Grice e Giametta: l’implicatura
conversazionale -- il volo d’Icaro e l’implicatura di Sanctis – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Frattamaggiore). Filosofo. Grice: “Giammetta is a good’un, but you gotta
be an Italian to appreciate him fully, or at least have gone to Clifton, as I
did!” -- Grice: Giametta’s philosophy is
full of Italianateness: ‘il volo d’Icaro,’ and then there’s his ‘Croceian
heterodoxies,’ and most Italianate of all, the Dantean reference to Nisso,
Chiron, and Folo in the “Inferno”! Sublime!” Cura Nietzsche a Firenze. Ha
scritto saggi di critica "eterodossa" su Croce. Cura Cesare. È anche
romanziere, estraneo a scuole o correnti, con storie dalla forte valenza
filosofica e morale; attitudine
stilistica: la prosa di Giametta pare quella di un centauro: sorprendente
incontro di letteratura e filosofia. Nella
"Trilogia dell'essenzialismo" (composta da “Il Bue squartato” -- L'oro prezioso dell'essere e Cortocircuiti),
elabora un proprio sistema di filosofia erede del naturalismo rinascimentale.
L’Essenzialismo è una nuova filosofia, fondata esclusivamente sulla natura,
intesa nei suoi due aspetti, sia come “naturans” (cf. Grice, implicans,
implicaturus) sia come “naturata” (cf.
Grice implicatum, implicatura, implicaturus, implicata). Grice: “The problem:
‘is ‘naturare’ a good verb?’ --. L’essenzialismo descrive la condizione umana
come determinata dalla combinazione di due elementi eterogenei: dall’essenza di
tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle condizioni di esistenza, che sono
spesso fin troppo diaboliche, a cui sono sottoposte tutte le creature. Il con-temperamento
di questi due elementi (essenza ed esistenza), diverso in ogni individuo,
spiega le ragioni per cui si afferma o si nega la vita, si è ottimisti o
pessimisti...". Alter opera: “Oltre
il nichilismo” (Tempi moderni, Napoli); “Poeta e filosofo” (Garzanti, Milano); Palomar,
Han, Candaule e altri. Scritti di critica letteraria, Palomar, Bari Nietzsche e
i suoi interpreti. – cfr. ‘Grice interprete di se stesso” – “Erminio; o, della
fede. Dialogo con Nietzsche di un suo interprete. Spirali, Milano); “Saggi
nietzschiani” (La Città del Sole, Napoli); “Croce” (Bibliopolis, Napoli); “Il mondo”
(Palomar, Bari); “Madonna con bambina e altri racconti morali, BUR, Milano);
“Commento allo Zarathustra” Mondadori Bruno, Milano); “Filosofia come dinamita”
BUR, Milano), “Croce, il pazzo” (La Città del Sole, Napoli); “Eterodossie
crociane” (Bibliopolis, Napoli); “La caduta di Icaro” (Il Prato, Padova); Introduzione
a Nietzsche. Opera per opera, BUR, Milano, Il bue squartato e altri macelli. La
dolce filosofia, Mursia, Milano. L'oro dell'essere. Saggi filosofici, Mursia,
Milano. Cortocircuito e implicatura -- Mursia, Milano. Adelphoe, Unicopli,
Milano. Il dio lontano, Castelvecchi, Roma); “Tre centauri, Saletta dell'Uva,
Napoli. Filosofi, Saletta dell'Uva, Napoli. Una vacanza attiva, Olio Officina,
Milano. Grandi problemi risolti in piccoli spazi. Codicillo dell'essenzialismo;
Bompiani, Milano. Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, Milano. Capricci
napoletani. Pagine di diario (Marco Lanterna), OlioOfficina, Milano; “Il colpo
di timpano, Saletta dell'Uva, Napoli); “Dio impassibile” (Babbomorto, Imola.
Contromano, BookTime, Milano. Il bue squartato e altri macelli, Mursia, Milano. La passione della conoscenza. Pensa
Multimedia, Lecce,. Marco Lanterna, Le grandi oscurità della filosofia risolte
in lampeggianti parole. Marco Lanterna, Contributo alla critica di Sossio (in
Giametta, Capricci napoletani, OlioOfficina, Milano ). Friedrich Nietzsche Arthur Schopenhauer
Giorgio Colli Mazzino Montinari. DE SANCTIS, Francesco. - Nacque il 28
marzo 1817 a Morra Irpina (oggi Morra De Sanctis, in prov. di Avellino), al
centro di. una zona che fino a dieci anni prima era stata tutta feudale e di
cui gli antichi feudatari ancora sfruttavano la scarsa ricchezza boschiva,
mentre il potere era gestito direttamente dal clero e dai piccoli o medi
proprietari terrieri, anch'essi strettamente legati alla Chiesa sul piano
economico -, sociale e Politico. In questo ambiente il D. trascorse solo i
primi nove anni, ma esso costituì sempre per lui un punto di riferimento,
perché sempre egli lo ebbe presente come "polo reale" e, insieme,
come "polo negativo" della storia: la realtà da cui partire e
rispetto alla quale operare per tutte le conquiste del "progresso"
(morale, culturale, civile). La famiglia De Sanctis apparteneva a quel
ceto di piccoli proprietari del Sud che produceva i preti, gli avvocati e i
pochi medici. Avvocato era il padre del D., Alessandro (1787-1874), che però
viveva del reddito della sua piccola proprietà, prima ampliata attraverso un
"buon matrimonio" locale con Maria Agnese Manzi (1785-1847), poi
progressivamente sempre più dissestata; preti i due zii Carlo e Giuseppe;
medico lo zio Pietro (ed anche per costui la qualifica professionale servì
soltanto a sostenere l'orgoglio del ceto dei "galantuomini"). Come
molti esponenti del "galantomismo" meridionale, don Giuseppe e Pietro
De Sanctis avevano aderito alla carboneria (in funzione patriottica e
antifeudale): dopo aver partecipato ai moti carbonari del 1820-21, vissero in
esilio per dieci anni, serbando intatto lo spirito antiborbonico, ma non il
patrimonio. L'altro prete, invece, don Carlo, fece fortuna in Napoli come
titolare di una stimata "scuola di lettere" (un ginnasio
privato). Nel 1826 il D. fu trasferito come ospite ed allievo presso lo
zio Carlo. Dai "ricordi" del D. (La giovinezza) si può ricavare
l'elenco delle discipline da lui studiate, con fortissimo impegno, per tutta la
durata del corso quinquennale tenuto dallo zio ("Grammatica, Rettorica,
Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e romane" e
inoltre "l'Aritmetica, la Storia Sacra, il Disegno"), nonché una
serie di notazioni sul metodo d'insegnamento tutt'altro che critico e innovativo
("Un grande esercizio di mernoria era in quella scuola, dovendo ficcarsi
in mente i versetti del Portoreale, la grammatica di Soave, le Storie di
Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio; tutti i sabati
si recitavano centinaia di versi latini a memoria"). Poiché i cinque
anni di studi "letterari" avevano un completamento canonico in due
anni di studi "filosofici", nel 1831 fu iscritto alla scuola di don
Lorenzo Fazzini, matematico e fisico illustre, di dichiarate convinzioni
sensistiche. Per due anni, perciò, egli visse immerso nello studio di
"Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, Lamettrie", o del
Genovesi, ma (e questo è un tratto molto importante, destinato a rimanere come
atteggiamento mentale) nell'ottica "moderata" che era propria sia
dell'ambiente familiare sia del maestro ("Il professore diceva che il
sensismo en una cosa buona sino a Condillac, ma non bisognava andare sino a
Lamettrie e ad Elvezio .... Voltaire, Diderot, Rousseau mi parevano
bestemmiatori, avevo quasi paura di leggerli"). Lo stesso amalgama di
aperture progressiste e di scarsa chiarezza ideologica fu nell'esperienza
successiva (quella degli studi giuridici), in un'altra scuola privata, dove
(con l'abate Garzia) il D. imparò ad apprezzare soprattutto i codici
napoleonici, aprendosi così alla dialettica giuridica liberale. Questi studi
avrebbero dovuto rappresentare il punto d'arrivo di tutto il lavoro precedente
(poiché, scartata una primitiva ipotesi di carriera ecclesiastica, si pensava di
far di lui un avvocato), ma a determinare una diversa scelta di vita intervenne
una grave malattia dello "zio Carlo", in seguito alla quale il peso
della scuola cadde sulle fragili spalle del D. diciottenne, ed egli divenne
fonte di sostegno economico per la sua numerosa famiglia (dopo la morte della
primogenita Genoviefa, restavano ben cinque tra fratelli e sorelle, che sempre
in qualche modo gravarono su di lui, con molte preoccupazioni e ben poche
gratificazioni affettive o sociali). Un altro avvenimento, questo di
qualche anno prima (1833), aveva preparato nel D. tale mutamento di interessi e
di scelte: il suo ingresso nella "scuola di lingua italiana" del
marchese Basilio Puoti: di un "maestro", cioè, che rappresentava in
quel momento uno dei punti di riferimento più vivi della cultura napoletana e
che presto prese a stimarlo, ad amarlo e a guidarlo. Ed è in ambito puotiano
che nascono i primi scritti a stampa del D.: la sua volgarizzazione di un brano
dell'Eudemia di Giano Nicio Eritreo (Discorso contro gl'ippocriti), apparsa nel
1835 sul Tesoretto, e la Dedicatoria (sua e del cugino Giovannino) al Puoti
dell'edizione (da entrambi curata) del Volgarizzamento delle Vite de' santi
Padri di D. Cavalca e del Prato spirituale di Feo Belcari (1836). Non è
da qui però che si può ricavare l'immagine complessiva di ciò che egli era alla
fine del suo corso ufficiale di studi e all'inizio del suo primo
magistero. Certo, la competenza grammaticale e testuale e la sensibilità
alle cose della lingua (alla lingua come sistema formale in cui penetrare con
il rigore dell'intelligenza, della scienza e del gusto) erano allora e
restarono per sempre una componente molto importante del D. studioso e maestro
(questo va ribadito, anche per opporsi a una troppo lunga sottovalutazione
critica dell'eredità puristica attiva all'interno della metodologia critica
desanctisiana); ma dalla sua precedente esperienza culturale egli aveva
ricavato anche un complessivo eclettismo nozionistico e ideologico, un evidente
taglio "settecentesco" nell'impostazione del sapere e in più una
vastissima pratica di letture, che egli sottolinea con forza nella Giovinezza e
che si riverbera in tutta la sua opera. Ricostruendo dai suoi
"ricordi", risulta che il D., diciottenne, aveva letto con profondo
coinvolgimento (oltre a tanti latini, greci, filosofi, storici e giureconsulti)
un'incredibile quantità di classici italiani maggiori e minori, dai trecentisti
a Metastasio, e poi Parini, Alfieri, Verri, Monti, Foscolo, Manzoni, Berchet,
Leopardi, e Fénelon e Voltaire, Young e Scott (ma la zona "moderna"
ed "europea" andava rapidamente allargandosi: a poco più di venti
anni, il suo patrimonio di lettura spaziava con sicurezza da Shakespeare a
Richardson, da Milton e Klopstock a Chateaubriand, Lamartine e Hugo). La
professione dell'insegnamento diventò per il D. definitiva (grazie
all'intervento del marchese Puoti) nel 1838-39, più o meno contemporaneamente
nel settore della scuola pubblica (prima alla scuola dei sottufficiali; poi,
dal 1841, al Collegio militare della Nunziatella, prestigiosa accademia
militare borbonica) e in quello privato (con la "scuola di Vico
Bisi", che il Puoti aprì per lui, affidandogli all'inizio i suoi allievi
più giovani, poi di fatto - a grado a grado - la sua stessa funzione docente).
A quest'ultima esperienza (di cui restano importanti documenti nei Quaderni
discuola e una vasta rievocazione nella Giovinezza) si attribuisce, per
tradizione ormai consolidata, la definizione di "prima scuola" del De
Sanctis. Ma sarebbe forse più giusto comprendere nella definizione l'esperienza
didattica complessiva del decennio 1838-48: il decennio che consacrò il
successo indiscusso del D. maestro, il quale intanto (nelle diverse fasi della
sua frenetica attività) metteva a punto il suo metodo e il suo atteggiamento
critico, mentre andava costruendo intorno a sé rapporti affettivi e
intellettuali che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua vita, e mentre
andava maturando fondamentali scelte ideologiche, filosofiche, politiche.
I numerosi Quaderni di scuola, che documentano il primo insegnamento
desanctisiano, furono in massima parte scritti dagli alunni sotto dettatura del
maestro e finalizzati a raccogliere il "succo" dei diversi corsi di
lezioni, rispetto ai quali si configuravano come veri e propri libri di testo
costruiti in parallelo con l'esperienza scolastica. Si tratta, perciò, di una
testimonianza ampia e diretta del suo progressivo evolversi (a stretto contatto
con la cultura del proprio tempo) dal purismo e dall'illuminismo moderato fino
all'hegelismo, attraverso l'eclettismo, il neocattolicesimo, la partecipazione
alla temperie vichiana e a quella dello storicismo romantico. In vista della
loro funzione manualistica, i quaderni sono divisi secondo le "materie
d'insegnamento" della scuola (alcune presenti fin dall'inizio, altre
introdotte successivamente, come lo stesso D. testimonia nella Giovinezza). La
grammatica fu l'insegnamento originario della scuola, ma i quaderni
"grammaticali" più importanti che ci restano appartengono agli ultimi
anni e si configurano perciò come approdo della ricerca desanctisiana in
materia (con l'acquisizione dello storicismo romantico, del giobertismo, di
Hegel). I più antichi tra i quaderni in nostro possesso sono quelli di Lingua e
stile (1840-41), dove, dopo una serie di precetti di radice
puristico-illuministica (con forte incidenza della "grande
Enciclopedia" e in particolare di D'Alembert), troviamo documentato il
primo impatto con il pensiero romantico tedesco (in particolare con F.
Schlegel) e tracciata la prima sintesi di storia della letteratura italiana
("Sviluppo della letteratura italiana"). Questa ha già alcune
caratteristiche che resteranno immutate nel D. maggiore (si muove in ambito
postilluministico, con grande attenzione all'Europa e al presente letterario,
ma presenta come modello privilegiato di scrittore "contemporaneo" il
Manzoni, con un'accentuazione del punto di vista neocattolico, che andrà
attenuandosi in seguito). Una lunga storia della poesia è nei quaderni dedicati
alla Lirica (1841-42), in cui l'approdo è rappresentato dal Leopardi; i
quaderni sul Genere narrativo (1842-43) hanno le loro fonti in Villemain,
Sismondi, Voltaire, F. e A. W. Schlegel. Un salto di qualità notevolissimo si
avverte nei corsi del 1843-44 (Estetica) e del 1844-45 (Estetica applicata), in
cui l'esigenza di definire teoricamente i problemi dell'arte trova un sicuro
sostegno nelle teorie estetiche di Gioberti, mentre Hegel fa la sua apparizione
nel corso di Storia della critica (1845-46), che introduce una più stimolante
rivisitazione della lirica. Nei due anni successivi egli presenta ai suoi
allievi l'Estetica di Hegel nella traduzione francese di Ch. Bénard. Alla luce
dei nuovi principî affronta inoltre l'esame della Letteratura drammatica
(1846-47), soffermandosi a lungo sulle opere di Shakespeare. Dell'ultimo anno
di scuola (1847-48) ci resta anche un quadernetto di Storia e filosofia della
storia, che ha come punti di riferimento costanti Vico, Sismondi, Hegel e che
aiuta a chiarire il senso dei "compendi" (autografi) della Storia
d'Inghilterra di Hume e della Storia civile del Regno di Napoli di Giannone.
Questo blocco di materiali storiografici conferma il livello criticamente e
ideologicamente molto avanzato della ricerca desanctisiana alla fine della
"prima scuola", attestando una visione laica della storia, un
rigoroso rifiuto di ogni astrattismo e una forte rivendicazione della
"concretezza" in ogni ambito d'analisi, nonché una chiara assunzione
di metodo hegeliano in direzione progressista.Negli entourages di Puoti, della
Nunziatella, della sua stessa scuola (e delle altre che dopo il 1830 fiorirono
a Napoli, inaugurando il clima "filosofico" vichiano-hegeliano), il
D. aveva finito per trovarsi al centro dell'intellettualità progressista
napoletana, non si sa fino a che punto compromettendosi con le frange
estremistiche di essa. Fatto sta che molti giovani della sua scuola si
schierarono a combattere sulle barricate del maggio 1848 (dove fu ucciso quello
che era certamente il più colto e il più ideologizzato fra tutti: Luigi La
Vista) e che dopo quella data il D. fu in qualche modo implicato in una setta
segreta rivoluzionaria di ascendenza musoliniana, l'Unità italiana, e in un
attentato per il quale, tra gli altri, furono condannati a morte L. Settembrini
e C. Poerio ("Si facevano i più matti deliri: porre una mina sotto Palazzo
Reale pareva un gioco ... Fu la prima volta e sola che fui in convegni
segreti"). "Espulso", perciò, dalla Nunziatella e da "ogni
altra scuola anche privata" (come recitano i rapporti della polizia
borbonica, che cominciava ad interessarsi di lui), nel 1849 il D. si rifugiò in
Calabria presso un noto e attivo "patriota", il barone Francesco
Guzolini, in casa del quale fu arrestato il 3 dic. 1850 con l'accusa di essere
"uno dei principali agenti" della "setta diretta da G. Mazzini e
da Ledru-Rollin". Trasferito a Napoli e rinchiuso in Castel dell'Ovo, subì
due anni e mezzo di "carcere duro", e fu infine giudicato
politicamente molto pericoloso ("attendibilissimo") e perciò bandito
dal Regno e imbarcato per gli Stati Uniti (3 ag. 1853). 1 suoi allievi-amici
napoletani (in particolare A.C. De Meis e D. Marvasi, a quel tempo già in
esilio) lo aiutarono a sbarcare a Malta, per raggiungere il Piemonte,
inserendosi nell'allora foltissima schiera degli illustri esuli politici ivi
rifugiatisi (tra i meridionali, sono da ricordare: B. Spaventa, R. Bonghi, P.
S. Mancini, S. Tommasi, M. d'Ayala, G. Nicotera, E. Cosenz). Gli scritti
del periodo calabrese e della prigionia rappresentano la punta massima della
"spinta a sinistra" che segnò il pensiero desanctisiano a partire dal
1848. In Calabria furono elaborati due saggi (Introduzione all'Epistolario di
G. Leopardi e Sulle opere drammatiche di F. Schiller), in cui l'interpretazione
dei testi esita in senso fortemente politico (sia Leopardi sia Schiller segnano
la fine di un'epoca, quella dell'individualismo, dalla quale va nascendo
un'epoca nuova - dell'"Umanità" - impegnata in senso sociale). In
Calabria fu probabilmente impostato anche un dramma in prosa, il Torquato
Tasso, terminato negli anni di prigionia (il modello più vicino è quello
goethiano; il linguaggio è leopardiano; evidente è l'identificazione
personale-politica dell'autore con l'intellettuale perseguitato). Negli stessi
anni il D. studiò la lingua tedesca e se ne servì sia per tradurre il Manuale
di una storia generale della poesia di K. Rosenkranz, sia per leggere in lingua
originale la Logica di Hegel, che ridisegnò in una serie di Quadri sinottici
(praticamente una sintesi completa dell'intera opera). Ma il testo più
interessante elaborato in Castel dell'Ovo (nel 1850-51) è certamente La
prigione: un carme di 256 endecasillabi sciolti (l'unica prova poetica, se si
esclude qualche poesia d'occasione), che rappresenta il punto massimo di
"giacobinismo" realizzato dal D., con il rifiuto e la denuncia di
ogni metafisica (un'inversione fortissima rispetto al neocattolicesimo degli
anni della "prima scuola"), e con una proposta politico-ideologica
chiaramente ispirata all'interpretazione "di sinistra" della
filosofia di Hegel. Fortissima è anche la svolta di atteggiamento nei confronti
del Leopardi: all'immagine sentimentalistica e scettica divulgata nel clima del
primo romanticismo napoletano si sostituisce un'immagine combattiva e materialistica
del poeta di Recanati (che offre, del resto, il modello stilistico e
strutturale all'intero carme. costruito come storia metaforica del pensiero
umano, in rivolta per la libertà, contro la tirannia, l'oscurantismo,
l'ingiustizia sociale). A Torino il D. rimase dal settembre 1853 al marzo
1856, in un vitale rapporto d'amicizia con De Meis e Marvasi e con B. Spaventa,
ma molto isolato rispetto al potere politico e culturale. Il suo unico lavoro
fisso fu, allora, l'insegnamento dell'italiano nell'istituto femminile della
signora Eliott (dove si verificò un episodio d'innamoramento - per la
giovanissima Teresa De Amicis - che riempirà d'illusioni e di malinconie gli
anni successivi); ma ebbe anche alunni privati dal nome prestigioso (come
Virgina Basco - futura destinataria del Viaggio elettorale -, Ainardo di
Cavour, Luigi di Larissé). L'esperienza centrale del periodo torinese si
realizzò, tuttavia, attraverso due corsi di "lezioni pubbliche" su
Dante: conferenze organizzate dai suoi amici per soccorrerlo "nella
dignitosa povertà dell'esilio" e che di fatto lo rivelarono alla cultura
italiana. Nel 1855 egli prese a collaborare alle appendici letterarie:
sul Cimento di Torino pubblicò alcuni saggi fondamentali, vero e proprio punto
d'arrivo della sua critica "militante". E allo stesso anno risale
anche il primo episodio di giornalismo politico della sua vita: la
pubblicazione, sul Diritto di Torino, di una serie di interventi contro il
"murattismo" (cioè contro l'ipotesi di una sostituzione
"diplomatica" della dinastia borbonica di Napoli con la discendenza
di Gioacchino Murat), che rappresenta la prima fase di avvicinamento del D.
alla monarchia sabauda (questa viene proposta come unico possibile strumento di
unificazione della nazione, in un'ottica di "patriottismo
costituzionale" cui, in seguito, egli resterà sempre sostanzialmente
fedele). Nel 1856, sempre per interessamento dei suoi compagni d'esilio,
fu finalmente gratificato di un importante incarico pro- fessionale:
l'insegnamento della letteratura italiana presso l'Istituto universitario
politecnico federale di Zurigo, dove rimase fino al 1860. Gli anni di Zurigo
furono anni di nostalgia e di isolamento (anni di réve, com'egli stesso
diceva), ma produssero almeno due conseguenze molto importanti: l'elaborazione
di lezioni che sarebbero rimaste come una pietra miliare della sua ricerca
critica (soprattutto su Dante, Petrarca e la poesia cavalleresca) e il contatto
con ambienti culturali e politici di vera e propria avanguardia in Europa
(Wagner e Matilde Wesendonck, Moleschott, gli Herwegh, Burckhardt, Vischer,
ecc.) che egli ebbe modo di conoscere e di valutare criticamente (per esempio,
prendendo le distanze dall'irrazionalismo di Wagner e di Schopenhauer molto
prima che le mode irrazionalistiche toccassero l'Italia, o cercando di capire i
limiti concreti del ribellismo dei mazziniani quando Mazzini era ancora un mito
in Italia). Dei corsi danteschi di Torino non restano manoscritti, ma
ciascuna lezione fu ricostruita su appunti di allievi (Marvasi, D'Ancona), in
vista di una non mai realizzata pubblicazione in volume. Le conferenze torinesi
(undici di argomento teorico, diciannove dedicate all'Inferno, cinque al
Purgatorio) sviluppano presupposti romantico-hegeliani, con particolare
riguardo ai problemi dell'"unità" e della "forma" del poema
di Dante. Nell'esaltazione "passionale" dell'Inferno, emergono le
grandi figure alla cui analisi è legata la fama popolare del D. dantista
(Farinata, Francesca, Ugolino) e si afferma il taglio monografico che sarà
proprio dei maggiori saggi desanctisiani. Semplificando la materia dei corsi, e
prolungandola fino a percorrere tutta la Divina Commedia, il D. insegnò Dante a
Zurigo dal 1856 al 1859 (anche di queste lezioni ci resta la ricostruzione da
appunti). Da tale lavoro deriva tutto ciò che egli pubblicò successivamente su
Dante e sul suo tempo (ivi compresi i capitoli della Storia, che ne
tesaurizzano le idee-forza), ma i risultati metodologici più avanzati da lui
raggiunti negli anni d'esilio sono testimoniati dai contemporanei scritti
giornalistici (che furono poi pubblicati, a partire dal 1866, tra i
Saggicritici). Il Pier delle Vigne (1855) è addirittura una lezione torinese
trascritta, per LaNazione di Firenze, da A. D'Ancona: la celebre lettura del
canto esalta i "grandi caratteri" e le "grandi passioni"
dei personaggi e ne analizza le sfumature, le "situazioni", i
contrasti; il saggio La Divina Commedia(versione di Lamennais), anch'esso del
1855, dichiara la fine dell'antico metodo retorico e il rifiuto del metodo
"storico" di oscuola francese"; quello intitolato Carattere di
Dante e sua utopia (1856) individua il "centro" della grandezza
poetica di Dante nella sua "anima di fuoco" in cui "si riverbera
l'esistenza in tutta la sua ampiezza". Il punto d'arrivo della ricerca
zurighese (molto più problematica di quanto appare nelle lezioni) è suggerito
nel saggio del 1857 Dell'argomento della Divina Commedia, che afferma da una
parte il rifiuto del sistema e dall'altra la validità degli strumenti d'analisi
hegeliani, a stretto contatto col testo letterario (un approdo, in sostanza,
per il D. definitivo). Negli scritti letterari d'argomento contemporaneo
o d'occasione (destinati a giornali torinesi e anch'essi in massima parte
raccolti poi nei Saggi), il D. esplicò, negli anni d'esilio, il suo impegno
"militante", ma sempre a stretto contatto con i problemi di metodo
critico che sono al centro dell'insegnamento dantesco. Il più esplicitamente
politico di questi saggi è L'ebreo di Verona (febbraio 1855), che consacrò, a
livello nazionale, la sua fama di polemista laico e liberale (l'autore del
romanzo, il gesuita A. Bresciani, ignorando le conquiste del cattolicesimo
manzoniano, ripropone la religione in funzione antiliberale e antiprogressista:
il suo ruolo storico, dopo la sconfitta del '48, è "aggiungere i suoi
colpi codardi alle mannaie del carnefice"). La militanza critica passa
sempre attraverso una precisa idea (romantico-hegeliana o posthegeliana) della
letteratura. In Satana e le Grazie (1855) essa è espressa con molta chiarezza:
di fronte al poemetto di G. Prati "la fantasia rimane inerte: il cuore
riman freddo", perché "in questo lavoro non vi è creazione e quindi
non vi è fantasia ... Prati ha una viva immaginazione, e per questa facoltà è
forse il primo poeta di second'ordine che sia oggi in Italia"; del resto,
i suoi testi poetici hanno tutti i limiti e i difetti della "declamazione
rettorica". E questa non è un difetto esclusivo degli scrittori moderati:
essa è condannabile anche quando sia posta al servizio delle più ardite analisi
politiche, come nella Beatrice Cenci di F. D. Guerrazzi (1855), avvolta nel
"vecchio repertorio" delle "metafore" e dei "luoghi
comuni". C'è un solo poeta italiano che abbia attinto i livelli della
"grande poesia" nel mondo moderno, dice in un importantissimo saggio,
e questo è Leopardi. Il saggio s'intitola Alla sua donna. Poesia di G. Leopardi
ed è, probabilmente, lo scritto leopardiano più importante del D., che, con
parametri schilleriani e byroniani, traccia qui una straordinaria immagine di
poeta laico, interprete della civiltà contemporanea perché capace di farsi
"critico e filosofo" e di far "scintillare" la poesia dalla
"meditazione". Ma, a parte l'eccezione leopardiana, il clima del
presente letterario fa temere un ritorno alla identificazione tra poesia e
retorica (Sulla mitologia - Sermone di V. Monti, 1855). A questa pericolosa
tendenza il D. oppone la difesa di Alfieri contro i critici francesi
contemporanei (Veuillot e la Mirra, Giulio Janin, Janin e Alfieri, Vanin e la
Mirra), ed evidentemente questa polemica ha un profondo retroterra politico: la
rivalutazione della fase "eroica" del classicismo settecentesco,
nella cultura "rivoluzionaria" dell'intera Europa. Perciò questa
rivalutazione riguarda anche Foscolo (Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e
Foscolo e "Storia del secolo decimonono" di G. G. Gervinus, 1855) e
la polemica colpisce anche un critico come A. de Lamartine ("Cours
familier de littérature" par M. de Lamartine, 1857). Nello stesso ambito
il modello di V. Hugo viene proposto come sostanzialmente positivo (Triboulet e
"Le contemplazioni" di V. Hugo, 1856) ed è possibile perfino il
recupero di un classico manierato come Racine, perché capace di creare dei
grandi personaggi drammatici (La "Fedra" di Racine, 1856). In questo
ambito, infine, si configura una delle prime, ma già precise professioni di
"realismo" del D. critico (Saint-Marc Girardin, 1856): "Il
sentimento astratto non è poesia, non è cosa vivente ... La poesia dee
riprodurre la realtà "vivente" ... Il poeta dee rappresentarci un
uomo vivo", perché questo, in quanto tale, "ègià un perfettissimo
personaggio poetico". La progressiva conquista di un punto di vista
"realistico" con cui guardare al testo letterario è registrata dai
ricchi appunti che ci restano (a cura di V. Imbriani) delle lezioni zurighesi
sul Poema epico. Proprio in questa sede il D. usa per la prima volta il termine
"realismo" (ancora nuovo nella critica francese più avanzata da cui
lo deriva), mentre ribadisce il rifiuto del "sistema" hegeliano come
strumento di critica letteraria e conferma la validità degli strumenti
d'approccio al testo ricavabili dall'estetica hegeliana. Il messaggio
filosofico più complessivo, nell'ultima fase del suo esilio e del suo vitale
contatto con le avanguardie europee, fu affidato dal D. al dialogo Schopenhauer
e Leopardi (1858). Anche questo testo ha una struttura leopardiana (ispirata
alla provocatoria ironia delle Operette morali), ma s'interessa a Leopardi solo
nell'ultima parte, dedicando molto spazio all'illustrazione del pensiero di
Schopenhauer, indicato come il liquidatore di un'epoca (quella
"dell'Ottantanove", "del Trenta", "del
Quarantotto") che egli considera "un'illusione, o piuttosto ... una
imbecillità generale". La filosofia di Schopenhauer è, perciò,
"nemica della libertà, nemica dell'idee, nemica del progresso"; in
politica, egli ripropone "lo Stato monarchico, la nobiltà, il clero, i
privilegi", nega la libertà di stampa e odia Hegel come
"corrompiteste" (la moda di Schopenhauer in Europa è, in sostanza, un
grave sintomo di regresso storico: la sua tardiva riscoperta equivale a
un'abiura di tutto il progressismo europeo). A prima vista, il rifiuto
dell'ottimismo ideologico accosta Leopardi a Schopenhauer; ma, in realtà, c'è
tra i due una vera e propria opposizione, e Leopardi è tanto interno alla fase
"eroica" (progressista e rivoluzionaria) dell'umanità, quanto ad essa
è estraneo e ostile Schopenhauer. La differenza non è solo nel
"materialismo" di Leopardi (opposto allo "spiritualismo" di
Schopenhauer) o nelle sue scelte di stile "inamabile" (mentre
Schopenhauer si affida al fascino della retorica), ma anche e soprattutto
nell'effetto di lettura che Leopardi produce come uomo e poeta veramente "grande"
(egli "non crede al progresso, e te lo fa desiderare non crede alla
libertà, e te la fa amare , è scettico, e ti fa credente"). Dopo le
speranze e le delusioni della seconda guerra d'indipendenza, sulla scia
dell'impresa dei Mille, il D. lasciò improvvisamente Zurigo e il politecnico e
ritornò a Napoli, dove svolse un ruolo, probabilmente importante, nella
mediazione che portò il "partito garibaldino" (e lo stesso Garibaldi)
ad accettare il plebiscito "piemontese". Per nomina di Garibaldi,
appunto in fase di preparazione del plebiscito annessionistico, fu governatore
della provincia di Avellino e si mostrò attivissimo organizzatore del consenso
politico, della guardia nazionale locale, della lotta al banditismo (che era
già esploso violento in Alta Irpinia, recuperando antiche radici sanfediste).
Subito dopo, fu direttore dell'Istruzione a Napoli e, in quindici giorni (tra
l'ottobre e il novembre del 1860), tesaurizzando tutte le precedenti esperienze
di riforme liberali degli studi (in particolare quella del 1848), impostò una
vera e propria rifondazione della scuola napoletana. All'università chiamò ad
insegnare illustri rappresentanti della cultura liberale (da Spaventa a
Ranieri, a Bonghi, a Imbriani, a Villari, a Mancini); in sostituzione del liceo
gesuitico istituì un ginnasio-liceo statale; per la formazione dei maestri
elementari (sua grande preoccupazione di progressista ottocentesco) deliberò
l'istituzione di scuole "normali" in tutte le province della
luogotenenza (non senza ragione, il 1860 restò per sempre nei suoi ricordi come
il periodo eroico della sua vita). Eletto deputato al primo Parlamento
nazionale unitario, fu ministro della Istruzione pubblica con Cavour e con
Ricasoli (dal marzo 1861 al marzo 1862), continuando sulla linea già tracciata
a Napoli, ma senza ripetere l'exploit del 1860, nell'ambito della troppo vasta
e ibrida realtà nazionale (in pratica, rinunciando .all'ambizione di produrre
una "legge di riforma" della scuola italiana, si limitò ad estendere
con decreti all'Italia unita la legge Casati). Ciò che resta di più indicativo
del primo periodo di attività come ministro è proprio la linea di tendenza
teorizzata nel programma iniziale e vanificata dall'opposizione dei gruppi
reazionari ("Noi abbiamo decretato la libertà in carta. Sapete, o signori,
quando questa libertà cesserà di essere una menzogna? Quando noi avremo
effettivamente uomini liberi; quando della plebe avremo fatto un popolo libero
... Provvedere all'istruzione popolare sarà la mia prima cura"). In questo
ambito si pone anche la battaglia per istituire una rete capillare di
"scuole tecniche" e "istituti professionali", nonché
l'impegno per la qualificazione degli studi scientifici (ma molto avversate
furono anche in questo campo le più importanti scelte progressiste, come quella
che portò il materialista e "rivoluzionario" J. Moleschott ad
insegnare fisiologia nell'università di Torino). Dopo questo incarico
ministeriale, pur sempre rieletto in Parlamento (con la sola parentesi di un
anno, tra il 1865 e il 1866), il D. rimase estraneo e in forte opposizione
rispetto ai nuovi gruppi di potere (le "consorterie", che vedeva via
via riavvicinarsi ai "retrivi" e ai "codini"), su una linea
mediana di progressismo monarchico e antirivoluzionario. Su questa linea si
pose il giornale L'Italia (che egli diresse dal 1863 al 1867), in appoggio al
gruppo emergente della Sinistra costituzionale, che nel 1865 ottenne proprio
nel Sud il suo primo successo elettorale. L'appassionamento garibaldino ai
tempi di Mentana, la firma del manifesto di opposizione crispina e un importante
discorso di denuncia contro il riemergere del clericalismo (in campo
ideologico, politico ed economico) segnarono, nel 1867, i punti più alti della
sua partecipazione politica. Nel 1863 aveva sposato, a Napoli, Maria
Testa dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio agiato (da cui non nacquero
figli) non fu sufficiente a sconfiggere la precarietà economica in cui tutta la
sua vita si svolse, né fornì uno stabile nutrimento al suo complesso bisogno di
réve e di comunicazione sentimentale. All'interno di una sempre meno
inconfessata delusione politica e personale, egli tornò, quindi, agli studi che
gradualmente ridivennero protagonisti della sua vita: dal 1866 al 1872 pubblicò
in volume i Saggi critici (dove raccolse gli scritti giornalistici dell'esilio),
il Saggio critico sul Petrarca, la Storia dellaletteratura italiana, i Nuovi
saggi critici. Il Saggio critico sul Petrarca (1869) ripropone un corso
di conferenze tenuto a Zurigo nell'inverno 1858-59, con "pochi
mutamenti" e con una "introduzione" del 1868. Esso si articola
in dodici capitoli (tre dedicati alla personalità del poeta e al suo
"mondo" culturale; gli altri strutturati come lettura tematica e
analisi del Canzoniere) ed è finalizzato a fornire un preciso punto di vista
per l'interpretazione del testo petrarchesco, sulla base della teoria elaborata
dal D. a partire dalla "prima scuola" e consolidata appunto negli
anni dell'esilio (tesaurizzazione dell'illuminismo, del romanticismo,
dell'hegelismo; rifiuto del metodo "sistematico" e dei suoi esiti
panlogistici; rivendicazione della "poesia" come "forma uscita
dal più profondo della vita reale" e come "sostanza vivente",
secondo i grandi modelli di Omero, Dante, Ariosto, Shakespeare). In
quest'ottica, Petrarca va riscoperto, pur con i limiti che la cultura romantica
ne aveva segnalato, e va rivalutato per quel che lo separa dal petrarchismo
(cioè dalla sua riduzione a modello "rettorico" e
"platonico"). La "poesia" di Petrarca va, quindi,
individuata in particolari "situazioni" liriche (soprattutto nella
"malinconia" e nei momenti di "abbandono" sentimentale),
pur tra gli ostacoli frapposti dall'educazione "rettorica" e da una
visione "spiritualistica" della vita. Particolare interesse è rivolto
alla figura di Laura (cui sono intitolati quattro capitoli): Laura è "la
creatura più reale ... che il Medioevo poteva produrre", e la sua
"realtà", tutta interiorizzata nella poesia del Canzoniere, non si
spegne, ma si ravviva dopo la morte del personaggio (proprio in questa
"situazione" Petrarca tocca le sue rare punte di "poesia
sublime"). La Storia della letteratura italiana nacque come testo
scolastico ed è, infatti, una sintesi didattico-pedagogica di materiali in gran
parte preelaborati secondo una precisa metodologia critica (quella appena
illustrata a proposito del saggio petrarchesco) e utilizzati per un progetto
complessivo di informazione-formazione (il progetto dell'"educazione
nazionale") nel quale convergono tutte le attese (ed anche i timori) del
D. "letterato" e "politico" agli inizi degli anni Settanta.
Divisa in venti capitoli, la Storia disegna una linea di svolgimento della
letteratura italiana che va dal XIII al XIX sec. secondo il "principio
direttivo" (ufficialmente dichiarato dal D. in uno dei suoi ultimi
scritti) della "successiva riabilitazione della materia" (di "un
graduale avvicinarsi alla natura e al reale", in parallelo con i progressi
della scienza, della cultura, del costume, della vita politica, della stessa
morale). Ma la finea risulta tutt'altro che retta e univoca: sia perché
l'ipotesi del "graduale" svolgimento della storia letteraria verso
mete progressive è fortemente contraddetta dalle fasi di stasi, d'involuzione,
di "ritorno"; sia perché continuamente emergono distanze o
divaricazioni tra livello storico e livello letterario (e qui s'innesta la
forte rivendicazione della "forma" come valore specifico del testo
letterario); sia, infine, perché (in base alla predilezione per il metodo
monografico e per l'analisi testuale) il racconto della Storia alterna lunghe
soste con rapidissimi voli, grandi indugi analitici con improvvise e fortissime
elisioni. La Storia procede, perciò, per grandi nodi tematici e testuali,
muovendosi in un sistema "a spirale" di allusioni e richiami tra
fenomeni, autori, epoche, con un disinibito oscillare del linguaggio dal
familiare e dal basso all'oratorio e al patetico, non senza momenti di
carattere mimetico a ciascun livello di scrittura (sono queste, del resto, le
caratteristiche peculiari del suo composito stile). Seguendo il cammino della
Storia a partire dai primi capitoli, troviamo anzitutto ISiciliani come
"scuola poetica ... feudale e cortigiana", legata alla potenza della
corte sveva e destinata a spegnersi prima che "venisse a maturità",
radicandosi nelle "classi inferiori". Proprio questo processo di
radicamento si analizza nel ben più complesso capitolo intitolato I Toscani, ma
centrato soprattutto sulla cultura bolognese (e sulla "scienza" che
si sviluppò in senso antifeudale presso l'università di Bologna). Il punto
d'arrivo di questa storia del "mondo lirico" medievale è Dante. Il
breve capitolo dedicato a La lirica di Dante la definisce come "la voce
dell'umanità a quel tempo": Dante rappresenta (vichianamente) l'epoca
della "fantasia", ed è "la prima fantasia del mondo
moderno". Coi capitoli IV e V il discorso ritorna alle origini, per
esaminare La Prosa e I Misteri e le Visioni del sec. XIII, che esprimono
"l'idea religiosa penetrata ne' costumi e nelle istituzioni", ma che
restano a livello di fase letteraria preparatoria dell'"aureo"
Trecento. A questo secolo è dedicato un capitolo molto puotiano (attento ai
Fioretti, al Cavalca e al Passavanti. ai testi di s. Caterina da Siena e alla
"maravigliosa cronaca" di D. Compagni), che però anch'esso converge,
romanticamente, verso la grande figura protagonistica di Dante. La trecentesca
"commedia dell'anima" esprime, infatti, l'ordito culturale da cui
nascerà La "Commedia" (cap. VII), con la sua "base
ascetica" e la sua radicata abitudine alla "allegoria". Ma tutto
ciò rappresenta (secondo l'ottica tipica del D. dantista) la "falsa
poetica" attraverso e nonostante la quale Dante crea un'opera somma di
poesia (una vasta analisi del poema tende proprio a mostrare come, per virtù di
passione e di poesia, esso possa esprimere, "ancora pregno di misteri,
quel mondo che, sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi
letteratura moderna"). Il capitolo defficato al Petrarca (Il
"Canzoniere") è breve, ma fondamentale: Petrarca non è solo un "artista"
pieno di "grazia" e di "malinconia", ma è il rappresentante
di una nuova generazione culturale che, dopo Dante, "volgeva le spalle al
Medio Evo ... e si affermava popolo romano e latino". In questa scelta,
secondo il D., c'è una profonda ambivalenza (da una parte c'è il "rinnovamento"
inteso come nascita della coscienza laica; dall'altra la letterarietà come
"erudizione", "imitazione", abito retorico), in cui si
muoverà, per lunghi secoli, la storia della letteratura italiana. E in un'ottica
così conflittuale il Decamerone (cap. IX) appare come "l'apoteosi
dell'ingegno e della dottrina" in dimensione laica, ma anche come
espressione di un "niondo borghese" che, liberatosi dai vincoli dello
spiritualismo, non riesce ad innalzarsi, al di là del "comico", fino alle
"alte regioni dello spirito". Il Cinquecento (cap. XII) è il secolo
che vede l'arte assoldata al mecenatismo, pur quando potrebbero porsi le
condizioni storiche per un avvicinamento tra cultura e "popolo" (ad
esempio, nella Firenze medicea) e pur quando sono già stati raggiunti grandi
vertici di raffinatezza letteraria (ad es., nelle Stanze del Poliziano, cap.
IX). Infine il Seicento, simboleggiato dal Marino (cap. XVIII), produce in
letteratura "idilli" ed "elegie", "voluttà" e
"musica", mentre l'intellettuale italiano si fa "estraneo al
movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero",
stagnando "in un classicismo e in un cattolicesimo di seconda mano".
Nell'arco fra '300 e '600, e sempre in chiave antifrastica, sono tanti gli
episodi letterari che il D. analizza, e ad alcuni, comunemente ritenuti minori,
dedica interi capitoli: a F. Sacchetti il cap. X (L'ultimoTrecento), a La
Maccaronea il cap. XV, a Pietro Aretino il cap. XVI. L'opera dell'Ariosto
(L'Orlando furioso, cap. XIII) è esaminata secondo i parametri zurighesi:
inserita nella serialità storica, essa si propone come "sintesi
dell'intero Rinascimento", mentre l'"ironia" e il "riso
scettico" di Ariosto si manifestano espressione di un "secolo
adulto" (cioè divenuto capace di critica e ormai maturo per la libertà
"borghese", pur nell'accettazione di fatto della realtà
"cortigiana"). T. Tasso (cap. XVII), autore-simbolo dell'ambivalenza
ideologica e sentimentale, offre l'occasione per un discorso altrettanto
ambivalente sulla Contro-riforma e sul suo significato storico-culturale. Il
poema del Tasso è lo specchio della "ipocrita" cultura
controriformistica italiana e i suoi valori letterari vanno individuati in
senso opposto rispetto a quello programmatico e ufficiale: non nella "falsa"
religiosità, ma nell'"idillio", nell'"elegia", nella
"voluttà" (Tasso è, perciò, accostato al Petrarca, nella tradizione
di storiografia politica risalente a Sismondi e Ginguené). Ma proprio al centro
dell'arco storico fra '300 e '600 c'è una punta alta, un grande ritratto in
positivo: quello di Machiavelli (cap. XV), che riesce a costruire una valida
ipotesi di "rinnovamento", sia opponendo alla teocrazia
"l'autonomia e l'indipendenza dello Stato" ("un presentimento
dei nostri ordinamenti costituzionali"), sia rinnovando il
"metodo" della conoscenza, col rifiuto della "teologia" e
del principio di "autorità" (per lui "la verità è la cosa
effettuale, e perciò il modo di cercarla è l'esperienza accompagnata con
l'osservazione, lo studio intelligente dei fatti"). Evidentemente, il
ritratto di Machiavelli (liberato da tutte le riserve moralistiche
precedentemente espresse su di lui) è un caso-limite d'interpretazione
"tendenziosa" di un autore: se è scelto a simboleggiare, all'inizio
del '500, la politica e la scienza moderna, è perché il D.-maestro che scrive
la Storia nel 1870 (l'anno della presa di Roma, a cui esplicitamente, proprio
nel cap.XV, egli fa riferimento) vuol proporre ai giovani un preciso progetto
di produzione letteraria che leghi indissolubilmente letteratura, "scienza"
e politica laica (e che indichi anche lo strumento di una lingua letteraria
"precisa e concisa", antiretorica e antimusicale, che pure a
Machiavelli viene attribuita con qualche forzatura). Nel nome di Machiavelli,
dunque (anche se a distanza di 4 capitoli), si apre la parte
"moderna" e propositiva della Storia, che consiste nei due ultimi
lunghissimi capitoli, intitolati La nuova scienza (cap. XIX) e La nuova
letteratura (cap. XX). Il rapporto tra essi è derivativo: la "nuova
letteratura" non potrà nascere se non dalla "scienza", che ha
come obiettivo "il progresso e il miglioramento dell'uomo", e che ha
come principale strumento la libertà intellettuale e politica. Perciò, "i
primi santi del mondo moderno" (i primi intellettuali capaci di
"lottare, poetare, vivere, morire" per la "fede" nel
progresso) furono Bruno, Telesio, Campanella, Galilei; e poi Sarpi, Vico,
Giannone; infine Beccaria e Filangieri, con alle spalle il pensiero laico
europeo, da Bacone alla Rivoluzione francese. Come s'innesta in questo clima la
"nuova letteratura"? Dopo l'affascinante ma "superficiale"
opera di Metastasio, l'innesto si realizza con la scelta illuministica di
utilizzare "cose e non parole". Il primo autore "vero" della
"nuova letteratura" è Goldoni (ma con dei limiti di superficialità).
Il primo "uomo nuovo" è Parini, e poi vengono Alfieri e Foscolo (col
Monti personaggio negativo), ma con dei limiti negli eccessi e nelle scelte di
stile retorico. L'Ottocento (pur con la sua tensione d'impegno e di
sperimentazione) non ha ancora offerto, in Italia, modelli attendibili per il
cammino da percorrere. Il nostro futuro letterario è, perciò, incerto ma la
direzione da seguire è chiara: "convertire il mondo moderno in mondo
nostro, studiandolo, assimilandocelo e trasformandolo, "esplorare il
proprio petto" secondo il motto testamentario di G. Leopardi, questa è la
propedeutica alla letteratura nazionale moderna". Nella seconda
edizione dei Saggi critici (1869) e poi nei Nuovi saggi critici (1872) il D.
inserì alcuni scritti (in gran parte composti per la Nuova Antologia) che
precedono o accompagnano la stesura della Storia e che nei confronti di essa
risultano in diverso modo illuminanti. Il più antico è Una "Storia della
letteratura italiana" di C. Cantù (1865), che, recensendo l'opera appena
pubblicata, la denuncia come fondata su "pregiudizi" e
"superficiale dottrina" e su valori che nulla hanno a che fare col
letterario (perciò l'inevitabile sottovalutazione di autori come Machiavelli,
Ariosto, Leopardi, Alfieri, Giusti, Berchet, cui si contrapporrà, appunto, la
Storia desanctisiana). Fondamentale, per chi indaghi sulla genesi della Storia,
è il saggio Settembrini e i suoi critici (1869), in cui il D. condanna il grave
limite del contenutismo radicale settembriniano, così come aveva condannato il
contenutismo cattolico-moderato del Cantù, ed afferma che una vera storia della
letteratura dovrebbe essere un lavoro interdisciplinare (con contributi di
"filosofia, critica, arte, storia, filologia") al quale la cultura
italiana non è ancora attrezzata (risalendo queste considerazioni al periodo
iniziale di stesura della Storia, esse dimostrano la problematicità del D. nei
confronti della sua opera maggiore, e la profonda consapevolezza della
"parzialità" di essa). Più collegati alla componente ideologica
"positiva" della Storia risultano L'"Armando" di G. Prati e
L'ultimo dei puristi del 1868. Nel primo si denuncia la fine dei "tempi
sentimentali" e si afferma, per il presente, la necessità di un impegno
tutto reale e concreto ("il materialismo è uscito trionfante dal seno
stesso del mondo hegeliano" e impone la "serietà della vita
terrestre"); nel secondo, la stroncatura di un purista attardato (F.
Ranalli) dà luogo a una attenta e intelligente rievocazione del Puoti e della
sua scuola, che fu "bandiera" di "libertà, scienza, progresso,
emancipazione" nei primi decenni del secolo, ma che (a parte il valore
sempre vivo del "metodo" puotiano) esaurì il suo ruolo storico alla
vigilia della fase rivoluzionaria del '48 (al presente, ogni nostalgia
puristica risulta storicamente e politicamente ingiustificata). Anche i grandi
saggi danteschi del 1869 (Francesca da Rimini, Il Farinata di Dante, L'Ugolino
di Dante) nacquero in margine alla Storia, sia come ripresa del tema-Dante (e,
in particolare, delle riflessioni zurighesi), sia come esempio di quel lavoro
di "monografia" che il D., all'epoca, considerava storicamente e
scientificamente più valido delle "sintesi". I personaggi danteschi
prediletti dalla cultura romantica ed hegeliana sono letti rispettivamente in
chiave di "amore" e "pietà femminile" (Francesca), orgoglio
politico (Farinata), complessità e profondità di sentimenti antinomici
(Ugolino), nell'ambito di un'attenta, colta, sensibile lettura testuale (era in
questo, appunto, che il D. voleva proporsi come modello di critica
"attuale", "paziente" e costruttiva, ed è appunto questo
l'aspetto dei Saggi che va ancor oggi rivendicato). Il saggio L'uomo del
Guicciardini(1869) ripropone l'antitesi (presente anche nella Storia) fra
Machiavelli, precursore del nazionalismo moderno, e Guicciardini, il cui
"particulare" rifiuta ogni "vincolo religioso, morale,
politico" (ma la vera funzione del saggio si esplicita nell'ultima frase,
di amara denuncia della situazione politica presente: "L'uomo del Guicciardini
vivit, immo in Senatum venit, e lo incontri ad ogni passo"). Nel
1871 venne affidata al D. la cattedra di letteratura comparata nell'università
di Napoli, dove egli tenne quattro corsi annuali, dal 1872 al 1876 (è questa
l'esperienza nota come "seconda scuola napoletana", che produsse
quattro gruppi di lezioni, rispettivamente su Manzoni, Scuola
cattolico-liberale, Scuola democratica, Leopardi). Contemporaneamente pubblicò
una seconda raccolta di saggi (Nuovi saggi critici, Napoli 1872) e inaugurò
quella serie di conferenze e articoli sugli orientamenti della letteratura
contemporanea in chiave realistica che sarebbe continuata, per dieci anni, fino
alla vigilia della morte. Tra il 1874 e il 1875 realizzò un nuovo momento
d'impegno politico attivo, in occasione delle elezioni che prepararono
l'avvento al potere della Sinistra costituzionale (in particolare, nel gennaio
1875 appoggiò, con un'avventurosa campagna elettorale, la propria candidatura -
difficile e piuttosto equivoca - nella provincia d'origine, e ne rivisse il
ricordo in una serie di cronache giornalistiche pubblicate prima sulla Gazzetta
di Torino e subito dopo in volume, col titolo Un viaggio elettorale,
1876). Al 1877 data il terzo e ultimo episodio importante di giornalismo
politico desanctisiano: ancora un impegno battagliero, ma interno alla Sinistra
(contro la gestione trasformistica e antidemocratica del potere da parte di
Depretis e Nicotera), condotto soprattutto sulle colonne del Diritto di Roma.
Nel 1878 Cairoli riaffidò al D. il ministero della Pubblica Istruzione che egli
tenne fino al 1880, riproponendo, dopo 17 anni, i problemi della "scuola
di tutti" (la "scuola per l'infanzia", la "scuola
primaria", la formazione dei maestri) e quelli dell'istruzione tecnica, in
un'ipotesi di cultura "scientifica" da sostituire alla "cultura
retorica"; ma ancora una volta fu sconfitto nei punti più qualificanti del
suo programma (la traccia più concreta che ne rimase fu l'inserimento
dell'educazione fisica tra le materie d'insegnamento: un omaggio alla
rivalutazione positivistica dell'uomo fisico). Nel 1880, colpito da una grave
malattia agli occhi, lasciò l'incarico ministeriale e dedicò i suoi ultimi anni
di vita a un lavoro di riflessione autobiografica (le Memorie che andò dettando
alla nipote Agnese) e critica (soprattutto ripresa e riorganizzazione della
riflessione petrarchesca e leopardiana). Morì a Napoli il 29 dic. 1883,
lasciando incompiuti i suoi ultimi lavori, cui, pur tra le sofferenze della
malattia, si dedicò sino alla fine. Come tutti i principali episodi
dell'insegnamento desanctisiano, anche le lezioni della "seconda scuola
napoletana" sono documentate da riassunti (redatti in genere da F.
Torraca), rivisti e ufficialmente accettati dall'autore. Il primo corso
(gennaio-marzo 1872) fu dedicato a Manzoni e rappresenta il punto d'arrivo di
una riflessione iniziata all'epoca della "prima scuola", sviluppata a
Zurigo e rimasta sempre centrale nella ricerca del D., pur senza trovare una
sistemazione editoriale. In queste lezioni le posizioni ideologiche e gli
strumenti di ricerca sono molto cambiati rispetto agli anni della "prima
scuola", ma non cambia il giudizio di valore. La grandezza del Manzoni è
identificata ora nella sua capacità di "calare l'ideale nel reale":
da lui escono tre "grandi idee critiche che hanno importanza
universale": la "misura dell'ideale", il "vero"
positivo e storico, la "forma" diretta e "popolare".
Manzoni rappresenta la massima realizzazione della letteratura
"moderna" in Italia e le "scuole letterarie" non segnano
alcun progresso né sul piano dell'arte né su quello dell'ideologia. Negli anni
successivi. il D. analizzò, appunto, lo svolgimento della letteratura in Italia
a partire dal Manzoni, dividendola (secondo una traccia già seguita da Emiliani
Giudici, da Settembrini e da altri) nei due filoni cattolico e laico, definiti
rispettivamente "scuola liberale" e "scuola democratica".
Alla Scuola liberale fu dedicato il secondo anno di lezioni universitarie
(1872-73), con risultati di giudizio fortemente militanti: l'impegno dei
cattolici per l'"educazione popolare" non offre risultati validi in
arte e svolge un ruolo (più o meno esplicito) d'insegnamento reazionario
("nuovi Arcadi" sono Grossi, Carcano, Tommaseo, Cantú; Gioberti e
Rosmini ripropongono una dimensione "metafisica" della storia e della
politica; D'Azeglio resta attardato su una vecchia e superata immagine di
letteratura retorica). Un interessante excursus riguarda, però, la letteratura
meridionale dell'Ottocento: poeti poco noti (come D. Mauro, V. Padula, P. P.
Parzanese, N. Sole) vengono esaminati con interesse e simpatia. Il corso del
1873-74 fu dedicato alla Scuola democratica, e anche in quest'ambito il
giudizio globale è negativo: Mazzini, Rossetti, Berchet, Niccolini non possono
fornire il modello della "nuova letteratura". Si conferma così
l'esito perplesso e sostanzialmente pessimistico che caratterizza le ultime
pagine della Storia e l'affermazione del principio del
"realismo". I saggi più importanti elaborati dal D. nell'ultimo
decennio di vita riguardano, appunto, le tematiche del realismo (alcuni di essi
furono raccolti nella 2 ed. dei Nuovi saggi critici, del 1879). Dopo la
prolusione universitaria La scienza e la vita (1872), sono da ricordare:
Ilprincipio del realismo (1876), Studio sopra Emilio Zola (1878), Zola e
l'Assommoir (1879), Il darwinismo nell'arte(1883). L'assunto complessivo è che
il "realismo" auspicato dal D. non si può confondere né col
materialismo, né col positivismo, né col naturalismo di Zola (il quale, però, è
molto valido come scrittore: lo studio a lui dedicato è particolarmente vasto e
attento). La letteratura del "reale" dev'essere (cfr. Manzoni)
"l'ideale calato nel reale", e cioè una costruzione "eticac
forza morale impegnata per rinnovare la società, contro l'individualismo, la
reazione, l'autoritarismo sempre in agguato. Nell'ultima fase della sua
vita il D. non si limitò a teorizzare l'importanza e la "modernità"
del realismo in letteratura, né ad inserirsi con diversi strumenti critici
all'interno del problema per farne emergere i pericoli (o quelli che a lui
sembravano tali sul piano morale e politico), ma volle fornire delle prove
concrete di narrativa realistica, utilizzando un registro di linguaggio
"familiare", che già aveva usato nelle sue lettere alla moglie (con
estrema semplificazione sintattica e con frequenti coloriture dialettali) e
che, del resto, non era ignoto ai momenti più colloquiali della sua critica.
L'operetta narrativa che elaborò in funzione di esempio e modello fu Un viaggio
elettorale (1876): una serie di cronache del tragicomico attraversamento della
provincia natia da lui compiuto a sostegno di una candidatura politica poco
chiara e poco fortunata. Nella cronaca, il bozzettismo locale si alterna col
patetico dei ricordi d'infanzia o delle esortazioni politiche; ma il senso del
testo va ricercato più nella sua funzione che nei suoi esiti, né si può
dimenticare che nella storia del realismo italiano esso si colloca quasi in
contemporanea con Nedda (1874), quattro anni prima di Giacinta (1879), sei anni
prima dei Malavoglia (1881). Alla vigilia della morte (sempre su
materiali autobiografici e sempre in ambito di racconto dal vero in linguaggio
familiare), il D. perseguì un progetto molto più ambizioso: la stesura di un'autobiografia,
della quale, però, non riuscì a portare a termine che la prima parte (egli
l'aveva intitolata Memorie; P. Villari ne pubblicò il frammento realizzato col
titolo La giovinezza). Così come ci resta, il frammento narra l'esperienza del
D. dalla nascita fino al 1843, e consta di due nuclei narrativi essenziali. Il
primo è legato ai personaggi bozzettistici della famiglia paesana e degli
ambienti napoletani alti e bassi (preti, professori, avvocati, ragazze da
marito, giovani avventurieri, vecchie serventi) e, al centro di essi, l'autore
pone il personaggio "comico" di se stesso, pieno di tic, di
timidezze, di chiusure, di sogni. Il secondo nucleo è legato, invece, alla
formazione culturale e all'esperienza della "prima scuola". Qui il
tessuto è molto serio e impegnativo: il D. (utilizzando ricordi, ma soprattutto
vecchi "quaderni di scuola") vuole offrire un importante contributo
alla critica di se stesso, mostrando come siano andate formandosi le linee di
forza del suo metodo. In ciò la Giovinezza non è del tutto veritiera (molti
sono gli imprestiti ideologici e teorici che il vecchio D. fa al se stesso
giovane maestro di Vico Bisi), ma resta, comunque, il fascino di un clima in
cui rivivono Puoti e Leopardi, la scoperta del romanticismo, di Vico e di Hegel,
l'autoritarismo borbonico e le utopie libertarie del primo '800
napoletano. Nell'ultimo anno d'insegnamento all'università di Napoli
(1875-76), argomento delle lezioni era stato Leopardi: dagli appunti delle
lezioni il D. ricavò, negli ultimi mesi di vita, uno Studio su G. Leopardi, che
segue il poeta nelle diverse tappe della vita, dell'opera, del pensiero,
secondo lo schema della "biografia critica" di taglio positivistico.
La biografia rimane, però, incompiuta, chiudendosi al livello dei "nuovi
idilli" (come il D. definisce i grandi canti del 1827-29), e proprio in
questo tentativo di riduzione di Leopardi alla misura dell'idillio lo Studio è
stato foriero di gravi equivoci e fraintendimenti nella successiva critica
leopardiana, mentre nell'ultimo D. si giustifica come tentativo di leggere
Leopardi in quella stessa chiave di "realismo" che si era rivelata
funzionale per il Manzoni e il suo romanzo. Celebri, proprio in quest'ambito,
le riflessioni sulle figure femminili dell'"idillio" leopardiano
("Silvia non è questa o quella donna; è il primo apparire della giovinezza
in un cuore femminile", ecc.); ma, a parte questo, lo Studio non aggiunge
molto né alla conoscenza del Leopardi né alla critica del De Sanctis. In
sostanza, il meglio su Leopardi era stato detto nel saggio del 1855 (ma non
vanno dimenticate certe importanti considerazioni della "prima
scuola", né il ruolo interessantissimo, problematico e antidogmatico, che
Leopardi ha nelle ultime pagine della Storia). Altri saggi leopardiani
appartengono alla fase e al clima di ricerca della Storia (La prima canzone di
G. Leopardi, 1869; Le nuove canzoni, 1877; La Nerina, 1877). In quest'ultimo,
ancora un esame (forse uno dei più importanti) della donna nella poesia
leopardiana: "La vita è tutta e solo in terra... La morte è l'altro motivo
tragico di questa concezione ... Il motivo della Silvia è lo sparire. Il motivo
della Nerina è il riapparire". Lasciando da parte la fortuna del
D.-maestro (un vero e proprio appassionamento suscitato nei giovani allievi di
Napoli, Torino e Zurigo), per ricostruire la storia del dibattito sul D.
bisogna muovere da un dato obiettivo di iniziale "sfortuna" critica:
lo scarto fra i tempi della genesi dei testi maggiori (a partire dagli anni
'40) e quelli della loro pubblicazione (intorno al '70). A causa di questo
scarto, egli apparve subito come un idealista "attardato" (e perciò
più meritevole di giudizi sommari che di attenzione testuale), nel clima di
positivismo dominante in cui i suoi scritti si offrivano ad un'interpretazione
globale (per es. F. D'Ovidio era convinto che il D. ignorasse "la pazienza
della ricerca e dello studio", e G. Carducci gli attribuiva
"difetto" di "cognizione dei fatti e dei documenti"). A
sintomatico che, in un dibattito così fortemente pregiudiziale, venisse del
tutto ignorato non solo il tipo di formazione del D., ma anche l'ultimo
decennio della sua produzione, con la dichiarata opzione "realistica"
e con la forte propensione per lo scientismo. Ma proprio a causa della
pregiudizialità del dibattito di fine secolo (rilevata, fin d'allora, da
qualche attento osservatore straniero, come A. Gaspary), il D. poté divenire,
attraverso l'elaborazione crociana, lo strumento chiave per il rilancio di un
metodo critico antipositivistico e per la progressiva riaffermazione culturale
e ideologica dell'idealismo nei primi decenni del '900. Al Croce spetta, certo,
il merito di aver "costretto" la cultura italiana a riconoscere nel
D. un protagonista dell'800 (la sua appassionata cura di editore e di studioso del
D. durò per oltre mezzo secolo); ma, contemporaneamente, Croce prese a
"rielaborare" il "pensiero" del D., fino a propome la
riduzione a teoria del "puro" gusto estetico (G. A. Borgese, che nel
1905 presentò il D. come punto di arrivo di "tutte le esperienze della
critica romantica in Italia", fu, in realtà, uno dei primi e più
autorevoli interpreti di questa tendenza riduttiva; scarsa fortuna ebbe,
d'altra parte, una proposta di G. Gentile per un "ritorno al De
Sanctis" di segno fascista). Proprio dall'interno della scuola
crociana (dai cosiddetti "crociani di sinistra") fu prospettata,
tuttavia, l'esigenza di un dibattito diversamente impostato, volto al recupero
della complessità della figura del D.: mentre L. Russo rivendicava "il significato
pedagogico ed etico" dell'opera (1928) e la sua "intelligenza
dell'arte" come notalità" (1931), C. Muscetta sottolineava
l'importanza della sua "poetica realistica" (1931), la sua
"serietà" culturale (1934), la sua visione della letteratura come
"vita morale" (1940). Importanti, in questa fase, furono anche gli
studi di W. Binni sull'"amore del concreto" che nutrì tutta la
ricerca desanetisiana e che problematizzò i suoi rapporti con l'hegelismo
(1942) e di G. Getto sulla Storia, "in cui la letteratura era studiata nel
suo autonomo valore e insieme nel suo necessario legame con tutta la vita e la
cultura" (1942). Infine, presentando una importante antologia di scritti
desanctisiani, nel 1949, G. Contini dichiarò, a nome di un'intera generazione
di studiosi, l'uscita dall'"equivoco formalistico" della
"riduzione crociana" del D. e la necessità di tentare finalmente una
comprensione filologica dei testi desanctisiani, con tutta la loro
problematicità anche irrisolta. Ma lo spostamento ideologico dell'intero
dibattito critico mosse dalla pubblicazione dei Quaderni di Gramsci
(Letteratura e vita nazionale, Torino 1950) e dalla sua celebre affermazione
che "il tipo di critica letteraria proprio della filosofia della prassi è
offerto dal De Sanctis". Da qui appunto si partì per un'ampia verifica
dell'"impegno" del D., del carattere "militante" della sua
critica, dei "saldi convincimenti morali e politici" che, secondo
Granisci, la sostanziavano: era una verifica, evidentemente, molto correlata al
bisogno della cultura d'incidere sul presente storico, dopo e contro il
"disimpegno" teorizzato, nel ventennio fascista, da crociani e non
crociani. Questo momento di dibattito produsse, fra l'altro, le iniziative
editoriali, cui si deve, oggi, la possibilità di leggere il D. su testi di alto
livello scientifico: le due collane avviate nel 1952 da Einaudi e Laterza (e
dirette rispettivamente da C. Muscetta e L. Russo) per la pubblicazione delle
"opere complete". E non a caso, negli stessi anni, apparivano fuori
d'Italia (dove la letteratura desanctisiana è scarsissima) due importanti
interventi critici: quello di R. Wellek (che nella sua grande Storia della
critica moderna del 1957 presentò il D. come autore della "più bella
storia che sia stata mai scritta di una letteratura") e quello di P.
Antonetti (che nel 1963 ne pubblicò in Francia una documentata e intelligente
biografia culturale). Né a caso, negli anni '50-'60, furono condotte indagini
nuove e approfondite sui legami tra il D. e la cultura dell'800 (M. Mirri, S.
Landucci, G. Oldrini). Alla fine degli anni '70, in un clima culturale
ancora una volta mutato, e ormai insofferente dell'insistenza
sull'"impegno politico del letterato", si affermò l'esigenza di
uscire dall'ottica di un D. modello per il presente, e di sottolineare (accanto
ai "valori" ormai definitivamente affermati) la distanza storica e le
diversità culturali che ci separano da lui. Tra gli interpreti di questa
esigenza ricordiamo A. Asor Rosa e parecchi dei partecipanti al convegno
napoletano del 1977 su "De Sanctis e il realismo". Con maggiore
cautela, le più recenti occasioni offerte dal centenario desanctisiano (F. D.
nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari 1983 e F. D.: un secolo
dopo, a cura di A. Marinari, ibid. 1985) si sono mosse su una linea di
attenzione ai testi, di chiarificazione e approfondimento della vasta (ancora
aperta e interessante) problematica desanctisiana, di tricollocazione"
storico-culturale nel mutevole orizzonte di cultura europea in cui tutta la sua
ricerca si mosse. Il materiale manoscritto, ormai quasi tutto edito, si
trova (tranne una parte di quello epistolare, sparso un po' in tutta Italia) a
Napoli (Bibl. nazionale, bibl. di casa Croce e bibl. del dott. F. De Sanctis
Jr.) e ad Avellino (Bibl. prov. S. e G. Capone). Restano inediti quasi solo i
voll. dell'Epistolario, relativi agli anni 1870-1883. Le raccolte degli
scritti, dopo le incomplete ediz. Cortese (1931-38) e Barion (1933-411, sono
oggi quella laterziana (Bari, negli "Scrittori d'Italia", a cura di
L. Russo, incompleta) e quella einaudiana (Torino, Opere di F. De Sanctis, a
cura di C. Muscetta, priva soltanto degli ultimi due voll. dell'Epistolario).
La raccolta laterziana comprende i seguenti voll.: La letteratura italiana nel
sec. XIX, I (A. Manzoni, a cura di L. Blasucci, 1953); II (La scuola liberale e
la scuola democratica, a cura di F. Catalano, 1953); III (G. Leopardi, a cura
di W. Binni, 1953); Storia della letteratura italiana, a cura di B. Croce
19121, 19659; Memorie, lezioni e scritti giovanili, I, a cura di F. Brunetti,
1962; Saggio critico sul Petrarca, a cura di E. Bonora, 1954; Saggi critici, a
cura di L. Russo, 19521, 19656; La poesia cavalleresca, a cura di M. Petrini,
1954. La raccolta einaudiana, invece, comprende: Lagiovinezza (memorie postume
seguite da testimonianze biografiche di amici e discepoli), a cura di G.
Savarese, 1961; Purismo illuminismo storicismo (scritti giovanili, frammenti di
scuola e lezioni), a cura di A. Marinari, 1975; La crisi del romanticismo
(scritti del carcere e primi saggi critici), a cura di G. Nicastro e M. T.
Lanza, 1972; Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. Romagnoli, 19551, 19672;
Saggio sul Petrarca, a cura di N. Sapegno e N. Gallo, 1952; Verso il realismo
(prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di
estetica, saggi di metodo critico), a cura di N. Borsellino, 1965; Storia della
letteratura italiana, a cura di N. Sapegno e N. Gallo, 19581, 19663; La
letteratura italiana del secolo XIX, Manzoni (a cura di C. Muscetta e D. Puccini,
1955), La scuola cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli (a cura di C.
Muscetta e G. Candeloro, 19531, 19722), Mazzini e la scuola democratica (a cura
di C. Muscetta e G. Candeloro, 19531, 19612), Leopardi (a cura di C. Muscetta e
A. Perna, 1960); L'arte la scienza e la vita (nuovi saggi critici, conferenze e
scritti vari), a cura di M. T. Lanza, 1972; Il Mezzogiorno e lo Stato unitario
(scritti e discorsi politici dal 1848 al 1870), a cura di F. Ferri, 1960; I
partiti e l'educazione della nuova Italia (scritti e discorsi dal 1871 al
1883), a cura di N. Cortese, 1970; Un viaggio elettorale(seguito da discorsi
biografici, dal taccuino parlamentare e da scritti politici vari), a cura di N.
Cortese, 1968; Epistolario: 1836-1856 (a cura di G. Ferretti e M. Mazzocchi
Alemanni, 1956); 1856-1858 (a cura degli stessi, 1965); 1859-1860 (a cura di G.
Talamo, 1965); 1861-62(a cura dello stesso, 1969); 1863-1869 (a cura di A.
Marinari, G. Paoloni e G. Talamo, in corso di stampa). Ottime antologie degli
scritti del D. sono quelle curate da G. Contini (Torino 1949) e da N. Sapegno e
N. Gallo (Milano-Napoli 1961). Fonti e Bibl.: Per la bibl. delle opere e
della critica, cfr. B. Croce, Gli scritti di F. D. e la loro varia fortuna,
Bari 1917 (con integrazioni di C. Muscetta, in F. De Sanetis, Pagine sparse,
Bari 1944) ed E. Pesce, Supplemento alla bibliografia desanctisiana 1944-65,
Napoli 1965. Sono da tener presenti inoltre le rassegne: M. Tondo, La lezione
di D. Rassegna degli studi dell'ultimo venticinquennio, Bari 1976; P. Tuscano,
F. D. a cento anni dalla morte, in Cultura e scuola, LXXXVI (1983), pp. 32-45;
G. Oldrini, La storiografia desanctisiana dell'ultimo decennio, nel miscellaneo
F. D. - Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari 1985. Per la biografia,
vanno ricordati anzitutto i seguenti saggi d'insieme: E. Cione, F. D.,
Messina-Milano 1938 e Milano 19442; F. Montanari, F. D., Brescia 1939; P.
Antonetti, F. D. (1817-1883). Son évolution intellectuelle, son esthétique et
sa critique, Aix-en-Provence 1963; E. Croce-A. Croce, D., Torino 1964. Per gli
anni della formazione, sono da tener presenti i seguenti scritti: B. Croce,
Introd. a F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, Bari 1926; A.
Marinari, Introd. a Purismo illuminismo storicismo cit., nonché Le correzioni
del Puoti ai primi due discorsi di scuola del D., in Belfagor, XV (1960), pp.
584-601; Id., Alcuni problemi di cronologia desanctisiana, Firenze 1963 e Il
giovane D. lettore di P. Giannone, in Letteratura e critica, Studi in onoredi
N. Sapegno, II, Roma 1975, pp. 643-80; G. Savarese, Primo tempo del D. e altri
saggi, Bologna 1971; P. Luciani, L'"estetica applicata" di F. D.,
Firenze 1983; C. Muscetta, D. e i generi letterari in F. D. nella storia della
cultura, a cura di C. Muscetta, Bari 1983, pp. 363-84. Per gli anni della
prigionia e dell'esilio, sono indispensabili: E. Cione, F. D. dallaNunziatella
a Castel dell'Ovo, Napoli 1933; B. Croce, Il soggiorno in Calabria, l'arresto e
la prigionia di F. D., Napoli 1917 (ora in Aneddoti di varia letteratura, IV,
Bari 1954); F. D. a Torino, a cura di C. Vernizzi, Torino 1984; M.
Guglielminetti-G. Zaccaria, F. D. e la cultura torinese (1853-56) e R.
Martinoni, Gli anni zurighesi (1856-60), entrambi in F. D. nella storia della
cultura cit. (dello stesso Martinoni, cfr. anche La puzza della birra e del
tabacco. Gli anni zurighesi di F. D. [1856-60], in L'Almanacco 1983, Bellinzona
1983, pp. 112 s.); O. Besomi, D. "in partibus transalpinis", ma non
"infidelium": letture zurighesi, in Per F. D., Bellinzona 1985, pp.
89-118. Per gli anni 1836-60 sono da tener presenti i voll. dell'Epistolario
(con le rispettive introduzioni). Lo stesso vale per gli anni successivi
(almeno fino al 1869). Per il soggiorno del D. a Firenze, cfr. G. Spadolini, D.
e Firenze capitale, in F. D. - Un secolodopo cit., pp. 437-43. Per il D.
ministro, cfr.: G. Talamo, F. D. politico e altri saggi, Roma 1969; S. Soldani,
Scuola e lavoro: D. e l'istruzione tecnico-professionale, inF. D. nella storia
della cultura cit., pp. 451-516; G. Ciampi, Il governo della scuola nello Stato
postunitario, Milano 1983, ad Indicem; A. Santoni Rugiu, Aspetti dell'ideologia
formativa di F. D., nonché S. Valitutti, Il pensiero e l'azione scolastica di
D. ed E. Bottasso, D. ministro e la formazione delle prime tre biblioteche
nazionali (tutti in F. D. - Un secolo dopo cit.). Per la morte e le onoranze
funebri, cfr. In memoria di F. D., a cura di M. Mandalari, Napoli 1884 (rist.
anast., Napoli 1983, a cura della Comunità montana "Alta Irpinia").
Tra gli studi critici di carattere generale, cfr.: B. Croce, F. D., in
Letteratura della nuova Italia, I, Bari 1956 (per gli altri scritti
desanctisiani del Croce, cfr. G. Savarese, Croce e D., in Rassegna della
letteratura italiana, CXLIV [1967], pp. 158-174; L. Russo, F. D. e la cultura
napoletana, Venezia 1928 (poi Firenze 1956, ora Roma 1983); C. Muscetta, F. D.,
inLetteratura italiana. I minori, IV, Milano 1962 e in Letteratura italiana.
Storia e testi, VIII, 1, Bari 1975, ibid 19854; M. Fubini, F. D. e la critica
letteraria, in Romanticismo italiano, Bari 19653; M. Mirri, F. D. politico e
storico della civiltà moderna, Messina-Firenze 1961; S. Landucci, Cultura e
ideologia di F. D., Milano 1963 (sul quale cfr. M. Mirri in Critica storica,
III [1964] e la risposta di S. Landucci, in Belfagor, XX [1965]); A. Asor Rosa,
L'idea e la cosa: D. e l'hegelismo, in Storia d'Italia (Einaudi), IV, 2, Torino
1975, pp. 850-78 e Il "diagramma De Sanctis"... e il nostro, in
Letteratura italiana (Einaudi), Torino 1982, I, pp. 22-26. Utilissime sono
anche tutte le introduzioni ai singoli volumi delle edizioni cinaudiana e
laterziana. Sono da tenere inoltre in grande considerazione le osservazioni di
I. Svevo (in Racconti. Saggi. Pagine sparse, Milano 1968, p. 800" e G.
Debenedetti (Commemorazione del D.), 1934 (ora in Saggi critici, 2a serie,
Milano 1971), nonché quelle di W. Binni (L'amore del concreto e la
"situazione" nella prima critica desanctisiana [1942], ora in Critici
e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze 1951, pp. 99-116), G. Contini
(Introd. a F. De Sanctis, Scelta di scritti critici, cit.); G. Getto (Storia
delle storie letterarie, Milano 1942, ad Indicem), C. Dionisotti (Geografia e
storia della letteratura italiana, Torino 1967, ad Indicem) e R. Wellek (Storia
della critica moderna, IV, Bologna 1969, pp. 123-55). Molto ricche sono le
miscellanee: F. D. e il realismo, con Introd. di G. Cuomo, Napoli 1978; F. D.
nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari 1983; F. D. tra etica e
cultura ("Riscontri", VI, 1-2), a cura di M. G. Giordano, Avellino
1984; D. - Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari 1985; Per F. D.,
Bellinzona 1985; F. D.: recenti ricerche, a cura dell'Ist. per gli studi
filosofici, Napoli 1989. Per i rapporti fra il D. e la cultura napoletana
dell'800, cfr. gli scritti di G. Oldrini (in particolare, La cultura filosofica
napoletana dell'800, Bari 1973 e gli interventi apparsi nelle varie miscellanee
già citate). Per quelli con l'hegelismo, oltre allo scritto già cit. del Binni,
cfr.: N. Giordano Orsini, D., Hegel e la situazione poetica, in Civiltà
moderna, XIV (1942), pp. 138 ss.; M. Rossi, Sviluppi dello hegelismo in Italia
(F. D., S. Tommasi, A. Labriola), Torino 1957; Il primo hegelismo italiano, a
cura di G. Oldrini, Firenze 1969; M. T. Lanza, D. e Hegel, in F. D. nella
storia della cultura, cit., pp. 155-84; S. Landucci, cit. Tra i tanti
altri saggi, cfr. pure: M. Aurigemma, Lingua e stile nella critica di F. D.,
Ravenna 1968; F. Battaglia, Parva desanctisiana, Bologna Moretti, La lingua di
F. D., Firenze 1970; A. Prete, Il realismo di D., Bologna 1972. G. Malcangi, F.
D. deputato di Trani, con Introd. di A. Lapenna e A. Marinari, Bari 1972; A.
Marinari, Il "viaggio elettorale" di F. D. Il "dossier
Capozzi" e altri inediti, Firenze Ghilardi, Il superamento del kantismo e
l'esperienza politica di F. D., Napoli Guglielmi, Da D. a Gramsci: il
linguaggio della critica, Bologna 1976; N. Celli Bellucci-N. Longo, F. D. e G.
Leopardi tra coinvolgimento e ideologia, Roma; M. Dell'Aquila, Giannone, D.,
Scotellaro. Ideologia e passione in tre scrittori del Sud, Napoli 1981; G.
Nencioni, F.D. e la questione della lingua, Napoli 1984. Per i rapporti
con le altre letterature europee: per la Francia cfr. F. Neri, Il D. e la
critica francese (ora in Saggi, Milano 1964); P. Antonetti, F. D. et la
culturefrançaise, Firenze-Parigi 1964; U. Piscopo, D. e la culturafrancese, in
F. D. - Un secolo dopo cit.; per la Germania, cfr.: G. Bach, La cultura tedesca
in F. D., in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino 1935; F. Matarrese, Goethe
e D., Bari Westhoff, Schiller e D., Roma Mazzocchi Alemanni, La
"fortuna" di D. in Germania, in F. D. nella storia della cultura
cit., pp. 547-76; per il mondo angloamericano, cfr.: A. Lombardo, D.
Shakespeare e la letteratura inglese, in F. D. - Un secolo dopo cit., Della
Terza, D. e la cultura anglosassone, in F. D. nella storia della cultura cit.,
e D. negli Stati Uniti d'America, in F. D. - Un secolo dopo cit., pp.
651-63. Per la fortuna critica dell'opera del D., cfr. L. Biscardi, F.
D., Palermo Romagnoli, F. D., in Iclassici italiani nella storia della critica,
a cura di W. Binni, II, Firenze 19612 ; F. De Castro, F. D. nella critica
italiana del secondo dopoguerra, in Problemi, Longo, Il "ritorno" di
D. Storia, ideologia, mistificazione, Roma Cfr. pure, al riguardo, le rassegne
di G. Oldrini, M. Tondo e P. Tuscano citate a proposito degli scritti
bibliografici.Sossio Giametta. Giametta. Keywords: il volo d’Icaro, l’implicatura
di Croce – eterodossie crociane – Cosi parlo Zoroaster; cosi
implico!”—cortocircuito e implicature, la pazzia di Croce, il pazzo di Croce –
la caduta di Icaro? No, il vuolo di Icaro! – Colli e Montanari! -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giametta: cortocircuito ed implicatura” – The
Swimming-Pool Library.


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