Grice
e Grimaldi: l'implicatura conversazionale anti-peripatetica – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Cava de’ Tirreni). Filosofo italiano. Grice: “I have spoken of
‘magic’ – “two kinds of magic’ – actually, for Grimaldi there are THREE: ‘black
magic,’ ‘artificial magic,’ and my favourite, ‘natural magic’!” Nacque da
nobile famiglia locale di origini genovesi. Compì i suoi studi avvicinandosi a
Cartesio, di cui fu seguace e fece parte del gruppo chiamato degli epigoni
dell'Accademia degli Investiganti. Consigliere Regio. Scrive numerose opere, raccolte
poi in "Istoria dei libri di don Costantino Grimaldi, scritta da lui
medesimo". Tra quelle più note si possono elencare le “Considerazioni
intorno alle rendite ecclesiastiche del Regno di Napoli” (Napoli), le “Discussioni
filosofiche” (Lucca), la “Dissertazione sulle tre magie, naturale, artificiale
e diabolica (Roma). Il figlio gli dedicò "Ragioni genealogiche a' favore
della Famiglia Grimaldi del Sig. Cons. D. Costantino Grimaldi. Colli signori
Grimaldi di Seminara, e con quelli patrizj di Catanzaro" F. A. Meschini,
nel Dizionario Biografico degli Italiani, indica Napoli come città natale.
Memorie di un anticurialista del Settecento. Testo, introduzione note V.I.
Comparato. Firenze, Olschki, Biblioteca dell'«Archivio storico italiano», Franco Aurelio Meschini, Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Anticurialismo. GRIMALDI, Costantino. -
Nacque a Napoli il 30 genn. 1667 da Francesco Antonio e Antonia Cacace. Ebbe
come maestro per le belle lettere e l'oratoria Matteo Taurini. Spinto dallo zio
Scipione, sacerdote secolare, a frequentare le Scuole pie di largo dello
Spirito Santo, vi strinse amicizia con il padre Tommaso di S. Tommaso d'Aquino,
dal quale apprese la filosofia aristotelica. Dopo l'anno di logica, al termine
del quale sostenne alcune pubbliche conclusioni, proseguì gli studi non di
metafisica, come avrebbe voluto, bensì, per volere paterno, di legge, sotto
Domenico Radesca e Matteo De Lellis. Lesse poi, per proprio conto, E. Tesauro,
F. Piccolomini e, per i casi di coscienza, la summa di A. Diana e l'opera di M.
Bonacina. A sedici anni, con la dispensa del Collaterale per la giovane età,
ottenne la laurea. Prese quindi a frequentare il foro, senza tralasciare,
tuttavia, lo studio delle belle lettere sotto la guida del leccese Luca
Giordano che lo avviò alla lettura dei moderni: L. Di Capua, T. Cornelio, R.
Boyle, P. Gassendi, R. Descartes. Non trascurò i classici, Cicerone e
Quintiliano sopra tutti, studiò lo spagnolo e il francese, i rudimenti della
geometria su Euclide e la medicina sotto la guida di Tommaso Donzelli. Di lì a
poco prese a frequentare il circolo di Giuseppe Valletta e strinse amicizia con
diversi personaggi illustri: Francesco Billio, Filippo Anastasio, Giuseppe
Lucina, Giacomo Grazini, Domenico Greco, Antonio Monforte, Giacinto Di
Cristofaro, Niccolò Capasso, Niccolò Cirillo, Matteo Egizio, Ottavio Ignazio
Vitagliano, Amato Danio, Felice Stocchetti. È di questi anni l'idea, cara
all'ambiente vallettiano, di una storia universale della filosofia, che il G.
concepì in contrapposizione al gesuita Giovan Battista De Benedictis. Questi
nel 1694, sotto lo pseudonimo di Benedetto Aletino, aveva dato alle stampe a
Napoli le Lettere apologetiche in difesa della teologia scolastica e della
filosofia peripatetica: cinque lettere indirizzate a personaggi fittizi (ma
facilmente identificabili) e reali dell'ambiente investigante. La necessità di
una risposta al gesuita fu immediata; lo stesso G. fornisce l'elenco di quanti
risposero o manifestarono l'intenzione di rispondere: Giuseppe Lucina, Filippo
Anastasio, Francesco D'Andrea, Domenico Greco e Giuseppe Magrino. Da parte sua
il G. in un primo momento (è lui stesso a ricordarlo) pensò di rispondere
indirettamente, compilando la sopra ricordata storia, che avrebbe dovuto
seguire lo sviluppo della filosofia nelle singole nazioni, soprattutto nel suo
sorgere presso i Greci, nel passaggio ai Romani, quindi agli Arabi e infine ai
moderni. Quando apparve chiaro che le risposte attese o annunciate non
avevano raggiunto lo scopo o che addirittura erano destinate a restare allo
stato di progetto, mentre peraltro l'Aletino e i suoi sostenitori continuavano
nell'offensiva contro i moderni, il G. si accinse a rispondere al
gesuita. Le tre risposte del G. videro la luce tra il 1699 e il 1703.
Nella prima (Risposta alla lettera apologetica in difesa della teologia
scolastica di Benedetto Aletino. Opera nella quale si dimostra esser quanto
necessaria ed utile la teologia dogmatica e metodica, tanto inutile, e vana la
volgar teologia scolastica, stampata a Ginevra per l'interessamento di C.
Musitano, presso Tournes, ma datata da Colonia presso S. Hecht), pubblicata
anonima, il G. muove dalla distinzione (già in Valletta) tra una buona e una
cattiva (volgare) scolastica: la prima che non si discosta dalla Sacra
Scrittura, dalla tradizione, dai Padri, dai concili, dall'autorità, la seconda
che, al contrario, non fa debitamente ricorso alla tradizione e pretende di
provare le verità di fede con la sola ragione umana, muovendo dalla filosofia.
Descartes, che secondo uno schema consueto ai novatoresnapoletani viene
accomunato spesso a Gassendi, è presentato come estremamente rispettoso nei
confronti della sacra dottrina, in contrapposizione a quei filosofi che dialettizzavano
la teologia. La Risposta, di cui ben presto si conobbe il nome
dell'autore, procurò al G. notevole fama e apprezzamento anche fuori del Regno
e lo mise in contatto con letterati illustri, tra cui G.V. Gravina, L.A.
Muratori, A. Magliabechi, J. Mabillon. Nella seconda risposta (Risposta alla
seconda lettera apologeticadi Benedetto Aletino. Opera utilissima a' professori
della filosofia, in cui fassi vedere quanto manchevole sia la peripatetica
dottrina, 1702), non più anonima, data la favorevole accoglienza della prima, e
stampata realmente a Colonia "perché trovò le stamperie occupate in
Ginevra", sono affrontati più direttamente i problemi della filosofia
aristotelica e del suo rapporto con la fede e con la dottrina cristiana.
Con abile mossa il G. trasforma questa seconda risposta in un serrato attacco
ad Aristotele, proprio sul terreno più caro all'Aletino, l'affidabilità
teologica dello Stagirita. Sulla base di un sapiente incastro di testi (F.
Patrizi, P. Ramo, P. Gassendi, ma anche gesuiti come Juan Maldonado, Antonio
Possevino, Michel Elizade o domenicani come Melchior Cano) e di abili
argomentazioni, il G. dimostra come alla luce dei principî aristotelici
diventino insostenibili i cardini della fede cristiana: la provvidenza, la
creazione, l'immortalità dell'anima; e, sul versante della scienza, la
corruttibilità dei cieli. Diversamente, i moderni, Descartes sopra tutti, hanno
professato dottrine non in contrasto con le Scritture: ne è esempio l'impegno
del filosofo francese per conciliare la dottrina eucaristica con la sua
concezione della res extensa. Alla terza risposta (Risposta alla terza
lettera apologetica contra il Cartesio creduto da più d'Aristotele di Benedetto
Aletino. Opera in cui dimostrasi quanto salda e pia sia la filosofia di Renato
delle Carte e perché questa si debba stimare più d'Aristotele, 1703), stampata
questa volta in Napoli da G. Rosselli, ma sempre con l'indicazione di Colonia
(perché senza la licenza dell'arcivescovo), è affidata la difesa di Descartes
dagli attacchi dell'Aletino. Questa risposta, più ancora delle prime due,
rappresenta uno fra i più importanti documenti nella diffusione del pensiero e
delle opere di Descartes in ambiente napoletano. Il G. appare, anzi, come uno
dei più attenti, se non il più attento interprete partenopeo del filosofo
francese, sia per la conoscenza pressoché integrale del corpuscartesiano allora
disponibile, comprese le lettere e gli Opuscula postuma, sia per l'acume
interpretativo. Descartes, "il miglior filosofante di ogni tempo",
viene visto soprattutto muovendo dalla sua metafisica: "È ben noto che non
solamente il metafisico sistema cartesiano s'aggiri tutto intorno alla
cognizione d'Iddio […] ma il sistema ancor fisico tutto quanto è, suppone
necessariamente per fabro, e regolatore il supremo facitore" sicché
"togliendosi per ipotesi il darsi Iddio, caderebbe e si ridurrebbe a nulla
la macchina del Cartesiano sistema" (pp. 186-188). Questa piegatura
metafisica, nuova rispetto a pensatori come Valletta e D'Andrea e più in
generale all'ambiente investigante e a quello dell'Accademia di Medina Coeli,
permise al G. di allontanare da Descartes la pericolosa accusa di collusione
con l'atomismo antico, e di inserirlo nell'alveo della tradizione di Platone e
di Agostino, di cui, in particolare, Cartesio è detto "fido seguace".
Tutti i temi e i testi della metafisica cartesiana, in un discorso che è al
tempo stesso giustificazione e ricostruzione del moto rinnovatore napoletano
che da quei testi aveva tratto alimento, sono passati in rassegna: il dubbio,
il cogito ergo sum, il criterio dell'evidenza (ove grande importanza è data al
momento dell'intuitus, il "guardo"), le dimostrazioni dell'esistenza
di Dio. Esaminata e così difesa la metafisica, la fisica cartesiana, di cui il
G. discute il ruolo delle ipotesi (diverse dalle supposizioni dei poeti e degli
astronomi, spesso impossibili), appare se non più agevole, certo più sicura. Il
G., che difende al tempo stesso Descartes e Leonardo Di Capua, polemizza non
solo con l'Aletino ma anche con talune sue fonti come il padre G. Daniel e
soprattutto l'astronomo Pierre Petit, che l'Aletino aveva indicato come propria
guida. Vengono così discusse, cogliendone precisamente i nessi, le principali
concezioni fisiche del filosofo francese: il corpuscolarismo legato al rifiuto
delle forme sostanziali (concetto applicabile solo all'anima
"ragionevole"); la riduzione della materia a estensione e negazione
del vuoto; l'universo indefinito (non infinito come gli attribuiva l'Aletino),
costituito dal moto che Dio ha impresso alla materia; l'accettazione del
principio inerziale, da cui discende che il cosmo è retto dalle leggi del moto
e liberato da ogni visione antropomorfica e finalistica. Con questo cosmo
materiale l'uomo, non più centro dell'universo, intrattiene un rapporto grazie
alle sensazioni e alle passioni, che sono in vista della conservazione e della
salvaguardia del composto anima e corpo. Nel 1703 uscì una replica
dell'Aletino alla terza Risposta del G., la Difesa della scolastica teologia, ed
ebbe inizio anche lo scambio di accuse tra i due presso il Sant'Uffizio, che
diede il via a una serie di relazioni e controrelazioni. Nonostante ciò, il G.
trovò a Roma un clima non del tutto sfavorevole, soprattutto tra i prelati
filogiansenisti, e l'opera poté liberamente circolare; anzi, grazie soprattutto
all'interessamento di A. Magliabechi (cfr. lettera del G. a Magliabechi del 13
marzo 1703, Firenze, Biblioteca nazionale, Magl., VIII.671), ebbe una notevole
diffusione in Italia e fuori. Tra il 1703 e il 1704 il G. abbozzò le risposte
contro la IV e la V lettera del gesuita. Nel 1704 venne colto da un colpo
apoplettico e l'anno dopo l'Aletino (insinuando che il 28 febbr. 1704 s.
Ignazio avesse colpito il G. perché aveva osato "malmenar" la sua
Compagnia) intervenne nuovamente con una Difesa della terza lettera apologetica
di Benedetto Aletino. La morte improvvisa del gesuita, l'anno successivo (il G.
non mancò qualche anno più tardi di vendicarsi delle insinuazioni dell'Aletino,
collegando la sua morte a una punizione celeste), la sua stessa malattia, la
denuncia alla congregazione romana delle tre risposte, il fatto che altri
avessero risposto alla replica dell'Aletino (Filippo Anastasio diede fuori uno
scritto, che non venne pubblicato, ma il G. ebbe modo di leggerlo), sono tra i
motivi per cui il G. non volle dar seguito allora alla polemica; nello stesso
periodo, tuttavia, mise mano a un'Analisi del modo di teologare, il cui
bersaglio era pur sempre la teologia scolastica, che l'autore non portò a termine
perché chiamato (direttamente dalla corte di Barcellona, su consiglio di Nicolò
Caravita) a difendere gli editti regi in materia di benefici ecclesiastici nel
Regno di Napoli contro la Curia romana. Il G., che aveva già ricoperto
cariche in seno all'amministrazione (governatore dell'arrendamento dei ferri in
Terra di Lavoro e deputato dell'arrendamento del tabacco), venne chiamato a
questo incarico il 20 luglio 1708. La pretesa del re Carlo d'Asburgo, espressa
negli editti, di conferire benefici ecclesiastici solo a regnicoli, contro la
pretesa della Curia romana, venne dunque sostenuta dal G. nelle Considerazioni
teologico-politiche fatte a pro degli editti di s. maestà cattolica intorno
alle rendite ecclesiastiche del Regno di Napoli (I-II, Napoli 1708-09), che
furono recensite nel IV supplemento degli Acta eruditorum del 1711 (pp. 369
s.). La risposta di Roma non si fece attendere: il 17 febbr. 1710 la Curia
emanò una bolla che colpiva, con le opere di Alessandro Riccardi e Gaetano
Argento, la prima parte del Trattato delle considerazioni teologico-politiche,
mentre la seconda parte veniva raggiunta dalla censura neppure un mese dopo, il
24 marzo. Il G., che nel 1709 era stato nominato consigliere straordinario del
tribunale di S. Chiara (diverrà ordinario il 28 febbraio dell'anno successivo),
preparò contro il testo della censura (la cui stesura si doveva al benedettino
Nicolò Maria Tedeschi) un Avviso critico et apologetico intorno alla bolla, et
alla censura fatta a' libri intitulati Considerazioni teologico-politche, che
circolò manoscritto negli ambienti anticuriali napoletani. Morto
l'Aletino, la polemica con i gesuiti non cessò: in un processo che li
riguardava essi ricusarono il G. come giudice, facendo leva sulla passata
polemica con il loro confratello e ottennero poi, con l'appoggio del reggente
S. Biscardi, l'esclusione del G. da tutti i processi in cui fosse coinvolta la
Compagnia, con una sentenza del Collaterale del 19 dic. 1710. Il G., che cercò
inutilmente di ottenere la revoca del decreto (facendo anche intervenire L.A.
Muratori presso il viceré Carlo Borromeo Arese, di cui l'abate modenese era
amico), ebbe tuttavia dalla sua parte Gaetano Argento e il reggente Gaetano
Rubini. Numerosi consulti negli anni successivi testimoniano la sua attività di
consigliere. In questi stessi anni il G. riprese in mano le risposte
all'Aletino con l'intenzione di pubblicarne una nuova edizione. Le controverse
vicende della stampa sono documentate dal G. stesso nelle sue Memorie, ora
pubblicate, a cura di V.I. Comparato, con il titolo Memorie di un
anticurialista del Settecento, Firenze 1964. Terminata la stesura dell'opera il
G., il 29 marzo 1719, chiese la licenza di stampa al Collaterale (non
all'arcivescovo, precisa lo stesso G., per l'illegittimità, a suo avviso, della
licenza ecclesiastica); si rivolse quindi allo stampatore Nicolò Parrino, che,
iniziata la stampa, la sospese di lì a poco su pressione di ambienti curiali. A
questo punto il G., secondo una prassi invalsa, ottenuti dallo stesso Parrino i
caratteri, continuò la stampa in casa propria. Gli ostacoli e gli equivoci
erano, tuttavia, ben lungi dall'essere superati: il cardinale Francesco
Pignatelli, arcivescovo di Napoli, cercò, infatti, di far interrompere la
stampa, senza però riuscirci; d'altro canto il viceré, cardinale Michail
Friedrich d'Althan, che in un primo momento aveva fatto intendere che avrebbe
gradito che l'opera gli fosse dedicata - cosa che il G. fece - sollevò mille
difficoltà, cui il G. rispose punto per punto, finché "vidde, ed odorò che
il signor viceré non facea più da viceré, le cui parti altre certamente
sarebbero state, ma da ministro di Roma, e da esecutore delle voglie altrui,
non ascoltando altro che gl'impulsi venutigli da colà" (ibid., p. 54). I
volumi, già stampati, vennero sequestrati, salvo quelli che il G. aveva fatto
circolare tra gli amici. Tre copie vennero inviate a Roma per il tramite del
cardinale Àlvaro Cienfuegos, ministro plenipotenziario austriaco. Una di queste
venne fatta pervenire direttamente al pontefice. Il 23 sett. 1726 arrivò la
condanna della congregazione dell'Indice, che colpiva sia la prima sia la
seconda edizione delle Risposte. Il G. affidò la sua difesa a un memoriale in
cui rivendicava il fatto che la prima edizione delle Risposte fosse passata
immune per ben tre volte all'esame del Sant'Uffizio. La nuova edizione,
intitolata Discussioni istoriche, teologiche, e filosofiche di Costantino
Grimaldi fatte per occasione della risposta alle lettere apologetiche di
Benedetto Aletino (I-III, Lucca 1725), contiene, in realtà, alcune importanti
aggiunte, che danno conto soprattutto delle letture che in quegli anni il G.
andava facendo e di nuovi legami maturati anche al di fuori dell'ambiente
napoletano: in particolare Mabillon e Muratori, Jean Le Clerc e Noël Alexandre.
Gli interventi più significativi sono nella prima risposta, con una più
convinta difesa del giansenismo, che è al tempo stesso presa di posizione per
un cristianesimo nutrito delle Sacre Scritture. Ciò significava anche, nel
momento in cui veniva tolta alla ragione la giurisdizione sulla fede, liberare
il campo della filosofia dalle intrusioni teologiche e difendere quella
libertas philosophandi che era stata e continuava a essere la bandiera dei
novatores. Le risposte alla quarta e alla quinta lettera, rimaste manoscritte e
ora conservate presso la Biblioteca nazionale di Napoli, furono redatte in un
lasso di tempo che presumibilmente va dagli anni immediatamente successivi alla
pubblicazione della terza risposta a dopo il 1724. Nella quarta risposta il G.
attinge a pensatori come Pierre Bayle e Richard Simon, a libertini come
François de La Mothe Le Vayer e Gabriel Naudé, alla cultura investigante,
sempre a Descartes, ma anche a Nicolas Malebranche. E, tuttavia, è soprattutto
il Muratori, con le sue Riflessioni sopra il buon gusto, a rappresentare in
questa fase, in cui la polemica con l'Aletino è ormai piuttosto un pretesto, un
punto di riferimento. La scolastica è attaccata sia nel suo interprete più
ortodosso, Tommaso d'Aquino, la cui valorizzazione di Aristotele non può
servire ai sostenitori del filosofo greco perché filologicamente non sorretta
dalla conoscenza del greco, sia nel suo ispiratore principe e cioè Aristotele
stesso, di cui il G. passa in rassegna gli errori nelle varie scienze. A essi,
tuttavia, il G. non contrappone un nuovo corpusdottrinale, bensì, con un
atteggiamento caro ai moderni, il metodo, aprendosi a una vera e propria
apologia della ricerca. Non mancano altresì affermazioni che nella
sostanza suonano anticartesiane, soprattutto nella direzione di un certo
vitalismo della tradizione naturalistica meridionale. Nella quinta risposta,
Per la scelta d'Aristotele in maestro contro a' libertini ed atomisti, il G.
affronta il tema dell'ateo virtuoso e, per spezzare la relazione tra atomismo e
ateismo, cavallo di battaglia dell'Aletino, ribalta l'accusa di ateismo su
Aristotele, che per di più è giunto in Occidente attraverso la mediazione
irreligiosa di Averroè ed è all'origine sia degli errori di P. Pomponazzi sia,
ancor più, di B. Spinoza. La fortuna della filosofia aristotelica, d'altro
canto, era nata, secondo il G., dalla crisi della cultura nel Medio Evo e ora
era in declino proprio per l'avanzamento della verità, grazie, soprattutto,
alle scienze sperimentali. L'opera, che si conclude con un'apologia della
ragione e dell'esperienza, contiene anche i germi di quel riformismo cattolico
che troverà in Muratori più compiuta maturazione: diminuzione delle feste
religiose, superamento della condanna sull'usura, rifiuto del magico e del
diabolico. Rinnovamento che passa - ciò è una costante nelle opere del G. -
attraverso la comprensione critica della storia ecclesiastica, meglio,
attraverso la storia ecclesiastica quale strumento critico della disciplina se
non della dottrina. Tra il 1729 e il 1733, cioè dall'uscita di scena del
viceré d'Althan all'avvento degli Austriaci, il G. trascorse uno dei periodi
più tranquilli della sua vita e al tempo stesso più intensi per la sua attività
politica: insieme con Biagio Garofalo compilò la lista delle "proposizioni
ingiuriose alla potestà de' principi" nelle Riflessioni morali e
teologiche, scritte dal gesuita G. Sanfelice contro P. Giannone, prese parte al
progetto di riforma dell'Università di Napoli, appoggiò la candidatura di Biagio
Garofalo a teologo del Collaterale e di Celestino Galiani alla cappellania
maggiore del Regno. Il ritorno a Napoli degli Spagnoli con l'avvento di Carlo
di Borbone segnò una nuova svolta negativa nella vita del G., nei cui confronti
venne aperta un'inchiesta, ancora una volta in base alle accuse della corte di
Roma e dei gesuiti, in seguito alla quale, nel 1735, perse la carica di
consigliere, non senza, tuttavia, che il re riconoscesse il suo valore: gli
venne, infatti, concesso "l'onor della toga e l'intiero soldo".
È in questo momento che il G. pose mano all'Istoria de' libri di Costantino
Grimaldi scritta da lui medesimo, con l'intento di difendere il suo operato;
fonte preziosa che permette di seguire la genesi delle sue opere e delle
polemiche in cui fu impegnato. Per ottenere il passaggio delle sue opere
censurate dalla prima alla seconda categoria dell'Indicedovette adoperarsi con
tutte le forze, ricorrendo agli amici, facendo appello a tutta la Curia romana
e giungendo, infine, a una ritrattazione (1736) che, a sua insaputa e con suo
disappunto, venne pubblicata l'anno successivo nelle Novelle letterarie di
Venezia. Negli anni successivi visse appartato, continuando a
intrattenere rapporti epistolari con vari rappresentanti della repubblica
letteraria, in particolare G.M. Mazzuchelli. A questo invierà l'Elogium che gli
aveva dedicato il padre Casto Innocente Ansaldi, insieme con le Discussioni
storiche e una versione abbreviata dell'Istoria de' libri, scritta nel 1735,
cui aggiunse le notizie relative agli anni successivi al 1734 e cenni sulla sua
giovinezza, materiali questi che Mazzuchelli utilizzerà per le Notizie storiche
e critiche intorno alla vita e agli scritti di C. G., pubblicate l'anno dopo
della morte del G. nella Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici di A.
Calogerà. Il 17 febbr. 1744 il G. fu arrestato, con l'accusa di
intrattenere corrispondenza con gli Austriaci, insieme con il figlio Gregorio,
che fu poi relegato nell'isola di Pantelleria. Il G. restò in carcere quaranta giorni
(Vat. lat., 9281, cc. 130-140). Dello stesso anno è una Lettera apologetica
indirizzata al padre Sebastiano Paoli sull'involuzione della liturgia nel
Medioevo (tema ripreso il 23 maggio dello stesso anno e il 30 nov. 1745 in due
lettere a Mazzuchelli). Polemiche attardate, come quella durante la crisi
napoletana del Sant'Uffizio nel 1746-47 allorché il G. compose il trattato
Sciagura maggiore…, rimasto manoscritto, in cui riproponeva la lotta
anticuriale a favore del sovrano e contro l'intrusione del potere di Roma.
L'ultimo scritto del G., pubblicato postumo (Roma 1751; rist. anast. Milano
1974) a cura del figlio Ginesio, è una Dissertazione in cui si investiga quali
sieno le operazioni che dependono dalla magia diabolica e quali quelle che
derivano dalle magie artificiale e naturale. Il G. morì a Napoli il 16
ott. 1750. Dei tredici figli avuti dal matrimonio (1692) con Giovanna de'
Marzi, morta durante la sua prigionia, gli sopravvissero Gregorio e Ginesio,
Bernardo, chierico e abate di S. Maria della Misericordia a Itri, Aniceto e
Teodosio, monaci olivetani, e tre femmine. Il G. intrattenne un'ampia
corrispondenza: in particolare le sue lettere al Magliabechi sono conservate
nella Biblioteca nazionale di Firenze, quelle al Muratori nell'Archivio
Muratoriano di Modena, quelle al Bottari, infine, presso la Biblioteca
Corsiniana di Roma. Fonti e Bibl.: Biblioteca apost. Vaticana, Vat. lat.,
9281, cc. 130-140: Viri clarissimi Costantini Grimaldi senatoris Neapolitani
elogium authore P. C.I. A. O.P. [C.I. Ansaldi]; G. Grimaldi, Lettera di
Claristo Licenteo [Licunteo]scritta al signor Rodolfo Grandini, in cui si
essaminan due luoghi del signor Francesco Maradei in persona del regio
consiglier d. C. G., s.l. 1716; Lettere dal Regno ad Antonio Magliabechi, a
cura di A. Quondam - M. Rak, Napoli 1978; G.G. Scarfò, Opuscoli, III, Napoli
1727, pp. 56 s.; G.M. Mazzuchelli, Notizie storiche e critiche intorno a C. G.,
in A. Calogerà, Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici, XLV, Venezia
1751; Index librorum prohibitorum, Roma 1758, p. 17; M. Delfico, Elogio di C.
G., Napoli 1784; L. Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del
Regno di Napoli, III, Napoli 1787, s.v.; M. Schipa, Il Muratori e la coltura
napoletana, in Arch. stor. per la provincie napoletane, XXVI (1901), pp.
553-649; P. Sposato, Le "Lettere provinciali" di Biagio Pascal e la
loro diffusione a Napoli durante la "rivoluzione intellettuale" della
seconda metà del secolo XVII, Tivoli 1960, pp. 27-47, 72-100; N. Badaloni,
Introduzione a G.B. Vico, Milano 1961, passim; E. Boscherini Giancotti, Nota
sulla diffusione della filosofia di Spinoza in Italia, in Giorn. critico della
filosofia italiana, XLII (1963), pp. 339-362; R. Ajello, Il preilluminismo
giuridico, Napoli 1965, pp. 146 s.; V.I. Comparato, Ragione e fede nelle
discussioni istoriche, teologiche e filosofiche di C. G., in Id., Saggi e
ricerche sul Settecento, Napoli 1968, pp. 48-93; B. De Giovanni, "De
nostri temporis studiorum ratione" nella cultura napoletana del primo
Settecento, in A. Corsano et al., Omaggio a Vico, Napoli 1968, pp. 141-191; B.
De Giovanni, Il ceto intellettuale a Napoli fra la metà del '600 e la
restaurazione del Regno, Napoli 1968, pp. 35, 37 s., 43, 83 s.; F. Venturi,
Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, Torino 1969, pp. 31-33, 83, 87,
322, 375, 388, 532; V.I. Comparato, Giuseppe Valletta e le sue opere. Un
intellettuale napoletano alla fine del Seicento, Napoli 1970, ad ind.; G.
Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa di Pietro Giannone, Milano-Napoli
1970, pp. 266-271; A. Lauro, Il giurisdizionalismo pregiannoniano nel Regno di
Napoli. Problema e bibliografia, Roma 1974, ad ind.; L. Osbat, L'Inquisizione a
Napoli: il processo agli ateisti 1688-1697, Roma 1974, pp. 51, 54; G.
Ricuperati, C. G., Nota introduttiva, in Dal Muratori al Cesarotti. Politici ed
economisti del primo Settecento, V, Milano-Napoli 1978, pp. 741-774; E. Garin,
Storia della filosofia italiana, Torino 1978, pp. 874-876, 882, 907; V.
Ferrone, Scienza natura religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel
primo Settecento, Napoli 1982, pp. 478-481; M. Torrini, La discussione sullo
statuto della scienza tra la fine del '600 e l'inizio del '700, in Galileo a
Napoli, a cura di F. Lomonaco - M. Torrini, Napoli 1987, pp. 357-383; F.
Cacciapuoti, Il processo agli ateisti: dalle discussioni teologiche al
giusnaturalismo, in Dalla scienza mirabile alla scienza nuova. Cartesio e
Napoli, Napoli 1997, pp. 149-174; G. Belgioioso, La variata immagine di
Descartes. Gli itinerari della metafisica tra Parigi e Napoli (1690-1733),
Lecce 1999, pp. 29-62; E. Lojacono, Immagini di Descartes a Napoli: da Valletta
a C. G., II, in Nouvelles de la république des lettres, 2000, n. 2, pp. 45-65.
Grice: “There is something to be said about what Italians, in connection with
Grimaldi, call ‘anti-curialismo,’ as opposed to the more general, and more
revolutionary, ‘anti-clericalismo.’ My father being a non-conformist, would
love Grimaldi on both counts!” -- Costantino Grimaldi. Grimaldi. Keywords:
magica naturale, magica artificiale, magica diabolica. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Grimaldi: implicatura peripatetica”– The Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment