Grice e Girgenti: l’implicatura conversazionale della
metrica del filosofo – filosofia italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano. Grice: Ritter thinks
Girgenti is related to the Velia – and Pareto to the Crotone – so it’s amazing
that Bruto never liked those three Greeks of the Athenian embassy seeing that
most pre-Platonic philosophy came from Magna Grecia, that is, Italy! Some must
have remained in the genes!” -- Grice: “I like Girgenti; obviously Mussolini
didn’t!” Grice: “I love Girgenti – he philosophised in verse, not prosa – rhyme
being unexistant, it was all about the metre – he talks of ‘amicizia,’ which is
none other than Love that unites all things! And then he fell in the Etna!”
“Mussolini thought it was rude of the Girgentians to call their land
‘Girgenti,’ so he formulated a self-referential ‘decretto’: “From now on,
Girgentians shall be called Agrigentians.’” Peano objected: “Your decree is
self-contradictory or invokes a vicious regressus ad infiniutum!” -- filosofo
italiano. Siceliota. Nacque da una famiglia antica, nobile e ricca di Girgenti.Come
suo padre Metone, che ebbe un ruolo importante nell'allontanamento del tiranno
Trasideo, egli partecipò alla vita politica della città, schierandosi dalla
parte dei democratici e contribuendo al rovesciamento dell'oligarchia formatasi
all'indomani della fine della tirannide, un governo chiamato dei
"Mille". La tradizione gli
attribuisce uno spirito severo verso gli aristocratici. Dai suoi nemici fu poi
esiliato nel Peloponneso. Tra i suoi discepoli vi fu anche Gorgia. Successivamente
Empedocle abolì anche l'assemblea dei Mille, costituita per la durata di tre
anni, sì che non solo appartenne ai ricchi, ma anche a quelli che avevano
sentimenti democratici. Anche Timeo
nell'undicesimo e nel dodicesimo libro - spesso infatti fa menzione di lui -
dice che Empedocle sembra aver avuto pensieri contrari al suo atteggiamento
politico. E cita quel luogo dove appare vanitoso ed egoista. Dice infatti:
'Salve: io tra di voi dio immortale, non più mortale mi aggiro'. Etc. Nel tempo
in cui dimorava in Olimpia, era ritenuto degno di maggiore attenzione, sì che
di nessun altro nelle conversazioni si faceva una menzione pari a quella di
Empedocle. In un tempo posteriore, quando Girgenti era in balìa delle contese
civili, si opposero al suo ritorno i discendenti dei suoi nemici; onde si
rifugiò nel Peloponneso ed ivi morì. Si iscrisse alla Scuola di Crotone,
divenendo allievo di Telauge, il figlio di Pitagora. Seguì la dieta pitagorica e
rifiutò i sacrifici cruenti. Secondo la leggenda, dopo una vittoria olimpica
alla corsa dei carri, per attenersi all'usanza secondo cui il vincitore doveva
sacrificare un bue, ne fece fabbricare uno di mirra, incenso ed aromi, e lo
distribuì secondo la tradizione. Secondo altri seguì gli insegnamenti di
Brontino e di Epicarpo. La sua oratoria brillante, la sua conoscenza
approfondita della natura, e la reputazione dei suoi poteri meravigliosi, tra
cui la guarigione delle malattie, e il poter scongiurare le epidemie, hanno
prodotto molti miti e storie che circondano il suo nome. coppiata una
pestilenza fra gli abitanti di Selinunte per il fetore derivante dal vicino
fiume, sì che essi stessi perivano e le donne soffrivano nel partorire, pensò
allora di portare in quel luogo a proprie spese le acque di altri due fiumi di
quelli vicini. Con questa mistione le acque divennero dolci. Così cessa la
pestilenza e mentre i Selinuntini banchettavano presso il fiume, apparve
Empedocle; essi balzarono, gli si prostrarono e lo pregarono come un dio. Volle
poi confermare quest'opinione di sé e si lanciò nel fuoco. Si diceva che fosse
un mago e capace di controllare le tempeste, e lui stesso, nella sua famosa
poesia Le purificazioni sembra avesse affermato di avere miracolosi poteri,
compresa la distruzione del male, e il controllo di vento e pioggia. I
sicelioti lo veneravano come profeta e gli attribuivano numerosi
miracoli. Le numerose testimonianze che riguardano la sua biografia sono
alquanto discordanti e non consentono di attribuire un'identità precisa alla
sua figura. A conferma di ciò sono le numerose leggende sul suo conto. I suoi
amici e discepoli raccontano ad esempio che alla morte, essendo amato dagli
dèi, fu assunto in cielo. Mentre Eraclide Pontico, Luciano di Samosata e
Diogene Laerzio sostengono che si suicidò gettandosi nel cratere dell'Etna. Il
vulcano avrebbe eruttato, dopo qualche istante, uno dei suoi famosi sandali di
bronzo.In realtà non sappiamo neanche se sia morto in patria o forse nel
Peloponneso. Si afferma che visse fino all'età di 109. Una biografia di Empedocle
scritta da Xanto, suo contemporaneo, è andata perduta. A Empedocle la
tradizione attribuisce numerose opere, fra cui anche alcuni trattati – sulla
medicina, sulla politica e sulle guerre persiane – e tragedie. A noi sono
giunti però solo frammenti dei due poemi: “Sulla natura” e “Purificazioni”. Di
“Sulla natura”, di carattere cosmologico e naturalistico, sono rimasti circa
400 frammenti. Delle “Purificazione”, di carattere teologico e mistico, abbiamo
poco meno di un centinaio. Il timore di Girgenti appare fin dalle prime righe
di “Sulla natura”. “O dèi, stornate dalla mia lingua follia di argomenti,
e da sante labbra fate sgorgare una limpida sorgente, e a te, musa agognata, o
vergine dalle candide braccia, io mi rivolgo. Ciò che spetta agli effimeri
ascoltare, tu porta, guidando avanti il carro ben governato dell'amore devoto.
Ma non ti turbi il cogliere fiori di nobile gloria fra i mortali con un
discorso, ricolmo di santità, che sia ardimentoso; e allora tu giunga leggera
alla vetta della saggezza. La filosofia di Empedocle si presenta come un
tentativo di combinazione sintetica delle precedenti dottrine ioniche,
pitagoriche, eraclitee e parmenidee. Distingue la realtà che ci circonda,
mutevole, dagli Quattro elementi primi, immutabili, che la compongono. Chiama
tali elementi "radici", non nate ed eternamente uguali e afferma che sono in tutto solo quattro,
associando ognuno di essi a un particolare dio, sulla base di concezioni
orfiche e misteriche proprie dei riti iniziatici allora in uso presso la
Sicilia. I quattro elementi (e i rispettivi dèi associati) dunque sono:
fuoco (Giove), aria (sua moglie, Era), terra (Edoneo), ed acqua (Nesti). L'unione
delle quattro radici (Giove-Era-Edoneo-Nesti) determina la nascita di una cosa.
Si tratta perciò dell’ *apparente* nascita di una cosa, dal momento che
l'Essere (le quattro radici) non si crea. “Ma un'altra cosa ti dirò: non vi è
nascita di nessuna cosa. Solo c'è mescolanza.” In questo modo, i primi principi si empiono
così dell'essenza e del soffio vitale del potere divino. In Empedocle, Amore
(Φιλότης) e la «natura divina che tutto unisce e genera la vita. Are, o Marte, e
il dio del conflitto. Per Empedocle, l'uomo, essendo di origine divina,
raggiunge la vera felicità che quando si riune alla compagnia di Deo. Accanto
alle quattro "radici", e motore del loro divenire nei molteplici cose
della realtà, si pongono due ulteriori principi: Amore ed Odio (Discordia,
Contesa). Amore ha la caratteristica di "legare", "congiungere",
"avvincere" («Amore che avvince.” L’Odio ha la qualità di
"separare", "dividere" mediante la
"contesa". Così Amore
nel suo stato di completezza è lo Sfero, immobile, uguale a se stesso e
infinito. Amore è Dio e le quattro "radici" le sue
"membra", e quando Odio distrugge lo Sfero, tutte, l'una dopo
l'altra, fremevano le membra del dio. Infatti sotto l'azione dell'Odio, presente
alla periferia dello Sfero, le quattro radici si separano dallo Sfero perfetto
e beante, dando origine al cosmo e alle sue creature viventi. Prima bi-sessuate
e poi sotto l'azione determinante di Odio, si differenziano ulteriormente in
maschi e non-maschi, e ancora in esseri mostruosi e infine in membra isolate. Alla
fine di questo ciclo, Amore riprende l'iniziativa e dalle membra isolate,
nascono esseri mostruosi e a loro volta maschi e non-maschi, poi esseri bi-sessuati
che finiscono per riunirsi, con le quattro radici che li compongono, nello
Sfero. Nelle Purificazioni, sostiene la metempsicosi, affermando l'esistenza di
una legge di natura che fa scontare agli uomini le proprie colpe attraverso una
serie continua di nascite, tramite cui l'anima, di origine divina, trasmigra da
un essere vivente all'altro. In questo poema gli esseri viventi, parti
costitutive dello Sfero di Amore divengono dèmoni errando nel cosmo. “È
vaticinio della Necessità, antico decreto degli dèi ed eterno, suggellato da
vasti giuramenti: se qualcuno criminosamente contamina le sue mani con un
delitto o se qualcuno per la Contes abbia peccato giurando un falso giuramento,
i demoni che hanno avuto in sorte una vita longeva, tre volte diecimila
stagioni lontano dai beati vadano errando nascendo sotto ogni forma di creatura
mortale nel corso del tempo mutando i penosi sentieri della vita. L'impeto
dell'etere invero li spinge nel mare, il mare li rigetta sul suolo terrestre,
la terra nei raggi del sole splendente, che a sua volta li getta nei vortici
dell'etere: ogni elemento li accoglie da un altro, ma tutti li odiano. Anch'io
sono uno di questi, esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente
Contesa.” L'Amore non interviene nella storia delle peregrinazioni del demone decaduto?
Con ogni probabilità, è l'Amore stesso che ci parla in questo frammento.
L'"io" dei due ultimi versi è l'autore del poema. Ma è anche, se
andiamo più a fondo, l'Amore. I demoni esiliati lontano dagli dèi saranno
allora dei frammenti espulsi dalla massa centrale dell'Amore e condannati a
errare tra i corpi cosmici sotto l'influenza separatrice del suo nemico, la
Discordia. Quando le parti dell'Amore che sono i demoni si riuniscono
nell'unità immobile della sfera, il mondo stesso diviene un essere vivente. Sotto l'influenza di Amore il mondo stesso si
trasforma in dio. Questa concezione conduce al rifiuto assoluto dei sacrifici,
poiché in ogni essere vivente vi è un'anima umana, che sta compiendo il suo
ciclo di reincarnazione. Se nel corso di questo ciclo l'anima si è comportata
secondo giustizia, al termine potrà tornare nella sua condizione divina. Dal
che, come Pitagora, anche a Empedocle ripugnano i sacrifici animali e
l'alimentazione carnea. “Onde, uccidendoli e nutrendoci delle loro carni,
commetteremo ingiustizia ed empietà, come se uccidessimo dei consanguinei; di
qui la loro esortazione ad astenersi dagli esseri animali e la loro
affermazione che commettono ingiustizia quegli uomini «che arrossano l'altare
con il caldo sangue dei beati», ed Empedocle dice in qualche luogo: Non
cesserete dall'uccisione che ha un'eco funesta? Non vedete che vi divorate
reciprocamente per la cecità della mente?” “Il padre sollevato l'amato figlio,
che ha mutato aspetto, lo immola pregando, grande stolto! e sono in imbarazzo
coloro che sacrificano l'implorante; ma quello sordo ai clamori dopo averlo
immolato prepara l'infausto banchetto nella casa. E allo stesso modo il figlio
prendendo il padre e i fanciulli la madre dopo averne strappata la vita mangiano
le loro carni.” Rispetto alla sua precedente opera vi sono delle contraddizioni
che è stato difficile per i suoi esegeti conciliare. Ad esempio, ad una visione
naturalistica del poema Sulla natura si contrappone la teoria della
reincarnazione delle Purificazioni: nel primo scritto l'anima è anche detta
mortale, mentre è definita immortale nel secondo. C'è chi ha spiegato tali
incongruenze con la versatilità di Empedocle, scienziato e profeta al tempo
stesso, medico e taumaturgo. C'è invece chi ha ipotizzato una paternità diversa
delle due opera. Uno dei busti ritrovati nella Villa dei Papiri a Ercolano,
identificato dapprima come Eraclito, solo più recentemente con Empedocle. Lo
stile di Empedocle viene lodato dagli antichi. “Dicantur ei quos physikoús
Graeci nominant eidem poetae, quoniam Empedocles physicus egregium poema
fecerit» «Siano pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici,
dal momento che il fisico Empedocle scrisse un poema egregio» (Cicerone,
De Oratore 1, 217) «padre della retorica» (Aristotele fr. 1, 9, 65)
Lucrezio (De rerum natura 727 ss.) lo prende addirittura come modello.
Renan lo definisce «uomo di multiforme ingegno, mezzo Newton e mezzo
Cagliostro» Gli viene intitolato il Regio Liceo Classico di Girgenti, dove studiarono,
fra gli altri, Pirandello e Camilleri. Secondo le discordanti fonti sulla
vita di Empedocle la cronologia andrebbe fissata tra il 484-1 e il 424-1.Cfr.
Gabriele Giannantoni, I presocratici. Roma-Bari). Secondo Bignone (“Empedocle”,
Torino) Empedocle sarebbe vissuto tra il 492 a.C. e il 432 a.C. Anche Robin
ritiene che la sua vita sembra sia scorsa tra il primo decennio del secolo V e
il 430 circa. Schiefsky ritiene che Empedocle sia nato nel 490 a.C. e morto nel
430 a.C. Platone, Parmenide, 127 B
Platone, Parmenide, 127 C.
Diogene Laerzio, VIII. 51 Diogene
Laerzio, VIII. 73. Timeo, ap. Diogene
Laerzio, VIII. 64, comp. 65, 66.
Aristotele ap. Diogene Laerzio, VIII. 63; cfr. Timeo, ap. Diogene
Laerzio, 66, 76. Diogene Laerzio, VIII,
66, 67. Mannucci, La cena di Pitagora,
Carocci editore. Satiro, ap. Diogene Laerzio, VIII. 78; Timeo, ap. Diogene
Laerzio, 67. Diogene Laerzio, VIII. 60,
70, 69. Plutarco, de Curios. Princ.,
Adv. Colote, Plinio, HN XXXVI. 27, e altri.
Così nella letteratura antica, come riferisce Bertrand Russel nella sua
Storia della filosofia occidentale, citando un poeta anonimo: «Grande Empedocle
che, l'anima ardente, saltò in Etna, ed è stato arrostito intero». Diogene Laerzio, VIII. 67, 69, 70, 71;
Orazio, ad Pison. 464, ecc. Ippoboto riferisce che egli, levatosi, si diresse
all'Etna e, giunto ai crateri di fuoco, vi si lanciò e scomparve, volendo
confermare la fama che correva intorno a lui, che era diventato dio.
Successivamente fu riconosciuta la verità, poiché uno dei suoi calzari fu
rilanciato in alto. Infatti, egli era solito usare calzari di bronzo.”
(Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi, 8.68-69). Cfr. anche Eraclide Pontico, fr.
83 Wehrli. “E questo tutto abbrustolito chi è? - Empedocle. Si può sapere
perché ti gettasti nel cratere dell'Etna? Per un eccesso di malinconia. No: per
orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere un dio. Ma il fuoco rigettò una
scarpa e il trucco fu scoperto. (Luciano di Samosata, I dialoghi). Timeo ci
attesta esser lui finito di morte naturale. Dicono alcuni che trovandosi egli
in Messina a cagion di una festa sia ivi caduto da un carro, e rottasi la
coscia, sia morto. Credono altri che in mare naufragasse: altri che si fosse strangolato
da sé. Scinà, Memorie sulla vita e filosofia d'Empedocle gergentino, GERENTI –
no GIRGENTI -- ed. Lo Bianco, Palermo – empedocle gergentino -- Apollonio, ap.
Diogene Laerzio, VIII. 52, comp. 74, 73.
Wolfgang Haase, 2, Principat; 36, Philosophie, Wissenschaften, Technik
6, Philosophie (Doxographica [Forts.]), ed. Walter de Gruyter, Franco Volpi,
Dizionario delle opere filosofiche, Bruno Mondadori). Jori, Empedocle in
Dizionario delle opere filosofiche, Milano, Bruno Mondadori. Avverte infatti il
Jaeger. Dobbiamo guardarci dal prendere per pura metafora poetica l'espressione
della religiosità che lo trattiene dal seguire sino in fondo i predecessori
troppo sicuri di sé.” Cardin, Empedocle, in Enciclopedia filosofica, Milano, Bompiani,
Reale, Storia della filosofia greca e romana, vol.1 p.213 D-K 31 B 7.
D-K 31 B 17 Kingsley, Misteri e
magia nella filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore,
In corrispondenza con le quattro primarie anti-tesi del caldo (fuoco), del
freddo (aria), dell'asciutto (terra), e dell'umido (acqua). Le quattro radici di
Empedocle risultano essere poi i quattro elementi di Aristotele e Tolomeo. Edoneo è un appellativo proprio del dio degli inferi
Ade, cfr. in tal senso Esiodo Teogonia, 913; o anche inno omerico A
Demetra. Forse si riferisce a Persefone;
per una dotta riflessione su questo nome, certamente un teonimo poco
conosciuto, si rimanda a Gallavotti in Empedocle, Poema fisico e lustrale,
Milano, Mondadori/Lorenzo Valla. Secondo Empedocle (B 62; 63) i due sessi (maschi,
non-maschi) furono determinati dalla separazione di creature "di natura
integra", che si erano a loro volta evolute da forma di vita più
primitive. Un papiro di recente ritrovamento, contenente aforismi di Empedocle,
ha consentito tuttavia di integrare le due versioni, portando a ritenerle
complementari. Le due opere, quindi, farebbero forse parte di uno stesso
trattato o poema filosofico. In tempi più recenti, è stata avanzata l'ipotesi
che si tratti di Empedocle gergentino. Tale proposta trova conforto sia nella
notizia di Diogene Laerzio in merito alla folta chioma del personaggio sia alla
specifica collocazione del bronzo all'interno della villa dove faceva pendant
con il bronzo raffigurante Pitagora (inv. 5607), che fu suo maestro» (Museo archeologico
Nazionale di Napoli. “Sulle origini”. Ne
conservavamo trecentocinquanta versi.”Martin ha consegnato complessivi
settantaquattro esametri dei quali venticinque coincidono con quelli già
posseduti. “Ma da ogni parte è uguale a
se stesso, e ovunque senza confini, lo sfero rotondo che gioisce di avvolgente
solitudine.» (Empedocle, D-K 31 B 28, Poema fisico e Lustrale, Milano,
Mondadori, 1975. Tonelli, Empedocle di Agrigento. Frammenti e
testimonianze. “Origini,” “Purificazioni,” con i frammenti del papiro di
Strasburgo” (Milano: Bompiani). Bignone, Empedocle. Studio critico, traduzione
e commento delle Testimonianze e dei Frammenti, ristampa, Roma, L'Erma di
Bretschneider, [Torino: Bocca]. Colli, Empedocle, Pisa, La Goliardica, Traglia,
“Studi sulla lingua di Empedocle” Bari, Adriatica, Bodrero, “Il principio
dell’amore nella filosofia d’ Empedocle” Roma, G. Bretschneider, La lingua di
Empedocle, Bari, Levante, Volpi, Empedocle: i suoi misteri rivelati in una
biblioteca, 13 novembre 1996. Empedocle
di Agrigento (PDF), su Università di Milano,1.
Filosofi: Empedocle, scoperto papiro a Strasburgo. Per gli studiosi è
l'unica testimonianza diretta, Strasburgo, Adnkronos, Pigliando il nostro
Empedocle a trattar le cose naturali, cui sopra d'oga ' altro in tendea, ebbe
egli a sdegno di seguir set ta e maestro. E come egli era franco di animo, e
grande d'ingegno; così immagi nò giusta la moda de' tempi, e l' usanza de'
filosofi un sistema novello. Questo di vulgato gli acquistò tal fama, ch'emulo
ei divenne per gloria e per sapere de' fisici più famosi di sua età Democrito e
Anassa gora. I Greci di fatto accolsero con ammi razione i suoi belli poemi; e
chi vennero poi ricordarono con onore Empedocle e i pensamenti di lui. Incerta
fra tanto, manca, é corrotta è venuta la sua dottrina sino a noi. Man cate per
l'ingiuria de' tempi le opere del nostro Gergentino, chi ha voluto conoscer ne
lo spirito, è stato costretto di rintrac 6 ciarlo presso gli storici
dell'antica filosofia. I quali non ebbero affatto cura di notare il vincolo,
con cui destramente iva quegli legando i suoi pensieri. Anzi costoro così
disparati li rapportano, che si possan te nere non altrimenti che rottami, da'
quali non si pud il disegno ricavar dell'edifizio, cui prima apparteneano. Però
eglino non che han male e tortamente fatto conoscere Ja fisica d'Empedocle; ma
nè pur bene e dirittamente apprezzare la forza e la virtir della sua mente.
Giacchè l'eccellenza de' sistemi è riposta nell' union delle parti, che si
rispondon tra loro; e da questo le. game si misura l'ingegno di chi l'hanno
inventato. Empedocle inoltre scrisse in versi, e ‘abbellì le sue idee, come
fanno i poeti. Per lo che pigliando alcuni letteralmente le finzioni della sua
fantasia gli apposero o pinioni assurde e grossolane. Illusi altri dal le
immagini poetiche, che per lo più sono equivoche, travidero; e più presto ci
tra mandarono le loro illusioni, che i pensa - 7 menti del nostro filosofo.
Varie di fatto so. no le forme, sotto cui ci presentano Em pedocle gli antichi
e i moderni scrittori. Ora egli è dualista, e ora è scettico: ora pla tonizza
', e or favoleggia: e non ha gnari fu, non so come, anche gridato qual pre
cursore di Newton (1 ). Sicchè Empedocle, tra biasimato, lodato, e sfigurato, è
stato sempre mal conosciuto, e sempre calunniato. Volendo adunque richiamare in
luce la filosofia di lui, ho cercato e raccolto i frammenti de' suoi poemi, che
per avvene. tura ci restano, e sparsi qua e là si leg gono presso diversi
scrittori. Coll ' ajuto di questi, che sono gli onorati avanzi della sua vera
fisica, son ito raccapezzando pri e poi restituendo la sua filosofia, Per chè
tra le opinioni, che gli storici appon gono ad Empedocle, ho quelle scelto, che
ben s'adattano, e naturalmente si legano colle idee, le quali si traggono da?
fram menti di lui, e le altre rigettato, che a queste si disdicono, o ne sono
contrarie. Ho fatto in somma ciò, che suol praticara ma 8 si da chi 'voglioso
di restaurare un'antica statua o colonna raccoglie e mette insieme que' pezzi,,
che tra loro s' incastrano, e ben si connettono. Questo metodo che stimerà
diritto chiunque non è privo di senno, deve specialmente poter convenire ad
Empedocle. Poichè Aristotile ci atte sta: colui più che altro fisico della sua
età, aver detto delle cose, ch' eran tra loro ben legate e concordi (2 ). Ho
quin di fatto ogni sforzo per richiamare alla sua purezza e integrità la
dottrina del nostro filosofo quando da lui stesso, quando dall' autorità degli
antichi scrittori, sempre met. tendo in accordo le idee, che si traggono da
questi e da quello. Però non è da ma ravigliare, se con sì fatto accorgimento,
ab. bia liberato il nostro fisico di non poche assurdità, e se mi sia venuto
fatto d'ab bozzare almeno il vero sistema di lui. La prima origine, e i primi
elementi delle cose, sono, per quanto pare, fuori la sfera del nostro
intelletto, perchè oltre: passano la sfera de' nostri sentimenti. Pure. i Greci,
cominciando da Talete, s' occupa ron tutti in si fatta vana ricerca, e tutti si
smarrirono. Alcuni degli Jonici coll'acqua, altri coll' aria, altri col fuoco
formaron le cose, e fabbricarono presto l'universo. Non così piacque a
Parmenide, e a Pittagora. Costoro, lasciato il mondo materiale, come indegno
delle loro meditazioni, si misero per strade diverse in un mondo astratto ed
intellettuale. Parmenide spiritualizzò l'u nico elemento degli Jonici; e pose
unica, e terna, immutabile sostanza. Uno è tutto, dicea egli, e tutto è uno;
sicchè le mu tazioni della materia non altro eran per lui', che modi e semplici
apparenze. Pit tagora dal mondo materiale rifuggi alla Geo metria. E se bene
questa scienza non fos che un parto della nostra mente; pú re l’ehbe quegli,
non si sa come, per lo modello, e 'l vero esemplar dell'universo. Però nella
Geometria leggeya i rapporti e le proporzioni, che debbono aver le co se,
ch'eran materiali; e vide nell'unità i primi e veri principj de' corpi. Furon
gli se 8 b 10 ingegni presi da prima di maraviglia così pel filosofo di Flea,
come per quello di Samos; e corsero tutti a ' loro insegnamen ti. Ma stanchi di
poi di contemplare un mondo o metafisico, o geometrico, ritor narono
naturalmente alla materia; e nac que la filosofia corpuscolare. I primi a far
questo ritorno furono Empedocle; Anassagora; Leucippo e Demo crito. Costoro
calando dal mondo di Pit tagora alla materia materializzarono le u nità di
costui. Atomi chiamarono Leucip po e Democrito i principj delle cose (3 );
particelle simili Anassagora; ed Empedocle col nome li distinse di elementi
degli ele menti (4). Ma in verità i loro principi altro non erano, che le unità
di Pittago ra fatte materiali, espresse e indicate con vocaboli diversi.
Democrito lasciò a suoi atomi l'indi visibilità, di cui le unità di Pittagora
eran fornite nello stato suo intellettuale. Questa stessa indivisibilità
secondo alcuni, negd al le parti simili Anassagora. Differente dall' uno e
dall'altro fu per Aristotile l'opinio. ne d’Empedocle (5 ). Costui cercò nella
materia le sue unità, e dividendo e sud dividendo i corpi giunse a quelle
moleco le, che più non si potean dividere. Ma dove i sensi mancarono, suppli
colla ra gione, e proseguendo la division delle mo. lecole col suo pensiero,
s'accorse potersi queste sempre pit di nuovo dividere. Ven ne però affermando
che i suoi elementi de gli elementi eran divisibili; ma solo colla mente non
gia col fatto. Distinse, così di cendo, le unità di Pittagora dalle sue,
ch'eran materiali; e provvida in bel mo do alla durata della natura '. Perchè
essen do i principi delle cose incapaci, secondo lui, d'ogni fisica alterazione,
quelle deb bono sempre durare come al presente sono: Tennero tutti tre que'
fisici non che per cosa assurda, ma impossibile, la crea: zione dal nulla. Ne
venne loro in mente, come ad alcuni indi piacque, di supporre la materia nuda
d'ogni qualità. Chiama vano essi la materia senza forma, e senza 3 b 2 12
qualità ciò che non è (6): Ciò ch'è, dicea Empedocle, è impossibile venire da
quello, che non è (7 ). Ma diverse furon le quali tà, ch ' attribuiron costoro
alle loro unità secondo che diversamente riguardò ciascun di essi i corpi e la
natura. Anagsagora ebbe le sue particelle non altrimenti che briccioli
minutissimi, ma simili in propieta a corpi, ch'eran destinati a formare. E come
varj sono i corpi e differenti le lor propietà; così yarie e differenti pose in
corrispondenza le qualità delle sue particelle. Per lo che tras portò egli le
qualità delle masse a' fram menti di esse, e,e ristandosi alle apparenze ricayò,
come suol dirsi, da grande in pic colo. Gli atomi per Democrito erano al
contrario tutti della stessa natura; e solo differiyan tra loro per sito,
ordine, e fi gura. Idea, che ben si conviene alla sem plicità della natura; la
quale con pochi mezzi suol produrre fenomeni, che sono pressochè infiniti,
attesa la lor varietà, la lor moltitudine. Empedocle, ciò non o stante, rigettò
il pensier di Democrito; e 13 or 1 volendo spiegare la varietà materiale, de?
corpi, piglio, com ' egli dovea, e genno consiglio dall'esperienza.. Gli Jonici
addensando o rarefacendo acqua, or l'aria, or l'aria insieme e ' l fuoco,
diedero forma e qualità a ' cor pi dell'universo. Da questi e dal loro me: todo
si dilungo il nostro fisico. Studiava egli i corpi, e separandone le particelle
cer cava prima, e raccoglieva poi i loro com. ponenti. Però in luogo di fingere,
ritro vava ne' corpi i loro elementi; nè i corpi a capriccio componea alla
maniera degli Jo nici, na li analizzava come fanno i chi. niici. Le sue
esperienze, furono egli è ve. ro, incerte e imperfette, come si leggono ne'
versi di lui. Perchè dirizzandosi per una via non ancora usata nelle fisiche
ri. cerche, mancava d'ajuti e di stromenti; massime che la fisica era allora
metafisica e bambina. Ma ciò non pertanto que' pri mi e rozzi saggi del nostro
Empedocle so no da stimarsi un chiaro testimonio del suo metodo, ch'era tutto
pratico e sperimen. 14 tale. Coll'ajuto in fatti delle sue esperien ze agginnse,
a giudizio d' Aristotile ', la terra all' aria, all' acqua, al fuoco, e ' l
primo stabilì la dottrina de' quattro ele menti (8 ). Quattro, dicea egli, son
le radici di ogni cosa: Giove, Giunone, Plu tone e, Nesti, figurando, sotto
questi sim, boli il fuoco, la terra, l ' aria,, ee l'acqua '. Per lo che nella
sua fisica le unità mate riali eran le parti, che diconsi integranti de quattro
elementi; e questi le costituen ti di tutti i corpi, che si trovano in na tura,
Sebbene il fisico di Gergenti avesse di stinto l' aria, l'acqua e la terra per
le diverse lor qualità '; pure in riguardo al fuoco l'ebbe e' tutte tre, come
se state fossero d' unica e medesima natura. Le particelle dell'aria e
dell'acqua tendono, secondo lui ', a condensarsi, come fa la terra. E al
contrario credea Empedocle es sere propietà del fuoco d'assottigliare, se
parare, e levare ogni solidezza alle parti celle dell' aria e dell' acqua. Di
fatto fu C 1 15 sua opinione che la luna si condensò a ca gione del fuoco, che
da essa si partì, non altrimenti che avviene nell'acqua, quando si riduce in
gelo (9 ). E se il fuoco indu. ra i corpi umidi, e vetrifica talvolta i so lidi,
ciò accade per Empedocle, perchè scioglie e separa l'aria e l' acqua in quel li
dimoranti (10 ). Gli elementi dunque aria e acqua sarebbero stati solidi, se la
forza dissolvente del calore portato non l' avesse alla liquidità, che lor si
conviene Non conobbe, egli è vero, così pensando, qualunque corpo per via del
fuoco poter pigliare, passare, ritornare allo stato soli do, o liquido, o
aerifornie; ma giunse a comprendere l'aria e l'acqua dovere al fuoco la loro
fluidità. Questa verità, che in tempi più felici avrebbe potuto gene rarne
tant' altre, fu allor qual baleno in notte huja, che illumina in un attimo, poi
l' oscurità lascia più grande. Tal veri ta o affatto non fu avvertita, o punto
non fu ben compresa da’ filosofi d' allora. Ari stotile si lagna d’Empedocle,
come di chi e 16 avesse usato de quattro elementi, non al trimenti che fossero
stati due; contando quegli per uno i tre, che questi avea real. mente diviso
aria, terra, é acqua (11 ). Anzi chi furon dopo (quasi Empedocle non già
quattro, nia un solo elemento avesse stabilito nella sua filosofia ) si diedero
fal samente a credere il fuoco essere stato te nuto dal nostro fisico per lo
principio, da cui ogni cosa veniva, e in cui ogni cosa doveasi risolvere (12 ).
Ma comunque ciò, sia, egli è certo, da che. Empedocle manifestò quattro po ter
essere gli elementi delle cose, tutti abbracciarono la sua opinione. Di
leggieri ciascun' s'avvide l'aria, l'acqua, la terra il fuoco aver gran parte
nella composizio ne de' corpi, e ne' cangiamenti più notabi li, che avvengono
nel nostro globo e nel la nostra atmosfera '. Di fatto non più a capriccio come
prima si solea, s' accrebbe o diminui il numero degli elementi, e tol ta
ogn'instabilità tra le scuole, comune fu, e ferma rimase la sentenza de'
quattro ele 17 Conta area la dem fial menti. Sicchè su questa dottrina, qual
ferma base, venendo assai dopo a posare la moderna fisica; questa Empedocle
ricono scere deve', e lui onorare qual suo capo e fondatore. Hanno le scienze,
come ogni cosa umana i lor giri, e le loro vicende, che si distinguono da'
metodi, dalle opi. nioni, dalle verità, ed eziandio dagli er rori che son
dominanti. La fisica nella sua infanzia nise tra gli elementi l' aria, l' acqua,
il fuoco, la terra. Questi, non ha guari, ha gia scomposto la chimica. Altri ne
sostituiranno i nostri posteri, ch' al presente non si conoscon da noi. Ma
niuno negherà la debita lode al nostro fi losofo, che fondo il primo periodo
della fisica colla dottrina de' quattro elementi, e regoló i primi debolissimi
passi dello spiri to umano nello studio non che vasto ma difficile delle cose
naturali. - Più alto senno, e più forza d'in, gogno mostrò Empedocle, quando si
mise a cercar le forze, che mettono in movie mento la materia e gli elementi.
Si fatta 2, D i leta plaža matukio ered ܐܐ
F Table tol fue ele 8 1 ricerca, siccome molto ardua, non era sta. ta sin
allora impresa d'alcuno. Anassago ra, attese le sue particelle prive di moto e
di vita, non sapendo altro che specola re, ricorse a Dio; e colla forza
onnipoten te di lui agitò e sospinse le sue parti si mili, o loro impresse quel
moto, che que. ste naturalmente non aveano. Fece costui, come chi a muover la
macchina, in luogo di peso, o di molla, cerca la man dell' artefice. Però
Aristotilo contro lui si sde gna, e giustamente il rampogna (13 ). Ba sto a
Democrito di fornire il moto a' suoi atomi, nè curò di saper come e d'onde
quello venisse. Al più facilitò il movimen to immaginando un voto, ove ogni
sorta d'atomi avesse potuto agevolmente dime narsi; e particolarmente
attribuendo agli atomi del fuoco la figura sferica, come quella, che avesse
questi potuto render atti a scorrere e sdrucciolare. Ma Empe docle fu il primo
al dir d' Aristotile, che con molto senno in natura conobbe due come cagioni
del moto degli ele St & © S forze C 19 menti (14). Una di quelle chiamò
amo. re, amicizia, concordia, o l'altra come contraria o lio, inimicizia, lite.
L'amore d'Empedocle non è quel del la favola, di Parmenide, d' Esiodo, o d '
altri fabbri di cosmogonia. Era forse per costoro un principio attivo che
vivificava 1 universo. Ma questa era un'idea, vaga, generale, e nulla utile
alla fisica. Non è così l'amicizia d'Empedocle. La quale è una forza, fornita
di particolari propietà, e tanto intriseca alla materia, quanto si stima da noi
la sua gravità. In virtù di sì fatto amore le particelle simili tendono a
unirsi tra loro, e congiungendosi forma no a mano a mano le masse. Masse che
vie più van sempre crescendo; perchè la maggiore sempre ne trae a se la minore,
e l'una all'altra infallibilmente s' unisce. Aria, diceva Einpedocle, si
aggiunge ud aria, etere a etere, fuoco a fuoco in mo do che il minore al
maggiore s’ accoppia. Sospinte del pari dall ' amore le particelle di natura
diversa tendono a unirsi tra lo C 2 E ro, e compongono gli aggregati colla loro
unione. L'amore in somma unisce la ma teria si fattamente, che se in natura si
gnoreggiasse la sua sola forza diverrebbe l' universo unica męssa, unica sfera (15
). Perchè è propietà peculiare dell ' amicizia di ridurre le cose, che son più,
a una so la. La forza quindi per Empedocle simbo leggiata dall' amore, amicizia,
e concordia non è se non quella stessa, che oggi da' Chimici si chiama affinità.
L'odio, non altrimenti che l'amore, è parimente intriseco agli elementi de' cor
pi, ma le qualità d'uno son del tutto op poste a quelle dell'altro. Tende
l'inimis cizia a disunir le particelle congiunte; scio gliendo le masse, e
scomponendo gli ag gregati. E' singolar propietà di quella ri durre l ' uno in
più: tal che se l'universo fosse una sola massa e unica sfera, que sio in forza
dell'odio si dovrebbe tutto quan: to sciogliere in minutissimi briccioli. Odio
in somma, inimicizia, lite per Empedocle son e valgono forza dissolvente, o 1
tutt'uno 21 repulsiva. Di fatto chiamava egli anche il fuoco inimicizia; perchè
questa come quel lo distrugge e separa ogni cosa (16 ). Dą ambidue queste forze
tra loro op poste, d'ailinità una, e dissolvente l' al tra, significate dall'
amore e dall'odio, il nostro Empedocle ne ricava il moto ne' cor pi. L'amicizia
sollecita gli elementi all' u nione tra lor l' avvicina, e nell' avvicinarli
tra loro parimente li muove. L'inimicizia all'incontro cospinge le molecole
unite, so spintele a poco a poco le stacca, staccate le del pari le muove.
Forze adunque so no l'amore, e l'odio del nostro fisico; co me quelle che
avvicinando o respingendo gli elementi cagionano lor movimento. Fors ze
ch'egualmente son chimiche, conie quel le, che uniscono e separano; compongono
e scompongono i corpi in natura. Ma co me furono esse adombrate sotto le forme
morali d'amore e odio, di lite e concora dia; sono state mal comprese e
capriccio samente interpetrate. Alcuni videro in quel. le due forze la divinità
e la materia (17): 22 altri: l'ordine e'l disordine; il bene e ' l male (13 ):
chi la luce e le tenebre; chi l' Oromaze e l'Arimanio de' Persiani, o altre
cose simili (19). Tanto egli è vero, che il suo linguaggio, come poetico, ha
recato ingiu ria a' suoi pensamenti e alla sua filosofia. L'amore e l' odio,
siccome dice il no stro fisico, han que signorie; ma alternan ti e separate tra
loro. Comincia l'impero dell'odio, quando finisce quiel dell'amore, e
declinando la signoria dell' inimicizia, l' amicizia ritorna a' suoi primieri
onori. E come una sifatta vicenda non ha mai fi ne; così costante si mantiene
il movimen to in natura, e gli elementi in eterno s' uniscono e separano.
Esprime egli tal con tin: io e scambievole impero dell'odio e dell' aniore
coll'immagine, e somiglianza d'un cerchio, che si revolve. Perché il cerchio la
periodi finiti, che all'infinito si posso no rinovare. Ma tolte le voci
d'impero e signoria, che son propie della poetica, si potrebbe il pensiero
d'Empedocle raſfigura re nella vicenda delle forze, mercè la qua. 23 bene i
ebre; chi ni, oabe ero, chei ell'aur Onn '. le i pianeti si'movono. In questi
or preva le la forza centripeta e viene a farsi mag. gior la centrifuga; or
prevale la centrifu ga, e viene a farsi maggior la centripeta. Sicchè
alternativamente prevalendo le due forze centrali, i pianeti s' accostano e dis
costano dal sole, e costantemente si mo vono nelle loro orbite ellittiche. Tale
dellº amicizia, e inimicizia d'Empedocle. Come gli elementi s' uniscono;
comincia a preva ler l' inimicizia, che tende a separar le cose unite. E come
gli elementi dividonsi; principia a superar l'amicizia, che tende a unir le
separate. Per lo che ambidue sempre operano, e si a vicenda prevalgono, che gli
estremi dell'odio occupa l'amore, e l' inimicizia que' dell' amicizia. Giusta
questa legge Empedocle fa e ternaniente operar l'amore e l'odio. Così, e ' dice,
comanda o il füto, o la necessi tà, o l'antico giuramento degli Dei. Ma il fato
del nostro filosofo non è quello de. gli Stoici, o degli Eleatici. Egli null’
al tro indica colla parola necessità, che l'ins etarr Itale ம்
care PA umpert 2. la que 24 tima natura
di quelle due forze. Siccome eterna ei reputava la materia, ed eterne le forze,
da cui essa era animata; così l ' amore e l'odio volea dover sempre e ne
cessariamente operare. Gli elementi secon do lui o son separati, e ſrettolosa
corre l ' amicizia a unirli; o sono uniti, e impa ziente va l'inimicizia a
separarli. Se per poco lascerebbe l' una o l ' altra di congiun gere le cose
separate, o segregar le con giunte, l'amore e l'odio, mutata natura, non
sarebbero più nè odio, nè amore. E' quindi pel nostro fisico così necessaria
l'e terna vicenda delle due forze, come invin cibile si stima il decreto del
fato e della necessità. Il fato adunque nel dizionaria del nostro filosofo
altro non significa, che l' intima indole, e l'immutabile natura delle due
forze senza più. Però a torto Aristotile riprende lui, come chi avesse
introdotto nela la fisica il fato é la necessità (20 ). Posti questi principj
va Empedocle squa dernando il suo sistema, qual poeta, qua si collocato su d'un
eminenza, di la con 25 ta; ON ie. Sasa templando la natura dichiara agli uomini
le sublimi lezioni di sua filosofia. Nulla, egli dice, manca, nulla ridonda
nell'us niverso; perchè la quantità della materia nè cresce nè manca. Tutto
nasce, tutto muore, tutto in altra forma trasformato ri sorge, L'accozzamento
di parti, che son disgiunte, n'è la nascita; e la separazion di quelle, che
sono accozzate, n'è la morte, La natura quindi null altro è, che ” se parazione
e miscuglio. Essa è eterna; per che l'amore e l'odio sempre fa e disfà, strugge
e compone. Mancherà il presente ordine di cose, sorgerà subito un altro. Questo
distrutto, di nuovo, e sotto altra, guisa si verrà a formare. Così senz' alcuna
fer posa uno in un altro ordine successivamena te, e sempre sarà permutato. Nè
per que: sti continui giri si cangia la natura, ne ha od te luogo o confusione,
o simmetria. La materia non è stata, nè sarà mai senza moto. La natura è stata
sempre qual sempre sarà: cioè amore e odio, separazione e union d' elementi.
Cosi parlava Empedocle nel suo d ali 200 € c). och eta, Jade 26 poema sulla
natura, o per dir meglio cosi egli smentì anzi tempo chi dopo lui dovean
supporre aver lui voluto il caos immagina to sol da' poeti (21 ). Lo stato di
confu sione e di caos pel nostro fisico, o non è stato, nè sarà mai, o sempre
egli è stato e sarà. La natura quella è ora, ch'è sta ta, e sempre sarà:
miscuglio e separazio ne: amicizia e inimicizia: nascita e morte. Passando
Empedocle d'una in un ' al tra idea strettamente legava i suoi pensie ri.
Siccome la materia è tutta divisa ne' quattro elementi; così i corpi per lui
eran composti presso a poco de'medesimi. Ma perchè ciò nulla ostante quelli tra
lor son tutti diversi; quindi andava ricercando in che, e.come si differisser
tra loro. Tal difie renza ei rinvenne con gran perspicacia nella njaniera
diversa, con cui gli elementi com binansi. Però non è nè l'aria, nè l'acqua, nè
la terra, nè ' l fuoco che distingue le co se; ma la misurata lor mescolanza;
in bre. ve, la proporzione in cui trovansi due o piti di quelli componenti.
Rappresentando da € st CL T 1 C 27 c2003 de poeta le sue idee ch'eran fisiche,
dicea: i dipintori mischiano colori diversi, e col mi schio di questi van
figurando uomini, pian te, fabbriche, uccelli, e anche gli stessi Dei. Non
altrimenti fa la natura. Ha el la, come quattro colori, che sono i quat tro
elementi, e va coll ' accozzare un poco di questo, di quello, e quell' altro
forman do uomini, piante, animali, donne leg giadre, e chiarissimi Dei. Tutto
lo studio d'Empedocle era quel di scomporre i corpi, e scomponendoli cercava la
ragione, in cui stavan tra loro le parti componenti. Per chè era persuaso, che
la loro varietà veni va, ed era tutta riposta nella varia pro porzion degli
elementi. Aristotile che am mira un sì bel pensamento da ad Empedo cle il vanto
d'aver lui il primo conosciuto una tal verità (22 ). Non si può quindi negare
il metodo d’Empedocle, come quel lo, che volea l'analisi de' corpi, esser chi
mico; chimiche esser le forze amore e os dio, che inprimean moto alla materia;
e chimica esser tutta la sua fisica; perchè tra lai arch nemt 22 نماز کی P.;
Det ue opad ando de d 2 28 P ch for pa me pre me an CO fondata sulla proporzion
delle parti, che compongono i corpi pressochè infiniti della natura. Può ora
essere a chiunque manifesto Empedocle il primo aver delineato il siste. ma
dinamico, che oggidi leva tanto rumo re in Alemagna. Pone questo sistema al
cune sostanze semplici e primitive, che col le loro diverse combinazioni
producono la varietà de'corpi. Questo stesso fece Empe docle ammettendo i primi
elementi, e com binandoli in varia e differente lor propor zione, Forze
attrattive e repulsive vogliono i Dinamici; ed Empedocle immaginò affini tà e
forza dissolvente, o sia odio e amo re. Che se quegli a spiegare gli stati e i
volumi de' corpi si fondano sul contrasto e rapporto, in cui si tiene la forza
attratti va colla repulsiva; anche Empedocle dicea, che l'inimicizia sta
appiattata nelle parti de' corpi pronta a vincer l'amicizia nel tem po
opportuno. Ma io non mi maraviglio punto di tal corrispondenza tra Dinamici e
il nostro fisico. Gli uomini gireranno sem at c ) in D gi ti 29 pre nella
stessa orbita, e torneranno sem pre a riunirsi nelle medesime ipotesi ogni qual
volta, che si aggireranno sì oggetti, che illustrar non si possono con
osservazio. ni, e co' fatti. Perchè limitate essendo le forze del nostro
spirito, limitato sarà del pari il numero delle sue combinazioni. ' I metafisici
di fatto sogliono ricondurre sem. pre in iscena più o meno vaghe, più o meno
adornate le opinioni medesime. Gli antichi vollero rappresentar l'essenza de'
corpi. Però Democrito immagind il sistema atomistico; Empedocle il dinamico.
Oggi, che alcuni han pensato di tentar lo stesso, in Francia è risalito in alto
il sistema di Democrito, e quel d'Empedocle in Aloma gna. Dobbiamo persuaderci
una volta che le scienze s' accrescono non già colle nostre opinioni, che sono
semplici fantasmi della nostra mente, ma coll' esservare, ed espri mere co'
nostri pensieri i fatti e le consue. tudini della natura. Questo metodo per
avventura non era ignoto in quella stagione in Gergenti. An 30 [ a crone
l'amico d'Empiedocle, poste giù le ipotesi, fondava la medicina sull'esperien
za, e fu capo della setta empirica. Il no stro fisico cercava e stabiliva la
varietà de' corpi cercando e stabilendo la proporzion de' lor componenti. Ma i
tempi imprimono nel nostro spirito la lor forma, il lor caratte re, le loro
opinioni; operando su noi non altrimenti dell' aria la qual si respira. Non è
quindi da maravigliare se Empedo cle s'occupò, come allor si facea, su i
principi delle cose, e sulla generazion dell' universo. Il romanzo della
nascita del mondo era in que' tempi un'introduzione, che si stimava necessaria
alla fisica. Niuno affat to potea meritare il titolo di sapiente, se non prima
avesse ordito la sua cosmogonia. Quindi i filosofi cominciavano allora i lor
poemi dalla creazione del mondo; molto più, che a ciò fare non dovean perdere
gran tempo, nè durar molta fatica. Le loro cosmogonie erano un lavoro più di
fan tasia, che di ragione. Si fatti lavori me 31. glio che cosmogonie potevan
chiamarsi ro manzi, in cui i paragoni tenendo luogo di raziocini affermiare è
lo stesso che dimostra re; e le capricciose finzioni si scambiano come opere
della natura. Empedocle dun que al par degli altri intese alla formazion dell'
universo; svolgendo e dichiarando l' impero della sua inventata amicizia. Diede
prima nascita all'etere, indi al fuoco, poi alla terra. Da questa trasse
l'acqua, l'a ria, l'atmosfera; indi le piante, gli uomi, ni, e gli animali (23
). Pose più diligen za e più tempo a formar dalla terra; ma per opera
dell'amore il genere umano. Rimescolando gli uomini colle piante, e co gli
animali, tenne costoro come unica ma teria, in cui tutti si fossero contenuti
qua si in ischizzo, ma senza che distinta aves ser presentato la irma,
leggiadria, e ata titudine delle loro membra. Queste a po co a poco ideò egli
essersi sviluppate, ed esserne venute fuori delle immagini, prive di noto e di
vita, simili alle pitture, ale le statue. Nella terza generazione di poi 32
furon distinti i maschi dalle femmine. Nel. la quarta s' ebbero degli uomini,
che na. scono gli uni dagli altri; perché, distinto il sesso, si mosse il
carnale appetito (24). Le piante secondo lui fitte restarono in ter ra per
trarne l'alimento; e gli animali qua e la si divisero per cercare un abituro
con veniente alla loro natura (25 ). Queste co se sconce, incredibili, e
simiglianti sognò il nostro fisico, che dovrebbero passarsi sot to silenzio, se
non giovasse d'accennarle per dare șin' utile lezione allo spirito uma no. Il
quale ardito, com ' egli è, malgrado gli assai folgoranti brillantissimi lumi
non che della religione, ma della moderna de parata filosofia, a dì nostri va
sempre fi sicando geogonie e cosmogonie. Darwin di fatto adottò gli errori del
nostro Empedocle, e certamente da lui ebbe a trarre l'idea della successiva
perfezione, e a grado a grado del regno animale. L'uno e l'altro fece nascere i
vegetabili prima degli anima li nel tempo e nello stato, che le cose e rano
imperfette. Entrambi del pari segna 33 # rono gli animali essersi a poco a poco
svie luppati, e aver tratto tratto acquistato quel. la perfezione, di cui
oggidi son forniti. Vogliono tutti due, che dal principio i ses si fossero
stati confusi si negli animali che negli uomini. Ambidue affermano che l '
universo giunse al grado di sua perfezione, allorchè separati i sessi nacquero
gli ani mali gli uni dagli altri. Darwin in somma dice unica essere stata la
specie dei fila menti', che diede origine a tutti i corpi, che sono organizzati
(26). E parimente fu opinione d'Empedocle, che unica fu la pasta, da cui
vennero vegetabili, animac li, uomini, e Dei (27). Tanto egli è ve ro, che i
nostri pensatori sempre, o al men per lo più copiano, e s ' arrogano le
speculazioni degli antichi. Nella cosmogonia d'Empedocle sicco me a chiunque è
maniſesto, non intervie ne, ne opera alcuna cosa la Divinità. Ma così pensando,
intendea egli di recarle 0 nore più presto che ingiuria. Avendo egli ' la
materia, come allor si pensava, per co 34 I sa vilissima, temeva che la
sapienza si fos se bruttata, se avessé preso a ordinare co se, che son del
tutto materiali. Per lo che a intendere la formazione dell'universo, lasciata
la mente divina, invocò il caso, e commise gli elementi in poter della for:
tuna. In sì fatti grossolani sciocchissimi er rori s' imbatte chi stoltamente,
e senza una precedente saggia e matura riflessio ne, vuol togliere il supremo
artefice dal la fabbrica del mondo. Il caso, fantasti cano essi, siccome
racchiude in se tutte le combinazioni possibili ad avvenire; così tra le molte,
e assai e infinite, che son mo struose, quelle poche ancora contiene, che son
regolari. Infinite, dicea Empedocle, sono state le forme, che ha preso teria ',
e senza numero le combinazioni de. gli elementi. Ma queste si son succedute
senz' alcuna. posa sin dall'eternità, e forse non han potuto durare perchè
prive so no state di regola e simmetria. Dopo tan. te é tante strane vicende,
gli elementi in fine, conchiude egli, essersi disposti in la ma 35 quell'ordine,
che il mondo ritiene, e da tutti con ragione, s ' ammira. Dal caso a dunque
Empedocle formò l'universo. Al caso attribui egli quel, che privativamente è
sol propio della sapienza, e dell'infinito potere d'un esser supremo. Da un
acci dente sogna egli essersi condotto il presen te ordine, ma dopo lungo,
vario, e suc cessivo disordine. Queste idee và Empedocle adornandh colla sua
fantasia vivace, e poetica. Figir ra egli mani, piedi, gambe, busti, oc chi,
braccia, spalle, teste di animali, di uomini, che tra lor misti é confusi si
por tan qua e là únendosi- senza regola, e sen za misura. Ora egli vede petti
senza spalı le; teste senza cervici; e fronti prive d' occhi. Or egli osserva
piedi congiunti a colli, occhi a spalle, teste å gambe, di ta a fronti, e altre
irregolari unioni. Quando immagina egli de' tori in volto u e uomini colla
testa di bue; e quando nota nell'uomo l'impronta della pecora ', e in questa
quella dell'uomo. Em mano e 2 36 1 1 a i pedocle in somma finge, trasfornia, è
com pone mille e mille specie di mostri, che per lui una volta furono, e di
quando in quando appariscono. Ma dopo forme si sconce é fuor di natura dispone
egli ca guialmente quelle membra nelle proporzio ni, e misure che al presente
veggiamo. Che maraviglia è dunque, ei conchiude, che dopo tanta varietà di
mostri sieno a sorte venute le belle e ben disposte mac chine degli uomini e
degli animali? In tal modo si sforzava il nostro fisico di render credibile ciò
ch'è falsissimo; facendo come chi gli occhi s'acceca per meglio e più
chiaramente vedere, Ma i suoi sforzi tutti quanti gli tornarono vani. Non cape
ne capirà in intelletto umano, che il mondo il quale spira ordine, sapienza, e
nia, sia l'opera del cieco, e dello stolto accidente. Ciascuna parte d'un
essere forma un sistema; un sistema formano tutte le sue parti; un sistema
tutti gli esseri, che tra loro legati corrispondono tutti al gran di fi armo 37
c scuna, segno dell'universo. I moti varj e multi plici de corpi celesti son
regolati da poche e semplicissime leggi; le quali nascono e de rivano da unica
propietà della materia. Se dunque ogni sistema indica combinazione, e questa
suppone disegno e architetto; chi contemplando la fabbrica dell'universo, ch '
è un grande e maraviglioso sistema in cia. e in tutte le sue parti, potrà non
ammirar la mente di chi seppe non che idearlo, má farlo? Se il mondo è così per
fetto, qual dovrebbe essere, se fosse l'o pera d'un supremo fattore; se
l'universo non mostra in ciascuna sua parte, avvegna chè minima, alcun segno o
piccolo o lon. tano di casualità; chi senza empietà o stol. tezza, potrà
riconoscerlo per opera del ca. so e non della mente d'un Dio? Ma senza più
travagliarci a dimostrar cid ch'è chiarissimo; l'esistenza d'un som. mo fattore,
oltre all'essere scritta nell' ani. mo nostro, si.legge ne' cieli, e a noi per
viene da ogn'angolo della terra. Da che Anassagora disse agli uomini la mente
di l 38 SO vina con singolar magistero è giusta leggi invariabili, áver
ordinato la materia, niu. no vi fu, che nol consentisse. Il popolo d'Atene alzò
allora un tempio a Dio, qual supremo fabbro degli esseri, e onorò quel filosofo
del soprannome di mente. Anzi la ragione del volgo ha vinto in cið, e vincerà
sempre i lunghi ragionamen ti di qualunque filosofo. Il volgo non lo rigetta
con orrore le cavillazioni degli atei, che tentano invano negar l'esistenza
d'un eterno fattore, ma poco o nulla cura altresì le speculazioni di que'
sapienti, che vogliono dimostrarla. E in vero tal verità alla classe appartiene,
attesa la somma evi denza, di quelle che sdegnan le pruove, e che si possono
guastar più tosto che ras sodare co' lunghi e sottili raziocinj d'una filosofia
illuminata. Empedocle e Democrito sebbene fossero stati superati da Anassagora,
perchè non già una mente divina, ma il caso avesser posto, come autor
dell'universo; pure son degnissimi d'onore per i loro metodi, o bel 39 osta k..
** dias li pensamenti nelle fisiche discipline. Poté Democrito per sua
particolar virtù concepi re egli il primo un sistema meccanico del mondo,
fondato sulle propietà de' corpi, o sulle leggi del niovimento. Valse Empedo.
cle per forza di sua mente a immaginare anch'egli il primo un sistema chimico
dell' universo, che posando su i quattro elemen ti, è regolato da forze, e
sottoposto alle leg. gi dell'affinità. Ambidue tennero in onor l'esperienza,
che certo e naturalmente con duce alla scoperta della verità. Se chi do po lor
filosofarono, fossero stati poco più sensati; avrebber dovuto mettersi dietro
la loro scorta, e collegare insienre i modi chi mici d'Empedocle e i meccanici
di Demo: crito. Si sarebbe allora abbreviato il corso degli errori, e
anticipato il principio di quella filosofia naturale, che fa tant' onore a '
nioderni. Ma le sette smarrirono i filoso fanti d' allora, e costrinser costoro
tanto più a errare, quanto più essi s' attennero alla metafisica, e si
scostarono dall'esperi. mentare e asservare. Dovettero scorrer piů Dice? 17
bile su 40 secoli, perchè venisse in grande stato lo studio della natura.
S'apparteneva veramen te a'nostri tempi, che congiunte chimica e meccanica
avesser portato la fisica a quel grado d'altezza, in cui oggi si trova. Ma è
sempre da confessarsi Empedocle e De. mocrito aver gettato i primi semi di que'
vantaggi, che cal favore del tenipe la fi. sica ha oggi ottenuto. Le opinioni
d’Empedocle sų gli ele menti, e sull'origine delle cose, se non son vere,
almeno non sono ingiuriose nè al la sua mente, nè alla sua filosofia. Splen
dono tra gli abbacinamenti chiari i lampi d'ingegno, e un metodo sopra ogn'
altro riluce, che l'avrebbe guidato alle più bel, se gli errori de' tempi non
gliel' avessero contrastato. Ma non è così, quando il nostro filosofo alle cose
si rivol ge, che trattan d'Astronomia. I suoi sen timenti su gli astri sono
altrettanti assurdi. Empedocle il fisico pare altr' uomo, e tut. to diverso da
Empedocle astronomo. Tal differenza, che veramente è notabile, se 1 le scoperte,
41 non m'inganno, nasce da ciò, che la sua fisica si trae in gran parte da'
frammenti de' poemi di lui; là dove le sue opinioni astronomiche ci vengon
quasi tutte dagli Storici degli antichi filosofi. ' Non senza ra gione quindi
si può sospettare, che i suoi pensieri non sono strani e deformi, quan do egli
stesso l'annunzia; e al contrario pajono sconci ee mostruosi,, allorchè altri
parlano in vece di lui. E ' maggiore tal congettura, qualor si considera que
com pilatori essere stati grossissimi delle cose a stronomiche. Costoro
affastellano in confu 90 le opinioni de ' filosofi, e o abbreviando le mozzano,
o interpolando le allungano, o pure in qualunque altra manieria, senz' alcuno
intendimento, ogni cosa deformando's le alterano. Non è quindi duro a com
prendersi, gli storici del nostro filosofo, tra per l'imperizia delle cose del
cielo, e per l'espressioni di lui, ch'eran tutte fi gurate e poetiche, averne
contraffatto la sua astronomia. Non si negan con ciò gli errori, in cui egli
per avventura avesse po f 42. tuto cadere. So benissimo l' astronomia dei Greci,
sfornita.com'era in que' tempi d ' osservazioni, ridursi, tolto il nascere o
trae montar d' alcune stelle, a una raccolta d' antiche tradizioni, o di
opinioni bizzarre. Si conviene pure Empedocle aver potuto di: re il movimento
del Sole essere stato da prima più lento, che a' suoi tempi non e. ra. Si
concede altresi aver lui potuto opi nare l'asse della terra aver pigliato una
po sizione all' Eclittica inclinata, che prima non avea: (usanza de' cosmogoni
acconciare a lor talento le parti dell'universo, e condur le allo stato, in cui
ne' suoi tempi si trora no ). Ma non si può affatto credere, Empe docle aver
tenuto i tropici quasi due mura glie, cui giunto il Sole, essere stato stretto
a torcere il suo cammino; e aver segnato și fatti circoli non altrimenti che
due confi. ni, che impediscono il Sole camminando verso i poli d'oltrepassare
il suo termine. Chiamò egli que circoli con linguaggio fi. gurato i confini del
Sole; perchè a quel li il Sole giungendo par che il suo cam, 1 43 mino rivolga.
In breve intese egli indica re l'obbliquità dell'eclittica, e segnar lo spazio
in cui il Sole fornisce l'anquo ap parente suo corso. Giacchè l'anno si com
putava allora da’ solstizj, i quali dall'om bre osservar comodamente si possono
coll? ajuto dell'ago. Con tali e simili sconcezze si è guastata l ' astronomia
d’Empedocle; Però se tra per difetto di memorie di lui, e per ignoranza degli
storici, ė, ben diff cile d' indagar ciò ch' Empedocle penso sul. le cose del
cielo; è assai più difficile sa per, ciò ch'egli non disse, e a torto a lui
appongon gli storici, Temendo gli Ateniesi, che la terra fosse stata
un'abitazione mal soda, furon solleciti della sua stabilità. Provvidero e glino
alla propią sicurezza, e a quella del genere umano: ma colla sola fantasia a
modo del volgo. S'appresentarono la ter ra in forma d'un monte, le cui barbe
vanno a profondare e perdersi negli ultimi lontani confini dello spazio.
Assegnarono ina sieme alla terra già divenuta nionte il suo f 2 44 co vertice
di forma rotonda; e quivi loc:arono ferma sicura l'abitazione degli uomini. A
mente dunque di quel popolo il Sole e gli astri non givan mai sotto la terra,
che nol poteano; ma spuntavano e tramonta vano girando intorno intorno a quel
verti. ce. Questa opinione, che in Atene era un pubblico dogma, non si potea
contra star da filosofi senza grave lor danno. Il popolo pigliava alto sdegno
di chi osava sen tirne in contrario, e contro lui si scaglia va, come contro
chi avesse tentato di som. muover la terra é perdere a capriccio.il genere
umano. I filosofi d'allora tra per che adularan la plebe, come chi più che gli
altri soglion fuggire i pericoli; o per ehe su ' ciò nulla dissimili dal volgo
crede van lo stesso; non mai vi fu alcuno, che avesse ardito negare il monte,
le radici, il vertice, e la finta figura della terra. Non cosi fece il nostro
filosofo, che molto perito nelle cose naturali, anche da Sici lia si scaglid
contro sì fatta sentenza. Ri dea egli del monte, delle radici, del ver 45
tice.e aspramente ripiglio, Xenofane, che avea per immensa la profondità della
ter ra (28 ). Chi, dicea Empedocle, tali co se divulgano, o poco veggono, o
nulla san. no dell'universo.; Altri e lontani da quelli del volgo fu. rono i
sentimenti d' Empedocle intorno al la terra. Fu opinione di lui, che fuoco
bruciasse nel centro di questa. I sassi i dirupi, gli scogli, ei riguardò come
sco rie, che la virtù di quel fuoco avea in alto levato. L'acque, che sorgon
terma li, quelle sono, a suo credere, che sotter ra scorrendo piglian calore
dal quel mede simo fuoco (29 ). Empedocle in somma im maginò sin d'allora
l'ipotesi del fuoco cen. brale, che Buffon, non è guari, più bel la e vistosa
ha richiamato alla luce. Pensavano gli Jonici, che la terra sospinta dal
vortice che occupava tutta la sfera, era stata condotta nel centro di ques sta.
Ma non sapeano essi comprendere, come quella, sfornita d' appoggio, ben li
brata si stesse nel punto di mezzo. Timi 1 46 di quindi i filosofi al par del
volgo, ne dilatavan la base, e tormentando i loro ingegni si sforzavan di
sostenerla colle ipo: tesi. Talete avvisò la terra restar sospesa nell'aria,
non altrimenti che un galleggian te sull'acqua, Democrito e Anassagora ne
fecero la base non che larga, ma conca va; aifinchè l' aria quivi sotto
racchiusa la potesse sostentar con sodezza. Parmenide credette sostenerla col
principio della ra gion sufficiente. La terra a suo pensare stava nel centro,
perchè non avea ragio ne, che la portasse per questo più tosto, che per quel
verso, Ma il nostro fisico si dilung) da co storo, e con altri principj prese a
spiegar sie la stabilita. L'acqua nella cosmogonia di lui s' era separata dalla
terra per l'im peto del giro, che questa facea (30 ). Pe. rò la terra nel suo
sistema rotaya. Rota va del pari secondo lui il cielo; è altra differenza non
pose nella rotazion dell' una e dell' altro, che nella velocità, Minore la
yolea nella terra, che stava nel centro; 47 1 rola, ando il cla colo come star
galo raal Po maggiore nel cielo, che in giri smisurati si volgea. Da cid
appunto egli ne trasse e perchè quella stesse in aria sen za cadere. Se girate,
egli dicea, con pre stezza una secchia; l'acqua non cadrà, ancorchè nel girarsi
si tenga capovolta (31 ). Tal è nella sfera i La conversion celerissi ma del
cielo vince ogni peso e ritiene la terra. Al moto dunque del cielo egli in
catenava la posizion della terra nel cen. tro, il suo rotare, e lo starne, Si
sihar rì, egli è vero, in quella spiegazione al par degli altri; perchè allor
s'ignorava la gravità della terra esser diretta al suo cen. tro. Ma il suo
metodo di ridurre più fe nomeni a un solo, e ripescare ne' fatti la ragione di
quelli, è molto degno di lode. Dall'esperienza della secchia, che pre stamente
si volge, han preso argomento chi son portati per l'antichità, aver co nosciuto
il nostro filosofo la forza centrifu. ga, Ma a pensar giusto, ignorandosi allos
ra le leggi del moto, niuno ebbe, nè as ver potea l'idea vera e matematica di
quel, 1 ajd a $ permas 30, ho murah ento: 48 d he Te la forza. Egli è vero
essersi saputo in que' tempi, e da Empedocle essersi ben dimo strato la
velocità del girare impedir la ca duta de' gravi. Ma questo era fatto, non
forza, e più esempio, che principio. Eran sì lontani Empedocle e gli antichi di
cono scer quella forza, che presso loro fu fer ma e costante opinione, i corpi
a cagion di circolazione avvicinarsi al centro se pe santi, fuggir dal centro
se leggieri (32 ). Ma se'a lui si può contrastare la co gnizion della forza
centrifuga, gli si deve certamente quella concedere della rotazion della terra.
Opinione era questa comune presso noi ne' tempi greci, e propia in ve rità
della nostra Sicilia · Giacchè Ecfanto e Iceta la divulgarono in Siracusa; ma
sin da tempi antichissimi Empedocle l' insegno nella nostra Gergenti. Avea il
nostro Astronomo il Sole e le Stelle, come se fossero della stessa natura.
Opinava egli quello e queste esser di fuo co (33 ). Ma non perciò è da credere,
ch ' ei tenesse la luce per eguale o simile al R te te e 1 49 1 fuoco terrestré.
Non sapendo egli qual fose se la natura della luce, che per altro è ignota
anche a noi, tenea il Sole come una massa ignita, che lanciava nella sua sfera
le sottili sue particelle (34). Queste ei credea, che dal Sole si moveano, e
pro gressivamente propagandosi giungeano agli occhi. La luce, dicea, va prima
nel mez zo, e poi perviene sino a noi (35 ). An ticipava così la scoperta
bellissima della pro pagazione della luce, che i Satelliti di Gio ve doveano in
tempi avvenire rivelare a Roemero. La vide, egli è vero, coll' in telletto, e
senza ridurla a fatto, la lascið nel posto di semplice opinione. Ma nel tempo
de' sogni e dell'ipotesi è degna cer to d'ammirazione quella opinione, che
coll' andar de' tempi è stata condotta al grado eminente di fisica verità.
L'emission della luce fu l'ipotesi, ch' allor tenne Empedocle', e cui oggi s'
acco stano chi non vogliono vaneggiar per no velle bizzarie. Questa a dì nostri
d ' alcu ni è rigettata, e in que' tempi era ancor مه 50: contrastata.
L'ipotesi che il Sole quanti raggi manda, altrettanti ne perde, fece al lora, e
ha fatto oggi credere a parecchi, ch ' egli raggi mandando, e raggi perden do
sì gradatamente impoverirà di luce, che collo scorrer de' secoli giungerà sino
a spe. gnersi. Newton all'incontro dimostra in sensibile essere stata la
perdita della luce solare dal principio delle cose sino a noi. Anzi egli quasi
sforzandosi d'assicurar la luce alle future generazioni, cerca di sup plir la
massa solare con quella delle co mete. Le quali attratte dal Sole, quan do nel
suo giro sono vicinissime a lui, e su lui cadendo, colla loro materia vanno a risarcire
la perdita diurna delle particel. le solari. Ma Empedocle in un modo, che se
non sarà forse il più vero, è certamente assai più ingegnoso, s' industrið
provedero alla durata del Sole. Siccome i raggi lan. ciati dal Sole son poi
riflessi dalla terra; cosà egli pensd, che quelli dopo la rifles, sion
concentrandosi, ritornano al Sole (36). 51 Però questi per riflessione acquista
quel, che per enuission perde; e atteso un sì fat to circolo durerà sempre lo
splendore del Sole. Empedocle quindi potė ben dire la luce essere al presente
una riflessione di quella che fu una volta lanciata dal Sole: Ma i compilatori
dell'antica filosofia non capirono i sensi del nostro filosofo. Credette ro
essi due essere i Soli d'Empedocle, uno invisibile, visibile l' altro, che
collocati in due opposti emisferi si guardavan tra lo ro. La terra, eglino
dissero, riflette al se condo i raggi invisibili lanciati dal primo; e quello
poi in forma di luce li rimanda alla terra (37). Ecco con quali sconcez ze
quegli storici guastarono i divisamenti del nostro filosofo sull' emission
della luce. Non meno speziosa fu la difficoltà, che s'oppose a Empedocle ne'
suoi tempi contro la succesiva propagazion della luce. Siccome nel tempo che la
luce viene a noi, il Sole si move; così l'occhio astretto a seguire la direzion
della luce, vedrà il Sole in un punto, in cui fu, e poi non g 52 è più.
Empedocle a rispondere, non prese scampo nella prodigiosa velocità della luce,
o in qualche sottigliezza, cui i fabbri di si stemi soglion rifuggire. Non è il
Sole, ei di cea, ma la terra che in ventiquattro ore si volge: La terra' dunque
nel rotare s’im hatte ne' raggi solari, ed essa prolungan doli va a trovare il
Sole nel punto, in cui egli sta. Non si potrebbe di certo a di nostri in
miglior forma rispondere a chi in quel modo vclesse attaccar l ' emissione e
successiva propagazion della luce (38 ). • Empedocle ebbe la Luna come opaca,
perchè frapponendosi tra il Sole e la ter ra cagiona l' ecclisse. Plutarco a
lui so lo (39), mettendo in non cale tutti gli altri, da il vanto d' aver
divolgato la Lu. na essere un corpo privo affatto di luce, che riflette i soli
raggi solari. La chiarez za della Luna' ei chiamava non che dolce e bénigna, ma
insieme straniera. Una lu ce straniera, dicea Empedocle qual poeta, circola
intorno alla 'terra (40). Ma Empe docle ebbe la disgrazia d' aver avuto gua 53
stato ogni suo sentimento. Achille Tazio dall' epiteto di straniera dato alla
luce lunare da Empedocle, ricavo, non so come, il medesi mo aver tenuto la Luna
qual pezzo svelto dal Sole. Ma buon per noi che ci sia re stato il verso
d'Empedocle, che smentisca l'interpetrazione di Tazio (41 ): Anassagora per
dare una misura del So le riferì la grandezza di quest' astro al solo
Peloponneso. Il nostro filosofo fu il primo, cui venne in pensiero di comparar
Sole e Luna tra loro. Egli credea che il Sole fosse stato più della Luna
distante dalla terra so pra due volte (42). Ciò non ostante affermo quello
essere stato assai più grande di que sta; sebbene ambidue fossero appariti
dello stesso diametro (43 ). In somma l'ineguale distanza fu per lui certo
argomento della lo ro diversa grandezza. Parrà ad alcuno ciò essere stata cosa
di lieve momento; e pure fu un passo, e un avanzamento che allora fece la
scienza del cielo. Giacchè niun altro prima d'Empedocle, ed egli fu e il solo e
il primo, che insegnò gli astri lontani 54. doverci comparire piccoli più de'
vicini. E gli pure fu il primo che pose in confronto tra lor gli astri non solo,
ma i loro diame tri. Dopo hui in fatti prima Eudosso misu rò i diametri apparenti
della Luna e del Sole; e poi cominciarono i Greci a stabili re i periodi
lunisolari, da cui nacque, e s’ avanzò l'astronomia de' medesimi. Si potrebbe
quì aggiungere a formar tutto il quadro dell'astronomia del nostro fi losofo,
aver lui forse conosciuto che la Luna rotando intorno a se stessa si mova circa
la terra. Ma punto non conviene dar a Empe docle una gloria o dubbia o sospetta
(44). Basta aver levato a suoi pensieri astronomici quella ruggine, di cui li
bruttò l'imperi zia di quegli storici. Appresso l' onorano al cuni qual autore
d'un poema sulla sfera in cui si descrive, secondo l'uso de' tem pi il nascere
e ' l tramontar d' alcune stel le. Ma i critici illuminati han quello come
opera d'ignoto autore e non di lui (45 ). Io non discordo da loro; anzi
confesso non essere stato Empedocle intento a osservare, 1 55 1 come si
conviene nell' astronomia. In quell' età si costruiva il cielo da' filosofi non
si osservava. Era quella la stagione della fan tasia, delle opinioni, e
dell'ipotesi, che suol sempre precedere l' altra, che porta seco il raziocinio,
l'osservazione, la veri tà. Però non è poca la gloria d’Empedo cle nell' aver
conosciuto la ' successiva pro pagazion della luce, la rotazion della ter ra,
l'opacità della Luna, è scostandosi dalle volgari stravaganze nell' aver compa
rato il primo le masse tra loro della Lu na e del Sole. Se non può egli quindi
emulare Timocari e Aristillo, Ipparco e Tolomeo, che nella Greca astronomia fu
ron chiarissimi; pure non è da negare lui aver saputo delle cose del cielo
assai più che la sua età non portava. Vennero quel. li assai dopo, e in tempi
assai più illu minati e felici; e non è maraviglia, che questi fossero stati di
quello migliori. Una fiaccola più o meno brilla, quanto più o meno pura è l '
aria, in cui brucia. Dal cielo tornando alla terra non più 56 & troviamo il
nostro filosofo, che immagina l' origin delle cose; ma che studia e in terpetra
con senno la natura. La prima verità, che c'insegna, non già ragionando ma
coll'esperienza, è il peso e la molla dell' aria. Mette egli in opera in
difetto di macchine e di strumenti la clessidra, che s'usava allora da' nostri
come orolo gio a misurare il tempo. Avea questa la sua figura conica; la base
forata a guisa di minutissimo vaglio; e il collo lungo che stringendosi sempre
più andava a fi nire in un sottil bucolino. Si tenea allora la clessidra col
collo all'ingiù; e l'acqua, di cui era piena, lentamente gocciolando misurava
le ore. Questa appunto fu la macchina d'Empedocle, che nelle sue ma ini diventò
indice e misura di fisiche verità. Introduce ei da poeta una donzella, che
trastullando colla clessidra la vuol en piere d'acqua. Ne tura essa l'orifizio
col le dita, e postane la base all' ingiù, cala quella verticalmente in un
fonte. Entra allora l'acqua per la base forata; ma per SC ay is ce 9 in C 57
quanto la donzella prema, e travagli, la clessidra non si può mai empiere tutta.
Stanca finalmente la verginella, alza le di ta, con cui chiudea quell'orifizio;
ed ec co l'acqua che sale, e giunge alla cima. Proposta l' esperienza,
Empedocle ne' suoi versi ne soggiunge lo spiegamento. L' aria, dice egli, che
sta racchiusa nella cavità della clessidra, colla sua molla, resiste all' acqua,
e la ripara di venire all'in su. Ma appena la donzella alza, le dita, l'aria e
sce, e però l'acqua non più impedita dall' aria sale, e tutta empie la
clessidra. In altro modo ci presenta ei la don zella. Finge egli che questa
volti la cles sidra; e allora un altra prova egli ci reca del peso e della
molla dell' aria. Chiude es. sa colla mano il bucolin della clessidra, questa
piena d'acqua volge colla base all' in giù; affinchè l'acqua tutta fuori si ver
si. Ma non senza sua sorpresa s' accorge che l'acqua, lungi di cadere da ’
forellini della base, si ferma: Alza ella quindi la mano con fretta; ed ecco
l'acqua goccio h 58 re il a lare, e a poco a poco cadendo tutta fuori versarsi.
Dichiarato il primo, ſu agevole a Em pedocle spiegare il secondo esperimento.
L' acqua, dicea egli, si sforza d' uscire da' fo. rami della base. Ma l'aria
sottoposta si resiste colla sua molla, che venga a vince peso dell' acqua.
Subito che la don zella alza la mano, l'aria di sopra preme l'acqua sottoposta;
e questa, ajutata dall' aria soprastante, vince ogni restistenza, o vien fuori.
Con tali esperienze, delle propietà dell' aria mostrava egli e il peso, e la
molla. Ciò nulla ostante furon quelle nell'età d'ap presso poste
ingiuriosamente in obblio. Se noti fossero stati al rinascer delle scienze gli
esperimenti d ' Empedocle, non si sareb be certo levato tanto grido per
l'invenzion del barometro. Ivi il mercurio sta sospeso dalla forza dell'aria,
come l'acqua sta so spesa entro la clessidra dalla forza egual. mente dell'aria.
Si fatte esperienze, che oggi son volgari, allora erano rade e uti € 59 lissime
alla fisica. Smarriti i Greci in que? tempi o dalla lor fantasia, o dalla lor
me tafisica, non pigliavan cura nè d ' esperien. ze, nè d'osservazioni; e privi
di fatti, co storo eran pur privi di scienza · Ne' versi d'Empedocle quindi il
principio si trova, e la nascita dirò così della fisica; perchè ivi si trovano
i primi esperimenti. Democrito al par d'Empedocle piglia va anch'egli allora la
via de' fatti: sebene ambidue ne fossero stati presto raggiunti dal divino
Ippocrate. Sicché questi tre som mi uomini cercarono allor di fondare un epoca
novella nella Greca filosofia, sfor zandosi di condurre gl'ingegni a studiar la
natura coll' esperienza, e colla osservazio ne. Ma tal metodo, ch'è lento,
ostenta to, non potea esser gradito a Greci, che impazienti erano e caldi; e
però da pochi fu pregiato ed impreso. Sebbene Empedocle avesse posto ogni
studio nello sperimentare; pure fu solo in Sicilia, senza stromenti,
nell'infanzia dela la fisica. Ne si creda Democrito, e Ippo h 2 60 crate
avergli potuto giovare, essendo e co lui di region lontanissima e questi de
tempi d'appresso. Pochi eran quindi i fat, ti, che potea egli raccogliere. I
medesimi non gli eran mica bastevoli all' uopo, ch' era assai vasto, e che
giusta l'usanza de tempi abbracciava tutta la natura. Di che veniva, ch'egli
spesso era costretto a suppli re il difetto de' fatti; e ciò il fece con assai
sagacità e senno: cui nercè l'arte inventò del congetturare. Questa non gia che
fosse stata da lui ridotta in canoni come si svol presso noi, che in ogni cosa
abbondiamo di regole; ma intriseca si tro va, e quasi nascosta ne' suoi
ragionamen ti. Anzi io credo non potersi in miglior modo rilevar l'artifizio
del suo metodo, che descrivendo l'andamento del suo spi rito; allor quando
pigliò ei a comparare i vegetabili agli animali. Furon tanti, e di tal momento
i rapporti, con cui egli quel li a questi lego, che giunse a scoprir del, le
verita, che son degne non che di ricor, F S a 8 danza, ma di stupore. 62 Il
seme, il sesso, la generazione, la nutrizione, la traspirazion de’ vegetabili
fu. rono i varii sorprendenti oggetti su cui fil filo s'applicò la sua mente.
Da prima avverte. Empedocle comune essere il fine assegnato dalla natura 'e
agli animali e a ' vegetabili. Un animale, o una pianta, egli dioe, voglion
produrre animali, o piante simili a se (46). Questo fu messo da lui come base
delle sue illazioni, e co nie fermo segnale d'un punto, da cui egli partendosi
non s' avesse potuto mica smarri re nel proceder più oltre nelle sue nuove
scoperte. Soggiunge egli appresso: come l' animale viene dall'uovo, così la
pianta dal seme (47). Attesi questi fatti comincia o ' specolando a filosofarvi,
e da quelli guidato va con franchezza formando le sue conget ture. Se l'uovo e
il seme, egli prosegue, comune hanno il fine, ch' è la produzio ne; debbono
l'uno e l'altro colla stessa attitudine, e col medesimo impeto tendere al
medesimo fine (48 ). Da sì fatto fine ad ambi comune egli argomenta, come da 62
un indice, comune dover essere la natura del seme e dell' uovo. Ma Empedocle
forse à tal indizio si ferma? Nullameno. Egli torna di nuovo a fatti, mette in
opera da capo osservazioni; e si sforza rintracciar co. sì la natura dell' uno
e dell'altro. Empedocle tirando avanti la sua stes sa traccia, trova e
distingue sì nell' uovo che nel seme, non che germe, ma materia che il germe
nutrisce. L'animaletto fin, chè non nasce, o la pianticella finchè non
abbarbica ', traggono alimento da quella, Non è già, aver lui conosciuto le
foglie seminali; o aver lui detto la placenta u terina portar nutrimento all'
embrione per via del funicolo umbilicare. Egli non al tro conobbe, che due
esser debbano nell' uovo e nel senię le parti principali e muni: il germe e i
cotiledoni, che l'ali mento preparano alla pianticella, o all’em. brione, o nel
seme, o nell' uovo. Il nostro fisico quindi più non distinse dirò così ani mali
da piante. Ebhe egli il seme qual uovo de vegetabili; e chiamò le piante col CO
63 soprannome d ' ovipare (49 ). Ecco avere Em. pedocle svelato agli uomini
assai prima d’Ar véo tutto ciò, che nasce', non d ' altro pro venir che
dall'uovo. Teofrasto infatti, e A ristotile (50 ) a Empedocle solo attribuiscon
la gloria della scoperta di tal verità, e gliela dan come propria. La fatica d
' Arvéo, fu egli è vero, utilissima all'avanzamento del le scienze, e degna di
tutta la lode. Ma egli pubblicando di nuovo lo stesso ritrova mento d'
Empedocle, null' altro fece che as sodar vie più colle prove ogni cosa nascer
dall'uovo. Chi adesso non giudicherà mag. gior l'eccellenza dell'ingegno di chi
colla mente va congetturando ciò, che del tutto s’ è ignorato in preterito, e
prevede ciò che sarà da scoprirsi in futuro? Il nostro fisico, guidato com'
egli era dall' induzione, spinse più oltre i suoi ra gionamenti'. Affermd le
piante al par de gli animali dover essere tutte fornite di ses so. Conosciutosi
da lui il seme null' altro esser che uovo, come l'uovo si feconda per l' union
del maschio colla femina; co $ 64 sì argomentò egli del pari il seme per la
mescolanza di que' sessi doversi fecondare. Franco ' quindi e sagace stabili
egli il pri mo, ed egli il primo distinse il sesso ma schile e feminile in ogni
vegetabile. Non si dubita prima di lui essersi conosciuti ma schi e femine tra
' vegetabili: ma ciò soltan to attribuivasi a palme, fichi, canape, pi stacchi.
Però dal nostro fisico prende ori gine il sistema, su cui oggi posa tutta la
Botanica. Egli è vero non aver lui allora ne cercato, nè mostrato gli organi
genita li nelle piante, come poi han fatto con grande studio i moderni; ma ciò
facea e gli sempre col ragionare, e quelli vedea dirò così, coll' intelletto.
Nella testa de' grand' uomini, come dotati d'una specie di tatto pella verità,
la forza delle con getture si sostituisce talvolta all' evidenza de ' fatti.
Facea Empedocle a guisa d'un gran dipintore, che solo abbozza il quadro con
poche, ma pennellate maestre; e la scia poi agli altri la cura di compirne il
disegno, di colorirlo, e abbellirlo. Arveo 65 definì tutto nascer dall'uovo:
Zalunziaski, Millington, Camerario, Vaillant prima, e poi Linnéo mostrarono il
sesso nelle piante. Ma costoro tutti quanti assodaron la dottri na, e compiron
l'idea tracciata dal nostro Gergentino. In verità non è poca la glo ria che a
costui torna nell' aver lui il pri mo schizzato degli originali, che di mano in
mano col favore del tempo si van tro vando in natura. Contemplare Empedocle,
che conget tura è uno spettacolo degno d'un filosofo. Ora egli scorto
dall'analogia supera tutti i suoi contemporanei', e più oltre proce dendo va
diritto a trovare altre belle ve rità. Ora privo di fatti, non ostante il vi.
gor di sua mente, tentoni cammina incer to tra verità, ed errore. Conobbe egli
il sesso sol nelle piante. Ma altro non pote va egli conoscere, attese le poche
anzi le rade verità solamente allor note. Quante altre osservazioni, quante
altre verita gli mancarono? Ignoto era allora l'antere, e gli stigmi esser gli
organi genitali delle pian i 06 cer te, e questi trovarsi ne' fiori. Niun sapea
il polline portato da venti aderire allo sti gma per via dell'umore, che in
questo si stà. Chi aveva allora osservato la Passiflo ra, la Graziola; e ' l
Tulipano, che come agitati d'estro venereo, erranti van cando la polvere, che
loro fecondi? Chi s'era accorto, in que' tempi la Valisneria, e l'altre piante
acquatiche sul punto de’ loro amori alzar lo stigma dall? acque, per accoglier
cupide, e aperte la polvere de' loro maschi? Non è però da recar mara viglia,
se nell'ignoranza di tali fatti non seppe Empedocle comprendere, come le pian.
te, che fitte stan sulla terra, si potesser congiungere per far la lor
generazione a guisa degli animali. Ma tenne egli come cosa non che non dubbia,
ma certissima, e l'induzione già gliel' aveva indicato, che il seme per
l'unione si feconda della fe mina col maschio. Però egli, posti in cia scuna
pianta, come sullo stesso talamo, quasi marito, e moglie, disse tutte le pian.
te dover essere ermafrodite (51). Fil que: 67 sto, egli è vero, un errore;
perchè in al cune piante i due sessi son del tutto se parati, e distinti. Ma
altresì, egli è vero, la più parte delle piante alla classe ap partenersi
dell'ermafrodite; oltr'a quelle, che sono androgine, e poligame. Empedocle
appresso, il mistero passo a indagare della generazion de’ vegetabili, con
quella confrontandola degli animali. Gran cose in prima osò egli dire sul la
generazione animalesca. ' Immaginò egli starsi divise ne' liquor seminali
de’due ses si particelle analoghe al corpo d'ogni ani male. S'ideò egli queste
nella unirsi, e l'embrion formare del corpo or ganizzato (52 ). Il carnale
appetito egli ri pose in quelle particelle, che, separato trovandosi nel
maschio e nella femina, ten. dono naturalmente a unirsi. Ad abbondan za de' due
semi la cagione ei riferisce del parto o doppio, o triplo; e a scarsezza o
disordine degli stessi la nascita d'ogni sor ta di mostri. La prole secondo lui
al pa dre o alla madre somiglia in proporzione generazione i 2. 68 del più o
men prevalere del liquor semi nale quando della femina, quando del ma schio. La
ragione inoltre crede lui dare della sterilità delle mule, che all' angustia
attribuisce e obbliquita de canali della loro figura (53 ). Varie spiegazioni
va in com ma egli fantasticando, che io piglierei ros sore di chiamar sogni, se
chi han tratta to della generazione, non avessero sinora sognato al pari di lui.
Le molecole orga niche di Buffon, i vermi spermatici di Le wenoek, l'uova di
Bonnet e,di Haller, il filamento nervoso di Darwin, non sono clie ipotesi più o
meno, false o tutte immagi narie. La fantasia inoltre, che tutte domi le umane,
s' avvide Empedocle, poter avere anch'essa una parte nella ge nerazione.
Ricordava ei delle donne, che aveaito dato in luce bainbini simili a sta. tue o
pitture, cui quelle, essendo gravi. de, aveano a caso fisamente guardato (54 ).
Opinò egli quindi la fantasia della femin na, non altrimenti del tornitore sul
legro, na cose 69 2oho da ede lidt? po 12.06 maa Potere dar forma, e
simiglianza al feto. Non inancan.oggi, chi credono poter più operare l'
immaginazione del padre che alle quella della madre. Ma niun disconviene, ato
quasi secondo il linguaggio d ' Empedoc!e, che la fantasia o della femmina o del
nia schio, giunge talvolta a tratteggiar, dirò cosi, le membra, e la fisonomia
della pro le nel ventre della madre. Da si fatte cose, stabilitasi. anzi tem po
da Empedocle la famosa analogia tra' vegetabili, e animali, trasse egli, e cona
chiuse del tutto eguale a questi duver es sere la generaztone di quelli. Ne men
dissimigliante tra loro, disse Empedocle, dover essere la nutrizione de gli uni
e degli altri. I vegetabili e gli a nimali dicea il nostro filosofo, gli
alimenti scompongono, e quel traggon da éssi, ch' è conveniente e accomodato
alla loro na turá (55 ). Ciò egli credea farsi in ambi due per via
dell'affinità insieme e de' pori. Dell'affinità cosi egli parlava. Siccome le
cose amare all'amare si uniscono, le dol UD Eury 7 Pizze,the is on sullink 70
ei de 1 dis Tec cer ci alle dolci; ogni sinile in somma al suo simile: cosi gli
esseri organizzati quel pren dono dagli alimenti, che lor si confa, e può
nutrire ciascuna delle propie parti. Chiaro fu eziandio il suo parlare de' po
ri. La nutrizione, egli è certo, separarsi e dividersi negli animali, e ne'
vegetabili per mezzo de' pori, che son differenti in dia metro (56). Le
particelle, dette nutribi li, è certo altresì non potere indistinta mente
entrare per qualunque di quelli: ma ciascuna insinuarsi nell' orifizio di que'
bucolini, ch'è analogo alla propia gran dezza. Un vino, egli dice, è diverso da
un altro, attesa la differenza non che del terreno ma della stirpe (57 ). Ecco
come par, che il nostro filosofo avesse voluto vie più assodar la sua opinione
della forza dell' affinità, e de' pori, massime su i vegeta bili (ch'è poi
propietà d'ogni corpo orga nizzato ) i quali giusta la propia organiz zazione
han da quelli preparato gli ali menti, e si rendon capaci di saporé diver so. A
senno dunque d'Empedocle la nu se su red nog Ila ti co re со ali 71 Fari
trizione si opera tra per l'affinità, e la ti que varia ampiezza de ' pori per
canali diversi, ce e va svariatamente, ma sempre in pari re preciproco modo,
vigore é aumento porgendo agli organi diversi sien de' vegetabili, sien degli
animali Empedocle frattanto, il modo volendo indicare, con cui la nutrizione si
sparge e dividesi fra gli organi diversi, abbiam noi veduto essersi rifuggito
all' affinità, ch'è certamene un'ipotesi. Ma che maraviglia; se dopo la serie
di tanti secoli da questo suo pensare non sono mica iti lontani pa recchi pur
tra’ moderni? Grande in verità e diligentissima è stata oggidì la fatica de
nostri fisiologi nell'indagare i fenomeni del la nutrizione, Gli hanno essi
ridotto a ' fat, ti, o a leggi generali, che son propie e comuni a tutti i
corpi organizzati. Nè pu re eglino han trascurato di trovare nella
contrattilità organica la forza, con cui gli alimenti son trasportati in canali
opportuni non sol negli animali, ma eziandio ne've getabili sino all'alto delle
propie foglie. Ma TX, ام د ገን
muito 73 con tutto cið o nulla o poco si sono essi avanzati nell'additar la
maniera, con cui si fa la nutrizione per gli organi diversi. Non si nega oggi
darsi da' più a varii organi, una specie di gusto, cui mercè quel suc chino, e
tirino, che a ciascuno in partico lar si conviene. Ma poi tal fatto pensa mento
mostra forse esser del tutto falso il ritrovato d'Empedocle? E' troppo vero,
cho la natura yince in molte cose, e vincera sempre ogni nostra speculazione e
fatica e da filosofi per lo più non si recano, cho sole congetture, ed ipotesi,
Fattisi vedere eguali da Empedocle i rapporti degli animali co' vegetabili nel
se nie e sesso, nel generarsi e nutrirsi, non re. stava altro a lui che
applicarsi sulla tra spirazione comune ad entrambi. Conobbe egli, che gli uni e
gli altri per via de' pori similmente traspirano, e quella parte degli alimenti
tramandano che loro è su perflua. Alla traspirazione di fatto attribuì costui o
il perdersi dagli alberi nella fred da stagione, o il serbarsi quelle foglie,
che 1 73 1 dalla natura, non a caso, ma particolar mente sono ordinate al
traspirare e al nu trir delle piante. I primi, ei disse, tra spiran molto
in estate, e spossati levan le foglie in autunno. I secondi traspiran po co in
estate, e robusti ritengon le foglie in inverno. Fondava egli la copia o
scarsez za del lor traspirare sull' ineguale diame tro, e contraria
posizion de' lor pori. Gli uni a suo giudizio hanno larghi i pori del le radici,
angústi quelli de' rami. Gli al tri all'opposto angusti i pori delle radici,
larghi quelli de' rami. Però i primi più, succhiando, e men traspirando non
levan le foglie. I secondi men succhiando e più traspirando perdon le foglie (58
). Se una si fatta posizione di pori, che immagind il nostro fisico, fosse
stata confermata dalle osservazioni, avrebbe sin d'allora egli sciola to un
problema, che non poco fastidio grandissimo stento ha recato a ' moderni. Era
rizio comune a quell' età organizzare ad arbitrio gli esseri della natura a fin
di. poterne presto dichiarare i fenomeni. Egli k e. 0 1 è vero non esser
mancati a di nostri, chi abbian conosciuto e distinto ne' vegetabili non meno
di quattro specie di pori (59 ); Ma chi ha potuto, o con qual microscopio potrà
mai rinvenire, che a ' pori o larghi o stretti delle radici corrispondano a
rove scio quelli de' rami? Pur tuttavia a Empe. docle in parte siam noi
debitori della ragio. ne, che mostra il come dagli alberi cadan le foglie. La
famosa traspirazione ne' vege tabili, da lui allora scoperta, scioglie og gi a
noi con somma nostra ammirazione o senza nostra molta fatica un sì bel pro
blema. Ognun vede le foglie cader più pre sto, quando la state è più calda.
Ognun pur vede gli alberi robusti più de' deboli più tardi svestirsi di foglie.
Anzi ognun vede altresì quegli alberi in inverno rite ner le foglie, che poco
traspirano. I 100 derni al più han distinto le foglie, che cadono in pezzi da
quelle, che intere si staccano, secondo che l'une o l'altre sono al tronco
diversamente attaccate. Costoro 75 di più son giunti a conoscere, che alcuno
foglie cadono intere, prima che le nuovo dalle lor gemme si svolgano, e altre
ristan no finchè non ispuntin le nuove (60). Da ciò essi han tratto, che quegli
alberi, i quali gettan le foglie dopo lo spuntar del le gemme, debbon mostrarsi
verdeggianti in inverno. E che all'incontro quegli altri, i quali gettan le
foglie pria dello spuntar delle gemme, debbon vedersi nudi nella stege sa
stagione (61 ): Che perciò? i nostri fisiologi forse san. no oggi della caduta
delle foglie dagli al beri assai più di quel, che ne seppe al. lora il nostro
filosofo? Abbian quanto si vo glia convenuto oggi i moderni le foglie tra.
spirar più quanto più abbondano di pori. Abbiano quanto si voglia pure costoro
af fermata la copia o della traspirazione o de' succhi si travagliar le foglie,
e i lor vasi ostruire, che finiscan di vegetare, muoja no, e cadano. Eziandio
ne abbiano essi inferito tutti gli alberi dovere perder le fos glie, chi in
Autunno, chi in Primavera. Ma k 2 26 de 60 fu NI tal differenza non è se non
perchè le fo glie di quelli più, e le foglie di questi meno' traspirano, e
l'une servon più, l' altre meno alla nutrizion delle piante? E non è questa la
grande scoperta appunto d' Empedocle, e che forma uno de' suoi gran di elogi?
Il pigliare i vegetabili e gli animali au mento dal calore, il goder di
gioventù, il cadere in malattia, il giungere alla vecchiez za, sono altresì
que' tratti di simiglianza perfetta, che il nostro fisico andava a quel. li
aggiungendo. Nè lascid ei di notare, che i vegetabili al par degli animali si
muv vano, resistano, si raddrizzino (62 ). Gran de com' egli era di mente, e
degno d' in. terpetrar la natura, talmente s’ ingegna va di legare il primo con
poche o comu ni leggi i due regni, che paion tanto di stanti e discordi tra
loro, il vegetabile e l' animale. Gli antichi presero maraviglia di questo
specolazioni di lui, e si ne restaron convinti, che si sforzarono aggiungervi
qual che cosa del loro, Empedocle aveva già 0 PE C te 77 detto, che il seme
senza più è nella ter ra ciò, che il feto nell'utero (63 ) ed egli no
procedendo più oltre' non ebbero a schi fo affermare la pianta essere un
animale fitto in terra per le radici, e l'animale una pianta, che cammina. I
moderni poi non han tralasciato punto di assai profittar de pensamenti d'
Empedocle, cui mercè tira ta avanti la traccia e allungati, diciam.co sì, i
suoi stessi passi, sono iti scoprendo nuovi rapporti, che agli attimali legan
le piante. Le piante dormire come gli anima li; respirare coni'essi; avere i
lor muli; pro. pagarsi i polpi al par delle piante; esservi animali (che son
quei, che vivono attacca ti alle pietre ) che cercano la luce e vergo essa
rivolgonsi, come appunto fanno le pian te: questi e simiglianti sono i grandi
ogo getti, su cui i moderni profittando d' Em pedocle si sono fissati. Ciò non
ostante 90 no tante, e di tal momento le differen ze, che separano gli
animali da' vegetabili, che non è stato possibile di ridurli in tut. to giusta
la pretesa d'Empedocle alle me 78 desime leggi. Pare soltanto che nel presen te
stato delle nostre cognizioni tutto con corra a dimostrare aver la natura
espresso e racchiuso dirò così quasi sotto unica fore mola il gran fenomeno
della nuova produ. zione de' corpi organizzati. Questa appun to cercò, e questa
rinvenne il nostro fisi co. Perchè distinse il sesso nelle piante, e conobbe il
seme non esser altro che uovo: e affermò apertamente le piante, come gli
animali, dover essere ovipare. Tali meditazioni d'Empedocle su gli esseri
organizzati', in difetto d'oga' altra pruova, basterebbero sole a indicare la
for, za, e l'eccellenza del suo intendimento. Dovea egli supplir la mancanza
de' fatti, inventar de' metodi per non ismarrirsi, ras. sodare i
suoi pensieri incatenandoli, anti veder congetturando, Operazioni, che vo
gliono tutte ostinazione, sagacità; avvedi mento. Tal è la condizione dell'
umana natnra, che la nostra mente non può senza stento riflettere, ragionare,
scorrer le dub bie vie delle fisiche ricerche. No creda al 7.9 cuno, ch ' ei
qual poeta, o cosmogono aves se ravvisato quelle somiglianze tra i vege tabili
e gli animali più colla fantasia che colla ragione. La fantasia crea non isco
pre; finge non ragiona; abbellisce non in catena; e se talora connette, i suoi
lega mi sono immaginari e non reali. Molti fu rono i cosmogoni tra gli antichi,
Ma Em. pedocle solamente s' addita come chi com prese in egual modo operarsi la
generazio ne negli animali e ne' vegetabili. Fu egli è vero intento a legare
questi a quegli esse ri, come suol farsi dalla fantasia, che cor ca e ritrova
più le somiglianze delle cose che le lor differenze. Ma ciò avvenne dal metodo,
con cui il nostro Gergentino aju tava la sua mente, ch' altro non era, nè esser
poteą nella sua età, che quel dell' analogia. La quale, siccome essa suole,
argomentando da cose simili, potea soltana to condurlo, a veder somiglianze. Se
dun que Empedocle col favor dell' analogia pro pose congetture, che poi si son
trovate ve re dalle nostre osservazioni, e ben da dir 80 si ch' egli fu nobile
di monte, robusto ne suoi raziocinj, e di gran sentimento nelle cose naturali.,
Un altro e più vasto teatro s' apre o rą di altre e nuove specolazioni, Empedo
cle, posti da parte e vegetabili e bruti, staccò l’ Uomo dagli esseri
organizzati, con cui l'avea egli sin allora confuso. Prese costui a considerar
l’ Uomo solo e isolato non che in metafisica e morale, ma in pa recchie fisiche
scienze. Rivolse ei le sue prime indagini alla fisica dell'Uomo, cui i
corpuscolisti con gran cura in quel tema po attendeano. Empedocle, Anagsagora,
De mocrito scrissero sulla natura; ebbero tutti tre il soprannome di fisici: e
tutti tre ten tarono di svolgere l'economia, giusta cui vive, si muove, si
regola la macchina u mana. Fu forse un tale studio sull' uomo che sopra
ogn'altro lor distinse dagli altri filosofi. I quali, senza più, aveano fino
allora quello riguardato come un soggetto soltanto metafisico, o morale, o
politico. Ma ' le fisiche ricerche d'Empedocle 81 sull’ Uomo trapassarono di
gran lunga quel le di Democrito e d’Anassagora. Perchè, sagace, com'egli era,
si mise in investigazio ni non prima tentate d'altri, e utilissime. Tanti
furono i punti di vista, sotto cui e' prese a contemplare il corpo umano; e al
trettante può dirsi essere state le scienze, cui diede principio il vigor di
sua mente. Egli il primo applicò la chimica ', e sie a nalisi al corpo umano;
segnd le prime li nee d'anatomia: fece sforzi se non sempre efficaci, sempre
almen generosi a gettare i fondamenti della fisiologia dell' Uomo:: Il sistema
d'Empedocle sulla natura fu chimico; così chimiche del pari furono le sue prime
ricerche sull'uomo. Comincio egli a esaminar questo nelle sue parti, e quanto
più allor si potèa, ne imprese an cora l'analisi. La carne, ei dicea è coma
posta di parti eguali di ciascun de' quattro elementi. Di due parti eguali di
fuoco e di terra sono formati i nervi, e le unghie son similmente nervi
raffreddati dall'aria (64). Otto furon le parti, ch'ei distinse nelle os 1 82
sa: due di terra, altrettante di acqua, e quattro di fuoco (65). Se non si
corresse un qualche pericolo di travedere, chi non direbbe aver lui trovato
l'ossa abbondare di fuoco, perchè abbondan di fosforo? Ma che che ne sia, non
v'ha dubbio, aver lui dato principio con sì fatte analisi a un novello rano di
chimica · Ramo, che dopo Empedocle fu del tutto posto in non cale: ma che oggi,
attesa la sua grand' utiltà con ardor si coltiva, e che va sempre più
smisuratamente crescendo sotto il nome di chimica de corpi organizzati:
Erasistrato, Herofilo, Serapione fu ron tra ' Greci, che s ' applicarono con
som mo studio all' Anatomia. Ma innanzi a co storo, vinti gli errori della
religione e de' tempi, aveano cominciato a coltivarla De mocrito in Abdera, ed
Empedocle in Ger genti. Descrive quest'ultimo la spina del dorso, e tienla,
come di fatto è, non ' altri menti che la carena del corpo umano (66 ).
Distingue egli di più inspirazione da espi razione mostra i canali per cui si
re r 83 spira dalle narici (67 ). Ricerca egli inti ne l'organo del sentire, e
trapassando il neato uditorio, discopre quella parte dell' udito, che attesa la
sua forma torta e spi rale, chiamò egli allora, e chiamasi anco ra la
chiocciola (68 ). Questo è il poco a vanzo delle sue cognizioni anatomiche, che
per sorte sono arrivate sino a noi. Ma que sto stesso poco mostra il suo gran
sapere in questa scienza. Un gran pezzo di capi tello o di bảse', il rottape d
' una colon na, o pilastro, bastan sovente a indicar e la magnificenza di un
edificio, e la perizia di un architetto. La sola scoverta della chiocciola
dimostra assai meglio, che non fecero ' gli antichi scrittori', essersi il
nostro filosofo molto avanzato nelle cose anatomi che. Questa situata in luogo
riposto dell' udito non si potea discoprir certamente se non da chi fosse stato
molto prima versa - to e perito nelle materie anatomiche. M eno scarse son
le notizie delle fun. zioni della vita e de' sensi dell’ Uomo: e che per
fortuna ci restano della fisiologia d'Empedocle. 1 84:; Il sangue umano, come
ciascun sa, sempre alto, e sempre allo stesso modo co stanțe mantiene il calore.
Ippocrate pien di maraviglia l'attribuì a cagione sovrana turale e divina.
Empedocle all'opposto eb be il calore, come cosa ingenita e conna turale al
sangue medesimo. In cid a lui s'accostarono ne' tempi d'appresso Aristoti le,
Galeno, e tanti altri, Ma egli fu il primo, che a formare un sistema, trasse
dal calore del sangue, come da prima ca gione, una spiegazione non già vera, ma
certo artificiosa, delle funzioni della vita. Le regolate, pulsazioni delle
arterie a véano gia indicato al nostro filosofo, che il muove nelle vene. Ma
igno ta era a lui ', come ignota fu all'antichi tà,, la circolazione del sangue.
Però in ve ce di questa suppose egli in quel fluido un movimento d'oscillazione.
Il sangue, ei dicea, occupa parte, e non tutta la ca vità delle vene, e in
queste va quello giul $ u continuatamente oscillando (69). La for: che lo
stesso agita, era secondo lui il sangue si za 85 calore:. e questo essendo
ingenito al san. gue costante ne mantiene e l'oscillazione e il moto. A tal
movimento legò il nostro filoso fo la respirazione, altra operazion della vi ta.
Quando il sangue, ei dicea, va giù verso il fondo de' vasi, l'aria tosto s '
insi nua ne' sottili prominenti meati delle vene, ed entrando occupa quel vano,
che nell' andare si lascia in queste da quello. Ne perciò egli aggiungea l'
aria quivị restarsi: perchè il sangue, secondo Empedocle, spin to dal calore, e
su tornando, preme dolce mente quella, e fuori la caccia col suo ri tornare (70).
Accade, seguiva egli a dire, ciò che nella clessidra si osserva (71 ).."
Ivi l' aria respinge l'acqua, o da questa quella è re spinta. Non altrimenti
nella respirazione l' aria esce o entra secondo che il sangue si porta o giù o
su nelle vene. Però all'an dare o venire del sangue risponde alter nando il
venire o andare dell'aria. Ques sta forma, entrando, l ' inspirazione; ilscen.
86. do 'l' espirazione e nell’unal e nell' altra è riposto giusta il suo
sistema il respirare d'ognuno. L'aria, che nella respirazione esce ed entra
nelle vene toglie al sangue a giu dizio d'Empedocle una porzion di calore. Ciò
indusse gli antichi medici, che abbrac ciarono tal sua opinjone, a curar
coll'aria fresca e matutina i ' morbi d'eccesivo 'calo re. Il respirar dunque
cagionava secondo il nostro filosofo diminuzion di calore. Da ciò anch'egli
iuferiva la necessità, che strin. ge gli animali a dormire. Il sonno in fat ti
egli diceva; null' altro essere, che dimi nuzion di calore. (72 ). In quella
parte quindi di fisiologia d ' Empedocle che riguarda le funzioni vitali, il
sonno vien dal respirare, e questo dall' oscillazione del sangue. Sicchè sonno,
spirazion, movimento di sangue tra lor son connessi, e tutti quanti a un tempo
dal calore provengono. Nel calore in somma e' pose la cagione di vita e di moto.
La morte (73 ), egli dicea, è privazion di ca re 87 lore però riguardava sonno
come.egli il principio di morte. Giacchè questa, a suo credere, è privazione, e
quello diminu zion di calore. Tali principj di medicina, ch'eran teorici,
guidavano lui eziandio nel la pratica. A quel piccol' calore., da noi già
osservato, che ritenea la donna Ger gentina caduta in asfissia (24) conobbe
Empedocle, ch'ella era ancor capace dell' aiuto della medicina. Tanto egli è
vero, che la sua pratica era alla sua teorica con corde, e questa per
l'andamento naturale del suo spirito era legata tutta e formava un sistema.
Ecco in qual povero stato erano allo ra l' anatomia, e la fisiologia, la fisica
in breve del corpo umano. Nuda era questa di fatti, e piena d'errori, e
d'ipotesi. Ma tale è la condizione delle fisiche discipline: Nascono esse
imbecilli, a stento s'accresco no, e vanno non di rado alla verità per la via
degli errori. A chi allor poteva vee nire in mente, che l'aria nel respirare'
in luogo di toglier calore, ñe porga al san 88 ana? gue e ne porga gran copia?
Come potea Empedocle anticipar specolando in que di tante yerità, che
suppongono la cognizion di tante altre, e d'un immenso numero di fatti, che
allora ignoravansi? Segnd e gli quindi, non v'ha alcun dubbio, po che e
imperfette linee di chimica, d' tomia; di fisiologia del corpo umano. Ma tali
schizzi, avvegnachè informi, ma co me primi, e originali, son titoli degnissimi
di sua gloria, e gli concedono un sublime posto d'onore nella storia delle
scienze. Appartiene a nobilissimi ingegni (i quali sono ben pochi ), di
mostrare almen da lon tano quelle scienze, ch'al dir di Bacone son da supplirsi,
e che del tutto s'igno rano. Empedocle fece ancor di più. Dino to egli la
chiniica del corpo umano, analiz zando gli ossi e la carne; accennò l'ana tomia
discoprendo la chiocciola; indicò la fisiologia legando al calore, come a un
sol fatto, le principali funzioni della vita. Su periore e' quindi al suo
secolo non avrebbe certamente lasciato ad altri la gloria d' ac 8 89 crescere
queste utili scienze. Ma nol poté, come chi privo fu di stromenti, e di tut. ti
que' mezzi non solo opportuni ma ancor necessari a ridurre in effetto i nuovi e
và. sti disegni, che a ora a ora a lui sugge riva il suo genio, Ma se non ebbe
Empe docle la fortuna di accrescerlo tutte, ebbe quella di stabilir meglio la
fisiologia e get tare lui il primo le basi di quell' altra parto d' essa, che
riguarda i sensi dell' uomo, Andavano i Corpuscolisti indagando 80 pra
d'ogn'altro nella lor fisiologia come i nostri organi avessero potuto sentir
gli oga getti che, son fuori di noi. Credevan co storo tutti i corpi venire in
ogn’ istante in alterazione, cangiare, ed esalare particel le sottili, e
invisibili. Eran queste, sécon do loro, trasportate dall'aria, dall' acqua, dal
fuoco su nostri organi, e ivi adatta te eccitavan le sensazioni di que'corpi,
da quali esse spiccavansi. Piacque quindi a costoro le sensazioni null' altro
essere, che impressioni eccitate negli organi da particel m go le, che si
parton dagli oggetti, di cui quel le son, come quasi le immagini. Empedocle
intanto non dissenti mica da loro. Ma il suo spirito, come quello che non erane
certo, non se ne mostrava del tutto convinto. Messosi costui quindi a esaminare
i sensi a uno a uno, adatto a ciascun di loro la sua propia e particolare
spiegazione. Fece egli così un'analisi de' sensi e sensazioni più profonda, che
sin ' al lora non s'era punto fatta d'alcuno. Ma quel ch'è più aperto egli
dimostrò non es ser lui punto ne' suoi pensamenti nè se. guace, nè schiavo
delle comuni e dominan ti opinioni. Giacchè egli nel chiarir questo o quel
senso ora abbandona i corpuscoli, or recali innanzi, o ora aggiunge agli stes
si qualche nuovo argomento. Trattando Empedocle dell' odorato, e del gusto non
altro mette in opera, ch'e salazioni, e corpuscoli. Questi, agli dice,
trasportati dall'aria s ' acconciano a ' pori del naso, e muovono il sentir
dell' odorato. I cani, ei soggiunge, cosi e non altrimenti 91 indagan futando
l'orme della fiera, Che se il catarro, dice egli di più, irrigidisce le narici;
allora i pori di questo tosto s ' alterano, si respira a stento, e l'odor non
si sente (75 ). Tratta egli appresso dell'udito, e la sciati e pori, e
corpuscoli, piglia dall'ana tomia il suo nuovo argomento. L'udito, ei dice,
nasce dalla battitura dell' aria nel la parte dell'orecchia, la quale a guisa
di chiocciola è torta in giro, stando essa so spesa dentro, e come un sonaglio
percossa. L'anatomia, ch'era allor grossolana piccol conforto a lui porse nel
dichiarare la vista. Conobbe Empedocle un de' tre umori, ch'è l' aqueo, e
qualche membra na, senza più, di quelle, che coprono il globo visivo. Però
sfornito dell' ajuto dell' anatomia era egli dubbio e incerto. Em pedocle
nondimeno giunse a comprendere dover la luce avere gran parte nella visio ne
degli occhi. Ma come, e perchè, per quanto si fosse ei travagliato, nol potè af
fatto conoscere. 1 m 2 92 Suppone il nostro filosofo entro dell' occhio, non
che, acqua, ma luce, che chia ma fuoco nativo. L'una, e l'altra a suo credere,
ivi stanno in tal quantità, che per lo più sono ineguali. Così egli distingue
gli occhi azzurri da' neri. Iprimi egli af ferma abbondar di fuoco,
scarseggiare d ' acqua; là dove i secondi esser poveri di fuoco s ricchissimi
d’aequa (76). Però ei soggiunge gli uni mal veggon di notte per difetto di
acqua; e gli altri veggon male di giorno per iscarsezza di fuoco (77). Ma sía o
poca, ó molta la luce che stanzia nell'occhio, ei la riguarda qual lu me dentro
una lanterna. Lo splendore del lume, ei dice., fuori della lanterna si span de,
e nella notte ci guida. Così i raggi di luce fuori dell' occhio si spargono,.e
ci di mostran gli oggetti. Empedocle talora aga giunge a raggi della luce i
corpuscoli. I raggi secondo lui, che dall'occhio si lancia no, prima s'
imbattono nelle particelle, che si spiccan da corpi. Poi raggi e corpusco li si
congiungono giusta il medesimo: e 93 insiene congiunti si portano all'occhio, e
muovono il senso visivo (78). Aristotile disapprova tali pensamenti d'Empedocle.
La visione degli ocohi, egli dice, è da riſerirsi solamente all'acqua, e niente
al fuoco (79 ). Nella storia dello spirito umano accade sovente, che un er rore
un altro ne " caccia, e ' l falso al falso di mano in mano succeda.
Aristotile oltrº a ciò rimprovera il nostro filosofo, che dub. bio egli e
incerto abbia, fatto cagion del vedere ora i raggi uniti a' corpuscoli, e.o ra
i soli corpuscoli (80). Ma in ciò sem bra Aristotile a torto riprendere
Empedocle. Non sapea persuadersi il nostro Gergen tino, che totalmente passiva
fosse la se de del senso visivo. Non potea egli inol tre comprendere, che niuna
parte avesse la luce nel gran magistero del nostro vedere. Incerto restò quindi
di se, di sue idee, e delle spiegazioni volgari; ma tale incertez. za o quanto
onore a lui reca ! Dubitar del le opinioni, che son false, e in voga, è il
primo ma più difficil passo, che si può fare verso del vero. 94 La fisiologia,
che va a di nostri spa ziando per tutte le scienze, comunica ezian. dio colla
metafisica e colla morale. Quest' unione, ch'è il frutto naturale dell'avan
zamento delle scienze, fu dirò così presen tita dal nostro Gergentino. E di
fatto sul la sodissima base della fisiologia cercò egli stabilire si l'una, che
l' altra. Da che Pittagora, e Parmenide ab bandonarono i priini la
testimonianza de' sensi, come ingannevole, i Greci tenzona chi contro la
ragione, chi contro i sensi. Questi, è quella vennero quindi in discredito: 6
sorsero intanto i sofisti, e gli scettici. Socrate, Ippocrate', e altri di si
mil sorte tentaron conciliar la ragione co ' sensi. Ma vani furono i loro
sforzi. Duro la gran lite durante la Greca filosofia. La stessa rinacque al
rinascer tra noi delle scienze. Di nuovo si pugnò allor quando contro i sensi,
quando contro la ragione; e di nuovo si giunse allo scetticismo. Ma nggi simili
dispute sono già state bandite da noi; e si terran lontane, finchè lo studio
rono, 95 delle fisiche, e delle Matematiche avrà in Europa stato, e onore. Ne'
tempi d'Empedocle la scuola d ' Eléa orgogliosa facea ogni sforzo ad atter rare
i sensi, e a inalzar la ragione. Cid ch'è, dicevan gli Eleatici, è unico, eter
no, immutabile. E come i sensi ci mostra no il multiplo, il mortale, il
mutabile; co sì essi c' ingannano. Però conchiudean co storo la ragione poter
sola conoscere cid, che è, ed essa solamente decidere della realtà delle cose.
Contro i medesimi entrarono in lizza i corpuscolisti. Questi disdegnando lo
sotti. gliezze di quella scuola, fisici com'erano, difesero i sensi, senza
annullar la ragione. Anagsagora con sottile avvedimento distinse le particelle
simili da ' loro composti; Demo crito gli atomi da' loro aggregati: ed Enia
pedocle gli elementi dalle lor combinazioni. Particelle simili, atomi, elementi,
dicean costoro, sono eterni, immutabili. Non son tali le combinazioni, gli
aggregati, i com posti, che mancano, e cangiano. Questi 96 si conoscon da’sēnsi,
quelli dalla ragione. Eglino quindi tolsero ogni contrasto tra' sen si, e
ragione: assegnando a questa, e a quelli due provincie del tutto separate, e
distinte. I corpi, come composti, operano a senno d'Empedocle, e di Democrito
su i nostri organi, che sono del pari composti. Eccitano quelli le nostre
sensazioni; ma queste a parer d' entrambi non son tali, che i corpi, La'scuola
di Jonia avea tal mente confuso le sensazioni cogli oggetti, che scambiava
questi con quelle, e tenea le" une, non altrimenti, che immagini fe
delissime degli altri. Non così pensarono i Corpuscolisti. Questi separarono,
dirò co si, le sensazioni dagli oggetti, che le ca gionano; è muovono, ed
ebbero quelle, come soli, e semplici modi, quali di fatto sono, del nostro
sentire. Il bianco o il ne ro, il caldo o il freddo, l'amaro o il dol ce
esistono, diceano essi, ne' nostri organi, nelle nostre sensazioni, e non già
negli ogo getti. Costoro quindi solean chiamare co 1 97 1. eglia gnizioni, di
apparenza, e di opinione, e non gia di verità, e di realtà quelle, che si
traggon da' sensi. Ma non perciò credea Empedocle, co me alcuni vogliono, le
nostre sensazioni es sere immaginarie. Cangiano queste, vero, secondo che a lui
piaeque, come can gia lo stato de' corpi, o come s’ înmuta la disposizione
degli organi. Ma vero, e reale è altresì il sentimento, che si desta da' cor pi.
Tal' è della sua dottrina, al pari di quella di Newton intorno a colori. Vege
giamo ne' corpi o rosso, o giallo. Ma ne i raggi di luce, che percuoton
l'occhio, sono o rossi o gialli; ne' rossi ne' gialli so no i corpi, che que'
raggi colorano. Il ros ò il giallo è in somma nell'occhio, e nell'impressione,
che in esso fanno i rag gi di luce: Così a creder d'Empedocle le sensazioni
sono reali. Ma le medesime non rappresentan mai le qualità, che ne' corpi
appariscono; null'altro essendo, che altret tanti modi del nostro sentire,
Diversa da quella de sensi, credeano SO, n 98. E 1. i corpuscolisti, esser la
via, con cui s'ac quista da noi la conoscenza degli elemen ti, o degli atomi.
Questi non si poteano secondo loro, come semplici, conoscer da' sensi, che sono
composti. Ogni simile, era antico assioma, non si può conoscere, non col suo
simile. Però Democrito ed Empedocle, tolta a' sensi la cognizione de' sempliei,
la riservarono all'anima. Per questo l'anima, giusta Democrito, era for mata
d'atomi; e secondo Empedocle degli elementi, ma uniti alle due forze di amo. re,
e di odio. Colla terra, dicea il Ger gentino, veggiamo la terra, r acqua coll'
acqua, l ' aria coll' dria, il fuoco col fuo co; e coll' odio e l'amore altresì
l' odio, e l'amore: Empedocle portava, dove potea, l'oc chio alla fisica
costruzione del corpo uma mo, e dava alle sue opinioni una veduta anatomica.
Credetto ei di veder nel cuo. re umano un centro, diciam così, di siste ma; e
ivi egli pose la sede dell'anima. Ma come Empedocle in tutto, e sempre 99 era
concorde a sestesso, cosi loco quella particolarmente nel sangue, che asperger
e bagna il cuore dell' uomo (81 ). Perchè ripostosi da lui il principio e di
moto, e di vita nel calore del sangue, li ancor e gli dovea ripor l’anima; Era
questa dota ta, a suo credere, di sentimento al pari de' sensi. Ma ambidue
ricevevano le loro impressioni: l'anima dagli elementi i sen si dalle
combinazioni. L' una acquistava la cognizione delle cose eterne, e immutabili,
e gli altri la notizia delle mortali, e mu tabili. I corpi esterni in somma
oporavan sulla macchina dell' uomo in due modi di versi: come elementi
sull'anima, come com binazioni su i sensi: e quella & questi e ran passivi.
Nacque da ciò, che Protagora, lo scoo ' lar di Democrito, portð opinione:
l'intel letto altro non esser che la facoltà di sen è nelle sensazioni stare
ogni cogni zione, e scienza: Per questo Crizia, qua si accostandosi al nostro
filosofo, affermo, pensare esser lo stesso che il sentire tire, e 1 ni 2.' 100
anima stanziarsi nel sangue. Ma Empedo. çle non si fermè quì al par di costoro:
passò molto innanzi. A parte dell' anima, che conosce gli elementi, un altra ne
sup pose egli entro noi, che è destinata a ver sarsi nella contemplazion delle
cose intellet. tuali e divine. Iddio secondo lui, non è una combi nazione a
guisa de corpi; ne un unità ma teriale cone son gli elementi. Dio, egli dice,
non ha forma nè membra umane; non si può veder cogli occhi, nè toccar col. le
mani. Iddio è santa mente, Costui non si può render colle parole, e muove l'uni
verso co' suoi veloci pensieri. Iddio in sostan za per lus è mente, e la sua
vita è il pensare. Così il nostro filosofo abbandona va la compagnia di
Domocrito, e le cose materiali: per tornare a Pittagora, e alle cose,
intellettuali. ins. L'anima dunque, destinata da Em. pedocle a conoscer cose
spirituali, e divine, dovea essere, e fu per lui altresì senza dubbio
spirituale, e divina. Questa proce. 101 dea, secondo che dicevano Empedocle, e
i Pittagorici, da Dio, ed era particella del la sostanza divina. Se ne
appresentavano essi la ġenerazione sotto varie immagini: or di fiaccola, che
tante altre ne accende; or d'idea che tante altre no genera; or di parola, che
trasmette à chi ascolta, la ragion di chi parla: o di cose simili, che sarebbe
lungo il ridirle: Però paghi que' filosofi di esse agevolmente popolarono il
mondo d' innumerabili spiriti, che tutti e. ran partecipi della natura divina.
Di questa classe prese dirò così il nos,. stro filosofo le anime spirituali. Le
due a: nime, quindi annesse da lui nel corpo dell' uomo forman la primaria base
di sua me tafisica dottriną. Una egli sostenne essero immateriale, materiale l'
altra, ' quella ese sere immortale ed eterna, e questa mori re insieme col
corpo: la primą versarsi in contemplazion di cose intellettuali, e astrat te; e
la seconda in cognizione di elemen ti, e di due forze odio, e amore.. Ma non
mancherà çerto, cui si fatta 102 opinion di dire anime in ciascun corpo di o
gn' uomo semibri del tutto strana, e inde gna della gravità d'un filosofo: Ma
chi al tresì avea ' manifestato allora, é chi fin' og. gi ci ha detto cose più
vere, o più sapien. ti sull' union dell'anima col corpo, e sul reciproco loro
influsso, e commercio? Chi presi di boria, annullato lo spirito, tutto riducono
a macchina. Protagora volea, che giudicare, e ragionare fosse la stessa
facol. tà del sentire. Ma questa è un'empietà; una mattezza. Tal la dimostrano
l' unità del pensiero, e l'attività del ragionare dell' uomo. Taglián costoro,
come suol dirsi, non isciolgono il nodo. Chi presi d' entusias mo, annullato
dirò così il sistema organi co, tutto l' uomo riducono a spirito. Stahl volea,
che l'anima sola operava tutte quan te le funzioni del corpo. Ma questa è u• na
falsità, e una follia. Talla dimostra: no i movimenti involontarj, e organici.
Vo glion costoro, como suol dirsi, occultare il sol colla rete. Chi poco più
'ragionevoli, pigliata una via di mozzo, vollero.combi. 103 nare ambidue le
forze dell'anima, e del corpo. Leibnitz volea un'armonia prestabi lita, cui
mercè lo spirito segua ne' pensie ri, voleri i moti del corpo, cui quegli è congiunto:
Ma questa è una ciancia, è una fola più complicata della cosa stessa, che si
vuole spiegare.. Lo spirito umano in somma ha immaginato tante ipotesi su ciò,
tanto più, o meno bizzarre, quanto più o meno son le. teste scaldate di tutti
filosofi. Nè vi è inoltre mai stata ipotesi, che tosto non sia stata accolta, e
non ab hia avuto assai partigiani: tanto vale quel la specie di prestigio, che
la novità ope ra sull’intendimento dell'uomo ! Qual ma raviglia dunque, ch’
Empedocle abbia sup posto in ogni corpo due anime? Non fu egli certo nè tanto
delirante, quanto Pro tagora, tutto macchina; nè tanto immagi nario quanto
Ştahl, tutto spirito; nè cost fantastico qual Leibnitz tutto armonia pri
initiva. Dichiarò egli a. rincontro della falsa dottrina di Protagora, che le
idee spirituali non procedono dal sentire. Svi 104 luppò anzi tempo contro
Stahl le funzioni de' nostri organi, e quelle della vita con fisiologiche
ipotesi non di rado fondate sull' anatomia.. Prevenne Empedocle alla fine l'
erroneo sisteina di Leibnitz, e i sensi, dis se, e le sensazioni esser capaci
di eccitar nell'anima la ricordanza di ciò, che prinia el!a sa, e poscia.,
atteso il contatto colla materia, la stessa del tutto dimentica. Non è quindi
Empedocle colla ipotesi delle due anime o men ragionevole, o più strano di
tutti i filosofanti, che sono stati finora. E ' da confessare che il problema
intorno alla reciproca azion dell'anima sul corpo forse appartenga alla classe
di quelli, che vincono qualunque intendimento dell' uo-. mo. Però non si sono
recate da noi, ne' si recheran per lo innanzi, che ipotesi, e sogni, che il
tempo, il quale suol confer mare i soli, e veri giudizi della natura andrà a
mano a mano struggendo. Non è già, che queste due anime', che noi leggiamo
presso molti degli antichi, e sopra ogn'altro' de' Pittagorici, sieno da 105 na,
prendersi secondo la lettera. Intendean co storo distinguere il sensibile e
l'intellettuale: due maniere di facoltà, che sono entro l' uomo. Ma adombrarono
essi, come ' era u sanza d'allora, sotto vive impagini quelle facoltà, o,
diciam cosi, fecero le medesime divenire persona. Empedocle di fatto secon do
la testimonianza di Sesto Empirico d ' ambidue quelle facoltà compose la sola
ra. gione. Questa, egli dice; è in parte uma in parte divina, e porta il nome
di retta ragione (82 ). Perchè questa corrego ge gli errori de'sensi, e può
sola discer nere il vero dal falso. Tanto egli è vero che le due anime
d'Empedocle, non rape presentavano, che la facoltà sensibile e la facoltà
intellettuale, e ambidue faceano u. na cosa sola. Chi potrà or tolerare
Empedocle cole locato tra la classe de' filosofi scettici (83). Egli non mai
affermd essere inutile, o va« na la testimonianza de' sensi. Apzi i sensi, egli
disse, mostrarci i rapporti, che han. no i corpi, e tra loro, e coll' individuo
d'. 106 ognuno. I sensi, egli disse del pari, sve. gliare nelle intellettuali
facoltà le idee spi rituali, e, astratte. Al più al più diffida va Empedocle
de' giudizi de' sensi, che so vente sogliono esser fallaci, o ingannevoli. Però
egli volle, che i medesimi fossero sta. ti guidati unicamente dalla retta
ragione. Questa potea solo a sentimento di lui discer nére il falso dal vero.
Forse, dicea ai suoi tempi Cicerone parlando d'Empedocle, costui ci acceca, e
ci priva de' sensi; allor quan do egli crede, che non fosse in essi gran forza
per giudicar di cose, che sieno sot toposte agli stessi (84)? Par, egli è vero,
Empedocle degli e lementi trattando, quali esseri semplici, ga gliardamente
scatenarsi contro de'sensi. Par lui scatenarsi altresi contro gli stessi, allor
ehé, dirizzandosi al suo amico Pausania, e con lui trattando dell'amore e dell'
odio, ambidue forze immutabili, gli avverte a non fidarsi.de' sensi, e a
guardar le cose non già cogli occhi del corpo, ma con que' della mente. Pare
eziandio finalmente, giue 107 sta cid, che., Cicerone ine dice, lui andare in
furia, contro i medesimi gridando: niuna cosa poter noi nè veder, nè sentir,
ne.co noscere (85 ): Ma altri, che questi 'argomenti ci vo gliono a definire
come scettico il nostro fi losofo. Chi è intento a esperienze e ad a nalisi;
chi cerca con somina cura de' fat ti; chi da questi tenta d'investigare l'ope
razioni della natura sotto la guida dell' a nalogia: certamente non sa, nè può
esse re scettico. I fisici potranno non prender cura di cose spirituali, e
astratte; ma non mai l'esistenza negar di que' corpi, le cui propietà con
ardore cercano, e la cui in dole con diligenza studiano. L' espres sioni quindi
di quelle parole, non v'è dubbio ' dover valutarsi secondo e il pen sare, e il
parlare di quella stagione. Si chiamava allora pero, e ciò che è; quel ch' è
eterno, e immutabile, o sia quello, che sotto i sensi non cade: Però Empedo cle
a ragione parlando di elementi, e di farze, come quelli, che sono eterni e im 0
2. 108 1 mutabili, rigettd affatto i sensi: @ niuna cosa noi, disse, mercè loro
potere o ve dere, o sentire, o conoscere. Fra tanto, chi il crederebbe? che nel
volersi definire il carattere, o la dottrina d'uno stesso soggetto, si passi
anche da' gran filosofi da uno all' altro estremo del tutto contrario. Anche i
grandi uomini tal. volta precipitano i loro giudizi, e nel pre: cipitarli
·traveggono. E' cosa da farci stor: dire il sapere, che la dove alcuni filosofi
dichiaravano scettico Empedocle; altri all! opposto avessero lui materialista
definito, Aristotile, e altri con lui tacciano di ma: terialismo il nostro
Gergentino. Nel siste ma d'Empedocle il pensare, dico Aristoti le, lo stesso
val che il sentire; ogni nostra cogaizione viene dalle sensazioni: e con que:
ste quella s' accresce (86). Ma questo stesso è altresì una calunnia. Passivi
sono, 4. senno d'Empedocle, i nostri sepsi; pas siva è parimenté una di quelle
due ani me, ch'egli suppone materiale entro noi. Pero la nostra scienza, disse
egli, accre. 109 scersi colle nostre sensazioni. Ma dall' una anima e
dall'altra, dalle facoltà cioè sen. sibile, e intellettuale, si forma, come a
lui piacque, quella ragiono, che noi già abbiamo osservato. Questa, secondo
'lui, pesa, compara, giudica: in breve ragiona. Due sono i principj, giusta gli
avanzi di sua filosofia, cui mercè la ragione rettifica i giudizi de' sensi.
Primo: il nulla viene unicamente dal nulla. Secondo: il simile si può solamente
conoscer col simile. La ra gione quindi secondo lui, riferisce le sens sazioni
a tali, e ad altri principj (se pur altri ne avesse ammesso costui ), o coll'
ajuto di questi quella ci mostra il roro. @ il falso. Poteva, cio posto, tal
essere lui, qual co lo dipinge Aristotile, un materia. lista? Chi ammette
principi di conoscere; di giudicare, assoluti, non ricavati da' sen. si, eterni,
immutabili non può affatto cre dere, che il pensare lo stesso sia che il
sentire, nè punto può essere imputato co stui di materialismo. Non v'è uomo,
quanto si voglia grana. de, che non abbia i suoi nei; e anche i gran genj sono
soggetti sovente a censure. Si dice d’Empedocle in metafisica non essere stato
lui originale. Convien forse ora smen tire tal voce? Nulla meno. Si bisogna
esse re ingenuo; nè l'amor di colui, ehe si loda dee sì impaniarci, che ci
debba far supera: re l'amore del.vero. Si confessi pure Em. pedocle, al par de'
corpuscolisti, in metafi sica non essere stato mai originale. Empe docle qnal
allievo de' pitta gorici, e degli e leatici non seppe abbandonar punto le idee
da lui apprese in ambidue quelle scuole. La stessa venerazione egli ritenne,
che ave van costoro verso i principj astratti, Si diparti egli sol da' medesimi
(e co si avvicinossi alle scuole contrarie ' ) nel non aver lui rigettato del
tutto la testimonian za de sensi. Egli in que' dì si sforzo di sedare colla sua
nuova dottrina l'accesa pu gna di que', che litigavano chi contro del, la
ragione, chi contro de' sensi. Combind egli, e mirabilmente congiunse i sensi
cola la ragione, a questa, e a quelli assegno 111 - uffizj, e diritti separati
e distinti: e sen za nulla scemare dalla realtà di nostre sen sazioni, gran
forza, e autorità diede a prin. cipj generali; e astratti: Tutti i corpusco
listi furono in quella stagione eziandio, chi più, chi meno concordi al nostro
filosofo; e tutti egualmente in metafica tennero le parti di conciliatori tra i
due partiti allor dominanti. Tal'è la natura dello spirito u mano. Fatica egli
senza stancarsi, e riflet te anche sino al cavillo, quando è sospin to
dall'ardor del partito, e dall' amor del sistema ! Ma poi stanco ei di meditare,
o pugnare, cerca la quiete, e 'l riposo; e componendo insieme le opinioni
contrarie si lusinga d'aver trovato gia il vero. Avven ne allora in somma ciò,
che la storia filo sofica ci presenta a ogni passo. Sempre dall'urto. di due
opposti sistemi n' è il ter zo spuntato, che li ha conciliato, giunto. Anzi
quando molti in contrasto so no i sistemi; allora è appunto, che sorgon gli
ecclettici, che scegliendo opinioni, or da un partigiano, orda un altro, tutti
con accozzano i partiti tra loro, e li riducono & uno. Sarebbe tempo ora
mai di volgerci dalla metafisica alla morale d'Empedocle. Ma portatesi assai
più avanti da lui le sue ricerche, e le sue vedute sull'anima, di storna noi
pure per ora d'imprender tal via. La fisica (abbiam noi osservato espo nendo la
dottrina d’Empedocle ), essere stata quella scienza, in cui ei sopra ognº altro
si distinse, e cui mercè alto ha so nato, e sonerà eternamente il nome di
lui. Mà nello studio della natura quello, che più l'allettava, e cui
principalmente egli intendeva, era la contemplazione de' corpi organizzati.
Riferi egli da prima (sic. come abbiam noi pure os servato ), gli a.
nimali a ' vegetabili, e da questi portando le sue specolazioni sull' uomo
giunse sino alla metafisica. Dall' uomo poi tornò Em pedocle ad ambidue quegli
oggetti quasi al le sue considerazioni primjere,e domesti che · Ando egli
indagando, se i vegetabili fossero stati provveduti di gentimento, e se 113 gli
animali e vegetabili fossero stati tutti due al par dell'uomo forniti di anima.
Si fatta investigazione non fu punto difficile al nostro filosofo, come chi
piglia va l'analogia per sua guida. I corpi non organizzati, egli dicea, nulla
hañ di comu ne co' vegetabili; perd se quelli son privi di senso, questi
all'incontro nę debbono esser partecipi. I vegetabili all'opposto, ei
sogglungea, molto aver di comune cogli a nimali (87 ). Ambidue han tra loro
comu. ni le primarie funzioni vitali: son dotati di sesso, si nutriscono,
crescono, traspira ban gioventù, han yeochiezza, han no indozzamenti, malattie,
sanità, nasco no, muojono. Però se gli animali son for niti di sentimento,
anche i vegetabili in ciò debbono essere a quelli compagni. Fu quindi sua
opinione essere gli alberi, 6 le piante capaci di tristezza, di gaudio, di
voluttà, di dolore, di desiderio, di sde gno; e di ogn'altro animalesco
appetito (88). Anzi spingendo egli più oltre la forza di sua analogia, posti
eguali i fisici rapporti > P 114 1 tra l'uomo, e gli animali, e tra questi e
i vegetabili, fu di parere, che l' avere un'anima materiale non fosse un
privilegio sol conceduto all' umana natura, ma comu ne eziandio a tutti quanti
i corpi organiz zati. Anima quindi, e sentimento egli die de, non che agli
animali; ma anima e sentimento altresì a ' vegetabili, e a ogni sorte d'erbe, e
di piante (89 ). Anima e sentimento diede Empedocle a ' vegetabili ! fiori che
si rattristano; erbe che si adirano; pianto, che ' o si rallegra no o piangono
! Quanti, non che qual fan. tastico piglieranno il nostro filosofo, ma ne
rideranno ancora al sentirlo? Ma non rideranno certo, chi più sag. gi e più
istrutti, non ignorano punto, che anche i Democriti, gli Anassagori, i Pla toni
abbracciaron si fatta sentenza (90 ). La quale non è già, che faccia a lui ono
re, perchè, abbia in cið avuto e compagni, e seguaci così solenni filosofi. Ciò
sarebbe un argomento d'autorità, che nulla, o po co conchiuderebbe in suo pro:
perchè filo-, 115 sofi ' ancor di gran nome stan sottoposti a errori grossolani,
e massicci. E' che la co sa non è in se stessa sì strana; come a pri ma vista
apparisce. L'anima materiale da que' gran filosofi negli animali, e vegetabi li
ammesza, in sostanza altro non era, che la fisica sensibilità de' moderni.
Questa vole van costoro, che fosse ne' vegetabili tal qua le tra gli animali si
trova: In virtù di que sta ', credevan gli stessi, i vegetabili al par degli
animali ésser capaci d'amore, odio, e d'ogn' altro animalesco appetito. Empe
docle in breve, e que gran filosofi ebbero e uomini, e bruti, e vegetabili come
do tati di senso, e la fisica lor sensibilità chia marono anima. Chi adesso
potrà dirittaa mente riprendere Empedocle? Di poi non vi sono a di nostri de '
fi siologisti famosi, che nelle piante trovano senso d' umido, di secco, di
caldo, di fred do, di luce, di tenebre; perchè non po che di quelle chiudono o
aprono i loro pe tali atteso il freddo o il caldo, il secco o l' umido, il lune
o lo scuro? Non vi soa P 2 116 no del pari quelli, che veggon nelle pian. te,
chi il senso del tatto, come nella sen sitiva; chi quel dell' amore, come nella
valisneria, chi una specie di gusto nell'e. stremità d'ogni radice, cui mercè
questa sceglio, e trae quella nutrizione, che si con. viene a ciascuna? Non son
finalmente o Darwin e le Metherie, che van cercando, é credono d'aver già
trovato ne' vegetabili e senso, o sensorio? Qual assurdo egli è dunque, se
Empedocle, che ne' suoi con cetti abbracciava tutta la natura, abbia u. nito
insieme tutti i corpi organizzati per via della fisica sensibilità, che credea
essere a quelli comtine? La natura, non v'è dub bio, aver distinto, e separato
il vegetabile dall' anirnale con differenze, e caratteri ben contrassegnati, e
rivissimi. Ma l' estendere la sensibilità dagli animali sino alle piante è una
idea grande, bella, e degna di un sommo filosofo. Non v'è, chi a prima vi sta
non ne debba restar preso, e non bra mi trovar vera quella, che vera sin ora
non è. 117 Ma comunque ciò sia, una cosa ' solit è verissima, Empedocle aver
riguardato i corpi organici in un aspetto diverso di quel, che fece Pittagora,
o i filosofi prima di lui. Costoro non ebbero nè pure in pen siero di
considerar le piante, di bruti, come dotati di sentimento, e di anima,
Empedocle fu il primo, almen tra pittagori ci, a pensare in tal modo. Egli fu,
cho ebbe e uomini, e bruti, e piante, quali esseri congiunti tra loro dalla
sensibilità, come quasi comune strettissimo vincolo, o che suppose in tutti un'
anima materiala egualmente. Però egli fu anche il primo, che strinse l'uomo
colle piante, o co ' brus ti ad alquanti sognati doveri, che nasco Ro da quella
ideata parentela, con cui e gli legò quello con questi. Ecco ora come chiaro si
vede su qual base vada a poggiar la morale d'Empedo cle. Sulla fisica fondo ei
la sua, metafisia ca, e su quella fondd egli ancora gran parte di quest'altra
scienza. Con si fatte vedute costui pubblico due gran poemi sul. Ii8 la natura
il primo, e gulle purgazioni il secondo. In questo Empedocle stabilì la sua
etiça; in quello la fisica: ma fece precede re il primo al secondo, come
argomento pri mario della sua raffinata morale. La morale d'Empedocle fu in
verità nel suo fondo la stessa di Pittagora. Pu re lni citano gli antichi
scrittori, come chi. avesse alterato la prima antica dottrina di quel sommo
filosofo, e i tempi di lui ad ditano come la seconda epoca del pittago ricisino.
Ma ciò avvenne, perchè Empedo cle, aggiustata la morale di Pittagora a suo modo,
e conforme al suo fisico pensa rė gi scostò al quanto dagl' insegnamenti di lui.
La colpa degli spiriti; una diversa maniera di metémpsicosi: l'astinenza di
qualche sorta di cibo, furono in tutto le gran novità, ch'egli introdusse nel
corpo della morale di quello. Tra queste come principale, e primaria è da
reputarsi l'o pinion della colpa degli spiriti. Non d ' al tra fonte, che da
questa, qual prima ca. il.119 gione, il nostro filosofo fece dipendere la
metempsicosi e le purificazioni, che sono i due çardini della morale
pittagorica. Fu opinione d'Empedocle, che varj spiriti, mentre menavano yita
beata, avesser pec: cato. Però a cagion di delitto, si credet te da lui, quelli,
scacciati dal cielo, e pri vi degli onori divini, essere stati così astret ti
ad espiare i lor falli. Esuli, erranti, ra minghi, egli diceva, vanno lungi dal
cie lo per trenta mila anni, e pagan vagando il fio meritato del propio loro
delitto. L' etere quindi, e' soggiungea, precipita gli spiriti nel mare, il
mare sulla terra gli sbalza, la terra gli sospinge nell'aria, l ' aria sino
all' etere gl' inalza. A quelli sų giù sospinti perciò, e quà e la circolando
risospinti, oyunque era d'uopo in mare, in aria, in terra vivere in miseria e
in lutto. Tali spiriti, secondo che piacque a costui, andavan successivamente
informan do varj corpi, e questi appunto erano le infelici anime degli uomini.
Queste quindi 120 ta stavano in pena delle lor colpe racchius e ne' corpi; i
corpi eran le prigioni delle ani me, e la matempsicosi, di cui Empedocle formo
il primo cardine di sua morale, giu ata il parer del medesimo, era una pena
delle stesse, ch'aveano prima fallato. Di si fatta reità delle anime che ragion
fa della metempsicosi, non si trova vestigio alcuno presso que' filosofi, che
furono in nanti d ' Empedocle. Questa per la prima volta si legge ne' versi di
lui. Ai suoi tem pi fu, che la medesima divenne comune, o volgare: e Platono
dopo fu quello, che l' abbelli sopra ogn' altro. Pero da Empe docle comincia
una nuova età del pittago ricismo; perchè da lui comincia l'opinione della
fallenza delle anime, qual base e ra gione della trasmigrazion delle stesse.
Egli è vero, la metempsicosi, comu ne a pittagorici, essere stata antichissima
presso gli Egizi (91 ). Non si dubita ne anche aver costoro diviso in più
periodi il tempo della trasmigrazion dalle anime, assegnato a ciascuno la durata
di tre mila 121 anni. In ogni periodo, credeano i medesi mi ogni anima,
informato prima solamen te il corpo di un uomo, andar poi tratto tratto
passando non più ne' corpi d' altri uomini, ma di qualunque animale,. che abita
o l' aria, o il mare, o la terra. E' vero altresì tal dottrina essere stata
dall' Egitto portata da Pittagora presso de' Gre ci (92 ). Non si dubita nè
pure i Greci filosofi coll' andar del tempo averla molto alterata. Altri
restrinsero la metempsicosi ai soli corpi umani, altri pari agli Egizj ľ1°.
estesero dagli uomini ai bruti. Vi fu pa. rimente, chi disse que periodi esseri
tre, chi dieci, chi nove. Nè mancavan di quei, che ridussėro la durata d'ogni
periodo da tre mila a soli mille anni. Empedocle fra tanto afferind il nume ro
di que' periodi esser dieci, e la durata di ciascuno di tre mila anni. Ma l '
anime secondo lui migravano in ognuno di que' periodi in ogni sola volta nel
corpo d'un uomo, e in tutto il resto a ' finire il cir colo di ciascun degli
stessi, andavano mion 122 1 che ne' bruti, ma eziandio nelle piante. Fui
fanciullo, dicea Empedocle, fui don zella, augello, albero, pesce. Chi è or,
che non vegga esser questa un altra delle alterazioni recate da costui alla
metempsi cosi di Pittagora, e degli Egiziani? Questi la voleano solamente negli
uomini, o ne' bruti. Empedocle agli uomini, e a ' bruti aggiunse la
trasmigrazione ancor nelle pian te (93 ): Ma non si creda mica, che tale ag
giunta d'Empedocle alla dottrina della me tempsicosi di Pittagora, e degli
Egiziani, fosse stata in lui l'opera del capriccio, o del caso. Sarebbe cid
indegno di un nuo vo, ' e original pensatore. Chi si risovviene del fisico
sistema del primo, conosce che si dovea far certamente quest' alterazione
notabile alla metempsicosi del secondo, Gia si sa aver avuto Empedocle le
piante, al par degli animali, dotate di sentimento, o d'anima materiale. Ma non
così aveano pensato nè Pittagora, nè gli Egiziani. Pero quegli fece passar le
anime e dagli uomi 1 123 ni, e da bruti alle piante, e questi cre dean, che le
anime migrassero dagli uo mini nel corpo solamente de' bruti. Le a mirne in
somma in forza del sistema d ' Em. pedocle, dovean circolare informando tutti
que' corpi, che in qualunque maniera fos. sero stati organizzati. Ecco le due
novità recate dal nostro filosofo alla morale di Pittagora, ma novi tà ben
legate tra loro qual cagione ad ef fetto. Alla colpa delle anime aggiunse Em.
pedocle la metempsicosi, come al delitto va compagna la pena. Ma quel ch'è più,
a questa e a quella unite insieme andò egli pure legando la demonologia:
articolo fon damentale della teologia de' pagani. i Vedea egli quasi ingeniti
all' uomo i semi si della virtù, che del vizio. Allor si pensava lo spirito '
tendere naturalmente à cose spirituali ed eterne, e la materia al le materiali
e caduche. Credette ei quin di i semi della virtù nascer nell' uomo dall' anima,
e gli altri del vizio nascere in lui della materia. Ma l'anima, a suo pre q 2
12-1 dere, chiusa nel corpo, restava contamina. ta dalla materia, e. però era
sospinta assai più verso il male, che il bene. Oimè, di cea egli, come è misero,
come. è infelice il genere umano. A quali guai, a qua li pianti non è ei
sottoposto Queste due tendenze dell'uonio al be: ne, e, al mal fare raffigurò
Empedocle, giu. sta il costume di quell'età, sotto le imma gini di due opposti
genj. Due, egli disse, sono i genj, che quali direttori delle azio ni degli
uomini, accompagnano ciascun uo « mo in tutto il corso della vita d ' ognuno di
loro. Buono è l'uno, l'altro è malva gio. Il primo guida, o conforta lui alla
virtù; il secondo spinge e conduce il me desimo al vizio (94). Ma ambidue
questi genj non indicavano, che questa stessa dop pia tendenza. Pure tutto il
volgo allora venne nel credere, che ciascun uomo dal nascere al morire fosse'
stato realmente as. sistito da un genio buono, e da un altro malvagio. Tanto
egli è vero, che le im magini, sotto cui adombravano gli antichi 125 >
filosofi le loro specolazioni, fossero state ca gioni di superstizione, e di
errori. L'uomo non solo ha tendenze al be ne e al male, ma è capace altresì d'
ope. rar l' uno, o l'altro. Quante virtù, e quanti vizi di fatto ei mette in
pratica ! Ma questi stessi ebbe la bizzaria Empedoc cle di designare sotto la
figura di genj. Singolari, non cho speciosi furono i nomi, con cui egli
distinse i demoni, che rap presentavano i vizi, ' e le sfrenate passioni degli
uomini, De nomi di Chtonia, d' He liope, d ' Asafia, di Nemerte, o di parec shi
altri ne sjamo debitori a Plutarco (95). Singolari eziandio, non che speciosi,
esser dovettero i nomi, con cui distinse lo stesso l'opposta classe di genj,
che rappresenta vano le virtù, e le passioni imbrigliate de gli uomini, Mą il
tempo, che rode ogni cosa, non ha fatto quelli pervenir sino a noi. Pure è
sfuggita da sifatta ingiuria la nominazione, con cui Empedocle appel 10. le
virtù, felice prodotto, delle regolate passioni. I pittagorici furono usi
chiamare 126 il mondo spelonca, ed Empedocle, qual pittagorico, chiamò le virtù,
e passioni virtuose ' potestà conducitrici delle anime: quasi giunte nel mondo,
come in un an tro (96 ). Il popolo, che in ogni cosa vede portenti, e finge de'
genj, accolse quasi revelazione venuta dal cielo, la de monologia del nostro
filosofo. Gli antichi scrittori, pari al volgo, non compresero nè pure il vero
intentimento di lui. Que sti però dipinsero Empedocle, come chi avesse popilato
l'intero universo di demo nj, e attribuito a virtù de' genj ogni ope razion di
natura. Ma questa stessa dottrina de' genj fu il fondamento della magia, e
teurgia fa mosa d'Empeclocle. Questa, in que' tempi cra un metodo di purificar
le anime col favore degli Dei benefici, che dovean con dir quelle all'unione
con Dio. Gli Dei bendici non eran che virtù astratte deifi. cate da lui: è
nella pratica delle sante o pere era riposto tutto il culto di quelli. Credea
egli, non poter le anime ritornare 1 27 agli onori divini, da cui erat cadute,
che coll' ajuto di quegli Dei, perchè credeva altreşi non potersi quelle
inalzare a Dio, che coll' esercizio delle sante virtù. La teur gia in somma
d'Empedocle fu un retto, e diritto nietodo di purificar le anime colle opere
buone. Sembra cosa veramente incredibile che uomini abbandonati al debile filo
della pro pia imbecille ragione, e privi di qualunque superior lume di
rivelazione divina, avessero potuto architettare un piano di quasi per fetta
morale. Non fu gia la metempsicosi quella, che giusta i pittagorici avesse po
tuto purificar le anime. Questa non era purificazione e virtù, ma pena dovuta
al. delitto. Questa non si poteva in alcuna an corchè menomisssima parte, o
abbreviare, o alterare. Esser questa un decreto divis no, essere un santo
giuramento si spaccia va a tutti da Empedocle. Ciascun anima avvegnachè
virtuosa, e purissima (così és. si pensavano ) non potea unirsi a Dio, se non
compiti i periodi, e il tempo tutto di esilin. 128 Le purificazioni altro
cardine della mo rale d’Empedocle eran propiamente, secon do tutti i
Pittagorici, le sule, che a poco a poco lavavan le anime, e toglievan loro in
quel tempo, che informavano i corpi umani, ogni macchia, di cui le medesime
potevano essere dalla materia bruttate. Pur gate poi le sozzure, e finiti i
periodi tut ti del bando, allora era, che le anime già nette, secondo che allar
si credeva, fos sero agli antichi onori tornate, e alla vita divina... I sagri
riti poi, lo studio delle scien ze, la pratica della virtù erano i tre mo di di
purificazione inventati all' uopo da que' sommi filosofi. Sembra à prima vista
o superfluo o inutile essere stato il primo di questi mo di, e tutti gli
augusti riti, e quelle ceri-, monie solenni, che si metteano in opera al lor da
Teurgici. Ma si poteva scuotere, e infiammare altrimenti l'immaginazione de gli
uomini, affinchè questa si fosse resa docile agl' insegnamenti della virtù?
L'110 { 129 - mo materiale si solleva dal mondo materia le merce cose eziandio
materiali. Le ceri. monie, ei riti sono i soli, che colle san. te immagini
níuovono i sensi, e astraendo li dalle cose impure alle pure gli inalza no. I
riti sono il verace linguaggio de sen si, che efficacemente parlando destano la
fantasia. A questa è sol conceduto ' creare tra il mondo materiale l'altro
spirituale: Disadatto pure si crederà forse essere stato lo studio delle
scienze a purificar le anime. Ma non è egli questo, che aliena lo spirito: dai
vizi, che l'introduce alle co se intelligibili; e che sveglia in lui le idee
immateriali e celesti? Non è egli vero al tresì l'anima, esercitata nelle cose
dell' in telletto, districarsi da' fantasmi del corpo, e. dalle false opinioni
del volgo? Era certa mente un ridicolo sogno quello de pittago rici, che collo
studio delle severe discipli ne fosse tornata alle nostr' anime la mé. moria
delle cose divine. Ma certamente all' opposto è un dogma incontrastabile,. che
tanto più la nostra mente si allontana dal r 130 > la materia e dagli
appetiti carnali, quan to più la medesima s' aggira sulla contem. plazione o
de' principj delle cose, o delle matematiche, o elogn'altra scienza. Ma in
verità e uso di riti, e studio di scienze, e ogni qualunque altra cosa, che
avessero potuto specolare gli antichi, sa rebbe lor tornata inutile, ne sarebbe
mai giunta a purificar nè meno da lungi le a nime, se a tutto ciò non avessero
costoro accoppiato del pari la pratica della virtù. Questo in fine dovea essere
il bersaglio, cui dovean dirizzarsi que' grandi filosofi: o questo l'ultimo e
principal metodo di pu rificazione. Non si può infatti ne pure ideare quanto
studio avessero posto costoro ad astenersi da ogni ancorchè minimo fal lo.
Tutti quanti (tranne il loro raffinato orgoglio, e la loro squisita 'boria e
super bia ) furono del tutto.virtuosi. Di e nota te si recavan essi sopra se
stessi, scrupo losamente ogni lor fatto esaminando, e c gni movimento del
propio loro cuore. In estimabile era la diligenza, ch' essi adope 131 rzano a
nettar d'ogni ruggine l'animo lo ro, e a far bene ogni cosa. Tutta la vita į
medesimi spendevano in contemplare oggetti spirituali, e. in praticar virtù, e
que pre cetti, che si leggono scritti ne' versi dorati. Si crederebbe quì
finito il lavoro della loro morale, Pure come eglino avevano que sta diviso in
due parti, così alla purifica zione aggiunsero altresì la perfezione (97 ). Non
bastò a Pittagora l' essersi lusingato, che l'anima, mercè la prima si fosse e
mondata da vizi, e separata dalla materia, e liberata quasi dal vincolo, che la
ren deva prigione. Volle di più immaginarsi, che l' anima, mercè la seconda già
prima purificata, si fosse poi inalzata a Dio, o ripigliati gli antichi abiti,
e forma, si fos se confusa colla divinità medesima. Le ar nine in somma, che
secondo Pittagora ed Empedocle, erano di loro natura divi ne, ma contaminate
dalla colpa e mate ria ', dovean prima purificarsi, e poi sì per fezionarsi,
che fossero state degne di tor nare a Dio, e agli onori primieri. Però l' 132
immacolato, e innocente viver d'Empedo cle obbligo lui a spacciarsi qual Dio, e
a promettere ai puri, e perfetti la Divinità come premio. Sin quì Empedocle, e
Pittagora furon d'accordo, e quegli fece uno con questo. L' essere stata comune
l ' opinione tra loro nel principio, da cui la purificazione, e perfezione
avesse avuto sua origine, non fece punto discrepar l'uno dall'altro, Cre deano
ambidue le anime tutte degli uomi ni, e tutti gli spiriti altresì formare uni
ca, e sola famiglia con Dio. Là poi, ove i sistemi loro non furon punto
d'accordo si fatti filosofi furon del tutto discordi. Em. pedocle, altrimenti
che Pittagora, riguardo uomini, bruti, piante come unica famiglia. Non è più
quindi da far sorpresa, se si ve de ora entrare in iscena una terza novità
d'Empedocle, come riforma alla moral di Pittagora. Se si vuol prestar fede ad
Aristotile ad Aristosseno, e Teofrasto, Pittagora e i Pittagorici della prima
età uccidevano, ec. 133 cettine i bovi destinati ai lavori, ogni sor ta
d'animali, e tranne i loro cuori e ma trici ne mangiavan le carni: s '
astenevan solamente da' pesci. Empedocle all'incontro fu il primo che proibì
affatto qualunque uso di carne; e riputò sacrilegio l'uccidere quale che si
fosse animale. Non veggo, dicea egli, perchè alcuni animali debbano serbarsi in
vita, e altri all'incontro si pog sano uccidere. Una è la legge per tutti, é
questa è pubblica per tutta la terra. Vedeva costui in tutti gli esseri organiz
zati, facendone un sol corpo morale, quasi unica é sola farniglia, Perd non
sapeva egli scorgere differenza notabile tra uomini, e bruti. Smanioso egli
quindi si scaglia con tro chi avesse sagrificato in que' tempi vit. time agli
Dei, che' attesa la metempsicosi, potevano per lo più esser uomini sottom bra
di bruti. Cessate, gridava Empedocle, o crudeli, di fare strage, e lordarvi di
san gue: Pazzo il padre, che sotto altra sem. bianza scanna il propio figliuolo,
e vane preghiere disperge all'aria e al vento. Stol i 134 ti non veggono, che
divorando le fumanti sanguinose carni di animali le menbra pa. rimente divorano
de' lor padri, figliuoli, o congiunti. Si riderebbe oggi la presente età del:
la severità d'Empedocle, e si reputerà cer tamente stravagante la sua pietà
verso i bruti. Ma ad altro, e più nobil fine ten devan le idee del nostro
filosofo. L'uomo è in mezzo a' suoi simili, e l' amore è il principale anello,
che dee le garlo cogli altri. L'amor verso i simili è il principale dovere di
un uomo di società: e la pieta n'è la base. Ma questa non si potrà avere
giammai, se non campeggia e dilatasi sopra tutti gli oggetti, che circon dano
lui. Se l'uomo deve avere pietà ver 80 gli uomini, uop' è non che estenderla,
mia cominciarla da' bruti. Qualor ' si eser-: citasse ferocia contro i
medesimi, agevol mente il reo costume l'andrebbe portando ancor contro gli
uomini. Anche tra noi, se non può recarsi a effetto sì fatta proibizio. ne di
scannar gli animali, sempre egli 1 135 vero, che debbasi tener come parte di e
ducazione gentile, quella d'insinuare ne gli animi ancor teneri de' giovani la
pietà verso i bruti. Non son dunque da ripren, dersi, così tentoni, gli antichi
filosofi per quegli insegnamenti, che oggi, mutate le usa nze, ci sembrano
stolti. La proibizio. ne ch' Empedocle diede a' suoi scolari d ' uccidere gli
animali, e cibarsene, ebbe in mira non sol di non essere crudeli, e feroci
cogli altri; ma di dispor loro ad amarsi l ' un l'altro a vicenda, e nelle
disgrazie scam. bievolmente aiutarsi. Egli non senza sotti le avvedimento si
sforzò così in persona de? suoi compatriotti svegliare allora in tutta la
generazione degli uomini quell'attitudine, che porta loro a prender parte nell'
altrui traversie: attitudine, che di sua natura è debole, languida, spesso
sopita, e quasi sempre soffogata, ed estinta. Però Empc docle a ingentilir gli
animi umani, e rasla dolcire i costumi degli uomini, volle che questi non si
avessero bruttato le mani del sangue, né avessero mangiato le carni de' 136
bruti. Chi è beniguo co ' bruti non può certo negare agli uoinini amore, pietà,
cor tesia, frattellanza. Pittagora nulla conse guente a' suoi stabiliti
principj della metem psicosi, trascurando quasi tutti gli anima li, ſecesi
soltanto scrupolo, e proibi, che si fosse recata alcuna ingiuria alle piante,
che non fossero state nocevoli. Ma Empe docle fece molto più, e' meglio assai
di Pittagora. Egli dotate prima quelle di sen timento, proibi poi che si fosse
fatto loro del male: ailinchè non si fossero avvezza ti gli uomini ad offendere
esseri forniti di sensi e di organi. Fu in somma intendi mento di lui in tutte
le maniere, quasi tirando tutte le linee a un centro, stabili re tra gli uomini
fratellanza e amicizia Però fu, sollecito ei d ' ordinare, che oltre agli
animali, si avesse avuto compassione sin anche alle stesse piante.. Sarebbe
stata finalmente non che man. chevole, ma mulla la morale d'Empedocle, s' egli
non avesse presentato o un premio, una pena agli osservanti, o violatori de'
737 ciò, precetti da lui stabiliti. La speranza del premio, e il timor della
pena, interni po. tentissimi stimoli dell'animo umano, inco raggiano i buoni a
operar la. virtù, spa ventano i mali a praticare il vizio. E' ben ragionevole
quindi, ch ' Empe docle avesse pigliato una via come stabili re e premio', e
pena, sì alla virtù, che al vizio: e il fece appunto combinando al par de
pittagorici, colla dottrina della metempsicosi. Il tempo di tre mila anni di
ciascuno de' dieci periodi di essa non era destinato da Empedocle a far cir
colare sempre le anime da un corpo in un altro. Le anime in ogni giro di tre
mila anni informavano secondo lui e vegetabili, e bruti. Di poi andavano esse
in ultimo E luogo ad avvivare il corpo di un uomo. questo finalmente morto,
passavan quelle ad abitare un luogo o di gaudio o di lutto secondochè le
medesime avessero o bene, o male operato. Quivi doveano esse restare, finchè
finito avessero il primo periodo di tre mila anni. Dovean le medesime torna. S
138 To appresso a cominciare il secondo di al tri tre mila anni, passando
tratto tratto ne corpi: d' altri bruti, di altre piante, o finalmente di altri
uomini. Così successiva mente doveano esse fare in tutto il corso degli interi
dieci periodi: e cosi le medesi mo doveano essere o premiato, o punite in
ciascuno di essi. Ma al finire di tutti i dieci circoli quelle anime, ch'eran
tenaci ne' vizi, giusta Empedocle, bandite dal cie. lo, eran dannate in mezzo
alle tenebre, e in un continuo lutto, o un eterno suppli zio. Le altre poi, che
virtuose al compir di quo' circoli si fossero trovate belle e det. te secondo
lui, si portavano all'etere puro, e collocate in mezzo alla luce, sedcano in vi
a mensa coi forti Danai, in eterno go dimiento, nell' unione con Dio. Tutto ciò
si raccoglie da ' versi d ' Empedocle. Così pur si pensava da' pittagorici di
Sicilia; nè al trimenti si canto da Pindaro nelle sue odi dirette a Gerone, e
Terone (98 ). Ecco tutto, il quadro compito della intera mora le d'Empedocle.
139 Egli è senz' alcun dubbio, essere stata questa assai raffinata, e, molto
diversa da quella del volgo. E ' cosa da recar mara. viglia l'osservare, com '
essa in tempi assai caliginosi, fosse stata tanto bene architetta ta, cosi
brillante, e del tutto diretta a ri. pulire il costume, a liberar l'uonio, quan
to più s' avesse potuto dai vizi, e a nobi litar l'anima e la mente di lui. Cid
nulla ostante ella ha eziandio i suoi gran difetti. L'essere stata la stessa
riservata ai soli sapienti, e ai soli iniziati ne fu il principale. Quel
sistema d'Etica, che non è fatto per tutti gli uomini, non può esser giusto,
santo, verace. Tutti quan. ti gli uomini sono astretti agli stessi doveri, e a
una sola virtù, Si può considerare, & gli è certo, la scuola pittagorica,
qual.ce nobio, é i pittagorici quali religiosi dell' antica Grecia. Ma
l'orgoglio guastava le loro azioni, rendea yane le loro fatiche, avvelenava
ogni loro virtù. Pure è sem pre da reputarsi degno di lode il nostro filosofo,
che osservantissimo de' precetti pit § 2 110 tagorici non ebbe difficoltà di
manifestarli, e divolgarli nel suo poema delle parilica zioni per solo e
semplice amore di onestà, e di virtù, Empedocle, tranne la super bia, radice
infetta dell' operare d'ogni an tico filosofo, è da celebrarsi, come quel lo,
che ornato di cortesia, amante degli uomini, e virtuoso, avesse aspirato sempre
a perfezionar molto se stesso. Ma gli onori, che si rendono a' tra passati; le
lodi, di cui s' onora la memo ria de gran genj, non possono nè recar loro
diletto, che più non sono, nè tocca re il lor cenere, che affatto è privo di
senso. Tutti i loro elogi, come quelli, che eccitano l'orgoglio e la vanità de'
viventi, noi guardano e a noi son diretti. Siam noi, che dagli omaggi, che si
tributano a quelli, prendiamo speranza di poter forse nieritare la stessa
gloria, e acquistar la fa na stessa presso le generazioni avvenire. Del nome
d'Empedocle fu una volta ne è oggi, e ne sarà sempre piena la ter,. La
filosofia di lui fu tenuta assai in 141 pregio presso tutta l'antichità tra
Greci e Latini (99). Quella occupa tal sublime posto di onore nella storia
delle scienze, ch' Empedocle si può dir, che appartenga a tutte le più colte
nazioni. La Sicilia fra tanto è la sola che a giusta ragione lui vanta: qual
suo. Felice quel suolo, beato quel clima, cho dà il natale a' grandi uomini !
La memoria e la fama loro è un fecondissimo germe, che in ogni età ne desta l'
emulazione, e ne riproduce il sapere. Tal dovrebbe essere a noi il dolce nome
d'Empedocle, caro alla yirtù, caro alle lettere. Anatomia, fisiologia, chimica
de cor pi organizzati possono lui chiamare padre inventore. L' essersi ridotta
la materia a quattro elementi; l' essersi trovate due for ze in natura di
repulsione, di affinità; 1" essersi intrapreso il metodo di fisiche espe.
rienze, la terra n'è a lui debitrice. La scoperta della chiocciola; della
successiva propagazion della luce; del peso e della molla dell' aria; del
nutrirsi, del traspira* e 142 re, dell'essere ovipare le pianto al par de gli
animali son cose tutte propie di lui. Divolgati appena sì fatti suoi
ritrovamenti, tosto si rese celebre il suo nome in tutta la Grecia, ed egli uno
de' concorrenti di venne tra Anassagora e Democrito, La gloria d'Empedocle, che
in gran parte è ancor nostra, ci dee infiammare a battere lo stesso sentiero.
La Sicilia è la stessa oggi, ch'era allora ai tempi d'Em pedocle. Ella in
ogn'angolo, e in tutta quanta la sua superficie presenta a' nostri occhi
oggetti sempre degni di nostre filoso fiche ricerche. Piante d'ogni sorte,
acque d'ogni specie ', minerali d'ogni genere, e i più distinti volcani
esistono nel nostro suolo. Il Fisico, il Chinico, il Botanico lo storico
naturale trova ovunque ampia materia d'appagar le sue brame. E ' no stra somma
vergogna il vedere oggi, che vengan tra noi gli stranieri a insegnare a noi le
cose nostre. Si saran forse cam. biati il cielo, il clima, la terra, che un di
furono ne' tempi de' nostri antichi filo 1 143 sofi? 0 pur saran venuti meno
gli inge gni tra noi? Non sono eglino i Siciliani dotati ancora o d' acume
nello specolare, e di prontezza nel riflettere, e di pre stezza nell' eseguire,
che loro hanno in o gni tempo distinto? La Sicilia una volta e. mula della
Grecia in ogni genere di colo tura non potrà anche a di ‘ nostri con correre e
gareggiar nelle scienze colle più polite nazioni? Si pigli dunque orgoglio
dell' aggiustata idea di nostra antica grandezza. Questo, scossa l'inerzia, ci
sarà di stimo. lo ad una nuova carriera da imprendere. La fatica è l'unica via,
che conduce al sa pere, e questa ci porta, certamente alla fama. Si desti
quindi in ciascuno di noi la virtuosa imitazione d’Empedocle, e si co minci la
grand'opera con ardore e franchez za. Un felice evento coronerà allora ogni
nostro travaglio: la posterità ricorderà noi collo stesso onore, con cui pieni
d'ammi razione noi ricordiamo Empedocle. Empedocle non che fu eccellente filo
sofo: ma fu del pari profondo politico. Si 144 ciliani, non andate quà là ad
apprender ta pini da questo e da quello ordini civili, e fogge di governo.
Guardate i maestosi avanzi delle nostre antiche città;specchia. tevi su li
nostri passati famosi legislatori; richiamate alla memoria i fatti chiarissimi,
non che della nostra Greca Sicilia, ma del la vita d'Empedocle. Così tratto
tratto di verrete atti a maneggiar le cose pubbliche, e ben presto vi sarà tra
voi politica non cabala, libertà non licenza '. Empedocle, convinti un dì i
nobili di Gergenti di peculato, atterrò ivi la lor si gnoria: Non è disdicevole
quindi l'imma ginarcelo, ch'egli colla stessa voce gli ota timati così riprenda
di nostra età. Finito è il tempo, in cui usurpata un ingiusta franchigia de'
pubblici dazj, generosi offri vate al Re il denaro del popolo, a fine e di
ottener da quello nuove insopportabi li prerogative, e di stringer questo vie
più nuove insoffribili catene. Finito è il tempo in cui macchinando l'esenzion
delle taglie, scaricavate gran parte del pubblico con 145 peso sulle città
immediatamente al Re sotto poste a fine di disertar qrieste, e di rau nare
schiavi in gran copia nelle terre a voi immediatamente soggette. Finito è il
tem po, in cui voi assumendo la voce e qualità di nazione, che non avevate,
minacciosi vi rivolgevate contro del trono per non paga re, e taglieggiare il
popolo ogni tre anni. Già il Principe si è congiunto col popolo. ' Gia la voce
del Re, ch'è quella dell'ins tera nazione, è divenuta oggi più imperio, sa
insieme e sicura. Essa ha già rivelato il grande arcano del vostro tirannico
impe ro essere stato riposto nell'aver voi voluto fin'ora poco o nulla soffrire
de’ dazj, e far li tutti a carico andare della povera gen te. Chi di voi potrà
or tolerare con ani mo tranquillo tra vecchi debitori dello sta to non altri
nonni leggersi che i vostri, e de' vostri antenati? Chi sarà tanto scelleras to,
che rivelando il falso, voglia occulta re l'immensa estensione de' suoi ricchi
fon di; affinchè a danno del meschino e del povero, pagasse egli quanto meno si
possa 2 t 140 Chi sarà cosi ribaldo, che voglia sgravar d ' imposta la terra,
unica e sola sorgente di ricchezza in Sicilia, per istrappare con mano rapace
qualche misero tozzo dalla bocca faa melica dello stanco e affannato
agricoltore? Şe cið han fatto i vostri maggiori, sono essi stati i più tristi
nemici, anzi i più crudeli tiranni dell' infelice Sicilia. Si appartiene ora a
voi lavar le macchie di quelli, e onorar voi stessi, contribuendo alla pubblica
feli cità col pagarsi prontamente da voi a pro porzione della vostra opulenza,
Ma Empedocle dovrebbero avere ezian dio qual modello non che i nobili, chi
presi del fantasma di democrazia vo lessero condurre a sfrenatezza la plebe.
Quante altre cose possiamo noi idearci a ver potuto lui dire, a costoro ! Egli
poten do in Gergenti stabilire un governo collo cato tutto nella potestà del
popolo, af fatto nol volle. A' popolari uni costui gli ottimati in quella città;
e teniperò così gli uni cogli altri. L'equilibrio de' poteri, con cui
s'amministrano le cose pubbliche, è la ma 147 solida base, su cui dee riposare,
volendo si e florido e durevole, il presente gover no. L'equilibrio morale, non
altrimenti che il fisico, viene da contrarietà ed egua glianza di forze. Il
popolo ' non deve mai essere. -oppresso, ma all'incontro non dee ne pure essere
costui un oppressore. Se la sua forza sbilancia, lo stato andrà tutto a
soqquadro, e ruinerà senza meno. La ven detta piglierà allora il nome di forza,
di senno il delirio, di libertà la licenza. I poteri legislativo, giudiziario,
esecutivo si debbono a vicenda venerazione e rispetto; tutti debbono riunirsi,
e cospirare a un sol centro: e se per caso ne sia uno avvalla dee tosto
corrersi con mano presta a rialzarlo. Quanto è difficile mantenere og gi in
Sicilia un sl fatto equilibrio ! Appe na vi basterebbe un Empedocle. Egli ad
assodar vie più la novella for ma di governo stabilita da lui nella sua patria,
ebbe in fin l' accorgimento di pian. tarla sulla pubblica coltura, e sul pub
blico civile costume. Qual sublime lezio to, t 2 148 è un sogno, zione ella è
questa da adottarsi da' nostri legislatori d'oggidi, se vogliono eternare, più
che si può, il presente governo stabi lito di fresco. Un impero assoluto si può
fondare tra selvaggi e tra barbari, e vien prosperando in mezzo a gente
corrotta. Ma è un delirio il pretender fer mo un governo costituzionale senza
nè col tura nè costume per base. Nello stato, in cui è il nostro suolo, non
potrà certamente portare la novella libera costituzione senza che fosse prima
quello preparato e divelto. Voglia Iddio che i nostri, posti giù l'e goismo, le
false massime, gl ' impeti, glodj imprendessero a imitare Empedocle, e i nostri
antichi felicissimi tempi. Ma se i Siciliani tutti debbon trarre qualche utile
insegnamento dal nostro filo sofo; i Gergentini massime ne dovrebbero emular la
virtù. La patria de' grand ' uomi ni è quella su cui sfolgora, riflette e va a
concentrarsi, la gloria di loro. Si dovreb bero ricordare i Gergentini, ch '
essi prin cipalmente a Empedocle son debitori d'esa 149 ser tanto chiari, e
così famosi nella nostra sicola storia. Si dovrebbero eglino pur ri cordare,
che vicino a que' tempi, che vis sita oggi lo straniero, e sopra lo stesso suo.
lo, che calcano i Gergentini 'medesimi, det tò allora Empedocle a Gorgia
l'eleganti, avvegnachè prime lezioni di Rettorica. Gli stessi quindi a
ripigliare in loro l'antico u sato splendore dovrebbero richiamare tra loro e
le fisiche e le matematiche discipli ne, e ogn'altra amena e polita lettera
tura. Allor si potranno i Gergentini glo riare a ragione d' aver prodotto, e
dato la culla a Empedocle. Così eglino saran vera mente degni concittadini di
lui. Ne altri menti si potranno lusingare gli stessi di far risorger tra loro
il verace spirito d' Empe docle, e di poter quivi dire allo straniero. Dell'
eccelsa sua mente i sacri versi Cantansi d'ogn'intorno, e vi s'impara Si dotte
invenzioni, e si preclare Che credibil non par, ch'egli d'umana Progenie fosse.
1 PRUOVE E ANNOTAZIONI A L LA TERZA MEMORIA. 153 PRUOVE E ANNOTAZIONI A L
I A TERZA MEMORIA. > Il n'est pas ) Freret raffigura l'attrazione e re
pulsione di Newton nell'amore e odio d ' Empedocle. E però dice besoin d'un
long discours pour montrer que le fond du systeme Newtonien, dé pouillé de
l'appareil et du détail de ses cal. culs se réduit a celui d ' Empedocle, Hi
stoire de l'Académie Royale Des Inscripti ons et belles lettres T. 18 Memoires
p. 102. (2 ) Και γαρ ονπερ οιηθαη λεγειν αν τις μα. λιστα ομολογουμένως αυτω.
Εμπεδοκλης και TYTO TAUTO TETOVIE „ Empedocle, di cui al cuno potrebbe portare
opinione aver, detto sopra di ogn'altro cose tra loro e a se stes so concordi;
egli cadde nel medesimo in 60veniente Arist. Metaph. 1. 3 cap. 4 il • 54 πος
και 8το! O (3 ) Arist. de Coelo 1.3 cap. 4 Λευκίπι και Δημοκρίτος Αβδερίτης
φασι είναι τα πρωτα μεγεθη πληθ. μεν απαρα και μεγεθα δε αδιαιρετα τροπον γαρ
τινα παντα τα οντα ποικσιν αριθμους και εξ αριθ. μων • και γαρ ει μη σαφως
δηλεσιν ομως τετο βελονται λεγαν, Leucippo e Democri to dicono le prime
grandezze essere infini te di numero, ma indivisibili. Essi in cer to modo
fanno gli esseri o numeri, o da' numeri. E se ben non lo mostrano chiu ro; pure
questo vogliono dire. » (4) Εμπεδοκλης περι ελαχιστα εφη προ των τεσσαρων
στοιχειων θραυσματα ελαχιστα οιονα στοιχεία προ των στοιχεων ομοιομερη και Empe
docle prima de' quattro elementi supponeva de minimi bricioli, ch'erano non
altrimen ti che gli elementi degli elementi, e par ti simili Stob. Εcl. Phys.
1. 1 p. 33. Ε più chiaramente Plutarco de Pl. Ph. dice οιονα στοιχεια των
στοιχείων »και elementi degli elementi. (5 ) Ει δε στήσεται που διαλυσις ητοι
ατος μον εσται το σωμα εν ω ισταται η διαίρετον μεν ι 155 8 μεν του διαι
εθησομενον εδε ποτε καθαπερ εoικεν Εμπεδοκλης βελεσθαι λέγειν. » Se lo
scioglinzento delle parti si fermerà in qual che luogo, domando: o il corpo in
củi ri starà è indivisibile, o è divisibile; ma in alcun tempo mai non si potrà
dividere, co me pare ch ' Empedocle abbia voluto dire, Arist. de Coelo l. 3.
cap. 6. Sicchè Empe docle ammettea la divisibilità col pensiero non già col
fatto. (6) Era un assioma presso gli antichi εκ τε μη οντος μηδεν γινεσθαι
nulla farse da ciò che non è, Presso i Greci dev significava ciò ch ' esiste e
il under ciò che non è. Epicuro talvolta piglia il des per corpo e il under per
yoto. Ma diverso era il significato dell' del ov. Empedocle ed Anassago ra
chiamavano Oy la materia dotata di qualità sensibili. E Democrito ed Epicuro la
materia fornita di figura. Al contrario i primi due indicavano col un oy la
mate ria priva di qualità, e i secondi la mates. ria senza figura. Di fatto
Aristotile de GV e 156 gener. et corrupt. 1. 1 cap. 3 dice εστι γη το ον, το δε
μη ον υλη της γης και πυρος ωσαύτως. L Latini tradussero il δεν per res o
corpus il jend Ev per nihil o vacuum. E come non aveano parole corrisponden ti
all' oy e' un or; cosi l'indicarono colle stesse parole res et nihil. E ' nato
da ciò un equivoco nell' intendere i Greci. Questi non solo dissero nulla farsi
da nulla; ia tal volta alcuni di loro pensarono niuna cosa, che ha qualità,
poter venire dalla materia priva di qualità. (8) Απαντα γαρ κακείνος (Σμκεδοκλής
) ταυτα ομολογήσας, ότι εκ τε μη ιοντος αμηχα • γον εστι γενεσθαι και
Concedendo Empedocle tutte le cose medesime,.e che sia impossi bile venire un
essere fornito di qualità de ciò, che ne è privo je Arist. de Xenophane Zenone
et Gorgia. (8) Εμπεδοκλης δε τα τετταρα προς τους ειρημενοις γην προσθας
τεταρτον και Empedoclc disse esser quattro gli elementi, aggiungen do la terra
per quarto a’tre già detti Aristot. Metaph. 1. 1 cap. 3. 157 (9 ) Σεληνην δε
φησι συστηναι καθ' εαυτην εκ τα απολειφθεντος αερος υπο τα πυρος • τατον γαρ
παγηναι καθαπερ την χαλαζαν. La lu πα, dice Empedocle, essersi condensata da se
a cagione dall'aria, che fu abbando nata dal fuoco; perciocchè questa 'si
con densò a guisa di grandine Euseb. Praep. Evang. I. 1. cap. 5. Lo stesso
dice Plut. de Pl. Ph. Origen. Phylosoph. etc. (10) I sassi e gli scogli sulla
terra so no stati giusta Empedocle formati dalla forza del fuoco. Plut. de
primo frigid. Ne per altra ragione credea il nostro filosofo, chę i cieli
siensi formati in guisa di çri stallo, che per l'azione del fuoco. Plut. de
Plac. Philos. (11 ) Ως εν υλης « δ λεγομενα στοιχα τετταρα πρωτος (Εμπεδοκλης ),
απεν. και μεν χρηται γε τετταρσιν αλλ ως δυσιν ουσι μονοις. πυρι μεν καθ' αυτο
τοις δε αντικειμένοις ως Em. μια φυσα γη τε και αερι και υδατι, pedocle fu il
prinio che affermò quattro ese ser gli elementi nella materia. Nondime no di
questi non fu egli uso come se fos 158 } νω sero ' quattro, ma due soli. Mette
il fuoco per se ', e' come al fuoco opposte l'acqua, ' la terra, l'aria, quasi
avessero. queste uni ca natura.,, Aristot. Metaph. 1. 1 cap. 4. (12 ) Origen.
Phylosoph. cap. 3. Clem. Alex. Strom. (13 ) Αναξαγορας μηχανη χρηται τω προς
την κοσμοπίλαν » Anassagora usa della mente nella sua cosmogonia non altrimen
ti che d'una macchina Arist. Metaph. 1. 1 Cap. 4. (14 ) Πολλαχου γουν αυτω (Εκπεδοκλα
) η μεν φιλια διακρινει το δε νεικος συγκρινα • μεν γαρ ε ! ς τα στοιχεία
διαστήται το παν υπο τ8 14κας τότε το πυρ «ς συγκρίνεται και των αλλων στοιχων
εκαστον, οταν δε παντα υπο της φιλιας συνιωσιν ας το εν αναγκαίον εξ εκαστε τα
μορια διακρίνεσθαι παλιν. Εμπεδοκλης μεν 89 παρα τ8ς προτερον πρωτος ταυτην την
ατίας διελων εισενεγκεν ου μιαν ποιήσας την της κινη σεως αρχη, αλλ' έτερας τε
και εναντιας. Non di rado presso d'Empedocle l'amicizia sepa ra; e l'inimicizia
unisce. Imperocchè quan. do per l'inimicizia l'universo si scioglie ne • OTULY
159 gli elementi; allora il fuoco si unisce, e al par del fuoco, ciascuno degli
altri elemen ii. Quando poi per via dell ' amicizia tutti gli elementi si
uniscono; allora è di ne cessità che le parti di ciascun elemento si separino.
Però Empedocle fu il primo, che superiore agli altri più antichi di lui, divi
dendo questa causa, intro lusse non un solo, ma piii e contrarj principj di
movimento: l'anticizia cioè e l' inimicizia Arist. Me taph, I. i cap. 4. L '
vero che qui Aristo tile cerca di cogliere in assurdo il nostro
Empedocle"; perchè cerca di mostrare che l' amicizia talvolta separa, e
l'inimicizia ta lora unisce. Ma ciò non di meno confes sa che giusta Empedocle
l'amicizia e l'ini. micizia eran due principj di moto. E in ciò loda il n'ostro
filosofo, e l ' inalza so pra tutti que' ch'erano stati prima di lui. (15 )
Molti sono i versi d' Empedocle che lo pruovano, che noi rapporteremo ne' fram
menti di lui. Ma Aristotile lo dice chia. rissimo. Es un evný to vemos ev Tols
peyuceo σιν, εν αν ην απαντα ως φησιν (Εμπεδοκλης ) 160,, Se non fosse l '
inimicizia inerente alle cose, tutte queste non farebbero che uno come dice lo
stesso Empedocle,, Aristot. Metaph. 1. 3. cap. 4. Simplicio inoltre de Coelo l.
1 Com. 29,, rapporta che giusta Empedocle è propietà dell'amicizia ridurre
tutto in una sfera lovely o zipov (16 ) (Εμπεδοκλης ) το μεν πυρ κκκος καιλο.
μενον προσαγορευων και Empedocle chiamo il fuoco lité perniciosa Plut. de primo
fri gido. E lo stesso Plutarco ne soggiunge la ragione: Giacchè il fuoco ha la
facoltà di dividere e separare. (17 ) Clem. Alexand. ad gentes cap. 5. (18 )
Aristot. Metaphys. 1. 1 cap. 4. (19) Plut. de Isid. et Osirid. Wolf. de Manich.
ante Man. S. 30 Bayle Dict. Art. Xenoph. (20 ) Aristotile" riferendo l. 3
taph. l'opinione d'Empedocle sul circolo pe renne delle cose in virtù delle due
forze amicizia e inimicizia si lagna del nostro filosofo, che introduce la
necessità senza recare alcima cagione della necessità ws ay. 1 cap. 4 Me. 161
αγκαιον μεν ον μεταβαλλεινκαι αιτίαν δ ' εξ ενο αγκής εδεμιαν δηλοι. (21 )
Brukero T. 1 p. 2 1. 2 cap. 10 Sect. 2. de discipulis Pythagorae. Moshem. nelle
note a Cudwort. (22) Αρχη η φυσις μαλλον της υλης. εγί άχου δηπου αυτη και
Εμπεδοκλης περίπιπτα αγομενος υπ' αυτης της αληθεας, και την εσι. αν, και την
φυσιν αναγκαζεται φαναι τον λογον ειναι: οιον οστουν αποδιδους τι εστιν. ετε
γάρ εν τι των στοιχεων λεγει αυτο ατε δυο ή τρια ατε παντα αλλα λογος της
μιξεως αυτων etc. Il principio delle cose è più presto la nä tura che la
materia delle cose.. Empedocle tirato dalla forza stessa della verità spesso è
costretto di confessare che la sostanza e la natura altro non sia che la
ragione o proporzione: ' come fa allorchè ei dice coså šia.l osso. Poichè dice
che l'osso non cen ga da questo o du quel elemento', nè da due elementi, nè da
tre, nè da tutti, ma dalla ragione in cui questi nell' osso si stan. no ec. is
Arist. de par. Animae l. 1. cap. E poi lo stesso Aristotile soggiunge che 1 362
2 i filosofi prima d Empedocle non fecerd lo stesso perchè non soleano definire
ciò che fosse la cosa astion de to. pen en San τ8ς προγενέστερες επί τον τροπον
τέτον, το τι ην αναι, και το ορισασθαι την ασιαν εκ OTI My •:- (23) Plut. de
Plac. 1. ì cap. 6 Gal. Hist. Ph. (24) Plut. de Plac. Ph. 1. 5 cap. 19 Gal. ibid.
(25) Plut. de Plac. Ph. 1. 5 cap. 19 Arist. de Resp. cap. 14 etc. Credea Em
pedocle che gli animali, subito che nacque ro dalla terra, si divisero e
portarono in luoghi convenienti al loro temperamento. Que' che abbondavan di
fuoco o nell' ac qua o nell'aria. Gli altri ch'erano più gravi, abitarono la
terra ec. (26) Darwin Zoonomia. Vol. 3 Sez, 39 cap. 4 ediz. di Milano, (27) La
massa tutta del seme, che noz mostrava alcuna forma, o figura chiama va
Empedocle. 8ioques che potrebbe significa. re tutta la natura organica secondo
Simpl. 163 1 de Phy. aud. 1, 2. Com. 68 pag. 134 ediz. di Aldo: (28 ) Aristotile
l. 2 de Coelo cap. 8 par lando dell opinione di Xenofane che credea la terra
infinita estendere sino alſ infinito le sue radici, soggiunge do
xakt.Eptidoxing ετως επεπλήξεν Per lo che Empedoche co si lo sferzò, e
soggiunge i versi d' Empe docle, che noi rapporteremo 'ne' frammenti di lui.
(29) Ταυτι δε τα εμφανη κρημνες και σκο: πελες και πετρας και Εμπεδοκλης μεν
υπο τα πυ ρος οιεται το εν βαθει της γης εσταται και ανε χεσθαι. Empedocle è
d'opinione che que sti sassi, questi scogli, questi dirupi, che sono agli occhi
di tutti, sieno stati inalza ti dal fuoco che sta nelle profondità dela la
terra „ Plut. de primo frigido, Quare quaedam aquae caleant", quae dam
etiam ferveant in tantum, ut non pog sint esse usui nisi aut in aperto evanuere,
aut mixtura frigidae intepuere, plures causae redduntur. Empedocles existimat
ignibus, quos multis locis terrà opertos tegit, aquam ! X 2 164 calescere, si
subjecti sunt solo per quod aquis transcursus est. Facere solemus dracones et
miliaria, et complures formas, in quibus gere tenui fistulas struimus per
declive cir. cumdatas; ut saepe eundem ignem ambiens aqua per tantum fluat
spatii quantum ef. ficiendo calori sat est. Frigida itaque in trat, effluit
calida. Idem sub terra Em. pedocles existimat fieri. Seneca Quest. Nat. i. 3. (3ο)
Την γην εξ ης αγαν περίσφεγγομενης τη ρυμη της περιφοράς αναβλυσαι το υδωρ la
terra, da cui, come fu condensata, per l'impeto della girazione spicciò l' ac
qμα 15 Ρlut. de ΡΙ. Ρh. 1. 2 cap. 6. (31 ). Οτι δε μενα (γη ) ζητεσι την αιτίαν
και λέγεσιν οι μεν τυτον τον τρόπον, οτι το πλα τος και το μεγεθος αυτης αιτιον,
οι δε ωσ: περ Εμπεδοκλης την τε κραγε φοραν κυκλω περιθεασαν και θαττον
φερομενην την της γης φοραν κωλυειν καθαπερ το εν τοις κυαθοις υ δωρ και και
γαρ τατο κυκλω το κυαθε φερομείς πολλάκις κατω τα χαλκά γινομενον ομως ου
φερεται κατω πεφυκος φερεσθαι δια την αυτην 165 Citidy, 99 Alcuni cercano il
perchè la ter ra stia ferma nel mezzo, e dicono esserne cagione la sua
grandezza e larghezza, Al tri poi, siccome Empedocle, son di pare re, che il
cielo girando più velocemente del. la terra sia la cagione, per cui la terra
non cada nello stesso modo, che avviene allac qua nel calice. Poichè seben
questo si giri e stia col fondo su, e il labro all' in giù; pure l' acqua, che
di sua natura tende al basso, non cache per la ragione medesima della girazione,,
Arist. de Coelo l. 2 cap. 13. (32 ) Plut. de fac. in orbe Lunae, (33 ) Plut. de
Pl. Ph. 1, 2. cap. 13 Laert. in Emp. (34 ) Arist. de anima 1, 2 cap. 2. (35)
Καθαπερ Εμπεδοκλής φησιν, αφικνειο σθαι προτερον το απο τα ηλιο φως ας το μετα
ξυ πριν προς την οψιν, η επί την γην, δοξα δ ' ευλογως συμβαινειν Empedocle
dice che la luce, la quale viene dal Sole prinra giunge nel mezzo, e poi
all'occhio ed aļla terra. Il che pare che accada con buona ragio ne » s. Arist.
de sensų et sensili cap. 6. 166 tor. (36 ) Empedocle in prima avea il Sole per
una gran massa ignita' non già per una rijlessione di un altro sole šíecome
attesta Laerz, in Emp. Era in secondo opinione di Empedocle che il simile si va
sempre ad u nire al suo simile. Però venne a lui na turale il dire che la luce
lanciata dal So. le, dopo d' essersi riflettuta sulla terra, nasse di nuovo ad
unirsi al Sole, e poi di nuovo movendosi da quest' astro, tornasse a
risplendere. Per altro Plutarco stesso aper. tamente dice de Pyth. orac.. che
la luce del Sole secondo Empedocle risplende di nuovo αυθις ανταυγαν • (37 )
Plut. de Pl. Ph. Gal. Hist. Ph. Stobeo Ecl. Phys. e tunti altri, appongono ad
Empedocle l' opinione di due Soli, che si riguardavano, de quali l'uno mandava
rag gi invisibili e l'altra visibili ec. (38) Empédocle, sans recourir á l’in
stanatneité de cette émission ou á sa pro digieuse velocité disoit que cette
objection se roit vraie, si le soleil lui même étoit en mouvement; mais que la
terre tournant au 167 tour de son axe, venoit au devant, du ra yon, et voyoit
l'astre dans sa prolonga tion. On ne répondroit pas mieux aujourd hui a cette
objection, si quelqu'un la pro posoit contre la propagation successive de la
lumière et son emission. Montucla. Hist. des Mathematiques Tom. 1 P. i lib. 3
pag. 142. (39) Απολείπεται τοινυν το τα Εμπεδοκλεος ανακλάσει τιγί τα ηλια προς
την σεληνην γεγες; σθαι τον ενταύθα φωτος οιον απ' αυτης οθεν 80's. Jequor de
deep porn Resta dunque co me vera la sentenza d'Empedocle. Però la luce lunare
non è nè calda nè assai splen. Plut. de fac in orb. Lunae. (40 ) Est - il rien
de plus juste que ce vers, dont voici la traduction litterale de Greg en latin
circulare circa terram yolvitur a lienum lumen dit- il en parlant de lo lu ne?
Achille Tatius en tire une preuve qu' Empedocle a regardé cette planéte comme
un morceau détaché du soleil. Il n'a pas conçu que cet alienum lumen vouloit
dire lumière empruntée, ce qui est très-confor me a la verité. Montucla Hist.
des Math. dida,, 168 Tom. 1 p. 1 1. 3 pag. 111. (41 ) Isag. in Arat. (42 ).
Empedocles plus duplo lunam dia stare censet a terra quam a sole. Galen. Hist.
Ph. Plut. de Pl. Ph. (4.3 ) Και τον μεν ήλιον φησι πυρος αθροισο μα μεγα και
σεληνης μαζω » Empedocle di. ce il Sole essere una gran massa di fuoco più
grande della Luna Laert. in Emp. (44) Plutarco de ' fac. in orbe Lunae, afferma
che la Luna al dir d'Empedocle giraya a simiglianza d'una ruota: Ora in que'
tempi si esprimea la rùvoluzione d'un corpo intorno al propio asse sotto la
figura ra d'una rủota, Cosi di fatto indicarono Seleuco d'Eritrea, Heraclide di
Ponto, Eco fanto di Siracusa, il movimento della tere ra intorno al propio asse.
Per altro i Pit tagorici sapeano che la Luna girando in torno alla terra çi
presenta sempre lo stes so emisfero. Il che come ciascun sa non può aver luogo,
se la Luna girando intor no la terra ſon rotasse intorno al propio asse: Sicché
è da credersi cl’Empedocle non 169 ou esse ignorato questo movimento della Lu
na. Ma come Plutarco non ne fa che un sol cenno, che può essere equivoco; cosi
io non ho creduto di doverlo affermare come sicura opinione d'Empedocle. (45)
Fabricio Bibl. Graeca T. (46) Arist. de plant. 1. cap. (47 ) Arist. nel med.
luogo. (48) Arist. nel med, luogo. (49 ) Τα δε σπερματα παντων εχ τινα τροφην
εν αυτός και συναποτίκτεται τη αρχή καθαπερ εν τοις ωοίς. η και κακως
Εμπεδοκλης αρήκε φασκων ωοτοκαν μακρα δενδρα Ogni semè contiene in sè qualche
cosa d' alimen to uñitaniente al principio che genera, sic come è nell' uovo.
Per lo che Empedocle disse bene che gli eccelsi alberi sono ovipa ri Theofrasto
1. i cap. ' 7 de Caus. Plant. Και τατο καλως λεγει Εμπεδοκλης ποιησάς: Ούτω δ '
ωοτοκεί μικρα δενδρα πρωτον ελαίας •. Το τε γαρ ωον κυημα εστι, και εκ τινος
αυτα γίγνεται το ζωον, το δε λοιπον, τροφη τα σπερ ματος, και εκ μερες γιγνεται
το φύομενον, το δε λοιπον τροφη γιγνεται το βλαστω και τη y 170 pión en xpern »
Questo ben disse Emperor cle affermando, che i piccoli alberi ezian dio sono
ovipari. Poichè da una parte dell' uovo nasce l'animale, e dal resto si fa la
nutrizione di questo. Nello stesso modo ac cade nel seme. Da una parte si formá
la pianticella, ed il resto serve per nutrirla Arist. de Gen. anim. l. i cap.
23. (50) Arist, de Gen. anim. I. 1 cap. 18 & lib. cap. 6. Theofrasto 1. i
cap. z de Caus. Plant. Indi è che Malpighi aper: tamente dice Plantarum ova
esse semina vetus est Empedoclis dogma. Anat. Plant. pag. 92 * 93. In questi
ultimi tempi Young è stato il primo a dire che le piante ven gono, dal seme.
Rozier journ. de Phys. Auril. 1789 p. 241 e Bonnet Deur. v. 5 p. 256 ha
dimostrato l'analogia del seme coll' uovo. (51) ο δε μαλιστα και κυρίως εστι ζη
= τητεoν εν ταυτη τη επίσημη τετο οστιν » όπερ ειπεν Εμπεδοκλής ηγουν α
ευρίσκεται εν τοις φύτοις γενος θηλυ και γένος αρρεν και ει εστιν ειδος
κεκραμενον εκ τετων των δυο γενών και Cio 171 she in questa scienza sia sopra
d'ogn' al tro, e propiamente da ricercare, lo disse Em pedocle: cioè se nelle
piante si ritrovi il sesso maschile e feminile, e se questi due sessi sien in
quelle mischiati ed uniti,, Arist. de Pl. 1. cap. 2. Per lo che è da ripu.
ţarsi particolar opinione d'Empedocle, quel, la del sesso nelle piante, e che
queste fos sero state ermafrodite. Si legga lo stesso Aristotile de Pl. I. i
cap. 1. Haaly 005 - λομεν ζητειν πότερον ευρισκονται ταυτα τα δυο γενή
κεκραμενα εν τοις φυτοις ως απεν Εμπε doxninis:,, Dobbiamo ricercare se i dųe
ses si nelle piante sien mischiati, come vuole Empedocle. » (52) Empedocles
quidem divulsa esse so bolis membra aiebat, ut in faeminae alia alia in maris
semine continerentur, atquo inde oriri animalibus venerei complexus ap..
petentiam, dum partes illae inter se di stractae conjungi atque uniri
concupiscunt. Galen. de semine 1., 2. cap. 3. Si legga parimente Aristot. de
Gener, ànim. l, i cap. 18, 172 (53) Plutarco de plac. Ph. 1. 5 cap. & 10 12
Arist. de Gener. anim. 1. 2 cap. 8. (54) Εμπεδοκλης τη κατα συλληψιν φαντα. σια
της γυναικος μορφουσθαι τα βρεφη και πολ: λακις γαρ εικονων και αδριαντων
ηρασθησαν γυναίκες και ομοία τετοις απετέκον. » Empe docle dice che dalla
fantasia della donna piglia forma îl feto. Poichè spesso le don ne hanno la lor
prole partorito simile a statue o. a immagini, che hanno amato Plut. de Pl. Ph.
I. 5 ' cap. 12, (55 ) Plut. de Pl. Ph. 1. 5. cap. 27. (56 ) Tutta la dottrina d
Empedocle, siccome in appresso diremo, era fondata su i pori, e sugli effluvj,
che si spiccano secondo lui da' corpi, o per quelli s'intro ducono, (57 ) Plut.
de Pl. Ph. I. 5. cap. 26. (58) Frondes amittere quibus aestatis ca. lor humorem
ahsumpserit; semper fronde re quae majorem succi copiain habent, ut laurum,
oleam, palmam 4 Hist. Ph. Gal. Lo stesso dice Plut. de Pl. Ph. l. 5 cap. 26.
173 Plutarco Symp. 1. 2. Si propone la questione, perchè l' ellera conserva le
fo glie, e gli altri alberi le perdono. Ei ri sponde con Empedocle per la
disposizione de* pori. Perche τοις δε φυλλoφoυσιν εκ έστι για μανοτητα των αγω
και στενότητα των κάτω πι:,, ρων, οταν οι μεν επίπεμπωσιν οι δε φυλαττω σιν,
αλλ' ολίγον αθρουν λαβόντες εκχέωσιν ωσ. περ εν αγδηροις τισιν ουχ ομαλοις » »
A quel le piante, le cui foglie cadono į alimen to on basta a cagion della
rarità de? pori superiori, e della strettezza degl inferiori. Poichè per questi
pori s’ introduce poco ali mento, e per quelli molto se ne dissipa. Indi è che
quel poco che hanno ritratto tosto lo perdono. Avyiene ciò che suole ac cadere
negli attignitoi, che sono inegual mente forați. (59) Flore française troisieme
edition par MM. de La Marck et Decandolle T. pag. 67. (60 ) Floré française
ibid. pag. 86. (61 ) Flore francaise ibid. pag. 108 (62) Plut. de Pl. Ph. 1. 5
cap. 26 Gal. Hist. Ph. 3 174 (63) Galeno Hist. Ph. Plut. de Pl. Ph. 1. 5 cap.
26. (64) Ρlut. de Pl. Ph. 1. 5 cap. 22 Gal. Hist. Ph. (65) Plut. ' nel med.
luogo. (66) Gal. Hist. Ph. Plat. de Pl. Ph. (67 ) Ρlut. de ΡΙ.. Ρh. 1. 4 cap.
22. (68 ) Ρlut. de ΡΙ. Ρh. 1. 4 cap. 16 Gal. Hist. Ph. (69 ) Arist. de
Respirat. cap. z (70 ) Arist. 'de Respirat. cap. 7 Gal. Hist. Ph. (71) Arist,
de, Resp. cap. 7 Plut. de PI. Ph. 1. 4 cap. 22. (72 ) Pluit. de ΡΙ. Ρh. 1. 5
cap. 24. (73 ) Plut. nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. (74) Si vegga la niemoria
seconda sulla Vita d ' Eimpedocle T. 1 pag. 132. (75) Ρlut. de Pl. Ph. 1. 4
Cap. 17 • (76) Τα μεν γλαυκα πυρωδη καθαπερ Εμ. πεδοκλής φησι τα δε μελανoμματα
πλεον υδατος εχιν η πυρος. » Che gli occhi az zurri, come dice Empedocle,
abbondano di fuoco, ed i rieri abbiano più d ' acqua che 175 di fuoco, Arist.
de gener. An 1. 5 cap. i. (77 ) Τα μεν ημερας εκ οξυ βλεπεις τα γλαυκα. δι
ενδιαν υδατος. θατερα δε νυκτωρ δι ενδααν πυρός και che gli occhi azzurri non
veggano bene di giorno per difetto d' ac qua, ed i neri di notte per difetto di
fuo: εο, Arist. de Gen. an. 1. 5 cap. 1. (78) Gal. Ηist. Ph. Ρlut. de P. Ph. 1.
4 Cap, 13. (79 ) Ειπερ μη πυρος την οψιν θετεον αλλ' υδατος πασαν,, Perclie la
visione non e d ' attribuirsi al fuoco, ma tutta all'acqua » Arist. de Gen.
anim. 1..5. cap. (80 ) Arist. de sensu et sénsili l. 1.cap. 2. (81 ) Empedocles
animum esse censet cor di suffusum sanguinem. ' Cic. Tusc. quaest. 1. 1 cap. 9
e Ρlut. de ΡΙ. Ρh. 1. 4 cap. 5. Εν τη τα αιματος συστασε. (82 ) Αλλοι δε ήσαν
οι λεγοντες κατα Εμ " πεδοκλεα πριτηριον αγαι της αληθεας και τας
αισθησεις αλλα τον ορθον λογον και τα δε ορθα λογα τον μεν τίνα θαον υπαρχειν
τον δε αν - θρωπινον. ων τον μεν θαον ανεξοισθον ειναι. τον δε ανθρωπινον
εξοισθαν. Ci sono stao 1 O 176 ti alcuni, che han dettò con Empedocle esé sere
il criterio della verità non già i sensi, ma la retta ragione. Questa poi
essere in parte umana e in parte divina: la prima potersi da noi manifestare, e
l'altra nòi, Sext: Emp. adv. Log. 1. 7 p. 396. (83 ) Hụezio Debolezza dello
spiritous mano.. (84) Furere tibi Empedocles videtur: at mihi dignissimum rebus
iis ', de quibus lo quitur sonum fundere. Num. ergo is ex. caecat nos, aut
orbat sensibus, si parum magnam vim censet in iis esse ad ea, quae sub eos
subjecta sunt, judicanda? Cic. Lu cullus c. 23. (85) Empedocles quidem, ut
interdum mi hi furere videatur, abstrusa esse omnia, ni hil nos sentire, nihil
cernere, nihil omni quale sit, posse reperire. Cic. Lucullus c. 5, (86 )
Αρχαίοι το φρονων και το αισθανεσθαι ταυτον αναι φασιν ωσπερ και Εμπεδοκλης (δη
01.,, Gli antichi, come disse Empedocle, vogliono che sia lo stesso sentire,
che ra 177 € 2. gionare. Arist. de anima, l. 3. cap. 3. (87 ) Arist. de Plant...1.
11. cap. 1 (88 ) Αναξαγορας μεν και Εμπεδοκλης επί θυμια ταυτα κινεισθαι
λεγουσιν αισθανεσθαι τε και λυπεισθαι » Anassagora ed Empedo cle dicono che le piante
sien mosse da de. siderio, da tristezza, e da voluttà, Arist, de P1. 1. 1 Cap 1.
(89 ) Αναξαγοράς δε και ο Δημοκρίτος και ο Εμπεδοκλής και νουν και γνωσιν εχεις
απον τα φυτα Anässagora, Democrito, ed Em pedocle dissero le piante esser
fornite di men te e di cognizione », Arist. de Pl. l. 1 cap. 1. Ρlut. de Plac.
Ph. 1. 5 cap. 26. (90) Arist. de.ΡΙ. 1. 1 cap. 1 Ρlut. de P. Ph. 1. 5 cap. 26.
(91) Πρωτοι δε και τονδε τον λογον Αιγυ πτιοι ασι αποντές, ως ανθρωπα ψυχη αθα
γατος εστι. τα σωματος δε καταφθινοντος ες αλλο ζωον αια γενομενον εσδυεται.
επεαν δε περιελθη παντα τα χερσαια και τα θαλασσια και τα πτηνα, αυτις ες
ανθρωπό σωμα γινομες γον εσβυνειν. την περιαλησιν δε αυτή γίνεσθαι εν
τρισχιλίοισι ετεσι. Sono gli Egizi i pri Z 178 ηι. mi che dicono l'anima essere
immortale; ma che 'morto il corpo va questa sempre informando un altro animale;
dimodochè dopo d' esser passata per tutti gli animali o terrestri, o marini, o
aerei torna di nuo ro ad informare il corpo d'un uomo. Que sto giro compie l
anima in tre mila an Herod. Euterp. 1. 2 cap. 123. (92 ) Τατω λογω ασι οι
Ελληνων εχρησαντο οι μεν προτερον οι δε υστερον, ως ιδιω εωυτων εοντι. των εγω
αδως τα ονοματα και γραφω. Tra Greci alcuni prima alcuni dopo han divulgato' la
metempsicosi degli Egizi come opinione propria. E di quelli non vo. glio
scrivere i nomi; ancorche mi sieno, co Herod. 1. 2 cap. 123. (93 ) Sext. Emp.
adν.. Math. 1. 8. (94) Ου γαρ ωσ. ο Μεγανδρος φησιν απαντι δαιμων ανδρι
συμπαράστατα ' ευθυς γενομεγω μυσταγωγος τα βιε αγαθος, αλλα μαλλον ως
Εμπεδοκλης διτται τιγες εκαστον ημων γενομες γον παραλαμβαγεσι και καταρχoνται
μοίραι κα! d'alluoves.,, Non è da credere come dice Menandro, che a ciascun di
noi, come ea gniti, 170 gli nasce, assista un genio buono condut tor di tutta
la vita, ma piuttosto è da te nersi l'opinione d'Empedocle, il quale di che
ciascuno di noi dal punto della na scita è preso e governato da due genj e da
due. fati Plut. de anim. tranquill. E sog giunge lo stesso Plutarco che co'
nomi de gen; si esprimono σπερματα των παθων i se mi, delle passioni. (95 )
Plut. de animi tranq. (96) Αφ ων οίμαι ορμώμενοι και οι πυθα: γορεοι και μετα
τατος Πλατων αντρον και στην λαιον τον κοσμον απεφηναντο. παρα τε γαρ Εμπεδοκλα
αι ψυχοπομποι δυναμας λεγεσιν Ηλυθομεν τοδ ' υπ' αντρον υποστεγον E da queste
cose, siccome io stino i Pittagorici, e Platone dopo costoro, pre sero
occasione di chiamar questo mondo an tro e spelonca. Poichè presso Empedocle le
potestà conducitrici delle anime dicono: che siano finalmente giunte sotto
quest' aniro coperto; Porph. de Ant. Nymph. p. 9 ed. Van - Goens. (97 ) Clem,
Αlex. Strom. 1. 2. Stob. Εcl. 180 Eth. cap. 3. Jambl. Portrep. cap. g Hierocl.
in Com. Scheffer de Secta Italica. (98) Pindaro nella prima ode olimpica
dirizzata a Gerone; dopo: d' aver descritto il supplizio di Tantalo, che chiama
atau λαμον βιον εμποσομοχθον vita priva do gni ajuto e perpetuamente laboriosa
» 'sog giunge „ questo supplizio forma il quarto dopo d' averne sofferto altri
tre » Mesta Tpl. ων τεταρτον πονον. Non si puo comprendere a prima vista, come
questo quarto suppli zio fosse stato perpetuo. Ma ciò è intera mente dichiarato
nella seconda ode. olim pica diretta a Terone Gergentino. Quivi e gli dice:
que', che dopo d'esser dimorati tre volte nella terra e nell'inferno ocou do
ετολμησαν ες τρις εκατερωθι μειγαντες: seppero contener ľanimo loro nella
pratica della virtil, arriveranno per la via di Giove al la regia di Saturno,
dove laure dell' O. ceano spirano dolcemente attorno le isole fortunate, e
splendono i fiori d'oro. vede quindi dal confronto di queste due o. di, che la
metempsicosi giusta Pindaro con Si 181 sisteva in tre articoli: iº che l'anima
del lo stesso uomo informava tre volte corpi u mani, che ' v'era un intervallo
tra la morte e'l rinascimento in cui i giusti go deano di felicità, e i malvagi
eran puni ti, 3º che le anime perseveranti nella giu stizia per tutto il corso
delle tre vite umia ne, andavano poi. cogli eroi nell'impero di Saturno; e
quelle, che s' erano mac chiate di colpe in quello stesso tempo, an davano in
fine a soffrire un supplizio eter πο: απαλαμον βιον εμπεδoμοχθον. Gli sco
liasti stessi di Pindaro, non altriinenti che noi abbiamo fatto ', lo
dichiarano: uno di essi dice υπεραγαν μεχρι τριτης μετεμψυχοσέως Ev 8 %a740015
Tols peeport „ sostennero (le a nime ) sino alla terza metempsicosi nell' uno e
nell'altro luogo cioè a dire nel la terra e nell' inferno. Ora trina di Pindaro
pare che allora fosse sta ta conosciuta da' soli sapienti. Poichè dopo che il
poeir avea esposta la triplice trasmi grazione soggiunge lo tengo sotto il mio
gomito e dentro la faretra delle sette vo: questa dot 182 lanti, il cui fischio
si sente dal solo sa piente. Ma la moltitudine ha lisogno d' interpetri ες δε
το παν ερμηνεων χατιζα. Η saggio è colui che conosce la natura, gli altri, che
įmparano da lui, sono loquaci nxo Root Taivajaworick e come i corvi inutilmente
gracchiano. Per lo che pare, che Pindaro s'astenea di parlar chiaramente per
non ri velare al volgo il dogma pittagorico della metempsicosi, ed opponea la
furgawcola o loquacità del profano al silenzio del pit tagorico. (99) Tutti gli
antichi fanno onorata men zione della filosofia d'Empedocle. Lascian do stare
Aristotile e Teofrasto, noi sappia. mo da Laerzio l. 10 Sect. 25 ch' Herma co
l'epicureo la espose in 24 libri moto - λικων περι Εμπεδοκλεας: Τra Iatini poί
α parte di Lucrezio e di Cicerone, che ne fan sommi elogi, siano avvertiti da
Cicerone me. desinio che si era stato un Sallustio, il quale area trattato la
filosofia d'Empedocle nel la stessa guisa, che avea fatto Lucrezio per quella
di Epicuro. Tria per quanto si rac 183 coglie dalle parole di Cicerone quell'
auto re non era riuscito cosi bene, come Lucre. zio. Lucretii poemata, ut
scribis, ita sunt multis luminibus ingenii: multae tamen ar. tis. Sed cum
veneris, virum te putabo, si Sallustji Empedoclea legeris; hominem non putabo,
cioè a dire se potrai sostener ne la lettura ti 'stimerò invitto e paziente. ma
privo di senso. Cic. Ep. ad Q.fr. 1. 2. Non che Plutarco ne' tempi d'appres. 80,
ma tutti gli scrittori ecclesiastici ricor dano con lode Empedocle ed i suoi
pensu. menti. Vi ha un luogo di Temistio nell orazione 12 all' Imperator
Gioviano, in cui egli loda quest' imperadore per la lege ge da esso lui
stabilita circa la libertà del la religione. In questo luogo ei dice agar σθαι
μεν εν και τις αλλες το νομο προσηκ4 τον θαοτατον Αυτοκρατορα και μαλιστα δε
οίς ουκ εφιασι μονον την ελευθερίαν, αλλα και τις θεσμες εξηγείται και
φαυλοτερον Εμπεδοκλεας και Ma All Excave te Teals. Varia è stata l'
interpetrazione di piu autori intorno a que ste parole, e principalmente per
l'Empe 184 parere che docle, di cui fa menzione Temistio. Al cuni hanno sognato
un altro Empedocle di verso e posteriore al nostro. Petavio, non si sa come,
crede, che sotto il nome d' Empeclocle abbia quegli voluto significare G. C.
Petit è di per Empedocle s'inten la un cinico chiamato Peregrino. Nè marican di
quei, che credono essere stato rcfurrito in quel luogo S. Policarpo marti re.
Iru biti gl'inteipetri Casaubono in not. ad M. Anton, pas 87 è stato a giudizio
di Fabricio Bibl. Graec. T. 8 p. 56, corui che meglio l'hi interpetrato.
AgarIsi Mesy XV x2. Toń andy (ita malo quam tos are 285, quod tamen ferri
potest, nec' senten tiae, quam volumus, repugnat ), 78 roles.po: σηκ ή τον
θιοτατον Αυτοκρατορα μαλιστα δε οίς (idest τετων vel εκεινων οις ) εκ εφιησι Ꭸporgy
etc., Degnissimo è l ' imperadore di ammirazione e di venerazione non che per
le cose, che in quella legge si contengono, ma sopra di ogn'altro e per la
libertà del la religione, e perchè spiega quelle leggi, che sono state da Dio
dettate, con perizia 185 non minore di quella, per · Giove, che non fece
quell'antico Empedocle., Di che si vede, ch'era tanta e tale la stima, in cui
allora si tenea il nostro filosofo, che ad esso si comparava l ' Imperadore
Gioviniano, allorchè si volea lodare. Abulfarage presso gli Arabi, secondo che
dice Fabric. Bibl. Graec. T. 1 p. 474 loda Empedocle, come chi avea ottimamen
te conosciuto gli attributi divini. Finalmente la filosofia d'Empedocle è stata
vinovata da Campanella, da Magna. no o Maignano. Fahr. Bib. Graec. nel me
desimo luogo. Per lo che si vede chiarissimo quanto male Orazio conoscea il
nostro filosofo; allorchè disse. Ep. 12 !. 1 v. 20. Empedocles; an Stertinii
deliret acumen. a a 187 MEMORIA QUARTA Su i Franmenti delle opere di
Empedocle Gergentino. ROM nico è l' oggetto di questa ultima mes moria:
presentare a un colpo d'occhio tute ti accozzati gli avanzi delle opere d'Empe.
docle. Egli ne detò molte, e quasi tutte, com'era usanza in que' di, le scrisse
in versi.. Pure niun poema di lui è venuto sino à noi, e pochi sono i frammenti,
che di questi ci restano L'inno ad Apollo, e 'l poema de' Persiani, furono, lui
morto, bruciati. Il poema sulla sfera si reputa oggi opera d'incerto autore,
Del suo discorso sulla medicina non ce n ' è restato nè anche vestigio: anzi
ignorasi, se questo fosse stato scritto in versi secon do Laerzio, o pure in
prosa secondo Sui da. I frammenti in somma delle opere d' Empedocle, che da noi
si conoscono, ri guardano e fan parte di due famosi poe e non sia. a, a 2 188
ni: l' uno sulle purgazioni, l'altro sulla natura. Il primo fu intitolato a
Gergen tini; il secondo a Pausania il medico el amico di lui. La raccolta
quindi de' fram menti de' versi d' Empedocle, di cui qui si parla, appartiene
soltanto a questi due gran poemi. Piü Eruditi, e tuti di gran nome assai prima,
e in varj tempi praticaron lo stesso. Errico Stefano no pubblicò il pri mo non
pochi nel suo Ibro della poesia fi. losofica. Giovanni Alberto Fabricio prese
appresso il pensiero d'ampliar la raccolta di Stefano; e giusta il Mosenio
quegli mol to l'accrebbe. Ma ogni fatica di lui, co me attesta il Reimaro,
tornò vana; perchè morto Fabricio si perderono i suoi origina li,, e il
pubblico non potè coglierne il frut. to. Van - Goens di poi nell'edizione, ch '
ei fece del libro della Groita delle Ninfe di Porfirio, manifestò aver già
raunato più di trecento versi d'Empedocle, e promiso al più presto di recarli
in luce. Avea, se condo ch' attesta egli stesso, tratto gran pro 189 1 da'
manoscritti che si conservano nella libre ria di Leyden, e invitato tutti i
dotti ad aiutarlo in si fatio travaglio. Ma punto non si sa, se abbia o nò
costui pubblica to la raccolta de' versi del nostro filosofo, giusta la
promessa di lui nel 1765 sotto titolo di raccolta Empedoclea. E' sempre una
singolar disgrazia il non potere profittar delle fatiche degli uomini grandi.
Le nostre librerie een prive non che di manoscritti, ma scarseggiano ancora di
libri. Non ci è venuto fatto di ritroe' vare in esse nè pure lo stesso Errico
Ste fano della poesia filosofica. Però, mancan. ti gli aiuti, si è ito sù giù
rifrustando an tichi scrittori per cogliere or uno or due e di rado o sei, o
dieci' o più versi di Emperlocle, che sparsi si leggono in que sto, e in
quell'altro. Fatica assai penosa, e ' tanto più dura, quanto ha obbligato a
durar quello stento, che farebbe chi il pri mo si mettesse ad imprenderla,
senza la spe. ranza di poter acquistare la gloria debita a chi il primo
l'avesse intrapreso. Unico 190 > conforto ne fu un Simplicio dell'edizione
d' Aldo, trovato nella libreria de' PP. Tea tini di Palermo (giacchè questi ne'
suoi co. mentari d ' Aristotile rapporta molti versi d ' Empedocle ). Da questo
libro furon tratti non pochi de' versi d ' Empedocle, che si tro van messi
insieme. in quest'ultima parte. Ma il medesimo disgraziatamente fu ruba. to in
quella libreria. Però non fu conco duto di potersi più riscontrare i versi rac
colti col testo; e si è dovuto, congetturan, do quasi tentoni, quando supplir
qualche parola a caso tralasciata, quando correg gere alcuni versi, che per la
prima volta erano stati o male lètti, o falsamente scrit ti. Si è detto tutto
ciò non perchè s' am. bisca lode di questa qualunque siesi fati ca; ma perchè
se ne abbia anticipato come patimento. In altri paesi d'Europa la race colta
de' versi d' Empedocle o gia è stata egregiamente recata in pubblico; o se non
è stata ancor fatta, si potrà certamente fare e più abbondante, e più corretta,
e più dotta, che non è questa. Non è quin 191 di la stessa da considerarsi come
un ope. ra perfetta, o degna degli sguardi de' Dot ti. Si desidera soltanto,
che si tenga la medesima, come un annotazione, con cui si provano i pensamenti
d' Empedocle espo sti nella terza Memoria. Ma comunque ciò sia egli è certo,
che i versi d'Empedocle smentiscono coloro, che portano opinione lui essere
stato o di niú no o di poco valore in poetica. Si fondan costoro sopra Plutarco
(1 ), il quale dice Empedocle avere ornato col metro i suoi discorsi per
evitare l'umiltà della prosa. Ma non si accorgono aver loro o mal inte so o
sinistramente interpetrato Plutarco, il quale pretese sol definire, che sia
stata di dascalica la maniera poetica del nostro fie losofo. Questa, come
quella, ehe tratta e di filosofia, e di precetti sdegna le finzio. ni e
l'invenzione, in cui il pregio, il bel lo, e la natura consiste d'ogni poesia.
Per rò quegli disse, ch'Empedocle avea preso (1 ) De Aud. Poet. 192 dalla
poesia, senza più, e la pompa, e il meiro. Questo stesso avea già gran tempo
prima annunziato Aristotilo, che fu non che savio ma di gran sentimento nelle
co se poetiche. Egli, a distinguer la poesia d' Omero da quella d'Empedocle,
affermò i uno e l'altro, tranne il metro, nulla tra loro aver di comune. Perché
Omero era un Poeta, com’ei diee, ed Empedocle un fisiologo (1 ). Ma se
Empedocle, qual didascalico, non merita é nome e lode, che si convie ne a poeta,
non si pao negare aver lui necupato in que' dì il primo luogo tra di dascalici,
Aristotile di fatto non seppe in miglior modo contrassegnare la differenza tra
la vera poesia e la didascalica, che comparando tra loro il più gran poeta e il
più eccellente didascalico; Omero ed Em pedocle. Nè altrimenti si pensò ne '
tempi d' appresso. Cicerone chiama egregio il poe (1 ) De Poet. cap. 1. 793 ma
d'Empedocle sulla natura (1 ). Anzi mettendo egli a confronto i versi di Par
menide, di Xenofane, e d' Empedocle, che furon tutti tre poeti didascalici,
dice aper tamente, che più belli ed eleganti erano i versi del nostro filosofo (2
). Che se poi mancasse ogn'altro argomento ad apprez zare il merito di lui,
sarebbe certamente bastevole il sapere i poemi d'Empedocle es sersi cantati ne'
pubblici giuochi di Grecia. Ognun sa, che questa, piena allora di gu sto, e
severa nel gindicare, non concedea tali onori se non a soli grandiuomini. Nel
resto ciascuno su cið, o del raffinamento del la poetica d'Empedocle, ne può da
ise giu dicare. Il solo leggere i frammenti, che ci sono restati, basta a far
che chiunque ne resti persuaso e convinto. Il dialetto de' Siciliani e de'
Pittagorici era comune; e questo appunto era il Dori co. Pure Empedocle
avvegnache fosse stato (1 ) Lib. 1 de Orat. (2 ) Acad. Quaest. l. 4. Ъь 194 o
Siciliano e Pittagorico, non mise in opera, che il dialetto Jonico, coine
quello, ch'era tra Greci poeti il più polito e gentile. Fu inoltre la musa d?
Empedocle dolcissima. E. gli ne' suoi versi non sol si servì di quel dialetto,
ma nel farli scelse le parole più dolci e sonore. Platone, parlando d ' Era
clito, d'Empedocle, dice che le muse di quello eran più dure, e le altre di
questo più molli (1 ) ancorchè l' uno e l'altro aves sero usato il dialetto
medesimo degli Jonj Plutarco stesso poi non lascia di notare, che gli epiteti
apposti da Empedocle non erano, come per lo più esser ' sogliono ne' poeti, di
puro ornamento, ma esprimeano la natura delle cose (2 ). Ne cita egli di fatto
l'aggiunto dato da Empedocle a Ve. nere qual datrice di vita; il sempre verdeg:
giante dato all'alloro; l'abbondante di san gue adattato al fegato: e altri
simiglianti. Anzi il medesimo Plutarco da a Empedocle (1 ) Plut. in Sophista. (2
) Plut. Sympos. l. 6 Erotic. 195 il vanto d' aver meglio e più: destramento
usato d'aleuni epiteti d'Omero (1): Ne reca ' egli in pruova l'aggiunto
d'agglome rator di nubi, che questi attribuisce a Gio ve, e quegli all' aria, e
l'altro di difena SOF del corpo, che Omero dà allo seudo, ed Empedocle
all'anima. Ma perchè più dilungarci in rapporta: re antichi testimonj su cið? I
franımenti stessi d ' Empedocle chiaro ci mostrano l' éc cellenza della sua
poesia. Basta dirsi aver lui tenuto Omero per modello nelle sue o pere
poetiche. Le voci, le frasi, le me taforé, la giacitura delle parole, le desi
nenze de' versi son le medesime in quello, che in questo. Si può quindi dir con
ra gione l'apparenza de' suoi versi, e la sein bianza de' suoi poemi essere
stata tutta di Omero. Oltre che riluce in lui una viva cità nelle immagini, e
una novità sin" nel le stesse parole. Moltissimi sugi epitéti ed
espressivi e leggiadri non si trovano in al (1 ) Plut. Symp, l. 6. bb 2 196 cun
altro poeta: 1. pesci, per tacer d i tant altri, " sono chiamati da
lui quando nutriti, quando abitatori dell'acqua; gli uccelli cimbe volanti; gli
Dei ' di lunghissi. mi secoli. Anzi Aristotile nella sua poeti ca indica come
una metafora assai bella, e allora nuova, quella con cui Empedocle esprime
la vecchiaja; chiamandola l'occa. so della vita. Chiunque poi legge nelle sue
opere la descrizione della natura; " che qual pittore con quattro colori,
fa tutte le co se con quattro elementi; o l' altra della visione, che comparata
a una lucerna, fa le sue funzioni; o quella della clessidra, o cose simiglianti
', non gli potrà certo ne gare il pregio, che si conviene a vaga e bella
fantasia. Per lo che da' framinenti d' Empedocle si prende quel diletto, che
pigliar si suole guardando i rottami d'una qualche nostra Greca Sicola
anticaglia. Nel mettersi insieme si fatti frammen, ti si sono in prima distinti
i versi, che appartengono al poema della natura, da. quelli, che fan parte
dell'altro sulle pur 197 1 lande prezi Foce cck que nal elle gazioni. Ciò non è
riuscito punto difficile, Perchè il primo tratta di cose fisiche, e 'l secondo
di cose morali. In quello d'ordi nario, perchè diretto al colo Pausania i verbi
si trovano in singolare. In questo all'oppesto perchè indirizzato ' a Gergenti
ni, i verbi si leggono in plurale. Perd e dalla sintassi e dalla materia è
stato age vole il se parare i frammenti d'un poema da quelli dell'altro. Si sa
oltr'a ciò il poema d'Empedo cle sulla natura esser. diviso in tre libri. Molti
stenti ha costato il congetturare qua li sieno stati trà versi, che ci restano,
quel li che appartengono o al primo, o al se condo, o al terzo, In çiò fare è
stato di mestieri ricercare se per avventura gli scrit tori, che ne riferiscono
i frammenti, aba biano citato il libro. Talora d' alcuni ver si, che certamente
si sa dalla testimonian za degli scrittori doversi collocare in uno de' tre
libri, si è rilevata la materia, che in ciascuno di essi trattavasi dal no stro
Gergentino, Stabilita poi la materia la ni che ung en. he da ur. 198 stato ben
facile il riferire allo stesso li bro tutti que' frammenti, che si versano
sullo stesso soggetto. Ma non di rado con frontando i frammenti tra loro si è
trova to, che alcuni finiscono con versi, che son principio di altri. Con tale
studio quindi e simigliante artifizio si è cercato di collo care o prima, o
dopo alcuni frammenti, che sono dello stesso libro. Nel resto sarà meglio il
tutto giustificato nelle note, e l' ordine con cui sono rapportati i frammen ti,
e l'autore, da cui sono stati ricavati e l'intelligenza, con cui sono stati
interpe trati '. Fra tanto se questo qualunque siesi lavoro non sarà stimato
degno di lode, po trà almeno, meritare, nell' emenda de dete ti il perdono del
pubblico. RACCOLTA D E FRAMM ENTI. 200 ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ βιβλ. α. Παυσανία συ δε
κλυθι δαίφρονος Αγχίτου υιε (1 ). Εστί αναγκης χρημα θεων σφραγισμα παλαιον
Αϊδιον πλατεεσσι κατεσφραγισμενον ορκοις (2 ) Τεσσαρα των παντων ριζωματα
πρωτον ακους Ζευς αργής, ηρητε φερεσβιος η αίσθωγευς Νηστις θ' ' δακρυοις τεγγα
κρενωμα βρoταον Των δε συνερχομενων εξ εσχατων ιστατο νακος (3 ) Διπλ' ερεω:
τοτε γαρ εν αυξηθη μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ ' αυ διεφυ πλέον εξ ενος ειναι
Δοιη δε θνητων γενεσις δοιη και απολαψις Την μεν γαρ παντων συνοδος τικτατ’
ολεκτιτε Ηδε παλιν διαφυαμενών θρυφθασα γε δρυπτα Και ταυτ αλλασσοντα διαμπερες
εποτε λήγα 201 DELLA NATURA Lib. I. Pausania figliuol del saggio Anchito Tu
ciò, ch ' io dico, attentamente ascolta E' volere del Fato, è degli Dei Decreto
antico, che ab eterno fue Segnato con solenni giuramenti. Il bianco Giove, la
vital Giunone, E Pluto, e Nesti, che piangendo irriga I canali dell'uom, son
d'ogni cosa, Odimi in prima, le quattro radici. Ma come quelli tra di lor
s'accozzano Dall' ultimo confin sorge la lite. Dųe son le cose, ch' a narrarti
io prendo: Ora l'uno dal più risulta, ed ora Nasce dall' uno il più: cosa
mortale Doppio ha nascimento, e doppia ha morte. Genera, e strugge l ' union
del tutto; E questa sciolta, torna pur di nuovo CC 20 2 Αλλοτε μεν φιλοτητί
συνερχομεν ’ ας εν απαντα Αλλοτε αυ διχα παντα φορεμενα νακεος εχθα Εισοκες αν
συμφωντα το παν υπενερθε γενητα. Ουτως η μεν εν εκ πλεογων μεμαθηκε φυέσθαι Η
δε παλιν διαφυγτος ενος πλεον εκτελεθεσ: Τη μεν γίγνονται τε και και σφισιν
εμπεδος αιων Η δε διαλλασσονται διαμπερες αποτε ληγει Ταυτη α εν εασσιν ακινητα
κατα κυκλoν. Αλλ' αγέ μυθον κλυθι - μεθη γαρ τοι φρεγας αυξ Ως γαρ και πριν
ειπα πιφασκων πειρατα μυθων Διπλ’ ερεω: τοτε μεν γαρ εν αυξηθη μονον ειναι Εκ
πλεονων τοτε δ' αυ διεφυ πλεον εξ ενος αναι Πυρ και υδωρ και γαια και κερος
απλετον υψος Νικοστ' αλομενον διχα των αταλαντον εκαστον Και φιλοτης εν τοισιν
ιση μηκοστε πλατοστε Την συν νω δερκε μη δ ' ομμασιν ησο τεθηπως Ητις και
θνητοισι νομιζεται εμφυτος αρθροίς Tητε φιλαφρονεας ιδ ' ομοιϊα εργα τελεσι
Γιθοσυνην καλεοντες επωνυμον ιδ " αφροδιτην Την στις μετ ' οτοίσιν
ελίσσομενην δεδαηκε. Θνητος ανηρ συ δ' ακ8ε λογων στoλoν εκ απατηλον Ταυτα γαρ
ισα τε παντα και ηλικα γενναν εατσι Τιμης δ' αλλης αλλο μεδα παρα δ ' ήθος
εκαστω Εν δε μερά κρατεεσι περίπλομενοιο χρονοιο. Και προς τους ατ' αρ'
επιγιγεται δ ' απολήγα 203 Ogni cosa, ch' è nata, a separarsi. Tutto alterna
cosť, e così dura Eternamente: ed ora in un si accozza Per la virtù dell'
amicizia, ed ora Per l'odio della lite si sparpaglia, Standosi in aria, finchè
non si unisca, Cosi l'uno dal più nascer costuma. Cosi dall' un già nato il più
rinasce. Entrambi han vita; ma la lor durata Non è mai stabil. Perchè l' uno e
l'altro Alterna, e l'alternar non ha mai fine Sopra di un cerchio eternamente
gira. Ma tu il mio parlare attento ascolta, Che lo spesso sentire, e risentire
La mente aguzza. Come pria ti dissi Raccogliendo la somma del discorso Due son
le cose, ch'a 'narrarti io prendo. Ora l'uno dal più si forma, ed ora Nasce
dall' uno il piii; ch'è terra, e fuoco, και ed aria d'un'immensa altezza, Oltre
di questi, che tra lor son pari, Havi lite dannosa, ed amicizia, Ch'ha per
lungo, e per largo egual misura.?' u colla mente la contempla. Invano Ed acqua,
CC 2 304 Η Ειτε γαρ εφθαροντο διαμπερες εκετ ’ αν καισαν. Τατο δ ' επαυξησε το
παν τι κε; και ποθεν ελθον; Πη δε κεν απολοιτο επει των δ ' δεν ερημον; Αλλ '
αυτ ’ εστιν ταυτα διαλληλων δε θεοντα Γινεται αλλοτε αλλα διηνεκες αιεν ομοια (4).
205 Stupidi gli occhi sopra dessa fisi. Questa d'ogni mortal nelle giunture Si
vuole innata, e chi n'han senso in mente Fanno, comº essa fa, opre leggiadre.
Di Venere col nome o d'allegrezza La chiamano, sebben finor niuno Seppe
indicare dentro a quali cose Si aggirasse involuta. O tu niortale, Ascolta i
detti, che non son fallaci: L'amicizia, e la lite sono eguali, Hanno la stessa
età, l' origin stessa Sol con diverso onor l ' una sull'altra Impera, e piglia,
com'è lor costume, Il comando a vicenda al fin del tempo, Scritto a ciascuna
dal voler del fato. Nulla viene oltr' a ciò, ch' ancor non è Nulla di quel, che
è, desser finisce; Se pur finisse., riaver non mai Potrebbe in alcun tempo
l'esistenza. Doy ' andrebbe a perir, se non v'ha luogo Di ciò solingo, ch'al
presente esiste? E se quel', che non è, ora venisse D ' onde verrebbe? e che?
come potrebbe Accrescer questo tutto, s' egli è tutto?? 206 ! 3. • Επι νεικος
μεν ενερτατον ικετο βενθος Δινης εν δε μεση φιλοτης στροφαλιγγα γένηται Εν τη
δη ταδε παντα συνερχεται εν μονον είναι Ουκ αφαρ αλλα θελυμμα συνισταμεν
αλλοθεν αλλο Των δε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρια θνητων Πολλα δ' αμικτ ’ εστηκε
κερασσαμένoίσιν εναλλαξ Οσσ ' ετι νεικος ερυκς μεταρσίον • 8 γαρ αμεμτώς Το παν
εξέστηκεν επ ' εσχατα τερματα κυκλα Αλλα τα μεν τ ' εμιμνε μελεων τα δε τ ’
εξεβεβηκεν Οσσον δ ' αιεν υπεκπροθεει τοσον αιεν επηει Η επιφρων φιλοτης
αμεμπτως αμβροτος ορμη Αιψα δε θνητ’ εφυοντο τα πριν μαθον αθανατ’ είναι Ζωρα
δε τα πριν ακρητα διαλλαξαντα κελευθες Των δε τε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρία
θνητων EΠαγτ οιαις ιδεησιν αρηροτα θαυμα ιδεθαι (5) 207 Sempre dunque le cose
son le stesse, Si mischian, si separano, a vicenda Movendosi tra lor, e nascon
sempre Novelle forme, ma tra lor simili. Avea la lite già toccato il fine
Ultimo del girar, quando amicizia Del cerchio, in cui si volge, al centro
arriva. Tutte le cose allor vanno ad unirsi Per fare l'un; ma a poco a poco il fanno,
Base a base di quà di là giungendo. Dagli elementi, che tra lor si mischiano
Razza infinita di mortali nasce. Ma in mezzo a que', che s'accozzar, vi furo
Altri, che ' ncontro senzı alcun miscuglio Restaron puri; perchè lite ancora In
alto li tenea Piena di colpa Ella com'è, voleva il tutto scisso Sull' estremo
confin del cerchio trarre. Però de' membri, alcuni fuor spuntaro, Ed altri nò.
Ma quanto innanzi corre Sempre la lite, tanto sempre è pronta L ' amicizia a
venir saggia, divina, Nuda di colpe, d' immortale forza > 208 Σ Η δε χθων
τατοισιν ιση συνεχυρσε μαλιστα Ηφαιστω τ ' ομβρωτε και αθερι παμφανοωντι
Κυπριδος ορμησθεισα τελειοις εν λιμενεσσιν Ειτ ' ολίγον μειζων ειτα πλεον εστιν
ελασσων Ίων αιματ’ εγένοντο και αλλης ειδεα σαρκος (6). Η δε χθων επικαιρος εν
ευτυκτοις χοανοισι Τα δυο των οκτω μερεων λαχε νηστιδος αιγλης Τεσσαρα δ '
ηφαιστοιο. Τα δ ' οστεα λευκα γένοντο Αρμογιης κολλησιν αρηροτα θεσπεσιηθεν (7
). 209 E nascer ecco, e divenir nascendo Della morte alla falee sottoposti
Que', che prima sapean esserne immuni, E mutando sentier trovarsi misti Que',
che puri eran pria senza miscuglio. Formasi in somma dalle cose miste Un numero
infinito di mortali, Che d'ogni specie son, d'ogni figura, Si, ch'a vederli è
certo maraviglia. Ne'porti estremi della bella Dea Giunse la Terra là dov' ogni
cosa Or di massa crescendo, ed or mancando Il più meno si fa, e 'l meno più.
Ivi la Terra in parte egual s'avvenne All' aria trasparente, al fuoco,
all'acqua, E da tale union indi formossi Qualunque specie di carne, e di sangue.
Quando la terra era d'amor sospinta In pevere ben salde a sorte trasse
Dell'otto parti, d' acqua chiara due, Quattro di fuoco: e per divin volere Col
glutin d'armonia tutte s'uniro: dd διο Βελιον μεν θερμoν οραν και λαμπρον
απαντη Αμβροτα γ οσσ ' εδεται και αργέτι δευεται αυγη Ομβρον δ ' εν πασι
νιφρεντα τε ριγηλοντε Εν δ ' αιης προρεεσι θελυμγα τε και στερεωμα. Εν δε κοτω
διαμορφα και αν διχα παντα πελονται Συν δ εβη εν φιλοτητι και αλληλοισι ποθκται.
Εκ τετων γαρ παντ' ην οσσα τε εστι και εσται Δενδρατο βεβλαστηκε και ανερες ηδε
γυναικες Θηρεστ’ οιωνοίτε και υδατο θρεμμονες ιχθυς Και τι θεοι δολιχαιωνες
τιμησι Φεριστοι και Αυτα γαρ εστι ταυτα δι αλληλων θεοντα Γινεται αλλείωτα (8 ),
1 911 E l'ossa bianche furon tosto fatte. Da per tutto si vede il Sol, che
desta Calore, e lancia della luce i raggi, E quegli ancor, che senza morte sono,
Quasi da fame o pur da sete spinti, L'aria ricercar bianco splendente. Puossi
ovunque veder l'acqua; che in neve: Talòr si muta, e facilmente gela: o pur la
terra, da cui vengon fuori Le salde cose. Quando impera lira Tutto è biforme,
ed ogni cosa è scissa, Ma regnando amicizia il tutto corre Pronto ad unirsi, e
l'una all' altra cosa Per interno desir s'abbraccia, e stringe. Tutto viene da
quelli, e per l'amore, Ciò, che fu, cid, che è, ciò che sard, Germogliaro cosi
alberi, e piante Nacquero maschi, e donne, e fiere, e uccelli, E pesci ancor,
che son d'acqua nutriti; O pur gli Dei di secoli lunghissimi Chiari per gl'
inni, e per gli onor prestanti. Sempre in somma le cose soil le stesse, Sempre
tra loro han moto, e cangian forma. d d 2 212 Ως δ ' oπoταν γραφεες αναθηματα
ποικιλλωσιν Ανερεσ αμφί τεχνης υπο μη τινος δεδαωτες Οιτ ' επει καιν μαρψωσι
πολυχροα φαρμακα χερσι Αρμονια μιξαντε τα μιν πλεω αλλα και ελασσω. Εκ των αδεα
πασ' εναλίγκιά πορσυνέσι Δενδρεάτε κτιζοντες και ανερας nde γυναίκας Θηρας τ’
οιωνες τε και υδατο θρέμμονες ιχθυς Και τε θεες δολιχαιωνας τιμησι φεριςτες
Ουτω μη σ ' απατα φρενα ως νυ κεν αλλοθεν «να Θνητων οσσα γε δηλα γεγαασιν
εσπετα πηγήν. ταυτ ' ισθί θεα παρα μυθον ακουσας (9 Αλλα τορώς Εν δε μερα
κρατεεσι περίπλομενοίο κυκλοίο Χα, φθιγει ας αλληλα και αυξεται εν μέρει αισης
Αυτα γαρ εστι ταυτα οι αλληλων δε θεοντα Γιγοντα ανθρωποιτε και αλλων εθνέα
θνητων: Αλλοτε μεν φιλοτητα συνερχομεν ασ ενα κοσμου 213 Qual dipintor
nell'arte sua perito Sa' i quadri variar, che la pietate Del tempio alle
colonne, appende in dono A santi numi. Egli con man piglian do Ora più, ora men
di questo, è quello Colore, insiem con ' armonia li vmischia, E poi con essi va
pingendo immagini Che son del tutto simili agli oggetti: Uomini, donne, fiere,
uccelli, e piante;. Ed i pesci, che son đ 0 pur gli Dii di secoli lunghissimi
Chiari per glinni, e per gli onor prestanti; Cosi la mente certo non s'inganna
Dº ogni nato mortal qualora dice Esserne fonte sol quegli elementi. Tu.ciò, che
ho detto, tieni pur per fermo. Di tutto il nascer sai, fuorchè di Dio, Sul
quale il mio parlar non è diretto. acqua nutriti Or l'amicizia, ed or la lite
impera Del cerchio intorno rivolgendo i passi, E luña e l'altra, come vuole il
fatoo Manca a vicenda, ed a vicenda sorge. Sempre le stesse son, sempre
alternando 214 Αλλοτε δ ' αυ διχ' εκάστα φορεμενα νικεος εχθα Εισοκεν αν
συμφωντα το παν υπεγερθα γενηται. Ουτως η μεν εν εκ πλεονων μεμαθηκε φνεσθαι Η
δε πάλιν διαφωντος ενος πλεον εκτελεθεσι. Τη μεν γίνονται και και σφισιν
εμπεδος αιων Η δε τα διαλλάσσοντα διαμπερές δαμα λογια Ταυτη αιεν εασσιν
ακινητα κατα κυκλος (1ο). Σ Τεσσαρα των παντων ριζωματα πρωτον ακα! Πυρ και
υδωρ και γαιαν η αιθερος απλετον υψος Εκ γαρ των οσατ' ην οσατ ' εσσεται οσσα τ
' εσσι(11 Αυταρ επε μεγα νεικος ενι μελεεσσιν ετρέφθασε Ες τίμαστ' ανορεσε
τελιoμενοιο χρονοιο Ο σφιν αμοιβαιος πλατεος παρεληλατο ορκα (12 ) 15 Si
muovono. Deil' uom la razza nasce, Tant' altre razze di mortali han vita. Talor
per amicizia in ordin bello Tutto si unisce; ma talor per stizza Di lite il
tutto si separa, è stassi Sospeso in alto, finchè non s'unisca. Cosi l'uno dal
più nascer costuma. Così dall' un già nato il più rinasce. Entrambi han vita,
ma la lor durata Non è mai stabil. Perchè l'uno, e l' altro Alterna, e
l'alternar non ha mai fine Sopra d'un cerchio eternamente gira. Quattro,
figliuol d'Anchito, in prima ascolta Son radici di tutto: il fuoco, e l'acqua,
La terra, e l ' aer d'un immensa altezza; Perchè da questi sol viene, e deriva
Ciò, che fu ', ciò, che è, ciò, che sard. Dopo, che lite, la gran lite ascosa
Era stata ne' membri, il tempo scorso, Agli onori salt. Perchè l'impero
Alternar si dovea, com'era scritto Con solenne, ed eterno giuramento. 256 Αρτια
μεν γαρ αυτα εαυτων παντα μερέσσιν Ηλεκτωρτε Χθωντε και κρανος ηδε θαλασσα Οσσα
Φιν εν θνητοίσιν αποπλ.αχθεκτα πεφυκέν. Ως δ ' αυτως οσα κρασιν' επαρκεα μαλλον
εασσιν Αλληλοις εστερνται ομοιωθεντ' αφροδιτη. Εχθρα πλειστον επ', αλληλων
διεχεσι μαλιστα Γεννητε κρασατε και αδεσιν εκμακτρισι Παντη συγγίγεσθαι αηθεα
και μαλα λυγρα Νακεσ γεννηθεντα οτι σφισι γεννας οργα (13 ),. Αλλο δε τοι ερεω
• φυσις αδενος εστιν απαντων Θνητων εδε τις ολομενα θανατοιο τελευτη Αλλα μογον
μιξις τε διαλλαξις τε μιγεντων Εστι. φυσις δε βρoτοις ονομαζεται ανθρωποισι (14)
Οι δ ' οτε δε κατα φωτα μιγεν φως αιθερι κυρα Η κατα θηρων αγροτέρων γενος και
κατα θαμνων Ηε κατα οιωνων τοτε μεν τα δε φασι γενεσθαι 217 Tutto è perfetto,
perchè tutto ha pari Íl numer delle parti, che il compone. Tal è la Terra, il
Sole, il Cielo, il Marc E tutto quel, che tra mortali errando Miste ha le parti
giusta sua natura. Ciò, che ridonda poi al lor miscuglio Da Venere s ' unisce
al suo simile, Giacchè le cose simiglianti forte S'aman tra lor. Na spesso le
divide L'inimicizia. Nascon quindi mostri Strani assai per la stirpe., e per la
tempra, E per le forme, ch' hanno in loro impresse; Perchè la lite li produce
allora Ch' appetiscon le cose il generare. Un altra cosa a dichiararti io
prendo: Nulla ha natura, nè mortale ha morte, Che danno arrechi. Perch' è sol
miscuglio, E delle cose miste è scioglimento Ciò, che natura gli uomini
chiamaro. Quando a caso nell'aria s'imbatte Il miscuglio, che fa dell' uom la
razza, O quella degli uccelli, o delle piante, 218 Ευτε ο αποκριθωσι τα δ ' αυ
δυσδαιμονα ποτμαν Ειναι καλεσιν (15 ). Βιβλ. β. Νυν δ ' αγε πως ανδρωντε
πολυκλαυτωντε γυναικων Εννυχιες ορπηκας ανήγαγε κρίνομενον πυρ Των δε κλυθ'.8
γαρ μυθος αποσκοπος εδ' αδας μων Ουλοφυες μεν πρωτα τυποι χθονος εξανατελλον
Αμφοτερων υδατοστε και αδεος αι σαν εχοντες τετ' ανέπεμπε θελον προς ομοίον
ευεσθα Ουτε τυπω μελεων ερατον δεμας εμφαινοντες Ουτ’ ενοπην ετ ' αυ επιχωριον
ανδρασι, ηουν (16 ) Πυρ μεν Πολλα μεν αμφιπροσωπα και αμφιστερνα φυέσθαι Βεγενη
ανδροπρωρα τα δ ' εμπαλιν εξανατέλλας Ανδροφυη βεκρανα μεμιγμεγα τη μεν υπ
ανδρων Τη γυναικοφυη σκιεροις ήσκημενα γυιοις (17). 219 O de' bruti selvaggi,
allor si dice Che nascon essi; e quando si discioglie Il miscuglio di lor, ch'
han trista morte, Lib. II. Come nel separarsi il fuoco trasse De' maschi i
germi oscuri, e delle donne, Che piungon molto, odimi, che 'l dire Rozzo non è,
nè fuor sen va del segno. Perfetti in prima dalla terra i tipi Spuntaron tutti.
Ma siccome il fuoco Su n'esulò il suo simil -bramando, Restaron quelli sol
umide forme, e l'immago per lor parti aventi. Però nel tipo de' lor membri
ancora Non mostravan ľamabili fattezze Del corpo, non ancor l'organ di voce, Nè
la natia degli uomini favella. L'acqua, Nascon de' mostri con due facce, o
petti.. Bovi son questi con umano volto, Comini quelli con bovina testa,
D'opachi membri son forniti, e tutti e e 2 2 20 Η μεν πολλαι κορσαι αγαυχενες
εβλαστησαν Οφθαλμοι δε επλασθησαν γαρ πτωχοί μετωπων (18 Βραχιονες γυμνοι χωρίς
μορφονται γε. ωμων (19). Τατον μεν βρoτεων μελεων αριδαιαστον ογκον • Αλλοτε
μεν φιλοτητα συνερχομεν' ας εν απαντα Για το σωμα λελογχε βια θαλέθοντος εν
ακμή. Αλλοτε δ ' αυτε κακησι διατμηθοντ ’ εριδεσσιν Πλαζεται ανδιχο εκαστα περι
ρηγμινι βιοιο. Ως αυτως θαμνοισι και ιχθυσιν, υδρομελαθροις Θηρσιτ’
οραμελεεσσιν ιδε πτεροβασμισι κυμβας (20 Σδε δ αναπνα παντα και εκπγ: πασι
λιφαιμο ! Σαρμων συριγγες πυματον κατα σωμα τετανται Και σφιν επιστομίοις
πυκνοις τετρηντα αλοξι Ριγων εσχατα τερθρα διαμπερες. ωστε φαγον μεν Σ 221
L'han di maschio, e di donna insiem confusi Sorsero teste senz' aver cervici.
Privi di fronte furon fatti gli occhi. Nude le braccia senza spalle fatte, I
membri umani giaccion tutti in massa Bella, e vistosa. Per anior talvolta S'
uniscono tra loro, e corpo a caso Nel fior si forma della verde etate.
All'opposto talor spiccansi i membri Per trista lite, e quà e là d' intorno
Alla spiaggia di vita erran divisi. Apvien ciò pure agli alberi, alle fiere Che
montanine son, a pesci ancora Abitator dell acqua, ed agli uccelli Che solcan l
' aria coll ' alate cimbe Ecco nel respirar come da tutti L' aer dentro si tira,
é fuor si manda, Delle vene i canali si propagano Agli estremi del corpo, e
metton capo Delle nari ne' solchi, in cui le punte 2 2 2 Σ Kευθαν αιθερι δ
ευπορίαν διο οισι τετμησθαι Ενδεν επαθ οποτ.ν μεν επαίζη τερεν αμα Αιθαρ
παφλαζων καταϊσσεται οίδματι μαργω. Ευτε δ ' αναθρησκ 4 πμλιν εκπν: 1. ωσπερ
οταν πας Κλεψυδρας παιζοσα δι ευποτρος καλκoιο Ευτε μεν αυλα πορθμον επ' ευκαδα
χερι θισα Εις υ2τος βαπτητι τερεν δεις αργυφεοιο Ουδε γ' ες αγγος ετ’ ομβρος
εσέρχεται αλλα μιν εργ ! Αερος όγκος εσωθι πεσων επί τρηματα πυκνα Σισοκ α τ
οστεγασι πυκνον ρέον. αυταρ επάτα Πνευματος ελλειποντος εσέρχεται αισιμων υδωρ.
Ως γ' αυτως οθ' υδωρ μεν εχω κατα βενθεα καλκα Πορθμα χωσθέντος βρoτεί » χροι
ηδε πορο! ο Αιθήρ δ' εκτος εσω λελιημενος ομβρον ερυκα Αμφι πυλας ισθμοιο
δυσηχεος ακρα κρατύνων Εισοκε χέρι μεθ, τοτε δ' αυ παλιν εμπαλιν και πριν
Πνεύματος εμπίπτοντος υπεκθι αισιμον υδωρ - Ως δ' αυτως τερέν αιμα
κλαδισσομενον δια γυιων Οπποτέ μεν παλινoρσον επαιν5 μυχονδε Θατερον ευθυ, ρεμα
κατερχεται οι ματι θυον Ευτε δ' αναθρων Α4 παλίν ειπν.4 ισον οπισσα (21). 223
Hanno sturate, Ma di sangue in parte Sono que tubi, e non del tutto pienii.
Però calando giù s'occulta il sangue, E lascia all ' aer libera ed apertit
Dell'entrata lu vir per le bouciucce. Avvien cosi, che quando il sangue molle
In gil si lancii nell'interno, tosto L'aria, che ferve, con sue vacue bolle
Entra con furia. E quando poi balzando Ritorna il sangue, torna fuor di nuovo
Uscendo l'aria. Guarda quà donzella Intenta a trastullare colla clessidra Di
facil bronzo, ch'al martello regge. Empier d'acqua la vuol: perciò ne tura
Colla sua bella man prima la bocca Dell'orifizio, e quindi per la base Di
spessi forellin tutta bucata L'immerge in mezzo della limpid' acqua. in questa
intanto dentro non penétra Perché l'aria racchiusa nella clessidra Sovrastando
a' forami con la molla L ' acqua preme, sospinge, ed allontana. Che se appena
riapre la donzella Il già chiuso orifizio, di repente Ως δ ' οτε τις προοδον
νοεων ωπλίσσάτο λυχνον Χειμεριην δια νυκτα πυρος σέλας αιθομελοιο 225 L'aria
sen fugge; e come questa manca L'acqua fatale, che presiede all' ore, Ch'entrar
pria non potea, entra nel vaso. La clessidra è già piena: or la donzella In
altra guisa guarda là, che gioca. Ella con man turandone la bocca Dalla base
forata vuol che cada L' acqua fatale, di cui quella è zeppa. Ma cupido d '
entrar laer di fuori Quasi forte confin l ' acqua ritiene Intorno á forellini
gorgogliante. Se quella poi leva la mano, allora All'opposto di pria laer di
sopra Cadendo all ' acqua ý giù la manda, è questa Per gli forami della base
gronda. Tal è del sangue, che colante scorre Per le membra. Se presto si ritira
Affollandosi in dentro, allor di colpo Schiumosa l' aria con vigor rientra. Poi
quel ratto s' avanza, e questa fuori Esce coil passo egual retrocedendo. Come
d'inwerno per l'oscura notte Chi prende a viaggiar prima prepara - ff 226 Αγας
παντοίων ανεμων λαμπτηρας αμοργός Οιτ ' ανεμων μεν πνευμα διασκιανασι αεντων
Φως δ ' εξω διαθρωσκον οσον ταγαωτερον ηεν Λαμπεσκεν κατα βηλον αταρεσι
ακτινεσσιν. Ως δε τον εν μηνιγξιν εεργμενον ωγυγίον πυρ Λεπτησιν οθονησιν
εχευατο κακλοπα κερης Αι δ ' υδατος μεν βενθος απεστεγον αμφινααντος Πυρ δ '
εξω διαθρωσκον οσον τανάωτερον Μεν (22) U Βιβλ. και Ου τοσε τι θεος εστιν και
τοτε και τοδε Ουκ έστιν πελασθαι εν οφθαλμοίσιν εφικτος Ημετέροις η χέρσι λαβαν
υπερτε μέγιστη Πειθες ανθρώποισιν αμαξιτος ας φρεγα πιπτα. Ου μεν γαρ βροτεη
κεφαλη κατα γυια κεκασθα Οι μεν απαι γωτων γε δυο κλαδοι ασσεσιν (227
Lampade,.e lume di un ardente fiamma, E poi li mette dentro una lanterna, Che
da venti difenda la fiammella; Perchè di questi come van spirando Disperge il
soffio. Ma di fuor si lancia La luce, intanto, e quanto più si estende, Tanto
illumina più presso la struda Corai di notte vincitor non vinti; Cosi il
naturale antico fuoco, Che la pupilla circolure irradia, Stassi dell' occhio in
le membrane chiuso Sottili al par di vel, che dall ' umore, Il quale in copia
dall' intorno scorre Tutto il difendon. Ma di là movendo Quanto più lungi puà
fuori sį spande. Lib. III: 1 Nè questo, o quello, nè quell' altro è Dio, A noi
cogli occhi non è mai concesso Di poterlo veder, nè colle mani Di poterlo
trattar: che della mente Esser suole la via grande, e comune, Per cui persuasion
entra nell' uomo. 228 Οι ποσες και θοα γουνα παι μηδεα λαχνηεντα Αλλα Φρην ιερη
και αθεσφατος επλετο μενον, Φροντισι κοσμον άπαντα καταϊσσεσα θοησιν (23 ) ΠΕΡΙ
ΦΥΣΕΩΣ. Ει δ ' αγε νυν λεξω πρωθ ηλιον αρχην Εξ ων δη εγενοντο τα νυν εσoρωμεγα
παντα Ταράτε και ποντος πολυκυμων ηδ' υγρος αηρ Τιταν η δ αθηρ σφιγγων περί
κυκλoν απαντα (24) 229 Iddio non è di mortal capo ornato, Che su membri
s'estolle. A lui sul dorso Non spiegansi i due rami. Egli non have Ginocchia,
che al cammin ci fan veloci. Egli piedi non ha, nè quelle parti Che vergogna, e
lanugine ricopre. E mente sol, è sacra mente Iddio, Ch'esprimer non si può da
nostra lingua: In un istante tutta la natura Col veloce pensier ricerca, e
scorre. DELLA NATURA. V B R SI Che non si sa a quale de tre Libri appartengono.
Dirotti in prima co' mięi versi d' onde Ebbe origine il Sole, e d'onde
ogn'altro Che noi veggiam; l ' ondoso mar, la terra L'aria, che nel suo sen
chiude, e raccoglie Ogni umido vapor, la luce, e letere Che tutto cinge, e
tutto intorno avvolge. 23ο Πως και δενδρεα μακρα και ειναλιοί καμασκνες (25 )
Ειπερ, απαρονα γης τε βαθη και δαψιλος αθηρ Ως δια πολλων δη γλωσσης ρηθεντα
ματαιως Εκκέχυται στοματων ολιγον τε παντος ιδόντων (26) Ουδε τι τα παντος
κεγεον πελα ουδε περισσον (27 ) Ως γλυκυ μεν γλυκυ μαρπτε πικρον δ ' επι πικρον
Ορέσες οξυ ο επ ' οξυ εβη θερμον δ εποχευετο θερμος (28): Γνους οτι παντων «
σιν απορροια οσσ ' εγένοντο (29) Kευθεα θηριων μελεων μυκτηρσιν ερευνων (3ο)
Ούτω γαρ συνεχυρσε θεων τοτε πολλακι δ ' αλ λος (31). 23 In qual maniera furon
pria formati E gli arbor alti, ed į marini pesci. Per la lingua di molti invan
discorre La terra, e l ' Eter non dver con fine Quella nelle radici e questo in
alto. Ciò la bocca di color si sparge per Che nulla, o poco sanno, e guardan
lungi Colla veduta corta d'una spanna » Vacuo non c'è, e nulla pur ridonda; U
Dolce a dolce s' unisce, ed all' amaro Corre l'amaro, e l'aspro all aspro vanne,
E verso il caldo si conduce il caldo. Ogni corpo, ch ' esiste, il dei sapere,
Vibra lungi da se parti vaganti, Fiutando indaga le ferine tane, Tale in quel
punto s’intoppò correndo Ma in altra guisa per lo più s' avviene 233 οπη
συγεκυρσεν απαντα (35). Η δ ' αυ φλοξ ιλααρα μινυνθαδικαις τυχε γαιης (33 )
Κυπρίοδος εν παλαμης πλασέως τοιηστε τυχοντα (34 ) Τη δε μεν ιοτητι τυχης
πεφρονήκεν απαντα (35 ) (Και καθ' οσον μεν αρμοτατα συγκυρσε πεσοντα(36) Αλλα
οπως αν τυχη (37 ) ΓIαντα γαρ εξακης πελειζετο γυια θεσιο (38) Και δα παρ’ ο δη
καλαν έστιν ακουσαι (39) Ενθ' ουτ' ηελιοιο διειδετο ωκεα γυια (40) Αρμογιης
πυκίγως κρυφα εστηρικτα (41 ) Σφαιρος κυκλοτερης μοί1 περίγ 19 εκων (42 ) 237
Dove ogni cosa s' imbatte i Fiamma lunare s' incont Insiem con Terra, che Nelle
man di Ciprigna cost Col parer di fortuna al tutto intese In quanto a caso
s'accordar tra loro Nell'incontrarsi Ma come sorte volle Tutte di mano in man
le membra scosse Furon del Dio Ciò, che è bello convien, che si ripeta Le
pronte membra non vedeano il Sole Salde in occulto d' armonia fur fatte In
tonda sfera stretto quasi il tuttó 234 Αυξα δε χθων μεν σφετέρος γενος αθερα δ
', αι: θηρ (43 ). Κατα το μαζων εμιγνυτο δαιμονι δαμων (44). Αιθηρ μακρησι κατα
χθονα δυετο ριζας (45 ). Οινος απο φλοιου πελεται σαπεν εν ξυλω υδωρ (46) Αλλα
διεσπασθαι μελεως φυσις ή μεν εν ανδρος Η γ ' εν γυναικος (47 ). Μηνος εν
ογδοατα δεκάτη που επλετο λευκον (48) Ως δ ' οτ’ οπος γαλα λευκών εγομφώσει και
εδη - σεν (49). Ουτω δε ωοτοκει μικρα δενδρα πρωτον ελαιας (5ο ) Νυκτα δε γαια
τιθησιν υφισταμενη φαεισσι (51 ) 235 Lieto dell'unità solingo gode: > Aria
ad aria s ' aggiunge, e terra a terra; Il minore al maggior spirto s' unisce:
Della terra le barbe aer penetra; L'acqua scomposta sotto la corteccia Vino
diventa, Della prole le membra stan dis ise Parte nel maschio, e parte nella
femina, Al giorno dieci dell' ottaro mese Nelle poppe si forma il bianco latte.
Come gaglio rappiglia il bianco latte, Cosi da prima partoriscon l'uovo Gli
arbor non alti della verde uliva Luce impedendo fa la terra notte. an 2 236
Ήλιος οξυβελης ηδε ιλαϊρα σεληνη (52 ). απέσκεδασε.αυγας Ες γαμαν καθυπερθεν
απεσκιφωσε δε γαιης Τοσσον οσοντ ’ ευρος γλαυκωσιδος επλετο μηνης (53. Гщи ру
тар уцау апожариву детi * Uдор Ηερι δε ηερα διον ατάρ πυρι πυρ αιδηλον Στοργην
δε,στοργη κακος δε τε νεικεί λυγρω (54). Παντα γαρ ισθι φρονησιν εχαν και
σωματος αισαν(53 Λιματος εν πελαγεσι τετραμμενα αντιθρωντος Τη τε νοημα μαλιστα
κικλεσκεται ανθρωποισιν Αιμα γαρ ανθρωπους περι καρδιον εστι νοημα (56). Προς
παρεον γαρ μητες αεξεται ανθρωποισι (57 ). οθεν σφισιν ας Και το φρογαν αλλοια
παριστατα (58 ). 1. 237 Dolce è la Luna, e durdeggiante il Sole. Disperge i
raggi sulla Terra, e sopra Tant è la luce, che le fura, quanto Il disco è largo
della glauca Luna. Terra veggiam con terra, acqua con acqua, Aer divin con aere,
e lucente Fuoco con fuoco, e con amore ' amore, E veggian lite con dannosa lite.
Uomini, bruti e piante ben lo sai Han tutii mente, e parte di ragione, Stassi
la mente dove più ridonda II sangue, che su giù sempre si muove, Perchè dal
sangue, che circonda il core Il pensiero nell' uom sua forza prende; Il pensare
dell' uom cresce e al presente Però il pensare sempre a lui diverse Mostra le
cose. 238 Ενδ ' εχυθη καθαροισι τα δε τελετουσι γυναικες Ψυχεος αντιασαντα (59
). Νηπιοι και γαρ σφιν δολιχοφρονες ασι μεριμνα Οι δε γενεσθαι παρος εκ εον
ελπιζασιν Ητοι καταθνησκαν τε και εξολλυσθαι απαντη (6ο ), Αλλα κακοίς μεν
καρτα πελ4 κρατ€8 σιν απιστών, Ως δε παρ' η ιετερης κελεται πιστωματα μεσης
Γναθη διατμεζεντα ενι σπλαγχνοισι λογοιο (61 ) Ταυτα τριχες και φυλλα και
οιωνων πτερα πυκνα Και λεπίδες γιγνονται επί στιβαροισι μελεσσιν (62 ) αυταρ
ελικος οξυβελας νωτοισι δ ' ακανθι επιπεφρικασι (63 ). Της δαφνης των φυλλων
απο παμπαν εχεσθαι (64) 239 Col solito calor si forma il maschio Ma se l'utero
poi s'affredda a caso La famina ne vien. Stolti non lungi col pensier veggendo
Prendon lusinga di poter esistere Ciò, che innanzi non fu, o quel, ch'esiste
Potersi in tutto struggere, e perire. Il malvagio non crede, e non cedendo Alla
forza del ver, trionfo meni, Ma cosi detta, e vuole, che tu creda La nostra
musa. Tu dentro l'interno I detti scissi, ne penétra il senso. Della stessa
natura sono i peli, Degli arbori le frondi, e degli uugelli Le fulte piume, o
pur le squame sparse De' pesci sopra la ben soda carne. Ed il riccio marin, a
cui le spine Acute gli si arricciano sul dorso, Dalle foglie d' allor la man
ritieni 240 Τετο μεν εν κογχασι θαλασσονομοις βαρυνωτοις Και μην κηρυκαντε
λιθορρινων χελυωντε Ενθ οψε χθονα χρωτος υπερτατα ναιεταεσαν (65) Βυσσω δε
γλαυκης κροκο καταμισγεται (66). Φυλος αμουσον άγουσα πολυστερεων καμασκηνων(67
κορυφας ετεράς ετεραισι προσαπτων Μυθων μητε λεγαν ατραπον μιαν (68). Νυκτος
ερκμαιης αλαωπιδος (69). Αλφιτον υδατι κολλησας (7ο). θαλλαν Καρπων αφθονιισι
κατ ηερα παντ εγιαυτον (71 ). Ουδε τις ην κανοισιν Αρης θεος, ουδε Κυδοιμος
Ουδε Ζευς Βασιλευς, ονδε Κρονος, ουδε Ποσειδων Αλλα Κπρις Βασιλαα. 241 Del mar
le conche di pesante dorso, Il murice riguarda, e le testuggini Che son coperte
di petrose scaglie: Bene in questi aninai veder tu puoi Come del corpo sta la
terrợ in cima. Si mischia al bisso il fior del croco azzurro. La goffa turba
de' fecondi pesci Guidando Somma a sonima giungendo del discorso Per diversi
sentier prender cammino Della solinga tenebrosa notte Coll acqua unendo la
farina d'orzo. Germoglian ricchi di lor frutta in tutte Le stagioni dell'anno
in mezzo all' aria. Marte non han qual Nume, nè Minerva Del tumulto guerriero
eccitatrice: A Nettuno, a Saturno, Giove il rege hh ) 242 Την οιν' ευσεβεεσσιν
αγαλμασιν ιλασκονται Γραπτοις δε ζωοισι, μυροισι τε δαδαλεοδμοις, Σμυρνης τ'
ακρητου θυσιαις λιβανου τε θυωσους Ξουθων τε σπονδας μελιτων ριπτοντες ες ουδας
(72 Στανωποι μεν γαρ παλαμαι κατα για κέχυνται Πολλα δε σαλεμπη α τατ ’
αμβλυνεσι μεριμνας Παυρον δε ζωησι βια μερος αθροισαντος Ωκυμοροι καπνοίo δικην
αρθεντες απεπταν. Αυτο μονον πασθεντες οτω προσεκυρσεν εκαστος Παντος
ελαυνομενοι και το δε ολον ευχεται ευρειν Ουτως ατ’ επιδερκτα τα δ' ανδρασιν ετ
' επακιστα Ουτε νοω περιληπτα (73). ή και συ 80 επα ωο " ελιασθης
Πευσεαι.ε πλεον γε βροτάη μητις ορωρε (74). 243 Negano omaggio; e prestan solo
il culto A Venere Regina, che sdegnata Placan con santi simulacri, e pinti
Animali, e con mille odor, che l'arte Ingegnosa travaglia, o co' profumi Di
pura mirra, e d'incenso spirante Soave odore, e fanle sagrifizio Sopra la terra
il biondo miel spargendo. In parte angusta delle membra è sparsa La nostra
mente. Abbonda pur la cispa Ch' ottenebra il pensier, e ne' viventi Poch'è la
porzioni di vital forza, Che qual fumo sen fugge, allorchè morte Di repente ei
fura. E quindi ognuno, D' ogni parte sospinto, sol di quello, Cui per sorte s'
avvien, resta sicuro. Altero intanto di trovar presume Tutto, e saper ciò, che
non puossi ancora Nè veder, nè sentir, nè colla mente Comprendere dall ' uom.
Giacchè vagando in guisa tal ti scosti Prendi consiglio da ragion; che l'uomo
hh 2 244 Αλλα θεοι των μεν μανιην αποτρεψατε γλωσσης Εκ δ ' οσιων στοματων,
καθαρην οχετευσατε πηγην Και σε πολυμνηστη λευκο λενε παρθενε μεσα Αντομαι ων
θεμις εστιν εφημερoισιν ακ84ν Πεμπε παρ' ευσεβιης ελασσ' ευημιoν αρμα Μηδε σεγ
ευδοξοιο βιησεται ανθεα τιμης Προς θνατων αγελεσθαι εφ ω ' οσιη πλεον απον
Θαρσα και τοτε δη σοφιης επ ακροισι θοαζη Αλλα γαρ αθρεα πας παλαμη πη δηλον
εκαστον Μητε τιν οψιν εχων πιστει πλεον η κατ’ ακτην Η ακοην εριδαπών υπερ
τρανωματα γλωσσης Μητε τι των αλλων οποση πορος εστι νοησαι Γυιων πιστην ερυκε
γορα θ ' η δηλον εκαστον (75). 245 Col suo saper più oltre non s'inalza. Dalla
lor lingua, santi numi, tale Furor cacciate, e dalle vostre bocche La purissima
vena in lor sgorgate. Te Verginella bianchibraccia musa, Cui più corteggian
disiosi amanti, Te prego attente a porgermi l'orecchie A fin di quello udir,
che lice all ' uomo, E come te non pungerà la gloria Fiori a coglier d'onor
presso i mortali, Perciò più cose ti potrò svelare. Ma agitando i destrier
docili al freno Porta da Religion lontano il carro. Prendi fidanzı: andrai
ratta a sedere Di sapienza allor sull’ alta cima. Colla ragion contempla il
tutto, e vedi Ciascuna cosa chiarų si, che certa Ti si dimostri. Ne maggior la
fede Presta al senso di vista, che all' udito; Nè all'orecchio, che raccoglie i
suoni Credi più della lingua, che discopre Le cose. Nè all'una più, ch'
all'altra Credi di quelle vie, per cui ci viene 246 Πεση Φαρμακα και οσσα
γεγασι κακών και γηραος αλκας ετα μενω σοι εγω κρανεω ταδε παντα. Παυσις δ '
ακαματων ανεμων μενος οιτ' επι γαιαν Ορνόμενοι πνοιαισι καταφθινυθουσιν αρουραν
Και παλιν ην και εθελησθα παλιντονα πνευματ' επαξές Θησεις δ ' εξ ομβροια
κελαινα καιριον αυχμον Ανθρωποις θησας δε εξ αυχι8οίο θεραου Ρευματα
δενδρεοθρεπτα τα δ' εν θερι αησαντα Αξας δ ' εξ αΐδαο καταφθίμενου μενος ανδρος
(76). 247 La notizia de' corpi, ed il pensare. De' sensi in somma poni giù la
fede: Ti sia guida ragion, onde discerna In ogni cosa chiaramente il vero.
Quanti i rimedi fugator de' morbi, Come vecchiezza si conforti, udrai. Che
tutto a te io solamente suelo, De' venti infaticabili frenare L'ira saprai; che
con furor piombando Sopra la terra, col soffiare, i campi Guastano tutti; o pur
se n'hai piacere Concitar li potrai, se son tranquilli. Saprai d'inverno tra
procelle scure Produr di state il lucido sereno, O pur nel fitto della secca
state Produr le piogge, che nutriscon gli alberi, E del caldo l'ardor tempran
movendo Aure soavi. Giungerà tua forza Sin dall'inferno a richiamar gli estinti.
248 ΠΕΡΙ ΚΑΘΑΡΜΩΝ. Ω Φιλοι οι μεγα αστυ κατα ζανθου Ακραγαντος Ναιετ ακρην
πολεως αγαθων μεληδεμονες εργων χαιρετ. εγω δ υμιν θεος αμβροτος ουκ ετι θνητος
ΓΙωλευμα μετα πασι τετιμένος ωσπερ εοικε Ταινίας τε περιστεπτος στεφεσιν τε
θαλαιης Τοισιν αμ’ ευτ ’ αν ικωμα ες αστεα τηλεθοωντα Ανδρασι ηδε γυναιξι
σεβιζομαι. οι δ ' αμ' εποντα Μυριοί εξερεοντες σπη προς κερδος αναρπος Οι μεν
μαντοσυνεών κεχρημενοι οι δε τι νουσων Παντοίων επυθοντο κλύειν ευηκέα βαξιν
(77). Αλλα τι τοις δ ' επικειμ' ωσει μέγα χρημα τι πραση σών Ει θνητων περιειμι
πολυφθορεων ανθρωπων; (78 ). 249. DELLE PURGAZIONI. Salvete, o miei diletti,
abitatori Dell' alta rocca, e della gran cittate, Che del biondo Acragante
bagnan l’acque. Salvete, o cari, cui virtute è cura. Immortale sori Dio, nè
qual mortale Sto più tra voi, d'onor, siccom'è giusto, Pieno fra tutti.
Allorchè cinto il capo Di larghe bende, e di festanti serti Io porto il piè
sulle città fiorenti, Corrono, e maschi, e donne a darmi culto. E mille, e
mille, che là van col passo Dove dritto il sentier li mena al lucro, Ali
s'affollan d'intorno nel cammino: E mi seguono ancor quelli, che intenti Stansi
a svelar dell'avvenir gli arcani, Ed altri, che saper bramano l'arte Sagace di
guarir qualunque morbo. Ma perchè mi dilungo tali cose Nel riferire, quasichè
d'eccelse Gesta pur si trattasse, se vincendo Ogni mortal, sopra di lor
m’inalzo? ii 25ο Σ Εστι δε αναγκης χρημα θεων ψηφισμα παλαιον Ευτε τις
αμπλακιησι φονω φιλα γυια μιανη Δαιμονες οιτε μακραιωνος λελογχασι βιοιο Τρις
μιν μυριας ωρας απο μακαρων αλαλησθαι Την και εγω νυν αμι φυγας θεοθεν και
αλήτις Νακεί μαινομεγω πισυνoς (79). Αιθεριων μεν γαρ σφε μενος ποντον δε
διωκεα Ποντος δ ' ες χθονος ουδας ανεπτυσε γαιαδες αυ γας Ηελία ακαμαντος οδ '
αιθερος εμβαλε δινας Αλλος δ ' εξ αλλε δεχεται στυγερσι δε παντες (8ο αγα
λοιμωγατε και σκοτος ηλεσκέσις (81). 251 be E ' volere del fato, è degli Dei
Decreto antico, che s'alcun peccando Di quegli spirti, che sortiron vita
Lunghissima, lordò le proprie mini Quasi di sangue, sia costui cacciato Lungi
dall' alte sedi, in cui beata Vivon, vita gli Dei, e vada errante In репа del
fallir tapino in terra, Finché ritorni primavera ai campi Tre volte dieci mila;
ed un di questi Io son, ch' ora dal Ciel men vo lontano Vagando quà, e là esul
ramigo, Solo in poter di furibonda lite. } L'aria gli spirti, che falliro,
caccia In mar con forza, il mar li getta in terra, La terra li rigetta su
lanciando Del sole infaticabile ne' raggi, D ' aria nel turbo il sole infin gli
scaglia. L'un dopo l'altro van cosi girando, E tutti traggan pien di duolo i
giorni. Van per gli prati, e per lo scuro erranti ii 2 252 Ενθα φόνoστε κοτοστε
και αλλων εθνεα κηρων (82 ) Κλαυσα τε και κοκυσα ιδων ασυγηθεα χωρον (83 ) Ω
πoπoι η δειλον θνητων γενος ω δυσανολβον Οιων εξ εριδων εκ τε στoναγων εγεγεσθε
(84). Εξ οιης τιμης και οι μηκεος ολβα (85). Εκ μεν γαρ ζωων ετιθεα νεκρα «δε'
αμκβων (86) Σαρκων αλλογνωτί περιστελλασα χιτωνε Και μεταμπεχασα τας ψυχας (87).
Ηλυθομεν του ' νπ ' αντρον υποστεγον (88). Ηδη γαρ ποτ' εγω γενομενην κεροστε
κορητε Θαμνοστ’ οιωνοστε και εν αλι ελλοπος ιχθυς (89). Εν θηρσι δε λεοντες
οραλεχεες χαμαιεύναι Γιγονται σαν ναι εγι δενδρεσιν ηύκομοισιν (go ). 253 Ivi
la stragge, e l'ira, ivi tant' altri Mali hanno sede. Insolito abitar vedendo
piansi. Ah ! La razza mortal quant' è meschina ! Quanto infelice ! Quali
affanni, e liti Siete nati a soffrir ! Da quale onor son misero caduto, Da qual
grandezza di felicitate, Da vita a morte son, forma mutando L'alme involgendo,
e quasi ricoprendo Della straniera veste delle carni. inIn quest'antro coperto
al fin siam giunti. Fanciullo io fui un di, donzella, uccello, Albero, e senza
voce in mar fui pesce, Qual sopra ogn'animal s'alza il Leone Giacente in terra,
abitator de monti 254 Εν9 ' ησαν χθονιητε και Ηλιοπη ταναίτις Δηρίς θ '
αιματοεσσα και αρμονίη ιμερωπις Καλλιστω τ’ αισχρητε θοωσατε Δαναητε Νημερτης
τεροεσσα. μελαγκαρπος Ασαφια (91 ) Ξεινων αιδοιοι λίμενες κακοτητος απαροι (92).
2 φιλοι οιδα μεν εν οτ ' αληθαη παρα μυθους, Oυς εγω εξερεω, μαλα δ' αργαλειτε
τετυκται Ανδρωση και δυσζηλος επι φρενα πιστέος ορμη (93) Ουκ αν ανηρ τοιαυτα
σοφος Φρεσι μαιτεύσατο Ως όφρα μεν τε βιωσι το δε βιοτον καλεσιν Τοφρα μεν εν
εστι και σφι παρα δειγα και εσθλα Πριν δε παγασαι βροτοι λυθεντες τ ’ εδεν αρ'
εισιν(94 Αλλα το μεν παντων νομημον δια τ’ ευρυμέδοντος 255 Tal su gli arbor
fronduti il lauro eccelle. Chtonia gº era là con Eliope Di larghi occhi, e la
cruenta Deri Con armonia, piena d'amor, nel volto. Vera del par Thoòsa, e
Deinèa E la turpe Callisto, e insiem l'amabile Nemerte, ed Asafia, che il tutto
oscura O Gergentini di mal fürè ignari Degno porto d'onor degli stranieri. Io,
mici cari, so ben ', che nel mio dire Stassi la verità dentro nascosa, Ala
della fe la forza l'uom travaglia E pena, e dispiacer gli reca in mente. Saggio
non v'è, che possa con sua mente Pensar, che l'uomo mentre vive questa, Che
chiaman vita, esista solo, e colga E beni, e mali; si che l'uomo nulla Sia
prima il nascimento, e dopo morte. Ma questa legge pubblicata a tutti 156 '.
Αιθερος ηνεκεός τετατα δια τ ' απλέτε αυγης (95). Ου παυσεσθε Φονοιο δυσηχεος';
8κ εσoρατε Αλληλες δαπτόντες ακηδεμησι νοοιο;. Μορφήν δ ' αλλαξαντα πατηρ φιλον
υιόν αερας Σφαζα επευχομενος μεγα νηπιος και οι δε πορευντα Λισσομενοι θυοντες
οδ ' ανηκοστος ομοκλεων Σφαξας εν μεγαροισι κακης αλεγυνατο δαχτα Ως δ ' αυτως
πατερ' υιος ελων και μητερα παιδες Θυμoν απορραισαγτα. φιλας κατα σαρκας εδεσι
(96) 4. Oιμοι οτ’ και προσθεν με διωλεσε νηλεές ημας Πριν σχετλι’ εργα περι
χειλεσι μητισασθα ! (97 ) 257 Dell' aria si distende per l'immenso Splendore, e
l'alta region dell Etere Che per lunghezza, e per larghezza è vasto.? Ancor si
sparge per le vostre mani IL sangue gorgogliante degli animai? Ah non vedete
colla mente piena Di sprezzo, che sbranandovi, a vicenda Vi diorate? E che
mutata forma Il padre alzando il suo caro figliuolo Lo scanna, e pazzo grandi
cose prega Tutti color, che sacrifizj fanno, Sen van supplici orando; ma
quest'altro Nell'atto di scannar gridi mandando D' udirsi indegni, in segno di
minaccia Malvagio in casa desinar prepara. Cosi talora avvien, che danno morte
Il figlio al padre, ed alla madre i figli, E questa, e quel fucendo privi
d'anima Le care in cibo ne trangugian carni. Perchè crudele il di ah non mi
spense Prima, ch'avessi fatto il gran peccato D' appor tal cibo sopra le mie
labbra ! kk 558 Ταυρων δ ' ακρίτοισι φονοις και δευετο βωμος Αλλα μυσος τετ '
εσκεν εν ανθρωποισι μεγιστον Θυμoν απορρασαντας εεδμεναι ηϊα γυια (98 ). Τοι
γαρ τοι χαλεπησιν αλυοντες καιστησιν Ου ποτε δαλαιων αγιων λεωφησετε θυμον (99).
Ολβιος ος θαων πραπιδων εκτησατο πλετον Διαλος δω σκοτοεσσα θεων περι δοξα
μεμπλε (ιοο) Εις δε τελος μαντάστε και να τοπολοι και 1ητροι Και προμοι
ανθρωποισιν επιχθονίοισι πίλονται Ενθεν αναβλαστασιν θεοι τιμηση φεριστοι (101
). Αθανατους αλλοισιν ομεστιοι αυτοτραπεζοι Ανδρομεων αχεων αποκληροι εοντες
απειροι (102). 259 Non macchiava l'altar sangue innocente De’ tori un di. Ma
sommo allor misfatto Dagli uomin si credea privar dell' anima Gli animai, e
divorarne i membri in cibo. Chi dalla colpa, che da se molesta, E ' tormentato,
non avrà nell' animo Mai requie al suo misero dolore. Felice è quegli, che
possiede i beni Della mente divina, ed infelice E' quel, che male degli Di
pensando Ne porta tenebrosa opinione. 7 I vati infine, ed i cantor degl' inni I
medici, ed i forti capitani, Che de' terrestri uomini son guida Ivi rinascon Dü
d'onor prestanti. Nella stessa magion, a mensa stessa Stando cogli altri Dii,
d'ogni vicenda D'ogni umarło dolor futti già privi. kk 2 16ο Ην δε τις.ν
κανοισιν ανηρ περιωσια αθως Ος δη μηκιστον τραπιδων έκτησατο πλετον Παντοίων τε
μάλιστα σοφων επικράνος έργων Οπποτε γαρ πασησι ορεξατο πραπιδεσσι Ραγε των
οντων παντων λευσεσκεν εκαστα Και τε δεκ ' ανθρωπων και τ' ακoσιν αιωνεσσι (103)
ΕΠΙΓΡΑΜΜΑΤΑ Περι Ακρωνος • Ακρον ιατρον Ακρων ακραγαντινον πατρος ακρου Κρυπτα
κρημνος ακρος πατριδος ακροτατης Τιγες δε το δευτερον στιχον ουτω προφέρονται
Ακροτατης κορυφής τυμβως ακρος κατεχα (104) 261 5 Tra quelli o'era l' uom sopra
d'ogn ' altro Eccelso nel saper, che della mente L' altissimo tesor chiudea.nel
seno. Egli pieno d'amor tutti indagava De' sapienti i fatti, e le scoperte
Dotte di lor. E quando del suo spirto Ogni forza intendeva, ad una ad una Tutte
schierate le cose reali In dieci o venti secoli abbracciando Rapidamente col
pensier vedea. EPIGRAMMI INTORNO AD ACRONE. L'alto di gran saper medico Acrone,
Nato dun alto padre in Agrigento Alta, rupe tien alta per sepolcro Della sua
patria posto in alta cima. Alcuni leggono così il secondo verso Alta tomba
ritien sull' alta cima аба. Περι Παυσαγικς Παυσαγι: ιητρον επωνυμον Αγχίτου
υιον Φωτ’ Ασκλεπιαδης πατρις εθρεψε Γελα Ος πολλούς μογεροίσι μαρανομένους
κεματοισι Φωτας ατέστρεψαν Φερσεφονης αδυτων (1ο5).. Δειλοί πανδειλοι κυαμας
απο χειρος, εχεσθαι, Ισον τοι κυαμες τρωγειν κεφαλασθα τοκων (106 ) Ναν μα τον
αμετερας σοφίας ευρoντα τετρακτην Παγον αεγνας φυσεως ριζωμα τ' εχεσαν (107).
263 Di Pausania. Il medico che nomasi Pausania E' d' Anchito figliuol', è
discendente Degli Asclepiadi, ed ha per patria Gela, Che lo nutri. Costui molti
languenti I'er penosi malor dalle segrete Di Persefone stanze a forza trasse.
Versi d' incerto Autore attribuiti da alcuni ad Empedocle. Scostate, o miseri,
del tutto in felici Dalle fave la mun: mangiar di queste Egli è privare i
genitor del capo. Giuro per quel, che nella nostra scuola Scoperse il qucttro,
che racchiude il forte, E la radice eterna di natura. ANNOTAZIONI ALLA R A O
COITA D E FRAMMENTI. ANNOTAZIONI ALLA RACCOLTA D E FRA MM EN TI. (1 ) Questo
verso si trova presso Laerz. 1. 8 in Emp. Egli dice ny de o lavraylas spwjeevas
αυτε, ω δη και τα περι φυσεως προσπεφωνηκεν Pausania era amato da Empedocle, e
que sti gli intitolò il suo poema sulla ' natura E siccome questo verso forma
la dedica; cosi si è collocato il primo. La frase per quanto pare è Omerica
come si può vedere Iliad. 11 V. 450 Iliad. 1: V. 451. (2 ) Presso Simplicio de
Phys. aud. l. 8 p. 272 ediz. d'Aldo. Perchè questi due ver si si suppongono
dagli altri, che li seguono, si son collocati prima. Per altro Plut. de exil.
afferma che cosi cominciava la filosofia d'Empedocle. (3 ) IL 2. 3 verso son
rapportati da Laerz. 11 2 263 che se 1. 8 in Emp. I primi tre da Sext. Emp.
adv: Phys. 1. ģ, da Plut. de Pl. Ph. l. 1 cap. Tutti quattro poi da Stobeo Ecl.
Phys. 1. i p. 26. Questi si sono premessi per la ragio ne ch'esprimono i
quattro elementi, che sono base di tutta la filosofia d'Empedocle. Si conviene
da tutti che sotto Giove è in: dicato il fuoco, e da Nesti l'acqua, condo
Vossio de Idol. 1. 2. cap. 7 e Fabricio nelle note à Sesto Empirico deriva da
yalay fluere. Vi è solo un disparere tra gli Scitiori per gli due simboli.
Giunone e Plutone. Pois chè secondo Cic. de Nat. Deor. l. 2.cap. 26 Plut. l. 1.
cap. 3. de Pl. Ph. Macrob. Satur. l i cap. 15, da Giunone è espressa l'aria; ed
al contrario giusta Athen. Apol. 22. Achill. Tazio in Arat. Laert. I. 8 in Emp.
Stobeo Ecl. Phys. 1. i Heracl. Allegaz, Omeriche,p. 443., -sotto il simbolo di
Giunone è indicata la terra. E però per questi Plutone era la• ria, e per
quelli la terra. Aïd oyeus in luogo di aïdris Om. 11. 20 V. 61. Esiod. Theog.
v. 913. Hpn epoßios Omer. Hyinn. in matr. o. mnium '. Nella traduzione si è
formato GIOTATO 2 per tmesi. 269 9 col. (4 ) Di questi versi il 7 e l'8 sono
riferi ti da Laerz. in Emp. I. 8. Stobeo Ecl. Phys. 1. 1 p: 26. Dal 10 sino al
15 si trovano presso · Arist. Natur. Auscult. l. 8 cap. 1. Il. 22 presso Ciem.
Alex. Strom. I. 5., ed il 21 e 22 presso Plut. Amat. Tutti poi eccetto il g e'l
10 sono rapportati da Simplicio de Phys. Aud. I. 1 p. 34 ediz. d'Aldo. Siccliè
si è supplito il 10 con Aristotile, e'l lo stesso Simplicio come si vedrà alla (10
). Questi versi che sono al numero di 36 fan parte del primo libro della natura.
Poichè lo stesso Simplicio dice chiaramente sy 7pUTW TO φυσικών.99 και nel
primo libro delle cose fisiche I versi 3, 4, 5 pajono d ' essere un'imi,
täzione d'Omero. II. 6.v., 146, e 149. Il 5 portá P&T Th, ma si è cangiato
in.dpuntu come più confacente al senso. Nel 6 in luo go di xdcepecei dinge si è
posto 8T0T€ anges.co me Omero. Il. -10. V. 164. Nel z la paro la Qiaotati
amicizia non significa in verità che ainore, siccome fa Omero. Il. 6 v. 161 c
in quasi tutta l'ariade che dice QLXOTNTO felgympia rab. Dal 7 al 12 sembra di
essere una sem 270 * plice imitazione d' Esiodo nella Theog. Poichè Empedocle
mette in contrasto l'amore e lo dio come Esiodo fa colla notte e'l giorno. Ne’
versi 6, 13 e 32 si trova la parola ' deau Trepes. collocata nello stesso modo
che suol fa re Opiero. Il. 10 v. 325 e 331. II. 12 v. 398. II. 19 v. 272. Odys.
4 V. 209. Odys. 7. v. 96. Odys. 10 v. 38. Odys.. 14 v. 11. Sicchè pare che
l'orecchio d Empedocle era educato al suono de' versi Omerici, Nel verso 14
aloy Euroly alla maniera d'Omero. Il. 1 v. 290. Nel 16 reipata pewIwon siccome
0. mero παρατα τεχνης. Nel 20 1 ’ αταλαντον co me Il. 15 v. 302. Nel 21 è da
dirsi che intanto, l'amicizia sia di lunghezza e larghez za eguale, in quanto i
corpi possono risulta re da parti eguali de quattro elementi. Al meno questa
interpetrazione pare più confa cente al suo sistema; se non si vuole abbrac
ciare quella, che deriva dal pittagoricismo, per cui il numero quattro era il
più perfetto. Nel 22 100. TEINTWS per attonito e Omerico. II. 4 v. 246. Nel 24
cina poves's dovrebbe esser nominativo giusta la Grammatica. Na si v. 271
lasciato in accusativo; perchè gli Attici alcuna, volta, coře si vede presso
Aristof. in avibus, sogliono usare l'accusativo in luogo del nomi nativo.
L'epye texti si trova spesso in Omero e in Esiodo: cosi Odys. 7 V. 272.Esiod.
Theog. V, 89. Il 25 è simile a quello dell' Iliad. 9 v. 558, e pile d'ogni
altro ad Esiod. Theog. v. 595. Nel 27 laratnaon è d ' Omero. II. 1 v. 526. Nel
30 il Trepiadojevolo è pari mente adattato al tempo e all'anno presso Omero'.
Odys. iv. 16 ed Esiod. Opera v. ' 384. Nel 31 si osserva l'id atoange in fi. ne
del verso come in Omero. Il. 6 v. 149. (5) I versi 12 e 13 si trovano presso
Arist, Poet. cap. 25, e Ateneo lib. 10 p. 424. Tutti poi sono rapportati da
Simplicio de Phys. aud. 1. i'p. 7 d' Aldo. Essi sono stati posti nel primo
libro del poema; perchè Simplicio li riferice come quelli che precedeano altri,
che da lui sono notati per versi del primo lix bro προ τετων των επων • Nel
verso 7 è 11 si è scritto a Jey.TTW5 in luogo di queuent Ews come si legge in
Sims plicio. Nel 10 si trova vtsupper feri ch'è d' 272 Omero II. 9 V. 502,
Nell'ultimo, si ha l espressione Jaunese idiogui ch ' è comune presso Omero ed
Esiodo: cosi Il. 18 v. 83. Odys. 13 v. 108. De scụto Herc. v. 140 ', ed in
tanti altri lunghi dell' uno e dell'altro poe ta. Teocrito nell' Idyl.. 17 v.
77. non è dif ficile che avesse imitato Empedocle, dicendo egli εθνεα μυρια
φωτων α εinmiglianzα di quel che dice il nostro poeta nel 8 verso e nel 14, (6
).Simplic. de. Phys. aud. I. 1 p. 7. Quer sti versi sono quegli stessi innanzi
a' quali di ce Simplicio ch' erun collocati quelli della na: ta (5 )..... L'
epiteto Truji Payowymi è Omerico. II. 8 v. 320 e 435. Orfeo nell'inno all'
etere, chiama l ' etere dotepo@ eyzes (7 ) I primi tre' versi sono presso
Arist. de anima li i càp. 7, e tutti presso Simp. de Phys. aud. I. 2 p. 66 Aldo.
Simplicio af ferma che appartengano al primo libro d' Em. pedocle λεγει εν
πρωτω. Ε come sono dello stesso tenore della nota (6); cosi si sono si tuati
vicino a quelli. Nel 1 verso επικαιρος in luogo di επίκρανος 273 è d'Omero. II.
1 v. 572, e il v. 572, e il xoayolai é ' Esiod. Theog. v. 865. Nel 3 l’ oGTEL
deuxa è parimente d ' Esiod. Theog. v. 540, e 557 e d'Omero. Il. 24 v. 793. (8
) I primi due versi si trovano presso Plut. de primo frigid., e il 7, 8, 9
presso Arist. de gen. et corrupt. Tutti presso Simpl. de Phys aud. l. 1 p. 8, e
nella pag. 34 sono pre ceduti da due seguenti versi. 1 እእእ. αγε των δ * οαρων προτερων επί μαρτυρα δερκεί Ει τι και εν
προτερoισι λιποξυλον επλετο μορφη • 1 Di questi due versi non si sa che voglia
dire quel Altofurov legno pingue: Perchè pa-. re ch? Empedocle voglia
rapportarsi a' prece: denti colloquj dove forse v'era qualche for. ma
Altrotuloy. Si è cercato di sostituire Action Yugov, ma neppure s intende. Però
si sono trascurati nel testo questi due versi. Nel 3 verso si legge presso
Plut. Svopa EVTA xep ply a negyté, ch? è spiegato tenebroso, ed crribile. Ma
come non si sa ď' onde poss m m 274 sa derivare played soy si è sostituito
plyndor, che più si conviene all'acqua. Indi è che si è scritto VIOOEYTA,xoh
pigns.ovte. E' vero che il vero so diventa spondaico; ma gli epiteti dell' ac
qua sono più confacenti alla sua natura, e corrispondono più all'intendimento
d'Empedo cle, che in questi versi vuol dare i caratteri di ciascuno dei quattro
elementi, siccome at testa Simplicio de Phys. aud. - p. 7. Nel 4 προρε8σι
θελυμνα τη luogo di προθελυμνα. It' 9 vi 537. Il 5 verso è simile a quello d.
Omero. Il. 18 v. 511, ilil 7 al v. 70. Il. e al. v. 38 d' Esiod. Theog., e l'8
al v. 163 Odys. 15. Nel 9, e 10 l ' epiteto de' pesci υδατοθρεμμονες, e quello
degli Dei δο. arxay wres sono tutti due propj d'Empedocle; giacchè non si
leggono presso altro poeta. Il Tlpenoi Ospirtoi pare che sia preso dal v. 494 1
11. 9 • (9 ) Simplic. de Phys. aud. 1. 1 p. 34. Egli li rapporta dopo quelli
della nota (8) e dice, che Empedocle li soggiunge in esempio. Non v'è quindi
dubbio, che debbono essere collocati nel primo libro, e dopo di quelli. Vi 275
si trovano alcuni versi ripetuti alla maniera Omerica, e nel g versa ľws YÜ XEV
come nel v. 749 Il. 11, e nel v. 11 della Theog. d' Esiod. Nel 10 si e mutato
l'acheta in fore, e nell' 11 vi si troνα μυθον ακεσας nel miodo stesso d'Omero
II. 7 v. 54. Odys. 2 z v: 560, (19 ) Simplic. de Phys. aud. l. 1. Costui, dopo
d' avere rapportato i versi delle note (8) • (9 ) 80ggiunge και ολιγον δε
προελθων αυθις Çnti. Però si son collocati dopo, e come ap partenenti al primo
libro. Il 7 di questi ver si è quello stesso, ch ' è stato inserito da 9 nes
versi della notą (4). (11) Il 2 verso si trova presso Plut. net lib. de adulat.
et amici discrimine: il terzo presso Aristot. Metaph. 1. 3. cap. 4.- Tutti tre
presso Clem. Alex. Strom. I. 6. Il secondo verso, si rapporta d'alcuni ne: pos
nilov ufos, ma Empedocle nel 19 della nota (4) dice c7 NETOV, e per altro pare
più armonioso ed Omerico. Questi versi, come quel li, che indicano i quattro
clementi ', non si possono collocare che nel primo libro. m m 2 276 ! (12 )
Arist. Metaph. l. 3 cap. 4. Simplic. de Phys. ' aud. 1. 6 p. 272. Plutaroo nel
lib. de Reip. geć. praecept. vi allude dicen da τιμας ονομαζω κατ' Εμπεδοκλεα.
Questi ver si non possono appartenere, che al primo li bro; perchè in esso
dichiara Empedocle le due forze amicizia e lite. (13 ) Simp. 1. i de Phys. aud.
p. 34. La parola aprice del primo versa può significare pari di numero,
perfetto, ed adatto. Si è tradotta pari; perciocchè si è trovato che i corpi,
di cui Empedocle enumera le parti de gli elementi, da cui quelli son composti,
non sono che di numero pari. Cosi l'ossa di oi to parti nota (7 ), la carne di
parti eguali de quattro elementi nota (6 ) et.. (14 ) Arist. de Gen. et
Corrupt. l. i cap. 1, e De Xenoph. Gorg., at Zenon. Plut. de Pl. Ph. l. 1 e
adv. Golot. Si sono collocati nel primo libro perchè Plutarco dice chiaramente
de Pl. Ph. l. i λεγα δε ετως και των πρώτων φυσικών και Anno de Tol spaced è
modo turto ď Omero II. 1 v. 797. Odys. 11 V. 453. Odys. 10 2: 7 V. 495 ec.
L'a.JavaTolo TEMBUTn è d' Esiod. in Scuto Herc., ' e nell'ultimo verso Bpomois
"QvIpomolol è maniera greca che spesso si tra, va presso Omero ed Esiodo
che dicono Bpotox ardpa. Il Duris nel principio come opposto a 76 deutn pare
che indicasse la nascita. Ma co me in fine significa natura si è lasciato cob.
la sua propia significazione di natura. (15 ) Plut. adv. Colot. Questi versi,
come si vede dalla materia, sono una continuazio ne di que' della nota
antecedente. Si sospetta che questi versi fossero sta ti alterati da qualche
copista. Vi si osserva ows per uomo in genere neutro, che suol esa sere presso
i Greci di genere maschile. (16 ) Simpl. de Phys. aud. 1, 2, pag. 85 Aldo. E
siccome queg!i dice « TOTO'S AS T8 Εμπεδοκλεας εν τω δευτερη των φυσικών προ
της ανδριων και γυναικιων σωμάτων διαρθρωσεως TAUTU TC ETn, Empedocle nel
secondo libro delle cose fisiche canta questi versi prima di parlare della
formazione e articolazione de' corpi de maschi e delle femine Non vi ha 278
quindi alcun dubbio, che questi versi fan par te del secondo libro, e che il
soggetto di que. sto libro si versa sulla nascita degli uomini, e de' corpi de'
maschi e delle femine. Però è, che tutti i versi che riguardano la formazio ne
degli uomini, e de' loro membri, e delle parti del corpo umano e loro funzioni
sono stati da noi posti nel secondo libro. IL 3 verso è un'imitazione d'Omero
nel v. 157 dell' Iliad. 4, 810Quais secondo Simpli cio esprime la massa tutta,
del seme, che an cora' non indicava la forma de' membri. (17 ) Aeliano de Nat.
anim. I. 16 cap. 29. Le forme descritte in questi versi sono ricor date da
tutti gli antichi scrittori come singo lari. Cosi Arist. Nat. ausc. l. 2. cap.
8. Es se non poterono durare, perchè non eran tra loro convenienti. Di quando
in quando ne na. sconto de' simili, e questi sono i mostri.: (18) Simpl. de
coelo 1. 2. Arist. de coel. 1. 3 cap. 2. De Gen. I. i cap. i8. Isaac. Tzetze in
Comm. ad Lycophr. Epi vax65 • (19 ) Simpl. de coelo l. 2. (20 ) Simpl. de Phys.
aud. 1. 8 p. 258 279 Aldo. Nel terzo verso si è spiegato pngjely! al la maniera
d'Omero Il. 1. v. 437. Nel 6 e nel 7 - sono da notarsi ud poplene Opols, opsta
μελεσσι, € πτεροβαμμoσι κυμβας clie sono ma niere originali d' Empedocle. (21 )
Aristot. de respir. cap. 7. Questo è il più bel frammento d'Empedocle, e forse
l ' avanzo più, venerando dell'antica fisica, in cui non solo si spiegà da
Empedocle il modo a suo credere del nostro respirare, ma si di mostra eziandio
il peso, e la molla dell' a. ria. Egli è stato tradotto per quanto si può
letteralmente, e solamente si è ito aggiungen. do talora la forma della
clessidra, senza di che non si avrebbe potuto chiaramente com prendere Il coros
del 4 verso corrisponde al cruor de’latini. Il. 16 y. 162. Chi si conosce –
Omero può accorgersi come va adattando Em. pedocle tutte le parole e frasi
d'Omero nel 5. sino all ': 8 verso. Lo stesso WTTEL OTAY Trays è ď Omero nel v.
362 Il. 15.. L'EPOMBAEOS, che Omero applica ail' acqua'. Ili 16 v. 174,
Empedocle l'adatta alla duttilità del bronzo 200 Verso. It all'acqua, nel 9
TEPEY Ejedes dell' 11 è d' 0. mero Il. 14 v. 406. L'autap ETHTU nel 15 è forma
parimente Omerica Il. 11 V. 304 Odys. l. 9 v. 371 ec. L'ayrilor ud wp nel 16 si
trova applicato al giorno in Oniero, e qui che non può esser fatale se non per
che nella clessidra è destinata a notare le ore che scorrono. Nel 18 verso
Bpotew Xpor presso Esiod. Opera è preso per umano corpo, qui per la mano. Nel
20 ilil duonysos è applica to alla guerra. Il. v. 395 ec. Da Empedocle si
acconcia al gorgogliamento dell'acqua (22 ) Arist. de sensu et sensili lib. i
cap. Nel 2 verso σελας πυρος αθομενοιo e d ' Omero. Il. 9 v. 559. Il. 10 v..
246. II. 11 v. 219. II. 6 v. 282 ec. Il 24uepiny νυκτα e simile all' αμβροσιην
δια νυκτα d' O mero. Il. 2. v. 57. Nel 3 si trova apopg85 ch'e' una metafora,
quasi che le lanterne di fendendo il lume da venti se li succhiassero; giacchè
quopges vuol dire succhianti. Il mayo Town dyepewr Odys. 5 v. 293 e 304. Nel 4
verso il divanid ve si aeyrwy si trova in Omero Il. 5 v. 526. Nel 5 ci ha un
epiteto de' 2. Nel dia 282 indomiti; per raggi ch ' è molto ardito UTCpert chè
non sono vinti dalla notte. La stessa pa rola walioruto nel i verso per
preparare è Omerica. Il. il v. 86 '. In quanto poi alla costruzione delle
lanterne è da dirsi, che for se allora erano di corno trasparente. (23 ) Il i e
gli ultimi due versi presso Giov. Tzetze Chil. 5 p. 382. Il 2 presso Theod. de
Curat. Graec. l. 1. IlIl 22,, 3, e 4 pres SO Clem. Aless. Strom. 1. 5. Dal 5
sino all ' ultimo presso lo stesso Giov. Tzetze Chil. 13 p. 476. Gli ultimi due
versi sono anche rap portati da Chalcid. in Tim. Pl. Essi sono sta ti tutti
disposti nell' ordine, in cui sono no tati, che sembra non esser disconveniente,
e fanno certamente parte del lib. 3. Poichè Tzetze nella Chil. 7 p. 382 nel
rapportarli soggiunge Εμπεδοκλης τω τιτω των φυσικων δεικ: VUOY TIS ' N. sold
togey το θεα κατ' επ'ος ετω λεγων. 9, Empedocle nel terzo libro delle cose fisiche.
volendo indicare quale sia la sostanza di Dio dice cosi Il pendea nel senso in
cui qui lo pigliu Empedocle è comune ad Omero nell' Odissea n n. 282 o ad
Esiodo nella Theng. (24) Clem. Alex. Strom. 1. 5. Il. 1 ver so manca d'un piede,
e si potrebbe compiere leggenda Ει ο αγε τοι μεν εγω λεξω. Vi si os serva poi
la stessa maniera d Oniero nell ' ap porre degli epiteti al mare, all'aria,
aile tere. (25) Athen. Dipnosoph. 1. 8 p. 334. Il devd pece pecupce è d'Omero.
Il. 9 v. 537. Lo stesso Athen. nel medesimo luogo attesta che tutti i pesci da
Empedocle furon chiamati zce paglves. (26 ) Aristot. 1. 2 de coelo cap. 8 e De
Xenoph. Zenon, et Gorg. Gli ultimi due versi presso Clem. Aless. Strom. 1. 6.
(27 ) Plut. de Pl. Ph. I. i cap. 18. Theo dort. de mater. et mundo Serm. 4 p.
1080. (28) Plut. Symp. l. 4 quaest. 1. Macro bio Saturn. l. 7 p. 521. E siccome
in Plut. si leggono alterati; cosi sono stati correlti con Macrobio. (29 )
Plut. quaest. Nat. p. 916. (30 ) Plut. quaest. Nat. p. 917, et de Curiosit.
Alcuni leggono Keuuata, altri rappese. (283 ra, ma si è sostituito xeu-ged, che
pare più acconcio al senso dell'autore (31 ) Arist. Nat. Auscult. 1.? cap. 4, e
De Part, Anim. I. i cap. 1, Simpl. I. Phys. (32 ) Simpl. de Phys. and. I. 2 p.
73. (33 ) Simpl. 1. 2 de Ph. aud. p. 23. L' epiteto de incepa come dice '
Hesichio' è propio d' Empedocle.; ed il polyurgadins d'Omero II. 1 v. 352, (34)
Simpl. l. 2 de Phys. aud. p. 74 Aldo. (35) Simpl. 1. 2 nel med. luog. (36)
Simpl. 1., nel med. luog. (37) Simpl. 1. 2 de Ph. aud. p. 73. (38 ) Simpl. l. 8
de Ph. aud. p. 272. (39 ) Plut. in l. non posse suaviter vivi jut. xta epicuri
decreta. (40 ) Simpl. de Ph. aud. l. 8 p. 272. (41 ) Simpl. nel med. luog. (42
) Simpl. nel med. luog. (43) Arist. de Gen. et Corrupt. l. i cap. 6. (44)
Simpl. de coelo Com. 21. p. 88. (45 ) Arist. de Gener. et Corrupt. 1. i cap. 6.
La frase zgova dupsyo, presso Omero Il. 6 y. 411. nn 2 284 (46) Plut. quaest.
Nat. p. 916. (47 ) Arist. de Gener. anim. 1..1 cap. 18. (48) Arist. de Gener.
anim. I. 4 cap. 1. (49) Plut. nel lib. de Amic. multitud. (50) Arist. de Gener.
anim. 1. i cap. 23. Alcuni leggono μακρα δενδρεα. (51 ) Plut. quaest. Platon.
p. 1006.4. (52 ) Plut. de fac. in orbe lunae dove in luogo d' ožupeans è da
leggersi očußeans e in vece di naiyo Iraupe come si è rapportato nel. la nota
(35). (53) Plut. de fac. in orbe lunae. Questi versi sono stati corretti da
Xilandro. (54) Arist. Metaph. l. 3 cap. 4 de anim, 1. i cap. 2. Sesto Emp. adv.
Gram. l. i cap. 13 e adv. Log. l. 7 Chalc. in Tim. cap. 21 p. 131. Pare che in
questi versi Empedocle abbia imitato Omera Il. 13 v. 31, e Il. 16 v. 215. Il
tip apo ndoy Omerico. Il. 2 v. 455. L'epiteto della lite rugpw, che da Omero si
adatta alla vecchiaja, e talora alla ferita ec. è situato in fine del verso
come in Omero II. 5 v. 153, e Il. 10. v. 79. Il. 16 v. 393 ec. 285 3. (55 )
Sext. Emp. adv. logic. l. - 8 p. 512. (56) Stobéo Ecl. Plys. l. 1 p. 131. L'
última verso è anche rapportato da Chalcid. in Tim. Pl. p. 29,, ed è un
imitazione di quello d' Esiodo nella Theog. 7 spe pezy 750" T δες, περι δε
εστι νοημα • (57 ) Aristot. de anima 1. 3 сар. (58) Aristot. de anima" nel
med. luog. (59 ) Aristot. de Gener. 1. i cap. 13. (60) Plut. adv. Colot. (61 )
Clem. Alex. Strom. l. 5 Theodor. de curat. aegritud. Ethnic. Acciaolus Theod,
interpres I. i contra Graecos. (62 ) Arist. Meteorol. l. 4 cap. 9, atspao TURVO
è d ' Omero. Il. 11 y. 454, e otißola pous pedeerol è d ' Esiodo opera v. 148. (63
) Plut. Symp. 1. i cap. 3. Deve lege gersi andyl. (64 ) Plut. Symp. 1. 3.
quaest. 1. (65) Plut. Symp. I.,1 quaest. 2, e nel lib. de fac. in orbe lunae. (66)
Put. de Orac defectu. Per finire il verso si è supplito nella traduzione artos.
(67 ) Plut. Simp. I.? quaest. 10, 286. (68) Plut. de Orac. defect: (69) Plut.
Simp. 1. 8 quaest. 3. (70) Arist. Poet. cap. 25 c Meteor. l. 4. 71) Theophr. de
Caus. Plant. 1. i cap. 14. (72 ) Athen. Dipnosoph. l. 8 p. 365. Que sti versi
si son collocati come appartenenti al poema 'della natura; perchè parlano di Ve
nere, che indica l'amicizia. Vi si trova il Soydan codpots parola composta da
Empedocle, che non si legge in altro poeta. Si dee lege gere Κυπρις nel testo,
e non Kπρις. (73 ) Sesto Emp. adv. Log. 1.? Gli ul. timi due versi sono anche
rapportati da Plut. nel 1. de áud. Peet. Nel 2 yerso Scalig. legge suve ETEITA,
ed Erric. Stef. dely ETECL; ma ne' MSS. si trova SaneM.T, Si è quindi
conservata, come sta ne' MSS., e si è ritratta da dep @ os che più s' adatta al
senso dell'autore. Questi versi unitamente agli altri delle note (24) e (75 )
sono riferiti da Sesto Emp. come quelli, che con poche interruzioni si suc
vedono. E come Empedocle si dirizza ad un solo, ch'è Pausania;' cosi tutti fan
parte del 287 Chil. 1, pra poema sulla natura, (74) Sesto Emp. adv. Log. l. 2 (75
) Sesto Emp. nel med. luog. (70) Laerz. in Emp. 1. 8. Joan. Tzetze I versi 3, 4,
5 sono anche pres. so Clen). Alex. Strom. 1. 6. Nel 5 si legge d' alcuni
παλιγτιτα c d' altri παλιντινα; mα da Casaub. si vuole raditova, e fondasi so
Suida. Nell'ultimo verso è da notare che il sanare gl' infermi si esprime,
presso gli an tichi avastne dall'inferno. Plut. in amat. Horaz. l. 2 Sat. 1 V.
82. (77 ) Laerz. l. 8 in Emp. I versi 3 € 4 si trovano presso Sesto Emp. adv.
Gramm. 1. i cap. 13, e presso Philost. Vit. Apoll. Se condo Laerzio cosi
Empedocle avea dato prin. cipio al suo poema delle purgazioni cvcpzopese νός
των καθαρμων φησίν. (78) Sesto Emp. adv. Gram. I. 1 e Laerz. in Emp. 1. ' 8.
Sesto Empirico mette questi due versi dopo quelli della nota (77 ) e soge.
giunge nas nary. Sicchè icon c'è dubbio che appartengano alle purgazioni. (79)
Plut. de exil. I. 2, e l'ultimo meza 288 zo verso è presso Hierocle in aur.
carm., il quale lo ' rapporta unitamente al penultimo ως Εμπεδοκλης Φυσι ο
Πυθαγοραος • (80) I primi tre versi presso Plut. nel lib. de vit. aere alieno,
e tutti quattro presso lo stesso Plut. de Isid. et Osir., e presso Eusebio. (81
) Hierocl. in aur. carm. (82) Hierocl. in aur. carm. (83 ) Clem. Alex. Strom.
1. 3. (84) Clem. Alex. Strom. I. 3 0 70xO1 peegee herdos Il. 1 v. 254. (85)
Clem. ' Alex, Strom. I. 3. (86) Clem. Alex. nel med. luog. (87 ) Stob. Ecl.
Phys. 1. i. (88 ) Porph. de Antr. Nymph. Ediz. di Van - Gcens p. 9. (89 ) Clem.
" Alex. Strom. 1. 5 Origen, Phy losophumera. Phil. in V. Apoll. Athen.
Dipn. In luogo di do7Os, che è un epiteto dato da Esiodo e da Poeti Greci al
pesce, presso d' al.cuni si legge eurupos. A prima vista pare che l' epiteto
ignito non abbia luogo; mu ove si voglia riflettere che giusta Empedocle, gli
ani mali molto caldi cercarono l'acqua, ed ivi 289 soggiornarono, si può
comprendere in qual senso abbia potuto adattare al pesce l ' epiteto Europos. (90)
Eliano de Nat. anim. I. 12 cap. 7. Questi versi appartengono al poema delle pur
gazioni. Perchè Eliano nel rapportarli soggiun ge λεγει δε και Εμπεδοκλης την
αριστην αναι με: τοικησιν την τα ανθρωπου ει μεν ας ζωον η ληξις αυτην μεταγαγα
λεοντα γινεσθαι και δε ας φυτον dadyny. » Empedocle dice che ottima sia da
stimarsi la trasmigrazione dell'uomo, se do vendo passare in un bruto la sorte
lo porta nel corpo del leone, e se in una pianta lo porta nell' alloro L'
epiteto ηύκομοισιν Ο. mnerico. (91 ) Plut. de animi tranquill. L'epiteto
έροέσσα e d' Esiodo che dice Θαλιη εροεσσα και ma non s' intende quello di
μελαγκαρπος che vuol dire produttrice di frutti neri che Empe docle adatta ad
Asafia o sia al genio dell' oscurità. Giovanni Tzetze Chil. 12 dice Ecco
πεδοκλης προ παντωντε φιλοσοφος ο μέγας • γα γαρ την ασαφα αν μελαγκορον
υπαρχαν ως κελαινωπας τον θυμον ο Σοφοκλης που λεγα 25 * Ο Ο 290 SO • Empedocle
filosofo, grande sopra d'ogn'al tro, chiama Asafia o sia l'oscurità di nera
pupilla conie Sofocle dice l'animo di nero via In sostanza poi vuol qui
indicare Em pedocle quello che noi diciamo animo cupo, che tutto è coperto, e
tutto fa con riserva. (92 ) Diod. Sic. Bibl. Hist. 1. 13 p. 204. (93) Clem.
Alex. Strom. 1. 5. (94) Plut. adv. Colot. L'ultimo verso è stato corretto da
Giov. Clerc. Bibl. Choisie Tom. 1. (95) Arist. Rhet. l. i cap. 13. Si son
collocati in questo poema delle purgazioni; perchè Aristotile dice che
riguardano la proi bizione d uccidere gli animali. xoy ws EyeTedo κλης λεγα
περι τε μη κτιγαν το εμψυχσν. τετο γαρ τισι μεν δικαιον τισι δε και δικαιον. »
Co me dice Empedocle parlando della proibizione d' uccidere qualunque animale.
Poichè que sto non può essere giusto per alcuni e per al tri nò L' epiteto
supurtedortos é d' Omero e quello d'atletoy è d ' Esiodo. (98 ) Sesto Empir.
adv. Phys. I. 9 p. 580. Plut. de Superst. Nel 5 verso l'entBTT05 si 291 è
tradotto per indegno d'essere udito come půs letterale. Na potrebbe avere due
altri sensi cioè: da non essere compreso, o pure come colui, che è pieno di
Qyaxer 116 che vuol dire contumacia, o inobbedienza; perchè senza di ciò non si
ritrae un senso che sembra ragio nevole. Nel 6 a legurato d'apra è d' Omero
nell' Odys. 13 v. 23. (97 ) Porphyr. de non necandis ad epulan dum animalibus l.
2 pag. 137 ediz. di Lio ne 0285dic epga per scelleraggini è d'Omero Odys. 14 v.
83. (98 ) Porphyr. de non necandis ad epul. anim. I. 2 pag. 131. Il primo verso
somiglia a quello ď Omero Il. 24 v. 69. Alcuni leg, gono appatolor in luogo d '
cxpitolob. (99 ) Clem. Alex. exhortat. ad gentes. Awe Q10ste Odys. 11 v. 460. (100
) Clem. Alex. Strom. I. 5. (101 ) Clem. Alex. Strom. I. 4 Bpotol o pu. re ardpes
sain horlon. Il. 1 v. 266, e 273. (102 ) Clem. Alex, Strom. 1. 5. Questi due
versi sono stati corrotti. Nel primo verso Sca. ligero legge fyte TPUDEGcus in
luogo d' AUTOTA. OO 2 292 che non FIG. In verità questa seconda maniera cor
risponde meglio all'opertio. Nel secondo leg ge Ευγιες ανδρειων αχεων αποκηροι
ατειρεις. dla ad altri è piaciuto all' aydpelwy di sostituire l' and pouleur
ch'è più adatto e pie Omerico; all' електро! ľ Anouampor ch'è anche più ragione
vole; ed in fine all ατειρείς I'' ατηρείς si sa donde possa derivare. Si
potrebbe dire più presto artelpon. Vi sono poi di quei che in luogo di amewn
leggong amoywy; dimodochè spiegano coi forti achivi. (103 ) I primi due versi
sono presso Laerz. 1. 8 in Emp., e tutti si leggono presso Janibl. de Vit. Pyth.
p. 54. Questi versi si sono col locati nel poenia delle purgazioni; perchè in
questo poema Empedocle dichiara la morale pittagorica. (104) Presso Suida voce
Axpwr e Laerz. I. 8. in Emp. Questo epigramma, come dicono e Suida e Laerzio, è
diretto a punzecchiare Acrone, che domanda a la grazia di ergere un gran
monumento a suo padre in un luo. go alto della città di Gergenti. Empedocle va
scherzando.col nome di Acrone e la parola 293 acron che in Greco significa alto
e altezza. Ma questo scherzo non si può rendere nel no stro linguaggio. (105)
Laerz. in Emp. I. 8 & Towvoploy indi ca nome conveniente alla cosa. Perchè
liquo gavin in greco può significare che fa cessar i mali, e i dolori. Perciò
Empedocle scherza col nome del suo amico. (106) Questi due versi s'
attribuiscono dit Aulo Gellio Noct. Att. 1. 4 cap. 11 ad Em pedocle, e da altri
ad Orfeo. Ma in verità so no della scuola pittagorica. Si legga Didym. 1. 2.
Geoponicon cap. 35. Varii sono i sen timenti degli Scrittori sulla proibizione,
che facea la scuola Pittagorica, di mangiar del le fuve. Secondo alcuni, perchè
non sono sa lutari, e secondo altri perchè sono simili agli organi della
generazione. Di fatto Gellio dice che l'astinenza delle fave era un simbolo,
eon cui si volea indicare da Empedocle l'a ' stinenza delle cose veneree. (107
) Questi versi esprimono il giuramen to che si facea nella scuola Pittagorica.
Si leggono presso Jambl, de vit. Pyth. p. 125, 294 Ma non semhrano d'esser
d'Empedocle cosi perchè non corrispondono allo stile del nostro poeta, come
ancora perchè vi si osserva il dia. letto dor ico, che non mai egii usò ne'
suoi poemi. ROMA BIBLIOTECA 295 Note mancanti nel Tomo I. pag. 67. MEMORIA
SECONDA. (121 ) Απηρεν ασ Κροτωνα της Ιταλίας και κακοι τομές θες τοις
Ιταλιωταις εδοξασθη συν τοις μας θεματας και οι περι τας τριακοσίες οντες
ωκoνoμαν αριστα τα πολιτικα ωστε σχεδον αριστοκρατίας αναι την πολιτααν και
Pittagora si porto in Cro tona d'Italia; ed ivi dando leggi agľ Italias ni fu
egli in onore unitamente a' suoi disce poli. Trecento de' quali amministravano
otti mamente le cose politiche, si che quella re pubblica era di posta a
governo di ottimati, Laerz. in Pythag. (122 ) La persecuzione della scuola
pitta gorica nacque da ciò, giusta Jamblico nella Vita di Pittagora cap. 35,
che i pittagorici allontanavano il popolo dalle magistrature, e da' pubblici
consigli, e voleano essi soli, come sapienti, regolar le cose pubbliche.Grice:
“If people call William of Ockham, Surrey, Occam, I shall call Empedocles of
Agrigentum Agrigentum, or Agrigento simpliciter in the vulgar.” Vide “Italic
Griceians”While in the New World, ‘Grecian philosophy’ is believed to have
happened ‘in Greece,’ Grice was amused that ‘most happened in Italy!’ Empedocle
da Girgenti – Keywords: Girgenti -- Refs.: Luigi
Speranza, "Grice ed Empedocle," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.


No comments:
Post a Comment