Thursday, May 24, 2012
Edipodia operistica -- 1585 -- Purcell, Legrenzi.
Speranza
Una tragedia del Novecento italiano dedicata a Edipo - ne diremo in seguito autore e titolo - inizia di
fronte alle mura di Tebe.
Il portone della città è sprangato, sui bastioni una sentinella. Arriva un Messo,
chiede di Edipo.
Vedremo poi qual è la risposta del guardiano. Nel testo di Sofocle, Edipo dice alla
madre: «L’amore con mia madre […], un incubo». Allora Giocasta: «Non farti ossessionare dalle nozze
con tua madre. Nei sogni l’amore con la madre l’hanno fatto in tanti: sciocchezze. Chi non ci
bada vive meglio». La risposta di Giocasta avrebbe potuto pregiudicare la nascita della psicoanalisi,
ma non scoraggiò il dottor Freud che, all’inizio del XX secolo (era proprio l’anno 1900) pubblicava
L’interpretazione dei sogni. Freud si chiedeva se gli avvenimenti che lacerano la vita di Edipo siano
conseguenze di predisposizioni psichiche. La scienza successiva, inquietata, ha risposto che no, si tratta
‘soltanto’ di avvenimenti, terribili ma non dovuti a predisposizioni psichiche consce e nemmeno
inconsce. Rimane comunque il fatto che dall’inizio del XX secolo si è moltiplicato il numero di opere
musicali, teatrali, letterarie, pittoriche, cinematografiche su Edipo (entrato poi anche, beffa della
modernità, nei modi di dire: del ‘complesso di Edipo’ se ne può sentir parlare al supermarket). Questa
molteplicità ha contribuito a creare un mito nel e sul mito, un mito che suggerisce come Edipo possa
essere ovunque (e ovviamente anche in ognuno di noi).
Avviciniamoci ad alcune di queste opere.
Nel 1904 - siamo ancora a Vienna - troviamo Edipo in un testo teatrale del trentenne Hugo von
Hofmannsthal (Edipo e la sfinge). La scena si apre sul trivio della Focide, ‘regione boscosa di
montagna’. Al precettore che lo ha raggiunto, Edipo racconta: «Ho sognato il sogno della vita […], la
mia vita mi dava la caccia. Improvvisamente le mie mani colpirono un uomo, mi inebriai del piacere
dell’ira. Volevo vedere il suo volto, ma era coperto da un velo. Il sogno mi strappò via da lì e mi buttò
in un letto, accanto a una donna. Tra le sue braccia mi sentivo un dio. Immerso nel piacere, mi sollevai
per baciarla […], c’era un velo sul suo volto.»
Edipo aggiunge che ha chiesto all’oracolo un’interpretazione di questo sogno: «Ecco il responso che il
dio mi ha dato dalla bocca della donna ardente: Su tuo padre hai gustato il piacere di uccidere, su tua
madre hai gustato il piacere dell’amplesso. Così è stato sognato, così avverrà.»
JOCASTE
Il testo di Hofmannsthal è molto complesso. Qui cerchiamo di evidenziarne solo un aspetto: Edipo dice
che gli dei gli hanno dato la caccia, chiede loro: «Non avete più fulmini?», ma lui stesso - lo scioglitore
di enigmi - è presentato come colui che deve venire, e cioè come è annunciato il Cristo dal ‘precursore’
Giovanni Battista. Se dunque nell’Edipo di Hofmannsthal troviamo un’evidente eco della leggenda
cristiana (troveremo tracce evangeliche su Edipo anche nel Vecchio statista di Thomas Stearns Eliot,
1959), nell’antichità sono molti gli esempi di giovani che, dopo essere stati abbandonati nell’infanzia,
divengono così religiosi e/o civili del loro popolo (Mosè, Romolo, Ciro). La differenza sta nel fatto che
quelli danno origine a epopee, mentre Edipo sembra segnare la fine della sua epoca. Trascorrono
ventitré anni e Stravinskij presenta a Parigi il suo Oedipus Rex, libretto di Jean Cocteau. Il titolo è in
latino non a caso: per marcare la separazione tra il mito e il pubblico moderno, è in latino l’intero testo,
nella traduzione fatta appositamente dal teologo Jean Danielou. L’’opera - oratorio’ è scandita da un
attore che illustra, in francese, il succedersi degli avvenimenti: si presenta quindi come un racconto del
racconto del mito. Trascorre un altro anno e troviamo Edipo in una tela di Alberto Savinio. È in
compagnia della sua figlia più famosa, Antigone. Sono corpi nudi di giganti, i loro corpi sono coperti
da maschere (gladiatorie?), camminano su un piano inclinato su cui si trovano alcuni solidi di forma
geometrica, i colori sono accesi, l’impressione è quella di trovarsi davanti a un grande giocatolo. Due
fulmini stilizzati zigzagano nel cielo blu (Savinio conosceva il testo di Hofmannsthal?). Ma su questa
tela dedicata all’uomo che risolve gli enigmi, c’è un enigma: il titolo non è autografo (non lo è
nemmeno la data), la tela potrebbe quindi essere ispirata ad altre figure mitologiche.
In ogni caso, il Teatro alla Scala commissionò vent’anni dopo a Savinio regia, scene e costumi
dell’Oedipus Rex di Stravinskij. Savinio annotava: prima che si manifestino gli eventi tragici,
«i successi di Edipo sono le soluzioni sognate da tutti noi, e più schiettamente il tempo dell’infanzia, a
cominciare da quel modo sbrigativo di aprirsi la strada - e non mi si venga a parlare, qui, di ostacoli
morali, queste scappatoie inventate dall’uomo per giustificare a se stesso i propri insuccessi. I successi
rendono Edipo vano!»
La nota di Savinio fa riflettere sul perché Edipo abbia bisogno di così tante sollecitazioni alla sua
memoria per ricordare di aver ucciso l’uomo che lui ignorava fosse suo padre: possiamo dimenticare
avvenimenti anche importanti della nostra giovinezza non solo e non tanto perché sono lontani, ma
anche o soprattutto perché non appartengono più al nostro modo di essere e di agire («Ero cieco», dice
Edipo nemmeno un’ora prima di accecarsi. Dico ‘un’ora prima’ perché la tragedia si svolge in tempo
reale: se i nodi vengono al pettine, questo nodo ha trovato finalmente il suo pettine dopo vent’anni, e
ora ha il comprensibile desiderio di imporsi all’attenzione). Savinio ritornò sul tema di Edipo in un
testo teatrale, Emma B., vedova Giocasta. Una vedova, appunto, attende il ritorno del figlio fuggito con
una donna, e ricorda. Ricorda in particolare un episodio del gennaio 1944, quando la polizia arrivò per
cercare quel suo figlio e allora lei lo nascose dietro la porta del bagno, si denudò, si mise a sedere sulla
tazza del cesso e il poliziotto rinunciò alla perquisizione. Quel gesto aveva salvato il figlio dall’arresto
ma aveva turbato il suo rapporto con la madre, e ora che il figlio ritorna lei lo attende trepidante,
provocante, scollacciata. Giocasta significa ‘Frivola’ o ‘Divertita’. Nel frattempo, Edipo è stato in una
tela di De Chirico (occorre ricordare che De Chirico era fratello di Savinio?), Edipo e la sfinge: la
sfinge ha un volto, non lo ha Edipo che poggia la testa da manichino sulla mano destra in evidente
ricerca della soluzione dell’enigma (d’altra parte, De Chirico aveva intitolato un suo celebre autoritratto
Et quid amabo nisi quod aenigma est? E che cosa amerò se non l’enigma?, 1911)
Aveva scritto Friedrich Hölderlin: «All’inizio della seconda metà [dal testo di Sofocle, n.d.r.] nella
scena con il messaggero di Corinto, Edipo è di nuovo tentato dalla vita, lotta disperatamente per tornare
a se stesso, ha l’apparizione logorante e quasi impudica di diventare padrone di sé, ricerca folle e
furiosa di una coscienza […]. Alla fine, è la ricerca demente di una coscienza a dominare.»
Ecco, forse molti Edipi che si susseguono dagli anni Trenta in poi iniziano proprio da qui: ‘dalla ricerca
demente di una coscienza’. Del resto i tanti Edipo non possono esimersi dal sapersi metalinguaggi:
Edipo di Gide (un inno all’imprudenza: anche quando è vinto, Edipo continua a ribellarsi; 1931), La
macchina infernale di Cocteau (che intende scrollare dal testo classico ‘la polvere di capolavoro’;
1934), L’impiego del tempo di Butor (Edipo è su arazzi in compagnia di Teseo; 1956), La morte della
Pizia di Dürrenmatt (la profezia della sacerdotessa era esatta ma solo per caso e la polis greca, con tutti
i suoi imbrogli, fa, come si dice, schifo; 1976), Alla greca di Berkoff (quando Edipo - Eddie,
giovanotto della periferia di Londra, scopre di avere sposato la madre, segue il consiglio della Giocasta
di Sofocle: «Ciò che voglio: arrampicarmi dentro mia mamma. Che male c’è?»; 1980).1 Nel 1956 era
apparso in Francia Le gomme di Alain Robbe - Grillet. Impossibile raccontare qui la complessità
dell’‘operazione’ del maestro della ‘scuola dello sguardo’. In estrema sintesi: il romanzo rigetta la
tragedia di Sofocle, la tragedia in e come genere - e il protagonista è un uomo senza qualità (nel senso
che non sa e non si sa quale uomo sia o possa essere).
Sei anni dopo si gira in Italia Boccaccio ’70.
Il film è in quattro episodi diretti da De Sica, Fellini,
Monicelli e Visconti.
L’episodio di Visconti è ambientato a Milano e si intitola Il lavoro: il giovane
conte Ottavio (Tomas Milian) ha sposato una donna molto ricca (e anche molto bella), ma ora si è fatto
sorprende re in una casa di appuntamenti e il padre della moglie, un industriale svizzero-tedesco, ha
bloccato i conti in banca. Quando lei (Romy Schneider) parla con suo padre al telefono (in tedesco),
sembra parli con un amante. Nell’estenuazione di una lunga serata che dovrebbe essere chiarificatrice,
il conte - ogni tanto – legge o sembra leggere un libro: Les gommes (a quanto pare il conte legge il
romanzo in lingua originale). Cioè a dire: di Edipo troviamo a volte tracce quasi impercettibili,
ma che esistono.
Siamo così arrivati a Edipo al cinema.
È il 1967 quando Pasolini presenta il suo film. La prima parte
consiste in un breve prologo ambientato in Italia negli anni Venti: a una giovane coppia borghese è
nato un figlio.
La parte centrale si svolge in Grecia e racconta ‘fedelmente’ la tragedia di Edipo (Franco
Citti) fino all’autoaccecamento. Improvvisamente la scena si sposta per l’epilogo a Bologna, in Strada
Maggiore, nei giorni in cui viene girato il film: Edipo cieco e accompagnato da un ragazzo (Angelo!)
raggiunge la cattedrale, siede sui gradini e suona il flauto (è probabile che l’immagine abbia ispirato la
canzone di Ron, Piazza Grande cantata da Lucio Dalla). Edipo si trova poi in una strada sudicia e
sterrata (il tema di rifiuti urbani si trovava anche nelle Gomme) e arriva finalmente in un parco: la
descrizione ingenua di Angelo (Ninetto Davoli) gli fa ricordare il luogo in cui era nato. Giocasta è
Silvana Mangano, Tiresia è Julian Beck che più o meno nello stesso periodo realizzò una bellissima
Antigone con il suo Living Theatre. Nel cast un altro maestro del teatro contemporaneo, l’allora
trentenne Carmelo Bene nel ruolo di Creonte (con lieve e ironica cadenza pugliese). Carmelo Bene non
ha mai ‘tolto di scena’ i tragici greci, ma ne visse la lezione attraverso Hölderlin e Nietzsche. Hölderlin
aveva scritto che nell’Edipo «l’uomo dimentica se stesso, perché è totalmente calato nel momento; il
Dio dimentica se stesso perché non è altro che tempo». Bene parlò e scrisse spesso dell’’assenza di
Dio’ e della sua stessa ‘assenza’. Nietzsche aveva illuminato l’interpretazione di Edipo re affermando:
«il mito sembra sussurrarci che la sapienza […] è un abominio contro natura» (Edipo, appunto, ‘sa’). Il
tema del sapere, e dell’agire, come patire è al centro del Manfred di Byron - Schumann che Bene
realizzò nel 1976 e, in una certa misura, dell’Adelchi di Alessandro Manzoni, 1984.
Le apparizioni di Edipo nel cinema non finiscono qui. Edipo re inizia con una descrizione di Tebe
‘carica di fumi… agonia di petali… agonia di mandrie’. Può sembrare banale o azzardato, ma non
ricorda Blade Runner? Il confronto sembrerà più plausibile se si va alla trama del film. Nella Los
Angeles inquinata del 2019 si aggirano ‘replicanti’, condannati dal loro inventore a vita breve. Sono
guidati da Roy (nome scelto non certo a caso); dà loro la caccia Rick Deckard. Prima di salvare Rick
(Harrison Ford) nell’indimenticabile prefinale, Roy (Rutger Hauer) acceca l’uomo che lo ha inventato e
creato (e le sue parole «ho visto cose che voi umani non potete immaginare» non evocano la ‘sapienza’
di Edipo?). Un’ultima suggestione cinematografica. Ha scritto Umberto Albini: «Edipo è una vera e
propria inchiesta per cui il Grande Inquisitore […] si ritrova a essere il colpevole che cercava.» È
certamente così, e desidero aggiungere un’impressione personale: e se Edipo, l’uomo che si definisce
capace di decifrare tutto, ricordasse invece, e precisamente, la sua giovinezza e sapesse che l’uomo che
ha ucciso circa venti anni prima era suo padre e che sua moglie è sua madre? E che si senta talmente
superiore a tutto e a tutti da voler portare l’indagine a un passo dall’accertamento della verità perché è
sicuro che senza la sua intelligenza nessuno, la verità, la riconoscerebbe? E che addirittura potrebbe
dichiarare il suo delitto perché è sicuro che la città non oserebbe punirlo e forse nemmeno vorrebbe (e
in questa eventualità è il suicidio imprevisto di Giocasta a ‘far saltare’ tutto e allora Edipo si acceca per
la sua pre-sunzione di saper pre-vedere tutto)? Ipotesi personale, dicevo, ma l’impossibilità di punirsi
dell’inquisitore non era il tema dell’Indagine sul cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri?
Ipotesi personale, ripeto, forse non del tutto implausibile se si ricorda Nietzsche:
«Un’antichissima tradizione popolare soprattutto persiana, dice che solo dall’incesto può nascere un
mago sapiente […] e lo stesso uomo che scioglie l’enigma della natura, vale a dire la sfinge biforme,
deve anche infrangere le leggi naturali più sacre, uccidendo il padre e sposando la madre».
Un’altra considerazione prima di andare a vedere come procede la tragedia di cui si è parlato all’inizio.
Ancora Nietzsche: «Il coro è lo ‘spettatore ideale’ in quanto è l’unico spettatore, lo spettatore
del mondo di visioni evocato sulla scena. Un pubblico di spettatori qual è oggi il nostro ai greci era
ignoto: nei loro teatri - con la forma concentrica a terrazza per lo spazio riservato al pubblico - ognuno
era in grado di abbracciare con lo sguardo l’intero mondo culturale che gli stava intorno e - in
contemplazione soddisfatta - credere e sentire coreuta egli stesso».
Nel mio piccolo, aggiungo un altro elemento che mi sembra condizionare la nostra possibilità di
leggere e vedere la tragedia greca e in particolare Edipo re (e del resto le opere letterarie e teatrali in
traduzione). Supponendo che il pubblico italiano sappia che il nome ‘Edipo’ significa Quello con i
piedi gonfi, mi sembra improbabile che lo stesso pubblico sia a conoscenza che la parola ‘Edipo’
contiene la radice del verbo greco oida, ‘sapere’, e che quando Edipo dice ‘so’ pronuncia una parola
che sta nel suo nome (il pubblico lo potrebbe capire se il concetto espresso dalla parola ‘so’ fosse
espresso dalla parola ‘edi’).
Se aggiungiamo che Tiresia significa Interprete dei sogni e ricordiamo che Giocasta significa Frivola,
possiamo intuire che lo spettatore greco entrava nella faccenda al solo apparire dei personaggi (e la
memorizzava con più facilità). Tutto questo senza tener conto dei proverbi e dei modi di dire di cui il
testo è fitto, ovviamente noti al pubblico dell’epoca. Qualche esempio. La parola ‘sfinge’ evocava il
concetto di soffocamento, strangolamento (e in effetti la sfinge strangolava chi non sapeva risolvere
l’enigma, poi risolto da Edipo che ‘sa’ ). I miti tramandavano ragioni differenti sulla origine della
cecità di Tiresia, ma queste ragioni hanno un denominatore comune: sessualità e voyeurismo puniti.
Giocasta ha nel suo nome il suo destino: dopo la morte del primo marito - quel Laio padre di Edipo - si
è divertita molto, beata lei. E lo stesso Laio, prima che nascesse Edipo, aveva rapito un ragazzino
etiope, tale Crisippo (quello dai cavalli, o dal cavallo, d’oro: nome sessualmente allusivo?) per farne il
suo amante, tanto che Edipo era nato da un accoppiamento quasi casuale con Giocasta. Tra l’altro: la
Sfinge arrivava dall’Etiopia…
Fattacci dunque, di cui il pubblico dell’epoca era al corrente. E noi? Chi di noi non insegna letteratura
greca, come vede e legge Edipo re e il suo mito? Infine: questa tragedia - che Aristotele definiva
esemplare - contiene circa diecimila parole. Dava, credo, un’impressione di fulmineità. Le traduzioni
italiane, per essere comprensibili, ne usano circa quindicimila e necessitano di giri e rigiri in cui
fulmineità e precipitare improvviso degli avvenimenti si smarriscono.
Torniamo finalmente alla tragedia di cui abbiamo parlato all’inizio. Dunque, c’è il guardiano che fa la
ronda sulle mura di Tebe, arriva un Messo trafelato e chiede: «C’è Edipo?». Il guardiano: «No. È a
Colono.» Sipario. Si tratta di una ‘tragedia in due battute’ di Achille Campanile, Edipo a Colono.
Note:
1. Il mito di Edipo è stato affrontato più volte da Testori. Si può dire anzi che la figura di Edipo, con
tutte le tematiche connesse, è al centro della poetica testoriana. Proprio questa complessità impedisce di
renderne conto qui. La ricerca su Edipo si è arricchita nel XX secolo con lo studio scientifico della
mitologia (in particolare Kerenyi) e lo studio del folclore (in particolare Levi-Strauss).
Si consiglia la lettura del Mito di Edipo in Europa di Maurizio Bettini e Giulio Guidorizzi,
Torino 2004. (G. D. Leva)
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