Grice e Giannantoni: l’implicatura conversazionale
della dialettica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Filosofo. Grice: “I love Giannantoni; for
one, he believes, with me, that there is Athenian dialectic, Roman dialectic,
Florentine dialectic and Oxonian dialectic; like me, he has explored mostly
‘Athenian dialectic,’ and he has noted that its birth (‘nascita’) is in the
‘dialogo socratico,’ so it should surprise nobody that I have based my
philosophy on the facts of conversation!” Si laurea a Roma sotto Calogero. In
“Il dialogo di Socrate e la dialettica di Platone” attribuisce a Socrate una
concezione molto laica della divinità e della religiosità («Religiosità, che
Socrate, il quale era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo
del tutto diverso da come comunemente era sentita a quell'epoca»). La sua
dottrina storico-filosofica si fonda sul principio che ogni seria riflessione
filosofica si debba basare su un'accurata e rigorosa ricerca filologica delle
fonti. Questo spiega l'enorme dispiego
di tempo dedicato all'elaborare la sua opera monumentale, “Reliche di Socrate”
(“Socratis et Socraticorum reliquiae”). Giannantoni ha sempre seguito il criterio
di Croce e Gramsci, secondo cui l'esposizione di un filosofo debba avvenire
tramite l'esame storico cronologico (unita longitudinale) delle sue opere, allo
scopo di prendere consapevolezza dell'evoluzione della dottrina e di separare
da questa ogni sovrapposizione interpretativa personale non adeguatamente
basata sulle fonti. Convinto dell'onestà
intellettuale come valore fondamentale cui deve rifarsi ogni interprete della
storia della filosofia, capace perciò di rinunciare di fronte alla
ricostruzione filologica dei testi anche alle proprie più profonde convinzioni
personali. Traccia un profilo “ideale” dello «storico autentico» della
filosofia, che ha il «dovere di farsi filologo rigoroso per avvicinarsi il più
possibile al mondo del filosofo da lui studiato», ben sapendo che ciò «non
basta ancora se non è accompagnato da una sensibilità filosofica e da una
consapevolezza teoretica e storica insieme. Di qui conclude il fascino di una
ricerca che, rendendoci consapevoli di una grande quantità di problemi
altrimenti inavvertiti, termina in un autentico arricchimento spirituale. Il
suo insegnamento è stato caratterizzato dalla volontà di essere semplice e
chiaro nell'espressione del pensiero considerando questo un dovere morale
dell'intellettuale nei confronti degli altri studiosi. Anche allo scopo di realizzare una scrittura
filosofica quanto più scientificamente precisa, ha compiuto studi approfonditi
sulla logica di Aristotele e sulla storia della semantica filosofica (teoria
del segno). Nella sua vita e nella
dottrina si è sempre impegnato nel mettere in pratica l'insegnamento socratico,
così come fece il suo maestro Calogero: insegnando la conversazione basatio
sulla regola d’oro: il rispetto verso il co-conversazionalista. Cura I Presocratici
di Diels e Kranz. Altre saggi: “La metafisica dei lizii” (Roma, Rai); “Che cosa
ha veramente detto Socrate” (Roma, Ubaldini); Cirenaici (Firenze: Sansoni);
“Filosofia romana” (Napoli: Bibliopolis); “Filosofia italica in eta antica” (Milano:
Vallardi); Le filosofie e le scienze contemporanee, Torino: Loescher, I fondamenti
della logica de’ lizii” (Firenze: La nuova Italia); Le forme classiche / Torino:
Loescher, “Volpe / Roma: Riuniti, Socrate. Tutte le testimonianze: Da
Aristotfane e Senofonte ai Padri cristiani; Bari: Laterza, Aristotele. Opere;
introduzione e indice dei nomi, Roma; Bari: Laterza, Epicuro. Opere, frammenti,
testimonianze sulla sua vita; Bignone;.Bari: Laterza, I presocratici: testimonianze
e frammenti / Bari: Laterza, Profilo di storia della filosofia, Torino:
Loescher. La razionalitàmTorino: Loescher, Socratis et Socraticorum Reliquiae.
Collegit, disposuit, apparatibus notisque instruxit G. Giannantoni, 2Bibliopolis. Anthropine Sophia. Studi di
filologia e storiografia filosofica in memoria di Gabriele Giannantoni;
Introduzione di Francesco Adorno: per Gabriele Giannantoni: un dialogo, Editore
Bibliopolis (collana Elenchos), 2009
Deputati della V, VI, VII legislatura.
Op.cit. Bruno Centrone, ed.Bibliopolis, Enciclopedia Treccani, Bruno
Centrone, Bibliopolis, Edizioni di filosofia, ILIESI CNR La traduzione dei Presocratici da parte di
Giannantoni è stata criticata da Giovanni Reale nell'introduzione alla sua
nuova traduzione dei Presocratici del 2006, critiche riportate in due
articoli-intervista comparsi sul "Corriere della Sera" nei quali Giannantoni, di formazione gramsciana veniva
accusato come curatore della "vecchia" edizione laterziana di avervi
perpetrato «una certa manomissione del sapere filosofico», in ossequio
all'ideologia e all’egemonia culturale marxista. Interpretazioni del pensiero
di Socrate#Socrate: l'interpretazione di Giannantoni Guido Calogero La teoria sul
pensiero greco arcaico. Per chi abbia svolto la propria attività di
ricerca o abbia compiuto la propria formazione scientifica nell’ambito della
storiografia filosofica negli anni ’80 e ’90, il nome di Gabriele Giannantoni
(Perugia, 1932 – Roma, 1998) è legato anche al Centro di Studio del Pensiero
Antico (CSPA). dal Consiglio Nazionale delle Ricerche Roma,1 su
richiesta, appunto, di Gabriele Giannantoni – in sostituzione del precedente
Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica –, il Centro di
Studio del Pensiero Antico si inserì nel panorama nazionale e internazionale
della ricerca storica come una realtà innovativa e contribuì allo sviluppo di
una disciplina, la storia della filosofia antica, appartenente al duplice
contesto della storiografia filosofica e delle scienze dell’antichità. Il
Centro fu attivo in modo autonomo fino al 2001, quando, a seguito di una
riforma che ridisegnò la rete scientifica del Consiglio Nazionale delle
Ricerche, esso fu accorpato con il Centro di Studio per il Lessico
Intellettuale Europeo per dar vita all’ Istituto per il Lessico Intellettuale
Europeo e Storia delle Idee (ILIESI), sotto la direzione di Tullio Gregory.2
L’attività del Centro di Studio del Pensiero Antico fu inevitabilmente legata
al percorso intellettuale e di ricerca del suo fondatore, benché in modo non
esclusivo. In questo breve profilo si cercherà di rievocare, in primo luogo, i
motivi culturali che furono alla base della costituzione di questa realtà,
nonché alcuni modelli scientifici di riferimento che ne hanno determinato in
certa misura la configurazione e l’attività; in secondo luogo, i contributi
originali che il Centro è stato in grado di fornire all’area disciplinare di
propria competenza, in termini di pubblicazioni, progetti e formazione, sotto
la guida di Giannantoni e di coloro che ne coadiuvarono la direzione. 1 Decreto
del Presidente del CNR. n. 6303, ratificato successivamente da una convenzione
tra il CNR e “La Sapienza”, stipulata il 21 aprile 1983 e confermata dal
Presidente del CNR fino al 2001. Per il testo della convenzione si veda
“Elenchos”, 1, 1980, pp. 201-202. 2 Sull’iter di riforma che portò alla nascita
dell’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee e per i
riferimenti normativi, si veda Liburdi 2018, p. 49 e ss. Istituito nel
1979 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La
Sapienza” di Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio
del Pensiero Antico MOTIVI CULTURALI E MODELLI ISPIRATORI Come accennato,
l’attività scientifica del Centro di Studio del Pensiero Antico fu
comprensibilmente orientata da precise scelte critiche e metodologiche di colui
che ne aveva voluto l’istituzione. Per dare ordine a questo sintetico profilo,
credo sia opportuno riassumere i motivi che ispirarono la promozione di un
organo di ricerca mirato agli studi storici sul pensiero antico, in tre
principali indirizzi: in primo luogo, la possibilità di considerare la storia
della filosofia antica come una disciplina dotata di un proprio specifico (e in
certa misura autonomo) profilo quanto a materia di indagine, arco storico e
metodologia; in secondo luogo, la nascita, o rinascita, dell’interesse verso
scuole filosofiche dell’antichità greca e romana tradizionalmente classificate
come minori, in particolare, le cosiddette scuole socratiche e le scuole
ellenistiche, che dalle socratiche discendono direttamente sotto l’aspetto
storico e dottrinale; infine, la rivisitazione del patrimonio dossografico –
cioè del complesso della tradizione indiretta che ha conservato, per estratti,
parafrasi o compendi, il pensiero di quei filosofi antichi di cui non è giunto
a noi né il corpus né una singola opera completa –. Quest’ultimo indirizzo si
inseriva in una tendenza di studi continentale che fece della dossografia
antica una vera e propria categoria storiografica con risultati particolarmente
innovativi. L’interesse portato alla dossografia, oltre a sostenere gli studi
nell’ambito delle filosofie di derivazione socratica e quelle ellenistiche
(delle quali, per l’appunto, non si è conservato alcun testo d’autore), apriva
un percorso di studi a cui Giannantoni era particolarmente legato e che lo vide
impegnato sia come direttore del Centro che individualmente, e cioè la
riconsiderazione di tutta la dossografia relativa alla filosofia presocratica.
Una rapida messa a fuoco di questi tre indirizzi permetterà di chiarire quali
interessi scientifici di Gabriele Giannantoni abbiano maggiormente pesato sulle
strategie generali e sulle iniziative specifiche del Centro, nonché sulla
formazione professionale che esso ha reso possibile. Quanto al primo indirizzo,
la questione del profilo specifico della storia della filosofia antica
presuppose, da parte di Giannantoni, una approfondita analisi della visione
storica che la cultura filosofica italiana era venuta maturando intorno alla
filosofia antica. In questa analisi, i cui esiti si leggono, non a caso,
nell’articolo di apertura della 6 ILIESI digitale Temi e strumenti
Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico
rivista “Elenchos” intitolato La storiografia idealistica e gli studi sul
pensiero antico (“Elenchos”), svolge un ruolo chiave la rappresentazione che
del pensiero antico seppe dare l’idealismo italiano, specie con Croce, e la sua
valutazione critica. L’idealismo italiano si era infatti distinto per due
caratteri, l’uno teorico, l’altro metodologico, che apparentemente non
favorirono lo sviluppo di una moderna storiografia del pensiero antico. Per un
verso, tanto Croce che Gentile vedevano nella filosofia antica (cioè greca) i
limiti di un pensiero oggettivo, astratto e naturalistico, che mai sarebbe
arrivato a concepire la positività dell’idea di infinito, né quella della
soggettività. I punti più alti raggiunti dalla filosofia teoretica greca,
Socrate, Platone, Aristotele, coincidevano rispettivamente con la delineazione
del concetto, o universale astratto, con la sua separazione dalla realtà
sensibile (la teoria delle idee trascendenti e la scienza come dialettica delle
sole idee) e con una logica puramente strumentale (la sillogistica), alla quale
sarebbe mancata la teorizzazione del giudizio individuale, o giudizio storico,3
nonché la capacità di superare l’astrattezza e attingere l’atto stesso del
pensiero.4 Nella filosofia pratica parimenti i Greci antichi, pur non mancando
di intuizioni profonde, non avrebbero superato il precettismo e l’empirismo, e
la loro etica ingenua non sarebbe mai giunta a distinguere etica ed economica,
morale e diritto, come categorie dello spirito.5 3 Giannantoni 1980, n. 13,
rimanda a Croce 19092, di cui diamo qui i riferimenti da Croce. 4 Ciò
Giannantoni ricavava, pur senza riferimenti testuali precisi, sia dagli
excursus storici che possiamo leggere in Gentile e in Gentile 1917, vol. I, pp.
21-32, sia da Gentile 1964. 5 Giannantoni 1980, nn. 14 e 15, rimanda a Croce
19455; si veda Croce e a Croce 19273, si veda Croce 2007, pp. 164-165. ILIESI
digitale Temi e strumenti 7 Figura 1: copertina di “Elenchos”, 1,
1980. Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del
Pensiero Antico Per l’altro verso, però, l’idealismo formulò una critica, entro
certi limiti giusta e salutare, alla filologia classica – cioè alla filologia
classica moderna sviluppata in Germania nel corso del XIX secolo, distintasi,
tra le altre cose, per una predilezione della cultura greca rispetto alla
latina –, colpevole sostanzialmente di non essere una disciplina veramente storica.
La filologia classica, malgrado i grandi risultati raggiunti nella costituzione
dei testi della letteratura antica, nella revisione della tradizione bizantina
e nelle nuove acquisizioni, si affermò come una procedura tecnica complessa e
molto raffinata ma priva della visione della storicità del documento, del suo
autore, dell’ambiente della sua composizione, nonché del suo testimone. La
questione, che emerse inizialmente nel campo delle edizioni letterarie,6 non è
meno complessa per quelle filosofiche: i testi della filosofia antica
richiedono anche una comprensione dei contenuti teorici e pretendono di essere
inquadrati in sistemi di pensiero il cui senso trascende il ripristino del
testo, o quanto meno se ne distingue in data misura. Questo fu il nodo che si
dovette sciogliere perché si potesse cominciare a delineare una storia della
filosofia antica che includesse tanto la capacità di fornire edizioni
affidabili sotto il profilo testuale, quanto quella di storicizzare i
documenti, cioè di comprenderne i contenuti alla luce di coordinate culturali
congrue con le epoche di appartenenza. La storiografia idealistica è dunque
imputata da Giannantoni di evidenti limiti interpretativi del pensiero antico,
come fu ben presto mostrato, ad esempio, dalle due celebri monografie di
Rodolfo Mondolfo sull’infinito nel pensiero greco e sul soggetto umano
nell’antichità,7 che smentivano l’idea di un connaturato e irreparabile
oggettivismo della filosofia greca. Tuttavia l’idealismo ha fornito
un’importante lezione e soprattutto ha indicato con chiarezza un ostacolo da
superare: 6 In particolare, la critica crociana a cui Giannantoni fa
riferimento prese le mosse da edizioni
di testi poetici e si volse contro la “mera filologia” e la Kulturgeschichte
che, nella pretesa di restituire il senso del testo letterario, non apportavano
comprensione né storica né concettuale. Cfr. ad esempio la recensione alla
monografia del 1950 di Ettore Romagnoli su Aristofane e che si può leggere in
Croce. Dice Giannantoni al riguardo (p. 19): “...il problema del rapporto tra
filologia e poesia, tra filologia e storiografia, tra filologia e filosofia sta
al centro dell’elaborazione dell’idealismo italiano”. Giannantoni probabilmente
pensava anche alle considerazioni gentiliane intorno al “filologismo” che
affligge la storia e ostacola la costituzione di una storia della filosofia, in
Gentile 1Mondolfo 1933; Mondolfo 1958. 8 ILIESI digitale Temi e strumenti
Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico
Tracciando nel primo dei due volumi in onore di B. Croce per il suo 80°
compleanno, quello che è tuttora l’unico panorama complessivo degli studi di
filosofia antica nel cinquantennio, Guido Calogero non ritenne di dover
prendere in considerazione né Croce stesso né Gentile (e neppure De Ruggiero)
quali interpreti del pensiero antico; né altri ne hanno trattato in modo
approfondito (mentre studi importanti esistono sulle loro interpretazioni di
altri periodi della storia del pensiero) ... la ragione ... è da ricercare in
una persistente separazione, non solo concettuale, ma anche di organizzazione
degli studi, che lo stesso idealismo ha contribuito non poco a consolidare, tra
considerazione filosofica, ricostruzione storica e indagine filologica. Gli
studi di filosofia antica hanno infatti sofferto in modo particolare di una
vera e propria scissione tra quelli che erano considerati i compiti esclusivi
del filologo e quelle che erano considerate le competenze dello storico e del
filosofo: con la conseguenza che questi studi sono potuti apparire troppo
filologici ... ad alcuni e ad altri, all’opposto, troppo filosofici per entrare
di pieno diritto nell’ambito di ciò che si era soliti chiamare la “scienza
dell’antichità”.8 Quando Giannantoni scriveva queste parole (cioè nel 1980),
era persuaso che la scissione non fosse superata e fosse causa, oltre che di
una durevole influenza idealistica, anche di un pregiudizio nei rispetti della
filologia, malgrado i grandi progressi e le messe a punto di tanta prestigiosa
filologia classica italiana.9 Stante, quindi, una situazione di progresso
“zoppicante”, per così dire, degli studi storiografici italiani sulla filosofia
antica, Giannantoni nutrì l’aspirazione di delimitare un preciso terreno
metodologico cogliendo la preziosa occasione che il Consiglio Nazionale delle
Ricerche gli offriva. Il secondo indirizzo è quello che, almeno a prima vista,
rivela maggiormente la stretta relazione tra il percorso scientifico
individuale di Giannantoni e lo spettro di interessi messi in campo da quanti
hanno operato nel o col Centro, a cominciare dai suoi allievi. Tanto più che
l’attenzione rivolta non solo a Socrate ma alle tradizioni socratiche ed
ellenistiche non è del tutto indipendente dalla questione dell’impatto
dell’idealismo italiano sulla fortuna della storiografia filosofica
dell’antichità. Il giudizio crociano sui limiti delle filosofie di Socrate,
Platone e Aristotele, ad esempio, diventa un vero e proprio deprezzamento delle
tradizioni “minori”.10 Ed è appena necessario 8 Giannantoni 1980, pp. 7-8. Il
riferimento a Calogero è da intendersi a Calogero 1950, pp. 43-59. 9 Si veda al
riguardo il chiarimento di Giannantoni relativo all’opera di Giorgio Pasquali,
che pervenne ad un’unità di filologia e storia come unità di metodo, non di contenuti,
e che si caratterizzò tramite uno storicismo della filologia classica,
profondamente diverso dallo storicismo idealistico: questo, inteso come
riconoscimento nella storia e nella cultura di figure e “categorie” del
pensiero e dello spirito, quello, inteso come intima connessione tra le
rigorose tecniche filologiche e la conoscenza storica (cfr. 1980, p. 37). 10
Cfr. Croce 19455, p. 201: “... col considerare principalmente il contrasto
delle passioni verso la volontà razionale sorsero le scuole opposte dei cinici
e cirenaici, ILIESI digitale Temi e strumenti 9 Francesca Alesse
G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico ricordare che la
figura di Socrate, a cui deve farsi risalire il terreno di ricerca costituito
dalle scuole socratiche e buona parte di quello attinente alle tradizioni
ellenistiche, fu al centro di importanti riflessioni teoretiche e
storiografiche di Guido Calogero,11 che di Giannantoni fu il maestro. Abbiamo
poi vari segni di un’interazione di tendenze di studio comuni a più scuole
anche fuori dell’Italia. L’interesse per le tradizioni dette “minori”, tali
cioè in quanto paragonate alle filosofie di Platone e Aristotele e, in più,
conservate solo tramite tradizione indiretta, si manifesta già alla fine degli
anni ’40 con studi seminali sui Sofisti, su alcuni discepoli di Socrate, in
particolare Antistene di Atene e Aristippo di Cirene, sulla tradizione
scettica.12 Proprio ad Aristippo di Cirene e alla sua scuola Giannantoni dedica
la sua prima importante opera scientifica (Giannantoni 1958). In essa si
profilano le problematiche, filologiche e storiografiche prima ancora che
concettuali, relative alla intricata questione della eredità socratica:
l’edizione critica di un corpus proveniente da molti e diversi testimoni; la
possibilità di dirimere le fonti storicamente attendibili dalla ritrattistica
aneddotica; la contestualizzazione del filosofo all’interno di un milieu
composito in cui si intrecciano le influenze della Sofistica e della retorica
classica e il magistero socratico. stoici ed epicurei e altrettali; ma le
dottrine di tutte coteste scuole, se serbano qualche valore empirico come
precetti di vita più o meno convenienti a individui, classi e tempi
determinati, non ne presentano alcuno o scarsissimo, esaminate in quanto
concetti filosofici; e cinici e cirenaici, stoici ed epicurei, piuttosto che
filosofi sembrano monaci, seguaci di questa o quella regola”. Sulle “scuole
socratiche minori” cfr. anche il giudizio, meno sommario, di Gentile. Com’è
molto noto, Socrate occupò un ruolo centrale nella personale riflessione
teorica di Guido Calogero, che elaborò la sua “filosofia del dialogo”
esattamente sul modello del Socrate dei dialoghi platonici, nel quale il
filosofo italiano vide la prima formulazione di un’istanza intellettuale e
morale – il dialogo, appunto, contrapposto al “logo” conclusivo e assertivo –
destinata a far giustizia della pretesa di fondare l’etica sulla epistemologia
e sulla metafisica, e che sarebbe stata anche alla base della moderna
concezione dello stato liberale e di diritto. Ma Socrate fu anche al centro di
importanti lavori storiografici di Calogero, alcuni dei quali aprirono la
strada alla ricerca della posterità del magistero socratico nel pensiero
tardo-ellenistico e cristiano. Una visuale critica diversa da quella di
Giannantoni, ma in linea con la percezione del ruolo capitale svolto da Socrate
nella storia del pensiero antico. Mi limito su tutto ciò a rimandare a
Giannantoni 1987 e a Brancacci 2017. 12 Per limitarsi alle opere principali:
Untersteiner 1949, con moltissime riedizioni; Dal Pra 1950; Humbert 1967;
Mannebach 1961; Decleva Caizzi 1966; Patzer 1970. 10 ILIESI digitale Temi e
strumenti Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di
Studio del Pensiero Antico Questi elementi appaiono, nella storiografia e nella
filologia europea degli anni ’70, sempre più determinanti per la comprensione
delle dottrine di personalità come Aristippo, Antistene di Atene, Euclide di
Megara, Eschine di Sfetto. In più, il superamento della Quellenforschung
tradizionale e l’approfondimento dei contenuti filosofici aprirono nuove
possibilità di delineare il percorso che dalle scuole socratiche della seconda
metà del IV secolo a.C. porta alle principali tendenze ellenistiche, il
Giardino, la Stoa, il Peripato post- aristotelico, la scepsi pirroniana ed
accademica. A questo complesso terreno di ricerca è dedicata una iniziativa che
precede l’istituzione del Centro di Studio del Pensiero Antico benché sempre
sostenuta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche: il convegno “Scuole
socratiche minori e filosofia ellenistica”, organizzato nel 1976 dal Centro di
Studio per la Storia della Storiografia (la cui direzione era stata affidata
allo stesso Giannantoni), e i cui atti furono pubblicati nel 1977 dalla casa editrice
il Mulino di Bologna. Le relazioni presentate al Convegno del 1976, mirate ad
una ricognizione dello stato documentario delle filosofie riconducibili a
Socrate o ad uno dei suoi discepoli, e dei rapporti concettuali tra queste
tradizioni e le filosofie ellenistiche e di età imperiale,13 furono aperte
dalla comunicazione dello stesso Giannantoni sul tema Per un’edizione delle
fonti relative alle scuole socratiche minori, nella quale lo studioso esponeva
i risultati di un già lungo percorso di ricerca, ma ancora lontano, nel 1976,
dalla sua conclusione. In questa relazione vengono messe a fuoco le 13 Cambiano
1977; Celluprica 1977; Sillitti; Decleva Caizzi; Ioppolo 1977; Brancacci 1977;
Donini 1977; Isnardi Parente 1977; Repici 1977. ILIESI digitale Temi e
strumenti 11 Figura 2: copertina di G. Giannantoni, I Cirenaici.
Raccolta delle fonti antiche, traduzione e studio introduttivo, Firenze,
Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico
peculiarità e la notevole problematicità, soprattutto sotto il profilo
filologico, di una edizione di testi filosofici e di molti autori. Emerge da
questo breve testo non solo uno stato dell’arte ma un criterio programmatico
che non considera sufficienti, benché certamente necessarie, le sole competenze
della filologia classica, ma pretende una sensibilità storica e una capacità di
comprensione teorica che gli sforzi della Altertumswissenschaft tradizionale
non avevano sempre garantito. L’edizione di testi filosofici di trasmissione
indiretta non può limitarsi alla costituzione del testo e alla redazione di
apparati critici da cui si desuma il meticoloso lavoro di collazione
dell’editore, ma deve tener conto dei contesti storici e problematici nei quali
sono vissuti tanto il filosofo quanto il suo testimone. Inoltre, un’edizione
che sia, in più, una silloge di testi relativi a (e non provenienti da) molti
filosofi, comporta di andare oltre la natura estrinseca14 della singola
testimonianza (epoca e ambiente del testimone, distanza cronologica dall’autore,
genere letterario della fonte, parametri stilistici, etc.) e di individuare
alcune strutture di pensiero che, in un lasso di tempo abbastanza lungo, si
facciano riconoscere per caratteri salienti e durevoli e, al contempo,
riflettano le condizioni storiche che ne determinano la specificità (secondo i
dettami dello storicismo), diventando pagine e capitoli di una lunghissima
storia culturale; si configurino, cioè, come tradizioni: Il fatto è che a
proposito di una raccolta di testi che riguardano uno o più filosofi, emerge
molto più nettamente che in altri casi l’impossibilità di considerare la
testimonianza antica come un dato puramente oggettivo, e quindi la necessità di
storicizzarla fino in fondo: in realtà essa deve essere considerata come un
capitolo di una vera e propria storia della cultura durata all’incirca un
millennio, e perciò da ricondurre di volta in volta al suo tempo e alle
tendenze storicamente determinate che la produssero: parleremmo di un Diogene
irreale e mai esistito se pensassimo di poter adoperare come ingredienti
mescolabili a piacere Epitteto e Dione Crisostomo, Luciano e Giuliano
l’Apostata, un padre della chiesa e le epistole apocrife che vanno sotto il
nome del cinico.15 Il terzo indirizzo, relativo alla dossografia, è quello che
presenta, almeno in apparenza, un maggiore tecnicismo, perché volto alle
problematiche ecdotiche ed interpretative attinenti allo studio di 14 Sulla
cosiddetta filologia “esterna”, sul ruolo da essa svolto nelle edizioni
filosofiche e sui suoi limiti, si veda Giannantoni 1980, p. 15, a proposito
dell’opera di Girolamo Vitelli, la cui importanza per la storia della filosofia
antica è legata specialmente alle edizioni critiche dei commenti aristotelici
di Giovanni Filopono. 15 Giannantoni 1977, p. 22. 12 ILIESI digitale Temi e
strumenti Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio
del Pensiero Antico dottrine riportate da testimoni spesso assai lontani, per
cronologia ed orientamento intellettuale, dagli autori di cui si vuole
conoscere il pensiero. D’altra parte, la dossografia si è rivelata un capitolo
importantissimo di quella millenaria storia culturale che costituisce il
terreno di indagine della storia della filosofia antica. Non si potrebbe ancora
oggi redigere una storia della storiografia filosofica dell’antichità senza
iniziare non solo dalle grandi raccolte di testi e frammenti allestite dalla
filologia ottocentesca e comparse nei primi anni del XX secolo (le raccolte di
Usener,16 Diels,17 Arnim,18 per citare degli esempi), ma anche dalla prima
grande opera di analisi e comparazione dei testimoni, i Doxographi Graeci di
Hermann Diels;19 come è altrettanto vero che non si può oggi fare a meno dei
più recenti e sistematici contributi all’analisi della dossografia filosofica,
cioè gli Aëtiana di Jaap Mansfeld e David Runia.20 I più importanti progetti
editoriali varati negli ultimi decenni, inoltre, si sono strettamente legati
alla problematica della dossografia e all’analisi dei testimoni, a lato di
quelle condotte sugli autori e sulle tradizioni dottrinali. Allo studio di
autori di grande notorietà e impatto della tradizione culturale antica, ai
quali si deve gran parte della conoscenza dei filosofi precedenti, come
Cicerone e Plutarco, si è venuta affiancando una sempre maggiore familiarità
con testimoni meno noti ma che hanno rivelato un’importanza fondamentale, come
Filodemo, Diogene Laerzio, Sesto Empirico, Galeno, Giovanni Stobeo. L’indirizzo
dossografico fu quindi un segno della tempestività e della sensibilità di
Gabriele Giannantoni nei rispetti di un terreno di ricerca che si veniva
imponendo in ambito internazionale, e che di fatto contribuì alla dimensione
internazionale dello stesso Centro, la cui attività progettuale e congressuale
fu in buona misura dedicata alla dossografia di epoca tardo ellenistica ed
imperiale. Si può far rientrare in questo ultimo indirizzo anche una linea di
attività di studi la cui ragione storiografica fu oggetto di un vivacissimo 16
Usener 1887. 17 Diels 1903. 18 Arnim 1903. 19 Diels 1879. 20 Mansfeld-Runia
1997; Mansfeld-Runia 2009; Mansfeld-Runia 2010. È appena necessario ricordare
che le parole stesse “doxographus”, “doxographia”, sono coniate da Hermann
Diels. Sulla dossografia e sul suo sviluppo come categoria
filologico-storiografica, cfr. Mansfeld 1998, rist. in Mansfeld-Runia 2010,
Mansfeld 2002, rist. in Mansfeld-Runia 2010. ILIESI digitale Temi e strumenti
13 Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del
Pensiero Antico dibattito e che è nota come la questione delle dottrine non
scritte di Platone. Sorta nell’accademia tedesca, in particolare a Tübingen, da
un’ipotesi schleiermacheriana, la questione degli agrapha dogmata consisteva,
molto in breve, nella convinzione che Platone avesse teorizzato una dottrina
dei principi (Uno e Molteplice), della quale non resta traccia nei suoi scritti
– perché oggetto di pura trasmissione orale all’interno dell’Accademia antica –
ma solo sparsi indizi in pagine aristoteliche. Alla nascita, per così dire, del
Centro, Giannantoni invitò Konrad Gaiser, ordinario di filologia classica
all’Università di Tübingen e uno dei maggiori sostenitori di questa ipotesi, a
tenere una lezione presso la Sapienza sul tema La teoria dei principi in
Platone, il cui testo venne pubblicato nel primo numero della rivista
“Elenchos”.21 Tuttavia, il punto che merita attenzione in questa sede è che la
questione delle dottrine non scritte di Platone fu, oltre che un tema rilevante
per se stesso, anche un “pretesto” per riconsiderare Aristotele come testimone
egli stesso del passato filosofico, più precisamente per le cosiddette
filosofie presocratiche. Com’è noto, Aristotele può essere considerato se non
il primo testimone in assoluto delle precedenti tradizioni di pensiero,
certamente il primo testimone che ne offre una informazione organizzata secondo
criteri espositivi dettati dalle proprie esigenze filosofiche e che hanno
inevitabilmente condizionato la visione storiografica moderna. Per quanto
apparisse improprio, naturalmente, definire Aristotele un dossografo, il riesame
della sua testimonianza della filosofia precedente, anch’essa una tradizione
indiretta, apparve a Giannantoni una linea d’azione congrua con quelle relative
alle scuole socratiche e le filosofie ellenistiche, ancorché meno visibile tra
i risultati delle ricerche del Centro. A conclusione di questo primo paragrafo,
ricordiamo che l’istituzione del Centro di Studio del Pensiero Antico non fu
del tutto priva di modelli in Italia e fuori e che con alcuni di essi si
instaurò una costante collaborazione. L’esempio più immediato, sia sotto il
profilo tematico e scientifico, che sotto quello del funzionamento
istituzionale, fu il – Léon Robin, una unità di ricerca del 21 Gaiser 1980. 14
ILIESI digitale Temi e strumenti Centre de Recherches sur la Pensée
Antique Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), ma
operante all’interno e sotto l’egida Francesca Alesse G.
Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico dell’Université
Paris-Sorbonne (perciò definito anche Unité Mixte de Recherche, o UMR),
in modo non troppo dissimile dai Centri di Studio del CNR istituiti in
regime di convenzione con i vari Atenei italiani. La collaborazione con
questo Centro si focalizzò sulle tematiche socratiche e dette luogo al
ripetuto scambio di studiosi tra le due sedi nel biennio 1994-1995 nell’ambito
del programma di ricerca “Socrate e la storia del pensiero antico: rottura o
continuità?”; i contributi pubblicati nel 1997 sotto il titolo di Lezioni
socratiche, a cura di furono Gabriele Giannantoni e Michel Narcy,
per l’Editore Bibliopolis di Napoli. Un’altra importante istituzione
scientifica a cui Giannantoni guardò con particolare attenzione e con cui
intrecciò stretti rapporti scientifici nonché di cordiale amicizia è
stata senz’altro il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri
Ercolanesi, oggi intitolato a Marcello Gigante, che ne fu il fondatore
nel 1969. I motivi di tale collaborazione erano dettati ovviamente
dall’interesse intrinseco per la grande opera editoriale a cui il Centro
fondato da Gigante era votato. La pubblicazione delle nuove edizioni
critiche dei papiri reperiti nel sito ercolanese offriva alla comunità
scientifica un patrimonio inestimabile per la conoscenza
dell’Epicureismo, della tradizione socratica, dello Stoicismo. Ma furono
anche ragioni metodologiche a sancire un sodalizio importante, che si
concretizzò in varie iniziative e pubblicazioni cui parteciparono
entrambi i Centri: i testi ercolanesi, com’è molto noto, costituiscono un
materiale che permette di arricchire enormemente la conoscenza di molte
importanti tradizioni filosofiche e letterarie, a condizione di possedere
un complesso di conoscenze e tecniche interpretative che difficilmente
possono trovarsi nella medesima personalità e che però vanno
applicate contestualmente. In altre parole, l’esperienza collaborativa
tra questi due Centri, forti, l’uno, di una formazione propriamente
storica e filosofica, l’altro, di alte competenze filologiche, contribuì
in modo significativo a costituire quella storiografia della filosofia
antica che aveva, almeno per la cultura accademica italiana dei primi
decenni del ’900, faticato ad assumere uno statuto proprio. ILIESI
digitale Temi e strumenti 15 Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro
di Studio del Pensiero Antico Quanto detto nel precedente paragrafo trova un
riflesso, diretto o indiretto, nelle attività di ricerca del Centro, nonché
nelle sue pubblicazioni. L’interesse per il consolidamento della storia della
filosofia antica come disciplina autonoma, dotata cioè di un suo impianto
metodologico, oltre che di un preciso confine cronologico, viene perseguito
tramite l’attività progettuale, congressuale e editoriale, di cui si dà qui una
descrizione sintetica. Vale però la pena di ricordare, prima di tutto, una
iniziativa promossa da Giannantoni dopo l’istituzione del Centro, in conformità
di un indirizzo dell’organo direttivo della rivista “Elenchos”, e dedicata alla
problematica storiografica: Nelle riunioni del Comitato direttivo della rivista
“Elenchos” è emersa più volte l’opportunità di aprire una discussione sul
metodo o, meglio, sui metodi attuali della storiografia filosofica relativa al
pensiero antico. Si è pensato perciò di cominciare con una “tavola rotonda”,
chiamando a parteciparvi esponenti di orientamenti diversi e significativi, ai
quali è stato chiesto di intervenire liberamente su tre questioni principali:
1) se ha senso parlare ancora di una storia della filosofia (e quindi anche di
una storia della filosofia antica) come disciplina a se stante e in sé
autonoma; 2) quali innovazioni si possono riconoscere all’ampliarsi e al
differenziarsi delle impostazioni teoriche che sono sottese ai vari approcci
metodici alla storia del pensiero antico; 3) quale è il contributo che viene,
una volta tramontato il vecchio mito classicistico, dall’applicazione di
categorie elaborate dalle “scienze umane”.22 Alla tavola rotonda parteciparono
Enrico Berti, Mario Vegetti, Carlo Augusto Viano, e lo stesso Giannantoni,
ciascuno portando un contributo molto peculiare e strettamente conforme al
proprio orientamento intellettuale. L’intervento di Giannantoni rispecchia le
riflessioni condotte qualche anno prima e pubblicate nel già citato articolo di
apertura della Rivista (La storiografica idealistica), di cui ripropone le
premesse problematiche e a cui aggiunge precise prese di posizioni sulla
specificità della storia della filosofia antica e sul modo di salvaguardarla:
... senza perdere di vista il fatto che lo scopo principale (scil. dello
storico della filosofia antica) resta la comprensione dei testi che ci
trasmettono il pensiero antico, ritengo necessario rivendicare
l’imprescindibilità di una rigorosa e metodica impostazione filologica, anche
se tale impostazione non può non venire assumendo sempre più, essa stessa, una
fisionomia storica: quella della storia degli studi ... ciò dovrebbe indurre a
uscire da un tradizionale isolamento e a promuovere una 22 Giannantoni 1983, p.
147. 16 ILIESI digitale Temi e strumenti Francesca Alesse G.
Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico organizzazione del lavoro
diversa e meno diffidente verso i sussidi che la tecnologia moderna può
offrire. In ogni caso, la storia degli studi è ormai elemento costitutivo di
ogni indagine che voglia avere un minimo di serietà, non solo per le conoscenze
che ha acquisito ma anche per le divergenze che ha proposto. L’alternativa a
questa impostazione è o l’arbitrio nella scelta dei riferimenti o l’illusione
di un ritorno alla “lettura diretta” dei testi.23 In queste parole possiamo
rintracciare ad un tempo la finalità della costituzione del Centro e la visione
di Giannantoni del modo di operare storiografico: più che il cenno alle nuove
tecnologie e più che l’esortazione ad abbandonare l’isolamento, sicuramente
importanti l’uno e l’altra, conta sottolineare, a mio parere, il richiamo alla
storia degli studi come parte integrante della storia della filosofia, in
particolare della filosofia antica, affidata in larghissima misura alla
tradizione indiretta. La “serietà”, cioè la plausibilità dei risultati della
ricerca storico-filosofica sono messi a rischio dalla “illusione” di poter
leggere (e capire) le parole del filosofo, specie se antico, senza gli
strumenti della conoscenza filologica, linguistica e culturale nel senso più
lato, conoscenza cui si perviene ricostruendo, ove sia possibile, anche una
storia intelligente delle letture altrui. Uscire dall’“isolamento” è, allora,
non solo la cooperazione tra colleghi ad un progetto scientifico unitario, ma
anche la conoscenza e la valutazione delle migliori offerte interpretative che
di un testo e del suo contesto siano state date entro un certo arco di
tempo. 23 Giannantoni 1983, pp. 182-183. ILIESI digitale Temi e strumenti
17 Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del
Pensiero Antico Sia nelle azioni istituzionali, che investirono e coinvolsero
il complesso delle risorse del Centro, incluse le relazioni stabilite con il
mondo universitario, sia nelle attività di ricerca individuali, un ruolo
primario fu senz’altro svolto dalle tradizioni ellenistiche e dall’analisi
della letteratura dossografica. Già nel 1980, il Centro organizza un convegno
sullo scetticismo antico,24 e tra il 1982 e il 1986 coopera strettamente con
l’Università degli Studi di Pavia e in particolare con Mario Vegetti, ordinario
di Storia della filosofia antica di quella Università, e con i suoi più stretti
collaboratori, sostenendo l’organizzazione di due importanti convegni: “La
scienza ellenistica” (Pavia, 1982)25 e “ 1986).26 Ancora alla filosofia
ellenistica è dedicata l’importante pubblicazione dei Proceedings del quarto
simposio internazionale sulla filosofia ellenistica, che vide tra i suoi
partecipanti esperti di caratura internazionale, alcuni di stretta
collaborazione con il Centro stesso.27 Figura 3: copertina del
primo volume di Lo scetticismo antico, Atti del convegno, a cura di G.
Giannantoni, Napoli, 1981. Le opere psicologiche di Galeno” (Pavia, 10-12
settembre 14-16 aprile ILIESI digitale Temi e strumenti Giannantoni
1981. Giannantoni-Vegetti 1985. Manuli-Vegetti 1988.
Barnes-Mignucci 1988. Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro
di Studio del Pensiero Antico Carattere sistematico ebbe anche la linea
d’azione dedicata allo studio della dossografia. Il Centro organizza, nel 1985,
il congresso internazionale sull’opera del biografo di età imperiale Diogene
Laerzio (“Diogene Laerzio storico del pensiero antico”, Napoli-Amalfi, 30
settembre-3 ottobre 198528) e, nel 1991, il congresso internazionale sull’opera
del medico scettico di età imperiale Sesto Empirico (“Sesto Empirico e il
pensiero antico”, Sestri Levante, 28 maggio-1 giugno 199129). Si delinea in
entrambi gli eventi un’unica prospettiva, grazie alla quale l’oggetto
dell’indagine storiografica è, per così dire, duplice e contestuale: l’autore,
cioè il filosofo il cui pensiero è oggetto di trasmissione da parte di un
testimone, e il testimone stesso, la sua epoca, il suo orientamento, nonché la
struttura formale della sua testimonianza, struttura che rivela assai spesso
una tesaurizzazione delle informazioni attraverso i differenti metodi per la
loro esposizione. Così, mentre l’opera di Diogene Laerzio, che già da lungo
tempo aveva attirato l’attenzione della filologia classica, conserva una
concezione ampia del genere biografico, restituendo non solo informazioni
biografiche e dottrinali dei singoli filosofi nonché cataloghi d’autore, ma
anche specifici schemi espositivi presi a prestito dalla letteratura storica
(il più caratteristico è senz’altro quello delle “successioni”), l’opera di
Sesto Empirico mostra le conseguenze sul piano storiografico di un modello
propriamente concettuale, la diaphonia. Un altro forte sodalizio, quello con il
Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi di Marcello Gigante,
permise di allestire negli anni subito successivi un grande congresso
internazionale sul tema “L’Epicureismo greco e romano” (Napoli-Anacapri, 19-26
ILIESI digitale Temi e strumenti 19 Figura 4: copertina di Diogene
Laerzio storico del pensiero antico, Atti del congresso, “Elenchos”, 7,
1986. 28 Atti pubblicati nel volume 7 dell’annata 1986 della rivista
“Elenchos”. 29 Atti pubblicati nel volume 13 dell’annata 1992 della rivista
“Elenchos”. Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio
del Pensiero Antico maggio 1993),30 un evento di ampio spettro tematico e
cronologico all’interno del quale poterono cimentarsi papirologi e papirologi
ercolanesi, filologi classici, paleografi ed epigrafisti, storici, storici
della letteratura e della poesia greca e romana e, ovviamente, storici della
filosofia antica. Proprio di questo incontro fu il suo carattere
transdisciplinare e, per quel che attiene alle attività in corso presso il
Centro, la messa alla prova di molte ipotesi di lavoro anche individuali sulla
relazione tra l’Epicureismo e le rilevanti tradizioni (le scuole socratiche, la
Stoa, la scepsi accademica e pirroniana) che impegnavano in quegli anni sia
Giannantoni in prima persona che il suo gruppo di lavoro operante presso la
Sapienza e il Centro. Tra gli ultimi impegni di Giannantoni in qualità di
direttore del Centro ci fu l’organizzazione di due altri convegni: “ “Empedocle
e la cultura della Sicilia antica. Illustrazione di un frammento inedito della
sua opera” (Agrigento, 4-6 settembre 1997).32 Il primo raccolse un gruppo
consistente di esperti della cultura greco- romana e fu un raro esperimento di
indagine lessicale da parte del Centro, volto a delineare l’area semantica
dell’affezione (emozione, sentimento, malattia) nelle diverse manifestazioni
della cultura classica antica, dalla letteratura, dal teatro e dall’arte
figurativa, alla filosofia e alla medicina. Il secondo convegno fu un altro
esempio del modo in cui Giannantoni intendeva inserire la vita scientifica del
Centro all’interno di una rete di relazioni istituzionali, oltre che
scientifiche e accademiche, perché il convegno, motivato dalla 30
Giannantoni-Gigante 1996. 31 Atti pubblicati nel volume 16/1 dell’annata 1995
della rivista “Elenchos”. 32 Atti pubblicati nel volume 19/2 dell’annata 1998
della rivista “Elenchos”. 20 ILIESI digitale Temi e strumenti
Figura 5: copertina del primo volume di Epicureismo greco e romano, Atti
del congresso, a cura di G. Giannantoni e M. Gigante, Napoli, 1992. Il
concetto di pathos nella cultura antica” (Taormina, 1-4 giugno
1994);31 Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di
Studio del Pensiero Antico recente scoperta del Papiro di Strasburgo contenente
una porzione del poema empedocleo, fu organizzato in collaborazione con la
sovrintendenza dei beni archeologici di Agrigento. Esso inoltre doveva essere
una prima tappa di un più ampio progetto dedicato alle tradizioni culturali e
filosofiche della Sicilia e della Magna Grecia, e che non vide la luce per la
scomparsa dello stesso Giannantoni. *** Sarebbe un errore pensare che le
strategie e i progetti del Centro avessero come unici interlocutori le
istituzioni accademiche italiane e straniere. Certamente, uno degli obiettivi
di Giannantoni era quello di costituire un piccolo ma vivace e solido bacino
collettore degli interessi intorno al pensiero antico, e tali interessi erano,
di fatto, collocati nelle Università e organizzati secondo i modi della
didattica e della formazione universitarie. Ma il Centro partecipò anche alla
realizzazione di una delle maggiori iniziative che il Consiglio Nazionale delle
Ricerche abbia dedicato al settore delle scienze umane, e cioè il progetto
strategico intitolato “Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e
Specificità Nazionali”.33 Questo grande progetto fu articolato in cinque
linee di indagine, la prima delle quali dedicata al mondo antico, in
particolare greco- romano.34 Fu in questo contesto che Giannantoni, oltre
a scrivere il saggio La tradizione culturale greca in Magna Grecia e
Sicilia, apparso nel 2002 nel volume che raccoglieva i risultati delle
attività promosse dal progetto,35 maturò l’idea di una linea di attività,
cui si è fatto cenno, dedicata alle tradizioni filosofiche della Magna Grecia
e della Sicilia, linea che avrebbe dovuto raccogliere e mettere a frutto
le metodologie sperimentate nella più generale attività del Centro
33 Il Progetto Strategico, svoltosi negli anni 1995-2000 e coordinato da
Antonello Folco Biagini fu varato nel 1994 dal 34 “ 35 Biagini 2002. ILIESI
digitale Temi e strumenti 21 Comitato Nazionale di Consulenza del CNR
per le Scienze Storiche, Filosofiche e Filologiche, allo scopo di
convogliare tutte le competenze rappresentate ed espresse dalla rete
scientifica costituita dai Centri di Studio e dagli Istituti afferenti al
Comitato stesso, in una grande area di interesse, appunto il “Mediterraneo”. Al
fondo della decisione del Comitato era la convinzione che il Mediterraneo
costituisse non un’entità identitaria ma un complesso “sistema” di realtà
molteplici, tradizionalmente oggetto di indagine da parte di settori
disciplinari indipendenti. Si trattava perciò di conferire unità strategica e
di metodo ad una naturale e fisiologica molteplicità di fenomeni
culturali. Origine e incontri di culture nell’antichità”.
Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero
Antico (studio della dossografia e delle tradizioni indirette). Rivisse,
in questo progetto non realizzato, l’antico interesse di Giannantoni per
la trasmissione delle cosiddette tradizioni presocratiche, molte
delle quali per l’appunto fiorite nelle aree magnogreche (l’Eleatismo,
il Pitagorismo, Empedocle, Gorgia di Leontini), e per il ruolo svolto
in tale trasmissione da Platone e Aristotele. A questo più antico arco
cronologico, si sarebbe poi unito il costante interesse per
l’Epicureismo, nella forma storica dell’Epicureismo campano. Vale la pena
ricordare, infine, l’attività formativa che il Centro riuscì a svolgere,
facilitata, come è facile comprendere, dalla posizione accademica di
Giannantoni. Il Centro di Studio del Pensiero Antico si formò infatti
raccogliendo i suoi allievi, che si unirono ai ricercatori già in forza
presso il precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia
Filosofica. L’attività progettuale, inoltre, non si limitava alla sola attività
di pianificazione scientifica e ancor meno alla sola organizzazione dei
convegni, ma prevedeva lavori continuativi di studio collettivo e di confronto
sulle tematiche di principale interesse e di rilevanza strategica. I
maggiori convegni venivano quindi preceduti da seminari propedeutici
sulle dossografie antiche, sull’opera di Diogene Laerzio e su quella di
Sesto Empirico, e su quest’ultimo autore, anzi, si svolse un seminario
aperto anche ai dottorandi di ricerca della Sapienza. Nell’ambito del
progetto strategico “Mediterraneo” e quindi della linea di ricerca sul
Mediterraneo antico, il Centro ottenne dal Comitato di Consulenza per le
Scienze Storiche, Filosofiche e Filologiche tre borse di studio
(1995-1996). 22 ILIESI digitale Temi e strumenti Francesca Alesse
G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico LE PUBBLICAZIONI DEL
CENTRO Un discorso a parte merita l’attività editoriale a cui il Centro
riuscì a dar vita. Due furono le iniziative editoriali, strettamente
coerenti con l’idea programmatica che ispirò la costituzione del Centro:
la serie “Elenchos. Collana di testi e studi sul pensiero antico”, e il
periodico “Elenchos. Rivista di studi sul pensiero antico”. La scelta
del medesimo nome per le due iniziative si spiegava facilmente in
riferimento all’orientamento intellettuale ed al bagaglio culturale dello
stesso Giannantoni, che riteneva la discussione, il confronto (elenchos,
appunto), in primo luogo, uno dei lasciti più significativi della cultura
filosofica antica, quello che maggiormente ha contribuito alla formazione
della coscienza moderna. Ma in secondo luogo, e secondo un’angolatura più
tecnica, Giannantoni vedeva nella discussione, intesa come analisi
critica, il metodo per eccellenza dello studio del testo filosofico
antico e della dottrina in esso contenuta, come avevano mostrano i primi
autori di una nascente “storia della filosofia” ancora in forma di
dossografia, Platone e soprattutto, com’è assai noto, Aristotele. In
omaggio dunque, all’ideale dialogico trasmesso dal magistero di Guido
Calogero, l’elenchos fu, nei limiti del possibile, il contrassegno delle
ricerche realizzate o promosse dal Centro e divenne il nome delle due
pubblicazioni, entrambe affidate alla casa editrice napoletana
Bibliopolis, Edizioni di Filosofia e Scienza, di Francesco del
Franco. La collana era destinata in larga misura, benché non
esclusivamente, a premiare le ricerche individuali, le quali dovevano concretarsi
in studi monografici, edizioni di testi e strumenti per la ricerca. Non
deve stupire che in questa sede ci si limiti a mettere in primo piano
l’opera Socratis et Socraticorum Reliquiae, collegit, disposuit
apparatibus notisque instruxit Gabriele Giannantoni, 1990, 4 voll. Frutto
di una ricerca individuale più che trentennale, preparato da molte
precedenti pubblicazioni, questa edizione delle testimonianze relative a
Socrate e alle scuole socratiche, corredata di apparati critici e note di
commento (e senza traduzione, secondo la prassi dell’austera filologia
classica moderna), rappresentò la più importante espressione degli
interessi tematici e dei principi metodologici che caratterizzarono il
Centro. Basterebbe infatti considerare i volumi usciti nella medesima
collana “Elenchos” votati alle tradizioni socratiche, alle scuole
ellenistiche, alla dossografia e alle edizioni di ILIESI digitale Temi e
strumenti 23 Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del
Pensiero Antico testi e frammenti di autori ancora poco studiati,
per apprezzare l’impatto delle ricerche di Giannantoni su tutto il
gruppo di ulteriori interessi e accolse studi accademica. ricerca
del Centro.36 Naturalmente la collana non fu preclusa ad
critici su tematiche di grande rilevanza nell’ambito del
platonismo e dell’aristotelismo e delle filosofie della tarda
antichità,37 promuovendo in tal modo uno scambio costante con la
più ampia comunità Quanto alla rivista, è forse opportuno
rimandare direttamente alla Presentazione che Giannantoni Figura 6:
copertina del primo volume di G. Giannantoni, Socratis et Socraticorum
Reliquiae, Napoli, 1990. antepose al primo fascicolo: essa fa molto
ben intendere tanto la relazione essenziale tra il programma scientifico
del Centro e il periodico che di quel programma doveva essere lo
strumento di diffusione; quanto l’apertura al dibattito scientifico che
la rivista (e quindi il Centro stesso) si prefiggeva; quanto, infine, la
tempestività di un’operazione culturale che il Consiglio Nazionale delle
Ricerche ebbe la sagacia di sostenere: Questa rivista ... intende dare
attuazione ad uno dei punti programmatici contenuti nella convenzione stipulata
tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Università di Roma, e che sta
alla base del neocostituito Centro di Studio del Pensiero Antico ... essa non
è, tuttavia, in senso stretto espressione soltanto di questo Centro: al
contrario, chi ha la responsabilità di dirigerla intende farne uno strumento di
studio e di ricerca aperto alle collaborazioni più ampie, un punto di incontro
e di confronto e un’occasione a disposizione sia di studiosi già affermati sia
di giovani ricercatori ... Questa rivista è l’unica dedicata interamente al
pensiero antico che si pubblichi in Italia38 e perciò essa non può non proporsi
anche un compito di promozione di questi 36 I titoli della collana
“Elenchos”, corredati da schede riassuntive, sono consultabili al sito web
dell’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle idee
http://www.iliesi.cnr.it/pubblicazioni.shtml 37 Mi limito a citare il grande
progetto di traduzione e commento della Repubblica di Platone, promosso e
diretto da Mario Vegetti, e i cui primi tre volumi furono stampati quando
Giannantoni era ancora in vita: Vegetti
Questa situazione è rimasta invariata fino al 2007, e cioè fino alla
comparsa della rivista “Antiquorum Philosophia”, edita da Fabrizio Serra
Editore, Roma-Pisa, e diretta da Giuseppe Cambiano. ILIESI digitale Temi e strumenti
Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico
studi ... Ma essa si propone anche uno scopo più ambizioso; se è vero, come è
vero, che la storia del pensiero antico è un campo in cui debbono potersi
incontrare ... gli apporti e le problematiche della storiografia filosofica e
del metodo filologico; e se è vero, come è vero, che tanto la storiografia
filosofica quanto il metodo filologico attraversano ... una fase di
ripensamento critico molto profondo dei propri presupposti e delle proprie
certezze, allora ad una rivista come questa spetta, in primo luogo, il compito
di proporsi come sede di verifica di discipline diverse e di modi diversi di
affrontare lo studio del pensiero antico e di aprire le sue pagine ... anche a
contributi che per la conoscenza del pensiero antico possono venirci da storici
dell’antichità, filologi classici, studiosi delle lingue e delle
letterature classiche, archeologi, papirologi ... Per questi motivi di
fondo – oltre e più che per la sua origine istituzionale – questa rivista si
caratterizza per l’unità del campo di ricerca, non per l’unità
dell’orientamento interpretative. LA PERMANENZA DI UN PATRIMONIO E L’ATTUALITÀ
DI UN METODO In accordo con gli obiettivi enunciati nella Presentazione della
rivista “Elenchos” e nel protocollo che lo istituiva, il Centro di Studio del
Pensiero Antico si dotò di un consiglio scientifico che affiancò Gabriele
Giannantoni nella direzione del Centro e delle pubblicazioni che esso produsse,
il quale contò tra i propri membri eminenti storici della filosofia, quali
Francesco Adorno, Enrico Berti, Giovanni Reale, Carlo Augusto Viano, Anna Maria
Ioppolo, Aldo Brancacci e Vincenza Celluprica, nonché eminenti filologi
classici e storici della letteratura greca quali Marcello Gigante e Luigi
Enrico Rossi. Il Centro poté disporre di sufficienti risorse e di una struttura
organizzativa40 che gli 39 “Elenchos”, 1, 1980, pp. 3-4. 40 Fecero parte del
Centro in qualità di ricercatori inquadrati nei ruoli del Consiglio Nazionale
delle Ricerche: Barbara Faes (direttrice del Centro nel 1999), Gigliola
Caporali, Stefano Garroni, Vincenza Celluprica (direttrice del Centro per il
biennio 2000-2001 e poi responsabile della linea relativa al pensiero antico
nell’ILIESI fino al 2005), Lucina Ferraria, Aldo Brancacci (poi docente presso
l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”), Bruno Centrone (poi docente
presso l’Università degli Studi di Pisa), Francesca Alesse, Maria Cristina
Dalfino, Luca Simeoni, Riccardo Chiaradonna (poi docente presso l’Università
degli Studi di Roma Tre). Collaborarono in modo istituzionale e continuativo
con il Centro Anna Maria Ioppolo (Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”), Luciana Repici (Università degli Studi di Torino); Giuseppina
Santese (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”); Giovanna Sillitti
(Università degli Studi di Roma “La Sapienza”); Carmela Baffioni (Università
degli Studi di Napoli l’Orientale); Emidio Spinelli (Università degli Studi di
Roma “La Sapienza”) e Francesco Aronadio (Università degli Studi di Roma “Tor
Vergata”). Molti sono stati i giovani che, nel corso della loro formazione post
lauream sono venuti in contatto con Gabriele Giannantoni e con il Centro,
lavorando fattivamente alla redazione di “Elenchos” o adoperandosi in attività
editoriali e scientifiche in senso proprio. Tra questi mi è gradito ricordare
Rosa Maria Piccione (Università degli Studi di Torino), Michele Alessandrelli
(ILIESI-CNR), Diana Quarantotto (Sapienza Università di Roma), Francesco
Fronterotta (Sapienza Università di Roma), Adriano ILIESI digitale Temi e
strumenti 25 Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio
del Pensiero Antico consentirono di diventare un organismo collettore di
attività di ricerca nel campo dell’edizione critica e dell’interpretazione dei
testi della filosofia antica, fino al 2001. Chi scrive non crede che
l’esperienza acquisita nei poco più che vent’anni di vita del Centro sia andata
perduta né dimenticata. Quando, nel 2001, nacque l’Istituto per il Lessico Intellettuale
Europeo e Storia delle Idee, al suo interno fu garantita la prosecuzione e
l’autonomia delle indagini relative alla storia della filosofia antica, per
esplicito volere di Tullio Gregory che del nuovo Istituto fu il primo
direttore. Queste indagini confluirono in una linea progettuale denominata
prima “Storia del pensiero filosofico- scientifico e della terminologia della
cultura mediterranea greco-latina, ebraica e araba” e successivamente “
Il pensiero filosofico nel mondo antico: testi e studi”.41 L’impegno
principale della linea fu rappresentato da una serie di progetti che in
parte proseguivano le tematiche di studio e le strategie cooperative del
Centro di Studio del Pensiero Antico, e in parte introducevano nuove
tipologie di analisi, connesse alle tecnologie digitali. La continuità
culturale fu inoltre garantita dal mantenimento delle due pubblicazioni,
la collana “Elenchos” e la rivista “Elenchos”. Da questa permanenza
delle ricerche sul pensiero antico nella nuova realtà istituzionale si
deve ricavare non solo e non tanto l’attualità di una disciplina (che si
è comunque stabilizzata nel mondo accademico con la benefica
diffusione di cattedre e centri di insegnamento, in Italia e fuori),
quanto piuttosto l’attualità di un metodo di lavoro. Questo metodo di
lavoro, che potrebbe descriversi, un po’ aulicamente, come un nuovo
diatribein socratico, cioè come la capacità di discutere in modo
competente con i “morti” prima che con i vivi, rispecchia abbastanza bene
la disposizione intellettuale e comportamentale di Gabriele Giannantoni,
uomo tanto pacato nelle discussioni con i contemporanei, quanto fermo
nelle sue strategie di ricerca sul mondo antico. Gioè, Matteo Nucci,
Mariacarolina Santoro, Francesca Gambetti e Cristina Cunsolo (a quest’ultima si
deve l’allestimento della bibliografia ragionata digitale Le tradizioni
filosofiche e culturali greche della Magna Grecia e della Sicilia antica, ora
in fase di aggiornamento ad opera di Francesca Gambetti). 41 A questa linea, diretta
da Vincenza Celluprica fino al 2005, fanno riferimento i ricercatori già
operanti nel Centro, a cui si aggiunge, dal 2010, Silvia M. Chiodi, specialista
in storia delle religioni del mondo antico e del Vicino Oriente. 26 ILIESI
digitale Temi e strumenti Francesca Alesse G. Giannantoni e il
Centro di Studio del Pensiero Antico BIBLIOGRAFIA Arnim 1903 = Hans von Arnim,
Stoicorum Veterum Fragmenta, Lipsiae, Teubner. Barnes-Mignucci 1988 = Jonathan
Barnes, Mario Mignucci (a cura di), Matter and Metaphysics. Fourth Symposium
Hellenisticum, Napoli, Bibliopolis. Biagini 2002 = Antonello F. Biagini (a cura
di), Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità
Nazionali, Roma, CNR Edizioni. Brancacci 1977 = Aldo Brancacci, Le orazioni
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La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis, Vol. VII (Libro X). e
commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario
e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario Vegetti, Napoli,
Bibliopolis, Vol. VII (Libro X). a BS’l RATTO <Ia 1
Bollettino (ti Filologia Classica Anno XXIV. - Fase. 2-3-1 -
Agosto-Setteiiibre-Ottobre 1917 X II 6xi|iòvtov di Soorate
— Como già nei tempi antichi, cosi anello più tardi il 3 r.|iàviov di
Socrate lui sempre suscitato il più vivo inte¬ resso ed è rimasto lino ai
giorni nostri oggetto di studio. Ma, per quanto sia stato scritto attorno
ad essa e per quanto no sia stata ago- volata la compronsione por merito
di Seliloiormacher e dei suoi suc¬ cessori, non si può dire clic si sia
linoni riusciti a trovare una spie¬ gazione soddisfacente di questo
fenomeno, che fu una dèlio cause dèlia tragica fine del grande
pensatore. Le fonti, alle quali dobbiamo attingere nella nostra
ricerca, sono, come si sa', gli scritti di Platone o di Senofonte. Ma.qui
ci troviamo subito di fronte ad una questione molto discussa c cioè;
quale dei due autori sia rispetto alla dottrina socratica il più
attendibile. Poiché i rapporti di Platono o di Senofonte si contraddicono
riguardo allo ma¬ nifestazioni del Satpdviov di Socrato in un modo assai
pronunciato, è chiaro che dalla decisione alla quale arriviamo rispetto a
questo divario, deliba infine dipendere la soluzione del problema.
1 > m ,to che nel diciottesimo secolo si fece strada il parere del
leib- niziuno Brucfecr, secondo il quale gli scritti di Senofonte
sarebbero per lo studio del socratismo i più veritieri, parere che ha
avuto fino ad oggi i suoi fautori. Di quest’opinione è in linea generalo
anche Hegel (IJ. 1|S. principio del secolo passato però, Schleiermacher
(2) ed altri insistettero che por la valutazione della dottrina socratica
do vesso tenersi maggior conto delle opere di Platone. Di fronte a
queste due correnti lo Zollerai sogni un indirizzo, elio possiamo
chiamare intermediario. Senza entraro in particolari, si può dire che,
sebbene gli atti attorno a questo divario non siano ancora chiusi,
diventa sem¬ pre più salda la convinzione, che senza uno studio profondo
di Platone una comprensione del socratismo non è possibile (-1). Ma con
ciò il no¬ stro quesito non è ancora risolto. Secondo Platone
il Sxigóvwv agisce in modo esclusivamente inibitorio, esso non è mai
incitativo. Secondo Senofonte, però, funziona nei due modi. Si è, è vero,
creduto che la contraddizione tra lo due versioni fosse soltanto
apparente, perchè, se il «aigóviov non inibiva Socrate nel 6uo fare, ciò
equivaleva, si è detto, ad un'atrcrmaziono nel senso «C.
(1) G. W. F. Hegel, Vorl. ti. d. Gesch. d. l'Ii tfp s. Il, 2* ed., p. 69,
1812. (2) F. Schleiermacher, Abkdl. kad. su Berlin, 1818, p. 50
seg. (3) E. Zm.i.ER, Die Philosophie hen li, 1, t* '.al., p. 91
seg., p. 131 Mg. 1869. (4) Cfr. G. Zuocantb,
Socrate, pòrte prima,di un ordine positivo. In verità, però, mi sembra, che la
diversità venga con una talo interpretazione soltanto celata, ma non
eliminata, perchè in realtà le differenze tra i rapporti doi due autori
sono do¬ vute a processi psichici in sè diversi. Corto, se qualcuno mi
dice, ad es. : non andare via ! quosto equivale praticamente al comando
positivo: rosta ! Ma con ciò la cosa non è fluita. So io non distolgo
qualcheduno, che devo guidaro, da una azione, che egli è in procinto di
compiere, do, è vero, con ciò il mio consentimento al suo proposito, ma
la sua azione scaturì da motivi sorti nella sua coscienza e prosegue
secondo leggi psichiche. E so, in un altro caso, lo freno con un
semplice: no! senza però dargli altri ordini positivi, io non permetto
che egli ese¬ guisca quello che stava per fare, ma con ciò non gli indico
ancora quanto devo in sua vece intraprendere. Il suo agiro dipende di
nuovo unicamente da lui o si sviluppa ancora da motivi che sorgono in
lui stesso. Ma so gli dico: fa cosi ! allora lo sottopongo in senso
positivo ad una volontà non sua o lo faccio compiere un’azione, i cui
motivi sorsero nella mia coscienza e non nella sua. Egli diventa lo
strumento del volere di un’altra persona, e, se consideriamo il fatto dal
lato etico, la responsabilità per lo conseguenze di una tale azione cado
in questo caso interamente su di rao o per nulla su di lui. Non occorrono
altri esempi : in fondo la diversità doi due rapporti si riduco presso a
poco al caso citato. Secondo Senofonte, Socrate riceve anche ordini
positivi dalla divinità, egli compie quindi azioni, che non furono da lui
deciso, secondo Platone mai. Ogni sua azione procedo, secondo Platone, in
se¬ guito a motivi, che appartengono alla sua propria coscienza, ed è
sem¬ pre la sua volontà che lo fa agiro anche dopo che egli ha
abbandonato, per l'intorvonto del Baijióvwv, una decisione presa.
Como si vede, la differenza non si lascia eliminare. Per quanto si
corchi di celarla, essa riappare sempre. Mi sembra quindi più savio di
riconoscerla. Ma ciò facondo ammettiamo anche che una dello due versioni
non può essere esatta e cho si deve decidere, quale delle due si abbia da
riconoscere come vera. Delle opero cho portano il nome di
Senofonte, V Apologia viene oggi quasi da tutti riconosciuta apocrifa.
Per ciò non ne teniamo conto. Degli altri suoi scritti sono per noi
importanti i Memorabili ed il Con¬ vito. Faccio qui osservare che, dopo
un esame della rispettiva lette¬ ratura o specialmente in base agli studi
dello Schonkl(l), sono arri¬ vato alla conclusione cho per il nostro
problema soltanto i passi Meni. 1, 1, 2 segg., Meni. I, 4, 15 segg. o
Conv. 8, 5 sono con tutta sicurezza da considerarsi come autentici. Per
talo ragione lasciamo da parte in questa breve nota i passi : Mem. IV, 3,
12, IV, 8, 1 o IV, 8, 5. Dalle opero cho vanno sotto il nome di
Platone e che trattano del Saipóviov escludiamo il Teagete, perchè oggi
generalmente ritenuto apo¬ lli K. Schenkl, Xenophont. Studien.
Sitzungsber. d. K. Akad. d. Wiss . i zu Wien, 1875, 1876.
orilo. L’autenticità dell'A Icibinde 1 è fortemente messa in dubbio,
lo accettiamo con riserva. Non posso decidermi di respingere 1 Fall
frane, malgrado lo obiezioni di Ueborwog (I). Dogli altri scritti
platonici limino per noi valore VApologià, YEutidemo, il Tediato, il
Fedro e la Repubblica. Senza entrare rpii noi particolari della
questiono, (pialo sia I ordino cronologico delle opere di Platone,
dobbiamo intenderci sull'epoca in cui fu scritta Y Apologia, perchè
questo lavoro ci dà la più esatta in- i rmazione intorno al Saipiviov di
Socrate. La maggior parto dogli stu- .dcigi — c ciò è per noi importante
— fa salirò l’origine di quest o- pcra ad un’epoca non molto distante
dalla condanna o dalla morte del illusolo, l’orsino autori elio sono del
parere clic Platone 1 abbia scritta a Megara, ammettono con ciò (dio
questo importante documento ap¬ partiene al suo primo periodo di
attivila, scientifica. Allo stesso risul¬ tato giunse Lutoslawski per
mezzo del suo metodo stilometrico. Quan¬ tunque si debba riconoscere
l’unilateralità di questo metodo e per •quanto sarebbe arrischiato di
fondarci unicamente su di esso, ci co- -stringono nondimeno ragioni
psicologiche di non negargli ogni valore. Alla questione esposta si
connetto quost’altra, cioè, so nell’Apologià .di Platone si tratti di una
fedele riproduzione di quanto Socrate real¬ mente disse davanti al
tribunale di Atene, o se si tratti soltanto di una riproduzione piu o
meno fedele del contenuto dei suoi discorsi. La prima opinione è quella di
Schleiermacher (2), della seconda è Stcinhart (3), elio vede
nell’Apologià un'opera d'arte, in cui lo spirito -socratico o quello di
Platone si trovano armonicamente fusi insieme. Ambedue le opinioni hanno
avuto i loro fautori. Considerazioni psico¬ logiche mi hanno condotto nelle
duo questioni accennato a con' inzioni che risultano da quanto
seguo. Come si vuol spiegare l'influenza che quest'opera ha sempre
eser¬ citata sui più grandi spiriti della razza umana, o come si
potrebbo comprendere la elevazione morale clic ognuno devo provare in
sè, quando vi si abbandona senza pregiudizio, so non si ammette che
essa suscita nel lettore la convinzione di sentire la parola viva di
Socrate stesso ? Quale valore potrebbo avere questo scritto, se si
volesse con¬ siderarlo unicamente come una creazione d'arto, come una
descrizione dell’ideale platonico? In questo caso dovremmo bensì
inchinarci da¬ vanti all’autore quale artista, ma in fondo avremmo cosi
un Socrate come Platono avrebbo desiderato che egli fosso, ma non come
real¬ mente era. Non stava in Socrato piuttosto la verità incorporata
da¬ vanti ad Atene decadente, davanti alla stessa Atene che egli
aveva conosciuta nello splendore del periodo di Pericle? Non era quest
uomo un idealo morale di una tale grandezza elio ogni tentativo di
idealiz¬ zarlo maggiormente doveva necessariamente rimpicciolì rio
? P. Ueberweg, Unters. fi. d. Echtheit u. Zeitfolge piatoli.
Schriflen , F. Schle i rum ache R, Plalons Werke, I H. MQli.er e K.
Stf.inhart, Plalons sàmmtl. Werke, Per
quali ragioni poi l 'Apologia non fu scritta in forma di dialogo? Nessuna
introduzione, nessuna descrizione dello scenario, nessun nesso tra i
singoli discorsi, nessun accenno a circostanze secondarie inter¬ rompono
l'azione in questo meraviglioso documento. Non dovremo con¬ venire che
soltanto forti motivi psicologici indussero l’autore ad esporre cosi lo
sviluppo del processo? Non si dimentichi neppure quanto di¬ versamente
Socrate parla della morte ne\\'Apologia e nel Fedone, la qual opera,
senza alcun dubbio, fu scritta molto più tardi. Nell’yfpo/ofna è in
verità Socrate stesso che parla, mentre nel Fedone è Platone che motto,
entro la cornice della realtà storica, la propria convinzione in bocca al
suo amato maestro. Vi sono poi altri fatti psicologici da rilevare.
Ricordiamo che Platone ascoltava un maestro, che aveva seguito con tutto
l'ardore del suo en¬ tusiasmo giovanile per lunghi anni, e dal quale
emanava un lascino che faceva dimenticare a lui come ad altri giovani
greci la figura di Sileno clic nascondeva il vero essere del grande
innovatore. Ricordiamo clic Platone era penetrato nello spirito della
dottrina socratica come nessun altro e clic egli solo è stato capace di
salvarla interamente per la filosofia occidentale. Gli orano quindi
lamiliari tutti i partico¬ lari esteriori che sono caratteristici por
ogni personalità umana o senza i quali non possiamo neppure
rappresentarcela. Conosceva esattamente il timbro e la cadenza della sua
voce, il suo vocabolario, il suo perio¬ dare, i suoi movimenti mimici e
pantomimici, in breve tutti i numerosi fattori clic, secondo la leggo
della fusione psichica, cooperano a lar sorgere in noi l’immagine di una
persona a noi nota c che, tutti quanti, esercitano la loro influenza
dormito la riproduzione di un suo discorso. È inoltro cosa saputa
che ogni riproduzione di un discorso riesce tanto più fedele, quanto piu
l'attenzione rimaneva tosa, quanto mag¬ giore era l’interesse che
l'oratore suscitava in chi l'ascoltava. Si può immaginano un’attènzione
piu concentrata elio nel caso presente? Figuriamoci lo stato
d’animo del giovano Platone, che pende dalle labbra del suo maestro e che
appercepisce attivamente ogni parola da lui pronunciata; ridestiamo nella
nostra immaginazione l’uragano di emozioni che lo travolge, le
fluttuazioni della sua anima tra la spe¬ ranza ed il timore, tra
l'ammirazione della grandezza sovrumana che si palesa e lo schianto per
la certezza della perdita irrimediabile, e si dovrà convenire elio
l’organismo umano forse non sopporterebbe tali stati d’animo una seconda
volta. Sappiamo che emozioni come queste non passano facilmente, ma (die
tornano sempre in nuovo on¬ dato. Sappiamo inoltro che nessun moto
d'animo rimane senza espres¬ sione o elio lo singolo persone a questo
riguardo si comportano diver¬ samente. Anche l’anima dell’artista lui le
sue reazioni ed ogni artista le ha a seconda dell’arto, alla quale dedicò
la sua vita. Ora, anche Pla¬ tone era artista o come tale non potevano
rimaner mute lesile emo¬ zioni. Ma egli era anello scienziato, uno
scolaro, anzi Io scolaro per eccellenza, ili quoH'uomo che durante una
lunga vita non aveva ccrrato altro ohe la verità. Oli era impossibile di
rinchiudere in se ciò clic aveva vissuto quel giorno. Cosi, appena può,
prende lo stile por dare uno slogo all'emozione olia lo soffoca. li se il
suo stato non diede luogo a fenomeni precisamente nllucinnttfri,
nondimeno tutto ciò che aveva visto e sentito, torna a vivere in lui,
conio per il poeta vivono ed agiscalo lo persone croato dalla sua
fantasia. Cosi, io penso, nacque VApologia platonica. Essa non è un
rapporto stonogralico, perché è certo olle anche questa riproduzione
doveva su¬ bire quei cambiamenti che, secondo i risultati della trattazione
speri¬ mentale. hanno luogo in tutti i processi riproduttivi. Perciò non
ogni parola ebbe il suo posto originario, un pensiero avrà avuto
un'espres¬ sione un po' più breve, un altro una l'orma un po' più lunga,
eco., ma quanto al resto il documento è. come per il contenuto, cosi puro
pol¬ la forma tanto fedele, quanto, data la mente Idi un Platone, era
uma¬ namente possibile. Con ciò ho esposto II mio punto di vista
rispetto allo due questioni sovracconnatc. No risulta che dobbiamo
fondarci nella nostra ricerca4U/-quanto viene riferito in quest'opera
intorno al &ti- póviov di Socrate. Aggiungo die gli accenni contenuti
negli altri scritti di Platone non contraddicono in alcun modo i dati
precisi dell’Apologià. Per quanto concerno lo opero di Senofonte
che ci interessano, bi¬ sogna ricordare che esse furono scritte parecchi
anni dopo la morto di Socrate, o die in esse i.on veniamo mai informati
intorno al feno¬ meno da Socrate stesso. Desideroso di dimostrare
l'innocenza del grande filosofo, come puro la ingiustizia dell’accusa c
della condanna, Senofouto metto, convinto, beninteso, di scrivere la
verità, il Saipòvcov di Socrate in relazione colla fedo popolare nello
divinazioni. Ciò non può sorpren¬ dere, quando si pensa all'abuso che il
popolo di qucH'epoea, già invaso dallo scetticismo, fece dei divinatori,
c quando si tiene presente elio Souofontc non ora filosofo, ma uomo
politico. Per questa ragione non dove recar meraviglia, se Senofonte non
aveva compreso ciò che era nuovo ed essenziale nella concezione socratica
del fenomeno. In Meni. I, I, 2 è detto clic la divinità (vi
Saipòviov) dava segni a Socrate ed in I, 4 viono aggiunto elio egli
comunicava tali messaggi a quelli clic lo ci re urlavano o elio aveva
loro predetto ciò che dove¬ vano faro e ciò elio non dovevano l'aro, come
puro elio quelli elio se¬ guivano questi consigli ne ebbero vantaggi,
mentre gli altri elio non li seguivano, dovevano poi pentirsene.
Meni. 1, 4 contiene il noto colloquio con Aristodemo. In 4, 11
Socrate domanda ad Aristodemo, clic cosa gli dei dovessero l'aro per
convin¬ cerlo elio si curavano anche di lui. A ciò Aristodemo, alludendo
al S-x.aó e.'j'i. risponde, un po' ironicamente, che dovevano mandargli
dei consiglieri per fargli sapere quello elio doveva faro e non fare,
corno Socrate pretendeva che fosse il caso spo. In Cono. 8, 5
Socrate non aveva affatto parlato del suo Sxtgtìvwv o non no parla
neppure in seguito. Antistuno, però, gli fa il rimprovero, come se egli
se no servisse per trarsi d'impiccio. È evidente che, se non avessimo lo
rispettivo, opere platoniche, il ixigiviov di Socrate sarebbe rimasto per
sompro un fenomeno inespli¬ cabile. D'altra parte però le comunicazioni
di Senofonte sono di grande valore, in (pianto che fanno vedere il modo
in cui in Atene si giudi¬ cava questo fonomono, ivi assai
conosciuto. Dall' Apologia ili Piatone apprendiamo che Socrate
disse nel suo primo discorso (Apoi. 31 c-d), che egli non si era occupato
di altari politici, perchè succedeva qualche cosa di divino o di demonico
(Dstov r. -/.od Sxqidvtov) in lui, che dai tompi della sua fanciullezza
(è-/. r.x'.Sif) vi era stata in lui una corta voce (qxov^ vi?) la quale,
ogni volta che gli so¬ pravveniva, l’aveva trattenuto da qualche cosa, ma
che non l’aveva mai spinto a qualsiasi azione. Nel terzo discorso (40
a-c) Socrate spiega, come la solita divinazione (r, siioSHtà poi prmxi))
l’avesse nel passato sovento fermato, trattandosi anche di coso molto
piccole (jiàvu érti opi- xpotg), ma che il segno di Dio (vi r.ù 9-soO
a^pstov) non gli era soprav¬ venuto durante tutto il giorno c neppure
durante tutto il suo parlare, mentre durante altri discorsi l'aveva
spesso frenato. Dice ancoraché la morte non poteva essere un male per
lui, perché nel caso contrario il solito segno (vò e!i»9-ò; a^pAv/J
l'avrebbe cortamente trattenuto nel parlare. Alla fine di questo
discoi-so (41 <1) ripeto che il morire doveva ora essere per lui la
miglior cosa, perché altrimenti il segno (vo oij- pstov) l'avrebbe
avvertito. Gli altri scritti di, Platone, dei quali dobbiamo tener
conto, non pos¬ sono naturalmente iù avere il valore storico, elio
abbiamo attribuito all’Apologià, ma siccome i rispettivi passi, corno fu
già detto, non sono menomamente in contraddizione con quolli dell'
Apologia, essi hanno certamente un fondamento storico. In ogni modo
illustrano, come Pla¬ tone vuole che il Sxwdvwv di Socrate venga
inteso. Nell'Atò/drtde I (103 a) l’autore si servo del fenomeno per
iniziare il dialogo. Socrate dice ad Alcibiade di non meravigliarsi, se
da tanti anni non gli avesse più parlato, perchè un ostacolo di natura
non umana, ma demonica (oùx ivD-piójiswv, àX/.i vi Sxipdviov ivawttopx)
gliene aveva impedito. ììo\VEulifrone (3 b) questo domanda a
Socrate, su che cosa Meleto abbisi l'ondato la sua accusa. Socrate dico
che Meleto gli rimprovera di introdurre nuovi dei c di non credere negli
antichi. E Eutifrono gli risponde di aver capito ora, che è perchè
Socrate parla sempre del suo Sxtpóviov. Noi Teetelo (150
c-151 a) Socrate parla della sua maieutica e dico che molti discepoli
l'avevano abbandonato, perchè, non comprendendo la sua arto, lo tenevano
in poco conto. Egli aggiunge che, se tali giovi¬ netti tornavano da lui,
il ìoupóviov (ti yiyvò|ìevóv poi Sxqwviov) gli impe¬ diva di accoglierne
alcuni, mentre ad altri non era contrario e che questi facevano di nuovo
progressi. Nell 'Entidemo (272 o), un dialogo, in cui Platone fa
vedere tutto il vuoto ed il poricolo dell'arte solistica, Critono prega
Socrate di parlargli di duo solisti. Socrato consento o dico clic il
giorno innanzi ora stato seduto noi liceo od in procinto di andarsene,
quando gli ora sopravvenuto il solito sogno demonico (tò siwà-ò: ay iuCcv
tò ìaqiòvt'vv}. Poreiù ora rimasto seduto o tosto quei duo, cioè Kutidemo
e Dioniso- doro orano entrati. Noi Fedro (241 a-d) Platone ha
già oltrepassato di molto il socialismo puro e semplice, come risulta
dalla spiegazione elio dà dell’anima o dello ideo. Dopo una meravigliosa
descrizione del paesaggio vediamo corno Socrato o Fodro si coricano sulla
sponda dell’Ilisso nell'omhra di un albero. Socrato ticno il discorso sul
bel ragazzo che aveva avuto molti amanti. Fedro vorrebbe clic continuasse
su questo tema, ma So¬ crate gli risponde che, in procinto di
attravorsare il fiume, gli era so¬ pravvenuto il solito segno demonico
(tò ìxqiòvtòv t= usci tò siiottòs aijgEìovl, gli era parso di sentire una
corta voce (za{ tivx cpiovijv iìi-a aòTò!M=v àzoùoai), elio lo impediva
di andare via prima di essersi purificato da un peccato commesso contro
la divinità. Dice ancora che egli deve essere veramente un divinatore, ma
soltanto per ciò elio riguarda lui stesso, e continuando rileva dm la sua
divinazione rassomiglia all'arte di quelli che leggono c scrivono male,
perché anche questi possono ser¬ virsene soltanto per i propri bisogni.
Con ciò egli passa man mano agli splendidi discorsi elio tutti conoscono.
— Platone si serve in que¬ st'opera con arte line del ìaqiòviov in modo
similo a quello in cui so n'è servito ncll’AHbiado e neU’Eutidcmo. Egli
introduce il fenomeno per rendere possibili i discorsi che seguono.
Nella Repubblica (VI, 496 c) Socrato dice elio il segno demonico
(tò ìaqiòviov ovjiietovJ non era stato concesso a nessuno prima di lui o
quasi a nessuno. So analizziamo più da vicino il problema,
vediamo che esso rac¬ chiudo in sé tre problemi clic dobbiamo risolvere
l’uno dopo l'altro. S’impone prima di tutto il quesito, corno mai Socrate
abbia potuto -chiamare il fenomeno in questione tò ìaqiòviov. A questo si
connette l’altro, cioè di sapere che cosa Socrate stesso abbia realmente
inteso per questo termine. In terzo luogo dobbiamo corcare, come la
psicologia empirica moderna possa spiogare questo fatto. II primo quesito
e, fino ad un certo punto, anemie il secondo fanno parte della psicologia
dei popoli, mentre il terzo appartiene esclusivamente alla psicologia
indi¬ viduale. I. Il significato del ìaqiòviov di Socrate dal
punto di vista della psi¬ cologia dei popoli. — 11 concetto del demone è
sorto da primitive ve¬ dute attorno all’anima. Esso ha avuto poi un lungo
sviluppo, duranto il quale, sotto l’influenza di rappresentazioni
magiche, subisce molte trasformazioni e acquista varie forme. All’epoca in
cui appare l’eroe, questi 'lue concetti si fondano man mano in una
rappresentazione to- talo, nella quale il concetto del demone perde il
suo carattere imper¬ sonale, mentre l’eroe acquista dolio qualità
sovrumane. Cosi nasce il panteismo. Importante è però in tutto questo
sviluppo, che la rappresontazione ilei demono non si perdo dopo la formazione
degli dei pa¬ gani o elio corto qualità ili questi ultimi vengono
attribuite anche ai demoni. Per ciò accado olio lu coscienza popolare non
distinguo sempre nettamente tra dei e demoni. Nella Grecia il concetto
del demone, sotto l'influenza della poesia e della filosofia, subisce poi
un’altra modifica¬ zione, in quanto i demoni vengono considerati come
esseri elio stanno tra gli dei o gli uomini. Si confronti a questo
proposito la descrizione deH'origino dell'Eros nel Convito di Platone
(802 dj, come pure il primo discorso di Socrate nel .['Apologià platonica
(27 c). Dal punto di vista della psicologia dei popoli si può diro
elio col «aipóviov di Socrate il concetto del demono torni nell'anima
umana, nella quale, per motivi psicologici e per processi di
oggettivazione, è nato, vi ritorna filosoficamente trasformato ed
eticamente purificato (1). E caratteristico per tutto questo sviluppo
elio Socrate nel Convito di Senofonte chiama l'anima umana un santuario
dell’Eros (Vili, 1). , 2. Come intende Soci'de il suo 8*i|lòviov ?
— Prendo le mosse da un punto ilei primo discorso AoW Apologia di Platone
e precisamente dal punto, ove Socrate invita Meleto a spiegare
esattamente, se egli nella sua accusa intenda di diro clic Socrate non
creda negli dei dello Stato, o so egli voglia addirittura accusarlo di
ateismo. Quando Meleto an¬ nuisco a questNiltima interpretazione,
l’accusato corea di far vedere l'assurdità dell'assorziono, dimostrando
dapprima che, chi crede in qual¬ che cosa di demonico, devo
necessariamente riconoscere l'esistenza ili demoni. E quando Meleto devo
nuovamente ammettere che i demoni sono figli di doi, la partila è ila
Scorato quasi vinta. Comesi può ere- dorè all’esistenza di tigli dogli
dei, egli conclude, senza credere con ciò anche a quella degli dei stessi
? Difatti, i giudici elio lo ritenevano colpevole, erano in piccola
maggioranza. Se prendiamo questo passo insieme con quanto Socrate
dice ancora ilei suo 2xi|ióvtov o del suo concetto della divinità,
abbiamo in mano la chiave per la sua concezione del fenomeno. Faccio qui
ancora notare che intendo il termini vó ìzciivtov nelle opere di Platone,
secondo l'os- sorvaziono dello Schlcierinacher (2), nel senso di un
aggettivo. Dico questo per respingere l'opinione che Sperate abbia
creduto in uno spe¬ ciale spirito custode. Socrate scoglio il
termine iò Saupòviov in conformità alla fedo popo¬ lare. Come i demoni,
secondo questa, stanno tra dei o uomini e ven- .,gono detti persino ilei,
perchè da dei generati, cosi anche il demonico in lui è generato dalla
divinità. Per questo lo chiama anche tó 3-iCov, il divino. Il nesso
psicologico mi sembra qui evidente. Abbiamo qual¬ cosa di s'inilo nella
designazione del suo metodo, il quale egli credeva puro impostogli dalla
divinità (Teeteto 150, o). Come a baso di tutte (1) Clr. W. Wu.ndt,
m/terpsi/eholOjfie li, 2, p, 3iìS. 19 ni; Clemente der
VSt/cerpsi/chol.,(21 Op. cd., p. 309. — Cfr. puro B. E. Uaonaiihtks, The
Ctnssical Retitelo, XXVIII, ri, p. 185. 1911. lo azioni di
Socrate sta il bisogno etico della cortezza(1), cosi egli è assolutamente
certo che in casi, in cui la propria ragione lo lascia in asso, una
volontà divina lo trattiene in ogni circostanza, piccola o grande, dolla
vita, quando è in pericolo di non agire giustamente, cioè di non compiere
la sua missione. In questa cortezza, che forma una parte della sua fedo
religiosa, sta la giustificazione otica dolla ironia, colla quale egli
lancia l'accusa indietro sull’avversario. Ma oltre ad essere qualche cosa
di divino, il demonico in Socrate è poi anche qualche cosa di umano,
perché si produce nell’anima umana o diventa sua pro¬ prietà, cioè un
oracolo interiore. Per ciò il demonico stava veramente, come il demone
della mitologia, in mezzo tra il divino e l'umano. Si aggiunga elio
Socrate ora in fondo persuaso che prima di lui questo dono non era stato
posseduto da nessun altro mortale. Ecco ciò che vi ha di nuovo nella
concezione socratica della divinazione, di fronte a quella della fede
popolare. Como dalla Repubblica di Piatone, questo fatto risulta anche
dalle superbe parole, colle quali Socrate si esprime sul suo valore
davanti ai suoi giudici (Apoi. 31 a-38c). Tali parole può pronunciare un
ammalato di mente, che si deve compatire, ma quando escono dalla bocca di
un Socrate, sono l'espressione di una pro¬ fonda convinzione religiosa,
che deve scuotere chiunque miri a tini etici. Importante è per la fede di
Socrate che egli non cerca di scol¬ parsi in quanto al non credere negli
dei dello Stato, ma solo in quanto al sospetto di avere delle convinzioni
ateistiche (Apoi. 35d). Por quanto concorno la teologia socratica,
elio al pari della sua etica doveva rimanere ili carattere pratico,
anziché sistematico (2), è importante ricordare che Socrate trovò nella
sua naz.iono il poli¬ teismo ellenico, corno Cristo trovò nella sua il
monoteismo giudaico. Socrate era, come ogni essere umauo, un tiglio del
suo tempo. Educato in (inolia religione ogli si riteneva, come Cristo,
esteriormente legato allo prescrizioni religioso in vigore. Come prendeva
sul serio la mas¬ sima di Delfo: conosci le stesso, cosi rispettava
l'altra di ubbidire alle leggi. L’ultima parola del filosofo morente era
la raccomandazione di non dimenticare il sacrificio dovuto ad Esculapio
(Fedone. 118), e poco prima aveva domandata all'uomo, elio gli portava il
calice fatale, se ora permesso di farne una libazione. In questo modo
Socrate non rag¬ giunse l'altezza dolla dottrina del Nazareno, ma si
avvicina ad essa, perchè sulla*larga base della religione popolare si
eleva, quale sintesi della sua conoscenza, la fedo in un Dio unico, al
quale si deve ubbi¬ dire più che non agli uomini (Apoi. 29 d) c di cui
egli si credeva un apostolo (Apoi. 31 a). Socrate è tolcrautc verso la
fede della moltitu¬ dine, ma il suo Dio è l’intelletto che governa
l’universo e per il quale non trova neppure un nome, un Dio onnisciente
ed onnipresente, che (1) A. Labriola, Socrate. Nuova edizione a
cura di B. Croce, p. 5, 35, 76, 80 seg., 86 seg., 88 sei;., 150 si>g.,
176, 274 seg. 1909. (2) Cfr. A. Labriola, op. cit., p. 151, 155,
179 segg., 250 segg., 271 segg. si cura ilei Leno di
tutti gli nomini (Sonof., Meni. I, 4). Tutte le sue pratiche religioso
sono in fondo rivolto n quest'unico Dio senza nomo, clic si rivela agli
uomini in molti modi. Con una espressione di ledo in questo Dio
onnisciente, si chiudo ì'Apntoi/ia platonica(l). Tenendosi presente
questo concetto della divinità, si comprendo la sua incrolla¬ bile fede
nel S»tpóvtov come in una rivelazione della medesima. Il l'atto che
il plurale oi '.Hol si trova in Platono come in Senofonte accanto al sì
neolaro 6 tei? potrebbe destare il sospotto elio Sorrato accanto
all'intelletto universale abbia ammesso ancora dolio altro forme divino.
Ma ciò è escluso. Egli sceglie il plurale in modo simile come, per es.,
nella Genesi il plurale Eloliim sta por il singolare della di¬ vinità.
Non è qui il luogo ili entrare in altri particolari. Ricordo sol¬ tanto
elio troviamo precedenti in Senofane e che audio Anassagora aveva già
riconosciuto un unico principio immateriale che tutto or¬ dina secondo
lini. Cho Socrate abbia conosciuta l'opera di Anassagora, apprendiamo
direttamente da Platone (Fedone. U7). Non ho bisogno di rilevare
che, con quanto fu esposto, sono sen¬ z’altro respinte le opinioni di Lèi
ut o di altri, cho considerano Socrate come un ammalato di mente, come
pure il parere di Dii l’rel, che mette il Sxqidvtov di Socrate in
relazione collo proprio teorie mistiche (2). 3. // 8r.pó/tov di
Sacrale dal punto di vista detta psicologia empirica moderna. — So
teniamo conto di tutti i fatti che Platone ci presenta, è evidente che
nel «atpivtov di Socrate si tratti ili un processo che ap¬ partiene al
campo delle inibizioni psichiche. Naturalmente non può trattarsi qui di
una inibizione nel senso della dottrina intcllcttuuli- tstica di Horbart.
Ciò che nel nostro caso è inibitorio, non appartiene all'atto al
contenuto oggettivabile della coscienza umana, ma si trova piuttosto
dalla parte puramente soggettiva di essa, cioè da quella dei sentimenti.
Da questo punto di vista dobbiamo cercare di risolvere il problema.
L’inibizione procede da un sentimento totale, che si forma in base ad un
numero più o meno grande di intensivi sentimenti par¬ ziali, legati ad
clementi rappresentativi che rimangono al limito della coscienza e che
non giungono all’appercezione. Con questo è inteso, che non può trattarsi
nel caso di Socrate, come è stalo ripetutamento affermato, di processi
allucinatoci (3). Nel fatto che l’inibizione parte da un sentimento, al
quale non corrisponde un contenuto oggettivo, sta la ragione, perchè
Socrato non può fare alcuna indicazione precisa (l) Cfr. pure (I.
/Cuccanti:, op. cit., pirte IV, c«p. XIII. tX) F. I.ÉIX'T, L)it itóiiion
de Si,croie ni. 1 4556. — C. Du Prel, Ine Ma¬ stiti d. alt. (ìrieclien,
p. 121 seg. 1.333. E caratteristico che Du Prel l'accia uso ilei Teapele
, benché riconosca che questo non sia un'opera di Platone. d) Cile
Platone colla frase nel Fedro “ xxt -iva ipiovijv £So;a xùxcàsv ày.ofkJx:
„ non vuol alludere ad una allucinazione, dimostra con molta chiarezza
anche lo Cuccante (op. cit., p. 372). Si aggiunga che. se il Szqicvtcv di
Socrate avesse tale origine, questo si rileverebbe in tutti i rispettivi
racconti platonici, ciò che non è assolutamente il caso. -
intorno al fenomeno, ma (leve in casi, in cui non lo chiama semplice¬
mente il demonico o il divino, contentarsi di termini metaforici. Parla,
ad es., di una voce, come oggi si usa il termine “ voce della
coscienza,,. Questo sentimento, sorto dapprima per via associativa, viene
poi atti¬ vamente appercopito e, riferito alla divinità, acquista il
carattere di un motivo imperativo che, coll'intensità di una forza
morale, lo co¬ stringe ad abbandonare un'intenzione presa. Dal fatto cho
l’inibizione viene da Socrate creduta un segno divino, si comprendo elio
in lui non possono mai nascere dei dubbi, come accadrebbe con altro
persone. Non vi è mai in un tal caso una lotta tra motivi in lui, mai
alcun conflitto tra doveri. Appena egli s'accorge dell’inibizione, è
assoluta¬ mente sicuro di aver avuto trasmesso un divino “No,.. Cosi la
rifles¬ sione o la fedo nel suo Sztjióv»/diventano i principi
fondamentali, che lo guidano nella sua intera attività filosòfica ed
etica. In ultima analisi si tratta qui di un fatto psichico clic si
verifica in ogni coscienza normale più o meno frequentemente, benché
molte per¬ sone non lo osservino o non si lascino da esso frenare. Di
James Stuart Mill ci viene riferito elio egli osservò il fenomeno in se
stesso molto intensamente (1). A me molte persone hanno dotto di aver
notato in sè tali inibizioni sentimentali. Siccome Socrate ci informa che
egli aveva osservato il fenomeno spesso in sè dai tempi della sua
fanciul¬ lezza, non è escluso che vi sia stata in lui por lo sviluppo di esso
una certa disposizione. Ma d'altra parto si devo ricordare (dio egli per
tempo si abituò a fare molto sul serio l'esame di se stesso o cho il
fenomeno era una parte integrale della sua fede religiosa. Dal momento
cho egli era corto cho il sentimento inibitorio era una rivelazione
divina, questa convinzione doveva dominare tutta l’anima sua. Dato questo
continuo autoesame in connessione collo sviluppo (lolla sua convinzione
teolo¬ gica, si comprendo, come dovesse entrare in giuoco un principio che
governa ogni vita psichica, cioè quello dell’esercizio. L’ininterrotto
esercizio doveva renderlo capaco di riconoscere l'inibizione di ogni
grado appena sorta e di afferrarla coll'attenzione. Si aggiunga (die la
coscienziosità colla quale cercò continuamente di compiere la sua mis¬
sione, e colla quale mirava sempre ai medesimi lini, doveva renderlo
straordinariamente sensibile o facilitare la formazione di tali senti¬
menti. Cosi si spiega il frequente ripetersi del fenomeno in tutto lo sue
azioni. Io credo clic, con quanto fu esposto, siano trovati i punti
principali «he debbono guidarci nella spiegazione psicologica del
Sacgóviov di Socrate. Tornerò sull’argomento in un lavoro più esteso, ed
in questo sarà tenuto conto delle opinioni di altri autori più di quanto
mi è stato possibile di fare in questa breve comunicazione.
(1) G. Zuccante, op. cit., p. 378. JL ~jt e 3
Federico Kiesow. SOCRATE ET VoAmour Grec. SOCRATE
ET IPAmour Grec ( Socrates sanctus nai Sepaatrjs
) D1SSERTATlON DE Jean-Matthias GESNER
Traduite en Francais pour la premiere fois Texte Latin en
regard Par Alcide BONNEAU PARIS Isidore LISEUX ,
Editeur Rue Bonaparte, jegg^arean-Matthias Gesner, 1’auteurde «JgE
cette curieuse dissertation, est I S&fe l un erudit Allemand du xvm e
sie- cle, dont les travaux ne sont pas tres- connus en France. On
lui doit d’excel- lentes etudes sur les Scriptores rei rus- ticce ,
une Chrestomathie de Ciceron, une Chrestomathie Grecque , des Lexi-
ques, une traduction Latine des ceu- vres de Lucien, des editions de
Pline le jeune, de Claudien, de Quintilien, de Rutilius Lupus
et autres anciens a rheteurs, toutcs enrichies de
notes sa- vantes et de longs prolegomenes; plus, un nombre
formidable de dissertations sur toutes sortes de sujets, Opuscula
di- versi argumenti (Breslau, 1743-45, 8 vol, in-8°), parmi
lesquelles son Socrates sanctus pce der asta tire forcement l’oeil
par la bizarrerie de son titre. Cette bizarrerie a valu au livre sa
no- toriete, et en meme temps lui a fait grand tort. Beaucoup de
gens, entre autres Voltaire, malheureusement pour 1 ’erudit
Tudesque, n’ont pas ete au dela, et iis ont construit sur cette minee
donnee un ouvrage tout entier de leur fantaisie, a 1 ’extreme
desavantage du pauvre Gesner. D’autres ont cru Voltaire sur parole
et sont arrives au meme resultat. C’est Larcher, THelleniste,
qui le pre- mier chez nous mit en lumiere cet opus- cule, dans son
Supplemenl & THistoire universelle de labbe Bapn (1767, in-8°),
en le citant parmi les ouvragcs a consulter sur le proces de Socrate ; il
se contenta d’en faire mention, sans meme traduire ni expliquer le
titre, ne s’ima- ginant pas qu’on put s’y meprendre, et qu’un homme
tel que Gesner fut suppose capable d’une indecente apologie. Vol-
taire, dont le vif et alerte esprit se plai- sait a effleurer les
surfaces, sans presque jamais approfondir, ne connaissait sans
doute pas Gesner et certainement n’avait pas lu son Socrates. Le
Supplement a VHistoire nniverselle n’etait d 7 ailleurs qu une
refutation tres-savante, quoique un peu lourde, de son Introduction
a 1'Essai sur les maeurs , publiee d^abord a part et sous le
pseudonyme de 1’abbe Bazin; quelques critiques justes qu’on y
rencontre le mirent de mauvaise humeur , et, battu sur divers points
d’erudition, il chercha une occasion de dauber Larcher, a cote du
sujet, selon son habitude. Il crut la trouver dans le livre etrange
qu’il supposa, d’aprcs le titre cite qu’il interpretait mal, s’indigna de
ce qu’on osait donner comme faisantautoritedesimons- trueuses
elucubrations (le monstrueux n’etait que dans ce qu’il imaginait),
et tantot sous le pseudonyme d’Orbilius, tantot sous celui de M Ilc
Bazin ( Defense de mon oncle, un de ses pamphlets), il ne cessa de
poursuivre la-dessus de ses bro- cards son inoflensif adversaire.
Tres- content d’avoir leve ce lievre, il a meme reproduit son
assertion plus que hasardee dans le plus populaire de ses ouvrages
; on la trouve en note de 1’article Amour socratique , du
Dictionnaire philosophi- que. « Un ecrivain moderne, nomme Larcher,
repetiteur de college, dans un libelle rempli d’erreurs en tout genre
et de la critique la plus grossiere, ose citer je ne sais quel
bouquin dans lequel on appelle Socrate Sanctus pcderastes ; So-
crate saint b ! Il n’a pas ete suivi dans ces horrcurs par 1’abbe
Foucher. » Larcher avait trop beau jeu pour ne pas repliquer. II le
fit dans sa Repons e . la Defense de mon oncle (1767, in-8°),
opuscule rare, reimprime a la suite du Supplement a 1’Histoire
universelle : « Vous m’attribuez , dit-il a Voltaire, votre infame
et infidele traduction du titre d’une dissertation de feu M.
Gesnera Je n’ai point traduit le titre de cette dis- sertation ; il
ne pouvait se prendre que dans un sens tres-honnete, mais il etait
reserve a M lle Bazin et a Orbilius de lui en donner un infame. Cela ne
vous suf- fisait-il pas? Fallait-il encore me 1 ’im- puter? »
Pour qui avait suivi toutes les phases de la discussion, Larcher et
Gesner etaient innocentes; Voltaire restait convaincu d’avoir note
dfinfamie un livre sans le connaitre. Mais ces temps sont loin ;
per- sonne aujourd’hui ne lit Larcher pour son plaisir, et le
Dictionnaire philoso- phique est dans toutes les mains. Voila
pourquoi on croit generalement que Ges~ ner a developpe le plus scabreux des
pa- radoxes et fait une apologie en regie d’un vice honteux. Nous
pourrions citer au moins un de ceux qui, se fiant a Voltaire, ont
propage 1’erreur mise par lui en cir- culation, et affirme que cette
dissertation n’est qu’un tissu d’invectives ; mais nous ne voulons
faire de la peine a personne. Gesner, ecrivain des plus doctes et
plus estime encore pour son caractere que pour son savoir,
professeur de Belles- Lettres a TUniversite de Goettingue, puis
bibliothecaire de cette universite, ne pou- vait ecrire qu’une defense de
Socrate, une refutation des calomnies dont on a obscurci sa
memoire, et que la langue a attachees a son nora d’une maniere en
quelque sorte indelebile par les mots de socratisme et d 'amour
socratique. Inquiet et tourmente, comme il 1’assure, de voir peser
sur le pere de la Philosophie de si indignes soup9ons, il a voulu
remonter aux sources, compulser tout le dossier et reviser le
proces sur les pieces memes. II l'a fait d’une facon non moins
inge- nieuse que savante dans cette disserta- tion lue a 1
’Academie de Goettingue en fevrier 1752, recueillie dans les
Memoires de cette academie (t. II, p. 1), dans les Opuscula diversi
argumenti de 1 ’auteur et tiree a part en 1769 (Utrecht, in-8°).
C’est cette derniere edition que nous avons suivie pour la reimprimer et
la tra- duire, ce qui n’avait jamais ete fait en Francais, ni
probablement dans aucune autre langue. Gesner a-t-il reussi a dis-
culper entierement Socrate? Nous l’es- perons; mais nous etions de son
avis avant d 7 avoir lu son livre, et, ccmme per- sonne ne
1’ignore, c’est surtout chez ceux qui pensent comme lui qu’un auteur, si
bon dialecticien qu’il soit, porte la con- viction. Les esprits mal faits
qui incli- nent a 1’opinion contraire, et ceux-la seront toujours
difficiles a persuader, persisteront peut-etre a trouver
singulier que Platon, interprete de Socrate, ait si souvent parle de
1’amour; qu’il ait con- sacre trois de ses plus beaux dialogues, le
Lysis , le Phedre et le Banquet , a cette brulante passion; qu’il l’ait
tant de fois soumise aux analyses les plus delicates, expliquee par
les conceptions les plus sublimes, les mythes les plus poetiques,
et que jamais, sauf un moment, dans l’admirable episode de Diotime du
Ban- quet , il ne soit question de la femme. Alcide
Bonneau. UTRECHT es hommes illustres, ceux qui sont regardes
comme tels non-seulement par la posterite, mais par leurs
contemporains, ceux surtout dont le plus grand eclat consiste precisement
dans leur vertu, sont souvent accuses, sur les plus legers indices,
de quelques travers, sinon de defauts plus graves; et c’est la un
travers iros illustres, et non a posteris solis sed coaevis
tales habitos , eos maxime quorum praecipua laus virtutis est , vitii alicujus
nedum criminis gravioris suspicari levibus ar- gumentis, vitium id quidem
non leve : reos agere et condemnare crimen et piaculum ; in
Christiano homine, in homine , in barbaro. Quanta istorum
ignominia, tanta est gloria piorum virornm qui versantur in probrosis
his l’editeur qui Iui-meme ne manque pas de gravite. Se
faire a la fois 1’accusateur et le juge, c’est une chose criminelle, un
sacrilege, qu’il s’agisse d’un Chretien, ou seulement d’un homme,
meme d’un paien. L’ignominie de ceux-la rehausse d’autant la
gloire des hommes pieux qui s’appli- quent a repousser ces odieuses
attaques. On peut le dire de Gesner, ce savant illus- tre, du petit
nombre de ceux qui depas- sant par la science tous leurs contempo-
rains, font encore plus estimer en eux les qualites du coeur que celles
de 1’esprit ; c’est un honneur pour lui d’avoir pris en main la
cause de Socrate, et un plus grand peut-etre pour Socrate d’avoir dte le
Client de Gesner. II nous a paru bon de recueillir dans
une edition nouvelle cet ouvrage de faible conatibus coercendis.
Gesnero, illustri nomini , e numero paucorum illorum qui cum
eruditione coaevos possint excellere, animi dotibus quam ingenii
celebrari malunt, incertum an honori sit caussam Socratis egisse, magis
quam Socrati Gesnerum habuisse patronum. Visum fuit ,
memoriam brevis operae sed auro contra noti carae nova editione colere.
Docuit vir praeclarus , scripto quidem, quam inani co- natu virtus
summi hominis sollicitata fuerit ab obscuris obtrectatoribus , qui non
solent deesse virtuti. Docuit autem exemplo, pertinere ad dimension,
mais qui ne serait pas trop cher paye au poids de For. Son
excellent auteur nous y montre, la plume a la main, 1’inanite des
efforts diriges contre un sage par ces obscurs detracteurs qui ne
man- quent jamais a lavertu; il nous fait voir aussi, par son
exemple, qu’il appartient a tout honnete homme de defendre la cause
des gens de bien. II nous enseigne surtout avec quel soin et avec quelle
erudition il est besoin d’ecrire dans de telles matieres, ou l’on
ne doit rien avancer qu’apres un examen scrupuleux. Profite
donc, lecteur, de ce travail, plus utile qu’il ne le semblerait au
premier abord; et si, par ignorance ou par trop forte credulite, tu
as rejetd loin de toi les ecrits Socratiques, reprends-les
maintenant et garde-les avec amour. Il nous sera per- bonos
omnes bonorum virorum caussam : tum et illud, in primis, ubi ejus modi
res agitur, accu- rate et docte scribendum esse, nec arripi quid-
piam absque subtili examine, et benevolo illo , debere.
Fruere, Lector , labore utiliori quam decet : et si imprudentius
forte abjeceris Socraticas char- tas nimium credulus, abi continuo et in
sinu eas reconde. Integrum erit culpare qui Socratem citant, tibi
convenisset laudari Davidem et Sa- lomonem : sed patiamur , bonum et
pauperem Socratem . , placide subridentem , sereno vultu ,
xvi l’editeur au lecteur mis a notre tour de mettre en
accusation ceux qui font un crime a Socrate de ce qu'ils
trouveraient admirable s’il s’agissait de David et de Salomon ; mais
laissons le bon et pauvre Philosophe s’interposer dou- cement avec
son placide sourire, son tran- quille visage, et s’ecrier : Moi aussi,
Vertu, je t’ai honoree, Deesse ! Quant a ceux qui blameront
cette apolo- gie, non comme excessive, grands dieux, car que
pourrait-on dire de trop sur So- crate ? mais comme inconvenante et
depla- cee, qirils prennent garde de tomber dans Todieux de cette
populace Portugaise tou- jours prete, sinon a lapider ou a bruler,
du moins a exorciser a force de signes de croix traces d’un doigt
tremblant, le teme- raire qui oserait croire que la Bienheu- reuse
Vierge Marie etait une Juive. leniter interponere, Et ego te,
Virtus ! colui Deam, Quibus fastidium movent elogia, justa Di
boni! quid enim de Socrate dici nimium potest? sed quce magis
opportune forsatn collocari potuis- sent, videant ne in odium id evadat,
quale est plebis Lusitanae, si non rogum parantis aut la- pides,
saltim tremente digito averruncas cruces describentis, si quis auserit
credere, B. Virginem Judaeam fuisse. SOCRATE
ET L’Amour Grec IO. MATTHI. GESNERI V.
C. Socrates SANCTUS T/E D E T{A STA t
nihil tam alte vel natura , vel virtus , vel fortuna constituit, in
quo non vel deprehendatur ali- quid labis et vitii , vel vires suas
experia- tur maledica invidia , cujus vocibus boni etiam viri
abripi se ad suspicandum certe non nunquam patiuntur : ita mirum
non est , neque excelsam Socratis gloriam
Socrate ET L’qAMOU% g%ec 1 n’est rien de
place si haut par la nature, la vertu ou la fortune, qui n’ait ses
taches ou ses inv perfections, ou que 1’envie ne s’efforce
d’atteindre, cette medisante envie dont les clameurs poussent 1’homme de
bien lui-meme a soupconner le mal : c’est pourquoi nous nc devons
point nous obtrectatoribus suis carnis se. Ac de Anyti Melitique
criminibus, quibus op- pressus est vir innocens , et, si forte
vani- tatis aut nugarum et cavillationum pos- tulatus, et Scurrae
nomine traductus est (i), in prcesenti non erimus soliciti. Unum
crimen est, quod, varie jactatum, et plus semel non sine specie in scenam
reduc- tum scepe me solicitum habuit, Fuerit ne impuro ac
detestabili puerorum amori deditus? Hoc enim si verum sit, actum
est profecto de virtute viri, indignus est cujus cum honore nomen
usurpetur. 2. Postulatum esse hujus turpitudinis, negari non
potest. Mittimus , quae de adolescentia viri ad libidinem proclivi
(i) Factum id esse a Zenone Epicureo, prodidit Cic. de Nat. Deor.
i, C. 34, ubi vid. Davis. etonner que lagloire si haute de
Socrate ait eu, elle aussi, ses detracteurs. Tou- tefois nous ne
voulons ni parier ici des accusations d’Anytus et de Melitus sous
lesquelles succomba son innocence, ni nous inquieter de savoir si ce
grand homine a ete incrimine de vanite, de mensonge et de sophisme,
affuble du surnom de Bouffon[i). Une seule accu- sation m’a souvent
tourmente ; c’est celle qui, sans cesse discutee, a toujours ete
remise en avant, non sans apparence de justesse: Socrate etait-il adonne
d l’impur et detestable amour des jeanes gargons ? Si cela est
vrai, c’en est fait des- ormais de la vertu de cet homme ; c’est un
indigne, lui dont on ne prononce le nom qu’avec respect. 2.
Qu’il ait ete accuse de cette turpi- tude, le fait est certain.
Negligeons ce que Porphyre, d’apres Theodoret [De la (i)
Comme le fait PEpicurien Zenon, au dire de Ci- c6ron {De Natura Deorum ,
i) ; consuit, la-dessus J. Davies. i .
Porphyrius apud Theodoretum [Graecar, affect. cur. ser. 4 pr.) memorat :
nam ibidem additur , illum c-ojo^ xat oioayrj xouxou? a^aviaat xou;
xurcous, impressas ve- luti notas libidinum studio ac doctrina
abolevisse (1). Neque valde huc faciunt , quce ex eodem Porphyrio , qui
Aristo- xeno auctore usus sit, idem Theodore- tus (Serm. 12 p. iy5,
8) memorat, par- tim quod ad adolescendam primam viri, de qua nobis
sermo non est, pertinent , partim quod Archelaus Anaxagorae dis-
cipulus, honestus amator (spaax 7 ]$) ipsius fuit. Ejusdem generis est,
quod Cyrillus (contra Julia. 6, p. 186, D) ex eodem Porphyrio (in
Historia Philosopha , libro olim deperdito) refert , Socratem -po; xr (
v twv aopootatwv yp7jatv acpo Spdxspov p.sv sivac, aoizov os p.rj
-poasTvat. t\ yap xaT;Ya[j.sxaT;, vj xat? •/.oivat; y prjaQat fj-ovat?.
Fuisse ad res venereas aliquantum vehementem, sed injuriam
abfuisse, qui vel uxoribus solis, vel (1) Conf. quae in fra de
mali equi Socratici notis dicentur. § 18. et l’amour grec
7 cure des prejuges des Grecs , Disc. iv), raconte de sa
jeunesse, laquelle aurait ete encline au libertinage ; 1’auteur
ajoute, en effet, au meme endroit qu’il parvint a effacer en lui, par
Venergie de sa volonte \ jusqu’aux traces meme des passions (i). Ne
nous occupons pas non plus de ce que le meme Theodoret (Discours
xn) emprunte encore a Por- phyre, qui lui-meme suivait Aristoxene,
c’est-a-dire de ce qui se rapporte a la premiere jeunesse de Socrate
(elle n’est pas en cause), et a ce disciple d’Anaxa- goras, Archelaus,
qui aurait ete, en tout bien tout honneur, un ami fervent
(!pa<j-r]s) du philosophe. A la meme cate- gorie appartient ce que S.
Cyrille [Contre Jidien, 6) a extrait de YHistoire philosophi que de
Porphyre, livre aujour- d’hui perdu : a savoir que Socrate et ait
violemment pousse aux choscs de ia- mour, mais qiiil s’abstint de faire
tort a (i) Voyez ce que l’on dit plus bas des marques du «
mauvais cheval Socratique. » (quam diu caelebs esset)
communibus uteretur. Nondum quidquam ex Por- phyrio vel Aristoxeno,
quem ille aucto- rem sequitur, allatum est de horribili scelere,
Pcederastia : quod praetermissu- rus non erat, qui satis hic in
Philosophice parentem iniquus est, Cyrillus. Decla- mat igitur
praeter rem Socrates alter (Hist. Eccles. 3, 23, p. i gj, D), cum ita
de Porphyrio narrat, IIopcpupio; xou xopu^aio- xaxoa xoiv
<piXoao<ptov, Scoxpaxous, xov [3''ov oietu- psv £v ifi
YsypaixpiEvr] auxai <piA oaoow toxopta, xai xoiauxa Tuept auxou
ypa^a;xaxdXi7TEv, oia av p.7]xs MeTaxo;, p.r[x£ v Avuxo; oi jpa^aixsvoi
Swxpaxrjv ItTictv e-zyjiprjGxv, ita traductum, ait, a Porphyrio
Socratem, talia de viro scripta, quae neque accusatores ipsius Anytus
et Melitus dicere in ipsum ausi sint. Acci- pimus, quod negat
objectam in judicio turpitudinem talem Socrati, quo nempe argumento
constet, famam viri hac tum macula caruisse. Sed nec a Porphyrio
plura aut turpiora his memorata, quae jam vidimus, satis illud argumento
est , quod iniqui Socratis glorice homines, personne,
en riusant jamais que de ses propres femmes ou , durant son
celibat, des femmes qui apparticnnent a tout le monde. Nulle part,
soit chez Porphyre, soit chez Aristoxene que Porphyre co- piait, il
n'est rien allegue de cet horrible crime : Pederastie ! II ne Paurait
point passe sous silence, ce Cyrille si injuste envers lepore de la
Philosophie. IPautre Socrate ( Histoire ecclesiastique, m, 23 )
avance donc une insigne faussete lors- qu’il dit : « Porphyre a compose
la vie de Socrate, le coryphee des philosophes, d’apres les
histoires ecrites sur lui ; et il nous a transmis, d Vaide de ces
docu- ments, des choses si monstrueuses que les accusateurs de
Socrate, Anytus et Meli - tus, n’ont pas meme ose' les lui reprocher.
» Retenons seulement de ceci Taveu qu’on n’en fit pas un grief a
Socrate, lors du jugement public, ce qui ressort de la phrase
elle-meme, et que cette tache fut alors epargneeT a sa renommee.
Mais Porphyre n’a pas rapporte autre chose ou des choses plus
monstrueuses que ce Cyrillus ac Theodoretus, non plura pro-
tulere, quibus fuerant haud dubie cau- sam suam , si res facultatem
dedisset, ornaturi. 3. Nempe nec Aristophanes , qui
cor- ruptce ad impietatem et calumniandi ar- tem juventutis accusat
in Nubibus Socra- tem . hujus criminis ullam mentionem facit , non
omissurus profecto , si illud adhaerescere posse putasset. Nec
forte quisquam est ex omni antiquitate remo- tiore illa, et temporibus
Philosophi pro- pinqua . , serius et severus accusator hujus criminis.
Lusit inter posteriores, pro petulanti illo ingenio suo, Lucianus
(de CEco, ita enim potius dicendus erat ille libellus quam de Domo,
c. 4 , T. 3, p. ig 2 , 83) cum accusat Socratem, qui non erubuerit
advocare Musas, virgines, cuvsaojjiva; ia -aiBepaama, ut audirent
illos de puerorum amore sermones. At- qui illi sermones, uti mox
videbimus. que nous venons de dire ; nous en trou- vons la
preuve en ce que S. Cyrille et Theodoret, deux detracteurs de
Socrate, n’en ont souffle mot, et qu’ils n’auraient pas manque d’en
orner leurs diatribes si la chose eut ete possible. 3 . En
second lieu, Aristophane qui, dans ses Nuees , represente Socrate
comme un corrupteur de la jeunesse, comme faisant de 1’imposture un
enseignement, n’a pas davantage mentionne cette accu- sation;
l’aurait-il omise, si elle eut pu s’appliquer a Thomme qu’il bafouait?
II n’y a enfin personne, si l’on prend des temoins dans cette
antiquite reculee ou dans les temps voisins du Philosophe, qui se
presente comme un accusateur serieux et digne de foi. Plus tard
seule- ment Lucien, entraine par sa verve moqueuse (dans 1’opuscule
que l’on tra- duit ordinairement De Domo et qu’il vaudrait mieux
traduire De CEco , chap. iv), reprocha a Socrate de n’avoir pas
rougi d ; invoquer les Muses, des
reprehendant vehementer amorem : re- spicit enim ad Phcedrum
Platonis (p. 340 , G) de quo dedita opera dicendum erit. Qua ? in
Amoribus (c. 24. To. 2. p. 424 , go) in Socraticum amorem
Platonicum- que vel a Luciano, vel quicunque auctor est, jocose et
per calumniam dicuntur, ea ad ipsum illum locum diluisse me
arbitror . 4. Sed veterum criminationes Maxi- mus Tyrius (
Dissertat . 2S. 26. et 27 al. g. 10. 11) refutavit, ut non videatur
opus esse aliquid addi : cum praesertim tanto magis et agnoscant
innocentiam Socratis, et illud crimen ab illo depel- lant ut hujus,
ita paullo superioris aitatis homines, quo magis virum ex aequalium
ac paullo juniorum de illo scriptis ut cognoscere possent, cuique contigit.
Quin ne consultum quidem judicarem veterem litem resuscitare , nisi
viderem, nuper et l’amour grec i3 vierges, pour leur
faire dcouter ces fa- mcnx discours sur Vamour des jeunes gargons.
Mais ces discours, comme nous allons le voir, blament fortement
cette sorte d’amour; Lucien fait, en effet, allusion au Phedre de
Platon dont nous aurons a nous occuper. Ce que Fon dit
debamourSocratiqueet Platonique dans les Amonrs , que ces dialogues
soient de Lucien ou de tout autre, n’est qu’une plaisanterie ou une
mechancete, comme je\ l’ai demontre en temps et lieu (i). 4.
Maxime de Tyr ( Dissertations 25 , 26 et 27) a d’ailleurs refute toutes
les ac- cusations portees a ce sujet par les an- ciens, etilserait
inutile d’y rien ajouter. Le meilleur argument, c’est que ceux qui
ont le mieux reconnu Tinnocence de Socrate et repousse loin de lui avec
le plus de force 1’accusation infame, sont les hommes de la
generation qui a imme- (1) Dans ses notes sur Lucien, dont il a
fait une edition et une traduction Latine tres-estimees. fuisse, et esse hodie homines eruditos,
et bonos viros, qui pravam de patre illo Philosophia ? opinionem
conceperint, quo- rum non pono nomina, quia mihi non cum ullo
homine certamen esse volo, sed cum opinione ea, quam praeterquam
quod falsam puto, etiam virtuti noxiam , praeter consilium quidem bonorum
viro- rum, humanitati certe adversam esse, arbitror.
5. Qui autem fieri potuit, ut homines neque indocti neque maligni in
sinistram falsamque de Socrate opinionem incide- rint? ut apologia
vir sanctus opus habeat? Praeter naturalem illam -/.axor{0£tav nos-
tram, quae imis velut medullis fixa , et superbiae illius nostrae nixa
radicibus. et l’amour grec i5 diatement suivi la
sienne. Or, ce sont les contemporains et leurs successeurs
immediats qui peuvent le mieux juger un homme, en pleine connaissance de
tout ce qu’on aecrit sur lui. Je n’aurais donc pas songe a ressusciter
cette vieille que- relle si je n’avais vu naguere, et tout
recemment encore, des hommes instruits, vertueux, concevoir la plus
mauvaise opinion de ce pere de la Philosophie ; je ne dirai pas
leurs noms, ne voulant me prendre corps a corps avec personne, mais
seulement avec une opinion que je considere comme sans fondement,
nuisible a la vertu, et, contrairemcnt a 1’avis de ces gens de bien,
defavorable a 1’humanite tout entiere. 5. Comment donc a-t-il
pu se faire que des personnages qui ne p£chent ni par ignorance ni
par mechancete, aient concu de Socrate une opinion si facheuse et
si fausse? Pourquoi cet homme veri- tablement saint a-t-il besoin d’etre
de- fendu? En dehors de cette maligni te inter ultima
vitia eradicatur, ceterasque ex genere morum rationes, conveniunt
hic alia qucedam , quce facilem errandi occasionem praebent. Magna pars
docto- rum etiam hominum legendi laborem fugit, legendi uno tenore,
continuata attentione , totos veterum scriptorum libros; sed satis
habet decerpere quce- dam, in quce primum incurrere oculi, aut,
quod deterius frequentius que idem, repetere ab aliis excerpta, et e
media nonnunquam sermonum velut compage evulsa, de quorum sic
sententia non facile sit judicare. Platonis libri , unde pleraque
Socratica peti hodie necesse est, multos arcent ob Atticum illud sermonis
genus, breve et acutum, floridum praeterea, ac semipoeticum,
ipsamque disserendi ratio- nem subtiliorem scepe, quam ut mediocri
attentione, non acutissimi homines illam statim adsequantur. Nec licet ,
ut adhuc res est, ad interpretes confugere ; qui quoties vel nihil
dicant, vel alia omnia dicant, vix sine invidia licet commemo-
rare. Et tamen nisi attente legas, et to- naturelle qui reste
fixee jusqu’au fond de nos moelles, qui se fortifie de notre or-
gueil et qui ne s’arrache qidavec les der- niers defauts, outre encore
diverses rai- sons tirees de nos mceurs, il a fallu pour cela un
concours de circonstances pro- pres a faciliter 1’erreur. La plupart
des gens instruits eux-memes evitent la fa- tigue de lire dans leur
entier, avec une attention soutenue, tous les livres ecrits par les
Anciens ; on a plus tot fait de choisir quelques passages, les
premiers qui tombent sous les yeux, ou, ce qui est bien pire, de
s'en tenir aux passages choisis par d’autres, a des fragments de-
taches de 1’ensemble et dont il est par consequent difficile d’apprecier
le sens veritable. C’est ce qui arrive des livres de Platon, d’ou
il nous faut aujourd’hui tirer toutc la doctrine Socratique ; iis
embarrassent bon nornbre de lecteurs par leur style trop Attique, raffine
et aiguise, fleuri pourtant et semi-poetique, par ces controverses
si subtiles souvent que, si 1’attention se relache, 1’esprit le
tos legas dialogos, et qua
scripti sunt lingua legas, non est ut de sententia illorum, h. e.
quam tribuat Plato sen- tentiam Socrati, recte judices. Quare mirum
non est, si multi refugiant lectio- nem ita laboriosam ; et illis veluti
spinis a familiari tractatione eorum librorum deterreantur .
6. Denique si quid etiam tribuatur a Platone Socrati, tamen, si
illud Xeno- phontis narrationi repugnet, non dubi- taverim equidem,
fidem potius adhibere Grylli filio, memor illius, quod narrat
Laertius 3, 35, Socratem , cum Lysin Platonis legisset, dixisse , to;
tzoXKx uoj plus
eclaire n’cn suit pas aisemcnt le fil. Et il serait inutile, dans le cas
present, de recourir aux annotateurs ; ou iis ne disent rien, ou
iis disent tout autre chose que ce qu’il faudrait ; on ne peut
s’empecher de leur en faire un re- proche. Cependant, amoins de lire
avec un soin scrupuleux tous les dialogues de Platon et de les iire
dans la langue meme ou iis ont ete ecrits, il n’est pas possible de
juger saineinent de leur doctrine, c’est-a-dire de la doctrine que
Platon attribue a Socrate. Il n’est donc pas sur- prenant que
nombre de gens reculent devant une si laborieuse lecture et soient
rebutes, comme par des epines, du commerce familier de ces livres.
6. Enfin il faut dire que si Platon at- tribue a Socrate une
maniere de voir contredite par la narration de Xenophon, il n’y a
pas a hesiter : c’est a Xenophon qu’il faut se fier, si l’on se souvient
du mot rapporte par Diogene de Laerte (ui, 35). Socrate, apres
avoir lu le Lysis
xaxe^uBeO’ 6 veavfoxo; ; Quam multa de me mentitur adolescens!
Tanto magis hoc memorabile est , quod ille Dialogus ita scriptus
est, ut non modo tanquam per- sona colloquens inducatur Socrates,
sed tanquam, qui ipsum illum dialogum scripserit. Ceterum quia hic
sumus, hoc breviter indicamus, amatorium quidem esse hunc libellum
, sed nihil habere pu- dendum ne Platoni quidem. Argumen- tum hoc
est : Queritur Lysidis amator Hippothales, ab illo se non amari ;
So- crates ostendit, si velit amari, non adu- landum esse puero,
sic enim futurum superbiorem ; sed illi potius ostenden- dum,
quibus rebus indigeat, et quam parum in ipso sit boni (i). Deinde
dela- bitur in disputationem, Quis proprie amicus sit vocandus? et,
In quo insit natura amicitia’ ? plenam illam quidem cavillationum ,
sed praeclararum etiam de amicitia sententiarum. Ceterum tri-
(i) Sic nempe ipse solebat Socrates in potestatem quasi suam
redigere adolescentulos, de quo que- rentem audiemus Alcibiadem. de
Platon, se serait ecrie : « Comme ce jenne homme invente souvent ce qu’il
me fait dire! » Le mot est d’autant plus remarquable que, dans ce
dialogue, So- crate estpresente non comme un simple interlocuteur,
mais comme s’il avait ecrit lui-meme tout le morceau. Pen- dant
quenous y sommes, disons brieve- ment que cetouvrage roule sur
1’amour, mais qu’il n’y a rien dont put rougir Platon lui-meme.
Voici le sujet : Hip- pothales, qui aime Lysis, se plaint de ne pas
en etre aime; Socrate lui demontre que s’il veut 1’etre, il ne faut pas
qu’il fiatte ce jeune homme, ce qui le rendrait plus orgueilleux
encore ; il vaut mieux qu’il lui represente tout ce qui lui man-
que et le peu de bonnes qualites quhl possede (i). On discute ensuite ces
ques- tions : Qui est digne d’etre appele un ve- ritable ami? et,
Quelle est la nature de Tamitie? Controverse pleine, il est vrai,
(i) C’est ainsi que Socrate avait en effet coutumc d’assujettir les
jeunes gens & son autorite, et nous voyons Alcibiade s’en plaindre. bui a Platone colloquentibus, de quibus
ipsi non cogitarint, vetus observatio est , de qua vid. Athenaeus
Deipnos. i, i / ad fin. p. 5 o 5 . Qiio dialogorum more se excusat,
etiam Varroni in Academico- rum dedicatione Tullius. Neque ausim
Platonis ipsius, junioris praesertim, pa- trocinium suscipere de
mollioribus versi- culis, quos Apulejus servavit (Apol. p. 279 sq.)
et Laertius Diogenes ( 3 , 2g) : de quibus modo in neutram partem
dis- puto, causamque Platonis a Socratis causa hac in re
sejungo. 7. Quaecunque vero cum aliqua specie testimonia
Platonis contra Socratem pro- feruntur, ea cum ex Phaedro, nescio
quam bona semper fide, corrupte quidem et perverse non nunquam, depromi
vi- deam, propter ea pretium opera* putavi, de futilites, mais
aussi de remarquables definitions dePamitie. C ; est uneobserva-
tion qui a ete faite depuis longtemps, que Platon attribue a ses
interlocuteurs des idees qu’ils n’ont jamais eues : on peut
consulter la-dessus Athenee ( Dei - pnosophistes i, ii). Ciceron, qui
avait le meme defaut, s’en excuse sur le genre meme du dialogue ,
dans son envoi des Academiques a Varron. Je n’ose pas non plus
defendre Platon du reproche d’avoir commis, surtout dans sa jeunesse,
des vers badins tels que ceux que nous ont conserves Apulee (dans
son Apologie) et Diogene de Laerte (m, 29); vieux ou jeune, jen’ai
pas affaire a lui et je separe completement sa cause de celle de
So- crate. 7. Entrelesdiverstemoignages fournis par
lui, ceux que Ton peut alleguer con- tre Socrate avec quelque apparence
de justesse sont tires du Phedre ; pas tou- jours bien
scrupuleusement et quelque- fois a 1’aide d’alterations ou de
contre- non semel totum illum dialogum attento animo
perlegere , et uno quidem tenore , et lingua sua, ne quid eorum me
falleret, qua • saepe fraudi esse viris doctis, modo dicebam. Ac
spero non ingratum fore aliis, quorum rationes non ferunt tam
longam solicitamque operam, si hic pos- sint brevi studio cognoscere
velut oecono- miam illius libri et argumentum, inde- que de toto
consilio vel Platonis vel Socratis arbitrari. Concedamus enim, ne
abuti videamur illa, quam modo propo- suimus observatione, Socratis hic
veram sententiam bona fide a Platone proponi. 8 . Ac primo
illud meminerimus, So- cratem hic (p. 340, E) introduci senem,
tantum non decrepitum, quem facile ju- venis Phaedrus viribus superet.
Jam fingitur Phaedrus audisse Lysiam dispu- tantem, magis
obsequendum gratifican- dumque esse non amanti, quam amanti :
camque orationem Socrati prcelegere sens. Cest ce qui m’a engage a
lire attentivement ce dialogue, et plutot deux fois qu’une, dans
son entier, et dans le Grec, afin d’echapper a ces chances d’er-
reur dont j’ai parle plus haut et qui font trebucher les plus doctes. II
sera peut-etre interessant, je 1’espere, pour ceux dont 1’esprit
repugnerai-t a une besogne si longue et si difficile, de connaitre
sans grande etude le sujet et pour ainsi dire 1’economie de ce
livre, et de pouvoir apprecier toute la theorie de Platon ou de
Socrate. Nous admettrons, pour ne pas abuser de la reserve faite par
nous plus haut, que la doctrine de Socrate a ete ici exposee de
bonne foi par Platon. 8. Rappelons d’abord que Socrate y est
presente comme un vieillard, non pas tout a fait tombe en
decrepitude, mais qu’un jeune homme, comme Phe- dre, peut maitriser
aisement. Phedre ra- conte qu’il a entendu Lysias discourir sur
cette question : Un jeune homme doit-il avoir plus de facilite et de
com- 2b (a p. 338 , C. ad 33 g, G).
Reprehendit hanc Lysiae orationem , cante quidem et multa cum
ironia Socrates , et meliora se audisse ait , quae dicere illum
amabilis- sime cogit Phcedrus. Incipit hic a Musa- rum invocatione
(p. 340 , G) quam calum- niatur, ut modo dicebamus 3 ), Lu- cianus
: cum sit nihil in ea oratione non virginum auribus dignissimum.
Orditur a definitione Amoris (p. 341, D) quem vocat cupiditatem ,
quae incitate feratur ad voluptatem
pulchritudinis, et inde, quam mala res, quam noxia sit,
ostendit (ad p. 342, F) et claudit hexametro : A'j-/.ol aova
oi^ouV, ojq ~aToa epAouVjtv 1 r’ 1 ! |Sf/aTra’..
Ut cordi agna lupo est, puerum sic ardet amator. 9. Bene ista
, et Musis faventibus. Sed subito, At Amor tamen Deus est, inquit ,
et palinodiam parat , quae incipit (p. 3 43 . plaisance pour celui
qui ne 1’aime pasque pour celui qui Faime ardemment ? II lit
ensuite ce discours a Socrate. Celui-ci, avec beaucoup de finesse et
ddronie, trouve a blamer dans la composition oratoire de Lysias et
pretend qu'il a en- tendu dire la-dessus autrefois de bien plus
belles choses; Phedre le conjure de les lui rapporter. Socrate debute
alors par cette invocation aux Muses que Lu- cien a calomniee,
comme nous le disions plus haut, car il n’y a rien dans tout le
discours qui ne soit parfaitement digne des oreilles chastes. II commence
par la definition de 1’amour, qu’il appelle un desir violemment
entraine vers le plaisir que promet la beaute ; il enumere en-
suite les ecarts auxquels il peut pousser et conclut parcet hexametre
: Comme le loup aivic Vagneau , ainsi Vamoureux [cherit
le jeune garcon. 9. Voila qui est bien, grace aux Muses. Mais
aussitot : L’ Amonr est cependant un Dieu, s’ecrie-t-il ; et il
entrcprend une F) ab
eo, uti dicat, non ideo amorem damnandum fuisse, quod sit furor ;
esse enim furorem etiam bonum aliquem : ipsam [jLavTixrjv 5.
divinatoriam facultatem esse a verbo [i-aiveaOai dictam , velut
quan- dam [j.avi/7]v s. furiosam. Talis furoris plura genera enarrat
, in his etiam ponit amorem, cumque (p. 344, C ) magnae felicitatis
causa tum amantis cum amati datum his esse divinitus, conatur
osten- dere. Ad eam demonstrationem sumit primo hanc propositionem.
Omnem ani- mam esse immortalem, quam inde pro- bat (quam bene vel
male , nunc non dis- putamus) quod principium motus sui in se
habeat. 1 0 . Deinde similem ait animam no- stram, etiam
antequam ea in corpus ve- niat, bigae alatae cum suo auriga. Alte-
rum hujus biga 3 equum bonum ponit et tractabilem (ibid. E), malum
alterum ac refractarium. Sic coelestia spatia ingre- diuntur ista •
cum suo auriga bigce, et ET l’aMOUR GREC 2(J palinodic
en declarant tout d’abord que 1’amour n'est pas condamnable en soi,
qu’il estun delire, et que dans tout delire il y a quelque chose de bon ;
que fxavnxr], la divination, derive du mot (jiodveaGai, comme qui
dirait [xavtxr), c’est-a-dire folle. II compte diverses especes de
delires parmi lesquelles il place 1’amour, et il s’efforce de montrer que
c’est un present divin fait a bhomme pour le plus grand bonheur de
celu*i qui aime et de celui qui est aime. Sa demonstration s’appuie
sur cette proposition premiere: Tonte dme est immortelle, dont il tire
la preuve (bien ou mal, ce n’est pas notre affaire) de ce qu’elle a
en soi le principe de son mouvement. io. Il compare ensuite
notre ame, avant qu’elle ne vienne habiter un corps, a un attelage
aile, compose de deux chevaux et d’un cocher. L’un des chevaux est
excellent et docile ; 1’autre, d’un mauvais naturel et retif.
L’attelage parcourt ainsi les espaces celestes, avec Deorum
aliquem secutce (Socratis anima Jovem , p. 846 , D) ea spatia
permeant. In hoc volatu et illa equorum dissimilium dissensione,
alia; quidem anima; retinent alas, et ad sublimia feruntur, contem-
plantur que ea etiam, qua; extra supre- mum coeli orbem sunt (p. 345 ,
B). Alia;, qua; partim in altum elata; viderunt plu- ra, partim ab
equo illo refractario impe- dita; ac retractae, pauciora ;
ruptisque per illam equorum in diversa tendentium luctam pennis
atque amissis, cadunt, et in corpora humana veniunt. 1 1 .
Harum, pro gradu cognitionis illius et inspectionis rerum
coelestium diverso, novem classes constituit (ibid. F). Qua
plurimum veritatis et rerum coeles- tium vidit anima, ea inseritur
semini, e quo nascatur aliquis sapientias, pulchri, doctrinas, et
amoris studiosus, st? yovfjV et l’amour grec 3 I son
cochcr, et s’elance a la suite de l’un des douze dieux ( 1 ’ame de Socrate
sui- vait Jupiter). Dans cette course a travers les espaces et
malgre la lutte des deux chevaux, si dissemblables, quelques ames
parviennent a garder leurs ailes, voya- gent dans les regions etherees et
con- templent meme ce qui est au dela de la voute du ciel. Les
autres, parfois em- portees jusqu'aux plus hautes regions, parfois
retenues et embarrassees par le cheval retif, n’arrivent qu’a
connaitre une partie des mysteres ; dans cette lutte des chevaux
qui tirent en sens inverse, elles brisent et perdent leurs ailes ;
ces ames tombent alors sur terre et sont emprisonneesdans les corps
des hommes. 1 1 . Suivant le degre de connaissance qu'elles
ont atteint dans la contempla- tion des essences, Socrate divise en
neuf classes ces ames dechues. Celle qui a per9u le plus de verite
et de choses sublimes, vient animer le germe d’ou naitra un homme
tont entier consacre au avopo? ycV7]ao[j.c'vO’j ?
oiXoao^ou, 7) <pt\oxaXou, tj fi.ouaixou Ttvos, x at spamxoy. Secundi
fastigii anima animabit regem, legibus, bello, imperio, potentem :
tertiae classis anima civitatis familiaeque regendae et rei fa-
ciendae peritum : quartae, laboris aman- tem eundemque in exercendis
sanan- disve versantem corporibus : quinti ordinis animae vitam
habebunt in vati- cinando, aut in castimoniis initiisque
mysteriorum occupatam : sexti, poetas : septimi, geometras aut fabros :
octavi sophistas aut cum factione populares : noni denique
animabunt tyrannidis cu- pidos. Multa hic nec injucunda de hoc
ordine , de his vitee generibus, disputandi occasio : sed maneamus in
argumento nostro. 12 . Ha’ omnes anima?, cum morte
dis- cesserunt a corporibus, in locum vel pce- 33
ET L’AMOUR GREC culte de la sagesse, de la beaute , de
la Science et de Vamour ; Vdme du second degre vivra dans le corps
d’un roi juste , belliqueux et capable de commandere celle du
troisieme fonnera un homme habile a administrer sa famille, sa cite
ou la chose publique ; celle du quatrieme un athldte laborieux ou un
medecin, tous deux occupes soit d exercer le corps humain , soit d
le guerir ; les ames de la cinquibme classe passeront leur vie ,
soit d predire 1’avenir, soit d initier aux abstinences et aux
mysteres ; celles de la sixieme former ont des poetes ; celles de
la septieme , des laboureurs ou des ou- vriers,- celles de la huitieme,
des sophistes ou des chefs de factions populaires ; celles de la
neuvidme, enfin, des tyrans. Ce serait peut-etre 1 ’occasion de
dispu- ter, et non sans agrement, des rangs assignes a ces ames et
de leur genre de vie : mais restons dans notre sujet. 1
2.Toutes ces ames,quandle trepas les a separees du corps, parviennent au
sejour narum vel pr cerni orum perveniunt, et mille
exactis annis, accipiunt potesta- tem eligendi sibi nova corpora , vitas
novas, sive hominum sive bestiarum . Quce anima ter sibi, exactis
millenis illis annis, primam istam sedulo philoso- phantis, sive
pueros cum philosophia amantis, vitam delegerit (p. 3g5, G) tou
<ptXocrocprjaavto; aooXc. 05, r] "atospaaxrJcjavTO; [j.£xa
<ptXoao<p''a;, ea, absoluta ista ter mille annorum periodo , pennas
denuo accipit, quibus ut ante tolli, deum aliquem sequi,
contemplari coelestia , queat : cum reli- quarum octo classium animae,
non nisi decies mille annorum periodo absoluta, in primam illam
conditionem restituan- tur. Hoc ipsum quod primam et felicis- simam
classem Paederastarum philoso- phantium constituit, quod tantum
prae- mium illis, compendium septies mille annorum, tribuit Mythi
hujus s. Allego- ria ? auctor, sive Socrates fuit, sive Pla- to ;
hoc ipsum igitur jam satis monere nos poterat, non posse hic sermonem
esse de re ita turpi , quam fuisse illud, cujus ET LaMOUR
GREC 35 des peines et des recompenses, et au
bout de mille annees, recoivent la permission de choisir de
nouveaux corps, soitd’hom- mes soit de betes, et de vivre de nou-
velles vies. L’ame qui, durant trois revo- lutions de mille annees, trois
fois de suite a choisi Texistence d’un homme quicultive sincerement
la philosophie, ou qui aime les jeunes gens d'un amour
philosophique , a 1’expiration de cette triple periode, recouvre les
ailes qidelle possedait autrefois et peut, comme au- paravant,
suivre l’un des dieux et con- templer les essences celestes. Les
huit autres classes ne retournent a cette con- dition premiere
qu’apres une revolution de dix mille annees. Ainsi la premiere
classe et la plus heureuse est celle des philosophes amis des jeunes
gens, et l’in- venteur de ce mythe ou allegorie, que ce soit
Socrate ou Platon, la favorise d’une exemption de sept mille annees
: cela seul nous avertit assez qu’il ne peut etre question ici de
ce vice infame dont on accuse Socrate et que d’ailleurs les
3postulatur Socrates, ipsis etiam legibus Atticis, paullo post ostendemus
: sed ma- gis hoc apparebit, si quis ea, qu ce sequun- tur, apud
Platonem paullo attentius considerare mecum voluerit. i 3 .
Intelligentia hominum , ex pluribus rebus sensu perceptis collecta, nihil
est aliud, quam recordatio illorum, quae anima in illo volatu suo
coelesti viderat, quae sola verum illud ens sunt (t 6 ov-co; ov, p.
346, A). Haec intelligentia maxima est in illa prima philo sophantium
paede- rastarum classe : haec ipsa est, ob quam alas soli
recipiunt, quibus volatum illum coelestem, deorumque comitatum tentant
: prae qua terrena hcec, et sensus externos ferientia, ita
negligunt, ut male sani aliis et furiosi videantur, icocpa
-/.ivouvts?, quos commotos s. commotce mentis vocat Horatius (Serm.
2, 3 , 2og et 278), cum re vera divino quodam spiritu agi- tentur,
svOouaux^oviss, qui illos semper ad coelestem illam pulchritudinem
revocet, quam in priore volatu viderant. lois Athenicnnes
reprimaient, comme je le demontrerai tout a 1’heure ; cela de-
viendra plus evident encore pour qui voudra bien examiner
attentivement avec moi ce qui suit dans Platon. i3.
L’intelligence humaine est formce de la reunion des idees percues a
l’aide des sensations, et les idees ne sont rien autre chose que
les reminiscences de ce que 1’ame a vu anterieurement dans son vol
celeste, c’est-a-dire des essences veritables. Or 1’intelligence la plus
com- plete appartient a la premiere classe, a celle des philosophes
amis zeles des jeunes gens, et c’est pourquoi seuls iis recouvrent
les ailes a 1’aide desquelles iis pourront essayer de nouveau de
par- courir le ciel et suivre le cortege des dieux. Detaches des
soins terrestres et de tout ce qui frappe les organes, iis pas-
sent pour des insenses et des hommes en delire, -apa/ivoSvis?, de ceux
qu’Horace appelle des fren^tiqucs, des esprits trou- bles, tandis
que vraiment ce sont des en- Haec pulchritudo , qucc inest
in sensu, <ppov 7 ]<m (p. 846, E), in mentis qua vult et
intelligit prostantia, si ita in oculos, ut alia quce videri his
possunt, incideret , ad mirabiles sui amores exci- tatura esset.
Jam pulchritudo sola corpo- rum, hanc (Aotpav habet, hoc velut
fatum, et conditionem , uti subeat oculos, ut amo- rem moveat. Hinc
ponamus ipsa verba , ut existimare melius ac certius de tota re
possint etiam, quibus ad manus non est Plato ipse, vel magnum volumen de
pluteo promere non lubet. c O piv oOv pu] vsoxeXt];, ■Jj
otscpQappivos, oux otjiiog evOevOs Exstas ©s'psxat 7ip6; auxo xo xaXXo;,
Ostopisvo; a3xou xrjv xrjoE smavupiiav. waxs ou as'6sxat 7rpoaopojv,
aXX’ 7]3ov^ 7:apaoou;, zBzpdtTzodog vo ptco (Batvstv S7Ct- y stpsT
xat 7iat8oa7EOpstv. xal u6pst x:poao|j.tXaiv, ou os'ootxsv ou 8’
ata/uvsxai IIAPA ‘I^TXIIN ( 1 ) (1) Notabile est, Platoni etiam de
Ijcgib. r . thousiastes, agites comme d’un transport divin,
qui les attire sans cesse vers cette beaute celeste precedemment
entrevue par eux dans leur vol. 14. Cette beaute, dont Pessence
reside dans un sens particulier, la sagesse, source de la volonte
et de 1’intelligence, s’il etait donne a l’oeil de 1’apercevoir,
comme toutes les autres choses visi - bles, elle nous exciterait a
d’admirables amours. Mais c’est seulement la beaute corporelle,
telle est sa necessite fatale et sa nature, qui frappe les yeux et nous
porte a 1’amour. Ici nous placerons le texte meme afin que ceux qui
n’ont point Pla- ton sous la main ou qui ne se soucient pas de
tirer du rayon un gros volume, puissent se faire une opinion en
toute p. 56g, E. hanc turpitudinem appsvwv np 6? appevag, Ij
OrjXsTwv xpog OrjXsix;, to ITAPA •bTSIN To'X[j.7)p.a appellari. Non
igitur Plato- nem , vel Socratem adeo, feriunt divina illa ful-
mina Pauli Rom. /, 26 . sq., ut neque ea, qua ? in idolatriam
vibrantur. f,5ov7]v 0 -W.ojv. '0 8e apttteXrj?, 6 twv
xdxe TroXuGcapojv, oxav OsoEtSsg r.poaioTzov' t07), -/.aX- Xo; eu
[j.E[j.vr ( [x£vov rj uva ac;o$fj.axo ios'av — oj? Geov a£'6sxai. Hcec
ita verto, Hic ergo, qui non est nuper illis mysteriis coeles-
tibus in illo volatu animarum initiatus, aut, initiatus cum esset,
corruptus est, non celeriter, ut oportebat, hinc, ab hac corporea,
non vera, pulchritudine, illuc fertur ad ipsam veram, coelestem
pul- chritudinem, cujus hic videt nomen, umbram , similitudinem :
itaque neque inter adspiciendum eam, divinum quid- dam colit : sed
libidini se tradens, qua- drupedis ritu inscendere formosum co-
natur, et genitale semen profundere, et cum contumelia (vid. ad §. 18)
congres- sus formoso corpori , non veretur, nec erubescit PRXETER
NATURAM libidi- nem persequi. At ille nuper initiatus, qui multa
eorum quae tum videbat , contemplatus est, ubi vultum divino
similem conspexit, qui pulchritudinem illam veram bene imitetur, aut
incor- poream quandam illius speciem, verbo , certitudc. «
L’homme qui n’a pas un « souvenir recent de son initiation aux «
mysteres, ou qui, recemment initie, « s’est laisse depraver, ne s’eleve
pas fa- « cilement, comme il faudrait, de cette « beaute
corporelle, qui n’est pas la « vraie, a cette beaute celeste,
absolue, « dont il ne rencontre ici-bas que le nom, « 1’ombre, la
ressemblance ; en 1’aper- « cevant il n’y respecte rien de divin. «
Entraine par la volupte, il se precipite, « comme une brute, sur 1’objet
de ses « desirs, ne cherche qu’a genitale semen « profundere et,
outrageant ce beau « corps qu ? il etreint, il n’a pas honte, il «
ne rougit pas de poursuivre un plaisir « contre nature ( 1 ). Au
contraire, l’hom- « me, encore plein des saints mysteres « qu’il a
longtemps contemples autrefois, (1) 11 est remarquable que Platon,
meme dans ses Lois, appelle crime contre nature le commerce hon-
teux marium cum maribus, et feminarum cum fe- minis. Les foudres de Saint
Paul ( Ep . aux Rom. 1. 26) n’atteignent donc ni Platon ni Socrate, pas
plus que celles qu’il lance contre 1’idolatrie. virtutem
speciosam : — Dei instar colit. i5. Deinde enarrat
pheenomena quae- dam hujus sancti et philosophici amoris , similia,
ex parte Venerei, et quomodo illa ' alce, quas amiserat anima , hinc
de novo crescant, sub Allegoria perpetua describit, qua nihil aliud
tandem indicat , quam enthusiasmum quendam , et injec- tam
divinitus philosopho cupiditatem versandi cum pulchris, h. e. ingenio vel
forma potentibus, adolescentulis : quos nempe captabat Socrates, qui
sciret , cum facilius sit formare ad sapientiam et virtutem hanc
aetatem, tum hos esse, a quibus futura civitatis fortuna pendeat.
Hinc est quod se venari pulchros non dis- simulabat (vid. Protagora >
principium , frustra reprehensum Cyrillo contra Julia, i, 6, p.
i8j, A), quod Xenophon- tem baculo etiam transverso objecto
et l’amour grec q'3 « en presence d’un visage presque divin «
ou d’un corps dont les formes lui rap- it pellent 1’essence de la beaute,
c’est-a- « dire 1’essence de la vertu, adore comme « en presence de
la divinite. » i5. Platon retrace ensuite quelques- uns des
phenornenes de ce saint et phi- losophique amour, parfois peu
different de l’autre; il montre aussi comment re- poussent les
ailes autrefois perdues par rame. C’est une allegorie perpetuelle
dont la conclusion est que le philosophe con^oit, par une sorte de grace
divine, le plus fervent desir de vivre au milicu des beaux adolescents
distingues par la perfection de leurs formes ou par leurs
dispositions naturelles. C’est ceux-la, en effet, que Socrate
ambitionnait de gagner , sachant qu’il est facile, a cet age, de
les tourner au bien et a la vertu, et que c’est d’eux que dependent
les futurs des- tins de la Republique. II appelait cela prendre les
beaux garcons dans ses filets (voyez la-dcssus le commencement du.
velut exceptum, sibi adjunxit (Diog. Laert. 2, 48). Ipsum illud
hinc est , quod gymnasia , conviviaque et deambulatio- nes,
quoscunque denique juvenum coetus, sequebatur, quod ludos et jocos non
refu- giebat, quod se plane communem illis faciebat , nec irrideri
aut peti maledic- tis refugiens. Ipsa illa ironia perpetua, quod
doceri se velle simularet , certe dis- cendi causa disputare , ut
accessum ad Sophistas illi dabat , ita adolescentulo- rum super
bulae de se opinioni et praeci- pitantiae blandiri videbatur. Sed
perga- mus Platonis Mython enarrare. 16. Philosophi illi
amatores pulchro- rum non indiscretim omnes amant , sed (p. Sdy, C)
quem quisque in illo coelesti volatu Deum secutus est , ejus Dei
si- milem sibi quaerit amasium; qui Jovem , ut Socrates, Jovialem
(Auvov x wa), Martia- lem vero qui Martem, et sic Junonios.
ET Protagoras , blame a tort par Saint Cy- rille), et il se fit de la
sorte un disciple de Xenophon qu’il arreta en lui barrant le
passage avec son baton. Voila pour- quoi aussi il frequentait les
gymnases, les banquets, les promenades, tous les lieux de reunion
des jeunes gens, ne fuyait ni les jeux ni les badinages, s’en-
tretenait avec tous et s’inquietait peu de preter a rire aux medisants.
Cette ironie perpetuelle grace a laquelle il feignait toujours de
vouloir apprendre, pour mieux enseigner, lui donnait acces au- pres
des Sophistes et flattait aussi la suf- fisance et la presomption de la
jeunesse. Mais achevons d’exposer le Mythe de Platon.
16. Ces philosophes amoureux des beaux garcons ne s’attachent pas
indis- tinctement a tous ; selon le dieu quhls accompagnaient dans
les espaces etheres, chacun d’eux choisit parmi les anciens
suivants du meme dieu celui qu’il doit aimcr. L’ame qui etait, comme
celle de SOCRATE 46 Bacchicos ,
Apollineos : et talem ubi in- ventum amare coeperint , faciunt omnia
, uti Deo illi, quem ipsi secuti sunt, et cu- jus jam similitudinem
quandam in ipso deprehenderunt, sibique adeo , reddant quam
similimum. Ita Socrates, Jovis in illo volatu satelles, quaerit Joviales,
ama- tores natura sapientiae, et natos ad im- perandum. Hactenus
ergo bene res ha- bet, sancti tales Paederaslce, J elices qui sic
amantur. / 7 . Sed nec dissimulanda sunt quae sequuntur apud
Platonem. Redit Socrates (p. 3 -lj, F) ad superiorem illum de Ani-
ma Mythum (’§. 10), quam triplicis na- turae ponit scilicet. Sunt vellit
equi duo, est auriga. Equorum alter bonus, sanus, verecundus,
gloria • amator , qui sine pla- gis, sola ratione auriga regitur :
pravus alter, qui multum ac temere una aufera- Socrate, dans le cortegc
de Jupiter, re- cherche un suivant de Jupiter, et ainsi des autres
qui avaient choisi Mars, ou Junon, ou Bacchus ou Apollon. Des
qu’ils Pont trouve, iis s’efforcent de rendre celui qu’ils aiment
semblable a ce dieu dont iis retrouvent en eux-memes le caractere.
Ainsi Socrate, satellite de Jupiter, recherchait pour les cherir
ceux qui avaient aussi suivi ce dieu, c’est-a- dire ceux qui, par
nature, etaient portes a la sagesse et a la domination. Jusqu’ici
tout va bien ; de tels Pederastes sont de vrais saints, et bien heureux
ceux qui sont aimes de la sorte ! 17. Mais il ne faut pas
dissimuler ce qui vient apres dans Platon. Socrate re- tourne au
precedent Mythe de hame qu’il a coniparee aux triples forces reu-
nies de deux chevaux et d’un cocher. L’un des chevaux est bon, sam, plein
de retenue et d’emulation ; le cocher le di- rige, sans avoir
besoin du fouet et par la seule persuasion : 1’autre est mechant
SOCRATE 48 tur , (impetu alieno potius feratur
, smo judicio) dura ac brevi cervice, simus, nigri coloris, glaucis
oculis, suffusus san- guine, petulantia contumeliaque gau- dens,
hirsutus circa aures, surdus, fla- gello ac stimulis vix tandem
concedens. Operet ? pretium videtur mali equi notas etiam Gra } ce
ponere : cxoXt 65, ~oXu; eixrj a'j[j. 7 :scpopr]|j.^vo?, xpaTEpauyrjv, (
3 payuipayrjXo?, aipLOTCpoacoro;, [xsXayypa);, yAauxop.p.a“0?,
oepat- [xo;, u6p ew; xal aXa^oveiac staTpo?, zept coxa Xaaco; ,
xwipog , gaartyt p.S7a xdvxpwv [xdy.; UTEclXOJV .
r<S\ Apposui Graeca , ut facilius judi- cari possit ,
probabilisne sit conjectura, in quam incidi , dum in hac equi mali
de- scriptione versor. Nempe, aut vehemen- ter fallor, aut memorat
hic Socrates non tam equi mali proprie dicti signa, quam sui
corporis formam, quatenus vitiosum inde ingenium colligebat
physiognomon ille Zopyrus. Hic enim , ut est apud Ci- ceronem (de
Fato c. 5), Stupidum esse Socratem dixit et bardum, — addidit
et s’emporte facilement, sans raison au- cune (c 7 est-a-dire
qu’il semble dirige plu- tot par une force exterieure que par son
propre jugement); il a 1’encolure courte et dure, les naseaux apiatis a
la maniere du singe, le poil noir, les yeux glauques le sang le
tourmente et il est toujours en rut et en querelles ; il a, de plus,
les oreilles velues, il est insensible a tout et n 7 obeit qu’a
peine au fouet et a 1’aiguil- lon. Il est necessaire de transcrire,
dans le texte Grec, ces marques particulieres du mauvais
cheval. 18. J’ai cite le texte afin qu’on puisse decider si
la conjecture que me suggere cette description du cheval retif a
quel- que vraisemblance. Ou je me trompe fort, ou Socrate ici
retrace moins les ca- racteres d 7 un cheval defectueux que son propre
portrait, dans lequel le physio- nomiste Zopyre trouvait les indices
d’un naturel vicieux. Zopyre, au dire de Ciceron (Du Destin , chap.
v) pretendait en effet que Socrate etait lourd et stu~ etiam
mulierosum. Illud de stupore con- venire cum Homzne xpaTepau/7)v et
(3payuxpa- mox declarabitur : quod muliero- sum dicebat, illud cum
G6psa Ixatpop con- gruit : novimus enim quos uSp-.sxa; tum dixerit
Graecia ( i ). Porro illud aipio-pd- aw-ov plane pertinet ad notationem
Socra- tis, in quo cum deridetur a Critobulo (2), tum ipse suaviter
sibi illudit, et in eo patulisque non modo deorsum sed in hori-
qontem naribus, non minus quam in ocu- lis ultra frontem eminentibus, et
labio- (1) Unum ponamus exemplum e libello, quipree manu est,
Aristotelis Physignom. c. ult. p. / 18 1, E. 01 (Jisya cpcnvotjvxs;
papuxovov, OSpiaxa^. Ava- tpspexat £~1 xoj; ovoj;. Physiognomones e
simili- tudine vocis asinina: argumentum ducunt ad libi- dinem
asininam. Conf. § 14, it. 32 . (2) Xenoph. Sympos. c. 4, § /p,
Socrates ad Critobulum, formee sua: jactatorem, x; xoDxo ; w? yap
/a! Ip.o 0 ' zaXXtcjjv wv xauxa v.oxt.xCv.c,, Quid istuc? quasi me quoque
pulchrior esses, ita gloriaris. Ad qua: Critobulus , Nrj Ata, rj Ttavxcov
SsiX7jvwv xmv sv aaxupixoh; alaytaxo; av eVtjv . Nisi te for- mosior
essem, ait, essem Sileuorum, qui in Satyri- cis fabulis in scenam
veniunt, turpissimus. pide; il aurait ajoute : adonrtd anx
plai- sirs veneriens. Pource qui est dela lour- deur, cela concorde
avec 1’encolure courte et dure ; adonne anx plaisirs ve- neriens,
repond a &'6peto; ItaTpo;. Nous savons, en effet, quels etaient ceux
que les Grecs appelaient uSpiatat' (i). Quant a la face simiesque,
cette designation s’ap- plique parfaitement au portrait de So-
crate ; il y a fait lui-meme agreablement allusion en repondant aux
moqueries de Critobule ( 2 ). Il avoue que toute sa beaute consiste
en un nez epate et me- nafant le ciel, en des yeux saillants et
(1) Contentons-nous d’un seul exemple tird du livre que nous avons
sous la main , le De Physiognomia , d’Aristote : Ceux qui ont la voix
forte et grave sont &6picrcai, par similitude avec Vane. De ce
que la voix £tait bruyante comme celle de l’ane, les phy-
sionomistes conci uaient qu’on devait avoir le tempe- rament lascif de
cet animal. (2) Xenophon (Banquet, ch. IV, 19). Socrate dit
il Critobule, qui vante sa propre beautd : « Quoi donc ? Tu crois
etre plus beau que moi ? » Critobule lui repond : « Si je n’etais plus
beau que toi,je serais le plus affreux de ces Silenes que Von voit
paraitre dans les drames salyriques. » rum tumore molli ,
pulchritudinem suam prcedicat (Xenoph. Sympos? c. 5) sicut in
Platonis Convivio (vid. §. 35) Sileni s. Satyri formam Alcibiades illi
tribuit : et in Tlieceteti Platonici principio Theo- dorus negat
pulchrum esse Thecetetum, cum sit Socrati similis, tQ te cijxo-rjta
xat to s£w twv o[j.[j.aTtov, naso simo et eminen- tibus oculis,
licet minus quam Socrates utraque re sit notabilis. Nempe hcec si-
gna cum haberentur, et naturales quae- dam notce, hominis libidinosi,
iracundi et stupidi, non negabat illud Socrates, verum eo majoris
faciendam esse Philo- sophiam ostendebat, quee tantum contra
vitiosam naturam valeret. iy. Quoniam hic sumus, non
injucun- dum forte fuerit lectoribus nostris in rem quasi
preesentem ire, et ex artis, qualis tum erat, praeceptis, Zopyri
judi- cium defendere. Vix autem opus est admoneri lectores, non hoc
agi, Num veri aliquid sit in ea arte? Num ipso des levres
gonflees comme un abces ; de meme dans le Banquet de Platon, Alci-
biade compare son masque a celui de Silene ou d’un satyre, et au
commence- ment du Theatdte , l’un des interlocu- teurs, Theodore,
refuse toute grace a Theatete en disant qu’il ressemble a So-
crate, qu’il est camard et que les yeux lui sortent de la tete ; que pour
etre chez lui moins apparents que chez le maitre, ces defauts
n’ensontpas moins sensibles. Socrate ne niait pas d’ailleurs que
ces particularites physiques n’indiquassent un homme lascif,
violent et d’un esprit paresseux ; il en concluait seulement en
faveur de la Philosophie qui parvient a dompter un si vicieux
naturel. 19. Pendant que nous y sommes, il ne deplaira
peut-etre pas au lecteur d’aller plus au fond sur ce chapitre et de de-
fendre les idees de Zopyre, idees basees sur des regles alors acceptees.
Il nes’agit pas de savoir si cette Science est sure ; est-ce que 1
’excmplc meme de Socrate etiam Socratis exemplo ea refellatur,
et vanitatis convincatur? sed hoc modo , quod dixi, Utrum Zopyrus
ex arte, et ut oportebat, judicium de illo tulerit? Exstat in
operibus Aristotelis libellus, <J>uaioyvoj[juxa inscriptus, quo
superiorum hujus artis consultorum collegisse prae- cepta videtur .
Hinc ea, quee ad formam Socratis, qua ? ad equi hujus mythici na-
turam pertinent , huc transferamus. 2 0 . Igitur (c. 3, p. 1 1 j3,
B) inter ’Avai- c07j- ou hoc est stupidi , et sensu communi pene
carentis signa sunt ~'x nepl tov auysv a aap'/.oj07) 7.ocl
G'j[j.7ZB7zXsj[isva x a\ auvo£ 0 £|j.£va, Ea quas adjacent collo carnosa,
com- plexa et colligata, itemque cervix crassa, XGxytjkoq -ayjj;.
Et (c. 6. p. I Ij8, C) Oi? Ta "£p\ ta; xXeTBoc; aug~£pi~£cppaY(x£va
£<ruv, avodaQiyroL. Nonne totidem fere verbis Ciceronianus
Zopyrus? Stupidum esse Socratem, et bardum quod jugula con- cava
non haberet, obstructas eas partes et obturatas. Alia adhuc mala
signifeat ista conformatio. Olc xpd.yrj.oc r.ayyc xai ne
temoigne pas du contraire ? Mais Zopyre en a-t-il tire, en ce qui
concerne notre Philosophe, un pronostic judi- cieux ? II y a dans
les oeuvres d’Aristote un opuscule intitule Physionomiques ou ce
philosophe parait avoir recueilli les regles admises avant lui par les
habiles. Nous transcrirons celles qui se rappor- tent au portrait
de Socrate et au carac- tere de son cheval mythique. 20. D ?
apres Aristote (chap. m), les in- dices d’un esprit lourd et presque
prive du sens commun sont le gonflement des chairs qui avoisinent
le cou, leur engor- gement et leur replelion- ce qu’il con- firme
en disant au chapitre vi : « C’cst un signe de betise que d’ avoir 1
’cncolure epaisse. » Zopyre, dans Ciceron, n’ex- prime-t-il pas la
meme idee? Socrate, dit-il, etait lourd et stupide, parce quii
navait pas le cou bien degage, que ces parties etaient cheq lui comme
engorgees et obstruees. Cette conformation indi- que cncore bien
d’autrcs dcfauts : la 56 SOCRATE TzlioK,
0 o 1 uo£i 8 e!'s, Crassa et plena cervix iracundos signat, exemplo
taurorum : Ol? 8s [Bpayjj; ayav, irdfi ouXoi, Brevis nimium quibus
est, ii sunt homines insidiosi, lu- porum instar. Talem modo
vidimus illum malum equum, xpaxepauyeva et [Bpa- yuxpayjiXov. Talem
nisi fallor se indicat Socrates, aut potius talem significat Plato
Socratem, a natura fuisse. 21. Videamus reliqua. Equus malus
Socratis est — sp\ xa wxa ).asto;, hirsutus circa aures. Libidinosi,
Xayvou, apud Aristotelem ( c . 3 extr. p. 1174, C) o t xpdxoupot
oaa$T?, densa pilis i. e. hirsuta tempora. Deinde (c. 6. p. 1174, C)
oi xa yecXrj “aysa eyovxe; puopoi — avacpdpexai £7ii xou;
ovou;. Physiognomones crassa labia stultitiae characterem faciunt, ob
simili- tudinem asinorum. Quid de se Socrates (Xenoph. 1. c.) in
ludicra cum pulchro Critobulo contentione? Ata 76 r.ayla. syeiv xa
ylCkt], oux otst xa\ [xaXaxaSxspdv oou 'iyv.v xo csfX7]p.a; Propter labia
crassa suum putat osculum mollius. Et, v Eotxa syw xaxa xov
et l’amour grec 5 7 nuque epaisse et charnue denote un homme
violent, par similitudo avec le taure au ; ceux qui l’ont trop courte
sont ruses, par similitude avec le loup. Or, cette indication,
1’encolure epaisse et courte, figure parmi les marques du mauvais
cheval. Si je ne me trompe Socrate avoue qu’il etait bati de la
sorte, ou plutot c’est ainsi que le depeint Platon. 21 .
Voyons le reste. Le mauvais che- val Socratique a les oreilles velues :
Aris- tote designe comme libertins ceux qui ont du poil jusques sur
les tempes. De plus, les physionomistes notent les grosses levres
comme un indice de betise, par similitude avec 1’ane. Or que
lisons- nons dans la plaisante discussion (Xeno- phon, 1 ) de
Socrate avec Critobule? — « A cause de ses l&vres charnues il
pense que son baiser est plus sensuel », et plus loin : « Je te par
ais avoir, 6 Critobule, une bouche plus difforme que celle de Vane,
avec ces bourrelets qui me tienncnt lieu de levres. » aov
Xoyov x at Ttov Ovojv aiayiov to GTOu.a lysiv, turpius os quam habent
asini illum mollem labiorum tumorem habere tibi, o Critobule ,
videor. 22 . Simus fuit, ut vidimus, Socrates :
at|jio-po'ato7:o; est malus equus. Quid Phy- siognomones, atque adeo
Zopyrus ? Si fides Aristoteli (c. 6. p. iiyg, B.) 01 G'|j.7jV
Eyovts; piva, Xayvor avacpspezai i~\ tou; iXa^ou;, Simi sunt libidinosi,
exemplo cervorum. Patulas quoque versus nares suas, qu£e possint
odores undecunque oblatos excipere, laudat sipojv Socrates
Xenophonteus , pra ? Critobuli naribus humo obversis. Ot ;xev yao ao\
(xuxT7jpE; ei; yrjv opcSat, ol 8’ eijloi ava“£"tavTat, wgte
tx; T:av~o0£v oGua; izpoa ov/yOou. At Physio- gnomones ( I . C.),
0:; o! p.uxT7jp£$ ava"E^"a- pL^vot, OupiojoEi;, Iracundi sunt,
quorum patula? nares, quod in ira diffundi so- lent. Iracundum
valde a natura fuisse Socratem, non soli credamus Cy r rillo,
quamvis Porphyrium auctorem laudat , qui ab Aristoxeno se illud dicat
acce - Socrate, nous le savons, etait ca- mard ; son mauvais
cheval a les naseaux ecrases du singe. Quel indice en tirent les
physionomistes et Zopyre ? Aristote dit : « Les camards sont lascifs, par
simi - litude avec le cerf ». Socrate declare quii a les narines
lar gement ouvertes , comme pour subodorer de toutes parts les
parfums. Jaime mieux cela, dit-il, que d’avoir, comme Critobule , un
ne^ penche vers le sol. Mais d’apres les phy- sionomistes, c’est
1’indice d’un tempera- ment porte a la colere. Que Socrate ait
etedun naturel violent, nous ne nous en rapporterons pas la-dessus
seulement a Saint Cyrille, quoique son temoignage soit corrobore de
ceux de Porphyre etd’A- ristoxene et qu’il dise en propres termes :
« Socrate etait devenu si irritable qu’il ne pouvait moderer ni ses
paroles ni ses pisse, ’'Ote <pXe-/0e't7] utzo zou
TrdOou; toutou [de ira sermo est) ostvrjv etvat xr ( v aayr][jLO(Hjvr)v
• ouoevo; yap ouxe ovopiato; azoa^saOat oSxe -payjj.ato;, Eo
importunitatis progressum , ut nullo neque verbo neque opere absti-
neret : sed ipsi de se credamus Socrati, qui tam gravi ac molesto sibi,
quam fuit Xanthippe, patientia ? et mansuetudinis gymnasio opus
fuisse, fassus sit apud Xenophontem [Sympos. 2, 10 ) BouXo'|ievo;,
dv0pco7tot; y prjoOat jcat opuXe Tv, Tauxrjv x&ttj- ptat, sii eloco;,
oxt, et lauxrjv 'j"Otaco, PAAIQS TOIS TE AAAOIS 'AIIASIN,
avOptfaoic auveaouat, Quam ferre si posset, facilis esset cum aliis
omnibus conversatio. 23 . Unum superest : e^^OaXpto; erat
Socrates. Itaque ita jocabundus disputat cum pulchro Critobulo, ut cum
primo convenisset, Pulchras esse res , quatenus respondeant
consilio, propter quod ha- bentur ; roget eum , Cujus rei gratia
ha- beamus oculos? eoque, ut necesse erat , respondente, Ad
videndum, inferat , Suos ergo pulchriores esse, qui Sta zo
actions ». Croyons-en Socrate lui-meme; dans le Banquet de Xenophon
, il avoue que le caractere acariatre de Xanthippe fut pour lui la
meilleure ecole de pa- tience et de douceur; que par la suite il
lui fut plus facile de supporter la con- tradici ion. 23 .
Il ne reste plus qu’une chose : So- crate avait les yeux saillants. Il
dispute la-dessus agreablement avee le beau Cri- tobule, et le fait
convenir d’abord que toute chose est belle pourvu qu’elle re- ponde
au but en vue duquel elle existe. Il lui demande alors : Pourquoi
faire avons-nous des yeux ? — Pour voir, re- pond naturellement
Critobule. — E/i bien alors , dit Socrate, mes yeux sont les plus
beaux de tous, car iis me sortent de la £7it-oXatot sivat, quod
emineant, non ea modo, quas exadversum sint videant, sed etiam quae
a latere. Et cum diceretur , secundum hmc pulcherrime oculatum (euo^OaXjj-GTa-ov
: ) animal esse cancrum, id ipsum affirmat. Jam Physiognomon
Aristoteles (c. 6. p. i ijg, D) "Oaoi i£6z>- OaXjjiot, inquit ,
aS&vepoi, Fatui sunt, quibus oculi eminent : rationem petit ab
judicio quodam decoris et convenientia ■ naturali , et ab
similitudine asinorum. Male de horum gente meritus est Stagirita :
quce videtur ex hoc prcesertim libello contraxisse infamiam illam , qua
ab eo inde tempore, et Platonis quibusdam dictis, onerata est :
honestum superiori cetate animal, cujus majestatem, ut Var- roniano
verbo utamur, (de R. R. 2, 5, 4) adhuc agnoscebat Homerus. De hac
re adjicietur potius huic disputationi quoddam corollarium, quam ut
longius digrediamur a Socrate. tete, si bien que je puis voir
non-seule- ment devant moi, mais & droite et d gaiiche. Son
interlocuteur lui repond qu’a ce compte les crabes ont de tres-
beaux yeux, et Socrate affirme que c’est parfaitement vrai. Or, d’apres
Aristote, les yeux saillants sont 1’indice de la sot- tise; il tire
ce pronostic de certains rap- ports naturels de convenance, de
syme- trie, et de la ressemblance que ces yeux offrent avec ceux
des anes. Le philosophe de Stagyre a par la bien mal merite de
cette race inoffensive, et ce doit etre a partir de ce petit traite qu’il
acquit le mauvais renoni confirme depuis par Platon lui-meme.
L’ane, cet honnete animal, etait mieux apprecie des genera- tions
precedentes, et Homere se plaisait, suivant le mot de Varron, a lui
recon- naitre de la majeste. Nous ferons de cela un corollaire a
cette dissertation pour ne pas trop nous eloigner presentement de
Socrate (i). (i) Gesner a «Jcrit un appendice intitulc De
antiqua Nempe tempus est, ut videamus, quorsum evadat ille de bono et
malo equo Myihus. Ad conspectum pulchri (p. 34 j, F) bonus ille
quidem aurigee obsequitur, contineri se patitur, malo alteri ,
quantum potest reluctatur. Simile certamen est in pulchro, qui amatur
: repugnat malo isti equo bonus illius jugalis, hic enim est (p.
348 , G) 6 [xo'£u£, et ipse auriga adeo repugnat [aet’ dtSous xat
Xdyou, cum pudore et recta ratione. Si ergo ita vincant meliora, et ad
vitam ordinatam, quae eadem philosophia est, ducant illum currum,
beatam et concor- dem hic vitam agunt continentes se, et decus suum
tuentes, syxpatcTs auroiv xat xdajjuot ovtss, in servitutem redacto
illo equo, cui vitiositas animae inerat; in li- bertatem asserto
eo, cui virtus. Tandem vero alati ac leves denuo facti, sic de tri-
bus illis certaminibus (de quibus §. 12) asinorum honestate,
imprime i la suite du Socrates sanctus pcederasta ; il ne nous a pas
sembl£ otfrir assez d’interet pour Ctre traduit. (Note Ju Traduc-
teur.) II est temps de voir ou il veut en venir avec son Mythe du
bon et du mau- vais cheval. A Taspect de la beaute, ie coursier
docile obeit au cocher et se laisse contenir; il resiste de toutes ses
forces a son mauvais compagnon. L/objet aime est lui-meme en proie
aunesemblablelutte ; son bon cheval se defend contre les ten-
tatives de son mauvais compagnon d’at- telage, que de plus le cocher
s’efforce de contenir par la pudeur et la raison. Si les meilleurs
instincts remportent la victoire et conduisent le char dans les chemins
de la vie rangee, cest-d-dire de la philoso- phie, les deux amant s
vivent dans le bon- heur et bunion, maitres d’ eux-memes et regles
dans leurs mceurs : iis ont dompte le mauvais cheval, qui repre-
sente le vice, et affranchi 1’autre qui re- presente la vertu. Recouvrant
enfin leurs t ailes et leur legbrete primitives , iis sor- tent
vainqueurs de ces trois luttes vrai- ment Olympiques dont nous avons
parle plus haut. Socrate peut donc dire*sans hesitation que ccux
qui se prescrvcnt. vere Olympicis, unum vicerunt. Absque hcesitatione
igitur beatissimos esse dicit, qui se puros et castos ab amore
Venereo servaverint. 25. At nunc sequitur apud
Platonem, in quo defendere illum , Platonem, in- quam, nam Socratis
causam hic segre- gandum putamus (vid. 6) paullo diffi- cilius est;
tacuisset enim forte sapientius : sed non iniquum (i) excusare.
Nempe his, quee modo prolata sunt, subjungit, quee non scripta
equidem malim : sed pono, ne quid dissimulasse videar, ne parum
bona fide egisse. Quam vero caute, quam suspensa velut manu illud
ulcus tractet, videre opera? pretium est. Eav’ os 8tatT7)
<popzi7Ui)~ipx ~z xat A<I>IAO— cptXoTtjxu) 8s yprfacjvzx'., -i/'
av ~oj ev uiOat; sitivi a)xA7) dasXsta Tci> axoXaTCto ajTOtv
Gno- JXiytco XaSovTE, xa\ tjrjya; xopojpo-j; aovaya- yovTE et;
toeutov, tf ( v u ~6 :wv -oXX oiv [xaxaot- fi) Multum certe
facilior causa Platonis, quam alicujus Beneventani Episcopi : aut
aliorum, quos vrxterco sciens. purs et chastes, de 1’amour
Venerien, jouissent de la plus grande beatitude. 25. Ce qui
suit, chez Platon, est un peu plus difficile a expliquer; chez Pla-
ton, disons-nous, car ici nous croyons devoir separer sa cause de celle
de So- crate; evidemment il aurait mieux fait de se taire , mais il
n’cst pas impossible de l’excuser (i). A ces choses sublimes que
nous venons de transcrire, il en ajoute d’autres que j’aimerais mieux
lui voir passer sous silence; je les exposerai cependant, de peur
de paraitre rien dissi- muler et manquer un peu de bonne foi. Il
faut ici donner le texte pour qu’on ( 1 ) Son cas est en effet
moins grave que celui de certain eveque de Bdnevent et de quelques autres
que je ne veux pas nommer. — (L’auteur fait ici allusion a
1’archeveque Giovanni .delia Casa et a son fameux Capitolo dei forno ;
mais il ne 1’avait probablement pas lu, et il se meprend, comme bien
d’autres, surle sens de ce celebre petit poeme. — Note du Traduc-
te ur.) 68 SOCRATE cTr;v atpeotv £tXcTr
( v ~t /ai Ste^pa^avxo x x X. Si vero vitam vivant LICENTIOREM et A
PHILOSOPHIA ALIENAM, ean- demque ambitiosam, forte aliqua in
ebrietate aut qua alia negligentia depre- hensas INCAUTAS animas equi
illi uiriusque amatoris indomiti, eodem con- ducant, et sic illam
quce beata vulgo vi- detur electionem faciant, et (turpe illud
facimts) peragant : eoque peracto per re- liquum tempus utantur quidem
(illa voluptate ) sed raro, quippe qui non omnino deliberata mente
(sed deprehensi velut incauti ) hoc agant — etiam hi praemium non
parvum amatorii illius furoris (non Venerei, de quo modo dic- tum,
sed philosophi , de quo §. i3) aufe- runt : in tenebras enim illas et
illud sub terram iter non veniunt, etc. voie avec quelle prudence
et sans ap- puyer la main, il decouvre cet ulcere de la
civilisation Grecque. — « S’ils embr as- sent , dit-il, nn genre de vie
moins austdre, etrangbre a la Philosophie et livree aux passions
desordonnees , il arrivera quau milieu de Vivresse ou de quelque
autre etourderie les coursiers indomptes sur- prendront leurs ames
et les meneront l’un et l’ autre au meme but,' iis prendront alors
le parti de faire ce en quoi , selon le vul- gaire , consiste le supreme
bonheur et (c’est la le crime infame) satisferont leurs desirs.
Dans la suite , iis renouvelleront leurs jouissances , mais rarement,
parce qxCelles ne sont pas approuvdes de l’dme entiSre et qu’ils
agissent comme par sur- prise et sans defense. C’est pourquoi ce
qu’il y a encore d’excellent dans leur amour (le pur amour pliilosophique
et non le desir Venerien) recevra plus tard sa recompcnse ; iis
niront pas, aprds leur mort, dans ces tenebres et par ces routcs
souterraines,.., etc. » yo Apertum est his, qui et
sermonem Platonis intelligunt, et non ultro qucerunt crimina, non
illum prcemium constituere pceder astice turpi, non Philosophice
genus facere flagitiosum puerorum amorem : sed summam c.ulpce esse
hanc , quod di- cat, si qui coelestis illius pulchritudinis, quam
in volatu illo suo viderint, deside- rio icti, etiam pulchros amant, et
dum arctius eos complectantur, liberius cum iis versentur, etiam ad
turpe facinus ab ebrietate, certe ex improviso, incauti, proster
deliberatam voluntatem, abri- piantur, id quod ipsis contingat ob
genus vivendi licentius atque a Philosophia alie- num, iis tamen
prodesse primum illud7'io- biliusque philosophandi propositum, ut
non cum reliquis ad inferos mittantur, et ad poenarum locum (vid. §. 12)
non cogantur post ternas millenorum anno- rum periodos , septem
alias subire ete sed facilius alas ut recipiant, quibus evo- lare
ad coelestia, deum aliquem sequi du- cem possint. Hactenus reprehendat
Pla- tonem, si quis volet, non ut laudatorem et l’amour grec
7 1 26. II est bien clair, pour qui veut comprendre Platon et
ne cherche pas de griefs de son plein gre, qu J il n’assigne pas
cette recompense aux fauteurs du vice honteux, qu’il ne fait pas de
1’igno- minieux amour masculin un attribut special des Philosophes.
On voit, au con- traire, combicn il blame ceux qui, les yeux encore
eblouis de cette beaute ce- leste entrevue par eux dans leur vol
an- terieur, con^oivent des desirs pour la beaute terrestre,
recherchent les jeunes garcons, et a force de les embrasser etroi-
tement, devivre familierement avec eux, se trouvent entraines a 1
’improviste, au milieu de livresse, par surprise et sans que leur
volonte y ait part, a conimettre l’acte immonde; cela leur arrive,
parce qu’ils ont adopte un genre de vie trop libre et qu’ils
negligent la Philosophie. Iis tirent cependant ce profit, de s’etre
d’abord propose pour but cette noble Science, qu’ils ne sont pas relegues
aux enfers avec tous les autres hommes ; apres une revolution de
trois mille annees, iis Pcederastice, sed ut clementem nimis , lentumque
adeo castigatorem : qui prae- sertim in aliis peccatis severum satis
ac durum se praebuerit (1 ). 27 . Sed , si cequi esse
volumus, si de nostris religionum doctoribus ecquos ex- periri
judices, videamus etiam , quid dici pro ratione illa Platonis possit ,
quid pro Socrate, quatenus et ipse non horribili flagello sectari
vitia id genus solebat. Distinguamus legislatoris personam et
Philosophi. Legibus Atheniensium primo antiquissimis illis a Cecrope ,
sanctitas (1) Bona pars libri De re publica decimi in eo
consumitur, ut a"apat~r]Tou?, a^apa[xu0rjTOU?, implacabiles
sacrificiis Deos, ostendant. Vid. pras. a p. 6 72 extr. et conf. qua:
collegit Davis. ad Gic. de Legib. 2. c. j 6 . p. i 3 j
n’ont pas a en su.bir sept mille autres; iis recouvrent plus
vite leurs ailes et peu- vent s’elancer vers les spheres celestes,
a la suite d’un des douze dieux. Que l’on reproche donc a Platon,
si l’on veut, non pas de s’etre fait 1’apologiste de la Pede-
rastie, mais d’avoir ete trop clement, de ne pas chatier assez ferme, lui
surtout qui pour de moindres fautes se montre si dur et si severe
(i), 27. Mais soyons equitables; prenons d’honnetes gens pour
juges de nos Phi- losophes, voyons ce que l’on peut dire en faveur
de Platon ou de Socrate, et jusqu’a quel point ce dernier a
vraiment neglige de flageller le vice en question. II faut
distinguer le legislateur du Phi- losophe. Les plus anciennes lois
Athe- niennes, celles de Cecrops, proclamaient la saintete du
mariage. La loi de Dracon ( 1 ) II emploie la majeure partie du X®
livre de sa Republique a montrer que les dieux sont insatiables de
sacrifices. Comparez avec ce qu’a <5crit Davies sur le Tr ciite des
lois , de Cicerrr.i. matrimoniorum constituta : Draconis lex
capite plectebat adulteros : Solon li- beram faciebat marito potestatem
sta- tuendi in adulterum in facto deprehen- sum , quidquid liberet.
Itaque mirum fuerit si masculam libidinem non punis- sent.
28. Sed bene habet : supersunt monu- menta Solonis hac etiam de re
legum, diligenter collecta a Sam. Petito (de Le- gibus Att. 6, 5 et
in Commentario p. 468 sqq.) prcesertim ex vEschinis in Timarchum (a
p. 186 edit. Aurei. Al- lobr. 1607. /•) et Demosthenis contra
Androtionem (a p. 421) orationibus : unde hoc constat, qui vi vel
persuasione ingenuum corrupisset, produxissetve, gravissima poena
(quce ad ultimum sup- plicium corruptoris et productoris, in-
terdum etiam corrupti, poterat progre- di) affectum esse. Qui illam
patiendi pro mercede turpitudinem admisisset, si effugisset poenam
aliam, illi neque lice- bat inter novem Archontas esse,
neque punissait de mort les adulteres; Solon laissait la faculte au
mari, dans le cas de flagrant delit, de se faire justice comme il
1’entendrait. II serait bien surprenant que ces deux legislateurs fussent
muets a l’egard de Tamour masculin. 28. Mais nous avons
mieux ; il reste des lois portees par Solon sur la matiere divers
fragments precieusement recueillis par Samuel Petit (voy. ses Lois
attiques et le Commentaire dont il a accompagne cet ouvrage); ii
les a surtout tires du Discours contre Timarque, d’Eschine, et du
Discours contre Androtion, de Demos- thene. Il y est dit : Quiconque,
memesans violence, aura debauche ou prostitue un homme de condition
libre sera passible de la peine la plus rigoureuse. — (Le cha-
timent pouvait etre la mort, dans l’un comme dans Tautre cas, et pour le
liber- tin, comme pour savictime.) — C elui qui se sera prostitue
pour de l’argent, s’il echappe a toute autre peine, ne pourra
ni fungi sacerdotio, neque syndicum creari, neque ullum magistratum
vel intra vel extra urbem, neque sortito neque suf- fragiis,
capere, neque pro Praecone s. oratore mitti usquam, neque
sententiam dicere unquam, neque in templa publica intrare, neque in
pompa coronata et ip- sum coronari, neque intra sacros fori
cancellos (evto; twv t rj; ayopa? TteptppavTT]- P’'wv) ingredi. Si quis
vero damnatus im- pudicitiae quidquam horum fecisset, ca- pital
erat. 0avato> r7)[j.'oua0w sunt verba legis ab As schine recitata.
Plura huc transferri opus non est , cum rarum esse Petiti opus
desierit. Summa capita habet etiam in Themide Attica ( 1 , 6) Meur-
sius. 2 q. Utrum seynpcr valuerint istce le- ges? annon eas
perruperit interdum au- etre l’un des neu f archontes , ni remplir
aucune fonction sacerdotale , ni etre nomme delegue d’une ville ; il lui
est interdii d’exercer aucune magistrature, soit en dedans , soit
en dehors de la cite , quii ait et e designe par le sort ou par les
suffrages de ses concitoyens ; d’etre en- voyd nulle part comme Herault,
ou comme orateur ; de prononcer aucune sentence ; de penetrer dans
les temples publics; de faire partie des processions et d’y porter
une couronne sur la tetc; de franchir ienceinte sacree de l’Agora.
Qiiiconque, deja condamne pour fait de prostitutiori , fera ou
acceptera de faire une de ces choses sera puni de mort. Puni de
mort, tel est le texte meme de la loi lue par Eschine. II est
inutile d’en transcrire ici davantage, car Touvrage de Samuel Petit
est loin d’etre rare ; Meursius en a meme donne, dans sa Themis Attique,
les cha- pitres importants. 29. Ces prescriptions
eurent-elles tou- jours force de loi? Ne purent-elles etre dacia ,
astus subterfugerit , eluserint rhetores? annon ipsa poenarum
gravitas impunitati occasionem non nunquam de- derit? an non
professce impudicitiae ho- minis utriusque sexus, libidinum
publica- rum victimce, toleratce sint? An denique poetce non multa
saepe impudenter scrip- serint, fecerint? jam non quceritur. Uti- nam
non avxtxatrjyopia quadam repellere possent veteres Attici cujuscunque
vel sec- tae vel cetatis homines, si qui acerbius ex- probrare iis
velint, quce de Comicorum pe- tulantia sublegerunt illi apud
Athenaeum (i3, 8 p. 601 ) Deipnosophistce, et quae colligere ex
illa parentum cura apud Platonem (Conviv. p. 3ig, E), Pceda- gogos
constituentium suis filiis, qui ne quidem colloqui suis cum
amatoribus (turpibus nimirum et flagitiosis) eos pa- tiantur : e.
i. g. a. 3o. Ceterum severitate legum eo ma- gis opus erat,
quod obtentum fiagitiis et l’amour grec 79 enfreintes
par les audacicux, adroitemcnt tournees par les gens ruses, eludees
par les avocats ? La rigueur du chatiment ne favorisa-t-elle pas
elle-meme Timpunite ? Est-ce qu’on ne tolera pas des prostitues de
profession, victimes de 1’incontinence publique et remplissant le role de
l’un et 1’autre sexe ? Les poetes n’ont-ils pas ef- frontement
deerit ces turpitudes, ne les ont-ils pas mises en action sur la scene
? Cela ne fait aucun doute. Plut au ciel que les Atheniens de
nfimporte quelle secte et de quelle epoque ne pussent re- tourner
Taccusation a ceux qui leur re- procheraient trop vertement ces
horreurs etalees par les poetes comiques et recueil- lies par les
Deipnosophistes d’Athenee, ou ce qu’on peut induire de 1’inquietude
des peres de famille confiant leurs fils, d’apres Platon, a des
precepteurs severes, pour les empecher de s’entretenir avec leurs
amis, — des amis infames et detestables. 3o. Les lois devaient etre
d’autant plus severes, que les coutumes de la Grece 8o
SOCRATE non nunquam praeberet (ut nempe res sancta ?
prope omnes , ut ipsce populorum sceculorumque pene omnium religiones ,
atque ceremonice) ille puerorum amor , castus , legitimus, sanctus, quo
tanquam potentissimo virtutis cum bellicce tum civilis incitamento
utebantur qucedam Grcecorum respublicce : quarum legisla- tores,
cum viderent, ignava fere esse virtutis prcecepta, firmis licet nixa
de- monstrationibus, nisi ea affectu quodam et tanquam spiritu
animentur, nisi ev0ou- aiaajxou quoddam genus accedat, quo acti
homines et commoda sua , et jacturas, et salutem, et pericula et tormenta
contem- nerent. Hinc excogitata et in usum civitatis recepta sunt
splendida ista et efficacissima remedia, Religio, Pudor, Amor
patrice, Gloria, res quondam po- tentissimce, quod ex illarum
effectibus judicare pronum est: nunc prceclara quo- rundam, qui
sibi Philosophi videntur, opera fere ad inanium vocabulorum stre-
pitus relata, et, dum relata sunt, etiam redacta. comme toutes les
choses saintes, comme les cultes et les ceremonies religieuses de
presque tous les peuples et de tous les temps) donnaient plus de facilite
a la depravation. La fervente amitie entre jeunes gens, Tamitie
chaste, legitime, sa- cree, etait favorisee, dans les republiques
de la Grece, comme le plus energique stimulant du courage militaire et
des ver- tus civiles. Leurs legislateurs savaient bien que ni la
vertu ni le courage ne s'in- culquent a 1’aide de demonstrations,
si bonnes qu’elles soient ; que 1’homme est naturellement faible a
moins qu’il ne soit pousse par la passion et par 1’orgueil ou
entraine par cette espece d’enthousiasme qui lui fait mepriser les aises
de la vie, la fortune, la vie elle-meme, et affronter les perils et
les supplices. C’est pourquoi l’on mettait en jeu, dans Torganisme de la
cite, ces heroiques et sublimes mobiles, la Re- ligion, 1’Honneur,
1’Amour de la patrie, la Gloire, mobiles autrefois bien puis-
sants, comme nous pouvonsen juger par ce qu’ils firent accomplir;
aujourd’hui,In illis igitur rei publicce bene ge- renda? incitamentis, an
instrumentis? erat Amor ille adolescentulorum tum in- ter se, tum
inter ipsos et natu majores : inde illa sacra Amantium cohors The-
bis, et Cretensium. Quanta illius vis esset, et quam metuendus esset
miles amator, svOouatwv, et ab Amore simul atque a Marte bacchans,
occurenti in prcelio hosti, ita enarrat 2E liantis (H. V. 3 , g) ut
IvOo-jatav et furere ipse prope videatur. Idem (c. io et 12)
Laconica qucedam circa eam disciplina? publica? partem instituta
commemorat : V. G. ab illis multatum esse virum alioquin bonum, ea
de causa , quod nullum ha- bere juniorem, quem amando sui si-
milem, et per hunc forte etiam alios, redderet : itemque peccantis
adoles- centuli virum amatorem punitum , cui grace a de certains
Philosophes, ou soi- disant tels, ces grandes choses ne sont plus que
de vains mots, creux et vides, dont le sens s’affaiblit a mesure qu’on en
abuse. 3 1 . Ainsi, 1’Amour des jeunes gens, soit entre
eux-raemes, soit entre eux et leurs ames , etait favorise partout en
Grece , pour le bien de la chose publique ; voila ce qui donna
naissance a la cohorte sa- cree des Amants , chez les Thebains et
chez les Cretois. Quel etait le courage de ces sortes de soldats, quelle
etait la ter- reur qu’ils inspiraient, lorsqu’ils rencon- traient
Tennemi, ivres a la fois d’amour et de sang : c’est ce que Elien nous a
fait connaitre, en partageant, pour nous les mieux depeindre, leur
impetuosite et leur fureur. II nous indique aussi qu’il y avait
quelque chose de semblable dans les institutions de Sparte ; un
Lacede- monien fut mis a 1’amende , quoique excellent citoyen, pour
avoir neglige d’ai- mer quelque compagnon plus jeune que lui, a qui
il aurait inculque ses vertus et nempe illius imputari vitia posse
cen serent. 32 . Etiam illud Laconicum narrat , so- litos
ibi adolescentulos petere ab ama- toribus , viris nempe bonis ac fortibus
, stareveTv auTot ?, ut se adflarent. Interpreta- tur illud verbum
, Laconibus proprium, sElianus per epav, amare : idem factum ab
Hesychio V. sp.-v£ Tjj-ou, et epa, eia7cver. Multa similia ad utrumque
Hesychii locum viri docti , post Meursium (Mis- cell. Lac. 3 , 6 )
sed nihil, unde ratio ap- pellationis queat intelligi. Nec
satisfacit, quod refert, non probat Eustathius (ad Odyss. A, 36 1
p. 1743 et ad E, 478 p. 240, 38 ) EtarevElxai yap tpaat, t 7j?
pLOp^? ti /at x i); wpa;, inspirari aliquid fornice et
pulchritudinis. Hcec enim Laconicce se- veritati parum conveniunt, si
fides anti- quis, ipsique adeo JEliano in ipso illo, de quo agimus
, loco. Srap-ctaTT)? epio; ata- qui eut ete capable, a son tour, de
les transmettre a d’autres. Lorsqu’un jeune homme commettait une
faute, les Spar- tiates punissaientson intime ami, comme
responsable des vices qu’il lui tolerait. / 32.
Elien rapporte encore cette autre coutume de Sparte, que les jeunes
gens exigeaient de ceux dont iis etaient aimes, toujours choisis
parmi les meilleurs et les plus braves, ut se adflarent. II
explique le verbe ekjttvs Tv ( adflare ), propre aux La- coniens,
par cet autre : spav (aimer), et He- sychius de meme aux mots EpjcvEtgou,
ipS et eiu7iveT. Divers savants ont accueilli cette interpretation,
a 1’exemple de Meursius; mais je n’ai rien compris aux raisons
qu’ils en donnent. Je ne suis pas davan- tage satisfait de Tassertion
emise, sans preuve, par Eustathe, dans son commen- taire des chants
IV e et V e de YOdyssee : a Les inspires (i) sont guides dans leur
(i) On appelait indifTeremment ItaKVETxat, ii a- 7UvrjXa'
(inspires) ou spacjiat (amants) ces couples ypov oux otosv x. t. X.
Spartanus amor turpe nihil quidquam novit. Sive enim ausus fuerit
adolescentulus pati turpia (upo-v uzoaeivat) sive amator facere
(£»|Bp6 oat) neutri quidem Spartee manere pro- fuerit : aut enim
patria privarentur, aut vita ipsa. Quare illud ela-vetv s.
s[j.7ivsTv, illos £ta7iVTjXa;, quos eosdem aixa? vocat Eustathius
(Hesych. afcav, s-aTpov) ab in- spirando s. adspirando divino
quodam spiritu, dictos arbitror , unde afflati, ut
7rveuu.atocpo'poi quidam et svOouaiwvTsc, divi- no quodam furore perciti
, ruerent. Hic est ille furor, quem supra i3) tetigi- mus, et de
quo plura sunt in Platonis Phcedro (p. 344, A. 346, A. 352, E).
Nempe spiritum 7iveSp.a quum dicebant an- tiqui, non rem illi tantum
cogitantem in- dicabant, sed rem subtilem, magna ean- dem movendi
et agendi vi praeditam, etc. de friires d’armes , si terribles dans
les batailles. 'Etcnvelv (ad/lare) peut se traduire positivement
par meter les souffles ou metaphoriquement par avoir des aspirations
communes. ( Note du Tra- ducteur.) ET l’aMOUR GREC 87
choix par la beaute et 1’elegance corpo- relle. » Cela me parait
peu convenir a cette severite Laconienne dont temoi- gnent tous les
anciens et Elien lui-meme, a Tendroit en question : « On ignorait a
Sparte ce que detait que les impures amours. Si quelque jeune homme eut
ose se prostituer , ou prendre 1’autre role, il lui eut mal reussi
de rester d Sparte; il y allait pour lui de Vexilou de la mort. »
C’est ce qui me fait croire que ces inspires , designes aussi sous les
noms de compa- gnons, freres d’armes, par Eustathe et par
Hesychius, etaient ainsi appeles du souffle ou de Tesprit en quelque
sorte divin qui les animait, lorsqu’ilsse ruaient sur l’ennemi
comme transportes d’une fureur plus qu’humaine. Nous avons deja
parle de cette espece de delire, dont il est si souvent question dans le
Phedre de Platon. Il convient en effet de remarquer que les anciens
n’entendaient pas comme nous par esprit une faculte intellectuelle,
mais une essence subtile, douee d’une grande forcc de mouvement et
d’action. Non vagatur hcec extra oleas ora- tio. Cum enim fuerit ,
quod, adhuc proba- tum est, in Grcecia r.aiozptxizv.a. quaedam
honestissima, et sancta adeo , qua ad virtu- tem, bellicam praesertim ,
et quidquid pul- chrum est, incitari homines crederentur, cum nomina
spojvuo?, Ipaaxou, raioapaaxou, itemque spwuivoy, -atot/.wv, et similia
tur- pitudinem nondum haberent : cum illud raiSspaaxsTv res esset
adeo honesta, ut quem ad modum capital Romae erat servo, si
militarat, ita Solonis lege multaretur quinquaginta plagis publice, qui
servus eXsuOspou 7ra'oo; spav, amare liberum pue- rum, auderet :
haec ita se cum haberent omnia, nemo jam debet mirari, adoles-
centulorum esse amorem professum So- cratem, fecisse illum, quae ante (§.
i5) dicta sunt, eaque scripsisse tanquam So- cratis dicta Platonem,
quae ex Phaedro commemoravimus . Quod mitior est vel Plato, vel
ipse adeo Socrates, (si quis ei tribuat, non satis ille quidem aequa
ratio- ne, quidquid apud Platonem ex ipsius persona dictum ponitur)
in hos etiam quos Cette digression ne nous a pas eloigne de notre
sujet. Puisqu’il existait en Grece , comme nous venons de le
prouver, une jcatBspao-rfta tres-honnete , sainte, on peut dire, et
reputee propre a pousser les hommes au bien et a la vertu, surtout
a la vertu guerriere; puisque les mots d’amants, d’amis, de
7tad>epa<jTcu et de 7:aioi7.wv n’avaient rien de honteux ;
puisqu’il etait meme si honorable de se livrer a cette zcaSspaardtix, que
la loi de Solon punissait de cinquante coups de fouet, subis en
pleine place publique, tout esclave qui aurait ose aimer un jeune
homme de condition libre; puisque tout cela est irrefutable, personne ne
doit s’e- tonner que Socrate ait professe 1’amour des j eunes gens,
qu’il ait lui-meme eprouve cet amour et agi en consequence; que
Platon nous ait transmis, comme l’ex- pression des doctrines de Socrate,
ce que nous avons cite du Phedre. Sans doute Platon ou, si l’on
veut, Socrate, quoiqu’il ne soit pas equitable de lui attribuer
tout ce que son disciple lui fait dire, se montre mala libido ad
turpitudinem transversos abripuit 25 . 26) illud primo hanc
rationem , ut innuimus , habuit , quod nec legislatorem hic, neque
publicum accusa- torem ageret ; sed Philosophum , sed amatorem,
amicum certe quidem, qui non metu pcence deterrere a turpitudine
homines, sed virtutis amore revocare a peccato vellet. Deinde erant
forte, quibus parcendum erat, juvenes a vitiis ejus- modi non plane
puri, Alcibiades , Critias , alii, 9[Xox''[j.o) illi quidem sed eadem
«popti- /Mxipcc et dcfikoaofM otattr) yprjaajxsvoi (vid. §. 25 )
quos abscisse nimis ab omni fructu Philosophice, ab omni ad virtutem
reditu excludere velle, et sic plane a se et a virtute segregare,
non erat consilii. Non instituam hic comparationes, quce invi- diam
habere possunt : sed illud addam unum, si forte aliquid veri sit ineo,
quod de liberiori Socratis adolescentia dictum est /'§. 2) : si non
mendax historia , e qua refert Origenes contra Celsum , qui su-
periorem vitee conditionem primis Chris- ti discipulis objecerat (l. 1.
p. 5 o. pr.) beaucoup trop clement envers ceux qu’un infame
desir pousse a Tacte honteux. Son excuse, nous Tavons deja dit, c’est que
ce n’est pas ici un accusateur public ou un legislateur qui parle,
c’est un Philosophe, un ami, un amant, et il essaye non de
detourner les hommes du vice en les ef- frayant par la menaee des
chatiments, rnais de les dissuader d’une faute en leur inculquant
Tamour de la vertu. II y avait d’ailleurs peut-etre autour de lui
des jeunes gens qui n’etaient pas irreprocha- bles et envers
lesquels il ne fallait pas se montrertrop dur, un Alcibiade, un
Cri- tias, d’autres encore, pleins de fougue, adonnes a une
vielicencieuse et etrangere a la sagesse; les priver de
quelques-uns des benefices de la philosophie, c’eut ete leur fermer
toute voie de retour au bien, les eloigner de la personne du maitre
et par consequent de la vertu. Je ne cherche pas a faire des
comparaisons qui pour- raient sembler malseantes; je veux ce-
pendant rapporter un fait, vrai ou faux, qui a traita la jeunesse un tant
soit peu Phcedonem e lupanari traductum ad Philosophiam a Socrate :
quid facere illum oportebat in hac disputatione? 34. Nihil
igitur est in Phcedro , quod urgeat Socratem : si quid incautius
dic- tum sit , illa Platonis culpa fuerit : quam- quam si universam
circumstantiam , ut a nobis ostensa est , quis consideret , etiam
hunc accusare , vel non excusare, ini- quum videtur. De Convivio Platonis
jam non opus est multis disputare. Distin- guat mihi aliquis
personas loquentes : ad universam libelli descriptionem, quam
vocamus CEconomian, ad Allegorian denique ab amore Venereo ductam , ac
translatam ad animos, quorum lenonem se et obstetricem ferebat Socrates :
ad hcec, inquam , mihi attendat aliquis, et et l’amour grec
q3 dereglee de Socrate. C'est Origene qui le raconte dans son
traite contre Celse. Celse reprochait aux premiers disciples du
Christ d’avoir ete tires de conditions abjectes; Origene repondit que
Socrate avait bien tire Phedon d’un mauvais lieu pour le convertir
a la Philosophie. J e vous demande un peu ce que ce Phedon venait
faire dans la discussion. 34. On ne rencontre donc rien dans
le Phedre qui puisse incriminer Socrate; s’il y a ca et la quelques
paroles imprudentes, c’est la faute de Platon. Encore, si l’on
examine bien toutes les circonstances, comme nous 1’avons fait, il serait
injuste, tout en blamant Platon, de ne pas lui trouver d’excuse.
Nous ne nous etendrons pas longuernent sur son Banquet. Que l’on
distingue bien les uns des autres les interlocuteurs, que Fon fasse
attention a 1’ensemble du dialogue, a ce que nous appelons 1’economie
de 1’ouvrage, que Fon analyse enfin cette allegorie tirce de
1’amour physique, puis appliquee aux mirabor, si quid ibi sit ,
unde Jiagitio ipsi praesidium, vel crimini in Socratem jactato
firmamentum peti possit. Sed est in illo libro, quod maxime ad
defenden- dum a Socrate fagitium pertinet, quod ut magis pateat,
tota ultimee partis, et velut actus postremi fabulae illius convi-
valis, CEconomia proponenda est, e qua ipsa appareat, velle pro veris
haberi Pla- tonem, qua ’ in Alcibiadis personam con- jecta de
Socrate dicuntur. 35. Ebrius nempe Alcibiades ad eum finem,
ut neque pedes officium faciant, comissator supervenit potantibus
apud Agathonem Socrati ceterisque. Hic, ex lege compotationis ,
dextrum sibi accum- bentem Socratem laudare jussus, obse- quitur cum
professione ebrietatis, ut tamen (p. 332, G) vera se dicturum con-
firmet et redargui petat , si quid mentia- tur. Ac primo sub imagine
quadam lau- et i/amour grec 9 5 idees, dont Socrate se
donnait comme l’entremetteur et Taccoucheur, et je serai bien
surpris si 1’on y decouvre quoi que ce soit en faveur du vice infame ou
a 1’appui de 1’accusation portee contre So- crate. On pourra y
puiser, au contraire, les meilleurs arguments pour l’en defen- dre
; mais il est necessaire d’exposer ici toute 1’ordonnance de la derniere
partie, ou plutot du dernier acte de ce dialogue, ou il est clair
que Platon veut nous faire tenir comme vrai ce qu’il a place, tou-
chant Socrate, dans la bouche d’Alci- biade. 35. Alcibiade
arrive a la fin du festin dans un tel etat d’ivresse que ses pieds
refusent de le porter; il veut prendre sa part de plaisir avec Socrate et
les autres, en train de boire chez Agathon. La, par suite d’une
convention adoptee entre les convives, il est force de faire 1’eloge de
Socrate, assis a sa droite, et demande de 1’indulgence, en se fondant sur
ce qu’il est ivre ; il affirme pourtant qu’il ne daturus Socratem ,
cum Sileno aliquo (Conf. §. 18 J nominatim cum Satyro Marsya ,
tibicine , illum comparat, cujus figura, ex ligno, edolata ruditer atque
deformi, utebantur artifices pro theca, quce intus haberet pulcherrimum
aliquem Mercuriolum (p. 333, F) : scilicet in corpore deformi
habitare animam pul- cherrimam demonstrat : et esse tibicini
Marsyce similem Socratem, ob illam vim demulcendi animos, cui resisti
non posset. 36. Deinde narrat, cum eundem pul- chrorum
sectatorem quendam ct capta- torem videret, se, qui fiduciam
fornice haberet, sperasse, si pellicere virum ad amorem sui
(venereum nempe) posset, eique se prceberet obsequiosum, impetra-
turum se ab illo admirabilem illam ar- tem, et ablaturum, quce Socrates
sciret, omnia. Hinc narrat verbis quidem ho- nestis modestisque ,
ct tamen venia ante dira que la verite et exige, s’il se trompe,
qu’on lui donne un dementi. II com- mence, pour louer Socrate, par le
com- parer a ces grossieres figures de bois representant Silene ou
le satyre Mar- t syas, le joueur de flute, sculptees sans travail
et sans art, dont les statuaires se servaient comme de gaines, et qui
rece- laient a 1’interieur quelque joli petit Mer- cure ; ainsi,
dit-il, dans un corps difforme peut habiter une belle ame; de plus,
So- crate ressemble au joueur de flute Mar- syas en ce qu’il a,
pour charmer, une force a laquelle nui n’est en etat de resister.
36. II raconte ensuite que le voyant s’attacher a la poursuite des
beaux ado- lescents et s’efforcer de les prendre dans ses filets,
plein de confiance en sa beaute parfaite, il avait essaye de lui inspirer
de 1’amour, comptant bien qu’avec un peu de complaisance pour ses
desirs il obtien- drait de lui qu’il lui communiquat son admirable
science, et qu'il gagnerait a cela tous les talents de Socrate.
Alcibiade exorata ebrietati , et pro? fatus (p. 334 , C) uti servi
aliique profani aures obtu- rent (zuXa<; 7: avo [xEyaXai xot; walv
£7ri0E<?0s) quam varie, et quibus veluti gradibus, frustra
continentiam Socratis, temperan- tiamquefrecte fortitudinis hic nomen
adji- cit) tentarit. Summam facit hanc, (p. 334 , G) ut Deos
Deasque testes faciat, se cum totam noctem sub eadem veste cum
Socrate jacuisset, non aliter ab illo, quam ut filium a patre, aut a
fratre majori frater deberet, surrexisse. Itaque se frustratum spei
esse in homine, quem hac sola forte parte capi posse putasset.
3y. Enumeratis deinde aliis Socratis virtutibus, bellica
prcesertim , qua sibi etiam vitam servarit, addit, non se tan- tum
contumelia tali ab eo affectum , sed Charmiden etiam , Euthydemum et
et l’amour grec gg place ici , mais en termes honnetes
et mesures, quoiqu’il se soit excuse sur son ivresse et qu'il ait
recommande aux es- claves et aux profanes de se boucher les
oreilles, le recit des gradations savantes et de tous les stratagemes
vainement mis en oeuvre par lui pour induire en tenta- tion la
continence, la temperance ou plu- tot, comme il le dit fort justement,
l’he- roique fermete de Socrate. II conclut en disant : Je prends
les dieux et les deesses d temoin quapres avoir repose toute une
nuit d cote de Socrate, et sous le meme m ante au , je me levai d'aupres
de lui tel que je serais sorti du lit de mon pere ou de mon frere
aine. Ainsi, le seul point par lequel il croyait que cet homme fut
accessible avait tout a fait trompe ses esperances. 37. Apres
avoir ensuite enumere les autres vertus de Socrate et appuye sur sa
valeur guerriere, a laquelle il etait lui- meme redevable de la vie, il
ajoute qu’il n’est pas le seul, du reste, a qui Socrate alios multos,
quos ille amoris simulatione deceptos in potestatem suam redegerit
, ou? oiito; s^aTCatojv w; IpaartT)?, Tuatoty.a piaXXov autos
-/.aOiaTa-ai avi’ epaotou. Nempe adu- labantur vulgo amatores , certe qui
turpe quid spectarent , pueris aetatula sua et illa ipsa adulatione
superbientibus. Alia ratio Socratica , quae etiam supra (§. 6) in
Lysidis argumento declarata est. Sua- vissima sunt reliqua in Symposio
Plato- nis : eo autem referuntur omnia , ut in- telligamus Socratis
hanc fuisse consue- tudinem . , pulchrorum amorem uti prae se
ferret , cum illis suaviter et amice ut versaretur, ut virtutis illos
amore im- pleret , reliqua omnia non tanti esse os- tenderet , in
quibus valde sibi elaboran- dum vir sapiens existimaret. Sanctus
ergo Paederasta Socrates , et foedissimi , si quod usquam est ,
crimi- ait fait un tel affront; que pareille chose est arrivee a
Charmis, a Euthydeme et a bien d’autres qu’il avait feint d’aimer
tendrement, pour mieux les asservir et les diriger. Les amis vulgaires,
ceux sur- tout qui esperaient de honteuses com- plaisances, se
faisaient les flatteurs des jeunes garcons, et ceux-ci n’en etaient
que plus fiers de leur beaute. Autre etait la methode Socratique, comme
nous l’a- vons montre plus haut en exposant le sujet du Lysis. Ce
qui suit, dans le Ban- quet de Platon, est charmant ; tout aboutit
a nous montrer que telle etait la coutume de Socrate de rechercher les
bonnes gra- ces des jeunes gens que distinguait un exteneur
gracieux, et de vivre avec eux dans une douce et agreable intimite,
afin de leur faire aimer la vertu; ce point obtenu, il jugeait
facile de leur donner les autres qualites qu’un sage doit s'ap-
pliquer a acquerir. 38. Ainsi, Socrate n’avait pour la jeu-
nesse qu’un amour chaste ; il etait pur du nis expers : a quo etiam alios
avocare studuit , quod Critice exemplo docet Xenophon, ejus, qui
post in triginta tyrannis fuit , quem Euthydemi pudori insidiari
cum sentiret , utxov ti Tiaay eiv dixit, suillo more prurire, eaque re
ini- micitias hominis factiosi et potentis sibi contraxit; quibus
carere poterat , nisi potius fuisset officium. 3g. Sed
admonet me Xenophon de crimine alterius illo quidem generis, et
multo, ut in malis, tolerabiliore : quod tamen ipsum etiam in illo
adhaerescere, quantum in me est, non patiar. Accusa- tur, ut
naturalis quidem , sed malce ta- men libidinis suasor et leno
quidam, propter ea quce referuntur in Xenophon- tis Convivio (c. 7
et g). Sed nec ibi quid- quam est, cujus bonum Socratem, aut illius
amicos pudere debeat. Spectacula exhibentur convivis mirabilia ,
partim vice infame entre tous. Bien mieux, il s’efiforcad’en
detourner lesautres, comme Xenophon nous 1’apprend par 1’exemple de
Critias. Ce disciple de Socrate, devenu par la suite l'un des Trente
tyrans, avait voulu attenter a la pudeur d’Euthydeme ; lorsque son
ancien maitre Bapprit : II a le prurit du porc{ i), s’ecria-t-il ;
paroles qui lui attir£rent 1’animosite d’un homme puissant et
redoutable, ce qu’il lui eut ete facile d’eviter, s’il n’avait mieux
aime faire son devoir. 3g. Mais Xenophon me fait songer
a une autre accusation qui a ete egalement portee contre Socrate ;
quoique moins grave, elle n’en est pas moins facheuse, et je l’en
disculperai de toutes mes forces. On lui reproche, a 1’occasion d’un
inci- dent rapporte par Xenophon, dans son Banquet , d’avoir excite
ses disciples a la debauche, ce qui serait pernicieux encore,
(i) Concupiscit ad Euthydemum se affricare quemadmodum porcelli
solent ad saxa (Xeno- phon, Memorabilia). etiam periculosa , et horrorem
quendam spectantibus moventia , inter districtos gladios corpora
saltu jactantium , aut in figuli rota circumacta scribentium le-
gentiumque. Non placent ea Socrati, qui aptius convivio spectaculum putat
ipyjln- Gat r.poc, tov auXov T/rJijiaTa, Iv oi; Xapixe; ts •/.a't
Qpat, xa\ Niifxcpat ypstaovtai, ad tibiam edi motus et saltationes, eo
habitu, quo Gratiae, Horae, Nymphae a pictoribus exhibentur.
Forte suspectum alicui fuit hoc quod Gratice nuda; pingi solent.
Sed huic sus- picioni repugnat , quod dicitur Ariadne illa
saltatrix w; vop-sr, xcy.ocju.rjU.svr,, sponsce autem profecto apud
Grcecos nudce esse bien qu’i.1 s’agisse ici de plaisirs
confor- mes au vceu de la nature, et de s’etre fait, en quelque
sorte, entremetteur. II n’y a rien, dans ce passage, dont doivent
rougir 1’honnete Socrate et ses amis. Des mimes viennent d’executer
devant les convives toutes sortes d’exercices extraordinaires,
quelques-uns tres-dangereux et propres a donner le frisson aux spectateurs;
on a vu les uns presenter leurs poitrines, en sautant, a des
pointes d’epees rangees en file ; d’autres lire ou ecrire enfermes
dans une roue de potier mise en mouvement. Ces exercices deplaisent
a Socrate ; il pense qu’il serait plus convenable, au milieu d’un
festin, de voir des danseuses executer des poses, au son de la
Jlute, sous le costume que les pcintres pretent d’ ordinaire aux
Graces, aux Heures et aux Nymphes. Cela a pu paraitre suspect
parce qu’on a coutume de representer les Graces toutes nues. Mais
ce soupcon ne repose sur rien, car la danseuse qui parut alors,
habillee en nymphe, representait I Ob non
solebant : nymphae in insectis ab eo ipso dicta?, quod involuta? sunt.
Gra- tias decenter vestitas contemplari licet in Grcecis monimentis
apud Montfauc. Ant. Expl. To. i Tab. iog ad p. ij6. Movit forte
eum, qui primus crimen hinc excerpsit Socrati, a/r^a-coiv appel-
latio, qua? inter alia ad turpes figu- ras refertur , quales olim
Philcenidis et Elephantidis commendatas libellis fuisse constat
(i), ut hic ejusmodi impudens spectaculum suspicaretur . Sed tum
inter- jecta de amore disputatio ( 2 ) (c. 8) tum ipsa perfectio
exsecutioque consilii (c. g) suspicionem illam eximunt. Aguntur
Ariadnes et Bacchi nuptice,sed illa ut in scenam nihil veniat, pra?ter
oscula et (1) De quibus Spanhem. de usu et Praest. numism.
Diss. i 3 . p. 522 . sq. Hic ay 7 jfi a est omnis gestus saltantium
blandus, minax, derisor. Vid. Lucia. de Saltat, c. 18. T. 2 p. 278
in primis c, 36 . extr. (2) Apertior, simpliciorque , et
incautior adeo Xenophontis de his rebus oratio , quam Plato- nica :
sed cujus summa eodem pertineat, uti ab impura libidine ad sanctam
animorum conjunc- tionem homines revocentur.
Ariadne, et les Grecs ne permettaient pas le nu dans les roles de
femmes mariees. D’ailleurs, certains insectes imparfaits sont
appeles nymphes pre- cisement parce qu’ils sont enveloppes. On peut
voir aussi, dans YAntiquite' ex- pliquee de Montfaucon, que les Grecs,
meme sur leurs monuments, figuraient les Graces decemment vetues. Celui
qui le premier a lance contre Socrate cette accusation s’est
peut-etre effarouche du mot pose, qui, entre autres, est applique a
des images obscenes, du genre de celles qu’on rencontrait dans les livres
de Phi- laenis et d’Elephantis (i); il a soupfonne Socrate d’avoir
reclame un spectacle lu- brique. Or, ladiscussion surTarnour qui
intervient alors ( 2 ), 1’execution et l’ache- (1) Spanheim (De
prostantia et usu numisma- tum antiquorum) parle de tout cela. On
appelait poses toute esp6ce de geste lascif, provocant ou railleur,
des mimes. ('Comparez Lucien, De la Danse, ch. XVIII.) (2) Le
dialogue de Xenophon est bien plus franc, bien plus simple et bien moins
circonspCct que celui de Platon ; tous les deux d’ail!eurs vont au
meme amplexus , cetera reservantur postsce- niis
(i). but, qui est de detourner les hommes des plaisirs les
plus impurs et de les rapprocher dans une sainte communion des
ames. (r) Tales saltationes s. repraesentationes etiam pars
sacrorum erant. Apud Lucia. in Pseudom. c. 38 . To. 2 p. 244 xsXsx7]'v
xtva cuvtaxaxat Alexander , xai SaStyta?, xat tepocpavxta; — In his
mysteriis et sacris etiam est KoptoviSo? yapto; cum Apolline — item
riooaXstpiOU xai pLTjTpo; AXs^avSpou yauo; — denique SsXrJvr^ xai
AXs^avBpou spto? — Alexander ut Endymion alter xaOsuSwv exsixo sv xw
piato — cptXrjtxaxa xs eytyvovxo xat ~£pt~Xoxa\, st 8s ar t r.
oXXat iqaav at 8a8ss, xay’ av xt xat xwv utco xoXtcou sjxpaxxsxo.
Apposui locum , quia hic etiam 7t$pt7tXoxa'i, et tamen nihil
obscenum. ET l’aMOUR GREC IO9 vernent immediat du
divertissement qu’il avait demande, enlevent toute force a cette
conjecture. Les mimes representent les noces d’Ariadne et de Bacchus :
mais on ne voit rien de plus sur la scene que des baisers et des
etreintes amoureuses ; le reste se passe derriere le rideau (i).
( 1 ) Ces sortes de danses et de reprdsentations faisaient partie
des Myst6res. Dans lM lexander seu Pseudomantis, de Lucien, on voit
Alexandre, in- troduit comme nouvel initii, passer par les 6preuves
du dadouque et de l’hi<5rophante. Parmi les scenes religieuses
auxquelles cette initiation donne lieu figurent : les noces d’Apollon et
de Coronis, celles de Podalirius et de la mere dAlexandre, enfin
les amours d’Alexandre et de la Lune. « Alexandre, comme un autre
Endymion, etait couchd au milieu du theatre; on dchangeait des caresses
et des bai- sers. S’il n’y avait pas eu D des torches en quan-
tite, peut-etre bien qu’il se fut laiss6 entrainer a faire qucedam earum
quce sub veste Jieri solent. » Cest un peu ldger ; cependant il n’y a
rien la de bien obscene. — Gesner aurait du citer Lucien plus
complete- ment ; ce passage du Pseudomantis offre un tableau de
genre exquis : « Alexandre, comme un autre Endymion, etait couche au
milieu du thdatre, faisant semblant de dormir. II tombait de la voute,
comme du ciel, une certaine Rutilia, tr£s-jolie, qui jouait le role
de la Lune et qui dtait la femme d’un intendant de 1'einpereur. Elie
aimait vraiment Alexandre et 10 I IO
SOCRATE 40 . Finem et effectum negotii ita indi- cat
Xenophon : teXo; 0 i ol <jup.7ioToci ’.oovte; T:ept6e6Xr]xdT:a; ts
aXXrjXou c xai oj; et; euvrjv aTr-.ovTa:, 01 (j.r,v ayauoi yaixetv
£zw[xvuaav, 01 oe ysyap-rixoTec, ava 6 xvc£; Ijci xou; ? 3 C 7 COUS,
a-rj- Xauvov Tipo; xa; lauxujv yuvaTxa;, otim; xojxojv xuy otsv .
Tandem post blanditias quasdam , verecundas, maritales, complexi se
invi- cem sponsus et sponsa , i. e. manibus implexis, vel brachiis
mutuo cervici im- positis, vel tergo circumjectis , velut cubitum
discedunt : ab hoc spectaculo incalescentes , et ut paullo ante
dicebat, av£7iTEpo)|jiivoi (vid. no. ad §. i5) convivae caelibes
dejerant, se ducturos esse uxo- res ; mariti autem equis conscensis
domos festinant, ut simili voluptate et ipsi fruantur. Utinam vero
e spectaculis et theatris hodie ita discederetur ! utinam Socratis
hac parte disciplinam sequeren- tur publicarum Voluptatum Tribuni.
Talia spectacula edere debebant Romani eu 6tait aimee. Sous les
yeux de son propre mari, iis echangeaient des caresses et des
baisers » 40. Xenophon indique
de la maniere suivante la fin et les resultats de l’his- toire.
Apres toutes sortes de caresses honnetes et maritales, les deux epoux
se tenant embrasses, c’est-a-dire, je pense, les mains entrelacees
ou les bras pas- ses mutuellement soit autour du cou, soit autour
de la taille, s’eloignerent comme pour aller se coucher. Echauffes
par ce spectacle et se sentant de furieu- ses demangeaisons, comme s’il
leur pous- sait des ailes , les convives encore celiba- taires
/irent le serment de ne pas tarder a prendre femme ; les maris monthrent
a cheval et se haterent de regagner le lo- gis, pour gouter d leur
tour de sem- blables voluptes. Plut au ciel qu’aujour- d’hui on
quittat les spectacles et les theatres dans de si bonnes intentions
! plut au ciel que cette partie de la disci- pline Socratique fut
pratiquee par les ediles preposes aux plaisirs publics ! Ce sont de
tels divertissements qu’auraient du decreter les empereurs Romains,
sou- cieux d’exciter toutes les classes au ma- principes ,
cum de maritandis ordinibus , et sobole Romana augenda soliciti erant
: talia conveniebant nuper Lutetia ? et Gal- lice adeo universae,
quum Ducis Burgtin- dice natalem nuptiis mille puellarum
celebrarent : talia magnam Britanniam , si quid veri habent quorundam
qucerelce, Swiftiance praesertim , quas eo loco protu- lit , ubi de
abrogando clero disputat : aut eorum , qui hodie peregrinos invitandos
, supplendi populi causa . et civitate donan- dos , censent.
41. Nempe incidit aetas Socratis in ea tempora, ubi civium paucitate
laborabat exhausta bellis Persicis et Peloponnesia- cis Attica ,
cui etiam lege matrimoniali obviam ire, et afferre remedium ,
conati esse dicuntur. Debemus notitiam hujus legis ipsi Socrati,
quatenus nulla forte illius mentio extaret hodie, nisi de dua- bus
Philosophi uxoribus jam olim dispu- tatum esset. Res cum queestioni. de
qua riage ct d’accroitre la posterite de Re- mus : iis
auraient convenu naguere a la ville de Paris et a la France entiere
lorsqu’on feta la naissance du duc de Bourgogne en mariant un millier
de jeunes falles; iis auraient bien fait Faf- faire de la
Grande-Bretagne, s'il y a quelque chose de vrai dans ces plaintes
dont Swift surtout s’est fait l’e'cho et qui reclamaient 1’abolition du
celibat despre- tres; iis conviendraient encore a ces pays ou l’on
attire les etrangers en leur conferant les droits civiques pour
sup- pleer au petit nombre d'habitants. 41. Socrate vivait a
une epoque ou 1 ’Attique, epuisee par les guerres des Perses et du
Peloponese, souffrait de ne plus avoir qu'une population clair-se-
mee ; on dit menae que les Atheniens s’ef- forcerent de remedier a cet
etat de choses par une nouvelle loi touchant lesmaria- ges.
Nousdevons 1’unique renseignement que l’on ait sur cette loi a Socrate ,
car il n’en subsisterait aujourd’hui aucune agimus
conjuncta sit , illam , quam brevi- ter jieri potest , expediemus. Duas
So- crati uxores vulgo tribui videmus, Xan- thippen e qua
Lamproclem susceperit, et Myrto , Sophronisci atque Menexeni
matrem. In hoc conveniunt Cyrillus ( contra Julia. I. 6. p. 186, D) et
Theo- doretus (Grcecar. Affect. curat, ser. 6 p. ij4, 40) ac
Diogenes Laertius (2, 26). Porro de Xanthippe Cyrillus ex Por-
phyrio, 7tspi7tXa-/.asav XaQstv, clanculum in ipsius amplexus venisse ;
quod plane repugnat Platoni et Xenophonti, qui nullius conjugis
prceter Xanthippen , jus- tam uxorem , mentionem faciunt : tum
Theodoreto, qui tamen ipse quoque sua debere ait Porphyrio, sed non
tantum pro TCspiTt^axetaav XaOsTv habet 7:po<j-XaxeTcjav Xa6sTv,
induxisse priori uxori, ut pereat illa secreti , et furti amatorii notio
: sed etiam addit, solitas esse eas mulieres in- ter se depugnare,
deinde pace facta con- junctim impetum facere in Socratem ideo ,
quod is bella illarum non dirime- ret : hunc vero utrumque genus
pugna: mention sans la controverse
autrefois agitee au sujet de ses deux femmes. Comme cette question
tient a notre su- jet, nous la discuterons bridvement. On donne
communcment a Socrate deux femmes : Xantippe, dont il eut un de ses
fils, Lamprocles, et Myrto, la mere de Sophronisque et de Menexene. S.
Cy- rille, Theodoret et Diogene de Laerte sont tous les trois
d’accord la-dessus. Mais S. Cyrille, empruntant ce detail a
Porphyre, dit de Xantippe que son ma- riage avec Socrate fut clandestin,
qu’elle se cachait pour 1’embrasser, ce qui con- tredit absolument
Xenophon et Platon, puisqu’ils ne parient d’aucune autre femme que
de Xantippe, epouse legitime de Socrate. Theodoret, qui lui aussi dit
tenir de Porphyre ses renseignements, change 7iepi7tXoaEiaav XaOsTv en
npovnXxxsT- aav XafleTv et declare ainsi que Socrate introduisit
Xantippe chez sa premi^re femme, ce qui ruine toute cette histoire
de mariage secret, et de furtifs baisers ; bien mieux, il ajoutc que ces
deux me- cum risu speci are consuevisse. Utri fi dem
habebimus? 42. Sed nondum est finis discordia- rum.
Theodoretum si audimus , induxit Xanthippen suce jam Myrto Socrates
: sed Laertius negat convenire inter auc- tores , utram prius
duxerit. Idem ait , simul ambas habuisse Socratem , a qui- busdam
esse traditum. In hac sententia etiam fuit auctor Dialogi Halcyon ,
qui inter primos Lucianeos editur , in cujus fine Socrates dicat ,
se Halcyonis amo- rem in maritum suis conjugibus Xan- thippee et
Myrto prcedicaturum esse. Antiqua porro esse illa relatio memora-
tur Callisthenis , Demetri Phalerei , Sa- tyri Peripatetici , Aristoxeni
Musici , geres se battaient continuellement, puis la paix
faite, tombaient a poings fermes sur le pauvre Philosophe, en lui
repro- chant de ne les avoir pas separees: pour lui, il restait
simple spectateur du com- bat et voyait donner ou recevait lui-
meme les coups en souriant. A qui faut- il s’en rapporter, de S. Cyrille
ou de Theodoret? 42. Et nous ne sommes pas au bout de
la querelle. Dapres Theodoret, So- crate epousa Xantippe, dtant deja
marie a Myrto; mais Diogene de Laerte af- firme que les auteurs ne
sont pas d’ac- cord et qu’on ne sait qui des deux il epousa la
premiere. Il dit aussi qu’il les eut toutes les deux ensemble, et
sur quelles autorites repose cette assertion. Elie a ete accueillie
par 1’auteur du dia- logue intitule Alcyon, imprime en tete de ceux
de Lucien; on y voit Socrate proposer en exemple a ses deux femmes,
Xantippe et Myrto, 1’amour d’Alcyon pour son mari. Plutarque (Vie
d’Aris- i Hieronymi Rhodii, apud Plutarchum (vita
Aristid. extr.) qui ceteris narrandi auctorem fuisse ait Aristotelem in
libro de nobilitate, (rapi s-jyevsia;) qui tamen liber an sit
Aristotelis, Plutarchus dubi- tat : narrant autem ita, Aristidis
neptim Myrto, vidua cum esset et paupercula, domum ductam a
Socrate, eique cohabi- tasse, licet aliam uxorem habenti .
43. At non licebat a Cecrope inde Athenis plure s una habere uxores.
Qui sit igitur, ut neque Comici exprobrarint, neque Accusatores
objecerint digamian Socrati ? Hic nobis narrant Athenaeus et
Laertius legem, latam supplenda 1 multi- tudinis civium causa. Exstabat
Athenceo prodente ipsum decretum a Rhodio Hie- ronymo conservatum,
wax' si-eivat xai ouo ET 1/aMOUR GREC I i q tide)
rapporte que cettc opinion etait ancienne, et qu ; elle fut partagee
par Callisthene, Demetrius de Phalere, Sa- tyrus le peripateticien,
Aristoxene le musicien et Hieronyme de Rhodes; Athenee dit de son
cote qu’ils Tavaient tous puisee dans le Traite de la No- blesse d
Aristote, livre dont cependant Plutarque doute qu’Aristote soit
l’au- teur. Tous racontent que- Myrto, pe- tite-fille d Aristide,
etant veuve et se trouvant dans une extreme pauvrete, fut
recueillie par Socrate dans sa maison et qu’il cohabita avec elle,
quoiquhl fut deja marie. 4 J - Les vieilles lois de Cecrops
inter- disaient cependant a Athenes les doubles unions. Pourquoi
donc ni les poetes co- miques, ni les accusateurs de Socrate ne lui
ont-ils reproche ou oppose ce cas de bigamie ? Cest a ce propos
qu’A.thenee et Diogene de Laerte nous parient de cette loi
nouvelle_, edictee, disent-ils, dans le but d’accroitre le nombre des
citoyens. 120 SOCRATE 'systv yuvatxa;
tov [3o'jaojj.£vov. Secundum haec male accusaretur Socrates, qui et
legi paruerit de augenda sobole Attica , et Aristidis progeniem viduitate
et pauper- tate extrema liberaverit. V 44.
Verum enim vero totum hoc de duabus Socratis uxoribus , quin de
lege maritali etiam falsum esse , prcesertim ex dissensu
commemorato , itemque ex Platonis et Xenophontis silentio arguit
Bentleius (1). Et habet , quantum est de monogamia Socratis, magnum
auctorem Pancetium, quem laudat Plutarchus, qui cum retulisset eam
quce modo proposita est de Myrto narrationem, satis illam refutatam
ait a Panaetio : cujus si opus hodie extaret, facilior forte hodie esset
causa Socratis, quem tamen a turpi pue- (/) In Dissertat, de
Phalaridis et exteror. Epistolis, ET l’aMOUR GREC 12 1
Athenee s’avance jusqida dire qu’il y avait un decret, conserve par
Hieronyme de Rhodes, et ainsi concu : « 11 est per- mis d’avoir
jusqua deux femmes. » Si cela est vrai, on accuserait mal a propos
Socrate, qui n’aurait fait qu’obeir a la loi portee en vue de repeupler
1’Attique, et qui de plus aurait sauve du veuvage et de la
mis&re la petite-fille d’Aristide. 44. Mais vraiment Phistoire
des deux femmes, tout aussi bien que celle de la loi matrimoniale,
paraissent en- tachees de faussete a Bentley (1); il se fonde
surtout sur le desaccord que nous avons signale et tire une grande
preuve du silence de Platon et de Xenophon. Nous avons, pour ce qui
est de la mono- gamie de Socrate, une excellente auto- rite,
Pantetius, dont Plutarque fait le plus bel eloge; apres avoir rapporte
ce que nous avons dit de Myrto, il ajoute que cettefable a ete
suffisamment refutee ( 1 ) Dissertation sur les Epitres de Phalaris
, Themistocle, Sacrale et Euripide (1697, iu-8").
SOCRATE rorum amore, et a lenocinio turpi , et a libidinosa
digamia, vel sic satis libera- tum esse confido. ET L
AMOUR GREC par Panaetius. Si nous possedions son livre, la
cause de Socrate serait aujour- d’hui plus facile a defendre; je
pense cependant avoir prouve qu’il ne fut ni un corrupteur de la
jeunesse, ni un provocateur a la debauche, ni un bi- game libertin. Alcibiade;
ses avances repouss^es par Socrate, p. 97-99. Ame,
comparde par Pla- ton a un attelage ai!6, p. 29, 47-65 ; —
clas- sification des ames suivant le degrd de connaissances
acquises avant la vie, p. Amour philosophique, — raisons qui
dirigent les choix dans cette sorte d’a- mour, p. 45-47; —
les impuretes ou il peut s’egarer, p. 69. Analyse du
Lysis, dialo- gue de Platon, p. 21; — du Phedre, p. 23 - 29;
— du Banquet, p. 95 et suiv. Beaute morale et Beaute
physique, p. 39-41. Bigamie; Socrate eut-il deux femmes? p. 1
1 3 et suiv.; — la bigamie etait-elle autorisde en Grece ? p.
1 19. Cohorte sacree des amants, a Thebes et en Crete,
p. 83 . Inspires; couples d’amis, p. 85 - 87 -
Minies ; leurs exercices et poses plastiques, p. io 5 . riaiospaatsta,
le mot et la chose pouvaient etre pris en bonne part,
chez les Grecs, p. 89. Peines portees par les Grecs contre
les infa- mes, p. 75. Pronostics tirds par les physionomistes
de la voix forte et grave, p. 5 1 ; — de lencolure courte, p.
55 ; — des oreilles velues, p. 57 ; — des grosses levres,
p. 5 q; — du nez ca- mard, p. 59; — des yeux saillants,
Representations mythologiques et divertisse- ments dans les
festius, p. 105-109 ; — dans les mysteres, p. 109 (note);
— effets singuliers pro- duits parfois sur les convives par
ces re- pr^sentations, p. m. Socrate; motifs ordinaires des
accusations portees contre lui, p. 1 5 — 1 7 ; — pourquoi il
recherchait les beaux garcons, p. 43 ; — son portrait physique,
p. 49 et suiv. Socrate l’ Ecclesiasti- que ; comment il
a ac- cuse, sans preuves, Socrate le Philosophe, p. 9. Sparte
; coutume rappor- t6e par Elien, p. 85 ; — les amours impures
y etaient ignorees, p. 8.7. Paris. — Imp. Motteroz, 3 i, rue
du Dragon. Gabriele Giannantoni. Giannantoni. Keywords: la dialettica,
dialettica, Epicuro a Roma, Calogero, il principio dialogo, Lucrezio, Cicerone.
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannantoni” – The Swimming-Pool Library.


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