in Benedetto – Greggi –
Nuti 2012, 100-101). 91 Così per primo E. Sanguineti, uno dei
protagonisti della neoavanguardia, che in chiusura dell’
Introduzione alla sua importante antologia einaudiana Poesia
italiana del Novecento (1969) accomuna in iconoclastico dileggio
antiermetico le versioni quasimodee al famoso saggio di Carlo Bo
Letteratura come vita (1938); appunto perché gli antichi lirici
risultano «volgarizzati, mediante il Quasimo- Sent from the all new
AOL app for iOSantologizzare e tradurre per Guanda i poeti della lirica corale
(Pindaro, Bacchilide, Simonide) fu con ogni evidenza determinata dal fatto che
si tratta appunto degli autori non presenti tra i Lirici di
Quasimodo perché non compatibili con l’idea di lirica sottesavi, come peraltro
Anceschi ave-va a suo tempo esplicitamente affermato: Entro i limiti di una
pura (attuale e antica) idea della poesia perciò fu
osservata la scelta dei testi […]. Naturalmente è ben definito il senso anche
delle esclusioni di poeti disposti a mettere a servizio della «celebrazione» la
magnificenza di uno stile espertissimo, come Pindaro; o, come Bacchilide, abile
e colto in una dolcezza di analisi descrittive. E sempre, poi, un rigore senza
concessioni ha voluto la esclu-sione, o, almeno, la limitazione nella presenza
di poeti «semi-lirici» (giambici o elegiaci, gnomici o politici) troppo
disposti alla sentenza , all’ esortazione o alla narrazione :
a indubbie condizioni di prosa 92 . Venticinque anni dopo la comparsa dei
Lirici greci prefati da Anceschi, Gentili propugnava e realizzava
il rovesciamento di quella prospettiva cri-tica 93 ; ci si può quindi chiedere
perché il grecista urbinate abbia scelto pro-prio la rivista diretta da
Anceschi per ripubblicare e più ampiamente divul-gare il saggio
Aspetti del rapporto poeta, committente, uditorio nella lirica corale
greca . Quanto si è prima accennato circa i convincimenti maturati da Anceschi
nel corso degli anni Cinquanta, e poi sempre più all’inizio dei Sessanta, rende
chiara la risposta: «nemico di ogni posizione cristallizza-ta» 94 , Anceschi
soprattutto con «Il Verri» individuò come primario compi-to del critico «quello
di risolvere la situazione in cui si trova, e di cui sente l’ansia e
l’instabilità» 95 . Non solo sin dai primi anni del dopoguerra egli si
do, con i tratti deformanti della poetica ermetica», su quindici poesie
antologizzate da Sanguineti tredici sono tratte dai Lirici greci ,
definiti «il suo più vero contribu-to originale alla poesia del nostro secolo»
e «uno dei documenti più significativi dell’intiera stagione ermetica».
92 L. Anceschi, Introduzione in Quasimodo 1940, 22.
93 Con espressioni che sembrano anche direttamente rispondere a quelle di
An-ceschi del 1940: «per questa via era difficile accostarsi ai lirici corali
del tardo ar-caismo greco, particolarmente a Simonide, Pindaro e Bacchilide,
più elaborati, più consapevoli delle loro possibilità espressive, più ricchi
nei contenuti etici, politici e artistici, indissolubilmente legati a un
particolare ambiente e ad una determinata occasione che stimolarono e
condizionarono il loro canto» (Gentili 1965c, 15). 94 Anceschi – Campagna
– Colombo 1998, 331: «Anceschi – si sa – era nemico di ogni posizione
cristallizzata […]. Non sconfessava l’ermetismo, in cui si era riconosciuto e
che lo aveva visto nascere come critico militante, ma non intendeva lasciarsi
rinchiudere in esso. E magistrale […] era la sua capacità di muoversi in
territori ambigui, d’incerta definizione, non ancora riconosciuti, e di porsi
come punto di riferimento per chi cercava la sua strada». 95 Anceschi
1956, saggio con cui si apre il primo numero de «Il Verri» nell’au-tunno di
quell’anno, riproposto nella nuova serie de «il verri» nel 1996; sulla
con-dizione della letteratura italiana dopo la metà degli anni ’50, chiusa tra
le ultimeera convinto (come Quasimodo del resto) dell’esaurimento della stagione
ermetica, ma tornò ad affrontare i Lirici greci e la sua
stessa introduzione dieci anni dopo, riscrivendola nel 1951 per una nuova
edizione mondado-riana. Molte qui sono le novità, sin dall’avvio. Anceschi
lascia intendere di essere all’origine dell’incontro di Quasimodo con la lirica
greca (come peraltro già le pagine del 1940 lasciavano sospettare) 96 , prende
atto del de-finitivo isterilirsi dell’ermetismo, contestualizza la traduzione
quasimodea nel suo valore e nei suoi limiti storicamente determinati: Ma che
cosa si son fatti i lirici greci nella lettura di Quasimodo? Essi furon letti,
è evidente, nel gusto particolare di una certa tendenza alla poesia del tempo
[…]. Era un momento in cui la verità della poesia ci sembrava tutta compresa
nella veloce intensità della lirica in una estrema lucidità di contatti tra
oggetti lontanissimi e lon-tanissimi tempi della memoria; e gli antichi
frammenti (la giustificazione della vali-dità del frammento è
sempre la prova di resistenza delle estetiche) ci confermavano con la loro
forza che la poesia non sta nella struttura, non sta
nella «musica esterio-re», non sta nel «contenuto morale» o nella
«narrazione» e nel «discorso»…: tutto ciò può andar perduto, eppure una
bellezza intensa e veloce resta, e ci commuove. 4. Importante novità rispetto
all’introduzione del 1940 è il richiamo al saggio «incompiuto e bellissimo» di
Renato Serra (1884-1915) Intorno al modo di leggere i Greci ,
pubblicato postumo da Valgimigli nel 1924 su «La Critica». Ispirate dalle
contradditorie reazioni che il primo volu-me della traduzione commentata
dei Lirici greci del Fraccaroli (1910) gli avevano suscitato
97 , le pagine di Serra sono soprattutto una riflessione sulla fine del vecchio
classicismo («il calco in gesso dell’Ellade serena, dell’Ellade perfetta, che
aveva fatto le delizie di tante generazioni, dagli umanisti fino al Carducci, è
andato in frantumi»), sul nuovo «desiderio di realtà» suscitato dall’incessante
lavoro di filologi e archeologi, sulla inquie- manifestazioni
dell’ermetismo e il dogmatismo neo-realista, e sulla risposta libera-toria che
la rivista trovò in una ‘fenomenologica’ concezione della letteratura «che
rinnova continuamente la propria consapevolezza in rapporto al concreto mutare
delle situazioni» torna ad esempio Anceschi 1967. 96 «Non dimenticherò
certo facilmente il giorno – davvero molto lontano, or-mai – in cui, parlando
con Quasimodo, mi venne fatto di associare, secondo certe ragioni, due idee
familiari e carissime, che, in quel momento, sollecitavano in modo singolare la
mia mente; voglio dire: l’idea della prima lirica greca, e quella della poesia
italiana contemporanea. Fu, credo, un giorno dell’autunno 1938»:
l’introdu-zione anceschiana del 1951 è ristampata in Quasimodo 2004, 321-333.
97 «Ho davanti a me i Lirici del Fraccaroli. Che cosa è dunque
l’interesse di que-sto libro? L’intendimento nuovo di mettere sotto gli occhi
dei lettori comuni questi avanzi venerabili della lirica greca, sì che ognuno
possa vedere e giudicare senza scrupoli quel che sono sostanzialmente e quel
che valgono. Con questo animo l’au-tore ha dato e il pubblico ha ricevuto,
molto lietamente, come sapete, il libro. Per-ché dunque invece di partecipare a
questa lietezza io resto malinconico e dubitoso ad ascoltare l’eco
beffardo di una ironia lontanissima. ὁρᾶς τὸν πόδα τοῦτον;» Sent
from the all new AOL app for iOSta grecità da loro rivelata, consentanea al
gusto fin de siècle («coi prefidi-aci, con la civiltà micenea
e con la cretese, con le fasce delle mummie e con gli ostraka dei monticoli
egiziani, e insomma con l’insistenza su tutto ciò che la Grecia può dare di più
crudo, barbaro, romantico, positivo, con-trastante col vecchio ideale gelato»),
e soprattutto sulle opportunità svelate da questo diverso, modernissimo
‘bisogno di antico’: Realtà, come dicevo, di cose, e non di parole. Questa è la
differenza profonda fra la nostra generazione e quelle che l’han preceduta. Le
statue, le fotografie, le imma-gini, i processi, i costumi, in somma la vita nella
sua indifferente nudità ha preso il posto degli aoristi del maestro di
seminario e delle figure di Longino […]. Una cosa è chiara, direi quasi a
priori ; che con tanta voglia di appropriarsi solo il grosso e l’essenziale
della grecità, i pensieri e i motivi e le immaginazioni piuttosto che le frasi
e le formalità, quest’ora dev’essere propizia per i traduttori. I passi ora
citati del saggio di Serra provengono dal fascicolo de «Il Verri» dedicato
a Classicità e contemporaneità , che si apre con estratti da
Intorno al modo di leggere i Greci 98 . Sugli appunti di Serra si
sofferma il liminare Intervento di Anceschi. Nel giovane
critico cesenate caduto sul Podgora, Anceschi indica colui che «intuì una crisi
del modo di sentire e vivere i classici, in cui noi ancora siamo», la crisi di
chi ha compreso «che non ha più alcuna utilità per noi una lettura
assoluta dei classici», ma che esistono ancora molti modi, altri modi,
con cui i classici ci possono rispon-dere, molti e diversi piani su cui essi
vivono ancora per noi, e che molti e diversi possono essere i gesti del nostro
rapporto con loro. E su questa fenomenologia va forse ormai posato l’accento.
Sono evidenti le consonanze tra un così attento bisogno di fondare una diversa
presenza dei classici in un futuro avvertito come totalmente ‘altro’, e
l’attività di Gentili in quegli anni come filologo e come docente. Ne è
conferma la scelta di continuare a pubblicare su «Il Verri» gli articoli di
maggior impegno teorico e programmatico già apparsi nei «Quaderni Urbinati di
Cultura Classica»: in particolare i due saggi L’interpretazione dei
lirici greci arcaici nella dimensione del nostro tempo e
Prospettive critiche nell’interpretazione della cultura greca dell’età
dei lirici . Il primo (Gentili 1970) 99 pienamente si presenta al lettore
‘nella dimensione del nostro tempo’, subito prospettando l’ineludibile «grosso
problema di fon-do che è il problema stesso della sopravvivenza del mondo
classico nella nostra cultura», letto all’interno del più radicale tema della
‘morte della storia’ nelle società a tecnologia avanzata e pervasiva degli
ultimi decenni 98 Serra 1965. 99 Già in «QUCC», con il
sottotitolo Sincronia e diacronia nello studio di una cultura orale :
Gentili 1969del XX secolo. Quaranta e più anni dopo, sono riflessioni che
colpiscono per lungimiranza, e per estraneità agli ideologismi allora correnti
come a qualsivoglia ‘umanistica’ retorica consolatoria o deprecatoria: In
concreto, quale senso può avere la grecità arcaica nell’odierna civiltà
tecnolo-gica che rifiuta la storia e s’impone come civiltà nuova, integrata e
alienata come è definita dai sociologi, perché ha tolto al mondo,
irrevocabilmente, le sue proprie dimensioni storiche? Il risultato di questa
situazione irreversibile è a tutti noto: la grande crisi dei valori etici,
politici, espressivi. Se volgiamo per un attimo lo sguardo alla cultura
contemporanea e agli ultimi movimenti delle neoavanguardie europee, lo stato di
crisi dell’espressione ha forse toccato i suoi limiti. L’articolo enuclea e
propone con chiarezza i principali elementi caratte-rizzanti il rinnovamento a
livello internazionale degli studi sulla lirica gre-ca arcaica, sulla spinta
soprattutto dei lavori di E. A. Havelock, muovendo dal riconoscere che «dato
comune alla lirica greca, e in generale alla poesia greca sino alla fine del V
sec. fu il tipo di comunicazione cui fu affidata, comunicazione non scritta ma
orale», e che una poesia orale «comporta modi di espressione e atteggiamenti
mentali diversi dalla poesia di comu-nicazione scritta». Si è di fronte a una
‘tecnologia di scrittura’ rinvenibile «in contesti poetici di altre
culture orali», solita affidarsi a periodi brevi e figurazioni paratattiche,
estranea all’«uso dell’io idiosincratico», cioè appunto all’‘io lirico’ della
poesia latina e poi moderna, connessa invece a una «psicologia della
performance poetica che mira a pubblicizzare il personale e il
soggettivo per renderlo immediatamente percepibile e coin-volgere
emozionalmente l’uditorio» attraverso la ricca serie di immagini e metafore
proprie del linguaggio della lirica arcaica. La presenza del mito ne riflette
la funzione, «tessuto connettivo della cultura orale e strumento sociale di
interazione tra passato e presente, fra tradizione e attualità, tra poeta e
uditorio», sì da delineare un tipo di poesia prammatica per la sua funzione e i
suoi scopi parenetici, didattici e celebrativi, sollecitata nella scelta dei
temi dalle vicende della vita militare e politica, dalle reali situazioni della
vita sociale, dei simposi, delle feste religiose e degli agoni atletici,
vincolata alle richieste di un committente o a un uditorio di “amiche” e di
“amici” di un thiaso di ragazze o di una consorteria politica di identico rango
sociale. Si trovano qui compendiate e illustrate con efficace consapevolezza
critica le linee guida che per mezzo secolo ispireranno l’amplissimo la-voro di
Gentili e della sua scuola sulla lirica greca arcaica 100 . È opportu-no
sottolineare la volontà di Gentili di legare l’interpretazione dei lirici
greci, così rinnovata, a una prospettiva particolarmente ampia e ambizio- sa,
protesa sul futuro e infatti più volte ribadita nei decenni successivi,
100 Esemplare l’esposizione in Gentili 1990 Sent from the all
new AOL app for iOSl’idea cioè «cui aspira l’antropologia contemporanea,
dell’interpretazione come comunicabilità fra culture diverse e distanti nel
tempo». Il rifiuto, all’inizio dell’articolo, sia della «interpretazione
umanistica tradizionale della poesia greca come eterna storia naturale del
gusto e dell’arte» sia del ‘neoumanesimo etico’, e in definitiva la presa
d’atto della «crisi profon-da dell’umanesimo tradizionale» in un contesto
culturale dominato dalle nuove scienze dell’uomo, mira all’affermazione di un
diverso paradigma (identificabile nei nomi diversi ma variamente concordanti di
Dodds e di Finley, di Vernant e di Havelock) con «lo sforzo di capire in
concreto la mentalità dell’uomo greco arcaico», secondo una linea critica
attenta all’oggi e al domani: nella quale cioè «convergono le domande, le
cate-gorie e gli strumenti delle moderne scienze dell’uomo: dalla lessicologia
semantica alla psicologia sociale e alla psicologia della storia, dalla
socio-logia all’antropologia», e il vero tema risulta infine «il problema
concreto dell’uomo nella sua vita individuale e sociale» 101 .Allo scopo
evidentemente di segnalare nell’attività critica ed esegetica la necessità di
una costante riflessione concernente passato (dell’oggetto) e presente
(dell’interprete), «contro il pericolo di arbitrari travestimenti» 102 , il
saggio si chiude con una breve citazione da T. S. Eliot 103 , cara a Gentili,
che la ripeterà in futuro. Si tratta di un passo proveniente da un saggio del
1920 ( Euripides and Professor Murray ), violento attacco dello scrittore
contro le traduzioni euripidee approntate per la scena dal famoso grecista,
accusato di adottare per le proprie versioni un obsoleto stile
tardo-otto-centesco incapace di trasmettere la sostanza del testo greco e di
renderlo comprensibile nel presente (opinione ben espressa dalla devastante
frase finale: «è per il fatto che il professor Murray non ha istinto creativo
che lascia Euripide lì, proprio morto»): è giusto aggiungere che, quali siano
stati moventi e intenti della stroncatura di Eliot, le traduzioni di Murray
proposte on the stage furono grandemente popolari per decenni, e
anzi «it was largely due to Murray that Greek tragedy established itself as a
permanent feature of the theatrical landscape» 104 . L’intervento fu incluso
101 Sul significato di fondo dell’opera di Gentili da individuarsi nella
«applica-zione alla filologia testuale dell’antropologia culturale», al fine di
porre «la spiega-zione dei testi, della loro struttura e dei singoli passi, nel
quadro illuminante della cultura complessiva cui furono funzionali» vd.
soprattutto le osservazioni di Cerri 2014. 102 Con riferimento a quanto
sembra alle interpretazioni idealistiche e estetiz-zanti della lirica greca
contro cui più polemizza Gentili. 103 «Abbiamo bisogno di un occhio che
possa vedere il passato al suo posto con le sue definite differenze dal
presente e tuttavia in modo così vivo che esso sia tanto presente a noi come il
presente». 104 Cfr. Garland 2004, in partic. 161-163. Su Euripides
and Professor Murray vd. ora i rilievi di Morwood 2007, 139 sgg.; sui ben
noti, profondi interessi di Eliot per le letterature classiche e soprattutto
per Virgilio, e sull’importanza nella costru-zione e nell’autorappresentazione
del poema The Waste Land (1922) del concetto Sent
from the all new AOL app for iOSda Eliot nella raccolta Il bosco
sacro ( The Sacred Wood ), rivelata nel 1946 alla cultura italiana
dalla traduzione di Luciano Anceschi, che premise una lunga introduzione
(datata marzo 1945!) 105 dove non manca di essere menzionato
Euripides and Professor Murray , da Anceschi accostato al saggio
«incompiuto e bellissimo di Serra Intorno al modo di leggere i
Greci » per la comune avversione verso «quel tipo ambiguo di traduttore-poeta-filologo-professore
che fu di moda nei primi anni del secolo e che […] non soddisfò né le ragioni
pure della filologia, né tanto meno quelle, certo più rigorose, dell’arte» 106
. Bersaglio di Anceschi, subito dichiarato, è «il prof. Romagnoli», esempio più
noto della «filologia poetica di fine secolo», appunto quella « filologia
poetica , che è riuscita a ridurre i liri-ci greci ad una farsa domenicale» a
suo tempo già attaccata dallo stesso Anceschi (direttamente coinvolgendo
Romagnoli, da poco scomparso) nell’introduzione ai Lirici
greci del 1940 107 , priva invece di riferimenti al certo in Italia
ancora ignoto intervento di Eliot contro Murray traduttore: lo si troverà poi
citato, in chiusura, nella rielaborata, quasi palinodica pre-fazione anceschiana
del 1951 108 . Il terzo ampio e importante contributo che Gentili in quegli
anni ripropose sulla rivista di Anceschi ( Prospettive critiche
nell’interpretazione della cultura greca dell’età dei lirici : Gentili 1972) è
per intero dedicato a discutere i radicali mutamenti intervenuti tra la prima e
la seconda metà del Novecento nel definire «l’orizzonte della critica sui
lirici greci». Il saggio prima di tutto registra con soddisfazione il venir
meno «dei miti e dei luoghi comuni della vecchia critica idealistica e delle
sue estreme frange estetizzanti», particolarmente forti in Italia «per oltre un
trentennio» proprio nell’àmbito degli studi sui lirici, e nelle tradu-zioni.
Come traccia dell’estremo persistere della «critica del gusto» e in
di fragment («these fragments have I shored against my
ruins») vd. il profilo di Martindale 1999. 105 Anceschi 1946. 106
Anceschi 1946, 32. 107 L. Anceschi, Introduzione in
Quasimodo 1940, 24-25. Questo il passo: «Quasimodo sembra perciò essere
veramente il più adatto – oggi – per una impresa così ardua – necessariamente –
difficile […] in reazione a certa filologia poetica , che è
riuscita a ridurre i lirici greci ad una farsa domenicale (e si veda Romagnoli
da un frammento bellissimo: Tramontata è già Selene / e le Pleiadi: il
ciel tiene / Mezzanotte: l’ora vola; / io son qui sopita e sola )», dove
il riferimento è natural-mente al famoso frammento saffico 94 D. =
168b V. 108 In Quasimodo 2004, 333, dove Eliot «nel saggio su
Euripide» è menzionato accanto a pensieri sul tradurre di Leopardi e di Pound.
Pochi mesi prima della comparsa in italiano de Il bosco sacro , il
richiamo al Murray di Eliot a proposito delle traduzioni dai lirici greci
prodotte in Italia tra Ottocento e Novecento da «certi filologhi non so come
invasati dal dio» era già in L. Anceschi, Presentazione in
Anceschi – Porzio 1945, 15-16 (dove come traduttore di poeti antichi oltre a C.
Sbarbaro, da Sofocle, compare in realtà il solo S. Quasimodo, con testi da
Omero, Saffo, Alceo, Erinna, Eschilo, Virgilio, Ovidio, Catullo).generale di
«quel gusto del lirismo novecentesco che ha dominato la cul-tura italiana tra
il 1920 e il 1940» è indicata l’ancora presente «tendenza a ricondurre il testo
originale al gusto del lettore e non viceversa a guidare il lettore verso il
testo originale», così procedendo a un’operazione «che an-nulla le categorie
del tempo e dello spazio in vista di una contemporaneità falsa ed artificiale».
A rinforzo dell’osservazione e come monito «contro il pericolo di arbitrari
travestimenti» in cui possano cadere le traduzioni, Gentili torna a menzionare
il passo di Eliot contra Murray già citato al termine dell’articolo
di due anni prima ( L’interpretazione dei lirici greci arcaici nella
dimensione del nostro tempo ). È interessante notarlo, inte-ressante e
paradossale. Originario intento del brano, e in genere di Euri-
pides and Professor Murray , era l’accusa dello scrittore Eliot al grecista
Murray di essere privo dell’‘occhio creativo’ 109 capace di render vivo
Euri-pide con una traduzione inglese adeguata ai tempi e alla perduta
centralità dell’educazione classica 110 . Anceschi nel presentare la traduzione
italiana ravvisò in Murray l’equivalente inglese di Romagnoli, cioè
dell’esponente più illustre di quella ‘filologia poetica fine di secolo’
a lungo di voga in Italia, colpevole di aver travestito gli antichi poeti
nelle forme di un linguaggio che non sappiamo collocare né storicizzare:
un inafferrabile linguaggio di Utopia che ci ha sempre meravigliato con certi
moti di umore, e oggi ancor più ci meraviglia e diverte; solo in qualche caso
si potrà parlare di uno sfatto e maldestro residuo di discepolato carducciano
111 . 109 È opportuno citare per intero nel contesto originario il brano,
con cui il sag-gio di Eliot si conclude: «Abbiamo bisogno di una digestione che
assimili insieme Omero e Flaubert; abbiamo bisogno (come ha incominciato Pound)
di uno studio accurato degli umanisti e dei traduttori del Rinascimento.
Abbiamo bisogno di un occhio che possa vedere il passato al suo posto con le
sue definite differenze dal presente, e, tuttavia in modo così vivo, che esso
sia tanto presente a noi come il presente. Questo è l’occhio creativo; ed è per
il fatto che il professor Murray non ha istinto creativo che lascia Euripide lì,
proprio morto». 110 Eliot 1920 (1946), 142-143: «Negli ultimi anni del
diciannovesimo secolo e fino ad oggi, i classici han perduto il loro posto di
pilastri del sistema politico-socia-le […]. Se i classici devono sopravvivere e
giustificare se stessi, come letteratura, come elementi del pensiero europeo,
come fondamento per la letteratura che spe-riamo di creare, sono proprio
sfortunati per il bisogno che hanno di persone capaci di chiarirli. Se di
Aristotele si può dire che è stato un pilota morale dell’Europa, noi abbiamo
bisogno di qualcuno […] che ci spieghi come sia materia vitale per noi il
rinunciare o no a tale pilota. E abbiamo bisogno di un gruppo di poeti colti
che abbiano, almeno, opinioni sul dramma greco, e se esso sia o no di qualche
utilità per noi. Si deve dire che il professor Gilbert Murray non è l’uomo
adatto per ciò. I poeti greci non avranno il più insignificante effetto di
sollecitazione per la poesia inglese, se appariranno solamente travestiti in un
volgare avvilimento dell’idioma troppo risentitamente personale di Swinburne».
111 Anceschi 1946, 32 n. 1: discorso che, Anceschi tiene a precisare,
«non si rife-risce ad un letterato di bella educazione e di civilissimo
spirito, come il Valgimigli»Per l’Anceschi del 1945, come per quello del 1940 e
parimenti del 1951 (e poi sempre), la risposta alle illeggibili e a tratti
grottesche traduzioni di Fraccaroli e di Romagnoli 112 venne dai
Lirici greci di Quasimodo, frutto di «acuto, inatteso, e ormai da
molti anni pressoché desueto contatto tra l’antico e il contemporaneo» 113 ,
fonte di poesia nuova e antica a un tempo: proprio l’opera cioè implicito (e di
lì a poco esplicito) obiettivo polemi-co di Gentili, in quanto espressione più
nota e fortunata di quel ‘lirismo novecentesco’ che indebitamente assimilò alle
proprie categorie critiche ed estetiche la realtà incommensurabilmente altra
della lirica greca, pie-gandola alle attese e ai gusti del moderno lettore.
Riscoperto da Anceschi a sostegno di una resa dei classici antichi affine a
quella operata da Quasi-modo con i lirici greci, Euripides and
Professor Murray è invece evocato da Gentili come alleato contro gli
«arbitrari travestimenti» realizzati da traduzioni quale quella di Quasimodo.
Lo si nota non per ossessione ‘fon-tistica’ 114 o gusto della minuzia
paradossale, ma come indizio – insieme a tanti altri più rilevanti – del ruolo
che nei decenni centrali del Novecento la versione quasimodea dei
Lirici ebbe, come presenza immanente e come termine di confronto
positivo o negativo, non solo nel mondo letterario italiano, ma anche in quello
filologico e accademico 115 . Nel caso di Gentili una tale presenza e un tale
confronto dovettero sin da giovane caricarsi di più intense risonanze, quando
si pensi che la prima (e pressoché unica) re-censione dei Lirici
greci di Quasimodo ad opera di un grecista accademico fu di Gennaro
Perrotta, nell’ottobre 1940. Dimenticata dopo la guerra in 112
Ottime in proposito le osservazioni di U. Albini, Prefazione , in
Perrotta – Al-bini 1972, V : «Le due traduzioni dei lirici greci che
hanno contrassegnato la prima parte del Novecento sono opera di G. Fraccaroli
ed E. Romagnoli, due studiosi di seria dottrina, impegnati nello sforzo di
rievocare la bellezza e la grandezza dei classici antichi […]. Si voleva
spalancare una grande finestra sul mondo antico, offrire le chiavi di un mondo
paradigmatico, richiamare al passato come premessa e garanzia per l’avvenire.
Se le riprendiamo in mano oggi, tali versioni si rivelano sconfortantemente indecifrabili.
Lessico, movenze, stilemi ci sono estranei, ignoti, quasi…». 113
Dall’introduzione di Anceschi del 1951 ora in Quasimodo 2004, 324. 114
Pare certo che Gentili sia giunto al saggio di Eliot attraverso Anceschi, che
lo propose al pubblico italiano, e di cui nel saggio poche righe più avanti è
del resto citata l’introduzione all’edizione 1951 dei Lirici greci
. Ancora nella postuma Premessa di L. Anceschi,
Brevi parole, su un modo del tradurre a Mariotti 2001, le versioni
di Mariotti sono lodate come «ben lontane dalle effusioni floreali del prof.
Murray, non meno che da quelle di certi nostri professori-poeti», e si ha un
interessante ricordo personale delle «traduzioni dai Frammenti dei
tragici greci [1925] che lessi ai tempi del liceo, lontane ormai, ma non
dimenticate, di Mario Untersteiner, un traduttore che rimase esente dalle
rumorose, eccitate, e un poco illusionistiche euforie degli esuberanti
traduttori liberty del suo tempo». 115 Anche in questo senso
non è fuori luogo osservare, come più volte fece Marcello Gigante, che «la
traduzione dei Lirici greci ha conquistato un posto ben
definito nella storia degli studi classici ragione della sede in cui fu
pubblicata 116 , la recensione di Perrotta non si limitò a rilevare errori e
spropositi della traduzione («Bella cosa, se Quasi-modo sapesse un po’ meglio
il greco!»), ma soprattutto seppe cogliere nell’impresa di Quasimodo quella di
«un poeta, un modernissimo poeta che vuol tradurre i lirici greci modernamente,
e riesce così a conservare ad essi la semplicità antica»: da contemporaneo
Perrotta comprese cioè il ‘novecentismo’ dei Lirici greci , la loro
pertinenza (come Anceschi dirà del «classicismo post-simbolista» di Eliot) a
«una zona di dignità anticamente moderna, di classiche aspirazioni, che è
movimento proprio a gran parte dell’Europa civile tra gli anni 1919-1939» 117
.Sono osservazioni utili, credo, a contestualizzare e meglio valutare
l’attenzione, pur critica, che Gentili spesso manifestò verso i
Lirici greci quasimodei nonché verso significato e influsso nella
cultura italiana del Novecento di quella modalità di accesso alla poesia greca.
Nel saggio di Gentili compreso nell’annata 1972 de «Il Verri» alle versioni di
Quasimo-do dai lirici è accostato il Pindaro di Leone
Traverso, cioè la traduzione delle odi e di una scelta di frammenti che il
grecista e germanista L. Tra-verso (1910-1968) aveva pubblicato nel 1961 per
Sansoni 118 . Va ricordato che sede originaria di Prospettive
critiche nell’interpretazione della cul-tura greca dell’età dei lirici fu
l’imponente numero in due tomi di «Studi Urbinati» (1971) per intero dedicato a
ospitare Studi in onore di Leone Traverso 119 , con
Dedica di Carlo Bo, di cui è altresì presente il saggio
La cultura europea in Firenze negli anni ’30 . Vi si rievoca il clima
degli anni di formazione fiorentina di Traverso, poi professore di Lingua e
letteratura tedesca nell’Ateneo urbinate, tra i giovani poeti e scrittori (Bo,
Bigongia-ri, Luzi, Macrí) che raccolti intorno a «Il Frontespizio» e a
«Letteratura» diedero vita all’esperienza dell’ermetismo, prima di tutto come
esigenza di apertura a una cultura di carattere europeo e organicamente volta
perciò alla traduzione 120 : «anni lontanissimi dove la poesia era una sorta di
religio- 116 Si tratta de «Il Bargello. Foglio d’ordini della
Federazione fiorentina dei Fasci di combattimento», periodico cui collaborarono
molti giovani intellettuali anche vicini all’ermetismo. La recensione ai
Lirici greci è comunque segnalata nelle bibliografie di Perrotta
in Studi Perrotta 1964, 663 e in Perrotta 1978, 397; sul tema vd.
Benedetto 2012, 40 sgg. e passim . 117 Anceschi
1946, 21; ricordo in proposito il recente, ricco catalogo Mazzocca 2013.
118 Traverso – Grassi 1961. 119 Gentili 1971. 120 Cfr. Bo
1971 (in origine conferenza pronunciata a Firenze nel 1967); nel I tomo è
l’ampio saggio di Macrí 1971, dove particolare attenzione è riservata alla
rigorosa formazione filologica classica di Traverso («addetto, nella
distribuzione dei nostri compiti generazionali, alla specula
ellenico-germanica»), alla sua ammi-razione per Perrotta e alla intrinsichezza
con Pasquali, alla lunga consuetudine con Pindaro, letto e tradotto «non con un
rifacimento o rimpasto contemporaneizzante di tipo idealistico
pseudostoricistico (poesia e non poesia, ciò che è vivo e ciò chene e la
critica sposava le stesse passioni e le stesse ricerche dei poeti» 121 . Già
coinvolto in una polemichetta con Quasimodo ( duce Lavagnini) ancor prima
dell’uscita dei Lirici greci , intorno all’interpretazione di ὤρα
come giovinezza nel famoso fr. 94 Diehl di Saffo ( Tramontata è la
luna ) 122 , Tra-verso fu uno dei primi recensori dell’opera, su «Primato»
dell’1 luglio 1940. Pur notando qualche «arbitrio» e «difetto» nella resa del
greco, sin dall’ incipit egli aderisce alla scelta effettuata sui lirici
(«perfettamente adeguata al gusto del nostro tempo»), alla sua modalità e
ispirazione: Tralasciati i pezzi gnomici e oratorii o comunque ristretti al giro
d’una polemica occasionale (Callino, Tirteo, Focilide,Teognide, Solone,
Senofane, ecc.) e insieme le manifestazioni illustri – a prima vista un po’
estranee al nostro spirito – di poeti considerati, ma non sempre a ragione,
come ufficiali quali Pindaro e Bacchilide – egli isola di quella poesia
una zona che più evidente offre il carattere di una «pu-rezza» rarissima in
tutte le civiltà letterarie. (E l’ha aiutato efficacemente in questa selezione
anzitutto lo stato in cui più di frequente furono tramandate quelle
reliquie – naturalmente per ragioni diversissime dalle sue: frammentario)
123 . Forse memore di quei lontani trascorsi, e certamente del retroterra
erme-tico di Traverso, Gentili assimila Lirici greci di
Salvatore Quasimodo e Pin-daro di Leone Traverso come «prove
più rappresentative di un’esperienza letteraria intesa come problema
d’immagini, d’invenzione linguistica, di ricerca di stile». Mentre in Quasimodo
la «vera “fedeltà” di traduttore è nella libertà del movimento linguistico e
ritmico» con il conseguente scarso valore attribuito al reale rapporto
originale-traduzione 124 , l’assai più ricca è morto, ecc.) ma di colpo,
al centro e al cuore dell’assoluto e del sublime pindari-co, che fu operazione
tipica della critica ermetica nel contatto con l’opera d’arte»: notandosi
inoltre che «non diverso (pur computata la diversità della preparazione
filologica) fu il possesso della lirica greca da parte di Quasimodo». In una
vivace intervista del novembre 1981 O. Macrí ebbe a ricordare Traverso all’inizio
degli anni Trenta come parte «del primissimo gruppo pre-ermetico al caffè San
Marco […] infusi del demone delle letterature straniere», insieme naturalmente
a Carlo Bo, che «venne alla Facoltà di Lettere fiorentina per seguire gli studi
classici, poi ci ripensò e divertì sulla letteratura francese, maestro Luigi
Foscolo Benedetto, anche di Luzi» (Tabanelli 1986, 65). 121 Sono parole a
proposito di Quasimodo e degli anni Trenta da un articolo di Carlo Bo,
Ma dove va la poesia? , apparso sul «Corriere della Sera» dell’11 marzo
1987, ora in Bo 1994, 1610. 122 I testi della disputa, avvenuta su
«Corrente di vita giovanile» del 29 febbraio 1940, sono ora disponibili in
Benedetto – Greggi – Nuti 2012, 138-140. 123 Traverso 1940; la recensione
è ora ripubblicata in Benedetto – Greggi – Nuti 2012, 143-144. Di fronte alle
versioni di Quasimodo anche a Traverso, come a tutti i primi recensori, «preme
anzitutto riconoscere la validità di poesia italiana, indipendente, che ne
risulta». 124 E quindi, come da molti è stato osservato, «il tradurre
diviene un momento essenziale del poetare Sent from the all new AOL
app for iOStrama letteraria e filologica sottesa, nonché l’influsso di
Hölderlin traduttore di Pindaro e di Sofocle, ha come effetto in Traverso un
maggiore rispetto «per gli usi della lingua greca che per lo spirito della
propria lingua», con il paradossale scivolare «in una sorta di ermetismo di
scrittura che rende inintelligibile il senso e in un preziosismo linguistico
che tradisce l’impegno della trasparenza anche se il calco raggiunga in qualche
caso la fedeltà auspicata» 125 . Pur tra loro sotto molti aspetti differenti,
le versioni di Quasimodo e di Traverso sono agli occhi di Gentili accomunate
dall’inadeguatezza a riproporre «la totalità umana e artistica dei lirici
greci», vittime della loro stessa ricerca di una «fedeltà emotiva» incapace di
rendere l’attuale lettore consapevole della distanza che lo separa da quegli
antichi e frammenta-ri testi. Allora e per i successivi decenni della sua
intensissima attività scientifica, di filologo e di traduttore, la risposta
scelta da Gentili fu ri-nunciare a soffermarsi sul «problema teorico, e in un
certo senso ozioso, della traducibilità o intraducibilità in assoluto», e
invece, per così dire ‘fenomenologicamente’, «investire sul piano prammatico il
problema del-la traducibilità» 126 . Si tratta di pagine di grande rilievo,
dove sono indi-viduate priorità e finalità concernenti «il discorso della
traducibilità dei lirici, dei modi e delle tecniche del tradurre», nel rifiuto
dell’assunzione a modelli di specifiche poetiche del tradurre, affermando
l’impossibilità di «prescindere dalle reali situazioni di cultura del mondo
contemporaneo e dalle richieste che al traduttore pone il lettore moderno», e
definendo esigenze di vasto e pur rigoroso valore comunicativo, destinate (come
già si è visto) a essere ribadite e di continuo inverate nel lavoro di Gentili
dei decenni a venire: Una poetica non astratta e irreale, non prefigurata su
schemi di modelli già espe-riti, ma una poetica aperta del tradurre che si
costruisca gli strumenti adeguati a una maggiore portata di comunicazione e
riproponga il problema del tradurre dai 125 Gentili 1972, 23-24. Le
considerazioni a proposito di Traverso, e delle tra-duzioni di Hölderlin come
«esempi mostruosi» di fedeltà all’originale, torneranno in B. Gentili,
Introduzione , a Gentili – Angeli Bernardini – Cingano – Giannini 1998 2
, LXVIII . 126 Gentili richiama in nota «il pregevolissimo saggio»
di Mattioli 1965, com-preso nel numero speciale Classicità e
contemporaneità , dove anche si aveva la fondamentale prolusione urbinate
Aspetti del rapporto poeta, committente, uditorio nella lirica corale
greca . Il saggio di Mattioli si conclude con alcune considera-zioni di tipo
teorico, a partire dalla convinzione che «la soluzione univoca (tra-ducibilità
assoluta o intraducibilità assoluta che sia) nega il concreto del vissuto», e
che perciò risposta sul piano teorico non si può dare ma «il problema si
risolve soltanto in un contesto prammatico», cioè sul piano delle molteplici
risposte della storia. Alla tradizionale domanda ‘si può tradurre?’ Mattioli
propone di sostituire domande quali ‘come si traduce?’ e ‘che senso ha il
tradurre?’, cioè «sostituire alla domanda di tipo metafisico la domanda di tipo
fenomenologico» greci non nei limiti dei vecchi modelli privilegiati della
traduzione letteraria e della traduzione poetica, ma nella prospettiva più
ampia di quella idea cui aspira l’et-nografia contemporanea della traduzione
come comunicabilità fra culture, visioni del mondo, strutture linguistiche,
sistemi grammaticali diversi e distanti nel tempo […]. Poiché fedeltà alla
poesia o fedeltà alla qualità letteraria è un problema che investe la
comprensione totale del testo, non soltanto di tutte le sue connotazioni, dei
suoi registri linguistici e metrici […] ma anche di tutta la realtà
extralinguistica e situazionale dell’enunciato poetico 127 . Senza passare
dettagliatamente in rassegna l’intero saggio, bastino al-cuni richiami a temi
che in futuro variamente continueranno ad occupa-re Gentili. Così
l’interrogarsi su una versificazione italiana adeguata alla complessa struttura
metrica delle strofe di Pindaro e di Bacchilide conduce Gentili a sostenere la
preferibilità del verso libero delle grandi odi dannun-ziane 128 , finanche
segnalando le possibilità aperte dal «verso “dinamico” e “atonale” della poesia
dei Novissimi», e in effetti nell’antologia Lirica corale
greca del 1965 lo stesso Gentili aveva tentato «di risolvere il
movi-mento dei metri simonidei con le tecniche metriche della poesia
contem-poranea dei Novissimi» 129 : va detto che un profondo interesse per le
strut-ture metriche della poesia italiana soprattutto ottocentesca e
novecentesca sin dall’inizio caratterizzò i «Quaderni Urbinati di Cultura
Classica» 130 . La 127 Gentili 1972, 25. Sono affermazioni che
ritorneranno, insieme a parte dell’intero saggio, nell’ Appendice II. La
traduzione dai lirici. Alcune osservazioni sul problema del tradurre in
Gentili1984 (2006 4 ), 313-320 (e cfr. anche supra n. 2). 128
Si ricordi la scelta del verso libero per la traduzione delle
Pitiche , con l’os-servazione che «le grandi odi delle
Laudi del D’Annunzio, particolarmente il verso libero della
Laus vitae , scandito da strofe di 21 versi, offrono sotto il profilo
tecnico un modello esemplare di versificazione per l’esuberante dovizia delle
forme ritmi-che, tali da riecheggiare […] i molteplici schemi della metrica
pindarica» (Gentili, Introduzione , a Gentili – Angeli Bernardini –
Cingano – Giannini 1998 2 , LXIX - LXX ); e si ricordi altresì la lunga
citazione da Maia , con l’apparizione del «monarca de-gli Inni», al
principio dell’ Introduzione alla postrema fatica Gentili –
Catenacci – Giannini – Lomiento 2013. 129 Lo rileva Bernardini
1966, 144. In àmbito diverso ma non estraneo si tenga presente, dello stesso
Gentili, l’importante e innovativo lavoro Cultura dell’im- provviso.
Poesia orale colta nel Settecento italiano e poesia greca dell’età arcaica e
classica (Gentili 1980), poi riproposto in altre sedi: nella conclusione
si esprime vivo interesse per esperienze contemporanee quali «l’affermarsi, in
America, di un’avanguardia poetica, che si definisce “postmoderna” e trae il
suo alimento dai contributi sulla poesia orale forniti, in questi ultimi
decenni, non solo dall’antropo-logia culturale, ma anche e soprattutto dalla
più autorevole filologia classica ameri-cana, rappresentata dagli studi del
Parry, del Lord e dell’Havelock» (poi in Gentili 1984 [2006 4 ], 29-30).
130 Già nel primo numero si ha l’articolo di Pinchera 1966, 92-127, che
si apre lamentando l’effetto negativo sulle «indagini critiche relative alla
storia delle forme metriche» prodotto dalla «dittatura culturale esercitata per
vari decenni in Italia da Benedetto Croce».riflessione sull’eclissarsi nel
secondo dopoguerra del neoumanesimo di W. Jaeger è occasione per evocare il
contemporaneo «crollo dell’esperienza critica crociana», la cui presenza più
autorevole nel settore della classicità e più coerente con l’orientamento
crociano è riconosciuta in G. Perrotta, particolarmente per Saffo e
Pindaro (1935) 131 . Circa la più generale posi-zione critica del
maestro, Gentili tiene a mettere in rilievo che «pur ade-rendo senza riserve al
canone dell’interpretazione estetica dei lirici, aveva tuttavia saldissime basi
filologiche e storiche, non era in altri termini una critica del gusto»,
giacché il crocianesimo operava in lui come una sorta di sovrastruttura, sul
tronco più vi-tale di quella viva metodologia critica introdotta in Italia da
Giorgio Pasquali, che portava in sé già latenti i fermenti di un approccio
linguistico, psicologico e antro-pologico alla cultura classica: la ricerca
filologica costituiva soltanto il momento preliminare e necessario di
un’indagine il cui fine era l’intelligenza del mondo an-tico nella viva
concretezza della sua cultura 132 . Nel prosieguo del contributo, Gentili
brevemente si sofferma sull’innova- tivo apporto soprattutto degli indirizzi di
Dodds e di Vernant allo studio della cultura greca arcaica, infine indicando il
problema cardine della ricerca sulla cultura e la poesia di quell’età «nel
corretto rapporto tra livello sincronico e livello diacronico della ricerca»,
il che è stimolo per accennare alle note riserve verso gli studi pindarici di
E. L. Bundy, e poi di D. C. Young. Ad essi Gentili rimprovera un’analisi
limitata ai soli aspetti sincronici delle strutture linguistiche e formali,
tale da precludere «la possibilità di comprendere gli aspetti situazionali ed
extralinguistici della performance della lirica pindarica».
Alcuni anni dopo, più ampia- mente e duramente Gentili assocerà a questa nuova
critica «il fastidio che suscita inevitabilmente un’analisi soltanto formale,
intesa a repe-rire le costanti intertestuali, senza riguardo all’articolazione
dei singoli contesti ed alla impostazione ideologica dei diversi autori» 133 :
è per noi interessante il confronto lì istituito con «quella critica estetica
che ebbe in Italia come suo massimo esponente G. Perrotta», a tutto
vantaggio 131 In nota è menzionato il contemporaneo saggio su Saffo
di M. Valgimigli (1933), «da noi la prova più rilevante di una critica del
gusto permeata di evoca-zioni e suggestioni letterarie della cultura italiana fra
i due secoli». Significativo è, nella stessa nota, il richiamo invece
favorevole all’intonazione anticlassicistica dei frammenti dal saggio di
Serra Intorno al modo di leggere i Greci pubblicati da E.
Raimondi nel numero de «Il Verri» 1965 su Classicità e contemporaneità ;
si consi-deri anche che del 1965, in occasione del cinquantenario della morte,
è il saggio di Carlo Bo La religione di Serra , poi accolto nel
volume La religione di Serra e altre note di lettura , Firenze
1967. 132 Gentili 1972, 30. Su crocianesimo e Pasquali in Perrotta,
analoghe espressio-ni vent’anni dopo in Gentili 1996, 12. 133 Su questi
temi vd. poi almeno Gentili 1984 (2006 4 ), 156-157dell’approccio del maestro,
«una critica estetica che non è puro estetismo impressionistico ed
intuizionistico, ma una critica del gusto corroborata da un’acuta sensibilità
storica» 134 . L’articolo del 1972 si chiude confer-mandosi come «proposta di
una diversa lettura dei lirici, che recuperi nella storicità delle relazioni
fra poeta e uditorio il significato originario del loro messaggio». Una
proposta di cui si tiene a sottolineare il caratte-re antidogmatico, inteso a
rispondere alle esigenze critiche del presente: «Ma, di là da una falsa pretesa
di un equivoco oggettivismo metasto-rico, essa non presume di essere
definitiva. Al contrario, consapevole del divenire storico della critica, si
affianca alle precedenti proposte, già esperite, in una modalità di lettura più
coerente con l’orizzonte culturale del nostro tempo» 135 .Assai più dei due
precedenti interventi accolti su «Il Verri», nel 1965 e nel 1970,
Prospettive critiche nell’interpretazione della cultura greca dell’età
dei lirici è attento al tema della traduzione, e alle ricadute delle
varie correnti critiche del Novecento su teoria e prassi delle traduzioni dai
lirici greci. Al ‘piano prammatico’ e all’impostazione ‘aperta’ della
traduzione, di taglio antropologico, Gentili rimarrà fedele, ulteriormente
approfondendo la riflessione negli anni, sì da scorgere nel traduttore «uno
“sciamano” che non conosce confini sino al punto da divenire un altro da sé e
di cogliere il momento puntuale in cui significante e significato si
compenetrano» 136 , nella fedeltà alla «norma dannunziana di avvicinare il
lettore all’opera e non viceversa» 137 . La presenza di contributi di
Gentili 134 Gentili 1979b; sul conflitto tra gli indirizzi di E. L.
Bundy e della scuola ur-binate di B. Gentili, le considerazioni di Lehnus 1988.
Ampia analisi delle posizioni di Bundy e di Young, con frequenti richiami a
Perrotta e in nome (come noto) della riproposizione di una ‘lettura estetica’
degli epinici, è nel lavoro di Bonelli 1987, con ricca bibliografia. 135
Gentili 1972, 38. Analogamente, e fenomenologicamente, si concludeva il già
citato Mattioli 1965, 128: «Altre risposte (traduzioni e idee del tradurre)
segui-ranno in futuro per le quali sarebbe arbitrario stabilir regole o far
previsioni come lo sarebbe per l’arte del futuro», e perciò «a questo punto si
può fermare il discorso, non solo perché si presenta come abbozzo di una futura
ricerca, ma anche perché i discorsi conclusi in questo àmbito di
studi sono palesemente insensati». Si veda già Mattioli 1963 per la proposta di
«una impostazione fenomenologica della ricer-ca», considerata particolarmente
necessaria e opportuna nel campo dell’antichità classica proprio in ragione
dello «scacco che ha ricevuto il tentativo, compiuto in Italia, di trasportare
sic et simpliciter l’estetica crociana nella interpretazione delle letterature
classiche». 136 Gentili, Introduzione , a Gentili – Angeli
Bernardini – Cingano – Giannini 1998 2 , LXIV . 137 Così in
Gentili 2002, dove anche è ricordato il giudizio di Perrotta 1935, 97, per il
quale D’Annunzio fu «non solo il traduttore ideale di Pindaro, ma il poeta
italiano che meglio di tutti ha saputo riecheggiarne l’arte, intendendola
pienamen-te». Più positivo si fa nel citato articolo il giudizio sulla
traduzione pindarica di L. Traversosu «Il Verri» non andrà oltre i primi anni
’70 138 , ma sino alla vigilia del-la morte di Anceschi (maggio 1995) durarono
i rapporti epistolari, come oggi sappiamo grazie alla pubblicazione dei diari
riferiti agli ultimi anni del professore bolognese 139 , che molte volte sino
agli estremi suoi giorni continuò a tornare con il pensiero alla traduzione di
Quasimodo dei Lirici greci e al suo significato storico e
culturale 140 .A quella stessa seconda metà degli anni ‘60 fecondissima di idee
e di propositi appartiene il numero d’avvio dei «Quaderni Urbinati di Cultura
Classica» (1966), come espressione del Centro di studi sulla lirica
gre-ca e sulla metrica greca e latina diretto da Bruno Gentili
e connesso al CNR. Un effettivo riesame dell’attività scientifica di
Gentili comportereb-be una sistematica rilettura non solo dei contributi e
degli interventi del direttore dei Quaderni ma più in generale
delle principali linee di ricerca espresse dalla rivista, del loro permanere,
mutare ed evolvere nel corso di cinquant’anni. Mi limiterò a richiamare due
contributi di Gentili su Saffo ospitati nei «Quaderni Urbinati di Cultura
Classica» a distanza di oltre quarant’anni l’uno dall’altro, per così dire ai
due poli cronologici dei Qua-derni di Bruno Gentili. Il primo
è La veneranda Saffo , del 1966 141 , che 138 Sino a
Gentili – Cerri 1973: sull’importanza dell’articolo per successivi lavo-ri di
Gentili sulla storiografia antica vd. Angeli Bernardini 2013, 16. 139
Oltre a un cenno in un’annotazione del 3-5 settembre 1989 («Eccellente scritto
di Bruno Gentili sulla “Repubblica”. Lo riporto integralmente. Ancora una volta
acu-te considerazioni sulla oralità – e sulla situazione degli studi
umanistici», cfr. Diari Anceschi 2006, 109), si veda
soprattutto quella del 2 gennaio 1993 («Lettera molto lusinghiera di Bruno
Gentili. Conosco l’ironia, ed è tale da non accettare ambiguità. Ecco un uomo
che dice quello che pensa», cfr. Diari Anceschi/2 2006, 9).
Nell’Ar-chivio Anceschi presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna sono
conservate 26 lettere di Bruno Gentili: cfr. Campagna 1998, 513; si tratta
della presenza più am-pia per un filologo classico, insieme a M. Barchiesi
(parimenti 26 lettere), del quale sulla rivista anceschiana vd.
Plauto e il “metateatro” antico (Barchiesi 1969), con la premessa:
«sulla tentazione erudita […] prevalse l’idea di tenere aperto, in perfetta
modestia, il discorso su quello che è più che mai il nostro tema cruciale, e
che può designarsi con la formula stessa del “Verri”, “classicità e
contemporaneità”». 140 Così l’11 marzo 1995, a meno di due mesi dalla
morte: «Con Quasimodo ho avuto una frequentazione amichevole molto prolungata
e, mi pare, serena aperta ai problemi con vivi impulsi di collaborazione e di
conoscenza. Certo sono passati tanti anni; per altro, l’affetto del ricordo non
diminuisce. Quale che sia la forza della mia vita letteraria, per me si è
trattato di un risvolto capitale […]. La traduzione dei Lirici
Greci fu una esperienza radicale alle origini, che ci portò a rivivere il
proble-ma del tradurre come un problema fondamentale della poesia. Da quel
momento la discussione è aperta, e mi pare con qualche frutto, mi pare anche
che in questo senso l’impulso continui. Penso che questa esperienza nel mettere
in rilievo tanti motivi della relazione complessa tra traduzione e poesia –
sia, o almeno sia per quel che mi riguarda, costitutiva di un modo di vedere
che continua ad operare» ( Diari Anceschi/2 2006, 92).
141 Gentili 1966 (confluito in forma abbreviata nel cap. XII di Gentili
1984 [2006 4prende spunto dal famoso fr. 384 V. (verosimilmente) di Alceo ἰόπλοκ’
ἄγνα μελλιχόμειδε Σάπφοι, forse (si è supposto) «l’ incipit di un
car-me dedicato all’illustre concittadina» 142 . Era il frammento cui s’era
volto Perrotta dopo aver espresso il proprio rifiuto verso «la soluzione dei
Wel- cker e dei Wilamowitz» a difesa della ‘purezza’ di Saffo: Molto meglio,
per chi voglia davvero intendere e onorare Saffo, ricordare il fram-mento di
Alceo che dice (63 D.): «Saffo pura, dal dolce sorriso, dal crine di viola».
L’omaggio devoto dell’insolente cavaliere di Lesbo basta a farci sicuri che né
bia-simi né malignità aduggiarono mai la vita mortale di Saffo. Altro non è da
ricercare: non si può pretendere di giudicare con le nostre idee moderne, né
giudicare una donna di Lesbo con i pregiudizi di un Ateniese […]. Ognuno vede
quanto sarebbe ingiusto rimproverare alla poetessa i suoi amori per le amiche,
mentre nessuno rimprovererà al suo compatriota e contemporaneo Alceo gli amori
per Lico. Ma più importa questo: Saffo è soprattutto una poetessa, anzi è
soltanto una poetessa per noi; soltanto la sua poesia noi dobbiamo giudicare, e
soltanto in essa noi possiamo trovare la sua immagine. Ora, alla sua poesia
possiamo accostarci con animo puro: essa è pura, perché poesia, e altissima poesia
143 . Al passo, per molti aspetti paradigmatico dell’interpretazione
perrottia-na di Saffo, Gentili non fa diretto riferimento, rifacendosi invece
all’ultimo articolo di Walter Ferrari, l’allievo prediletto di Pasquali
«inviato come as-sistente di Perrotta a Roma ma morto assai giovane nel 1940»
144 . Se merito dell’intervento di Ferrari era stato sottrarre
l’interpretazione dell’epiteto ἄγνα all’àmbito della «castità profana»
145 , caro a «tutte le mitiche specula-zioni sulla purezza degli amori di
Saffo» e a tutte le «moderne idealizzazioni della sua poesia» 146 ,
dimostrandone invece il senso arcaico «limitato esclu-sivamente alla sfera del
sacro», d’altra parte – rileva Gentili – l’indagine di Ferrari sfociava in una
idealizzazione di Saffo sostanzialmente coerente «con l’orientamento critico di
stretta osservanza crociana prevalente in quei tempi», rappresentato al meglio
dal Saffo e Pindaro di Perrotta, «scritto appena cinque anni prima»
147 . Nel varare la fortunata avventura dei «Qua-derni Urbinati di Cultura
Classica», dalla ‘purezza’ di Saffo Gentili decide 142 Degani –
Burzacchini 2005, 241. 143 Perrotta 1935, 31. 144 Canfora 2005,
216. 145 L’articolo di Ferrari era ricordato a proposito del «significato
di ἀγνός» anche nella I edizione di Polinnia , 202 ad
loc . 146 «Questo verso famoso, che sarà da attribuire ad Alceo, è
innocentemente responsabile di tutte le mitiche speculazioni (soprattutto da
noi) sulla personalità di Saffo che poeti, critici e filologi ci hanno
somministrato a partire dalla Saffo “dal riso morbido, dall’ondeggiante | crin
di viola” del Carducci sino alla casta Saffo del Valgimigli»: così Gentili
l’anno prima, in occasione del rifacimento della sezione su Alceo per
l’edizione di Polinnia del 1965, 224 (anche in Gentili –
Catenacci 2007a, 196). 147 Gentili 1966, 37-38di prendere le mosse: da
quello stesso frammento, si può aggiungere, scelto ad introdurre la sezione su
Saffo nei Lirici greci di Quasimodo («o coro-nata di viole,
divina / dolce ridente Saffo»). In conformità ai principî deli-neati nel saggio
dell’anno precedente Aspetti del rapporto poeta, commit-tente,
uditorio nella lirica corale greca , dove si poneva in primo piano la necessità
per il moderno lettore di comprendere la funzione e il fine proprio del carme
lirico, il senso dell’apostrofe è rintracciato attenendosi «al senso reale del
contesto alcaico», così leggendo nel saluto di Alceo «un reverente omaggio alla
dignità sacrale della poetessa quale ministra d’Afrodite», con precisa allusione
«alla funzione religioso-sociale nell’ambito del tiaso» 148 . L’inveterato tema
degli amori di Saffo è radicalmente riesaminato alla luce di carattere,
aspetti, scopi del tiaso saffico «nelle sue giuste proporzioni storiche e
sociali anche mediante l’apporto di analoghe esperienze di altre culture». Il
riconoscimento dell’esistenza nella dinamica del tiaso di «pre-cise “unioni”
per così dire ufficiali fra le ragazze» tali da non escludere «probabilmente un
rapporto di tipo matrimoniale» è posto da Gentili in relazione a una
testimonianza di Simone de Beauvoir circa la presenza a Singapore e a Canton
ancora in anni recenti «di molte comunità femminili che nelle convenzioni e
nelle pratiche di culto sembrano ripetere antichi modelli culturali molto
simili a quelli delle comunità della Lesbo arcaica», e cioè «des lesbiennes
reconnues […] se marient entre elles et adoptent des enfants». Gentili offre
qui un geniale esempio di «interpretazione dei lirici greci arcaici nella
dimensione del nostro tempo», come suonerà il ti-tolo dell’intervento al
congresso di Bonn del settembre 1969: al di là di eventuali dubbi circa la
sostenibilità del confronto, comunque verosimile, conta mettere in luce
l’efficacissima reazione ermeneutica che lega antico e contemporaneo illuminando
entrambi. Né manca l’apertura sul futuro, quando si pensi in che misura a
distanza di pochi decenni in molti Paesi oc-cidentali quegli antichi modelli
culturali si siano concretizzati nella rifles-sione giuridica, nella
legislazione e nella prassi sociale. Esempio forse tra i più chiari di quanto i
classici, e il rinnovamento della loro interpretazio- ne, abbiano contribuito a
porre lontane, e meno lontane, basi della (post)moderna sexual revolution
149 , con tutte le forzature e gli arbitrî propri di tali ardui e complessi
intrecci di tempi e di culture. Dell’attenzione di Gen- 148 Gentili 1966,
46 sgg. Importanti in quest’àmbito anche i numerosi contributi ospitati nei
«Quaderni Urbinati di Cultura Classica» a proposito di significato e contesto
del partenio di Alcmane, a partire soprattutto da Gentili 1976 (poi rifuso nel
cap. VI Le vie di Eros nella poesia dei tiasi femminili e dei
simposi in Gentili 1984 [2006 4 ]); sul più ampio tema delle iniziazioni
femminili l’assai più recente volume Gentili – Perusino 2002. 149 In
luogo di rifarmi alla sovrabbondante bibliografia anglosassone in proposi-to,
spesso ideologicamente determinata, ricordo il capitolo Klassieken
en seksuele vrijheid nel bel libro di Veenman 2009, 273-291: con
particolare riferimento a una cultura, quale quella dei Paesi Bassi, cui in
differenti epoche, sino alle più recentitili a questi temi e alle loro ricadute
e implicazioni, è infine testimonianza Saffo ‘politicamente
corretta’ , l’articolo del 2007 (in collaborazione con C. Catenacci) dove
la ribadita posizione critica che ammette la presenza nei carmi saffici di
elementi avvaloranti la pratica dell’omoerotismo in àmbito iniziatico e
paideutico 150 è volta a contrastare «una nutrita serie di lavori
ispirati ai gender studies » di recente diffusisi soprattutto negli (e
dagli) Stati Uniti, e intesi a sostenere che «Saffo non si rivolgeva a
giovinette, ma a sue coetanee in una forma di libera attrazione omosessuale, e
non svolgeva nessun ruolo né paideutico né religioso all’interno del gruppo».
Un corag-gioso intervento, di grande valore metodologico e rilevanza
storiografica, per il quale una tale Saffo politically
correct va respinta, al pari della Saffo otto-novecentesca votata
alla purezza, giacché «rappresentazione astorica e forgiata su istanze
manifestamente attualizzanti» 151 .Nel quadro del crescente interesse nei
«Quaderni Urbinati di Cultura Classica» dell’ultimo ventennio per questioni di
storia e metodologia degli studi classici, alcuni anni fa apparve un articolo
di C. Miralles, dal titolo The use of classics today , aperto
dall’indubbia constatazione «the huma-nities are losing ground and classical
studies are in retreat» 152 . Al di là dei suggerimenti proposti, e dell’enorme
differenza di tempi e condizioni, torna in mente «il vigile e costante impegno
a dare un senso di attualità ai nostri studi» caro a Perrotta, da Gentili più
volte ricordato nelle com-memorazioni del maestro. Nel salutare la recente
rinnovata edizione di Polinnia è stato giustamente e
autorevolmente rilevato che «in tanto rin-novamento, Gentili e la sua scuola
non hanno dimenticato né che la poesia greca si può avvicinare solo attraverso
la storia e la filologia, né che essa ha comunque uno straordinario valore
estetico. Gentili non ha rinnegato le sue radici, semplicemente da esse è nato
un albero capace di produrre fiori non prevedibili all’inizio – se Perrotta
sarebbe contento di lui? Difficile dirlo» 153 . Forse, e per molti motivi, si
può azzardare una risposta positiva. Giovanni Benedetto si devono determinanti
apporti nell’elaborazione di teoria e prassi della moderna sessualità
‘liberata’, Veenman mostra quanto soprattutto negli ultimi due secoli «i
classici hanno aiutato a capire e denominare l’omosessualità» («de klassieken
hielpen homoseksualiteit te begrijpen en te benoemen»). 150 Gentili –
Catenacci 2007b; circa la storia della fortuna e della ricezione di Saffo mi
limito a rinviare alle incisive osservazioni di Most 1996. 151 Va detto
che in generale la critica più recente sembra avvertire una quantità crescente
di aporie circa il significato del contesto comunitario, il gruppo ristretto e
omogeneo tradizionalmente attribuito a Saffo, il ‘tiaso’, e torna ad osservare
che «mentre nel caso di Alceo la dimensione di gruppo ristretto è evidente e
spiega ade-guatamente gran parte – se non la totalità – della sua poesia, nel
caso di Saffo è più difficile da delineare senza rischiare attualizzazioni
indebite» (Michelazzo 2007). 152 Miralles 2009, in partic. 23-24.
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Tavola rotonda , «QUCC» L. Tomasin, Varia (s)fortuna di Alceo in Italia ,
«ASNP» Traverso, Lirici greci , «Primato» Traverso – Grassi 1961 =
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Firenze Ugolini – Setti 1940 = Lirici greci , scelti e
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Valgimigli, Del tradurre e altri scritti , Milano-Napoli
Veenman, De klassieke traditie in de Lage Landen , Nijmegen Zapperi,
Freud e Mussolini. La psicoanalisi in Italia durante il regime fascista ,
Milano. Grice: “I know Gentili’s type – once in love with Greek, you cannot be
a honest Latinist. So he found that everything Roman had to be Hellenistic, --
see his notes on the Saturnio – this of course irrirtates and rightly so
Latinists – there are Roman ways which are not Hellenistic ways. Geymonat has
analysed this in social-class terms in his history: Athens remained the
finishing school for the ‘figli’ of the ‘migliore famiglie romane’ – and the
circle of Scipione Emiliano was pro-hellenic, but Cato won: Latin remained the
lingo!” Grice: “It also shows the unfairness of academia for the poor – only
the poor learn at Oxford, and I was fortunate enough to have Hardie – but
imagine you are born near Urbino and decide to study classics at Urbino and you
have Bruno Gentili as your teacher in “Latin literature” and all he teaches you
is how Hellenistic it all is! I hope you are not poor and that you don’t have
to LEARN at Urbino!” -- Bruno Gentili. Gentili. Keywords: implicature. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Gentili” – The Swimming-Pool Library.


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