GIOELE ^OLARI
Lib. doc, (li Filosofia del diritto nella E» Università di Torino
C.
LA SCU0LA r7
DEL
DIRITTO NATURALE
NRLLE
dottrine etico -giuridiclie dei secoli XVil e XVill
TORINO
FRATELLI BOCCA EDITORI
LIBRAI DI S. M. IL RB d'iTALIA
ROMA MILANO FIRENZE
Corse. 216 Corso Vittorio Em., 21 F. Lumacbi Sucu.
Depoait. gener. per la Sicilia : O. FIORENZA, Palermo
1904
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LA SCUOLA DEL DIRITTO NATURALE .
NELLE DOTTRINE ETICO-aiUBIDICHE DEI SECOLI XVH E XVIH
§ 1.
SOMMABIO: 1. Scienza e filosofia nel XVXI secolo — 2. La filosofia e la riforma
cartesiana — 3. Le soiense morali e. i'indlrisso raiionale — i. Garatteri propri
dei sistemi metafisici — 6. Valore e significato della scnola.del diritto naturale
— 6. Il rapporto tra morale e diritto secondo la sonola del diritto natnrale.
1. — La niiuo nazione delle scienze giuridiche e sociali fu
il grande lavoro del secolo XIX: essa segui l'applicazione del-
l'indagine storica e positiva allo studio "dei fatti morali e
sociali. Le condizioni però che prepararono e resero possibile
una tale rinnovazione devono rintracciarsi nel «periodo meta-
fisico delle scienze morali che segna il risveglio dell* intelletto
umano in traccia di nuove direzioni air infuori delle premesse
teologiche e dogmatiche. Le grandi idealità etico-giuridiche
che vediamo affermarsi e svolgersi nel campo dei fatti colla
Rivoluzione Francese trovano la loro elaborazione astratta e
ideale nei sistemi filosofici che sbocciarono vari e numerosi
in quell'epoca di rara fecondità intellettuale che abbraccia i
secoli XVII e XVIII. Lo spirito anti-teologico penetrava allora
nelle manifestazioni del pensiero nella sua duplfce direzione, la
scientifica e la filosofica; ma nonostante questo carattere co-
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mune, per molti altri rispetti filosofia e scienza tendevano a
distinguersi e a contrapporsi, generandosi tra esse un con-
trasto che solo in epoca vicina a noi doveva comporsi. L'ori-
gine e i motivi del contrasto devono rintracciarsi nella di-
stinzione accentuala da Cartesio tra la mens e la res ecctensa,
tra lo studio della materia di cui si occupavano sopratutto
le sciente e lo studio dello spirito che parve costituire il
campo proprio della speculazione filosofica. Fin dal loro primo
costituirsi le scienze bandirono ogni apriorismo teologico e
razionale; esse si mantennero rigorosamente empiriche, og-
gettive, analitiche, né intesero l'importanza e la necessità di
una generalizzazione filosofica dei loro risultati. Del resto nò
lo sviluppo delle scienze era tale da comportare una filosofia
naturale, né l'indirizzo metafisico e razionale della filosofia
poteva conciliarsi colle tendenze materialistiche della scienza.
La separazione della scienza dalla filosofia non era che la
espressione della concezione dualistica dell'uomo e della sua
natura, concezione che Cartesio e sul suo esempio i cultori
delle scienze naturali accentuavano, certamente nell'intento
di sfuggire alla sospettosa vigilanza della Chiesa. Sta di fatto
che dal 600 in poi le scienze incontrarono sempre minóri re-
sistenze da parte della Chiesa: ciò deve in gran parte attri-
buirsi alla cura gelosa dei loro cultori di condurre l'indagine
scientifica con metodo rigorosamente obbiettivo evitando ogni
discussione sulle cause prime dei fenomeni studiati nonché
sulle conseguenze ultime per le quali dal campo solido e si-
curo della scienza si passava nel campo infido e pericoloso
della filosofia. La scienza potè solo affermarsi e svolgersi as-
sumendo veste e significato anti-filosofico.
2. — La rinnovazione della filosofia iniziata da Cartesio deve
intendersi in un senso ben diverso da quello con cui fu intesa
la rinnovazione della scienza, cosi come l'anima che formava
il presupposto della filosofia era concepita come un principio
sostanzialmente diverso dalla materia, oggetto dell'indagine
scientifica. Mcntj'C neìÌQ scienze della natura contro l'autoriià
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non pur della fede ma della ragione stessa pre^ialse Tautorità
del fatto osservato, nella filosofia la ragione sola non sorretta
né dalla rivelazione né dall'esperienza sensibile diveniva cri-
terio di verità. Lo spirito per altro della riforma cartesiana
era profondamente sovvertitore: per essa la metafisica razio-
nale assurgeva al grado di scienza prima, sostituendosi alla
teologia nel fornire alle altre scienze i principi primi : scossa
la cieca fede nell'autorità, le tendenze razionaliste e critiche
dell'intelletto umano potevano affermarsi in una serie inde-
finita di sistemi. Le conseguenze della riforma cartesiana
passarono inavvertite finché essa non usci dal dominio teore-
tico e metafisico: né si deve dimenticare che il metodo car-
tesiano rigorosamente deduttivo ricordava nella forma lo sco-
lastico, e della scolastica era conservata la concezione psi-
cologica. Il carattere innovatore della riforma cartesiana co-
minciò a farsi palese nelle sue applicazioni alle scienze morali.
3. — I nuovi metodi in uso nelle scienze fisiche non si
comprendeva come potessero applicarsi alla scienze morali.
Tali metodi parvero propri delle scienze il cui oggetto era la
natura, in guisa che alle stesse menti più spregiudicate e
indipendenti da preconcetti teologici non balenò l'idea, fami-
gliare nei tempi moderni, di considerare le scienze morali alla
stregua delle scienze fisiche e naturali. A ciò si opponeva la
concezione psicologica dell'anima sostanziale, fornita di facoltà
intellettive e volitive, fondamento delle scienze teoretiche e
pratiche. Tale dottrina psicologica continua ad essere la pre-
messa delle concezioni etico -giuridiche che si originarono dalla
riforma cartesiana. Nel 700 nel sistema del Wolff, che riassume
il lavoro filosofico anteriore, la psicologia figura ancora pres-
soché inalterata nelle sue basi tradizionali. Si comprende
quindi come le scienze morali dovessero assumere veste e
carattere metafisico e colla filosofia trasformarsi sulle basi del
razionalismo critico. Troviamo pertanto due elementi nelle di-
scipline morali e giuridiche dei secoli XVII e XVIIl: un
elemento tradizionale costituito dalla concezione psicologica
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deiraniraa e delle facoltà concepite come forze generatrici di
tutti i fatti dello spirito: un elemento nuovo, implicito nella
riforma cartesiana, secondo cui la ragione umana era fatta
capace di trovare i principi delle scienze dello spirito all'in-
fuori della religione e dell'autorità. È bene però fin d'ora notare
che assai prima della riforma del metodo filosofico per opera
di Cartesio, le scienze giuridiche, sotto l'influsso delle condi-
zioni storiche e sociali mutate, avevano iniziato la loro trasfor-
mazione in senso razionale.
4. — Le scienze morali nel loro primo costituirsi a scienze
autonome e indipendenti mostrarono la spiccata tendenza a
modellarsi sulle scienze matematiche e geometriche. Il carat-
tere deduttivo di queste scienze, la forza di evidenza che sca-
turiva dalle loro premesse e dimostrazioni^ le rendeva parti-
colarmente attraenti in un'epoca in cui la speculazione andava
razionalizzandosi. Meglio di ogni altra scienza esse mostra-
vano la forza e la potenza dell'intelletto umano, fatto capace
di costruire colle sole, sue forze un edificio mirabile per pre-
cisione, simmetria, eleganza. Parve che un analogo procedi-
mento potesse applicarsi alle scienze dello spirito e che ba-
stasse andar in cerca di idee chiare e distinte per trarre da
esse un sistema filosofico capace di resistere agli assalti del
dubbio e della critica. E per circa due secoli assistiamo a una
singolare fioritura di sistemi metafisici, che hanno comune
fondamento l'ipotesi, essere le leggi dello spirito umano e col-
lettivo generalizzazioni conseguite mediante lo studio dei fatti
della coscienza individuale e collettiva. Si definisce l'uomo, lo
Stato, la società, il diritto, il bene supremo astrattamente all'in-
fuori della realtà psicologica e storica: per lo più il principio
da cui si move risponde al consentimento universale o si fonda
sulla osservazione interiore e necessariamente unilaterale
dello spirito umano: talvolta gli stessi principi tradizionali,
spogliati di ogni veste dogmatica servono di fondamento alla
deduzione che procede rigorosa sdegnando il controllo e la ve-
rifica cei fatti. La fctj ultura logica e sisten:aiica è costante
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carattere al quale si riconosce la dottrina metafisica, che si
presenta in un numero grande di sistemi, riflettenti le variabili
condizioni d'animo e di mente dell'autore; lo stesso principio
si presenta in forme e gradazioni diverse per il concorso di
cause soggettive indefinibili. La potenza dell'intelletto misura
l'altezza talvolta vertiginosa delle concezioni metafisiche, che
prpcedono, sotto l'azione della logica interna che le incalza,
senza limiti prestabiliti, senza freni di sorta.
A noi è facile rilevare l'errore di tali costruzióni metafi-
siche. Come già Aristotele e più ancora gli Scolastici, i me-
tafisici del secolo XVII facevano consistere la conoscenza nella
generalizzazione logica, la quale consiste nel ricondurre un
concetto più determinato a un- concetto meno determinato ma
più esteso. Per essi, dice il Masci (1), la lerie logica dei con-
cetti e la serie reale coincidono e l'universale è causa. Tale
generalizzazione ha come risultato un" astratto, un genere, .
un'entità mentale che contiene meno dèi particolari dai quali
è astratto e come tale non può servire a intendere e spiegare
la realtà complessa e concreta. Ben diversamente procede la
generalizzazione nelle matematiche e nelle scienze naturali:
le formule matematiche e le leggi scientifiche sono generalità
comprensive, cioè non contengono meno ma più delle formule
che ne derivano, o dei casi particolari da cui le leggi sono
indotte. Il diritto di natura, l'uomo di natura, lo Stato e la
società di natura Sono le idealità astratte da cui trassero
alimento i sistemi etico-giuridici dei secoli XVII e XVIII.
5. — Sarebbe però errore paragonare le discussioni sul di-
ritto naturale con quelle scolastiche sui generi e le essenze
delle cose. Le teorie sul diritto naturale acquistavano un
valore speciale per l'epoca in cui sorsero, per. le condizioni
sociali e politiche che le generarono, per le conseguenze che ne
derivarono. Tali teorie non erano né vane né inutili: esse
erano l'espressione di bisogni reali, di tendenze prepotenti, di
(1) ^aecì,. Logica, (Napoli, Pierro, 1899) p. 237-238*
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istinti mal repressi di rivolta, di reazione contro il passato:
esse ufFermavano la volontà di sciogliersi per ciò che riguarda
la vita morale e giuridica dalle tradizioni, dall'influenza op-
pressiva dello Stato e della Chiesa, alleati a danno doirindi-
viduo e della sua libertà esterna e interna: esse nascondevano
un'idealità vivamente sentita che tendeva a tradursi nel do-
minio del reale: in esse si sente l'eco dell'anima moderna che
sdegna i vincoli creati dal privilegio o dall'interesse, che astrae
dalla realtà oppressiva e anela a un sogno lontano di ugua-
glianza, di felicità, di pace. Sotto questo aspetto la dottrina
del diritto naturale è in sommo grado significativa e può es-
sere studiata con utilità e interesse anche nei tempi nostri
non foss'altro per la corrispondenza con le odierne idealità
sociali che preparano, come quella, nuove condizioni del vivere
collettivo.
6. — Colla, scuola del diritto naturale acquista particolare
importanza la questione dei rapporti tra la morale. e il diritto.
Sotto le parvenze di una discussione teorica essa implicava
una grave questione di indole politica, dalla cui soluzione
dipendeva il raggiungimento di quelle idealità che costitui-
vano la ragion d'essere della scuola del diritto naturale. Il
terreno per una separazione della morale dal diritto era stato
preparato dalla Chiesa stessa, la quale per le sìie finalità re-
ligiose richiamando di continuo l'individuo alla spontaneità e
alla indipendenza della vita interiore da ogni costringimento
esterno, aveva efficacemente contribuito ad acuire il senso
della personalità e della resistenza contro qualsiasi imposi-
zione di autorità esterna fosse essa ecclesiastica o politica.
Il movimento protestante intese appunto a emancipare la co-
scienza individuale dalle imposizioni arbitrarie della Chiesa
romana. Se la Riforma fu da un lato un grido di protesta contro
gli abusi di autorità compiuti dalla Chiesa a danno di quella
libertà di critica che anche in materia religiosa deve essere
riconosciuta all'individuo, la scuola del diritto naturale in-
sorse dal canto suo contro le pretese dello Stato di invadere
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colle sue le^i il campo riservato alla religione e alla morale,
di penetrare cioè in quella sfera di interiorità che deve essere
sottratta all'azione dello Stato e del diritto come quella che
costituisce la garanzia dell'individuo e della sua libertà in-
teriore contro lo Stato. La scuola del diritto naturale intuì
che nella questione dei rapporti tra diritto e morale era im-
plicita quella dei rapporti tra l'individuo e lo Stato, e tale
questione in un'epoca in cui l'individuo scendeva in lotta
contro lo Stato* in difesa dei cosidetti diritti naturali, che
erano in realtà i diritti di personalità, assumeva significato
particolare.
Ciò serve in parte a spiegare l'importanza assunta dalle
dottrine giuridiche su quelle strettamente morali e teologiche
nei secoli XVII e XVIII. I principi morali non erano in di-
scussionCi nò si vagheggiavano riforme morali : la morale
evangelica rispondeva pur sempre alla coscienza etica gene-
rale: e se troviamo per parte dei filosofi tentativi diretti a
dare alla morale un fondamento razionale, bisogna riconoscere
che tali tentativi non riuscirono a scuotere la base dogmatica
della morale, in ordine alla quale la Chiesa, fosse cattolica o
protestante, continuò a esplicare un'azione decisiva e quasi
incontrastata. La questione dell'epoca più che morale era poli-
tica e sociale; la Chiesa stessa più non poteva opporre- eflìcace
resistenza al sorgere di nuove teorie tendenti a delimitare
l'azione dello Stato nei suoi rapporti coU'individuo. Qualunque
sia il giudizio che sull'opera della scuola del diritto naturale
si può arrecare, sarà pur sempre per essa titolo esclusivo di
merito l'aver efficacemente contribuito a quel processo di
differenziazione per cui il diritto distinguendosi non pur dalla
religione ma anche dalla morale, ha acquistato un suo con-
tenuto specifico. Epperò a nostro credere il valore e il signi-
ficato delle dottrine etico-giuridiche sorte nei secoli XVII e
XVIII è misurato dal grado con cui seppero tale distinzione
porre e accentuare.
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che mentre regolavano i rapporti di coesistenza tra le due
autorità, servissero di norma alla condotta degli individui e
degli Stati. S. Tommaso e Dante personificano in sé le due
correnti e diedero alla morale e al diritto un significato ri-
spondente al modo diverso con cui intendevano il rapporto
tra Chiesa e Impero.
8. — S. Tommaso riassunse nell'opera sua monumentale
tutti gli sforzi della Scolastica diretti a conciliare il Cristia-
nesimo colla filosofia, la rivelazione colla ragione, lo spirito
colla materia, la terra col cielo. Ma tale conciliazione suona
per S. Tommaso subordinazione e talvolta sacrificio e disco-
noscimento dei diritti della ragione, degli interessi umani e
civili alle esigenze religiose e teocratiche. Ciò deve dirsi so-
pratutto in ordine alle scienze morali, che dovendo tradurre
nei fatto gli ideali •cristiani, abbisognavano di un fondamento
saldo ed incrollabile. La volontà divina è fonte per gli sco-
lastici di ogni moralità pubblica e privata. Il rapporto tra
religione e morale non destò interesse di sorta nel Medio Evo,
tanto era universalmente radicata l'opinione che la morale
doveva trarre dalla religione il suo fondamento, le sue sanzioni :
gli stessi avversari più risoluti della Chiesa non sollevarono
dubbi al riguardo. Il compito della filosofia in ordine alla mo-
rale si riduceva pertanto a dar forma e veste razionale alle
massime evangeliche, e tale fu il lavoro compiuto da Tommaso,
le cui dottrine morali mentre dominarono incontrastate nel
Medio Evo, sono destinate ad esser in ogni tempo abbracciate
da quanti non vogliono appagare la ragione col sacrificio delle
credenze religiose. Maggiore interesse doveva destare il rap-
porto tra morale e diritto, come quello che si riconnetteva al
dissidio tra potere laico ed ecclesiastico. Non bisogna dimen-
ticare che nel Medio Evo il diritto appariva generalmente
come l'espressione della autorità civile, mentre in fatto di mo-
rale dominava incontrastata l'autorità della Chiesa. Tale stato
di cose provocava un secreto dissidio tra norme giuridiche e
morali, dissìdio che teologi e difensori dell'Impero cercarono
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siastica e laica, di cui Tuna disconosceva i diritti della ragione
e della società civile, l'altra troppo servile alla tradizione
romana non era riuscita a raccogliere a sistema le sue dot-
trine, Dante si interpose sovrano. Come nel suo poema aveva
cercato di conciliare gli interessi del corpo con quelli dello
spirito sulla base della mutua indipendenza e correlazione,
cosi nel risolvere la questione dei rapporti fra i due poteri
egli mette in rilievo Fazione morale della Chiesa di fronte a
quella dello Stato, la cui attività si esplica sopratutto mediante
il diritto. Nel campo morale Dante, se si toglie qualche fugace
accenno ad una morale più larga e umana, si mantiene rigo-
rosamente stretto ai principi e alle dottrine scolastiche: ma
ciò non fa che accentuare viemeglio la sua indipendenza e
originalità di criterio nel trattare la natura del diritto in
ordine ai limiti e alle funzioni dello Stato. Dante più che
giurecons.ulto è filosofo del diritto (1); l'importanza della de-
finizione che di questo diede sfuggi forse a lui stesso, certo non
fu compresa dai contemporanei e dovettero passare molti se-
coli prima che per opera del Vico il suo concetto fosse raccolto
e sviluppato (2). Per Dante il diritto scaturisce dalle condizioni
sociali, esso è un « vinculum humanae societatis » inteso a
mantenere tra gli uomini associati l'equilibrio, che le inevita-
bili disuguaglianze umane tendono di continuo a rompere: esso
non ha origini soprannaturali, più che al perfezionamento del-
l'uomo singolo tende al progresso della società, di cui è norma
direttiva la legge, destinata ad attuare quel concetto di mi-
sura, di proporzione, di equilibrio che sta a fondamento del
diritto. Se da un lato Dante riconosce come precipuo scopo
della morale l'attuazione della virtù e nel suo poema si pro-
(1) Carle, Vita del diritto, 2» ediz., p. 234.
(2) Così Dante defiaisce il diritto : « las est realis ac persona lisbomiuia
ad hominem proportio, qino servata hominnm societatem conserva t, cor-
rnpta corrumpit ». (De Monarchia, II, 5). La legge è da lui deli n ita :
« regala directi va vitae »: (id. I, 16) — la ginstizia poi è, secondo Dante
€ quaedam rectitado sive regala, obliqaam hinc inde abiiciens » (id. I, 18),
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a quelli deplorati da Dante in ordine alla confusione del po-
tere laico e religioso; tale corrispondenza accresce- valore ai
suoi argomenti, alle sue dottrine, le quali possono ancor oggi
utilmente concorrere alla soluzione della dibattuta questione.
10. — Il tentativo di Dante di gettar le basi di una filosofia
giuridica, non fu coronato da successo: fu l'opera di un genio
che precorre i tempi. Il seme però da lui posto, gelosamente
custodito per tradizione non interrotta, fu raccolto nell'età
moderna e concorse efficacemente allo sviluppo della filosofia
etico-giuridica italiana. Dopo lui, le due correnti ripresero
ciascuna la propria via; l'ostilità si fece più viva, le differenze
più profonde. I giuristi con Bartolo e Baldo si mantennero
sopra un terreno esclusivamente pratico, sdegnando le teorie,
e rifuggendo da qualsiasi tentativo di raccogliere a sistema
filosofico le loro idee. Libero rimase il campo alle teorie etiche
e giuridiche di S. Tommaso; la Chiesa dominando sovrana nel
campo dei fatti e in quello delle intelligenze fini per creare
intorno a sé una legislazione, una scienza e un'arte a base
teologica; sull'ordine religiosa si volle foggiare non solo
l'ordine morale, ma ancora l'ordine giuridico e sociale (1).
La teologia scolastica parve assorbire tutte le altre scienze
nella propria grandezza. Ma all'occhio dell'osservatore at-
tento non riusciva diffìcile scoprire nel seno stesso della teo-
logia, il germe della decadenza, dovutar alla esagerazione del
principio a cui si informava. Particolarmente dissolvitrice fu
l'opera dei Nominalisti nelle scienze morali. Essi erano i di-
fensori deU'indeterminismo etico, in quanto consideravano la
volontà assolutamente libera, non mossa né dalla ragione né
dalla divinità, e riponevano l'eccellenza morale nella confor-
mità tutta esteriore ai precetti religiosi e morali. Per tal modo
l'Etica cristiana si laicizzava, nonostante la proclamata ob-
bedienza assoluta in materia religiosa. Duns Scotus e Gu-
(1) Carle, op. cit., p. 239.
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nasconde una nuova orientazione della mente umana di fronte
ai problemi della natura e della vita.
In ordine sopratutto alle scienze morali, il naturalismo e
Tumanesimo sono tra i prodotti più notevoli del Rinascimento.
La natura colla ricca varietà de' suoi fenomeni attrasse gli
spiriti irrequieti, infiammandoli di sé, e sottraendoli alla con-
templazione della vita celeste. La Scolastica aveva trascurato
e disprezzato lo studio della natura. Gli spiriti religiosi del
Medio Evo guardavano alla natura con un senso di misterioso
terrore, quasi presagissero il pericolo che dal penetrarne i
misteri potesse derivare alle loro credenze. Ma per Tuomo
moderno lo studio della natura fu la palestra nella quale
prima si addestrò all' infuori del campo chiuso della Scola-
stica: tale studio doveva pertanto assumere particolare ca-
rattere antireligioso e antiteologico: aprendo la via alle in-
venzioni e scoperte, costituiva un grave pericolo per il prin-
cipio di autorità e per la rivelazione.
L'umanesimo accenna alla profonda modificazione che il
poncetto dell'uomo, della sua natura, della sua finalità subiva
nel Rinascimento. Il corpo rivendicava impaziente i suoi di-
ritti da secoli conculcati; le soddisfazioni dei sensi non tro-
varono più alcun ritegno; un senso nuovo di umanità si diffuse
in aperto contrasto coU'ascetismo medievale ; la vita terrena
non più coordinata colla futura, cessò di apparire un mezzo
per acquistare una finalità sua propria. Il desiderio di vivere
in un mondo le cui bellezze si svelavano sempre più attraenti
allo sguardo, di soddisfare stimoli a lungo repressi opperò
indomiti, il ridicolo gettato a larga mano sulle idealità che
avevano formato la delizia del Medio Evo, finirono per dar
vita al sensualismo morale, più che esposto nei libri pra-
ticato nel fatto, al quale non riusci a sottrarsi neppure la
Chiesa. L'Epicureismo nella sua parte meno nobile, e nel suo
significato volgare, divenne l'ideale morale del Rinascimento.
Quest'ultimo trovò nello stato delle coscienze un terreno pre-
disposto al suo sviluppo, opperò si comprende come la morale,
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- SI -
13. — Le idee morali che si generarono dalla Riforma e
dal Rinascimento non furono nel secolo XVI raccolte a sistema
filosofico: ciò in parte si deve alla Chiesa di Roma che dopo
di avere riformato sé stessa, iniziò un movimento di reazione
contro lo spirito del Rinascimento e il moto protestante, in
parte si deve allo spirito non meno intollerante ed ascetico
delle nuove confessioni religiose. Gli audaci tentativi di pen-
satori forti e originali, quali il Telesio, il Bruno, il Campanella,
furono soffocati: ad essi rimase la gloria di esser stati i pre-
cursori perseguitati e incompresi dei- metodi e dei sistemi filo-
sofici dell'età moderna. L'Etica fu soprafatta dallo spiritualismo
risorgente, e rimase asservita alla-religione: il protestantesimo
non fece che ribadire tali vincoli e ritardarne l'emancipa-
zione. Le voci che invocavano per la morale un'esistenza indi-
pendente dalla religione non mancarono. Montaigne e Charron
in Francia, il Bruno in Italia pensarono e scrissero in tal
senso, ma passarono per sovvertitori della religione e della
morale e i loro sforzi, rimasti isolati, non esercitarono azione
efficace sul progresso scientifico della morale. Su quest'ultimo
esercitò un'influenza diretta e decisiva il rinnovamento delle
scienze giuridiche, le quali nel costituirsi a scienze filosofiche
indipendenti attrassero nell'orbita loro la morale, sottraendola
cosi lentamente all'azione della religione e preparandone la
definitiva emancipazione.
Nel Medio Evo non si era formato un diritto filosofico di-
stinto dalla morale, e le scienze giuridiche propriamente dette
si riassumevano nell'opera dei pratici intesa a piegare la
norma di diritto romano agli usi, consuetudini, statuti che la
scomposta vita medievale aveva generato: ma tale lavoro di
adattamento a misura che i tempi progredivano, e le condi-
zioni sociali si modificavano si faceva sempre più diffìcile e
ingrato. Col Rinascimento sorge tutta una nuova schiera di
giureconsulti che il Vico chiama filologi: non distratti dai
bisogni della pratica, essi si preoccuparono solo di far rivivere
il diritto romano nelle sue fonti e ne' suoi testi antichi, che
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- 2à —
)0 e degli interpreti avevano profondamente
di revisione e di ricostruzione storico-filo-
>mpiuta, segnò un'era nuova negli studii di
la se fu di grande giovamento alla conoscenza
fonda dei testi dell'antico diritto, essa scre-
do dei pratici, accentuando la discrepanza tra
e le condizioni nuove di vita sociale, rendeva
3rso a nuovi principii giuridici. E questa era
>nza finale a cui portava la Riforma combat-
e teocratiche della Chiesa e la sua azione
30 e sociale. Ma più che tutto fu stimolo de-
tudio filosofico del diritto la formazione degli
toria della convivenza sociale il Medio Evo
jeriodo di transizione dalla Città antica allo
lotto un aspetto esso fu un crogiuolo in cui
si venne dissolvendo ne' suoi elementi pri-
un altro aspetto fu un periodo di incubazione
•ma di convivenza sociale. Il feudo prima, il
versi per origine, costituzione, carattere si
-zionarsi della sovranità in un numero grande
azioni politiche, che di fatto vivevano di vita
idente. Dai feudi e dai municipii in perpetua
vennero svolgendo gradatamente organismi
t seconda della prevalenza dell'elemento feu-
5, si dissero contee, signorie, principati. Queste
associazione politica in Italia si mantennero
3 prepararono l'asservimento allo straniero;
bissate e abbattute dal potere regio risorto,
ritto di sovranità. Dall'azione concorde del
polo si formarono pertanto gli Stati moderni,
itrati e con carattere nazionale. 4c Lo Stato
il Carle (1), occupa un posto di mezzo fra il
t., p. 276.
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particolarismo del Medio Evo, rappresentato dai feudi e dai
municipii, e il cosmopolitismo della Chiesa e dell'Impero».^
Sorto nelle lotte tra la Chiesa e T Impero, lo Stato moderno
si mantenne ugualmente lontano dalle dottrine teocratiche e
dalle tradizioni romane. Né le une nò le altre potevano effi-
cacemente concorrere al lavoro di organizzazione interna, di
unificazione legislativa, giudiziaria, amministrativa dello Stato:
del tutto insufficienti apparvero quando si pose il problema dei
rapporti di reciproca convivenza fra i diversi Stati, sorti dallo
sfacelo dell'unità medievale. In occasione di esso sorsero i
giureconsulti filosofi^ e i primi sistemi di filosofia del diritto.
15. — La violenza, l'astuzia, la frode, come servirono a
formare gli Stati moderni, cosi costituirono l'arte di governo
a cui principi e sovrani apertamente ricorsero per consolidare
e conservare il potere, il Macchiavelli fu maestro insuperato
di questa politica violenta e immorale che si inspirava solo
alle dure necessità dei tempi. In ogni epoca l'intelletto umano
traviato dall'ambiente e dalle condizioni di vita esteriore, si
rigenera e si apre nuove vie astraendo dalla realtà, rifacendosi
a certi principii generali che rimangono pur sempre patri-
monio inalienabile della natura ragionevole dell'uomo. La
ragion naturale fu la fonte da cui i giureconsulti filosofi tras-
sero nel 500 norma e criterio a regolare la vita degli Stati.
Si venne per opera loro formando una scienza nuova, detta
del diritto naturale la quale, nel suo comparire, parve ricon-
nettersi ai concetti del jus gentium, e del jus naturale ela-
borati dai giureconsulti romani nell'ultima fase di sviluppo
dell'antico diritto. L'espressione « jus gentium » significò dap-
prima presso i Romani i principii di diritto che il magistrato
era chiamato ad applicare quando non essendo comune alle
parti in causa la qualità di cittadino romano, era inapplicabile
lo «jus civile »; praticamente comprendeva i principii di diritto
comunemente ammessi e riconosciuti da tutti i popoli coi quali
1 Romani erano più a contatto (1). Lo jus gentium non aveva il
(2) Bitohiei Naturai righta, London 1895, p. 37 e seg.
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- 24 -
3 determinato del jus civile : applicato sopra
argo, regolando rapporti più complessi doveva
ispirarsi all'equità e nel fatto accostarsi al
e dì natura, che i Romani avevano appreso
eca. Lo jus gentiuni fini per confondersi col jus
colTestensione progressiva della cittadinanza,
e differenze politiche tra le varie parti del-
sto xeanQ a comprendere popoli diversi per
li, leggi : allora si formò nel seno dei giure-
etto largo e generale del jus naturale che Ul-
r. quod natura omnibus animalibus docuit (2) »
generalità e indeterminatezza era suscettibile
iplicazione. In Roma quindi lo jus naturale fu
ossario delle speciali condizioni politiche dei-
si svolse per gradi dal jus civile e dal jus
etti di jus gentium e di jus naturale risorgono
carattere e significato diverso. Nel 500 lo jus
come in Roma la generalizzazione del diritto
appresenta da un lato un indirizzo di riforma,
lisce una fonte di diritto affatto nuova, che il
i rapporti fra gli Stati, da poco tempo costi-
saria. Epperò lo jus naturale fu dapprima invo-
i rapporti di pace e di guerra fra i vari Stati,
gentium, che corrisponde solo di nome al jus
nani, e che meglio potrebbe chiamarsi un jus
azionale. Questo nuovo jus gentium aveva ca-
ie in quanto le sue norme si inspiravano ai
a retta e illuminata ragione voleva applicati
i diversi Stati. Se non che lo jus naturale pur
tosse da rapporti di carattere pubblico inter-
iva un nuovo metodo nel campo delle scienze
ava le basi filosofiche del diritto, e fini per
ipo del diritto privato, sottoponendone a re-
I, 2.
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— 36 -
morale stessa. Il perfezionamento deiruomo-individuo
iteressa cosi come interessano le questioni attinenti la
olitica e giuridica degli Stati: la vita contemplativa
di apparire come l'ideale della perfezione, e si cominciò
ire la necessità di formare più che l'uomo, il cittadino,
l'uomo nella pienezza de' suoi diritti civili e politici :
moriva lo svolgersi delle dottrine giuridiche, così come
icuranza degli interessi terreni favori nel Medio Evo
fezionamento interiore dell'uomo, da cui si svolge la vita
3. Né solo ad una inversione del rapporto tra morale e
) assistiamo nel passaggio dall'Evo medio al moderno,
l una totale confusione di criterii e di principii tra le
3ienze: nel Medio Evo la confusione si avvera a tutto
^io della morale, nel 500 assistiamo al sacrificio di
ultima agli interessi del diritto. Tutte le opere sul di-
laturale presentano uno spiccato carattere di indistin-
fra la morale e il diritto, e ben può dirsi in linea ge-
) che la scuola metafisica non riuscì a distinguerne
aente i rispettivi dominii, malgrado gli sforzi fatti da
) de' suoi più celebri rappresentanti.
— Pure anche la scuola metafisica ha la sua impor-
nello studio dei rapporti tra morale e diritto. Sorta in
zione allo spìrito teologico, essa raccolse anzitutto i suoi
nel trovare alle scienze morali una base indipendente
religione. Era questo compito delicato e difficile, se si
alla natura della questione, all'opposizione vivissima
diverse Chiese, cattolica e protestanti, mossero a quanti
ano in dubbio il loro diritto a regolare la condotta, alla
one grande delle tradizioni spiritualiste, che nell'età
na trovarono nuovi e autorevoli rappresentanti. Né qui
5stò l'opera della scuola metafisica : essa affrontò la que-
dei rapporti tra morale e diritto, che teologi e cultori
ritto naturale continuavano per cause diverse a mante-
confusi: essa si rese esatto conto delle conseguenze ul-
che datale indistinzione potevano derivare nel definire
ti dell'azione dello Stato.
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• e*
- 27 -
Il modo di intendere l'uomo e la sua natura può assumersi a
criterio di classificazione dei diversi indirizzi che in ordine al
rapporto tra morale e diritto sorsero in seno alla scuola metafi-
sica. Il Grozio e la sua scuola traggono dalla natura socievole
dell'uomo il fondamento delle loro concezioni etico-giuridiche:
nella storia del rapporto tra morale e diritto essi rappresen-
tano l'indirizzo giuridico più che filosofico, ma il concetto da
cui movevano se giovava agli interessi del diritto, disconosceva
le energie intrinseche dell'uomo da cui si svolge la vita mo-
rale. Hobbes e in genere i filosofi inglesi fondano la distinzione
tra morale e diritto sulla natura egoistica dell'uomo, e rap-
presentano l'indirizzo utilitario e individualista. L'indirizzo
cartesiano, che culmina in Emanuele Kant, eleva e nobilita
la ragione umana, la quale cerca in sé stessa un precetto
categorico e assoluto, che possa esser posto qual fondamento
all'edifizio morale e giuridico. Da ultimo questi diversi con-
cetti, entrando come elementi costitutivi della filosofia francese
del secolo XVIII, gettano le basi di una filosofia sociale, da
cui traggono vita e significato la morale e il diritto. Questi
diversi indirizzi derivano il loro carattere metafisico dal con-
cetto imperfetto o parziale, che si formano della natura
umana: con tutto ciò si collegano strettamente colle vicende
storiche e politiche dei tempi e dei paesi che li produssero:
più particolarmente essi preparano quelle premesse teoriche
che la Rivoluzione francese cercherà tradurre nella realtà.
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— 29 —
analizzata nella .sua essenza, ne' suoi elementi costitutivi, essa
parve fornire i principii atti a regolare la vita degli individui
e degli Stati : tali principii, superiori alla volontà degli uomini,
non soggetti alle mutevoli vicende storiche, trovavano nell'or-
dine stesso delle cose create la loro base salda e incrollabile.
Si andò cosi generalizzando il concetto del diritto naturale,
espressione ultima dell'ordine dell'universo nel campo dei
rapporti individuali e sociali. Mira costante dei cultori del
diritto naturale fu di risalire, mediante un processo di astra-
zione rigorosamente applicato, dall'uomo storico quale nella
realtà si presenta co' suoi vizii, abitudini, pregiudizii, tradi-
zioni, costumanze all'uomo naturale, quale appariva al lume
di una ragione illuminata, spogliato delle qualità e determina-
zioni successive che sono l'opera lenta ed inevitabile del
tempo e della storia: l'uomo naturale venne pertanto a con-
trapporsi all'uomo storico, come l'ideale al reale, l'astratto al
concreto, l'universale al particolare, l'assoluto al relativo. Si
comprende allora come il diritto dovesse intendersi, l'insieme
delle norme e delle facoltà spettanti all'uomo naturale, e a
somiglianza di questo dovesse considerarsi assoluto, immu-
tabile, universale, in contrapposto al diritto storico, quale era
inteso dai giureconsulti pratici e filologi.
La ricostruzione dell'uomo naturale dischiuse la via alla
concezione dello stato di natura; si ricostruì l'uomo collet-
tivo cosi come si era fatto per l'uomo singolo. Le tristi condi-
zioni politiche del 500 parvero giustificare la credenza in una
profonda alterazione della società umana quale là natura e la
ragione consigliavano, opperò fecero sorgere il concetto di
una società ideale, riunione di uomini regolati nei loro reci-
proci rapporti dalle norme del diritto naturale e contrapposta
alla società storica e reale.
Nel concetto largo e indeterminato che dell'uomo e dello
stato di natura si formarono i giureconsulti e i filosofi del 500,
noi possiamo riscontrare la causa originaria della confusione
tra morale e diritto. Questi due concetti a misura che si allon-
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— 30 —
realtà storica tendono a confondersi in una
iella quale scompaiono le differenze specifiche,
ridica, quando si derivi non dal concetto di
aimente organizzata, ma dall'uomo individuo e
ira, facilmente assume forma e contenuto etico,
natura, concepito all'infuori di ogni organizza-
generava rapporti di carattere morale più che
•iva lo svolgersi di doveri più che di obbliga-
iparsi del diritto naturale furono non i filosofi,
iulti. Trionfando dei tentativi e delle incertezze
Ugone Grozio iniziava il nuovo indirizzo nello
tto. Contro di lui uscirono dal seno della Chiesa
sitori, di cui fu mira costante la conciliazione
eriche sul diritto naturale colle dottrine reli-
ali. Nelle vicende di queste due scuole, si rias-
ione giuridica nelle scienze morali,
in cui visse ed esplicò la sua attività Ugone
il periodo delle lotte religiose e dei contrasti
quali gli Stati moderni parvero uscire rifatti
alle fondamenta. Tutto si rinnova nel periodo
chiude colla pace di Westfalia; il lavoro di
liversi elementi dapprima contrastanti, è com-
i di guerra, l'arte di governo, si trasformano
geniale di uomini quali il Richelieu, Gustavo
). Al succedersi non interrotto di uomini illustri
la politica nel campo dell'azione, fa riscontro
pensiero la prevalenza quasi esclusiva degli
se politiche e sociali. Ugone Grozio ha un'im-
jerto minore di quella dei grandi dell'età sua,
< e allarga l'opera : uomo di pensiero e di azione
ottima egli stesso delle persecuzioni religiose,
di ambasciatore egli assiste al trionfo della
chelieu, sostenuta dall'armi Svedesi, contro la
transigenza cattolica e protestante.
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- 31 -
In tempi cosi agitati Grozio si fece maestro di una nuova
scienza politica, la quale senza rinnegare la storia e le esi-
genze pratiche, si inspirasse ai dettami di una vzg^osìB iiki-
minata. La dottrina politica di Grozio contrapposta a quella
bandita un secolo innanzi dal Macchiavelli, segna tutto il
progresso fatto dalle idee morali e politiche nel passaggio dal
secolo XVI al secolo XVII. Macchiavelli inaugura la politica
della frode, e dell'astuziaj derivandola dalla natura egoistica
dell'uomo. Grozio trae la politica dalla innata socialità umana
e la vuol giustificata agli occhi della ragione e della storia.
Essi riassumano due epoche storiche diverse e concretano in
sé due opposte concezioni etico-giuridiche. Occasione a scrivere
fu per Grozio la vexaia quaestio dei rapporti di pace e di
guerra, che prima di lui aveva formato oggetto di infinite
discussioni (1). Ninno però di quelli che lo precedettero, da
tali rapporti di natura speciale, erasi sollevato a principii
generali atti a servir di fondamento alle scienze morali lar-
gamente intese. Ciò fu fatto da Grozio, il quale tra l'empi-
rismo dei giureconsulti, e le astrazioni dei filosofi, aprendosi
una via nuova, riusci a dare la soluzione che meglio risponde
agli scopi e alla natura delle scienze morali in genere, delle
scienze giuridiche in particolare.
20. — Nella storia delle scienze morali Grozio occupa un
posto notevole per aver tentato l'applicazione di un metodo
nuovo che mentre si distingue dai metodi tradizionali, si ri-
connette con metodi propri dell'età moderna, col metodo ra-
zionale da un lato, col metodo storico dall'altro. Prima di lui
le menti ondeggiavano incerte tra indirizzi opposti, né riu-
scivano a sottrarsi all'influenza dei metodi in uso presso gli
scolastici e i giureconsulti. I primi abilissimi nella deduzione,
difettavano nelle premesse, arbitrarie e teologiche: la morale,
(1) Ricordiamo tra i predecessori di Grozio, Francisco de Vtotoria (1486-
1546), Balthazar Ayala (1548-84) e specialmente gli italiani Albmoo Gentile
e Fierino Belli da Alba,
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— 32 —
ui il diritto era un'ulteriore esplicazione, era rigorosa-
te dedotta dai principii rivelati. I giuristi non avevano
)do proprio, intesi com'erano a piegare alle esigenze della
Lea il diritto romano, la cui autorità non potevasi in niun
recar in dubbio. Grozio riassume in sé la tradizione
D&ca. e giuridica, in quanto, non sdegna la deduzione e
'ezza l'autorità del diritto romano; ma modifica entrambe,
he alla deduzione dà un fondamento razionale, e l'au-
;à estese a comprendere il consenso del genere umano,
istinse cosi dagli Scolastici, per aver sottratto il me-
e le scienze morali ai presupposti religiosi (1); non si
use coi seguaci del metodo razionale, che Cartesio inau-
Lva in appresso (2), integrando le affermazioni della ra-
e colle testimonianze tratte dalla tradizione e dalla storia,
a ragione si vale Grozio per risalire alla vera natura
uomo, nella quale devesi trovare il fondamento alla scienza
diritto naturale, sottratto ad un tempo all'arbitrio divino
nano (3). Ma da uomo pratico e esperimentato alla vita
jlica, Grozio comprese l'insufficienza e il difetto del me-
razionale: applicato in tutto il suo rigore esso metteva
) a un diritto astratto e ideale che mal prestavasi a re-
re la moltiforme vita degli Stati. Sopratutto per i diritti
jenti nei rapporti tra i yarii Stati, deve valere come cri-
} di verità non tanto la loro razionalità, quanto il fatto
sono comuni a tutti i tempi e luoghi, e sono univer-
lente ammessi e osservati (4): la stessa autorità degli
I Intorno alla iudìpeiidenza del diritto naturale daJla religione cfr.
ìire belli ao paois, Prolegomeni $ 1 1 ove dice : « quae diximns loQnm
rent etiam bi daremus non esse Deum; aut non curari ab eo negotìa
Sina » — Al $ 10 del Libro I, Capo i dice: vv est autem jus naturale
immutabile, ut ne a Deo quidem mutari queat ».
I Grozio (1582-1645) pubblicò l'opera 8ua nel 1625: Cartesio pnb-
va il Discorso sul metodo nel 1636.
). Cfr. De jure eto. Proleg, $ 39.
) Cfr. Op. oit. Proleg, } 40,
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;jdk
— 33 —
scrittori, purché non si trasformi in tiran
zioni, gli usi, purché si presentino con car
universale devono, secondo Grozio, venir in
latore e servir di fondamento al diritto (2). I
di metodo più che il filosofo rivelavasi il g
21. — La ragione, l'universale consenso,
degli scrittori inducono Grozio nella convin
è un essere essenzialmente e principalment
tale è fornito del linguaggio e delle facoltà
operare (3). 11 diritto naturale che si confc
del giusto, è una conseguenza e una necess
tura socievole e comprende tutto ciò che a
genze della sociale convivenza è conformi
l'utilità, la forza, il timore non possono ce
mento del diritto: ammette che l'utilità posì:
sua formazione come causa occasionale e e
la forza sia mezzo efficace di attuazione è
nega recisamente ch'esse possano formarne
senziale (5). Immutabile e costante viene
(1) Cfr. Op. cit. Proleg. $ 42.
(2) Cfr. Op. cit., Libro I, e. i, $ 12, ove chiara
natarale probari solet a pHoriy si ostendatur rei alic
disconveuientia necessaria oum natura rationali ac soci
si non certissima fide, certe probabiliter admodnm,
colligitur id qaod apnd omnes gentes tale esse credi
(3) Cfr, Op. cit. Proleg, $ 6: #( Inter baec qiiae
est appetitus societatis ». Cfr, ancbe id. id. $ 7 e £
(4) Cfr, Libro I, e. I, $ 3 : « Jus uihil aliud qui
significat ; est autem injnstum, quod uaturae societs
ropugnat ».
(5) Cfr. Op. cit. Proleg, $ 16; « Naturalis juris mi
natura, quae nos, etiamsi nulla re indigeronius, ad
appetendam ferret; sed naturali juri utili tas ac<
anche il $ 17 ove parla dell'utilità come causa detor
del diritto delle genti. Sull'importanza della forza e
ritto, cfr. ib, ib. } 19.
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— 34 —
naturale cosi come la natura umana da cui
di un diritto fondato sulla natura umana,
il concetto di uno stato di natura prepolitico,
kto naturale trova completa attuazione. Le sue
;orno all'origine della proprietà (2), fanno pen-
'ma di convivenza ideale sotto la guida della
[uale regnano la concordia e la sicurezza. Di
un contratto originario che avrebbe determi-
io dalla società naturale alla società civile (3).
ste sul concetto di uno stato di natura, e non
, realmente esistito: ma è indotto dalla logica
ii ad ammetterne la possibilità e a farne il
rico del suo sistema. Come la condotta ideale
, il diritto naturale, così la società civile deve
a la società razionale rispondente alla natura
omo.
lubbio che il problema intorno a cui staffa-
nti all'epoca di Grozio era di natura giuridico,
proposte presentano spiccato il carattere etico,
essariamente accadere in un'epoca in cui la
ipporti tra morale e diritto non era ancor posta,
sava assai più trovare alla condotta, intesa
•apporti politici, una base propria, indipendente
e dall'arbitrio del principe. La base nuova si
latura umana la quale, studiata con procedi-
e nell'uomo singolo, si presentava comune alla
ritto. Ciò fu fonte precipua di confusione e di
l'epoca in cui non si concepiva la morale stac-
igione, spesso bastava il carattere razionale
j. I, e. 1, J 10, u. 5.
u Lib. II, e. Il, $ 2.
;. Lib, II, e, li, $ 2, n. 5 — Grozio defluisce la società
e. 1, $ 14: «est civitas coetus perfectns liberoruni ho-
>iicU et comaais utilitatis causa sociatus ».
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— 35 —
della norma proposta per farla considerare giuridica. Né meno
profondamente radicata era l'idea che la vita morale si con-
centrasse nell'individuo, al cui perfezionamento interiore do-
veva sopratutto mirare: opperò era naturale la tendenza a
considerare come giuridica ogni norma diretta a regolare
rapporti esterni sorgenti tra gli individui, o tra questi e lo
Stato, o sopratutto tra Stati diversi, senza por mente che
tali norme si traevano da quello stesso principio, da cui in
epoca non di molto posteriore altri avrebbe derivato la vita
morale.
Grozio pur assecondando l'indirizzo generale favorevole alle
costruzioni astratte, tradisce la naturale tendenza del suo
ingegno verso gli studii giuridici ; egli riconosce l'importanza
decisiva della tradizione e dell'autorità nel determinare i rap-
porti di natura giuridica, intravede la distinzione tra morale
e diritto quando osserva che la morale è inseparabile dalla
religione (1) e là ove parla di un diritto nel suo vero o stretto
senso {eius juris qvtod propìzie tali nomine appellatur) e di un
diritto in un senso improprio, che noi meglio faremmo rien-
trare nel campo della morale (2). Ancora distingue Grozio tra
ciò che è dovuto per debito di giustizia e ciò che è dovuto
per motivi di liberalità, misericordia, affetto, ossia per obbligo
morale (3). Il dominio di sé e dei propri appetiti costituisce
per Grozio un obbligo che non può imporsi né per forza d'armi.
(1) Op. oit. Proleg. $ 2, n. 2: altrove osserva ohe le verità del diritto
sono tali ohe anche l'ateo è costretto ad ammetterle e praticarle.
(2) Cfr, Op. cìt. Proleg. $ 8, 9, 10: al $ 44 dice: « cum injtistitia non
aliaju naturam habeat qnam alieni umrpationem ecc. ». Con tale espres-
sione Grozio coglie la vera uatnra del giusto e delP in giusto.
(3) Cfr. Op. cit. Lib. Il, e. ir, $ 16: « Illud quoque sciendum, si quia
quid debet non ex justitia propria sed ex virtute alia, puta liberalitate,
gratia^ misericordia, dilectioue, id sicut in foro exigi non potest, it^ nec
armis depoaci ». — Altrove (Op. cit. Libro II, e. vii, $ 4) fa rientrare
il dovere di allevare i figli nella sfera del diritto in seuao ampio, oasia
della morale. Si noti che Grozio non parla nell'opera sua di doveri : il
ano silenzio prova ch'egli li escludeva dal campo della filosofia giuridica,
e li considerava appartenenti alla religione o alla morale.
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v:*^^^
— 36 —
irtù di legge. L'adempimento di tale obbligo, se può
nella sfera del diritto naturale largamente inteso,
interessare che indirettamente l'ordine giuridico-
)onde si vede che Grozio intuì le esigenze della vita
e tra i cultori di diritto naturale solo seppe evitare
:uenze estreme, a cui conduceva l'applicazione del
azionale in ordine al diritto, meritandosi giustamente
il nome di giureconsulto del genere umano,
tezza che Grozio dimostra nel distinguere la morale
to, si riflette nella determinazione dei rapporti tra
) e Stato. Secondo la dottrina di Grozio lo Stato non
istenza e una realtà propria, distinta dagli individui
impongono: esso deriva la sua esistenza da un patto
volontario che gli uomini, seguendo i dettami della
stringono tra di loro per conseguire gli scopi propri
)cietà razionale, la pace e la sicurezza (1). Di qui
zione di uno Stato immutabile ne' suoi diritti e nelle
igazioni, la cui opera è intesa ad attuare l'utile co-
bene pubblico. Pur riconoscendo il carattere astratto
irio di tale concezione, non può negarsi l'idea feconda
ssa si conteneva, esser lo Stato distinto e indipen-
Llla persona del Principe. Fondando la Stato sopra
3 razionale e immutabile, scuotendo dalle fondamenta
e comune al suo tempo che lo personificava nel prin-
)zio sottraeva lo Stato alle vicende dei governanti,
lastie, delle forme di governo; determinando i limiti
lizioni per l'esercizio della sovranità, egli pronunciava
,nna della tirannide e dei governi assoluti (2).
Grande pertanto viene ad essere l'importanza di Grozio
)ria delle scienze morali. Per apprezzarlo al suo giusto
Op cit. Proleg, $ 15, 16 ove P A. afferma che il patto origiuò
civile e la società civile.
Op. cit. Libro II, e. iv, ove tratta della coudizioiie giuridica
;i, e sopratutto il capo XIV in cui parla dei doveri e obblighi
pf, ecc.
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- 37 -
valore bisogna tener conto della condizione creata alla Chiesa
e*airimpero dai tempi nuovi. Le dottrine della Chiesa inspi-
rate alle massime evangeliche mal potevano piegarsi a rego-
lare rapporti d'indole politica. Lo Stato moderno era sorto in
opposizione ai principii ecclesiastici, e svolgevasi all'infuori
dell'azione morale della Chiesa, la quale manteneva ancora
incontrastato il suo dominio nell'intimità delle coscienze in-
dividuali. E coir autorità della Chiesa nei rapporti sociali
era venuta meno l'autorità dell'Imperatore, che in altri tempi
personificava in sé l'ordine sociale e politico ed era chiamato
giudice supremo delle controversie tra i popoli cristiani. La
teorica dell'illimitata volontà del sovrano in materia giuridica
e politica andava radicandosi ed estendendosi ovunque : essa
portava alla separazione assoluta tra morale e diritto, al trionfo
dell'utile, dell'egoismo, e apriva la via alla tirannide più o-
diosa. I popoli venivano ad esser abbandonati all'arbitrio del
Principe, e la forza e la violenza diventavano sinonimi di
diritto e di giustizia. Grozio che sentiva vivo nell'animo il
desiderio dèi bene, l'amore alla libertà e alla giustìzia, si levò
con tutta la vigoria del suo intelletto contro il diffondersi di
tali teorie : alla volontà illimitata di principi increduli e spre-
giudicati égli oppose l'autorità eterna e immutabile della ra-
gione: all'egoismo imperante nei rapporti tra sudditi e sovrano,
e dei popoli tra loro, egli oppose la concezione di un diritto
e di uno Stato naturale, derivati dall'umana natura: nella
guerra stessa egli mostrò come le leg^i non rimangono mute.
I popoli moderni devono pertanto riconoscere in Grozio il
primo autorevole difensore dei loro diritti, e delle loro libertà :
come tale egli precorre i razionalisti del secolo scorso, ma di
essi non conobbe le esagerazioni: passando dalle concezioni
teoriche alle applicazioni pratiche, egli ammise e adottò tem-
peramenti, pei quali si rileva giureconsulto e uomo d'azione.
24. — Grozio esercitò una notevole influenza sullo sviluppo
ulteriore delle scienze morali : egli aveva fatto convergere nel
suo sistema due indirizzi diversi, l'indirizzo filosofico razionale,
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— 38 —
amente giuridico, derivata dalla storia
sti due indirizzi, il primo più rispon-
e intorno a sé più numerosi seguaci,
va per il momento eclissarsi, e confon-
[uelle della scuola storica, che solo più
irsi nel campo delle scienze morali. Tra
nente si inspirarono alle dottrine di
e Samuele Pufendorf. Egli appartiene
secolo XVII, quando l'era delle lotte
e il periodo della formazione degli Stati
imente tramontato. La questione dei
Stati aveva perduto di attualità e di
L considerare nella coscienza dei popoli
ipii proclamati da Grozio. Maggior in-
estioni attinenti la sovranità, la costi-
li Stati, i rapporti tra i sudditi e il
del diritto. Pufendorf si propone ap-
lla parte del sistema di Grozio, che
in forma di prolegomeni all'opera sua;
originale, ma di svolgimento e di siste-
tro questi confini Pufendorf riesce in-
: di Grozio egli svolge il lato filosofico
uridica, e disconoscendo la distinzione
le nel sistema di Grozio era adombrata
3nuta: subisce l'influenza de' nuovi in-
i all'epoca sua si erano affermati nelle
generale per opera di Cartesio, nelle
colare per opera di Hobbes e di Spinoza,
ja tenta senza riuscirvi l'applicazione
) allo studio del diritto naturale (1), e
jolutiste subisce l'influenza di Hobbes,
li combatterlo e di far trionfare le idee
la jìiris unìversalìs methodo mathematlcaf Hagae
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— 39 —
Per Pufendorf Toiiesto e il giusto, che sono gli elemei
generatori della vita morale e giuridica, non hanno esisten
obbiettiva: sono qualità soggettive inerenti non alle cose i
alle azioni, in quanto queste si conformano alla legge pi
scritta dalla volontà di un superiore, il quale viene pertar
ad essere la fonte della vita morale e giuridica (1). Morale
diritto hanno comuni le origini, e la natura : la morale este
ai rapporti sorgenti tra le persone diventa giustizia, la e
osservanza non pur esteriore, ma intrinseca costituisce
dovere (2). Con Grozio ammette l'ipotesi dello stato di natui
concepito all'infuori di ogni istituzione civile, nel quale le leg
della condotta sono imposte dalla ragione in conformità al
natura socievole dell'uomo, da cui scaturisce il principio g
neratore del diritto naturale, e tutta la serie dei doveri e
l'uomo ha verso sé stesso (3). Necessità egoistiche di sicurez
più che naturali sentimenti di benevolenza hanno indotto {
uomini a uscire dallo stato di natura, a stringere un co
tratto da cui trae origine la società civile, la legge positi^
lo Stato (4). Nella società civile fonte della morale e del (
ritto è la volontà del principe (5): in questa parte Pufend(
(1) Cfr. Pnfe^idorf : Dejure naturae etgentium (1672). Libro I, e. 2, $
« Honestas sive necessitas moralis et tarpitudo suut affectiones actiom
huiuaDarum, ortae ex couvenientia aut disconveuientia a norma seu le[
lex vero est inssum superioris ; non apparet qnomodo honestas aut ti
pitndo intelligi possit ante legeni et citra snperìoris impositionem »
Cfr. anche Lib. I, e. vi, $ 4 : € lex est decretum quo snperior sibi snbìecti
obligat ». Cfr. anche id. id. $ 6 e seg.
(2) Cfr, Pufendorf, Op. cit. Libro I, e. vii, $ 3 e per il conce
della giustizia cfr. id. id. $ 6, 7 e seg.
(3) L'A. tratta dello stato di natura nel Libro II, e. il, Op. cit. V<
circa il principio fondamentale del diritto naturale^ Op. cit. Lib. Il, e. ]
$ 15. Sui doveri dell'uomo verso sé stesso^ vedi Op. cit. Libro II, e. :
(4) Op. cit. Libro VII, e. i, $ 7: « Genuina et princeps causa, quj
patres familias, deserta naturali libertate^ ad civitates constitneudas <
scenderint, fuit, ut praesidia sibi cìrcumponerent, contra mala qnae hom
ab homine imminent ». — Sull'orìgine e costituzione dello Stato, cfr. C
cit. Libro VII, e. II.
(5) Op. cit. Libro Vili, e. i.
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— 40 —
gue Hobbes, uè vale ch'egli si sforzi a ili umiliare il so-
dano circa i suoi doveri, poiché dalla volontà di esso trag-
►no pur sempre fopza obbligatoria le leggi. Pufendorf accetta
svolge la dottrina di Grozio finché considera l'uomo nello
ato di natura, sotto l'impero della ragione e delle sue ten-
enze socievoli : ma quando tratta della società civile, ch'egli
insiderà sorta in opposizione alle naturali tendenze del-
lomo (1), si accosta all'Hobbes, col quale inaugura la teorica
iricolosa secondo cui la salute pubblica é legge suprema
>llo Stato (2). Cosi se da un lato disconosce completamente
natura del diritto, trasformandone la dottrina in una dot-
ina dei doveri dell'uomo, dall'altro fa della volontà del so-
dano la fonte di ogni obbligazione morale e giuridica col
Lcrificio incondizionato dell'individuo e delle sue naturali
ndenze agl'interessi dello Stato.
25. — Al Pufendorf spetta incontrastato il merito di aver
lCCoUo a sistema il materiale che da ogni parte sulle orme
Grozio si era andato accumulando: quindi in lui i caratteri
onerali e le conseguenze ultime dell'indirizzo che mette capo
Grozio e che sul continente trovò largo seguito di cultori,
manifestano nelle forme più spiccate. Studiando Pufendorf
)i possiamo misurare tutta là portata scientifica e pratica
dio stqdio sul diritto naturale, il quale costituisce la scienza
iciale dell'epoca, intorno alla quale gli spiriti nuovi, deside-
»si di riforme si raccolgono per tentare la soluzione dei più •
ariati problemi religiosi, etici, politici. Si viene pertanto
aturando nel campo delle scienze morali una rinnovazione
laloga a quella^ che si andava dispiegando nel campo delle
ienze fisiche e naturali. Nella storia del diritto naturale,
:*ozio rappresenta la mente inspiratrice, il Pufendorf la mente
►ordinatrice. Si comprende allora come in Pufendorf dovesse
jcentuarsi la confusione tra morale e diritto. Anch'egli di-
ci) Op. cit. Libro VII, e. i, $ 3 o sopratutto $ 4.
(2) Op. cit. Libro VII, e. il, } 8.
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- 41 -
stingue tra « forum internum et exteriium », ma quello abban-
dona alla teologia e fa materia della filosofia giuridica il vasto
campo del forum externum ossia della condotta in generale
ne' suoi rapporti esteriori (1). Nell'estensione assunta dalla
scienza del diritto naturale, svoltasi all'infuori della religione
e sopra basi razionali, tendente a quella costanza e immuta-
bilità, che in altri tempi attribuivasi alle manifestazioni della
volontà divina, si nascondeva un pericolo grave per l'avvenire
delle scienze morali. La confusione tra morale e diritto nelle
forme esagerate, ch'essa assume nei sistemi di Hobbese di Pu-
fendorf, minacciava risolversi nel fatto in una tirannia delle
coscienze per parte dello Stato, analoga a quella che in altri
tempi erasi deplorata per parte della Chiesa* Chi si rese per-
fetta coscienza del pericolo e corse al riparo fu Cristiano
Thomasius.
26. — Spirito irrequieto e veemente, ingegno satirico, sprez-
zante Thomasius ebbe la mania del nuovo, non però, come
spesso capita, del paradossale: che anzi il suo odio per gli
aristotelici, il suo disprezzo per la metafisica rappresentavano
in lui la reazione del senso comune contro il convenzionalismo
aristocratico della scienza ufficiale, le sottigliezze inutili e
dannose nelle quali il pensiero del suo tempo si perdeva; fu
sua mira costante rianimare la filosofia col contatto della
realtà, infonderle uno spirito nuovo, e sopratutto indirizzarla
ad uno scopo di utilità individuale e sociale (2). Era naturale
ch'egli si volgesse di preferenza verso gli studii di diritto
naturale, che rappresentavano l'indirizzo nuovo e nello stesso
(1) Vedi in proposito la critica severa che il Leìbuitz fa dei prinoipii
esposti dal Pufendorf, cli^ egli teneva in poco conto e come filosofo e
come giureconsulto. — Leibnitz : Opera, Ed. Dutens, Voi. IV, Parte in,
pag. 275 e seg.
(2) Thomasias (1655-1728) nel 1681 insognò matèrie giuridiche a
Lipsia : nel 1690 per sfuggire alle persecuzioni esalò a Berlino presso
l'Elettore Federico III, che gli offerse nel 1694 una cattedra all'Università
di Halle.
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— 42 -
npo pratico della scienza filosofica. Anche in questo campo,
r non uscendo dall'indirizzo iniziato dal Grozio e continuato
1 Pufendorf, ebbe modo di dar prova del suo spirito originale.
\bbiamo di Thomasius due opere sul diritto naturale (1),
ritte a distanza di 17 anni, le quali misurano il progresso
to dal suo pensiero in questo periodo di tempo. Vissuto
i la fine del secolo XVII e il principio del nuovo, egli rias-
me quanto prima di lui si era fatto nel campo degli studii
iridici, e si fa eco delle tendenze nuove, da cui si gene-
rono riUuminismo tedesco e la filosofia kantiana. Nella
ima delle opere sopra ricordate noi possiamo scorgere tutta
ifluenza esercitata da Grozio e da Pufendorf sul suo pen-
iro: con essi concorda nel dare alla scienza del diritto
turale come fondamento la natura socievole dell'uomo sot-
lendolo ad ogni vincolo teologico (2), nell'accettare le finzioni
Ho stato di natura e del patto per la costituzione della sc-
ita civile (3), nel derivare, sull'esempio di Pufendorf, il
•itto dalla volontà di un superiore (4). Fin da questa prima
era Thomasius mostra di meglio comprendere la natura del
•itto, affermando recisamente che non si dà diritto fuori
Ila società, né società senza diritto (5) : ma non pone ancora
'suoi veri termini la questione dei rapporti tra morale e
'itto: ciò fece solo più tardi sotto la pressione di speciali
•costanze di fatto e per motivi pratici, che costituiscono la
usa intima e motrice di tutto lo sviluppo della sua dottrina.
27, — La Sassonia, in cui Thomasius viveva insegnando a
psia, era in quell'epoca teatro di aspri dibattiti religiosi,
protestantesimo attraversava in Germania una crisi labo-
)sa. Le lunghe, interminabili polemiche teologiche ne avevano
[1) InstUutiones jurisprudentiae divinoCj 1688. — Fundamenta juris naiurae
gentium ex sensu communi deducta ecc. 1705*
[2) Cfr. InstUutiones ecc. Libro I, e. iv, $ 55 e 63.
;3) C(r, Institutiones ecc. Libro III, e. vi, $ 12, 26, 29 e seg.
[4) Op. cit. Libro I, e. i, $ 82.
[5) Cfr. Op. cit. Libro I, e. i, $ 100, 101.
1
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— 43 —
profondamente falsato il carattere: la fiducia del popolo, la
influenza sul costume erano scosse, perchè non potevano con-
ciliarsi col dogmatismo arido, intollerante, scolastico, al quale
si era ridotta la vita religiosa. Si destò allora un movimento
di reazione, noto sotto il nome di « Pietismo » che ebbe a
primo legislatore se non a promotore lo Spener, e che propo-
nevasi di far rinascere il sentimento religioso nelle sue forme
schiette e popolari. Le lotte tra ortodossi e Pietisti, condotte
con un'acrimonia incredibile minacciavano risolversi iii moti
separatisti: gli eccessi di misticismo, a cui i Pietisti si ab-
bondonavano, provocarono l'intervento dei principi, partigiani
dichiarati degli ortodossi: si promulgarono editti di repres-
sione, e i Pietisti furono perseguitati, processati, condannati
come colpevoli di stregonerie: la tortura, l'inquisizione per
opera dei protestanti parvero ritornare in onore. Thomasius
prese parte attiva a questi avvenimenti: nel movimento pie-
tista egli vide il ritorno ad un sentimento religioso più vero
e naturale. I Pietisti e quanti erano accusati di malia tro-
varono in lui un difensore tanto più efficace in quanto alla
sua mente di giureconsulto tali processi costituivano altret-
tanti attentati alla libertà di coscienza, un'invasione della
pubblica autorità in campo che doveva considerarsi sottratto
all'azione punitiva. In occasione di tali fatti egli si rese conto
del pericolo derivante dalla mancanza del criterio distintivo
tra ciò che era di competenza della morale e ciò che rien-r
trava nella sfera del diritto. Tali idee maturarono nell'esilio,
a cui egli stesso andò incontro e si presentano in forma de-
finita nell'opera sul diritto naturale pubblicata nel 1705 (1).
28. — Thomasius nella sua tendenza al nuovo, ne' suoi
intendimenti pratici fu sotto molti aspetti benemerito della
(1) Thomasius combattè la tortura e i processi contro le streghe nel-
l'opera 4L De crimine magiae ». Federico II disse di lui che aveva riven-
dicato alle donne il diritto di vivere senza pericolo. La difesa dei Pietisti
e i primi accenni alla distinzione tra morale e diritto si trovjino nelVo-
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- 44 -
filosofia tedesca. Prima di Kant egli intravide il nesso esistente
tra il problema conoscitivo, etico e giuridico: primo osò af-
fermare che la ragione non deve andar disgiunta dal senso,
e che solo la conoscenza dei fenomeni è fonte di certezza.
Nel rispettare ed accrescere l'essenza delle cose consiste
il bene, e la maggior felicità dell'uomo costituisce lo scopo
ultimo della morale. Nel concetto amplissimo di diritto natu-
rale Thomasius fa rientrare la morale e il diritto, ma nel
determinare il principio generatore abbandona Pufendorf, so-
stituisce al principio della socialità l'istinto alla felicità, e
^ su di questo fonda il criterio di distinzione tra le due scienze,
di cui l'una tende ad attuare la felicità interna, l'altra la
felicità esterna (1).
Né solo per lo scopo diverso a cui mirano si distinguono,
secondo Tiiomasius, la morale e il diritto, ma anche e sopra-
tutto per la natura dell'obbligazione, la quale si presenta
nelle due scienze diversa per ciò che riguarda l'origine, l'og-
getto, i caratteri. L'obbligazione giuridica nasce dal comando
di un superiore, ossia trae la sua forza obbligatoria da una
forza esterna: l'obbligazione morale invece scaturisce dall'in-
timo della coscienza individuale, e più propriamente dall'ap-
prensione di un male o di un pericolo al quale l'agente si
espone nell'atto di agire (2).
In ordine all'oggetto, l'obbligazione giuridica si riferisce
solo a rapporti esterni sorgenti tra uomini uniti dal vincolo
di società. L'obbligazione morale invece ha una sfera di ap-
plicazione molto più larga: essa non solo comprende i rapporti
esterni, ma ancora gli interni che l'uomo ha verso sé stesso (3).
pera € Sai diritto dei principi evangelici neUe controversie teologiche ».
In questa parte non ho potato valermi, come mi valsi altrove, dell'opera
magistrale del Buffini sulla « Libertà religiosa ». Ed. Bocca, Torino 1901,
Voi. I, e. IV, $ 12.
(1) Cfr. Fundamenta ecc. Libro I, e. 4, $ 35 e sopratutto al e. 6, $ 21.
(2) Cfr. Op. cit. Libro I, e. 4, $ 58 e seg. e e. 5, $ 1 e seg.
(3) Cfr. Op. cIt. Libro I, e. 5, $ 17 e seg.
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— 45 —
Precisando meglio il suo concetto Thomasius aggiui
oggetto dell'obbligazione morale possono essere Vhom
il decornun, mentre dell'obbligazione giuridica solo lo,
Sotto questi tre concetti rientrano tutti i doveri: Vhc
comprende i doveri che l'uomo ha verso sé stesso, i
riassumono nel principio di fare a sé quello che si à
altri faccia: il decorum e ìojusium abbracciano tutti
verso gli altri: ma di essi, i doveri di convenienza e
lenza rientrano nel decorwn, i doveri di giustizia nello,
11 diritto pertanto non solo non è ciò che di sua n
semplicemente onesto, ma neppure consiste in ciò e
sua natura semplicemente decoroso.
Da queste premesse deriva il carattere negativo e
dell'obbligazione giuridica, il carattere positivo e im
della obbligazione morale (1). Il diritto deve limitarsi a
quelle azioni che appaiono inconciliabili con una vita
ordinata: donde la necessità che abbia limiti fissi e c<
da escludere l'arbitrio. L'obbligazione morale risolver
atti positivi diretti alla maggior felicità dell'individuo
società ha un campo d'azione più largo che non puc
in alcun modo circoscritto.
Un ultimo criterio di distinzione è dato dagli effetti
che dalla morale e dal diritto scaturiscono. Mentre l'eci
morale consiste nella spontaneità degli atti e quinc
mancanza di qualsiasi coazione esterna, il diritto, ch<
dizione essenziale della vita sociale, nell'interesse dell
limita la libertà e reprime le naturali tendenze degli in
ha carattere coattivo e deve imporsi e attuarsi ancl
forza.
Tali le principali distinzioni che Thomasius rileva
rale e diritto: la critica potrà facilmente trovarle i
superficiali in quanto non sono desunte dall'intima
delle due scienze, ma ninno potrà negare ch'esse per
(1) CtV. Fun^amenta ecc. Libro I, e. 5, J 23.
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rezza e precisione con cui sono concepite, riescono di grande
utilità pratica. E invero la distinzione posta serve al Tho-
masius per segnare ì limiti dell'azione dello Stato ne' suoi
rapporti cogli individui. Compito dello Stato è di valersi del
diritto per conseguire la pace e la sicurezza sociale: la vita
religiosa e morale eccede la sua competenza, e costituisce un
patrimonio sacro e inviolabile in ordine al quale l'individuo
-deve poter esplicare nel modo più ampio e perfetto la sua
libertà.
Per opera di Thomasius un vero progresso si opera nelle
scienze morali: egli inizia la distinzione tra morale e diritto,
e ne mette in evidenza l'importanza teorica e pratica. Dopo
di lui si potè discutere sul fondamento da darsi alla distin-
zione, ma niuno osò revocarne in dubbio la convenienza e la
necessità. In ispecial modo la coattività quale carattere for-
male della norma giuridica può considerarsi definitivamente
acquisita alla scienza. Thomasius ebbe numerosi seguaci, ma
niuno originale e autorevole (1) : la distinzione tra morale e
/liritto dopo di lui diventa scolastica, e perde ogni valore pra-
tico. La soluzione data dai giureconsulti filosofi alla questione
dei rapporti tra morale e diritto, doveva far luogo alla solu-
zione filosofica attuata dal Kant.
29. — I giureconsulti filosofi si succedono ininterrotti da
Grozio a Kant, ma l'opera loro fu per motivi diversi ugual-
mente contrastata dai romanisti e dagli scolastici. I romanisti
ripudiavano le astrazioni teoriche e arbitrarie dei cultori del
diritto naturale, e si mantenevano interpreti fedeli e custodi
gelosi della tradizione giuridica classica. Dal canto loro gli
scolastici rimproveravano all'indirizzo giuridico-filosofico, il
(1) Alla scuola dì Thomasius appartengono ; Girolamo Gundling (1671-
1729) autore dello « Jas naturae et gentium » dove tratta del diritto con
esclusione della morale ; di questa tratta in un'altra opera, a cui dà il nome
di etica ; E. Gerhard^ che scrisse « De principiis justi » (1712); il Koehlef%
VAohenwally ecc. Cfr. Carmignani: Storia della filosofia d^l diritto ^
Lucca, 1851, Voi. HI, pag. 151 e seg,
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— 47 -
carattere ateo e profano e con ogni sforzo si adop
conservare alla Chiesa l'antica autorità in fatto
e di costumi. Assecondando abilmente le tendenz
essi accolgano senza difficoltà il concetto del diri!
e la teorica dello stato di natura, ma al fondameli
delle nuove dottrine, vorrebbero sostituito il pri
lato, e mantenuti i vincoli che legano il mond
Dio. I più autorevoli rappresentanti dell'indirizz
la conciliazione tra le esigenze del pensiero nuo
denze religiose tradizionali furono Giovanni Seldei
Cocceji (2). Ma l'opera loro era condannata all']
alla sterilità, come quella che più non rispondevi
zioni nuove create allo Stato e alla Chiesa. La Chi(
aveva perduto della sua universalità e della suj
sociale e politica. Ne' paesi protestanti la religi
ufficiale e dipendente dai governi : ne' paesi catt
stioni giurisdizionali accennano a una progressi)
dello Stato nel dominio ecclesiastico. In tali condi:
la libertà dei popoli, gli interessi del diritto e (
non potevano trovare sufficiente guarantigia nell'a
Chiesa, nell'efficacia della religione; nessuna via i
sentavasi all'infuori di quella indicata e seguita
consulti filosofi, tendente ad elevare sopra gli ir
cupidigie degli uomini e degli Stati il tribunale si
ragione, i cui responsi si imponessero alla cosciei
col grado di evidenza e di certezza proprio degli j
scienze matematiche.
30. — Generalmente è trascurata l'importanza
consulti nella storia delle scienze morali: eppur
intolleranza religiosa, cattolica e protestante, e
l'assolutismo politico, ostacolavano qualsiasi riforr
(1) Giovanni Selden (1584-1654) pubblicò nel 1640 V<
naturali et geutium jaxta disciplinam ebraeorum » Cfr. I
(2) Enrico e Samuele, padre e figlio: l'uno autore
illii.stratus ecc. » l'altro di un « Tractatus jiiris gentiuin
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— 49 —
§4.
Tofl)fl)aso Hototoes e l' indicizzo ztqpitìco
i>elle sclei>ze fpotall.
SOMMABIO : 31. Bacone e saa posizione nella storia del pensiero ~ 82. Bac
e le scienze morali — 88. Etica e scienza civile in Bacone — 84. Il metod
Hobbes ^ 35. Hobbes e i suoi tempi — 86. Sistema etico-giuridico di Hot
— 37. Il rapporto tra morale e diritto in Hobbes — 88. L'opposizione a Hobi
Cumberland — 89. Locke e i suoi tempi — 40. Morale e diritto in Locki
41. Da Locib a Hume — 42. Humé e i suoi tempi — 48. Filosofia di Hum
44. Rapporto tra morale e diritto in Hume — 45. Adam Smith e sua im]
tanza — 46. Sistema etico-giuridico di Smith — 47. Conclusione.
31. — Bacone è il profeta della nuova epoca, è il Mosè e
ha dischiuso la vista della nuova terra promessa. Questo C(
cetto espresso dal Macaulay (1) non risolve la dibattuta qi
stione risguardante il posto che Bacone occupa nella sto:
del pensiero. A risolverla conviene considerare a parte Baco
e l'opera sua, Bacone e i suoi tempi, Bacone in rapporto a
sviluppo del pensiero scientifico e filosofico posteriore.
Considerata in sé stessa l'opera di Bacone racchiude un a
significato, come quella che, sotto un'apparente riforma
metodo, prelude ad un nuovo orientamento del pensiero, ad
rinnovamento radicale del sapere. Sotto tale aspetto Bacc
occupa un posto eminente non solo nella storia delle scien
come ritiene l'Adam (2), ma ancora della filosofia. Primo e
assorse al concetto tutto moderno e per l'epoca sua prematu
dell'unità dello scibile sulle basi della filosofia naturale r
novata dal metodo induttivo. Per Bacone l'unità del metod
correlativa all'unità della scienza, e questa è a sua volta
riflesso e il prodotto della unità che si ammira nella natu
Le scienze formano un tutto unico e continuo in cui le pa
si distinguono, ma non si separano; quando una reale se]
razione si verifica, la parte divisa isterilisce e muore. T;
(1) Cfir. il noto saggio del Macaulay (Lord Bacon, EssaySf ed. Tauchn
III, pag. 144-45).
(2) Ch, Adam, Philosojìhie de Francis Bacon, 1890, ed. Alcan, p. 4
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secolo XVII sulla via tracciata da Bacone: non la scienza,
poiché il prevalere degli studii astronomici sullo studio delle
scienze naturali propriamente dette, fece preferire il metodo
geometrico al metodo strettamente induttivo di Bacone (1):
non la filosofia che segui un metodo soggettivo ed empirico
più che positivo quale era da Bacone indicato. Nell'azione di-
retta a scuotere il giogo della teologia ben si rivela Bacone
figlio dell'epoca sua, ma tra i dogmatici e gli scettici egli si
apri una via sua propria, che non fu né la razionale di Car-
tesio né l'empirica di Hobbes. Bacone è il vero precursore di
quella filosofia positiva, che il Comte doveva nel secolo XIX
opporre alle aberrazioni metafisiche (2); di ciò può. far prova
la sua dottrina etico-giuridica.
32. — Sotto l'aspetto speciale delle scienze morali Bacone ò
non fu preso in considerazione o non fu rettamente giudicato
sia per parte di coloro che vollero derivare da lui lo svolgi-
mento del pensiero etico inglese, sia per parte di quelli che
negano alle sue dottrine morali ogni valore. Ciò si deve in
parte a Bacone stesso il quale più che un sistema etico-giu-
ridico svolto nelle sue singole parti, ci lasciò l'abbozzo di un
sistema, il quale non attrasse mai l'attenzione degli studiosi,
mentre pur permetteva la ricostruzione intera del suo pen-
siero.
Due furono le preoccupazioni costanti di Bacone in ordine
alle scienze morali : sottrarle al dominio della, teologia e della
metafisica. Col Montaigne e col Charron egli ebbe comune lo
(1) Le scienBe naturali dopo le scoperte del Vinci, del Serveto, del-
l' Harvey, subirono un arrèsto nel secolo xvii di fronte ai notevoli pro-
gressi dell'astronomia e con essa delle scienze matematiche : la geometria
in particolare divenne per oltre un secola la scienza madre, alla cui in-
iSaeDza non seppero sottrarsi le stesse scienze morali. È noto che Bacone
fa fierapiente avverso all'estensione delle matematiche allo studio della
natura.
(2) Il Comte accennando all'unificazione del sapere come allo scopo
ultimo della filosofia posi ti vn^ e costretto a ricordare le geniali intuizioni
di Bacone {Cours de philoso^hie posUivef I, p. 50 e p. 59-60 ediz. 1869).
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WTJ^^SfTT
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sofi inglesi che lo seguirono, e solo può riconnettersi ai t
tativi fatti nel secolo XIX per dare alle scienze morali
fondamento positivo. Elemento generatore delle scienze moi
è per Bacone la natura, in ciò coerente al principio secoi
il quale la scienza della natura non solo è scienza madre
cui tutte le altre devono coordinarsi, ma in tanto ha valor
significato in quanto può servire a dar norma e indirizzo a
vita individuale e collettiva (1).
33. — Nella classificazione delle scienze posta da Bacoi
l'Etica e il Diritto rientrano nel largo campo delle sciei
relative all'uomo; ma mentre l'Etica è il ramo più nobile de
Filosofia umana, che studia l'uomo a sé, in quanto consta
elementi corporei e spirituali, il Diritto colla Politica cos
tuisce la parte fondamentale della filosofia civile, la qu
move dal presupposto dell'uomo associato e già eticamei
formato (2).
I rapporti e i limiti tra le due scienze sono in tal me
implicitamente segnati: l'Etica forma l'individuo, la Scien
civile mediante il diritto provvede alla prosperità e alla pi
interna di uno Stato : quindi differiscono tra loro per l'ogget
lo scopo, la sfera diversa in cui si svolgono. Niun dubbio e
il contenuto della scienza civile, risultando di elementi as$
varii e disparati, con grande difficoltà si lascia ridurre a le|
e abbia letto le sue opere. Certo conobbe Vanìni nel 1612 a Londra»
sopratntto apprezzò il Telesìo che chiama « amantem veritatis et scien
ntileni, hominam novoram primuin ».
(1) La decadenza della filosofia morale e civile è attribuita da Bac<
al fatto che queste scienze non « alnntur a philosophia naturali » (Noi
Organum, I, 80). — Altrove {De Augmentis, IV, e. i) dichiarò che la sciei
dell* uomo « naturae ipsìus portio est ». — Il vincolo strettissimo tra
scienze della natura e le scienze morali scaturisce anche dal suo n
principio: « quod in contemplatione instar causae est^ id in operati<
instar regulae est ». (Nov, Org. I, 3).
(2) Cfr. De Jug. Libro IV, e. i, ove dice: Doctrina de homine dupli
aut coutemplatur hominem segregatum, aut congregatum : alteram phì
sophiam humanitatis, alteram civilem vocamus.
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— 54 —
ili (1). Ciò per altro non toglie che i mezzi di
cienza civile abbiano un grado di efficacia
iplicazione più facile di quelli offerti dalla
3tto un certo aspetto torna più facile, acuta-
acone, dominare e dirigere una folla che non
) istintive, impersonali, frutto di imitazione,
>ne notevole, per quanto non avvertita, nella
ndividuo segue suo malgrado il moto generale
cui riflette i sentimenti, le idee, le tendenze,
on può far assegnamento sull'azione di queste
Qè subisce i vincoli e le repressioni sociali
formazione dell'uomo interiore. Ancora l'Etica
ne interna dell'uomo, e sulla bontà dell'inten-
insiste: per la vita e per il progresso sociale
liformità esteriore degli atti alla legge, e per
D servire mezzi sensibili e materiali, l'uso dei
agli scopi della morale. Le proporzioni stesse
sua stessa perennità di esistenza, la comples-
iti che lo costituiscono sviluppano un gioco
Bazione, per cui le cause deleterie agiscono
3 insensibilmente: nei singoli individui, data
vita, e la costituzione più semplice del loro
^uenze delle azioni disoneste si svolgono più
lutamenti nell'opinioni e nei costumi sono più
i. Per tal modo Bacone sotto colore di accen-
Ità diverse, contro cui l'Etica e la Scienza
ttare, tocca le differenze tra le due discipline,
apporti che corrono tra individuo e Stato. Le
devono tener conto delle condizioni variabi-
li vidui : le norme giuridiche valgono per l'or-
forme, perchè più vasto, dello Stato, e in esso
osserva Bacone (De Aug, Lìb. Vili, e, i) che Soggettò
è pili di ogni altro « materiae immersum^ ideoque
mata redncitur ».
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^ 55 ^
scompaiono le differenze dell'individuo, che è l'atomo della
vita sociale (1).
La stessa modernità di vedute Bacone dimostra nel trattare
a parte l'Etica e il Diritto (2). Dal modo di comportarsi degli
esseri in natura, egli trae la soluzione del problema teorico
relativo alla natura del bene (3). Ogni cosa in natura, esistendo
ad un tempo per sé e come parte di un tutto, tende a con-
servarsi, accrescersi, moltiplicarsi: cosi esiste per l'uomo un
bene individuale e collettivo; nello svolgere sé stesso e le
proprie facoltà in guisa da rendersi atto a far il bene del
tutto, di cui fa parte, sta la perfezione morale dell'uomo. De-
terminata la natura del bene, bisogna che l'uomo sia in grado
di raggiungerlo con una serie di mezzi, che solo può indicare
lo studio della costituzione psichica speciale di ciascuno,
variabile secondo i tempi, i luoghi, l'età, il sesso. In ciò
sta la morale pratica, nel trattare la quale il moralista deve
fare come il medico che studia il corpo umano per conoscerne
i mali e indicarne i rimedii. Lo studio del bene collettivo fa
parte dell'Etica non della filosofìa civile come a tutta prima
potrebbe p/irere. Finché prepariamo ed educhiamo l'uomo a
convivere in società, a preferire il bene comune al proprio,
la vita attiva alla contemplativa, noi non usciamo dai limiti
e dai compiti della morale (4). *
(1) I rapporti tra l'Etica e la Scienza civile sono svolti da Bacone nel
Libro vili, e. T, del De Augmentis.
(2) La dottrina etica di Bacone è contennta nel Libro VII del De Aug-
ìnentis : la dottrina giuridica nel lib. VIII, e. m, sopratatto nell' « Exemplum
iractatus de justitia universali; sive de fontibus juris > che è aggiunto come
appendice al libro Vili.
(3) Distribuisce Bacone la dottrina etica in due parti: l'una teorica
€ de exemplari boni » tratta della natura del bene ; l'altra pratica « de
regimine et cultura animi » tratta delle norme atte a conformare l'animo
al bene : senza quest'oltima, la prima è come una statua « pulchra quidem
aspectu, sed motu et vita destituta » (De Aug. Lib. VII, e. in).
(4) In quella guisa che è cosa diversa fabbricare una macchina, e met-
terla in moto, così la scienza civile si distingue dalla dottrina del bene
coUettivo che conforma l'animo alla vita sociale.
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— se-
nato moralmente l'individuo, entra in campo la Scienza
avente per oggetto l'uomo congregato. Nell'abbozzo fi-
lasciatoci da Bacone è la parte che presenta maggiori
3 e imperfezioni. Però nel trattare dell'azione dello Stato
ipporti interni fra i cittadini, azione che si esplica me-
ì il diritto, Bacone dà novella prova di larghezza e ori-
tà di vedute (1). Il diritto non è fine a sé stesso, ma
per procurare il benessere materiale e morale del po-
Nel trattare di legislazione Bacone dichiara dì voler se-
un metodo suo proprio, distinto da quello adottato dai
consulti filosofi e pratici, dei quali i primi fanno leggi
jinarie per stati immaginarli, i secondi sono schiavi
leggi e degli usi locali, non hanno la guida dei prin-
che è condizione di equanimità e sincerità nei giudizii.
:islatore deve conoscere la filosofia civile, e l'equità
ale da un lato, ed essere dall'altro esperto conoscitore
>stumi e dei bisogni del popolo, pel quale fa le leggi (2).
, varietà delle leggi può bene associarsi, secondo Ba-
alla loro unità, poiché sotto le moltiformi leggi degli
e dei popoli, non é difficile rintracciare certi principii
Lstizia costanti, su cui può elevarsi un sistema di legis-
le ideale, a cui tutte le leggi diverse si riconducono, e
i tutte discendono (3). Ma la sapienza del legislatore non
solo consistere nel conoscere e determinare le legum
ma ancora nell'applicazione della legge (4). Quest'aspetto
La dottrina deUo Stato è da Bacone distìnta in dne parti : Tiina
mo 8ive de repuhlica administranday l'altra de justitia universaUf sive
ihu8 juriSy ossia la parte politica e la giuridica (De Atig, Lib. Vili).
Xr. De Aug, Libro Vili in fine, ove dice: « philosopbi multa prò-
, dictn pulchra, sed ab usu remota. Jnrisconsnltì antem, suae qnisqne
leguin, yel etiam romanorum aut pontificiarum, placitis obnoxii,
sincero non ntnntnr, sed tanquam e vincnlis sermocinantur »'•
I!fr. De justitia univeì^sali, Aph. 6.
i La saggezza del legislatore, egli scrive, consiste non solo nellM-
li giustìzia, ma nella sua applicazione^ nel prendere in considera-
mezzi per i quali le leggi sono reso certo, le cause e 1 rimedi delle
Lcertezze ».
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- 57 -
formale del diritto, trascurato dai fìlosofl del diritto naturale,
,ha un'importanza nell'attuare gli scopi della giustizia, che non
sfuggi a Bacone; se vario è il contenuto delle leggi, la forma
è costante e può ridursi ad assiomi; se la perfezione delle
le^i non può facilmente ottenersi, almeno devesi cercare la
certezza coi mezzi formali. Là certezza è condizione neces-
saria per conseguire VaequUasjuris, ossia l'uniforme interpre-
tazione e applicazione della legge, da cui dipende la efficacia
e l'autorità del diritto sostantivo (1).
Poco meno di due secoli dovevano trascorrere prima che le
idee di Bacone fossero accolte e applicate: certo a principio
del secolo XVII erano premature. Bacone fece come colui che
avendo trovato una nuova via vi si slancia con entusiasmo e
la percorre rapidamente fino alla fine: ma gli altri per tal via
non lo seguirono come quella che contrastava troppo alle ten-
denze e ai metodi filosofici del secolo: ailcora la mente umana
non aveva condotto il metodo razionale alle sue estreme con-
seguenze per ricredersi, e porsi sulla via più modesta, ma più
sicura aperta da Bacone alle scienze morali.
34. — Hobbes fu chiamato il primo discepolo di Bacone : tale
filiazione intellettuale, sostenuta fra gli altri dal Kuno Fischer,
fu generalmente accolta: le stesse relazioni personali che cor-
sero tra Bacone e Hobbes parvero confermarla. Il Wundt stesso
fa dell' Hobbes un continuatore di Bacone nel campo delle
scienze morali (2). Studii più recenti vennero in opposto pa-
rere, a noi crediamo col Lange, collo Jodl, col Sidgwick, che
si debba negare qualsiasi rapporto di filiazione tra Hobbes e
Bacone (3). La diversità del metodo rispettivamente usato fu
ornai posta fuori di dubbio dal Lange e dallo Jodl (4). Il Lange
(1) Il criterio deUa bontà di una legge sta in ciò ch'essa sia « intima-
tione certa,' praecepto jnsta, executione commoda, cum forma politiae
congrua, et generans virtutem in subditis * (Ib. Aph. 7).
(2) Cfr. Wnndt: Ethik, Libro II, e. ni.
(3) Cfr. Sidgwick : Outlines of the history of Ethics, 2* ediz. London,
1888, p. 158.
(4) Cfr. Jodl: Gesc'xiichte der Ethik, Voi. I, 1882, p. 109.
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^ 58 ^
definisce il metodo di Bacone induttivo, quello dell' Hobbes
ipotetico-deduttivo, ossia cartesiano (1). Mentre il primo pro-
cede analiticamente movendo dall'individuo per elevarsi €\
genere e quindi giungere direttamente alle cause reali dei
fenomeni, salvo poi ricorrere alla deduzione per utilizzare e
generalizzare le verità discoperte, Descartes e sulle sue traccio
l'Hobbes procedono sinteticamente premettendo la teoria a
guisa di ipotesi, spiegando mediante essa i fenomeni, per
poi controllare la bontà della medesima facendo ricorso alla
esperienza, a cui spetta la pai'te principale e decisiva nella
dimostrazione. Ninna comunanza quindi di metodo tra Bacone
e Hobbes: entrambi ricorsero all'esperienza, ma Bacone vi
ricorse per elevare su di essa la scienza, Hobbes per con-
fermare la teoria, posta innanzi come ipotesi. Osserva il Lange
che il metodo ipotetico-deduttivo è assai più vicino al vero
processo seguito nello studio della natura che non quello
induttivo di Bacone (2): qualunque sia il valore di tale afferma-
zione, essa è vera pel secolo XVII, nel quale prevalsero l'astro-
nomia e le scienze matematiche. A questo metodo, prevalente
nel campo stesso delle scienze naturali, non ancora trasfor-
mato in razionale puro per opera dei fanatici seguaci di Car-
tesio, appartiene Hobbes. Questi contrariamente a Bacone
studiò ed apprezzò le matematiche: in istretto rapporto coi
tempi egli riconobbe e accolse senza restrizioni (ciò che non
fece Bacone) gli importanti risultati ottenuti nel campo delle
scienze naturali: e mentre a Copernico rivendicava l'onore
di aver fondato l'astronomia, a Galileo la fisica, all'Harvey la
fisiologia, sperava che altri potesse dire lo stesso di lui in
ordine alla filosofia politica. Come Cartesio egli mosse da un
presupposto teorico alla costruzione del suo sistema, e cercò
nella esperienza e osservazione fisiologica argomenti a sostegno
della sua teoria.
(1) Cfr. Lange: Histoire du matórialisme, 1877, Voi I, p. 249.
(2) Lange: Op. cit., Voi. I, p. 249.
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p''yiHBI'PUV''^l-l'^. * — '•
- 5& -
35. — La filiazione tra Bacone e Hobbes come non e«i
I)el metodo cosi non esiste né diretta né indiretta per la (
trina. Se comune ad entrambi é l'avversione ai vieti pres
posti metafisici e teologici, nonché il sentimento di ribelli
all'autorità di Aristotele e la tendenza a secolarizzare
scienze morali, non per questo si può dire col Wundt
Hobbes continuò Bacone (1), ma solo che entrambi subir
le stesse condizioni generali dell'epoca, ciò che non impe»
Hobbes di elevare una metafisica di nuovo genere, div€
dall'antica teologica, ma non meno contraria alla filosofia
coniana. Ma se con Bacone subi l'influsso generale del ten
non da lui Hobbes trasse motivo e ispirazione a scrivere
cose morali e civili, ma direttamente dalle condizioni pa
colari dell'Inghilterra del suo tempo. Egli non assiste ind
rente e quasi ignaro come Bacone ai gravi rivolgimenti poli
e religiosi che agitavano il suo paese e che dovevano a\
una importanza decisiva sull'avvenire del popolo inglese:
vi partecipa direttamente, proponendo quella che a lui pa
la vera soluzione, e sopratutto richiamando sui problemi
rali, religiosi, politici l'attenzione degli studiosi e degli uon
di Stato che sotto l'influenza delle sue dottrine dovevano
vidersi in due campi opposti e ostili. E cosi mentre Bac
isolandosi dai suoi tempi non sollevò intorno all'opera proj
né le ire né le lodi dei contemporanei, Hobbes inspirandosi
suoi scritti direttamente ai fatti che prepararono la Gra
Rivoluzione inglese, esercitò un'influenza decisiva sull'i
rizzo e sullo sviluppo ulteriore delle scienze morali.
La rivoluzione che si andava maturando nell'Inghilt^
nella prima metà del secolo XVII, era ad un tempo ec(
mica, politica, religiosa; ma nelle sue diverse forme essa ]
presentava pur sempre l'emancipazione dell'individuo dai
coli che ne ostacolavano la libera attività. Proprio in (
secolo l'Inghilterra cessava di essere un paese esclusivam(
(1) Wundt: Op. cit., Lib. II, e. ni.
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- 60 -
agricolo per divenire in un certo grado paese commerciale
e manifatturiero; la proprietà mobiliare frutto del lavoro si
affermava vigorosamente di fronte alla proprietà terriera,
nata dalla conquista: cadevano le corporazioni d'arti e me-
stieri, i monopolii, i privilegi; lo Stato cominciava a legit-
timarsi in proporzione della libertà e dei vantaggi che de-
rivavano all'individuo (1). L'individualismo economico metteva
capo all'individualismo politico: una trasformazione in senso
democratico dello Stato si rendeva oramai inevitabile; a mi-
sura che la coscienza della propria forza si diffondeva nella
classe media lavoratrice cresceva l'avversione contro il lusso
smodato di Corte, contro le arbitrarie imposizioni, contro le
indebite ingerenze dello Stato, di cui volevansi ridotte al mi-
nimo le funzioni, e si voleva controllata l'azione nei rapporti
coi cittadini. L'individualismo economico e politico traeva
nuova forza dalle credenze religiose sorte dalla Riforma Pro-
testante. Il Calvinismo penetrato in Inghilterra nella sua forma
più rigida, aveva prodotto i Presbiteriani scozzesi, e i Puri-
tani inglesi. Era appunto nell'essenza del Calvinismo demo-
cratizzare le credenze religiose, porre l'uomo in rapporto di-
retto colla divinità, farne l'interprete della legge e della vo-
lontà divina, senza bisogno di intermediarii, che facevano ser-
vire la religione a scopi ambiziosi e politici.
Il trionfo dell'individualismo nelle sue diverse forme non
fu senza contrasti: esso lottò contro le tendenze reazionarie
e assolutiste del potere regio che ebbe ad alleata docile e
passiva la Chiesa anglicana o episcopale. Non rimasero i forti
pensatori dell'epoca estranei e indifferenti alla lotta: tra tutti
si distinse l'Hobbes, la cui dottrina concepita quando più acca-
nita ferveva la lotta, trovò eco profonda negli animi. E l'in-
(1) Cfr. per le condizioni economiche deU* Inghilterra in quest'epoca il
Cnnningham, « English Commerce and Industry « (II, p. 67-97) — per
le condizioni politiche il Burgess, « Politicai Science and Comparative
Constitutional law » (Voi. I, Bk. iri, e. 1) — per le condizioni religiose
il Ruffini, « Libertà religiosa » (Voi. I, e. iii, J 11).
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- 61 —
fluenza da lui esercitata fu in proporzione del disinteresse e^
della sincerità dell'opera sua di scrittore. All'assolutismo non
fu condotto da motivi di interesse personale, ma da quello
stesso individualismo che trionfo colla Rivoluzione, e che in
niun tempo trovò un più forte e convinto sostenitore; ma ap-
punto per ciò parve all'Hbbbes che l'assolutismo solo potesse
contenere lo sfrenato egoismo della natura umana. Il vecchio
e il nuovo vengono pertanto stranamente a incontrarsi nella
dottrina dell'Hobbes senza confondersi (l): la base psicologica
del suo sistema, rispondendo ad un lato costante della natura
umana, potè vivere di vita propria, e servir di punto di par-
tenza allo sviluppo ulteriore del pensiero etico inglese, indi-
pendentemente dalla forma politica da lui vagheggiata. Per
opera dell'Hobbes penetrava nel campo della speculazione fìlor
sofica e sopratutto delle scienze morali quell'individualismo,
che fino allora ne era stato lontano per l'influenza delle op-
poste teoriche del diritto divino, e della morale cristiana, e
vi penetrava nella sua forma più rigida senza temperamenti
di sorta. Di qui la importanza e il significato della dottrina
etico^iuridica dell'Hobbes.
36. — L'Hobbes intese sopratutto col suo sistema risolvere
un problema politico, e a questo subordina come mezzo al fine
la morale e il diritto. Anche sotto tale aspetto più che a
Bacone egli deve riconnettersi a quella corrente generale di
pensiero, che originatasi dalla Riforma e svoltasi nella for-
mazione degli Stati moderni, aveva elaborato il concetto di
una legge di natura, ossia di una norma ideale, morale e giu-
ridica ad un tempo, tratta dallo studio della natura umana,
su cui dovevansi modellare i rapporti politici. Ma contraria-
mente al Grozio e ai cultori del metodo razionale, l'Hobbes
nello studio dell'uomo e nella concezione di uno stato e di
una legge di natura diffida della ragione e della storia, e si
(1) Con frase felice U Tulloch chiama THobbes « un radicale a servizio
della reazione ».
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— 62 —
si esclusivamente dei risultati
condotta con criterii empiri
% lui come a un precursore d
5 altri si preoccupa delle esig
lobbes con concetto assai più r
dell'operare umano, e sili i
eri, della osservazione psicolc
il suo sistema. Quindi è che
Hobbes devonsi, secondo noi,
ma fondata sull'osservazione ]
jato carattere empirico-indutti
i risultati della prima ha car
r runa l'Hobbes sopravive a' s
iza per l'elaborazione ulterio
•a partecipa alle astrazioni mei
mpo psicologico Hobbes è un
) nell'uomo due sostanze, ma (
psichici; il moto dei corpi si
ai nostri sensi, che lo trasmett
: segue la sensazione, ossia ui
reazione dall'interno all^esteri
d allontanare l'oggetto esterno
od ostacola la vita, ossia a i
ile : effetti soggettivi concomitj
e e il dolore. Il piacere è la mis
. In questa concezione material
ra si fondano la moralità e il <
ielle che ci appaiono più disii
ittere morale o immorale dal
re deprimere la vita e di pi
;tuale (piaceri o dolori dei sei
Lauge, Op. cit., Voi. I, p. 258
eU^Hobbos è ricassunta tìgìV Human .
lente) e nel Leviathan (primi diec
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...jùà
— 63 —
dolori mentali, o passioni). D'altro canto il diritto viene a c<
sistere nella facoltà illimitata di compiere tutte quelle azi(
che giovano allo sviluppo della vita, e di respingere con ugi
forza tutte quelle che sono contrarie. L'elemento fisiologie
naturalistico fu ben rilevato dall'Hobbes nella formazione de
vita morale e giuridica i da questo punto di vista le sue afiP
mazioni, se furono posteriormente allargate e integrate,
masero però sostanzialmente invariate: fisiologicamente p;
landò può considerarsi morale tutto ciò che arreca un piace
un utile diretto o indiretto, mentre per diritto altro non
può intendere che la facoltà intesa ad attuare la moralii
esula quindi ogni carattere imperativo dalla norma mora
esula ogni significato oggettivo dal diritto: la norma giuridi
non si distingue dalla norma morale, né si può parlare di <
bligàzione morale a fare una cosa, ma solo di diritto assoli
e illimitato di compierla. Pur facendo la debita parte ai n
todi imperfetti di indagine psicologica, e alle affermazi(
fisiologicamente errate, non si può negare che le conclusi<
a cui Hobbes arriva intorno alle origini naturali della moral
e del diritto, non differiscono gran fatto da quelle poste
nanzi dai positivisti moderni: più coerente di questi Hobl
non si arrestò di fronte alle conseguenze sociali, che da que
premesse psicologiche fatalmente derivavano.
In verità l'uomo concepito a sé, non educato alla vita soci;
non può che presentarsi in quella veste e con quei caratti
che l'Hobbes con tanta efficacia riproduce (1): finché Tuo
è dominato dagli istinti, non può intendere che all'utile prop
e al piacere, e non vede ne' suoi simili che nemici da co
battere, come quelli che coll'azione loro attentano di contir
o anche solo mettono in pericolo la sua felicità. La moral
non si eleva oltre la sfera del soddisfacimento degli appet
(1) Cfr. Hobbes: Elementa philosophicay de Tiue, Amsterdam, 17
e. r, nel quale tratta deUa condizione degli uomini fuori deUa soci
civile. Il Dit Cive fu pubblicato nel 1G46.
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— 64 —
e delle passioni, mentre il diritto dell'individuo, per il bisogno
e la miseria che accompagnano la sua esistenza, si esplica,
mediante l'uso della forza o della astuzia, sfrenato, assoluto,
esclusivo. La conclusione a cui l'Hobbes arriva è che l'ucMno
fuori della società civile è in uno stato di lotta e di anarchia
permanente, di abbrutimento progressivo, in preda al terrore,
ed esposto di continuo al pericolo di morte. Dalla contraddi-
dizione sempre più stridente tra l'aspirazione alla felicità e le
condizioni di vita che ne rendono sempre più difficile il sod-
disfacimento, scaturisce inevitabile la necessità della convi-
venza sociale. La paura e la retta ragione, ossia un giusto
calcolo delle conseguenze utili o dannose delle proprie azioni,
persuadono l'uomo che la solitudine significa lotta e miseria, la
società sicurezza e pace, e che la convivenza civile è condizione
imprescindibile alla sua propria felicità. Ma allora il fine su-
premo della vita e della condotta si modifica: ancor prima
della felicità e dell'utile diretto, l'uomo deve procurare la pace
e la sicurezza, e a questo, nuovo fine deve ispirarsi la vita
morale e giuridica: le norme che la ragione detta in ordine a
tal fine, costituiscono il contenuto della legge naturale, la quale
si risolve in una serie di norme, inspirate all'utilità, limitatrici
di quello jus in omnia, che nello stato di natura spetta ai
singoli: tali norme, come lo scopo della pace che le giustifica,
hanno carattere immutabile ed eterno (1). Per tal modo si
forma una moralità razionale, riflessa, che si contrappone alla
moralità originaria, naturale e istintiva. D'altro canto il diritto
consiste nella facoltà di agire, non secondo detta l'istinto, ma
nei limiti segnati dalla legge di natura. Rimane al diritto il
suo significato soggettivo, ma il contenuto oggettivo, a cui si
(1) Cfr. Hobbes, Op. cit., e. Il e tir, iu cni parla della legge naturale:
questa è defiuita, e. i, $ 1 : < dìctamen rectae ratiouis circa ea, qnae
agenda vel omitteuda suiit ad vitae membrorumque conservationeni ,
quantum fieri pote&t, diuturuam ». — Cfr. circa T immutabilità delle leggi
di natura, e. iir, $ 29 — Cfr. anche ib. $ 31, in cui afferma Tidentità
della legge naturale colla legge morale.
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— 65 —
applica, è anche in questo secondo stadio offerto dalla legge di
natura, ossia dalla morale.
Ma a garantire l'osservanza rigida e assoluta della legge
naturale non restava a Hobbes che ricorrere alla finzione di
un patto, in virtù del quale gli stessi individui si privassero
di tutti i diritti che loro competevano per natura o in virtù
della legge naturale e ne investissero un potere sovrano, il
quale rendendosi interprete unico e insindacabile della legge
naturale, ne garantisse l'universale osservanza. In questo terzo
stadio la moralità si confonde colla volontà del principe; ogni
traccia di diritto soggettivo nell'individuo scompare per far
luogo all'obbedienza assoluta e passiva agli ordini del so-
vrano (1).
37. — Nel sistema di Hobbes moralità e diritto assumono
un significato diverso a seconda ch'egli considera l'uomo do-
minato dagli istinti naturali, dalla ragione, dalla volontà del
sovrano. Nel primo stadio la moralità consiste negli atti di-
retti a favorire la conservazione e lo sviluppo della vita fì-
sica, il diritto consiste nella libertà assoluta di agire in tal
senso (2); nel secondo stadio la morale si risolve nel compiere
gli atti che la ragione, guidata dall'utilità, detta, il diritto
nell'agire nei limiti della legge naturale o morale (3); nel
terzo stadio gli atti morali sono imposti dal sovrano, e per esso
gli individui, privati della libertà, esercitano i loro diritti (4).
Nella concezione etico-giuridica di Hobbes devesi anzitutto
(1) SuUe cause e salla formazione della società civile, y. Op. cit., e. v.
(2) Cfr. Op. cit., e. in, $ 31 : € Scìeudura igitur est, bonum et malum
nomina esse imposita ad signifìcaiidum appetitum vel aversìonem eornm,
a qnibus sic uominantur », — Cfr. ib, e. i, $ 7: € Neqne enim juris no-
mine aliud significatur qnam libertas, quam quisque habet facultatibus
nataralibus seoundiim rectam ratìonem utendi. Itaque juris naturai is fun-
damentnm primum est, ut quisque vitam et memora sua, quantum potest,
tueatur ». ~
(3) Cfr. Op. cit., e. ni, $ 30, 31.
(é) Cfr. Sul significato di legge (morale e giuridica) e di diritto nella
società civile, Op. cit., e. xiv.
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vwx^:-- <#^p«y.ji^
— 68 -
non andò perduto per quel fondo innegabile di verità che in
sé racchiude. Niun dubbio che le prime origini della morale
e del diritto devonsi rintracciare neirindividuo, e per rilevarle
bisogna, come fece Hobbes, procedere all'isolamento assoluto
dell'individuo dalla vita sociale. E cosi mentre Grozio non
concepì una moralità e un diritto fuori della società, l'Hobbes
non li concepì fuori dell'indivìduo : e se l'uno cercò distinguere
la norma morale dalla norma giuridica, l'altro colse la distin-
zione tra morale e diritto nelle naturali tendenze dell'operare
umano, rilevando il valore soggettivo del diritto, da lungo
tempo trascurato, più consentaneo alle tendenze individualiste,
di cui era impregnata la coscienza dell'uomo moderno.
38. — L'indistinzione tra norma morale e giuridica non era
solo nel campo delle idee, ma rispondeva ad una reale con-
dizione di cose. Il secolo XVII non si pose se non incidental-
mente il problema del criterio distintivo tra l'etica e il diritto ;
si preoccupava invece vivamente di trovare alla condotta
umana largamente intesa un fondamento suo proprio, capace
di costituirsi alla tradizionale concezione teologica, che dalla
Riforma e dal risveglio del sentimento religioso aveva tratto
novella forza e autorità. Per i Protestanti di qualunque confes-
sione le norme di condotta non si originavano nell'intimo della
coscienza individuale, ma erano l'espressione della volontà di
Dio, da cui derivavano il loro carattere imperativo. Contro
questa dottrina, la quale, congiunta con l'altra del « diritto
divino*, aveva favorito in Inghilterra l'assolutismo religioso
e politico, elevò Hobbes il suo sistema, facendo della volontà
del sovrano la fonte suprema della morale e del diritto.
Ma mutata la base, non mutavano gli effetti lesivi della li-
bertà individuale, anzi la confusione tra morale e diritto si
presentava nelle sue forme più odiose dacché si erigeva il
sovrano ad arbitro insindacabile in fatto di credenze e di
morale. Si comprende quindi la fiera opposizione mossa dal
clero alla nuova dottrina (1): né gli avversari uscivano solo
(1) U Buckle (Histoire de la civiliaation, Voi. II, p. 65, Ed. Flammarion)
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— 69 -
dalle file degli intransigenti e fanatici, ma appartenevano so-
pratutto a quella corrente liberale che, originatasi dall'Ar-
minianismo, costituiva il partito dei Latitudinarli (1). Fau-
tori della libertà di religione e di coscienza, essi dovevano
levarsi contro un sistema che sacrificava agli interessi della
pace sociale, le più preziose libertà dell'individuo. Latitudi-
nari erano appunto i teologi di Cambridge, che apersero la
polemica contro Hobbes sul terreno filosofico (2). Contro di lui
che aveva fatto rivivere, sotto l'influenza del Gassendi, l'Epi-
cureismo, e a somiglianza degli antichi Sofisti, si era fatto
sostenitore della relatività del bene e del giusto, essi oppo-
sero gli argomenti di Platone (3), sostenendo l'obbiettività
delle idee morali, l'apprensione intuitiva e l'origine divina
delle medesime, attratti dal desiderio di armonizzare la ra-
gione con la fede.
.Ma chi combattè la dottrina di Hobbes nelle sue stesse basi,
e opponendo un sistema suo proprio, dischiuse nuove vie al
progresso morale fu Riccardo Cumberland (4). Egli si propone
lo stesso problema che l'Hobbes si era posto, trovare cioè un
principio che valga come norma universale di condotta per
gli individui e gli Stati. Nel risolverlo prende come Hobbes
le mosse dall'individuo, ma arriva a risultati opposti. Ciò si
comprende se si pensa che Cumberland considerò dell'indi-
viduo non l'elemento sensibile, volitivo, individualistico, fonte
del male morale, e da cui non possono derivare che norme
osserva òhe T Hobbes fu il piti pericoloso avversario del clero nel secolo
XVII, e che fa dopo il Berkeley il piti grande metafisico inglese.
(1) Cfr. Ruffini, Op. cit. e. li, J 8, p. 115 e Jodl, op. cit., Voi. I,
capo IV, 2 Ab3. $ 1.
(2) Alla scuola di Cambridge appartengono sopratatto il Cudworth e il
More : il primo autore dell' < Intellectual System » (1678) e di un trattato
di morale pubblicato solo nel 1731 ; il secondo autore dell' < Enchìridion
Ethicnm » (1667).
(3) Di qui il nome di < Platonists » dato ai filosofi di questa scuola.
(4) Cnmb er 1 an d, « De legibus naturae disquisitio philosopbica » (1671).
CI siamo valsi deU' edizione latina del 1694 ^Lubecae et Francoforti).
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- 71 -*
società politica nelle sue basi. La Restorazione del 1660 aveva
da un lato ricondotto sul trono. d'Inghilterra gli Stuardi, dal-
l'altro aveva ristabilito negli onori e nei poteri la confessione
anglicana. Senonchè nulla oramai poteva più ritardare il
trionfo dei principii della Rivoluzione: il governo stesso de-
bole e corrottissimo di Carlo II ne favori inconsciamente la
diffusione, e cooperò validamente a fiaccare la potenza dei
nobili e del clero a tutto vantaggio del popolo : la seconda
rivoluzione non fece che rimovere le ultime resistenze e rico-
noscere giuridicamente ciò che oramai era un fatto compiuto
e universalmente accettato. Ma se nel fatto THobbes era scon-
fessato, rimaneva pur sempre di giustificare teoricamente il
nuovo ordine di cose, e di esaminare le basi e la legittimità
delle conseguenze etiche, politiche, religiose del suo sistema
filosofico. Questo lavoro di revisione e di critica da un lato,
di ricostruzione dall'altro, iniziato sul terreno filosofico dal
Cumberland, in continuato ed esteso dal Locke alle questioni
politiche e religiose.
Il Locke era figlio al pari di Hobbes di quell'individualismo
che costituiva la gran forza generatrice di ogni progresso in
quel secolo: senonchè mentre l' Hobbes aveva contemplato
l'individualismo nel suo primo affermarsi sfrenato, il Locke
lo contempla ne' suoi benefici risultati, quando su di esso si
era modellata la vita politica, religiosa, economica del paese.
Né solo per la fonte da cui procedono, ma ancora per il
metodo adottato il Locke si ricongiunge con l'Hobbes : en-
trambi movono dall'osservazione empirica dell'uomo, ma nel
risolvere le questioni politiche seguono entrambi il metodo
metafisico proprio dei cultori del diritto naturale.
. Nella formazione della moralità il Locke distingue netta-
mente la parte che spetta alla volontà e all'intelletto: a questo
assegna l'elaborazione oggettiva delle idee morali, a quella la
trasformazione delle idee morali in beni ossia in desiderii atti
a suscitare un piacere e quindi a movere la volontà all'azione.
Poiché per Locke come per l'Hobbes l'uomo tende alla felicità
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— 73 -
legge civile e la legge deiropinione pubblica hanno carattere
di leggi positive ed empiriche: entrambe presuppongono per
termine di confronto la legge razionale o divina, che è la vera
regola immutabile del giusto e dell'ingiusto e rappresenta
l'ordine naturale delle cose quale si manifesta all'uomo me-
diante la rivelazione o mediante l'uso illuminato della sua
ragione : donde Faccordo esistente tra la rivelazione e la ra-
gióne, il quale prelude alla teologia razionalistica dell'Illu-
minismo (1). L'uomo, secondo Locke, è fatto capace di intuire
nell'ordine delle cose create i primi dati dell'ordine etico, le
prime e fondamentali relazioni morali, da cui il ragionamento,
procedendo per deduzione, può sviluppare tutto un sistema
col rigore proprio delle matematiche (2). Sulla base di queste
intuizioni, frutto di una forza intellettiva connaturata al-
l'uomo, il Locke, indotto dagli avvenimenti e in difesa di essi,
ha tentato la costruzione del suo sistema giuridico-politico (3).
La struttura del sistema etico-giuridico in I^ocke è quella
dèi diritto naturale : egli considera l'individuo a principio del-
l'ordinamento giuridico, nell'isolamento e sotto l'impero so-
vrano della legge di natura, la quale, inspirandosi come a
scopo ultimo alla conservazione del genere umano, mentre
riconosce in ogni uomo il diritto all'indipendenza e all'ugua-
glianza, chiama l'individuo stesso a vendicare le trasgressioni
a' suoi propri ordini (4). Stato di natura e stato di guerra
sono per Locke termini contradditorìi, rappresentando quello
(1) Cfr. Op. cit., Libro II, e. xxvili, $ 6 e seg. ove il Lo oke distingue
la triplice classe di leggi, e ne dà la definizione.
(2J Cfir. Op. cit., Lib. IV, e. in, $ 18. SoUa questione relativa ali* evi-
denza matematica della morale in Locke cfr. ^ odl^ Op. cit., Voi* I, e. 5,
Abs. 1, M.
(3) Dei due trattati sul governo pubblicati assieme dal Locke nel 1690,
il primo è una critica delle dottrine politiche di Robert Filmer, il secondo
contiene la teoria politica dell' A. ed è intitolato: € Eeaay conceming the
true origine y extent and end of oivil Govemement ». Ci siamo valsi deiredi-
zione francese del 1755.
(4) Op, cit., e. i^ in cui VA, tratta dello Sitato di natura^
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-^<"^' i J«WPU ^ ^
-. 74 -
Illa ragione e quindi della pace, della benevo-
mutua conservazione (1).
, ossia la legge di natura impone la convivenza
fini meglio si raggiungono colla formazione di
, nelle quali, in virtù di un contratto, l'individuo
Ila sua sovranità naturale di interpretare e ap-
^e di natura per investirne l'autorità civile (2).
>erò non perde nella società civile la sua perso-
ica e morale: lo Stato riposa pur sempre sul ta-
> e sulla tacita cooperazione degli individui e la
rova limiti efficaci in una saggia separazione di
)ntrollo permanente del popolo, nella legge stessa
cui le leggi civili non possono contraddire (3).
nenticare che nel sistema politico di Locke spiega
)cisiva la pubblica opinione, le cui norme rispon-
sialmente a quelle della legge di natura, modifi-
. costume e dagli usi locali, sono tali da tenere
acemente cosi le azioni dell'individuo come quelle
iti.
sistema etico-giuridico del Locke, come in quello
due diversi indirizzi convergono, l'indirizzo utili-
;o, e l'indirizzo metafisico-razionalista, proprio dei
iritto naturale. È innegabile che nella determi-
flne e dei motivi della moralità, egli continua e
3todo di osservazione psicologica iniziato dal-
i senza allargarne i limiti fino a comprendere gli
ili tra le condizioni della felicità e i motivi di
combattere poi l'innatismo, egli rappresenta un
presso sull'Hobbes, in quanto dischiuse la via, da
non percorsa, alla conoscenza sperimentale e po-
moralità.
e. II.
e. vr, VII e viir.
cìt., e. X, Bull^Bsteusione e limiti del potere legislatÌTO.
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- 75 —
D'altro canto nella parte ricostruttiva il Locke è un ra-
zionalista, subisce l'influenza della scuola del diritto naturale,
e segue con Cumberland l'indirizzo di Grozio distaccandosi
dall'Hobbes e dalla sua dottrina. Infatti nel Locke il concetto
della legge di natura presenta un carattere di universalità
e di obbiettività che in Hobbes originariamente non ha, e la
sua teorica del governo, scritta à giustificazione di fatti com-
piuti, e rappresentando le aspirazioni popolari è le idealità
politiche de' tempi nuovi, era destinata a esercitare un'in-
fluenza notevole in Francia ove la trasformazione sociale ed
economica in senso individualista stava iniziandosi. La con-
cezione della legge di natura, come norma razionale, il con-
cetto dell'individuo fatto sovrano ed esecutore della medesima,
i principii della sovranità popolare, d'uguaglianza, della sepa-
razione dei poteri sono dal Locke enunciati nella forma più
suggestiva e diventano patrimonio comune delle coscienze
nuove. Ma se era più consentanea alle aspirazioni^e alle esi-
genze razionali dell'epoca, la teorica del Locke mancava di
quel fondamento positivo che riscontrasi invece nell'Hobbes,
la cui dottrina dello stato di natura, fondata sull'osservazione
ristretta ma vera della natura umana, si ravvicina ne' suoi
risultati assai più che non quella del Locke alle reali condi-
zioni dell'uomo preistorico.
La teorica della legge merita speciale attenzione in Locke
come quella che rappresenta un tentativo fatto per distin-
guere la morale dal diritto e stabilirne i rapporti reciproci
sopra una base nuova, suscettiva di svolgimento e di progresso.
In omaggio alle idee dominanti il Locke assorge al concetto
di una legge di natura generatrice di ogni altra, misura ob-
biettiva, universale, immutabile della condotta in generale:
ma questa legge soddisfa ad una esigenza puramente teorica
e ha una esistenza ideale, mentre nel fatto si risolve in
legge civile e in legge del costume, che rispondono rispetti-
vamente alla legge giuridica e alla legge morale. L'ordine
naturale obbiettivo rappresentato dalla legge di natura *i
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-77 —
operatasi in- quel secolo per parte dei non -conformisti, là
quale colla lunga oppressione scosse 1* influènza tirannica della
Chiesa ufficiale. A. misura che il dispotismo politico e religioso
perdeva terreno cresceva l'interesse per le indagini di natura
morale, e civile. Hobbes e Locke avevano posto i germi per
un nuovo orientamento degli studi morali, iniziando l'indagine
psicologica: ma mentre l'uno fu indotto dalla logica inesorabile
de' suoi principii a soffocarne i risultati nel dispotismo, l'altro
cercò temperare le premesse psicologiche, ancor sempre ri-
strette e unilaterali, facendo ricorso ad elementi razionali. Il
dualismo tra ciò che era risultato dell'analisi psicologica e le
esigenze della ragione e della pubblica opinione, si risolve
dopo Locke in due indirizzi distinti, personificati nel Clarke
e nello Schaftesbury.
Nel Clarke (1) la ragione riacquista intero e incontrastato
quel primato nella formazione della moralità e del diritto che
la scuola empirica tendeva a scuotere in favore della volontà:
movente all'azione e criterio di moralità è l'evidenza e la cer-
tezza dei principi! morali, non innati nell'uomo o rivelantisi
intuitivamente all'intelletto, ma razionalmente dedotti dai rap-
porti immutabili e naturali delle cose. Le idee morali e giuri-
diche vengono per tal modo a confondersi colle verità intel-
lettuali, la necessità lògica si converte in necessità morale, e
il dovere diventa Passenso necessario dato alla suprema ra-
gione delle cose. Il razionalismo penetrava col Qlarke in In-
ghilterra, distinguendosi a un tempo dall'innatismo professato
anteriormente dalla scuola di Cambridge, dall'intuizionismo
posteriore del Butler e del Reid: esso rispondeva alla segreta
ispirazione di molti di trovare, secondo il concetto espresso
dal Locke, alla condotta una base cosi sicura come quella tro-
vata da Newton alla meccanica. Ma tale indirizzo inteso a
fondare le scienze morali e giuridiche su principii astratti
(l) Cfr. del Clarke Topera pubblicata nel 1705 col titolo: « A Biscourse,
concerning the Being and Jttrihutes of God ecc, >.
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fm^
— 79 -•
il quale, sottratto alla ragione e alla riflessione, è fondato sul
senso, divenuto capace non pur di impulsi egoistici ma anche
altruistici. Con Schaftesbury sono definitivamente acquistati
all'etica empirica due concetti nuovi: la naturalezza delle af-
fezioni socievoli, che concorrono coH'amor di sé a regolare le
azioni umane, — il senso morale, ossia un elemento tutto in-
teriore sostituito alla volontà divina e umana, alla ragione
stessa come criterio di approvazione, e fatto capace di de-
terminare all'azione. Senonchè il difetto di rigore scientifico
nelle affermazioni dello Schaftesbury, l'ottimismo esagerato che
lo anima tolsero efficacia e autorità alla sua dottrina, ugual-
mente combattuta da liberi pensatori come Mandeville e da
ortodossi. I germi da lui posti furono raccolti e innalzati a
dignità di sistema da Hutcheson, il noto fondatore della Scuola
Scozzese.
Nell'Hutcheson il problema della condotta assume l'ampio
e sistematico svolgimento, di cui dopo il Cumberland. non si
aveva avuto esempio (1). Anche per Hutcheson fonte origi-
naria della vita morale e giuridica è il senso morale, elevato
a criterio modellatore e ordinatore degli affetti umani, tra i
quali esso dà il primo posto alle affezioni benevoli, aventi un
grado diverso di estensione e quindi di eccellenza intrinseca.
Dalle forme della simpatia, pietà, gratitudine, amore, affetti
domestici, amicizia, patriottismo, l'affetto benevolo si eleva
gradatamente fino all'amore verso l'umanità in generale, spo-
gliandosi mano mano degli elementi impulsivi, violenti, egoi-
stici per raggiungere uno stato di calma determinazione verso
il bene di tutti (2). La ragione non spiega un'attività sua
propria nello sviluppo della vita morale ; essa deve solo con-
(1) Le opere principali di Hntoheson sono: An Inquiry into the Ori-
ginai of our ideas of Beauty and Virtm (1725-26), e qneUa postnma edita
dal figlio dell' A. nel 1755 : A System of Maral Philosophy, Ci siamo valsi
dì qaest'alttma peU'edizìone francese del 1770.
(2) Cfr. Sy steme, voi. I^ lib. I, e. IV, ove tratta del «enso morale.
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— 80 —
ire e confermare sulle basi dell'osservazione e dell'espe-
a le naturali manifestazioni del senso morale. Dall'eser-
delle affezioni socievoli e disinteressate scaturiscono i
ri più puri e durevoli, e deriva all'uomo il massimo
: donde la perfetta armonia e corrispondenza tra virtù
icità. Il senso morale come ci fa rilevare la bontà, così
intuire il carattere del giusto nell'azione, carattere che
^ela nelle affezioni tendenti al bene generale; vien cosi
nata la coincidenza tra bontà e giustizia, tra azione
a e giusta in guisa che basta agire bene per agire giusto,
me pertanto è il fondamento psicologico della morale e
liritto. Ma se l'intenzione è condizione necessaria perchè
:ione sia buona e giusta intrinsecamente (bontà aliate-
), per gli scopi e le conseguenze pratiche della condotta
i, secondo Hutcheson, la bontà formale, ossia la confor-
anche solo esteriore ai dettami del senso morale (1).
) spiega perchè Hutcheson passando dai principii teorici
costruzione concreta di un sistema di norme etico-giu-
fie si preoccupa sopratutto di assicurare la bontà for-
come quella che più interessa la convivenza sociale:
e scopo sostituisce al criterio soggettivo del senso mo-
il criterio oggettivo del bene pubblico . per determinare
oralità più propriamente la giustizia dell'azione, adot-
) il principio che divenne in epoca posteriore la base
istemi utilitarii, ai quali prepara la formola (2). Preoc-
to quindi del bene pubblico e della bontà formale, l'Hut-
)n doveva insensibilmente esser portato a sacrificare alle
nze giuridico-sociali, gli interessi della moralità propria-
e detta : lo prova il fatto che nell'indicare le norme di
Cfr. Op. cìt.y ibid.y lib. Ili, ove spiega i concetti di giustizia e di
tizia^ di bontà materiale e formale, di diritto e di legge, di diritti
ti e imperfetti.
Ecco le parole precise di Hutcheson: « that action is best which
res the greatest happiness for the greatest numbers » . Questa for-
corrispoude a quella di Bentham.
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1fVa«fr'J»K •?.!•"%
- 81 -
condotta esso segue il sistema e la classificazione dei giurisi
anziché quella dei moralisti (1). Questo costante equivoco ti
moralità e diritto si rivela ancora nella distinzione da li
posta tra diritti (e quindi obbligazioni) perfetti e imperfetl
di cui solo i primi sono assolutamente necessari alla vii
sociale, e possono essere coattivamente imposti, mentre i s<
condi giovano, ma non sono necessari al bene pubblico, e quin(
devono essere sottratti alla coazione. Per ciò che riguarda 1
natura socievole dell'uomo, la formazione dello Stato, la te(
rica della legge, THutcheson segue senza originalità Grozio
Cumberland : con questi ammette l'esistenza di uno stato pf
cifico di libertà originaria, sotto l'impero della legge di natur
suggerita all'uomo dall'ordine dell'universo : i mali e perico
inerenti a tale stato consigliano l'uomo a formare, secondo 1
teorica del contratto sociale, governi civili, retti da legf
positive inspirate al bene generale, e destinate a favorire 1
virtù e il progresso morale (2). Per tal modo l'Hutcheso
mentre vuol ricondurre ad unica fonte psicologica la moral
e il diritto, è costretto suo malgrado dalle esigenze della vit
pratica ad ammettere due criterii diversi di azione, il cr
terio del senso morale particolarmente atto ad assicurare 1
bontà intrinseca dell'azione, il criterio dell'utile meglio r
spondente alle necessità della vita reale (3).
L'incoerenza di metodo e di principii è nell'Hutcheson d<
terminata dalla indistinzione originaria tra morale e diritte
nel suo sistema dovevano le conseguenze di tale indistinzion
sopratutto rilevarsi in quanto fu suo scopo dare un sistem
(1) L'osservazione è del Lavi osa, cfr.: « La filosofia scientifica d
diritto in Inghilterra », Clansen, 1897; Parte I, p. 652.
(2) Cfr. Systèmey ecc., Voi. I, lib. Ili, e. iv, ove tratta dello stato >
libertà ; Voi. II, lib. II, in cui tratta del governo civile (e. iv), del co
tratto sociale (o. v), delle leggi civili (e. ix).
(3) Cfr. W. G. Miller, Laio of nature and nationa in Sootland, Edinbur
1896: saggio primo, p. 3-35 ove si tratta della filosofìa giurìdica del
Scuola scozzese, e in particolare del sistema dell' Hutcbesou,
6
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-82 -
condotta. Senonchè il fondamento
ra capace di analisi ben più pro-
lato della dottrina dell'Ha tcheson
th, per opera dei quali la teorica
lo deirosservaÉione psicologica ap-
)lsero e si perfezionarono.
'Hutcheson nel campo delle scienze
dell'Hume e dello Smith ed ebbe a
a. La rivoluzione del secolo XVII
ilterra la triplice trasformazione
ja. Col trionfo del sistema paria-
io, della libertà religiosa sull'in-
a libertà economica sul protezio-
Llismo sotto tutte le sue forme si
dominio incontrastato. Nella Scozia
storiche, la rivoluzione aveVa pre-
antesimo contro il sistema episco-
il trionfo della libertà nazionale
da un lato, dell'intransigenza re-
:ico dall'altro (I). La lotta politica
luove energie commerciali e indu-
►cata da questioni religiose: epperò
entrambi i paesi conseguita, essa
pagnata e integrata dalla libertà
necessario che l'annessione della
enuta definitivamente nel 1707, e
a rivoluzione, esplicassero i loro
esse scuotere il giogo della super-
, religiosa. Né deve far meraviglia
III, proprio quando più fioriva lo
storia del pensiero uomini come
le loro dottrine, contrarie all'in-
, non trovarono eco nella Scozia,
M)«a, Torino, Boccs^, 1901, 1, e. iii, p. 166.
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^^^^
-68-
mentre esercitarono grande influenza in Inghilterra, ove fu-
rono apprezzate e discusse : secondariamente Tesser essi nati
e cresciuti nell'ambiente scozzese spiega le caratteristiche
del loro intelletto, e sopratutto la natura del metodo seguito,
che «fu essenzialmente deduttivo e contrario all'induzione em^
pirica dominante in Inghilterra. Vedemmo l'Hutcheson trarre
dal postulato indimostrabile del senso morale tutto il suo
sistema filosofico: analogamente fece lo Smith movendo dalla
simpatia: l'Hume fu avversario dichiarato dell'indirizzo ba-
coniano, e subordinò costantemente il fatto all'idea (1).
Speciale importanza hanno l'Hume e lo Smith in ordine alla
determinazione del rapporto tra morale e diritto: per opera
loro il problema si avviò verso una soluzione che fu sotto
molti aspetti notevole e decisiva.
43. — L'osservazione empirica della natura umana confer-
mata dall'esperienza fece convinto l'Hume che esiste un'attività
interiore originaria e istintiva, il senso morale che determina
all'azione, e che la ragione può solo regolare ed esplicare.
L'Hume non si preoccupò tanto dì studiare direttamente
questa facoltà innata dell'uomo e di penetrarne la natura,
quanto piuttosto di rilevarne gli effetti e le manifestazioni
oggettive e soggettive. L'azione determinata dal senso morale,
ossia l'azione virtuosa è oggettivamente utile, soggettivamente
piacevole: perciò il giudizio sulla moralità dell'azione, il mo-
tivo dell'approvazione e disapprovazione morale, la determi-
nazione di ciò che l'Hume chiama il merito personale si ri-
solvono oggettivamente nella valutazione del grado di utilità
inerente all'azione, soggettivamente nell'intensità del piacere
provato. Né si creda che l'Hume limiti le manifestazioni del
senso morale all'utile e al piacere individuale : egli riesce a ge-
neralizzare e ad umanizzare i concetti dell'utile e del piacere
mediante la simpatia, per la quale ciò che è solo utile ìndi-
ci) SaUe condizioni politico-sociali della Scozia in quest'epoca e sopra-
ttutto si^l ci^rattere della filosofia scozzese cir, i} Btickle, Op. cit» 9, xx,
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e piacere soggettivo e variabile diventa utile generale
e comune. Il senso morale e la simpatia vengono per tal
costituire i motivi psicologici della morale dell'Hume,
l'utile e il piacere in senso largo ne costituiscono le ma-
ioni e i criteri di valutazione pratica e immediata. Ma
l'minatezza di tali concetti allarga oltre misura il campo
3rale fino a comprendere in essa, secondo il concetto
;uttociò che è naturale : il dissidio dell'etica cristiana
ihe è utile e piacevole e ciò che è razionale e morale, tra
ha carattere obbligatorio e ciò che è meramente spon-
istintivo è pressoché scomparso nell'etica di Hume.
Pochi come Hume hanno inteso e accentuato la distin-
a morale e diritto. L'Hume non era solo filosofo ma
ippassionato, e autorevole parve ogni qual volta emise
rere sopra questioni economiche, politiche, religiose (1).
e e diritto non hanno comunanza di origine, di natura,
>. Mentre la morale si svolge dall'intima costituzione
tura umana, la giustizia si origina per riflessione dalle
ì della civile convivenza. La giustizia non può conciliarsi
ito di natura quale era descritto dall'Hobbes, che la
resa impossibile, e neppure collo stato di natura imma-
ni Rousseau, che l'avrebbe resa superflua; essa si svolge
lente colla convivenza sociale, nella quale essa tende
to a garantire la proprietà privata. La morale si svolge
riduo, e alla felicità dell'individuo intende: i suoi pre-
nno carattere di spontaneità e di indeterminatezza,
3lli che si fondano sul senso morale, proprio di ciascun
e di natura misteriosa. La morale si vale essenzial-
jlla cooperazione dei singoli, e le fasi del suo progresso
rapporto col grado di sviluppo e di perfezione rag-
agli individui. La giustizia non trae origine dal sen-
'anno prova le sue notevoli opere storiche, e i saggi namerosi
)ta, suUa bilancia commerciale, sul credito, snU' interesse ecc.,
noto saggio : The Triturai hUtory oif religion»
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iimento ma dalla ragione: essa ha costantemente di mira
l'interesse del tutto, alla cui stregua e non a quella dell'in-
dividuo le sue norme devonsi valutare e giustificare. Frutto
di calcolo e di riflessione, imposte dalla necessità della con-
vivenza, le norme di giustizia costituiscono altrettanti attentati
alla libertà e felicità dell'individuo; quindi mentre sono coat-
tive, devono essere al minimo ristrette, precise, determinate.
Le norme morali sono come le pietre ciascuna delle quali
concorre all'erezione dell'edificio; le norme di giustizia sono
come la volta che sta per la mutua cooperazione di tutte le
sue parti non per l'azione isolata delle singole pietre che la
compongono. La natura stessa della giustizia rende inevitabili
gli Stati e i governi, che la conquista e l'usurpazione più che
il consenso fanno sorgere, e che l'azione del tempo e il con-
solidarsi degli interessi finiscono per legittimare (1).
La figura di Hume ha un'importanza notevole nella storia
delle idee morali e giuridiche dell'Inghilterra: egli riassume
per molti aspetti il passato e prelude a nuovi indirizzi di pen-
siero. Concorda coU'Hobbes e col Locke nel rilevare il carattere
razionale o convenzionale delle norme di giustizia: con Hut-
cheson difese la morale del sentimento contro gli Intellettua-
listi : nel ridurre al minimo l'azione dello Stato, nel restringere
la giustizia alla difesa della proprietà egli subì l'influenza
dell'individualismo dominante all'epoca sua in Inghilterra:
nell'importanza data ai concetti della simpatia e dell'utile apri
la via da un lato allo Smith dall'altro lato al Bentham.
Sintomatico per il metodo è il dispregio che Hume ebbe pei
fatti (2), a cui raramente fece ricorso per confermare le sue
(1) Le dottrine etico-giuridiche deU' Hume sono contenute particolar-
mente nei seguenti saggi : 1) e An inquiry concerning the principles of
morals »; 2) « Of the origin of goyerument »; 3) « That polìtìcs may be
reduced to a scìence »; 4) « Of the first principles of government »; 5) « Of
the originai contract ».
(2) Questa è la ragione per la quale THume fu ingiustamente severo
nel giudicare Bacone* Cfr. Ektory ofEngland, Lond» 1789 t« vi, p. 194-19d«
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ai quali ad ogni modo riservò un posto secondario e
aato alle idee. L'eccezionale acume e potenza d'intel-
rmise all'Hume di intuire il vero, e di trarre da' suoi
lì conseguenze non contradette dai fatti (1): per lui la
la religione, il diritto hanno un corso naturale, che
me solo può determinare, e che spesso contraddice alla
storica (2): determinare questo corso ideale delle cose
Ito precipuo della filosofia.
- L'analisi dei sentimenti in quanto sono stimoli all'o-
umano fu con larghezza e originalità di vedute conti-
la un terzo grande pensatore scozzese. Adamo Smith,
isse con metodo deduttivo tutta la sua dottrina eco-
dall'esame dei sentimenti egoistici, cosi come fece dei
inti altruistici o simpatici la base della vita morale.
> oeconomicus da un lato, l'homo eihicus dall'altro
secondo lo Smith, a movente dell'azione sentimenti
Moral sentiments e Wealih of nations anziché con-
5i, come vogliono alcuni, si completano a vicenda e
)no due esempi insuperabili di astrazione psicologica
a con logica geniale e rigorosa (3).
mpatia è un sentimento originario e irreducibile dei-
associato. Essa consiste in un accordo di sentimenti,
accordo ha luogo in noi, quando i sentimenti che
agnano l'azione nostra si accordano coi sentimenti di
30sto spettatore imparziale, che si erige a giudice in
provano le sne affermazioni geniali e confermate dagli stadi pò-
iiU' origine deUe religioni e dei governi, sulla condizione deU'uomo
1^ sai fenomeni economici ecc.
a deUe opere pili originali di Hume è The naturai history of re*
cui arriva alla conclusione vera che il politeismo ha preceduto
n monoteismo : la prova però che ne dà è essenzialmente teorica
ca.
le osservazioni del BUckle, Op. cit. e. xx, sul metodo seguito
th, e sui caratteri della sua filosofìa. Cfr. anche Lange, Histoire
aliarne f Paris, 1879, Voi. ii, p. 684-685. Lo Smith pubblicò The
moral sentiinente nel 1759 e nel 1776 pubblicò Wealth of nations.
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'i«^r:
noi di noi stessi ; ha luogo fuori di noi quando il nostro sen-
timento si accorda coi motivi e col l'intenzione dell'agente da
un lato, coi sentimenti della persona che è termine dell'azione
dall'altro (1). L'Hume fece scaturire la simpatia dalla consi-
derazione degli effetti utili e piacevoli dell'azione : non tenne
conto dello stato emotivo proprio di chi compie l'azione e di
chi la riceve. Lo Smith più che agli effetti esteriori dell'azione
rivolse la sua attenzione al sustrato psicologico dell'azione
stessa, e distinse nettamente la simpatia diretta o soggettiva
coi motivi e l'intenzione dell'agente, la simpatia indiretta o
oggettiva collo stato d'animo della persona a cui l'azione si
riferisce. Dire che un'azione è conveniente o sconveniente,
buona o cattiva, significa solo simpatizzare o non simpatizzare
colla causa o coi motivi che determinarono l'agente a com-
pierla. Questo senso di simpatia diretto che nel giudicare
l'azione nostra o di altri jion tien conto delle conseguenze
dell'azione, ma dell'accordo di sentimenti di chi giudica im-
parzialmente l'azione e di chi la compie costituisce il dominio
proprio della morale (2).
46. — Il fondamento psicologico della giustizia, che Hume .
aveva disconosciuto facendo della giustizia opera esclusiva
della riflessione e della ragione, deve ricercarsi nella simpatia
indiretta o oggettiva, cioè nella simpatia che nasce dalla cor-
rispondenza coi sentimenti di chi è termine dell'azione.
L'azione benefica o dannosa fa simpatizzare col beneficato
col danneggiato e desta in questi e negli spettatori impar-
ziali un senso di gratitudine o di risentimento verso l'autore.
In questo impulso retributivo, in questo stimolo al contrac-
cambio, che dalla persona interessata si diffonde a quanti
contemplano imparzialmente l'azione, noi troviamo la ragion
d'essere del merito e del demerito, del premio e della pena,
(1) Cfr. Theory ecc., Parte i, Seo. i, e. i.
(2) Lo Smith tratta della simpatia diretta o soggettiva nella Parte t
dell'opera sua; in occasione dei giudizi sulla proprietà delle azioni.
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«^ 88 ^
^^"^i^mm
erio per distinguere le azioni beneficile é le
Le manifestazioni della beneficenza sono posi-
mo limite nella loro esplicazione: il senso di
lanifesta sopratutto negativamente quando cioè
)voca la reazione e la pena. Le azioni che non
danno né vantaggio, che non meritano né premio
destano né simpatia né antipatia, o in altre pa-
Ltudine né risentimento, costituiscono la classe
giuste, in quanto rivelano in chi le compie il
intimento di giustizia, ma non l'animo disposto
1).
Smith che il senso naturale di simpatia può
,to (2). Non sempre noi siamo in condizione di
idici imparziali e sereni delle nostre azioni: le
itutto tendono a corrompere il nostro giudizio e
Lizzare con motivi d'azione non degni di appro-
?o canto nel giudicare le azioni da altri compiute,
3re tratti in inganno dai risultati meramente
?imii dell'azione, dall'utile o dal piacere che ne
are. Non é a credere che lo Smith disconosca
li questi elementi estrinseci dell'azione: é prov-
e l'utile e il piacere da un lato, il successo
tino simpatia, e costituiscano un criterio pratico
ila bontà dell'azione: ma tali elementi devono
lostri giudizii, nel regolare la simpatia un posto
secondario (3).
re la serenità e imparzialità dei nostri giudizii
e il demerito dell'azione, si rendono pratica-
)atia oggettiva lo Smith tratta nella Parte ii Op. cit. in
itinieuto di merito o demerito deUe azioni. Sui rapporti
) giustizia y. Op. cit. parte ii, sec. ii^ e. 1-3.
ò del traviamento del senso di simpatia, cfì*. parte ii,
parte in, e. 4.
3naa dell'utilità sul sentimento di approvazione, v. Op«
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-8à -
inente indispensabili norme generali direttive. Queste norme,
che resp3rienza ripetuta, non l'intuizione, ha suggerito, si
presentano con caratteri e natura diversa, secondochè ten-
dono a regolare i'esplicarsi dell'attività benefica, oppure sono
dirette a impedire le lesioni del senso di giustizia: le une non
escono dal campo della morale, le altre hanno carattere pro-
priamente giuridico.
La natura della beneficenza è tale che non si presta
ad essere ridotta in formole precise e minute : il suo campo
è illimitato, opperò la norma che ne regola l'esplicazione
non può che esser vaga e indeterminata. D'altro canto il
carattere negativo della giustizia, ne restringe il campo di
esplicazione : le sue norme segnano i confini oltre i quali l'at-
tività dell'individuo, esplicandosi, lede il senso della giustizia:
pertanto devono essere precise, chiare determinate. Per ser-
virmi del paragone dello Smith, le norme di giustizia sono
come le regole di grammatica, poche, precise, determinate: le
norme di beneficenza hanno l'indeterminatezza e l'elasticità
propria delle regole del bello scrivere che ninno può precisare
e costringere in poche formole.
L'osservanza delle norme generali, sieno esse di beneficenza
di giustizia, è condizione di benessere e di sicurezza sociale.
Ma nulla è più contrario alla natura della beneficenza della
coazione: essa vive di libertà, di spontaneità. Per quanto
possa desiderarsi che i vincoli sociali traggano forza e con-
sistenza dall' affetto e dalla mutua assistenza, l'esercizio delle
virtù benevole può consigliarsi ma non coattivamente imporsi.
Ma se l'osservanza delle norme di beneficenza è condizione di
perfezionamento e di prosperità della vita sociale, l'osservanza
delle norme di giustizia è condizione di esistenza: la vita
sociale è possibile anche se i rapporti tra i suoi membri, a
somiglianza dei rapporti che sorgono tra i membri di una so-
cietà commerciale, non sono regolati dalla beneficenza, ma da
mere considerazioni di interesse: ma senza le norme della
giustizia si rende inevitabile la dissoluzione sociale, Che se sj
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tien conto della naturale debolezza dei vincoli sociali di fronte
alla forza degli stimoli egoistici, si comprende come solo colla
coazione e con un ben regolato sistema di pene si può garan-
tire l'osservanza delle norme di giustizia, che rappresentano il
minimum di sacrificio individuale che la vita sociale richiede
per sussistere. Nei rapporti colla vita sociale, dice lo Smith,
lo norme di giustizia stanno alle norme di beneficenza, come
in un edificio il muro maestro sta alle decorazioni (1).
Mostrò peraltro lo Smith di avere della giustizia un concetto
non esclusivamente negativo : egli osserva che nello stato di
natura, cioè anteriore alla società costituita civilmente, tutti
essendo eguali, la giustizia non può avere che un significato
s erettamente negativo: ma nelle società civili in cui abbiamo
distinzioni di classi, in cui abbiamo superiori e inferiori, l'a-
zione dei governanti non deve solo esplicarsi nel senso di
impedire Vivjuria, ma deve promuovere la prosperità morale
dolio Stato imponendo norme positive di vera beneficenza. Se-
nonchè, osserva giustamente lo Smith, l'azione del legislatore
nel campo riservato alla beneficenza, quando non sia prudente
. e illuminato, costituisce un grave pericolo per la libertà, la
sicurezza, la giustizia (2).
Rimprovera lo Smith agli antichi di avere esteso l'indeter-
minatezza propria delle norme morali alle norme riferentisi
alla giustizia. Nel difetto opposto incorsero^ i casuisti medio-
evali nello sforzo fatto di sottoporre a regole minute e compli-
cate tutti gli atti della vita morale e giuridica degli individui.
I cultori del diritto naturale nel determinare le norme da im-
porsi coattivamente invasero bene spesso il campo riservato
alla morale. In tutti lo Smith nota la deplorevole coufusione
tra norme morali e giuridiche, il disconoscimento dei criteri
coi quali le une e le altre devono essere stabilite. Ammette
(1) Cfr. suU' origine delle norme morali, op. cit.. Parte III, e. 4 : sai
caratteri di tali norme, sui rapporti tra norme di beneficenza e di giustizia:
op» cit., Parte III, e. 5-6.
(8) Cfr, Op. cit., Parte II, Seo. II, o. 1.
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- &1 -^
atìcóra lo Smith la ragiofle d'essere del diritto naturale, ÓSàia
di un complesso di norme generali e costanti, capaci di fornire
una meta ideale alle leggi positive (1). .
La dottrina dello Smith è un capolavoro di analisi psico-
logica condotta con metodo deduttivo. Per la prima volta ve-
diamo la questione dei rapporti tra morale e diritto risolta al
lume della psicologia. L'aver fatto astrazione dagli elementi
egoistici concorrenti nell'operare umano, giovò a mettere in
rilievo gli elementi altruistici o simpatici, di cui vivono sopra-
ttutto i rapporti morali e sociali, ma giustificò l'accusa di unila-
teralità opposta alla sua dottrina. L'analisi della simpatia ne
avrebbe certo allargato la base, non essendovi dubbio che a
costituire la simpatia concorrono pure elementi egoistici. Ma
il difetto maggiore della teoria dello Smith, difetto che nel de-
terminare 1 rapporti tra morale e diritto si rende più evidente, è
l'assoluta mancanza della veduta storica, la quale se non poteva
distruggere le sue affermazioni psicologiche, avrebbe giovato
certamente à completarle e ad estenderle.
47. — Il progresso delle scienze morali dall'Hobbes allo Smith
fu sotto ogni riguardo notevole : esso fu parallelo alla trasfor-
mazione economica, politica, religiosa che in Inghilterra si
andò attuando nei secoli XVII e XVIII. Hobbes e Locke inte-
sero sopratutto a emancipare le scienze morali dalla teologia
e trovare loro un fondamento nuovo : al principio divino con-
siderato dalla filosofia tradizionale come fonte di moralità,
l'uno sostituì la volontà del principe, l'altro la legge di na-
tura, elaborata dalla coscienza popolare e che si concreta in
legge civile e in legge del costume. I filosofi scozzesi affer-
marono il fondamento psicologico delle scienze morali, deri-
vandole dal senso morale e dalla simpatia. Ad essi dobbiamo
i primi tentativi fatti per distinguere la morale dal diritto.
(1 Notevole a questo riguardo la Sez. IV, Parte VII, Op. cit., circa
i metodi seguiti dai diversi scrittori nel determinare le norme pratiche
di moralità.
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- 92 -
L* Hobbes e il Locke non intesero l'importanza teorica e pira-
tica di tale distinzione.
Le condizioni economiche e politiche dell'Inghilterra richia-
marono su di essa l'attenzione. L'invasione dello Stato o meglio
del principe nel campo riservato alla moralità, cosi come nel
campo dei rapporti economici, era norma dominante nel se-
colo XVIL La riforma protestante, lungi dallo scuotere, aveva
riaffermato tale principio. L'autorità civile in Inghilterra as-
serviva a sé la religione, mentre in Scozia ne era asservita.
In entrambi i casi il risultato era identico, il disconoscimento
(li ogni distinzione tra norme morali e giuridiche. Il movi-
mento individualista che si diffuse in Inghilterra nei secoli
XVII e XVIII rappresenta la reazione contro le indebite in-
gerenze dello Stato nei rapporti economici, religiosi e morali,
la difesa di ciò che parve patrimonio intangibile dell'indi-
viduo. La discussione circa i limiti del potere dello Stato nei
suoi rapporti coll'individuo, doveva teoricamente presentarsi
come questione concernente i rapporti tra morale e diritto,
e cosi fu intesa e trattata dall' Hume e dallo Smith. L'Hume
fa aperto avversario dell'invasione dello Stato nel campo dei
rapporti non solo economici, ma anche morali: secondo lui
l'azione dello Stato non deve esplicarsi che negativamente
e solo a difesa della proprietà, alla quale riduceva il con-
tenuto del diritto. A questo poi negava ogni origine psi-
cologica, limitandosi a giustificarne l'esistenza dal punto di
vista razionale e della necessità sociale. Lo Smith con veduta
più larga e scientifica ricerca nella natura stessa dell'uomo
un criterio di distinzione tra morale e diritto : Vimpulso re-
tributivo mentre provoca il senso di gratitudine verso l'azione
benevola, giustifica psicologicamente la reazione verso l'azione
ingiusta: né deve, secondo lui, l'azione dello Stato manife-
starsi in senso esclusivamente negativo, ma deve in deter-
minate circostanze, per quanto cautamente e colle dovute ga-
ranzie, potersi estendere a favorire il progresso morale. Se-
nonchò la storia posteriore delle scienze morali abbandona
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l'indirizzo psicologico perfezionato dallo Smith, per riattaccar
all'Hume, il quale, avendo posto a criterio misuratore del bei
e del male, del giusto e dell'ingiusto il concetto dell' util
schiudeva la via a Bentham e all'indirizzo utilitarista. Ti
le cause di tale arresto devesi ricordare il metodo deduttr
seguito dallo Smith nell'indagine psicologica, metodo che i
chiedeva qualità personali di astrazione e di sintesi, poss
dute in grado eminente dallo Smith, ma non facili a riscoi
trarsi in altri. Si aggiunga che alle esigenze della prati-
parve meglio rispondere il criterio oggettivo dell'utile, ci
teneva conto delle conseguenze dell'azione, che non i crite
soggettivi fondati sui moventi psicologici o interiori dell'azioE
Che se la dottrina morale dello Smith per tali ragioni non e
venne popolare, ed esercitò scarsa influenza all'epoca sua
confronto alla dottrina utilitaria, essa però al risorgere de^
studi positivi di psicologia, fu in molte sue parti conferma
e apprezzata al suo giusto valore.
Che se vogliamo stabilire un parallelo tra la scuola d
diritto naturale in Germania, e quella empirica inglese in o
dine alla questione dei rapporti tra morale e diritto, noi tr
veremo che in entrambi i paesi essa fu provocata dalla n
cessità di difendere l'individuo contro l'ingerenza dello Sta
in materia di morale e di religione. Il movimento culmina
Germania col Thomasius, in Inghilterra con Hume e Smitl
senonchè là le resistenze furono maggiori, la questione fu sopr
tutto sollevata e con grande calore discussa dai giureconsu!
allo scopo di salvaguardare la libertà morale e religiosa, ment
irf Inghilterra l'invasione dello Stato fu sopratutto combattu
in favore della libertà economica. Ad ogni modo il risulta
finale fu in entrambi i paesi di mettere in rilievo l'import an:
teorica e pratica della questione.
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§5.
Vlf>^itlxzo cmtt^mimtio ideile sclei^ze ff|otall.
SOmiABIO : 4& CftrtMlo • Tepoca ioa - 49. Cutesio • 1« loianM morali —
fio. Ma1«branoh« • V indiriuo ■piritaalitta-oartMÌano nella soienae morali —
61. L'Olanda a il ■iitama atico-ciuridioo di Spinosa — S2. Le oondiaioni poli-
tloha • rali^oM dalla Qar mania nal leoolo XV^II — 63. La dottrina etico-
giuridica di Leibnia — 64. L'opera metodica del Wolff — 66. Parallelo tra
l'indiriaio flloeoflco e ginridico nelle loienae morali.
48. — Chiunque voglia ricercare le origini prossime dei
metodi e indirizzi diversi che si riscontrano nel campo delle
scienze morali dell'età moderna, deve risalire al secolo XVII
e precisamente ai tre paesi che di tali indirizzi furono i
centri di origine e di sviluppo: l'Olanda, l'Inghilterra, la
Francia. Dove la riforma religiosa gettò più profonde radici,
dove le mutate condizioni economiche affrettarono l'avvento
dello Stato moderno, ivi si svolse vivace l'opposizione allo
spirito teologico, e le questioni d' indole morale e politica sor-
sero numerose e insistenti. La Riforma non impedi anzi per
molti riguardi accentuò V intransigenza religiosa (1): le guerre
religiose divamparono ovunque con questo solo risultato di
rendere necessario l'intervento spregiudicato dello Stato, e
di far sentire il bisogno di dottrine politiche e giuridiche
dapprima, morali poi, indipendenti da ogni presupposto Teli-
gioso. Col comporsi delle questioni religiose l'attenzione fu
rivolta allo Stato e ai rapporti sorgenti tra Stato e individuo:
gli interessi morali e giuridici vennero per tal modo ad oc-
cupare il primo posto.
Questo processo storico, comune a tutti i paesi nei quali
penetrò la Riforma, si manifestò prima che altrove in Olanda,
Inghilterra, Francia: in questi paesi abbiamo con Grozio, con
Bacone, con Cartesio i fondatori dei nuovi indirizzi di pen-
siero, dei quali alcuni, come quelli di Grozio e di Hobbes
(l) Cfr. Ifuffini, Op. cit. I, e. 1, J 5,
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■* «n^;v;^r--jV' "
- 95 ^
farono direttamente determinati dalla necessità di trovare un
fondamento nuovo alle sciènze morali, mentre quelli di Bacone
e di Cartesio, mirando a un generale rinnovamento del metodo
e del sapere jOilosofico, solo indirettamente sovvertirono le basi
ti'adizionali delle scienze morali.
La Francia in particolare fu per oltre quarant'anni teatro
di sanguinose lotte religiose: la vita politica e intellettuale
del paese parve subire un arresto: più che la forza dell'armi
valse a predisporre gM animi alla conciliazione e alla tolle-
ranza lo scetticismo morale e religioso, che s' impadroni degli
animi stanchi e disillusi, e che rappresenta la reazione inerte
del buon senso, dello spirito laico e liberale contro il dogma-
tismo religioso, cattolico e protestante. Privo di ogni carat-
tere scientifico e ricostruttivo, tale scetticismo scaturiva dalla
impotenza, dalla sfiducia nella capacità intellettiva, e si svolse
sopratutto nel campo pratico per opera di quei cattolici mo-
derati, chiamati i Politici che formatisi tra l'intemperanza
e l'intransigenza dei partiti, furono efllcaci cooperatori della
politica illuminata e tollerante di Enrico IV. Rappresentanti
di questo scetticismo pratico e popolare furono il Montaigne
e lo Charron : essi non si fecero banditori di metodi e sistemi
nuovi, ma entrambi, e sopratutto lo Charron in forma garbata
si fecero a sostenere principii che in quell'epoca dovevano
sembrare rivoluzionarli, quali ad esempio che l'errore reli-
gioso non costituisce reato, che le opinioni religiose sono il
prodotto dell'abitudine, che le differenze che dividono intorno
ad esse gli uomini sono puramente formali, che è possibile la
morale senza il fondamento religioso. L'aver fatto buon viso
a quéste idee, l'esser stati i loro autori letti e apprezzati
prova non tanto che i tempi erano maturi per accogliere tali
principii, che lo spirito irreligioso e l'ateismo fossero diff*usi,
quanto piuttosto la stanchezza e l'impotenza degli animi a
reagire contro il diffondersi di tali idee che trovavano nella
storia dolorosa e recente qualche conferma. Ad ogni modo se
tala scetticismo non ebbe alcuna importanza teorica, ne ebbe
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'VlOTQH
una grande pratica: esso preparò quello stato degli animi che
;e possibile il trionfo di Enrico IV, l'Editto di Nantes, e
a politica inspirata non agli interessi religiosi, ma civili e
itici del paese. La politica di Enrico IV fu elevata a sa-
mie sistema dal Richelieu, di cui fu meta costante T inte-
nse dello Stato inteso come espressione dell'unità nazionale
'interno, come preminenza assoluta di fronte all'estero,
olto da ogni preoccupazione di classe, di religione, di mo-
e, umiliando all'uopo la nobiltà, reprimendo i tentativi di
lellione dei protestanti, facendo della tolleranza la base
ila politica. Al Richelieu deve la Francia nel secolo XVII
sua grandezza politica, il consolidamento dell'unità hazio-
le, il risveglio intellettuale. Ed è degno di nota che proprio
andò la politica del Richelieu aveva toccato il massimo
iluppo, appariva il « Discorso sul metodo » di Descartes, de-
nato a produrre nel campo filosofico effetti analoghi a quelli
eseguiti dal Richelieu nel campo della politica. Il successo
e l'opera di Cartesio incontrò in Fi*ancia, quando l'eco delle
te religiose non era ancor spenta, dimostra il progresso delle
je; al dubbio pratico sterile e vano sottentrava il dubbio
iagatore e scientifico (1\
49. — L'influenza di Cartesio nella storia delle scienze
>rali supera per molti riguardi quella pur tanto notevole
ircitata da Grozio e da Bacone. A tutti fu comune l'av-
rsione verso i metodi e i sistemi tradizionali e teologici;
L se Grozio fu sopratutto preoccupato di sottrarre alla in-
enza della religione il fondamento del diritto e contrappose
metodo teologico il metodo storico-razionale che alla so-
done delle controversie giuridiche mostravasi particolar-
jnte adatto, Bacone, fatto audace dai progressi mirabili
Ila scienza, fu condotto a proclamare la generale trasfor
1) Cfr. suUe vicende religiose in Francia il Kuffini, Op. cit., I,
[V, § 15. — Sulle condizioni storiche deUa Francia U Bnckle, Op. cit.,
Viil#
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- 97 -
mazione ^el sapere filosofico e scientifico, sulla
plicazione del metodo induttivo. Ma quel dualism
e materia che costituiva l'essenza della filosofia
e che Bacone aveva attenuato nell'unità del met(
risorge per opera di Cartesio, la òui dottrina se
della metafisica manifesta evidente la tendenza
lismo, cioè verso l'unità di tutte le cose nello sp
mantiene netta la distinzione tra materia estesa
appare essenzialmente dualistica nel metodo e nel (
L'aver accentuato questo dualismo permise a Ci
ad altri del suo secolo, di essere ad un tempo file
ziato: a tale dualismo provvidenziale devesi se (
volando sul rapporto" tra il mondo psichico e il
rale potè trattare con metodo soggettivo i fatt
accogliere nello studio della natura un metodo
duttivo, che si avvicina assai più di quello di Bz
processo seguito da chi studia la natura (2). Secc
la causalità domina sovrana nella natura fisica (
questa esula ogni .concetto di finalità: tutto v
forza di proprietà immanenti nei corpi e secondi
riabili, che la scienza deve determinare non eh
particolare al generale, come proponeva Bacone,
tosto alle cause reali dei fenomeni, ma piuttostc
corso ad ipotesi da controllarsi coU'esperienza (:
L'originalità e l'importanza di Cartesio più eh
delle indagini scientifiche, si esplicò sopratutto ne
(1) Cfr. La vi osa, Filosofia scientifica del diritto in Tngh
Claiison, 1897, p. 7.
(2) L'osservazioue e la denomiuazione di metodo ipotet
del La Ugo, Histoire du matérialismef Paris, 1877, Voi. I,
mazioiitì dui Lauge è vera e trova couferma in alcaui pai
sul Metodo; ma dove completarsi col metter in rilievo il
diverso che lo stesso Cartesio proponeva per lo stadio dt
e che i>nò considerarsi psicologìco-deduttivo.
(3) Sotto questo aspetto Cartesio cooperò efficacemente
materialismo. Cfr. Lange, Op. cit., Voi. I, p. 222 e seg
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- 98 -
sofico. Le scienze dello spirito, di cui le scienze morali erano
parte integrante, all'epoca di Cartesio continuavano a mante-
nere stretti legami colla teologia. In questa parte Bacone fu
e rimase per lungo tempo nell'Inghilterra stessa un solitario.
K La filosofia che si svolse in Inghilterra sulle traccio di Hob-
bes, con tendenze essenzialmente pratiche, rifletteva troppo
/ strettamente il carattere e le speciali condizioni politiche e
k religiose del popolo inglese per incontrare favore sul conti-
<] nente. Spettava a Cartesio l'onore di avviare per vie nuove
le scienze dello spirito e assicurarne l'ulteriore sviluppo. Contro
t;' la rivelazione, la tradizione, l'esperienza dei sensi e del mondo
f esterno che da secoli costituivano le fonti di conoscenza del
I mondo interiore, Cartesio oppose non la negazione^ ciò che
^' sarebbe stato per que' tempi prematuro e pericoloso, ma un
1;, concetto a lunga scadenza assai più dissolvente, il dubbio. Du-
I bitando di tutto il sapere per tali vie acquisito, isolandosi da
|; quanto poteva disturbare il processo di introspezione, Cartesio
p^ arrivò a scovare nel profondo della coscienza alcune idee
u chiare e distinte, resistenti al('analisi, rivestite della più ri-
fi gorosa evidenza, costituenti i veri primarii, assoluti, le pre-
( messe indiscutibili, da cui le scienze morali devono potersi
|- dedurre logicamente. Per tal modo mentre il vero razionale
tt nella natura è solo ipotetico e costituisce base incerta di de-
£ duzione se non è confermato dalla esperienza, per le scienze
fc dello spirito le idee chiare e distinte, risultato dell'osservazione
l' psicologica, contengono una verità infallibile, sono la base
^ salda del sapere: la verifica sperimentale nulla può aggiun-
fc gere a ciò che si rivela logicamente necessario. Erroneamente
f: da alcuni si proclama Cartesio il fondatore e il legislatore
^r del metodo razionale : il suo metodo fu essenzialmente psico-
h logico-deduttivo: per lui la ragione è un mezzo, non la fonte
della conoscenza : egli non trasse, come fecero poi i raziona-
listi, il sapere dalla ragione, ma mediante la ragione dall'osser-
vazione psicologica. Facendo dell'Io vivo e reale, non astratto,
g^fferniato con processo iatrospettivo, la base delle scienza mo-
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— 99 -
rali, Cartesio si distingueva ad un tempo dai teologi e dai
razionalisti, di cui gli uni ne cercavano il fondamento fuori
dell'uomo nel principio divino, gli altri nella ragione o in un
principio puramente razionale. Dovere e diritto, anziché in un
mondo sopranaturale, venivano, secondo Cartesio, a trovarsi
in una sfera ideale comune, superiore alla materia, sottratti
alle necessità naturali e all'impero della causalità. Come
Lutero col proclamare il libero esame intendeva ricondurre il
sentimento religioso dall'esterno nell'intimità della coscienza,
cosi Cartesio, obbedendo suo malgrado alle tendenze indivi-
dualistiche dell'epoca sua, riconduceva l'uomo in sé stesso
agli effetti delle scienze morali e lo incitava a trarre da sé
medesimo il motivo del suo operare (1). Con Cartesio l'indi-
viduo rivendica fieramente la sua autonomia, la sua libertà
di pensiero e di azione; la via all'individualismo e al sog-
gettivismo etico-giuridico era dischiusa, mentre il carattere
di universalità e immutabilità che il presupposto teologico
assicurava alla norma etica era comj)romesso : invano Cartesio
avvertendo il pericolo .corse al riparo ripudiando il dubbio
pratico, e dichiarando che agli scopi della vita morale bastano
la rivelazione e le leggi divine e umane: ciò che nell'intenzione
sua era una semplice rivoluzione teorica, doveva tramutarsi
in una rivoluzione di fatto.
Notevoli sono le conclusioni a cui pervenne Cartesio stu-
diando l'uomo, nel quale il mondo dello spirito e quello della
materia sembrano congiungersi, e che costituisce il centro da
cui si svolgono e a cui si indirizzano le scienze morali. Tutte
le manifestazioni psichiche dell'uomo si riducono per Cartesio
alla funzione dell'intendere: la volontà, concepita libera e
(1) Sotto questo aspetto deve approvarsi P affermazione del Lermìuier
(Philosophie du droit, Bruxenes, 1832, p. 284) accolta dal Buckle, Op.
cifc., e. vili, secoudo coi Cartesio fa U successore e il complemento di
Lutero. Ciò scaturisce dallo spirito della filosofìa cartesiana, e il Lange,
(Op. cife., Voi. I, p. 484), che combatte tale giudizio si lasciò forse traviare
i\s\ì estrattore di Csi^rte^io tin^ido ed ossequente al dogm^..
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- iOl -
dividuo e nello Stato. Tutto faceva credere che la F*rancia
fosse por attuare una trasformazione economica, politica, re-
ligiosa, intellettuale, analoga a quella che si svolgeva quasi
nella stessa epoca in Inghilterra. Ma tale illusione fu ben
presto distrutta dagli avvenimenti che tennero dietro alla
morte del Richelieu, e all'avvento al trono di Luigi XIV. 11
movimento tendente a rialzare il prestigio dello Stato e del-
l'autorità regia, a favorire col processo di unificazione del
paese l'accentramento dei poteri, si trasformò per opera di
Luigi XIV in un sistema di governo dispotico e personale,
apertamente ostile alle tendenze individualiste dell'epoca, alle
generose e libere iniziative provocate dalla politica del Ri-
chelieu. Lo spirito di fronda che commosse per qualche tempo
la nobiltà fu vano ed effimero: lasciò indifferente il popolo, a
cui faceva difetto qualsiasi coscienza politica per influire ef-
ficacemente sulle sorti del paese. Il patronato regio, lo spirito
l^rotettore largamente applicato in politica, in letteratura, in
economia, in religione, distruggendo colla libertà politica la
libertà di pensiero rese inevitabile il ritorno al passato anche
nel campo delle scienze morali.
Per ingraziarsi il clero cattolico e averlo cooperatore al suo
sistema di governo. Luigi XIV si fece feroce persecutore degli
Ugonotti, e sostenitore severo della ortodossia religiosa; ca-
ratteri del suo regno furono l'intolleranza, la diffidenza verso
ogni nuovo indirizzo di pensiero, il servilismo in tutte le sue
forme, la consacrazione religiosa dello spirito reazionario e
protettore (1). Distolti dallo studio dei problemi politici e ci-
vili, gli intelletti francesi si abbandonarono con giovanile ar-
dore alle dispute religiose e teologiche: le vecchie questioni
metafisiche sulla predestinazione, sui rapporti di Dio col mondo,
della libertà colla grazia, del premio e castigo colla morale,
risorsero agitando gli animi per modo da provocare nel seno
(1) Cfr. Sulla politica di Lnlgi XIV, le severe ma giuste osservazioni
del BucklO) Op. cit., o. xi«
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'^^«M
- 102 ^
stesso del clero cattolico dispute vivaci e dissensioni profonde,
alle quali si mantenne del tutto estraneo il popolo e il paese (1).
Contro i Gesuiti, rappresentanti della tradizione tomistica
e aristotelica, poco propensi alle speculazioni, contrarii a ogni
eccesso in senso mistico o idealista, gelosi e vigili custodi del
dogma, maestri insuperati nell'arte di conoscere gli uomini e
di adattare il dogma alle mutevoli esigenze della vita reale,
creatori di quella casuistica morale che è un vero monumento
di opportunismo pratico, si levarono indirizzi diversi di pen-
siero religioso, procedenti tutti dalla stessa fonte, dal misti-
cismo, ossia dal bisogno di un sentimento religioso più intimo
e intenso, non soffocato da un inutile e vano formalismo, meno
vincolato alla realtà: di qui il favore concesso alle dottrine
di Platone e di S. Agostino, il movimento giansenista, il quie-
tismo di Fenelon, indirizzi tutti che si alimentavano di quanti
avversavano il gesuitismo in politica e in morale, e il carat-
tere ufficiale e nazionale della Chiesa (2).
Tra i Gesuiti e gli aristotelici da un lato e le ribellioni in
senso mistico dall'altro, si interpose Malebranche, a cui parve
evitare gli errori in cui cadevano i mistici, temperandone gli
ardori e gli eccessivi entusiasmi collo spirito cartesiano. Car-
tesio in Malebranche diventa l'alleato di S. Agostino e di Pla-
tone. La ragione impedita di esplicarsi in altri campi, si pone
p3r opera del Malebranche a servizio del dogma e si raffina
nel tentativo di razionalizzare le credenze e aprire nuove vie
alla filosofia cristiana. Per temperamento, .per il carattere
stesso della Congregazione dell'Oratorio (3) a cui apparteneva,
(1) Cfr. Jodl-, Op. cit., Voi. I (1882), e. vili, 3 Abs., § 1-2.
(2) Cfr. Sui rapporti tra la filosofia del Malebranche e gli altri indiriazi
di pensiero dell'epoca, l'opera dell' Olle -Lap rune, La philosophie de Ma-
lebranche, Paris, 1870, Voi. II, e. i.
(3j La Congregazione dei Preti dell'Oratorio era stata approvata da
Paolo IV, nel 1613, ed ebbe a fondatore il cardinale De BeruUe : ne' snoi
statati, nel suo indirizzo si contrapponeva ai Gesuiti t in filosofia segniva
Platone e S. Agostino.
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f
- 103 -
Malebranche era portato all' idealismo e al misticismo : alla
scuola di Platone e di S. Agostino, prima ancora di conoscere
Ccirtesio, egli aveva attinto le sue convinzioni religiose e fi-
losofiche. L'ammirazione e la riconoscenza ch'egli poi nutri
profonda per Cartesio, si spiegano pensando che il metodo car-
tesiano, introspettivo, psicologico, gli dava modo di ricercare
nell'intimità della coscienza, là ove il sentimento e l'intui-
zione dominano, il fondamento razionale di quell'unione di
tutte le cose in Dio, di quell'azione incessante, universale,
immediata di Dio col mondo, in cui egli credeva coll'entu-
siasmo del mistico (1). Ragione e fede che Descartes e i ra-
zionalisti dopo di lui tennero con gran cura distinte, in Ma-
lebranche concorrono senza confondersi : entrambe sono fonte
e criterio di verità, hanno eguale autorità: la fede origina il
sentimento e l'intuizione confusa di quelle verità che solo la
ragione rende chiare ed evidenti. I dogmi, come i fatti per la
fisica, sono veri ma non evidenti, e devono essere dimostrati :
ascoltare la ragione significa ascoltare Dio stesso, e i suoi re-
sponsi in noi : veniva cosi Malebranche a recare un colpo
mortale al principio di autorità, e anteponeva all'autorità di
Aristotele e della Chiesa stessa l'autorità della ragione, ossia
della coscienza chiara e distinta.
Descartes aveva contrapposto il pensiero {mens) all'esistenza:
Malebranche dal fatto del pensiero trae la necessaria esistenza
degli oggetti pensati ossia delle idee, le quali non sono come
per Descartes mere modificazioni e prodotti dello spirito, o
immagini delle cose, ma conformemente alla dottrina platonica,
sono l'archetipo di tutto ciò che può essere, hanno esistenza
vera e reale, indipendente dalle cose a cui si riferiscono.. Il
mondo materiale è l'ombra del mondo intelligibile, il quale
solo ha valore e rappresenta la realtà vera. Tutte le idee si
(l) Per una fedele e ampia esposizioQO del sistema filosofico del Male-
branche si paò consultare l'Ollè-Laprune, Op. cit., Voi. I, e Henry
Jol^i Malebranche, Paris, 1901.
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di ogni tempo a intendere e a risolvere la questione dei rap-
porti tra morale e diritto. Per Malebranche Dio non è solo
causa òubsistendi e ratio intelligendi, ma anche ordo vivendi.
L'ordine universale e immutabile, quale procede dai rapporti
di perfezione delle idee, è fondamento della morale: l'amore
abituale di quest'ordine, che la ragione fa conoscere, costi-
tuisce la virtù e implica la forza e la libertà del volere. L'Ìt
deale morale dell'uomo sta nell'unione intima e costante con
Dio: l'amor del prossimo, la società, lo Stato hanno un inte-
resse derivato e secondario : la solitudine, la contemplazione,
meglio che il vivere sociale, conducono all'ideale morale. Di
diritti non può parlarsi, dacché la morale stessa deve servire
a scopi mistici e religiosi. La distinzione tra morale e diritto,
tra morale religiosa e profana, che si andava all'epoca sua
accentuando colla separazione della Chiesa dallo Stato, cobti-
tuiva per Malebranche il più grave pericolo per l'unità della
vita morale, la quale poteva solo ristabilirsi, facendo di Dio il
termine e il principio delle azioni umane.
Ma quando il Malebranche esce dal campo cliiuso delle sue
speculazioni per considerare la vita reale e la vede svolgersi
in contraddizione all'ottimismo ideale del suo sistema, sull'e-
sempio degli spiritualisti di tutti i tempi, ricorre alla solita
finzione del peccato originale, ai soliti adattamenti e diventa
pessimista come Hobbes. La vita reale rappresenta allora il
regno del male e della forza irrazionale : le norme etico-giu-
ridiche, deviate dal loro principio, devono piegarsi alle esi-
genze imposte dalla sicurezza e dalla corruzione dell'umana
natura (1). Distrutta l'unità della vita morale, si rende neces-
saria la duplice direzione civile ed ecclesiastica. La Chiesa
si vale a' suoi scopi della norma morale diretta al perfezio-
(t) « La force o la loi des brutes, egli osserva, ceUe qui a deferé au
lioii ^empire des auiinanx est deveune la maitresse parmi les hommes ».
— £ altrove (Traité eoo,. Voi. II, e. xi, § 4) dice che la legge umana
non è piii la legge vera, cioè la legge deUa ragione come non lo è il re«
gelamento di un ergàstolo.
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^ lòé-
namento interiore deiruomo ; lo Stato provvede al manteni-
mento della pace e della sicurezza sociale per mezzo di norme
giuridiche, dirette a regolare i rapporti esteriori di condotta.
Il Malebranche vuole la Chiesa e lo Stato dipendenti da Dio,
fonte di giustizia e d'autorità, ma liberi e indipendenti nella
loro azione : edotto dagli avvenimenti dell'epoca sua, stigma-
lizza come inutile e tirannica l'azione dello Stato diretta a
imporre doveri religiosi, e a violare i sacri diritti della
coscienza (1).
Sostenere la libertà e l'indipendenza della Chiesa di fronte
allo Stato, significa per Malebranche difendere la morale ossia
la religione contro le esigenze del diritto, ossia contro il pre-
valere degli interessi umani e civili. I rapporti tra lo Stato
e la Chiesa si erano invertiti passando dal Medio Evo all'Evo
moderno : nel Medio Evo lo Stato doveva difendersi contro le
tendenze teocratiche della Chiesa: ma nei secoli XYII e XVIII
il giurisdizionalismo minacciava cogli interessi religiosi anche
quelli della morale. Il Malebranche nel combattere le illecite
ingerenze dello Stato in materia di fede e di morale, cooperò
inconsciamente a separare la sfera del diritto da quella della mo-
rale, per quanto non concepisse questa disgiunta dalla religione.
Né deve sembrar strano che il Malebranche trascurasse i rap-
porti esteriori di condotta : accenna oscuramente e quasi di
passaggio ai diritti naturali che il principe deve osservare, e
a cui devono i cittadini far ricorso per trarre un criterio di
condotta nei loro rapporti coi governanti (2), ma si astiene
dal toccare le garanzie pratiche destinate a ottenere il rispetto
dei diritti naturali : come francese del secolo di Luigi XIV
non poteva dire di più ; come spiritualista preoccupato sopra-
tutto degli interessi religiosi e morali, doveva consigliare in
fatto di politica l'obbedienza e la rassegnazione. Questa dichia-
(1) Cfr. Ti\ de Mot. y Parte II, e. vi.
(2) Op. cit«, Parte II, e. ix. — £ sintomatico il fatto che Tespressione
I diritti naturali » è sottolineata nel testo originale*
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l'azione di impotenza, questo invito alla docilità passiva,
l'indifferenza politica,'è carattere comune ai sistemi si
tualisti, alla cui ombra il dispotismo prospera e le rivoluz
si preparano.
Il razionalismo posto a servizio del dogma, ebbe in M
branche il più autorevole rappresentante : di qui la sua
portanza e l'influenza esercitata sopra quanti cercarono
l'età moderna di conciliare la ragione colla fede. In on
alla questione dei rapporti tra morale e diritto, l'indirizzo
Malebranche è sopratutto notevole in quanto affermand
base religiosa della morale, non faceva che separarne vie]
le sorti da quelle del diritto. L'unità delle scienze mora!
Dio aveva nel Malebranche il valore d'una semplice affei
zione teorica, che lasciava sussistere un dualismo inconc
bile tra morale e diritto : su altra base, che non fosse h
ligiosa, dovevano unificarsi le scienze morali, pur mantem
distinti i loro rapporti.
51. — 11 Cartesianismo, per le riserve stesse del suo
datore, non ebbe tanta importanza come dottrina quant
ebbe come metodo. Il metodo induttivo, personificato in Ba(
divenne il metodo proprio delle scienze naturali; il me
Cartesiano parve invece costituire il procedimento pr<
delle scienze filosofiche, ristrette oramai allo studio del m
interno, ossia ai problemi riguardanti l'uomo e la societ
Francia, all'ombra del dispotismo, il Cartesianismo, per e
del Malebranche, si esaurisce nello sforzo vano di infoi
nuovo vigore nei principii e nelle credenze religiose, e
serva quel carattere soggettivo, che parve imprimergli il
datore: in Olanda, sotto un regime di libertà, per opei
Spinoza, esso riveste carattere oggettivo, e diventa capa
nuovo sviluppo.
L'Olanda occupa un posto notevole nella storia delle se
morali: nel secolo XVII sopratutto fu centro di una viti
litica e intellettuale assai intensa, tenne desta in Euro
fiamma della libertà di pensiero e di culto, divenne 1
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- loà-
provvidenziale ai perseguitati per causa politica e religiosa (1).
La separazione dal Belgio avvenuta nel 1579 segnè per l'Olanda
Li duplice emancipazione dal giogo politico della Spagna, dal
giogo religioso di Roma. Il predominio e l'intransigenza dei
Calvinisti, le loro tendenze teocratiche, le lotte tra Rimostranti
e Contro-Rimostranti parvero per un istante compromettere
le sorti del paese: ma gli Arminiani alleati coi Sociniani sul
terreno della tolleranza finirono di fatto per prevalere e il
loro trionfo preparò il primato dell'Olanda nelle arti, nelle in-
dustrie, nella potenza politica.
Il pensiero filosofico in Olanda doveva particolarmente ri-
volgersi alla soluzione dei problemi politici e morali all' infuori
di ogni preoccupazione politica e religiosa. A tale intento
mirarono i due maggiori intelletti che l'Olanda produsse in
quell'epoca: Ugone Grozio e Benedetto Spinoza. Il Grozio ap-
partiene alla generazione che lottò per il trionfo della libertà
religiosa e in difesa degli interessi civili contro la tirannide
teocratica: giureconsulto più che filosofo egli -intese sopratutto
vussicurare al diritto una base razionale in contrapposizione
alla tradizionale del diritto divino, senza però avere una
cliiara coscienza del criterio di distinzione tra la sfera giu-
ridica e la sfera morale. Spinoza appartiene alla generazione
susseguente che vide attuato il principio di tolleranza e gli
altri principii liberali, e ne poteva constatare i benefici ri-
sultati. P]gli intese sopratutto risolvere il problema morale,
p)ichè la religione a misura che perdeva terreno nel campo
politico, asserviva a sé la morale e con questa la coscienza
djir individuo. Ma la soluzione del problema morale all'infuori
dolla religione, implicava la soluzione del problema filosofico
stesso.
Nei filosofi inglesi l'interesse per le questioni morali pro-
cedeva da esigenze politiche e sociali, nello Spinoza .da un
, bisogno intimo, individuale. Le fortunate condizioni in cui
(1) Cfr, Ruffini, Op. cit., e. ii, § 7.
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venne a trovarsi l'Olanda a mezzo il secolo XVII, a
perchè mettevano V individuo al coperto da persecuzior
ed ecclesiastiche, dovevano renderlo più sensibile a qu
flitto interiore tra sentimento e ragione che, colla dee
delle idealità religiose, si acni nell'età moderna e e
fonte di dubbio, di irrequietudine. Tale conflitto, che i
sava sopratutto la vita morale, si personificò nel seco!
nello Spinoza, anche per le speciali vicende della vita; '
come ateo dal seno della religione ebraica, esposto ]
motivo alla pubblica disistima, fu messo nella condiz
giustificare di fronte a sé stesso la propria condotta,
tuazione, del tutto eccezionale in quell'epoca, di un uo
non era membro di alcuna confessione religiosa, e e
sentiva vivissimo l'amore al vero, e al buono, generaliz:
nell'età moderna, doveva accrescere l'importanza di S
la cui vita fu l'espressione coerente della sua dottrina
mostrazione più solenne che l'uomo può dare a sé una
di condotta capace di conciliare le esigenze del seni
con quelle della ragione. Questo dualismo, che rientri
dualismo fondamentale tra spirito e materia, e che
gione aveva risolto arbitrariamente ma in guisa da ap
le esigenze unitarie dello spirito umano, con Cartesio
centua, con Spinoza si fa interno all'uomo e si intravec
tendenza al monismo. Da Cartesio Spinoza apprese a d
del senso, delle fonti tradizionali del sapere, a isolarsi dal
per raccogliersi in sé e affidarsi alla sola autorità d(
gione (i). Ma il razionalismo che in Cartesio e in Malel
si conserva soggettivo, in quanto entrambi sulla scori
osservazione psicologica arrivano al pensiero, cioè a u
cipio soggettivo, a un fatto di coscienza, e da esso ti
(l) KeU^'ntrodnzìone aUe opere < Principia philosophiae more geon
moìistrata > Spinoza riasHUiue hi dottrina cartesiana relativa al ni<
Cfr. Tedizione delTopero di Spinoza futtt^ dal Bruder e pub
Lipsia Del 1843, Voi. I,
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"'^'''^
il sistema, diventa oggettivo in Spinoza, in quanto al pensiero
contrappone Tessere o la sostanza, cioè un principio che è
catisa sui, (1) e sta da sé indipendentemente dal soggetto pen-
sante; tale principio in Spinoza non è il risultato di un'in-
dagine psicologica, ma è frutto di astrazione: Tessere o la
sostanza nella sua massima indeterminazione è il principio
primo, è l'assoluto, è Dio (2). Tutte le cose determinate al
lume della ragione sono necessarie conseguenze (affezioni,
modi) della sostanza divina, la quale trovasi in tutte le cose
cosi come l'essenza della pietra (lapideltas) in tutte le pietre:
tutto deriva da Dio, e tutto trovasi con esso in necessario
rapporto: ma se tra le cose più che un rapporto di causa ad
effetto, vi è un rapporto di principio a conseguenza, se la con-
nessione tra le medesime è puramente logica e razionale, il
sapere filosofico deve potersi dedurre da un unico principio
con procedimento analogo a quello della geometria. Nella ne-
cessaria e razionale connessione di tutte le cose con Dio non
trovano più luogo i concetti di libertà, di vero e di falso, di
buono e di cattivo, di giusto e ingiusto, di perfetto e di im-
perfetto. Dio è una sostanza unica che persiste e si svolge
mediante attributi infiniti, di cui ciascuno esprime l'eterna
e infinita essenza della sostanza stessa: la sua azione in
quanto è lo sviluppo logico e necessario della sua essenza,
non è libera, né è subordinata a cause finali, a disegni pre-
stabiliti. Cadono pertanto tutte le teorie dirette a conformare
i giudizii e le azioni a modelli immutabili ed eterni di verità
e di perfezione. Ma questa costruzione razionale e geometrica
vale in quanto la natura è considerata nel suo insieme, ossia
è ricondotta al suo principio ed è studiata nei rapporti colla
sua causa, {natura naturans): ma se si considera in sé, stac-
cata dalla sostanza divina, nella infinita molteplicità delle
(1) Cfr. Elhica ordhie geonietrioo demonsirataf Parte I, Definizione 3 (Ed.
Bruder, Voi. I).
(2) Cfr. Op. Ethiea, I, Def. 6,
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- Ili -
esistenze particolari, ciascuna delle quali ha una individua-
lità sua propria e leggi sue proprie di sviluppo {natura na-
turata), ricompaiono le distinzioni e le limitazioni, vengono
meno i rapporti razionali e necessarii, e l'osservazione e la
esperienza divengono i mezzi proprii di studio (1).
Il metodo razionale, nel concetto di Spinoza, non crea nò
discopre la realtà finita, ma mira solo a comprenderla scien-
tificamente, a metterne in rilievo i legami colla sostanza in-
finita: esso non vuol sostituirsi al metodo sperimentale, a cui
spetta la determinazione reale dei modi finiti. Allora si com-
prende perchè nell'uomo studiato in sé, staccato dalla sostanza
divina hanno ragione di essere i concetti di libertà, le distin-
zioni di bene e male, di giusto e ingiusto, e ricompaiono i
dualismi, le contraddizioni che sembrano costituire l'essenza
immutabile della sua natura, mentre non rispondono che a
condizioni transitorie e poco evolute di esistenza (2).
Riconosce lo Spinoza che Io stato iniziale dell'uomo è uno
stato di imperfezione e di miseria fisica, intellettuale e morale:
manca in lui la pace dell'animo, la visione adeguata del vero:
solo per la via lunga e faticosa dell'esperienza seminata di
dolori e di contrasti egli si toglie a questo stato di servitù
per tendere verso lo stato di libertà ossia di ragione (3). Il
desiderio di vivere ossia la tendenza a perseverare nell'essere
costituisce il vero e solo niotore della vita, il fondo attivo
della natura umana: il rapporto di vizio a virtù è il rapporto
del desiderio disperso, incoerente e il desiderio concentrato e
(1) Cfr. sul siguificato di natura nMurantj e naturata Etilica, I prop.
29 Schol.
(2) Cfr. V. Del b 08, « Le prohlème maral dans la philosophie de Spinoza »,
Paris, 1893, Parte I, e. 3-6. — Le coutraddizioni che molti critici, tr.i cui
il Turbigli© nel suo lavoro « JS, Spinoza e le trasformazioni del suo pen-
siero* (Roma, 1875) rimproverano allo Spinoza, procedono dalla distinzione
X>rofoii(la che egli faceva tra il mondo delle idee e il mondo dei fatli.
(3) La quarta pai-te <lell'i?//iicrt tratta « de servitute huniana seu de
affecluuiu viribus » — la quinta « de potentia intellectiis seu de libertate
}4 umana »,
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utile, sottratto alla pressione e alla violenza delle cause
esterne. Lo sforzo verso la virtù è lo sforzo per cui il desi-*
derio si eleva da ciò che sembra buono, utile, vero, a ciò che
è buono, utile, vero realmente. Ma questa conversione del-
l'apparenza nella realtà non si compie per mezzo di un mec-
canismo astratto: né la ragione, né il libero arbitrio, né. la
conoscenza astratta del bene giovano: essa si <M>mpie in virtù
di sentimenti che il desiderio della vita ossia il desiderio a
perseverare nell'essere fa nascere: la nozione del male e del
bene sta nella tristezza o nella gioia che accompagna il desi-
derio contrastato o soddisfatto: questo stato psicologico unito
all'esperienza genera per gradi la nostra scienza e costituisce
la causa vera del progresso morale. E coli' elevazione morale
dell'uomo va di conserva la sua elevazione intellettuale. A
misura che l'uomo si fa libero cioè obbedisce alle determina-
zioni del suo proprio essere all' infuori dell'azione degli agenti
esterni, la visione dei rapporti delle cose in Dio si fa sempre
più adeguata, finché al sommo dell'evoluzione verità e virtù
si confondono nell'amore intellettuale di Dio, sintesi della mo-
ralità, della conoscenza, della felicità.
La dottrina di Spinoza segna un progresso reale e decisivo
nella storia delle scienze morali : essa costituisce il punto di
partenza di tutti gli indirizzi di pensiero che si delinearono
nella filosofia posteriore. L'indirizzo intellettualista che vo-
leva regolata la condotta su verità eterne, immutabili stabi-
lite dalla ragione, lo spiritualismo che poneva il fondamento
della vita morale in Dio, l'empirismo edonista e utilitario che
ricercava nell'uomo la tendenza affettiva sul cui predominio
doveva elevarsi la morale, tutti si riscontrano sapientemente
coordinati nella dottrina di Spinoza in virtù del negato dua-
lismo tra spirito e materia. La sua morale si svolge nell'uomo
stesso mediante un progressivo e autonomo perfezionamento
della natura umana che non contemporaneamente ma successi-
vamente é sentimento e ragione, necessitata e libera, egoistica
e altr teistica. Facendo 4el sentimento Jo stimolo cì\e sospinge
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-.113-
Tuomo a sublimarsi, a spiritualizzarsi, a' conoscere il pQsto
che occupa nel gran mare dell'essere, Spinoza evitò Terrore
fondamentale del razionalismo.
Spinoza fonda l'etica sull'egoismo, né parla di tendenze psi-
cologiche di carattere sociale: a questo riguardo subì l'influenza
dell'individualismo dell'epoca. Come per Hobbes e per Male-
branche cosi anche per lo Spinoza l'unione sociale è qualcosa
di secondario: l'uomo è un modo% di Dio, non è una cellula
dell'organismo sociale: la beneficenza attiva, le tendenze so-
ciali hanno valore subordinato alla personalità dell'individuo:
il determinarsi nell'operare da considerazioni altruistiche e
simpatiche significa rendersi schiavo di emozioni passive, e
trascurare quel perfezionamento interiore, su cui sopratutto
si fonda la vita morale. Ma individualismo e utilitarismo non
significano per Spinoza oppressione del prossimo, sete di van-
taggi esteriori: l'egoismo illuminato e sapiente si identifica
coll'altruismo: il vero utile è solo ciò che è razionale.
Da ultimo^ facendo l'uomo capace di elevarsi a Dio e di vi-
vere della vita stessa di Dio, Spinoza diede alla morale un
carattere profondamente religioso: l'individuo al sommo della
evoluzione intellettuale e morale si assorbe nella contempla-
zione di Dio. Per lui come per Malebranche l'assorbimento
dell'uomo in Dio è indice di perfezione e di scienza. Ma mentre
Dio per Malebranche è un principio vivo e reale che agisce
direttamente e attivamente sull'uomo, per Spinoza è un prin-
cipio razionale indeterminato, che risponde a esigenze razio-
nali. Il panteismo di Spinoza è geometrico, quello del Male-
branche è sentimentale. La religione di Spinoza è privilegio
di poche nature elette, capaci di abbracciare i profondi rap-
porti che legano Dio all'uomo: quella di Malebranche era pur
sempre la religione tradizionale e popolare nutrita di fede e
di amore, fondata sulle audaci e immediate intuizioni del
sentimento (1).
(1) Cfr. Jodl, Op. cìt., Voi, I. e. 10, 34 Abs., § 2; 4 Abs, ove tfatt^
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sicurezza : per forza di cose sì forma sopra il diritto naturale
e il potere dei singoli, un potere e un diritto collettivo o ci-
vile, colla funzione speciale di mantenere tutti nella sfera del
diritto e di garantirne l'esercizio. Il potere collettivo, una
volta sorto, si organizza, diventa Stato e si svolge per^ gradi
secondo le tendenze proprie di ogni essere. Con una conce-
zione ancora inadeguata de' suoi scopi e delle sue funzioni,
nella necessità di affermarsi contro la prepotenza delle pas-
sioni individuali, lo Stato deve dapprima necessariamente
assumere forma dispotica : esso concentra in sé tutti i diritti,
regola con le sue norme le manifestazioni della vita politica,
intellettuale, morale e religiosa degli individui, eccede nella
sua azione ogni limite razionale. Ma il dispotismo, come già-
l'anarchia primitiva, trova in sé stesso rimedio. Esso ri-
sponde ad una condizione di cose necessaria ma transitoria:
unica forma di governo possibile quando si deve opporre la
violenza della repressione alla violenza delle passioni, esso
diventa, a misura che la coscienza di sé si risveglia nell'in-
dividuo, uno strumento sempre più debole e pericoloso di go-
verno (1). Lo Stato non può a lungo contare sull'obbedienza
puramente esteriore degli atti, quando ad essa si accompagna
la ribellione interna dei sentimenti. Epperò il passaggio dal
dispotismo a un sistema liberale di governo, diventa condi-
zione di vita e di durata per il potere sociale e si concreta
nella lotta per la graduale emancipazione dell'individuo dalla
tutela dello Stato, ossia per la graduale differenziazione tra
i diritti naturali e soggettivi da un lato, di esclusiva spettanza
dell'individuo, in ordine ai quali l'azione dello Stato non può
essere che negativa, e deve limitarsi a garantirne la libera
(1) Ad. Menzel, MaohiavelU-Studien in Zeitacrift fUr das Privai und
offent. Bechi (Voi. XXIX, fas. 3-4) tratta dei rapporti e analogie tra Ma-
chiaveUi e Spinoza. Questi cita lo storico fiorentino dae volte (Trac, poli-
Ucu8^ e. V, § 7 e Ct X, § 1) e mQstr^ di t^i^^^^lo ^^ grande consjd^razio^e,
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iiritti oggettivi dairaltro costituenti la poten-
tto proprio dello Stato e che diventano per Tin-
a osservarsi nell'interesse collettivo. In Spinoza
mente espresso il concetto che lo Stato deve
sua azione di ogni considerazione di carattere
ISO (1). Qualunque riserva altri possa fare circa
ntendere il diritto naturale (2), non vi è dubbio
'0 filosofo seppe come Spinoza affermare con
diritti del pensiero e della coscienza indivi-
allo Stato. Nella dottrina sua politica si sente
>tta che l'individuo moderno doveva sostenere
patrimonio sacro de' suoi diritti naturali, cioè
che riflettono l'esplicazione della sua perso-
contro le usurpazioni del dispotismo. Più di
non solo intese ma vivamente senti il rapporto
'a morale e diritto, il quale rientrava nel con-
> tra individuo e Stato, contrasto che fu per
nello che era stato per il Medio Evo il con-
sa e Impero. L'ideale politico di Spinoza era
rmonica dell'individuo collo Stato, dell' inte-
ri pubblico, della libertà morale colla libertà
:ione morale nell'individuo, l'evoluzione poli-
devono procedere concordi e integrarsi reci-
►regressivo riconoscimento da parte dello Stato
'ali, corrisponde nell'individuo una coscienza
^ dell'interesse pubblico e una sottomissione
itanea e incondizionata alla volontà sociale,
odo gradualmente delineando quello stato di
'azione delle parti nel tutto infinito, che si
teol. pol.y e. XVIII e xx. — Cfr. Raffini, Op. cit.,
Storia della filosofia del diritto (tradazione Conforti, To-
II, Sez. I, p. 114. — Lor minio r, Philoao^hie du dvQitf
bro IV, § 7,
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r
fili ijijj - U H^^
- li?-
presentava dapprima come una fanta:
gione umana (1).
La teoria teocratica del diritto di^
di Hobbes, la teoria del contratto so(
fendorf rientrano nella concezione spi
che nel suo sistema la potenza e qui]
partecipa della potenza infinita, ossi
che si genera, secondo Hobbes, dallo
sione e di guerra, secondo lo Spinoza
principio della evoluzione morale e se
la tendenza alla vita sociale sia con
tendenza a vivere, si può ben parlare
tratto tacito e spontaneo, inteso a re^
dividui e Stato, che sono poi i rappc
e giuridica. La logica dei fatti dove
delle idee: nessun altro sistema filosofi
trovò nella realtà storica tanta cor
incontrò la concezione etico- giuridic
nell'età moderna ebbe a lottare per
pregiudizio religioso, e al dispotismo
azioni ai principi di cui si fece soster
nel secolo XVII (2).
52. — Il Cartesianismo dalla Frane
fu alleato del dogma, daH'Olanda, ov
trionfo della ragione autonoma, si di
opera dei Leibniz, ingegno universale
seppe unire Tiramaginazione poetica d
e temperare gli slanci del pensiero C(
tica. Di mezzo al popolo tedesco, di
carattere, le aspirazioni, le condizion
missione, e più di ogni altro concorse a
(1) Cfr. Delbos, Op. cit., e. vir, vni.
(2) Cfr. Delbos, Op. cit., Farteli, ove tn
neU'età moderna.
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di Stati, ne aveva posto in evidenza l'interna debolezza; tutto
era in essi da riformare e costituire; mancavano i criterii per
regolare i rapporti tra i vari Stati, tra l'autorità civile ed ec-
clesiastica, tra le varte confessioni religiose nello stesso Stato:
sopratutto importava garantire l' individuo, la sua personalità
contro le indebite ingerenze dello Stato e della Chiesa, alleati
a' suoi danni. Gli stessi problemi, le stesse difficoltà accompa-
gnarono ovunque il sorgere degli Stati moderni, e la loro so-
luzione fu compito speciale dei giureconsulti e dei cultori dei
diritto naturale (1).
Grozio in Olanda, Hobbes in Inghilterra avevano elaborato
sistemi etico-giuridici rispondenti alle esigenze razionali del-
l'epoca, e alle tendenze individualiste dei popoli moderni. Pu-
fendorf, conciliando i principi! di entrambi, raccogliendoli a
sistema chiaro e ordinato seppe renderli famigliari e noti in
Germania, dando loro una portata pratica che altrimenti non
avrebbero avuto. La scuola del diritto. naturale soprafatta dalla
filosofia in Olanda, dalla morale in Inghilterra, si svolse ri-
gogliosa in Germania, ove mantenne più a lungo il suo carat-
tere originario, e per oltre un secolo prevalse sopra ogni altro
indirizzo di pensiero: assorta a dignità di scienza sociale, e
politica essa forni le armi all'individuo in lotta contro il dispo-
tismo dello Stato e. della Chiesa ufficiale, per rivendicare le
sue libertà politiche e civili, religiose e morali. La questione
della libertà religiosa, quella dei rapporti tra morale e diritto,
altrove trattate da .filosofi, da moralisti, o da teologi, furono
in Germania discusse dai giuristi, come quelle che erano con-
siderate questioni essenzialmente giuridiche, che rientravano
(1) Sai Damerò e attività dei giarecoasalti pratici e filologi io OteV"
mania nel secolo XVII cfr. R. Stintzìug, Geachichte der deutechen Reohu
swi88en8ohaftf Mtiuchen - Leipzig, 1880, ove però nessana parte è fatta ai
enitori del diritto natarale. Sotto qaesto aspetto, e per la giarispradenza
tedesca del secolo XVIII è da consaltarsi la contìanazione dell'opera dello
Stinzing fotta da E. Landsberg ohe pubblicò nel 1898 il volome teraso
e quarto.
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•* 120 —
nelle questioni più larghe dei rapporti tra Chiesa é autorità
civile da un lato, tra individuo e Stato dall'altro. E mentre i
Pietisti rappresentavano la protesta del sentimento contro le
abitudini ufficiali ed esteriori della Chiesa, nonché contro
l'esclusione della comunità dei fedeli dal governo della mede-
sima, i giuristi, giovandosi della logica giuridica, prepararono
il trionfo della libertà religiosa e di coscienza, contrapponendo
da un lato al sistema episcopale il sistema territoriale^ che
limitava i poteri del sovrano al governo esteriore della Chiesa,
contrapponendo dall'altra alla varietà discorde delle confes-
sioni religiose, il concetto unitario di una religione naturale,
sulla base di pochi dogmi di carattere morale, da tutti facil-
mente accettabili (1). D'altro canto la distinzione tra forum
internum ed externuìn elaborata dalla scuola del diritto na-
turale, offriva un criterio empirico, ma praticamente oppor-
tuno per separare la sfera giuridica da quella morale e regolare
i rapporti tra individui e Stato.
53. — Per opera dei cultori del diritto naturale e dei Pie-
tisti il movimento in favore delia libertà si era diffuso in
Germania, destando le latenti energie del popolo, avviandolo
per vie nuove verso nuovi ideali (2j. Ad agevolare l'opera del
progresso, ad assicurarne i risultati concorse efficacemente il
Leibniz, a cui l'universalità e profondità dell'ingegno, i lunghi
viaggi compiuti in Francia, in Inghilterra, in Italia (3), le
estese relazioni coi dotti e i principi di ogni paese, giovarono
per prender parte attiva a tutte le correnti della vita pubblica e
(1) Cfr. Raffini, Op. cit., p. 232 e seg.
(2) Cfr. quanto da noi fa detto saUa Scuola del diritto naturale in Ger-
mania al § 3.
\ji) n Leibniz soggiornò due anni in Italia (1689-90) e vi conobbe il
Bianchini a Roma, il Viviani a Firenze, il Grandi a Pisa, il Muratori a
Modena, il Malpigbi a Bologna. Abbiamo lettere scritte da Leibniz al
FardeUa, astronomo e filosofo a Padova, e poi dietro insistenza deUo stesso
Leibniz, nominato professor© di filosofia a Napoli. II FardeUa fu maestro
di Vico. — Cfr. Foucher de Careil, Nouvelles lettrea et opusoulee de
Leibniz, 1857, Introduzi ne.
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dell'attività scientifica del suo tempo, e per farvi partecipa
suo paese. Tutta l'attività veramente prodigiosa di Leibn
costantemente rivolta ad armonizzare le vedute esclusive
dominavano all'epoca sua in politica, in morale, in fìlos
nelle scienze. Egli polemizzò coi Cartesiani per il metodo
Locke pel problema conoscitivo, coi giansenisti e con ^i
branche per questioni teologiche, con Spinoza pe' suoi prin
metafisici ed etici, con Pufendorf sul fondamento del di
naturale. Nell'opera sua filosofica convergono le corrent
pensiero più disparate, e dopo di averne rilevato le coni
dizioni, le esagerazioni, talora le riproduce corrette e :
grate, talora le ripudia ricostruendole su altre basi: se d
iato integra le idee di Cartesio e di Locke sul metodo e si
rigine dell'idee, dall'altra parte contrappone teorie sue prc
ai sistemi di Spinoza e di Pufendorf.
li Leibniz ha stretti vincoli colla corrente teologico-cc
siana che trionfava in Francia con Malebranche: come qi
era credente sincero. A Dio lo portava il senso dell'uni
dell'armonia dell'universo, acuitosi in lui per gli studi
scoperte fatte nel campo delle scienze fisiche e matemati
L'idea di Dio non lo lasciava indilferente, ma lo riempi\
entusiasmo, di gioia serena e tranquilla, gli comunicava
senso schietto e profondo di venerazione e di amore all'in)
e al di sopra di qualsiasi confessione positiva. Il sensc
reale e della vita in tutte le sue forme lo trattenne dal m
cismo e dalle esagerazioni del Pietismo; e mentre in IS
branche teologia e filosofia si compenetrano e quasi si
fondono, in Leibniz procedono parallele e distinte (1).
Nella restaurazione dei diritti della ragione contro i
spregio in cui era tenuta dagli scolastici e dai mistici, Lei
ben può considerarsi successore e continuatore dello sp
. cartesiano: ma allo stesso tempo non crede al contrasto j
(1; Sai rapporti tra Leibniz e MalebraDche cfr. Ollé-Laprunej
cit., Voi. II, e. 1.
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/
da Cartesio tra ragione e fede e vi sostituisce la necessità del-
l'armonia; né partecipa alle esagerazioni dei Cartesiani del-
llepoca sua, che erigevano a dogma l'onnipotenza della ragione
e ripudiavano qualunque altra forma di conoscenza. Epperò
tra il Locke che considerava il senso esterno (sensazione)
integrato dal senso interno (riflessione) fonte di conoscenza
nel campo delle scienze morali e Cartesio che riconosceva
solo l'autorità della ragione, Leibniz si attenne a una via
intermedia, distinguendo il metodo razionale (anaZisis per
S2lium) diretto a disciplinare la ragione, a porla in grado di
sfruttare i dati del senso e dare chiarezza e precisione geo-
metrica alle verità conosciute solo imperfettamente e confu-
samente, — e il metodo naturale (analisis per gradus) che
procede per gradi dal noto all'ignoto, secondo la via offerta
dalla natura stessa, trasformando i problemi semplificandoli,
formulando leggi generali, su cui poter fondare il ragiona-
mento. L'autorità, l'esperienza storica, costituiscono un valido
aiuto per lo studio delle scienze morali, e utile freno alle
astrazioni e alle intemperanze della ragione (1).
In ordine alla dibattuta questione circa l'origine delle idee
che Locke sosteneva acquisite dal senso, i Cartesiani innate
nello spirito chiare e distinte, Leibniz sostiene che non dai
sensi e dall'esperienza solo noi deriviamo le nostre conoscenze.
1
(1) Cfr. God. Guil. Leibnitii opera philosophica quae exMant latina^ gallicaf
germanioa, edidit J. E. Erdmann (Pars prior) 1840. lu uua lettera a un
amico, 1695 (v. Erdmaun, p. 123) il Leibuiz dice, < che il Cartesìauisiuó
ìq ciò che ha di buono non era che Tanticamera della vera filosofia », e
altrove (Epis. ad J. Thomasium, 1669, Erdmann, p. 48) dice, «che in
Cartesio amava solo eius metodi propositumf ma non l'applicazione del me-
desimo ».^ Cfr. anche l'estratto di una lettera à l'abbé Nicaise, (Erdmann,
p. 120). — Cfr. anche il « Discours de la conformité de la foi avec la
raison » (Erdmann, p. 479). — Sulla distinzione tra i due metodi, ra-
zionale e naturale, cfr. la notevole epistola ad Hngens (in Erdmann), e
n Nouveau essais sur Ventendement humain (1703) Libro II, e. 22, Libro IV,
e. 12. — Il Foucher de Carelli Op. cit., pubblicò nel 1857 tre lettere
di Leibniz inedite intorno a Descartes e al Cartesianismo.
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hia dall*attività propria deljo spirito, la quale trasforma le idee
originariamente confuse e indeterminate in idee chiare e di-
stinte (1).
L'opposizione a Spinoza costituisce il punto centrale della
filosofia di Leibniz, il quale senti in sé stesso quel fascino che
la dottrina spinoziana doveva esercitare sul popolo tedesco,
di cui erano già spiccate le tendenze all'idealismo unitario,
all'astrazione, alle deduzioni logiche e razionali. Il contrasto
con Spinoza si manifesta sul terreno metafisico e morale. Tutto
il sistema filosofico di Leibniz in quanto è ricostruttivo e non
solo critico e negativo, tende a contrapporsi a quello di Spi-
noza : nel fatto egli si assimila lo spinozismo trasformandolo.
Spinoza concepisce la sostanza come panteista, Leibniz come
individualista: per quello la sostanza è l'unità infinita di tutto
ciò che esiste, per questi la sostanza è l'esistenza individuale
assolutamente indipendente. Le monadi a differenza dei modi
spinoziani, sono dotate di attività propria, sono centri d'azione
e di appetizione, bastano a sé stesse, costituiscono altrettanti
mondi a sé, diversi per grado di perfezione, per ricchezza di
contenuto rappresentativo, formanti nel loro insieme un si-
stema eterno, un'armonia perfetta e prestabilita. Alla potenza
infinita della sostanza di Spinoza non determinata da alcuna
qualità, Leibniz oppone l'infinita perfezione della monade su-
prema, all'unità essenziale dell'Essere la molteplicità innu-
merevole degli Esseri, all'ordine della deduzione l'ordine del-
l'armonia, all'indifferenza della natura la tendenza della natura
al meglio, alla necessità geometrica la necessità morale e la
finalità. Leibniz concepiva sotto forma di sviluppo e d'armonia
ciò che Spinoza concepiva sotto forma di atto immediato e di
identità pura (2).
(1) Cfr. Nouveau eco,, Lib. IV^ e. 4; lib. II, e. i, nonché le « Bedexious
sor l'essai de l'entendemeut hamaiu de Locke » (Erdmann, p. 186).
(3) Sui rapporti tra U Leibniz e lo Spinoza cfr. il Delbozj Op. cit.|
Parte II — il Lange, Op. cit., Voi. I, p* 419*
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n
I - 124 -
[ Queste difforonzo tra i due maggiori intelletti speculativi
I i]A secolo XVII debbono attribuirsi a motivi etici e religiosi (1).
La dottrina individualistica della sostanza portò Leibniz al
cinicetto di un Dio personale, creatore e governatore del mondo,
difensore dell'ordine morale in stretto accordo colle credenze
e coi dogmi dominanti. L'etica sua ha fondamento teologico
non in quanto dipenda dalla volontà arbitraria di Dio, ma in
quanto è espressione necessaria della sua eterna essenza. I
[irincipii morali rientrano nel novero di quelle verità eterne
che lo spirito umano riflette in sé stesso assieme all'ordine
immutabile dell'universo e trasforma, evolvendosi, in verità
chiare e distinte capaci di servire alla costruzione di un'etica
dimostrativa con procedimento rigorosamente deduttivo (2). Ma
la conoscenza confusa o chiara dei principii morali per deter-
minare la volontà all'azione morale deve associarsi all'istinto
originario della felicità, che ha per contenuto un sentimento
di perfezione e che svolgendosi si concreta in piaceri sem-
pre [)iu durevoli e lontani. Il più alto grado di felicità e
quindi di perfezione si accompagna colla tranquillità piena del-
Tuniuio, che è gaudio mentale e soddisfazione interiore (3).
Né solo dell'eudemonismo etico ma ancora del determinismo
etico si fece sostenitore Leibniz. Come per Spinoza cosi per
Leibniz l'uomo è libero nel senso che non è necessitato o
coatto, ma può determinarsi da sé, secondo motivi razionali,
sottraendosi all'azione delle cause esterne (4). Né qui si li-
mitano i rapporti stretti tra Leibniz e Spinoza: per entrambi
l'azione morale é razionale, l'immoralità essendo difetto di
perfezione, un errore prodotto da idee confuse. Le idee chiare
(1) Lo afferma anche il Wandt, Op. cit., e. ni, § 2 « Leibuiz ». Sulla
(lottriua etica di Leibniz cfr. Jodl, Op. cit., Voi. I, e. xi.
(2) Sali' applicazione del metodo geometrico e matematico alle scienze
metafisiche e morali cfr. Nouveau essai eoe,, lib. II, e. 22, lìb. 17, e. 12.
(3) Cfr. Nouveau ecc^ lib. II, e. 21, § 41. — Nel breve trattato e De vita
beata » il Leibniz tratta della saggezza ossia deUa scienza della felicità.
(4) C£r. il breve trattato « De libertate > (Erdmanzi) p. 669)«
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-126-
e confuse dì Leibniz rispondono alle rappresentazioni adeguate
e inadeguate di Spinoza, e come questi supplisce la conoscenza
mediante Temozione, cosi Leibniz supplisce la rappresenta-
zione mediante lo sforzo, e la rappresentazione chiara mediante
uno sforzo chiaramente conscio che involge la felicità e con-
siste nell'amor di Dio e de' nostri simili. Leibniz facendo
dell'individuo specchio dell'universo e immagine di Dio veniva
a porre a ugual grado l'amor di Dio e del prossimo: e se si
pensa alla impossibilità di esercitare l'amore verso Dio, l'amor
del prossimo diventa sorgente precipua della moralità pra-
tica (1). In ciò veniva a distinguersi da Spinoza e da Male-
branche, i quali, assorti nella divinità, consideravano secon-
darie e derivate le tendenze altruistiche. Ancora distinguono
Leibniz da Spinoza l'ottimismo e l'idea di sviluppo: l'uno
procedeva dalla fiducia illimitata nelle energie inesauribili
della natura umana, l'altra dal considerare la tendenza alla
perfezione, legge fondamentale della natura e dello spirito (2).
Tali caratteri congiunti a un senso vivo di umanità che tra-
spira da tutta la sua concezione etica, spiegano l'influenza
grande che questa esercitò in Germania nel secolo XVIII.
Nel campo del diritto naturale (3) il Leibniz si pose in op-
posizione con Pufendorf, il quale dìscostandosi dalla tradizione
di Grrozio, tendeva a far del diritto l'espressione arbitraria
della volontà di un superiore, anziché derivarlo dai rapporti
eterni inerenti all'ordine naturale delle cose. La distinzione
tra forum internum ed eocternum posta dal Pufendorf per se-
(1) Cfr. Noìiveau eoe, lib. U, o. 20.
(2) Cfr. Nouveaueoc.f lib. II, e. 21.
(3) NeUa parte 3» del tomo IV, dell'edizione delle opere del Leibniz
fatta dal Datens, sono raccolte le piti note opere giuridiche del Leibniz:
ma molti altri scritti di natura giaridica rimangono inediti. L'edizione
pili recente e più completa delle opere del Leibniz è quella curata da
I. Geihardt, t Die phylosophischen Schriften von Leibniz », Berlin,
1875 1900: ma videro la luce solo sette volumi, e le opere giuridìcbe
non sono ancora pubblicate. — Cfr. sulle idee giuridiche del Leibniz il
Landsbefg, Op. cit., Voi. III, e. i, § 4, p. 23-31.
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- 126 -
era morale dalla giuridica era un criterio dì di-
trinseco e artificiale. Nell'intenzione di Pufendorf
ternum era il campo proprio del diritto naturale,
)rum internum era dominio esclusivo della filo-
sa; con ciò estendeva oltre misura la sfera Mei
^ale, mentre confondeva la religione colla morale,
[vendica alla filosofia il forum internum, e senza
i diritti della teologia vuol costituita su basi
strina razionale dei doveri interni, ch'egli chiama
:ale: d'altro canto non crede possa limitarsi il
liritto naturale ai rapporti esteriori di condotta,
ne delle obbligazioni verso Dio che si svolgono
della coscienza. Egli rimproverava al Pufendorf
i di attitudini filosofiche, che gli impediva di ri-
ncipii di ragione e derivare da essi la dottrina
diritto (1).
di diritto naturale che formano il contenuto della
nno con le verità etiche comune l'origine e lo
in quanto procedono non dalla volontà (Pufendorf)
iza di Dio (Spinoza) ma dalla sua infinità sapienza
dai rapporti eterni e immutabili inerenti alla
cose, e si riflettono nello spirito confusamente
di intuizioni innate e di tendenze altruistiche, da
)no per gradi sempre più elevati di perfezione la
;a e la vita sociale. La giustizia è la virtù sociale
za, e di essa è anima la generosità per cui l'uomo
ce di compiere nei rapporti con altri, azioni ra-
e della sua origine divina. Definendo la giustizia
lientis » Leibniz la fa consistere nella benevolenza
ssia nell'abito di provar piacere all'altrui felicità
2k aspra che, contro il suo costume, il Leibniz move al
•ntenuta nei « Monita quaedam ad 8, Pufendorfii principia »
>0. cit.). .
rvationes de principio juris, § 9,
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- 187 -
sotto la guida della sapienza, che è la scienza della felicità
individuale e sociale (1).
Il diritto ha uno sviluppo parallelo alla vita sociale, e
coU'ampliarsi di questa quello allarga il suo contenuto. Esiste
un diritto positivo e volontario frutto del costume e del volere
dei governanti: esso comprende da un lato il jus civile che
regola la vita interiore di uno Stato, e trae la sua forza da
colui che ha nelle mani il supremo potere, dall'altro il jus
gentium che regola i rapporti tra Stati diversi e si forma per
tacito consenso di popoli. Il diritto volontario o positivo svol-
gendosi tende a modellarsi sul diritto naturale i cui principii
si estendono oltre i limiti di uno Stato particolare per abbrac-
ciare la società del genere umano, e inspirarsi alle esigenze
razionali dell'uomo astrattamente considerato, sciolto dalle
limitazioni di tempo e di luogo, che sono una conseguenza
della sua natura animale. Il diritto naturale concepito dal
Leibniz come una facoltà naturale a cui risponde una neces-
sità morale (dovere, obbligazione) si manifesta sotto tre forme
che ne costituiscono altrettanti gradi di perfezione. Nel pe-
riodo primitivo di sviluppo delle società umane, il diritto si
manifesta nella forma di jus strictum, o di giustizia commu-
nativa che si inspira al precetto: neminem laedere^ precetto
che presuppone l'uguaglianza di tutti gli uomini, e risponde
alle più elementari e imprescindibili condizioni del vivere
sociale. In un grado più elevato di sviluppo sociale, le disu-
guaglianze derivanti dalle attitudini e dai meriti diversi, dalle
distinzioni di classe e di condizione civile, fanno prevalere il
concetto deWaequitaSy q della giustizia distributiva, che in-
spirandosi al precetto: unicuique suum tribuere, genera da
un lato doveri di indole morale (gratitudine, beneficenza),
dall'altro la facoltà di chiedere ciò. che per gli altri è solo
compito di equità prestare. Vi è una terza fonte di diritti e
(l) Sai concetto di giustizia cfr. le lettere (sopratutto la VII, Vili, X)
scritte dal lueibni? a Hea. Eru. Kestnertpn (si trovano nel Dutens),
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.^Tf?
- 128 -
di obbligazioni, la pietas, che si inspira al precetto: honeste
vivere, attua i fini della giustizia divina, scaturisce dall'or-
dine e armonia delle cose: essa risponde alle esigenze della
società universale degli esseri intelligenti che hanno comune
la credenza nella immortalità dell'anima e riconoscono in Dio
il reggitore supremo dell'universo (1).
L'uomo viene pertanto, secondo il Leibniz, a far parte d'una
triplice società, della società particolare di uno Stato, della
società più ampia del genere umano, della società universale
divina:. ognuna di queste società ha il suo legislatore, i go-
vernanti, la ragione. Dio; tutte svolgono il concetto di giu-
stizia, ampliandone progressivamente il contenuto, e gene-
rando una triplice serie di norme, civili, naturali e divine.
Ciò che trattiene l'uomo nell'ambito della legge e lo spinge a
conformare le sue azioni all'interesse collettivo, che è poi
quello della giustizia, non è solo la paura, l'interesse, l'egoismo :
3gli può essere tratto al bene e al giusto anche da naturale
propensione e rettitudine dell'animo, da energie altruistiche
ben più profonde ed efficaci, dall'amore, dalla pietà. Lo studio
poi delle azioni in quanto sono giuste o ingiuste, ossia in
[juanto sono utili o dannose in rapporto alle finalità proprie
di ciascun ordine di società, è compito speciale della giurì-
sprudenza, la quale, sfruttando le tendenze altruistiche del-
IHiomo, si fa interprete dell'interesse generale nel suo triplice
^rado di sviluppo e detta norme dirette alla conservazione
B al perfezionamento sociale : « justum est quod societatem
ratione utentium perficit » (2).
(1) La teoria del Leibniz sul diritto naturale e sulle diverse fasi di svi-
luppo del medesimo è svolta nelle due dissertazioni premesse al « Codex
diplomaticus » .
(2) Cfr. doperà giovanile di Leibniz : Nova Mvthodus disoendae dooendaeque
jurisprudentia (1667). — In essa dice (Pars II, § 14): < Jurìsprudentia est
scientia actionum, quatenus justae vel injuatae dicuntur. Justum atque
injustum est, quidquid publice utile vel damnosum est. Publice id est
primum Deo, dein generi humano, denique reipublicae ». — E al § 15
4ice: '< potentia moralis dicitur jus^ necessitas moralis dìcitur obligatio ».
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i^mT^-^-V-: '7:
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La concezione etico-giuridica del Leibniz mostra chiaramente
che mancava a lui la coscienza della necessità di separare
la sfera morale da quella giuridica, né mostrò di intendere
come in tale questione fossero in gioco gli interessi della
libertà individuale. La tendenza in lui dominante di scorgere
nelle cose l'armonia e l'unità, se gli giovò per rilevare i rap-
porti di concordanza tra la religione, la morale e il diritto,
gli impedi di rilevarne i caratteri differenziativi, e di segnare
a ciascuno di questi aspetti della vita individuale e collettiva
la sfera sua propria di azione. Egli fa rientrare tutte le azioni
che si ispirano al pubblico interesse nel vasto concetto della
giustizia, il cui contenuto è essenzialmente etico. Egli afferra
la vera natura del diritto solo quando accenna al diritto vo-
lontario, dAjus strictiim, alla società particolare degli Stati : ma
parlando della società del genere umano, termine del diritto
naturale, si vede chiaro ch'egli vuol intendere una società
morale, mentre la società universale non è per lui che una
società religiosa. Le esigenze e le norme giuridiche dei singoli
Stati devono subordinarsi alle esigenze e norme morali, ed
entrambe alle religiose. Le premesse metafìsiche impedirono
al Leibniz di assorgere al concetto della società come un tutto
avente un'esistenza sua propria, distinta da quella individuale:
per lui la società è pur sempre la somma degli individui, e
l'interesse pubblico si risolve nell'interesse particolare dei
singoli. In fondo tutte le virtù, la giustizia compresa, si fondano
sulla conoscenza chiara e questa è anzitutto un attributo
individuale, che involge l'amore di altri solo come conseguenza.
Di qui si comprende come il Leibniz facesse scaturire il fon-
damento della morale e del diritto dall'ordine generale delle
cose, e dall'intima natura dell'individuo, trascurando l'origine
sociale del diritto: e quando volle dare al diritto una fonte
sua propria distinta da quella morale e religiosa, ricorse
alla volontà dei governanti, e cadde nell'errore ch'egli con
eccessiva severità rimproverò al Pufendorf Leibniz giovò agli
interessi della filosofìa giuridica in quanto la pose in rapporto
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r^*^'^
— 130 —
colla filosofia morale e giurìdica e colla teologia, ma agli in-
teressi della libertà religiosa e civile giovò assai più la di-
stinzione empirica tra forum interniim ed externum dei giu-
reconsulti filosofi. li' influenza del Leibniz, tanto notevole in
Germania nel campo etico e filosofico, fu negativa per il
progresso degli studi giuridici e politici : il suo nome non
figura tra i difensori della libertà religiosa e delle libertà ci-
vili ; la causa della libertà trovò i suoi difensori tra i giuristi,
i quali lavorando alla separazione del diritto dalla morale,
fecero per le libertà individuali quello che i fautori della nota
teorica della divisione dei poteri fecero nell'interesse delle
libertà politiche (1).
54. — Il Leibniz aveva fatto opera frammentaria: le sue
dottrine filosofiche, sparse in un numero infinito di opere, il
più delle volte scritte a seconda che l'occasione gliene por-
geva il destro, furono raccolte e ordinate a sistema da Cri-
stiano Wolff. Attraverso il lavoro di ordinamento e di adat-
tamento compiuto dal WolfF, la figura del Leibniz apparve in
tutta la sua grandezza, e le sue dottrine, fatte famigliari, pe-
netrarono nelle coscienze e divennero leva poderosa al pro-
gresso del popolo tedesco. L'età, di cui Wolff fu maestro ri-
spettato e universalmente riconosciuto, poco propensa al nuovo.
(1) Il Raffini, (Op. cit., p. 258, nota 1) ricorda del Leibniz il libro:
De la toìérance des religionSy 1693, ma non potè vederlo. Sarebbe stato in-
teressante conoscere le idee del Leibniz in proposito. Non vi è dabbio che
il Leibniz personalmente era tollerante ; ma egli più che la libertà e la
reciproca tolleranza delle varie confessioni religiose sorte in seno al Cri-
stianesimo, ne vagheggiava la conciliazione sopra una base cornane, così
come vagheggiava Tarmonia tra religione, morale, diritto. — Lo Sta hi
(Op. cit., p. 137) dice che al Leibniz spetta l'onore dì aver primo distinto
la morale dal diritto. Ciò deve intendersi nel senso che mentre prima del
Leibniz si contrapponeva il diritto naturale ftlla teologia, il Leibniz pose
accanto al diritto naturale e alla teologia anche la filoso&a morale : ma
egli non stabilì i limiti tra queste diverse scienze, anzi tende ricondurle
ad nnica fonte e a confonderle insieme. Di ciò lo rimprovera anche il
Jan et, Hietoire de la eoience politique dans ses rapporU aveo la morale,
Paris, 1887, Voi. II, p. 244.
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attese sopratutto a sfruttare il movimento di restaurazione
filosofica iniziato dal Leibniz, a diffonderne le idee e a renderne
duraturi i risultati. Nel periodo che dalla morte del Leibniz
(I7I6) va fin verso la metà del secolo XVIII, e precisamente
fino airassunzione al trono di Federico II, la Prussia acquista
il primato militare nella Germania, e si prepara a divenirne
il centro politico e intellettuale (1). Nel periodo di sosta e di
transizione cade l'opera filosofica del Wolff.
Il Leibniz, imbevuto dello spirito cartesiano, aveva battuto
in breccia Taristotelismo : ma l'efficacia dell'opera sua si rende
evidente nel sistema filosofico del Wolff, che di scolastico non
ha che la forma esteriore, mentre nel contenuto le correnti
nuove di pensiero si intravedono nello sforzo fatto, sull'esempio
del maestro, di conciliarle. Con senso profondo di opportunità,
il Wolff non insiste sui concetti delle monadi, e dell'armonia
prestabilita, trovati dal Leibniz per contrapporli a Spinoza,
come quelli che avrebbero distolto le menti da altri ben più
notevoli principi, disseminati a profusione nel Leibniz, e che
per il loro carattere largo e conciliante, si prestavano alla
costruzione di un sistema razionale, capace di essere univer-
salmente accettato.
Nel costruire il suo sistema etico-giuridico, il Wolff applicò
rigorosamente il jnetodo che il Leibniz aveva chiamato di-
nnostrativo, consistente nel derivare la morale dalla pura ra-
gione, con procedimento analogo a quello in uso nelle scienze
(1) Federico I, (1688-1713) di Prussia aveva favorito gU studi: sap-
piamo che forn\ i mezzi a Pufendorf per compiere il suo lavoro, fondò
Talli versità di Halle, illustrata da Thomasius ; su disegno del Leibniz fondò
la Società reale di Berlino. La sua seconda moglie. Sofia Carlotta, intro-
dusse in Prussia le eleganze del vivere sociale, Tamore del sapere e delle
arti. Essa ebbe assiduo carteggio con Leibniz, di cui fu frutto la Teodicea.
Ma questo risveglio intellettuale fu arrestato quando sah al trono Federico
Guglielmo I (1713-1740), avverso ai letterati e ai filosofi, che spiegò tutta
la sua attività nell'educazione militare del suo popolo. Avendo giudicato
pericolosa per F esercito la dottrina del Wolff, lo costrinse ad abbandonare
gli Stati prussiani nel 1721.
WÈìriì
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': !.'i!,i|JW
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matematiche, di cui il Wolff era profondo cultore (1). La sua con-
cezione, mentre continua e svolge la tradizione idealista iniziata
dal Leibniz, si mantiene ugualmente lontana dal razionalismo
oggettivo dello Spinoza, e dal soggettivismo etico che in Hume
aveva trovato la sua più spiccata espressione. La Germania
mancava ancora di un completo sistema filosofico che potesse
competere col sistema aristotelico-scolastico, o coi sistemi sorti
nell'età moderna in Inghilterra per opera di Hobbes e succes-
sori, in Olanda per opera di Grozio e Spinoza, in Francia per
opera del Malebranche. Leibniz aveva posti i principi, e in-
dicato il metodo : a Wolff spettava trarne il sistema.
La natura dell'uomo e l'intima essenza delle cose, derivate
non dall'esperienza, ma astraendo da essa e conforme a esi-
genze puramente razionali, costituiscono i postulati fondamen-
tali del. suo sistema. La legge di perfezione è le^e generale
dell'universo : essa rappresenta l'ordine eterno e immutabile,
su cui si fonda la legge naturale, sottratta per tal guisa alla
volontà arbitraria non pur degli uomini, ma di Dio stesso. La
legge naturale o di perfezione che l'uomo può conoscere col
retto uso della ragione (2), e che tende ad attuare progres-
sivamente in sé stesso, è fonte di obbligazione e quindi di
diritto naturale (3). Nulla impedisce di concepire uno stato di
natura originario, in cui l'uomo riconosce e applica i diritti
e i doveri naturali, che sono quelli della sua natura razio-
nale, rispondenti all'ordine generale delle cose. Lo stato di
natura non può che essere uno stato di libertà e di ugua-
glianza assoluta, in cui ninno ha impero sopra altri e il jits
ad omnia domina sovrano, né conosce altri limiti all' infuori
(1) Il Wolff ÌQseguò per molti anni matematica e fìsica neU' Università
di Halle. Dopo il 1721 insegnò fìlosofìa nell'Università di Marburg. Qui
nel 1730 pubblicò l'intero suo corso di filosofia. Più tardi Federico II
di Prussia lo richiamò ad Halle come professore di jus naturale e di jìu
gentium.
(2) Cfr. Phil. prat, univ., § 129.
^3) Ib. Ib., § 269, — Cfr. Prefazione al « Jns naturae et gentium »,
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di quelli segnati da ragione, ossia dall'ordine delle cose. In
questa forma primitiva di vita sociale, noi possiamo rappre-
sentarci la formazione naturale della società domestica, nonché
il formarsi, coU'estèndersi della occupazione, della proprietà
privata con tutti i diritti che ne derivano. Per tal modo una
società avventizia, caratterizzata dallo svolgersi della orga-
nizzazione famigliare e della proprietà privata, si sovrappose,
senza distruggerla, alla società naturale, e accanto ai diritti
e doveri fondati sulla natura delle cose, si aggiunsero di-
ritti e doveri fondati sul consenso. Ma neppure la società
avventizia provvede bastevolmente alle necessità della vita,
alla sicurezza e alla pace comune: la legge di perfeziona-
mento progressivo spinge gli uomini a stringere un patto per
la formazione della civiias, o società civile^ la quale si renda
interprete dell'interesse collettivo e provveda al benessere di
tutti : e con nuovo patto si procede all'ordinamento della civitas
colla creazione dello Stato e dell'imperio civile: donde una
terza fonte di diritti e di obbligazioni, procedenti dagli scopi di
collettivo perfezionamento che la civitas si propone. Questa non
sopprime i diritti e le obbligazioni dello stato di natura : ma
nell'interesse comune può il legislatore sospendere o limitarne
l'esercizio con norme o leggi positive, le quali vengono per tal
modo a svolgersi non in opposizione, ma integrando il diritto
naturale. Dalle leggi politiche o civili procedono le distinzioni
tra diritti perfetti e imperfetti, secondochè le norme di diritto
civile sono o non provvedute di coazione — tra azioni giuste
e ingiuste, secondochè sono o no contrarie al diritto perfetto di
un altro — eque e non eque, secondochè sono o non contrarie
al diritto imperfetto di un altro. L'insieme degli uomini riu-
niti in società civile costituisce il popolo o la gens : le genti
corrispondono agli individui nello stato di natura : i rapporti
tra esse sono regolati dal jus gentium, che è il diritto natu-
rale nei rapporti tra diversi popoli (1).
(1) Cfr* i passi relativi neUe Inatitutiones jurU naturae eoo*
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' • <^ J • :^>>S55l
— 134 —
notevole è il significato e l'estensione data
naturale. Nel suo concetto questo dovrebbe
ie di filosofia pratica universale, ossia di
^ettiva, (1) a cui spetta porre i principii
me alla natura dell'uomo e delle cose: il
ipplicazione spetta all'etica soggettiva, (2)
mezzi per i quali l'uomo bene usando delle
^uendo la virtù conseguire la felicità e ar-
one. In questa parte soggettiva il rigore
neno ed elementi eudemonistici e utilitari
r ai seguaci di opposti indirizzi di pensiero,
portanza dell'esperienza e del senso comune,
il dolore gli stimoli direttivi dell'intelletto
cita diventa l'indice misuratore della per-
>sta tendenza a fare del perfetto l'equiva-
concepire l'ordine delle cose da un punto
e utilitario, doveva insorgere il Kant. Ac-
:gettiva il Wolff riconosce la necessità di
le del diritto civile, destinata ad adattare
ùtto naturale alle esigenze della vita so-
[10 cerchiamo nel Wolff un criterio per la
zione del diritto civile rispetto al diritto
presenta l'insieme dei principii etici. La
itto perfetto e imperfetto, posta da Tho-.
tema del Wolff importanza secondaria, né,
1 Wolff indicò il criterio per distinguere
1 non coattivi.
nel Leibniz manca la coscienza della im-
^uere la morale dal diritto; in quella vece
► oggettiva è trattata dal Wolff neUa Philoaophia
>licata uel 1739.
ni è argomento della Philosophia moralis sive Ethica
ractata pubblicata nel 1750.
i d'essere delle InMHntiones juria naturae et gentium
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abbiamo la tendenza a ricondurre entrambi a una fonte unica,
al diritto naturale. L'interesse collettivo distinto e indipen-
dente dal benessere individuale non fu inteso dal Wolff: la vita
sociale, e quindi il diritto che ne è l'espressione, devono so-
pratutto concorrere al perfezionamento e alla felicità dell'in-
dividuo: la perfezione altrui deve intendersi subordinatamente
alla propria e come mezzo per meglio perfezionare sé stesso.
Non si può però negare che la filosofia del Wolff, spogliata
della forma scolastica di cui egli si compiacque rivestirla,
era in istrettà corrispondenza collo spirito dei tempi, e pre-
parò quel' movimento illuminista, di cui l'eudemonismo, l'ot-
timismo, il perfezionismo individuale e sociale furono i ca-
ratteri più spiccati, e che cooperò efficacemente a sollevare
l'individuo contro le oppressioni dello Stato e della società.
55. — La corrente cartesiana nelle scienze morali dalla
Francia ove ebbe le origini si estesa all'Olanda e alla Ger-
mania: quivi solo trovò terreno favorevole al suo naturale
sviluppo: il genio profondo e conciliante del Leibniz seppe
tenerla ugualmente lontana dal panteismo mistico del Male-
branche, dal panteismo razionalista dello Spinoza e dischiuse
al Wolff la via per elevare un completo sistema che tutto
abbracciasse il vasto campo del sapere filosofico. In Germania
venne per tal modo delineandosi un sistema razionalista che
ne' suoi metodi, ne' suoi principii, nelle sue finalità si con-
trappose a quello che dopo Hobbes e Locke si era venuto
jS3rmando in Inghilterra per merito sopratutto della scuola
scozzese. Nel campo etico l' indirizzo tedesco movendo dal
concetto astratto dell'uomo, considerato particolarmente come
essere razionale, aveva prodotto un intero sistema rispon-
dente ad esigenze razionali, inteso a metter in evidenza
l'ideale etico più che l'aspetto concreto e storico della morale,
riuscendo per tal via al realismo e all'ottimismo etico: l'in-
dirizzo inglese poco tenero della logica concatenazione delle
idee, ma più direttamente interessato a rilevare gli elementi
soggettivi e irrazionali dell'uomo, fu indotto a trovare nelle
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^ ' ''AB
dsteriose regioni del sentimento il fondamento della vita
lorale. Ma entrambe queste correnti di cui l'una mette capo
I Wolff, l'altra all'Hume, obbediscono a esigenze filosofiche
hanno di mira la soluzione di un problema etico più che
iuridico. Se hanno strette attinenze colla scuola del diritto
aturale non la costituiscono essenzialmente, e rappresentano
iuttosto l'estensione dei principii etici a regolare rapporti
iuridici e sociali, di cui non intendono quasi mai la vera
atura e che subordinano quasi costantemente alla morale.
II particolare la corrente razionalista tedesca, se giovò a
ottrarre le scienze morali alla teologia e all'empirismo, osta-
olò sotto un certo aspetto il processo di differenziazione tra
fiorale e diritto, in quanto tendeva a ricondurre alla ragione
.stratta la morale e il diritto, perdendo di vista i caratteri
iifferenziativi, per accentuare a scopo di unità e di armonia
caratteri comuni.
A questo riguardo la scuola del diritto naturale o dei giu-
econsulti filosofi iniziata da Grozio e che in Germania so-
►ratutto si svolse col Pufendorf e col Thomasius, mantenen-
[osi distinta dalla corrente filosofico-cartesiana, se non sempre
ibbedi alle esigenze logiche, mostrò di apprezzare al loro
:iusto valore i problemi interessanti la vita giuridica in
lontrapposizione alla vita etica. La coscienza di tale opposi-
;ione appare sopratutto in Thomasius, a cui si deve il primo
entativo realmente efficace per separare la sfera giuridica
[alla morale. La scuola del diritto naturale venne pertanto
n Germania a scindersi in due campi nettamente distinti e
;he si svolsero paralleli: l'uno filosofico personificato dal
Adolfi*, l'altro più propriamente giuridico personificato dal
?homasius: a Kant spettava riassumerli nel suo sistema e
>orre su nuove basi il problema dei rapporti tra morale e
liritto.
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. 3 '.*
— 137 —
§6.
Vico 6 le sciet^ze elicoH^iatiolicl^e It) Italia.
SOMMABIO: 58. Condizioni generali d'Italia nel secolo XVII —57. Galileo eia
filosofia naturale — 56. Gli studi giuridici e il rinnovaménto della filosofia
in Italia — 59. Vicende degli studi giuridici in Italia — 60. Gli studi giuridici
in Napoli nella prima metà del secolo XVII: giureconsulti pratici — 61. Il
progresso degli studi giuridici in Napoli nella seconda metà del secolo XVIII.:
giureconsulti eruditi : d'Andrea e Gravina — 62. La Vita Civile di P. M. Doria
— 63. Bisv«glio filosofico in Napoli nella seconda metà del secolo XVII —
64. Posizione di Vico in ordine agli indirizzi filosofici del suo tempo — 65. Vico
contro Cartesio e la questione del metodo nelle scienze morali — 66. Il cri-
terio della .verità nel Vico — 67. Il Vico e gli studi giuridici — 68. La filosofia
del diritto nel Vico — 69. Il rapporto tra morale e diritto — 70. Il diritto nella
sua formazione storica — 71. Diritto e scienza sociale — 72. Le sorti di Vico e
i critici cattolici — 73. Seguaci di Vico: Stellini e Duni — 74. Conclusione.
56. — Nei secoli XVI e XVII nei principali paesi d'Europa
si va delineando la struttura dello Stato moderno tra le ro-
vine dei rapporti feudali e dei privilegi municipali, in mezzo
agli sconvolgimenti delle lotte religiose sotto l'azione unifica-
trice delle monarchie assolute. Inghilterra, Francia, Austria,
Spagna, sul finire del XVI secolo già si presentano poten-
temente unificate nella persona del sovrano, i cui interessi
parvero identificarsi coli' interesse generale del popolo. La
formazione dello Stato moderno si accompagna ovunque col
sorgere della scuola del diritto naturale, a cui spettava in-
dicare i principi giuridici adatti al nuovo ordine di cose. A
questo movimento di concentrazione e di unificazione politica
che percorse l'Europa provocando il ridestarsi di energie
nuove, di una coscienza politica e civile moderna, rimase in-
teramente estranea l'Italia divisa in numerosi stati, deboli e
discordi» i quali come assistettero senza commuoversi alle
controversie religiose e alle guerre di prevalenza tra Spagna
e Francia, cosi accettarono senza opporsi le nuove condizioni
create dall'Europa alla penisola col trattato di Chàteau-Cam-
brésis. L'umanesimo se aveva fatto rivivere l'Italia nel passato
glorioso classico, l'aveva distratta dal presente in cui si ma-
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'XTT'
— 138 —
> gli eventi destinati a modificare profondamente il
ll'umanità. Mancava all'Italia la coscienza di un in-
)ubblico e comune, intorno a cui raccogliere le energie
3, epperò doveva ricevere dal di fuori, da autorità
nemiche forza e impulso a progredire. La reazione
e l'influenza spagnuola, rivolgendo ai propri scopi e
le risorse economiche e morali del paese, costituirono
;e servitù politica e religiosa, che pesò per oltre un
ille sorti del popolo italiano.
atamente il sistema di governo inaugurato da Filippo
jna, fatto per rovinare e soffocare qualunque forma di
ì, aveva in sé stesso molte cause di instabilità e di
i. La potenza veramente meravigliosa raggiunta dalla
lel XVI secolo, frutto di fortunate combinazioni sto-
^ll'abilità tutta personale dei re che si succedettero da
do il Cattolico a Filippo II, non accompagnata da un
idente elevamento della coscienza civile e dell'intel-
popolo spagnolo, non poteva che essere transitoria ed
La politica di Filippo li, diretta a restaurare il Medio
)ffocare ogni manifestazione di vita nuova, a contra-
rcè uno spirito protettore violento e tirannico ogni
di emancipazione intellettuale e religiosa, se era de-
. un sicuro insuccesso nei paesi nei quali lo spirito
Torma, come in Olanda, o l'influenza del classicismo,
Italia, oppose valida resistenza, trionfò pienamente
igna, dove l'alleanza secolare degli interessi nazionali
5i, i sentimenti di fedeltà e di riverenza tradizionali
alla estrema ignoranza e superstizione, tolsero al po-
^nolo ogni possibilità di reazione (1). Per tal modo
Buckle^ Op. cit., e. xv ove si fa la storia dell'intelletto spa-
» età moderna, e si mettono efficacemente in rilievo le oaase di
deUa Spagna rispetto agli altri paesi. — È sintomatico il fatto
ffini, (Op. cit.) facendola storia della libertà religiosa nei di-
ì di Earopa non nomina la Spagna, evidentemente perchè questa
porse l'occasione.
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^^^'
alla Spagna toccò iu sorte n
lo spirito reazionario e proto
berta e del progresso. In ciò
la quale, dopo di aver riform
Concilio di Trento, e di aver
i Gesuiti e l'Inquisizione, spiej
sistematicamente inspirata a
denza nuova.
Fu ripetuto e si ripete tut
corrente della Spagna e della (
unica della decadenza Italia
mazione deve rettificarsi di 1
delle condizioni d'Italia nel s
cadenza politica d'Italia in e
dominio spagnolo e alla reas
cercarsi nella sopravvivenza
avevan fatto l'Italia forte e fii
delle Signorie e del Rinascin
in Italia, come altrove, contri
mento protestante e dalla for
partecipò attivamente alle g
alle grandi lotte che commos
la sua non fu immobilità, sii
Spagna e ne segnò la decade
secolo XVII le idee, le passic
secolo anteriore attenuate o a
dell'Europa iniziano un nuovo
il passato per rinnovarsi dal]
il suo corso storico e trae da
(1) La nota pessimista prevale nei
preconcetto portò il Ferrari (La
Parte I, e. iv) a considerare conio e
si produsse di notevole in Italia. 1
fondamento di tali giudizi intorno
diamo il Forti (Istituzioni civilif F
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— 140 -
gli elementi per rinnovare sé stessa. Il dominio spagnolo potè
affermarsi e sostenersi giovandosi dell'indifferenza politica del
popolo italiano : ma se influi sulle forme esteriori di vita, non
ne estinse le energie intime e vitali : a misura che la Spagna
nel corso del seicento andò perdendo di autorità, di dignità,
di potenza, Tltalia vera, quella che sembrava estinta sotto il
giogo straniero si ridesta, mostra di conoscere le nuove condi-
zioni di vita moderna, si afferma d'un tratto tra le altre nazioni,
le precorre mostrando che la servitù politica e civile non si-
gnifica morte d'un popolo quando l'anima si mantiene salda e
forte. Il classicismo era pur sempre una forza viva e operante
nella vita del popolo italiano e ne costituì l'elemento unifi-
catore, spiegando un'azione analoga a quella compiuta altrove
dalla religione o dalla monarchia.
Come il dominio spagnolo, cosi la reazione cattolica, che
richiama alla mente l'Inquisizione, i roghi, le arti gesuitiche,
esplicò un'azione del tutto esteriore sull'andamento generale
del pensiero italiano. La istintiva ripugnanza degli Italiani
alle guerre di religione, la indifferenza opposta al movimento
della Riforma, l'azione energica spiegata dalla Chiesa secon-
data dai governi nel reprimere i pochi centri infetti di eresia, la
divisione politica dell'Italia in piccoli Stati, numerosi e rivali,
aventi vedute diverse in fatto di politica religiosa, la presenza
del Papato, che doveva seguire una linea di condotta prudente
e moderatrice, se da un lato rendevano inutili le misure re-
pressive, dall'altro tolsero loro efficacia e intensità. La reazione
doveva spuntarsi contro il temperamento degli Italiani, abituati
per lunga consuetudine a quello sdoppiamento psicologico, non
privilegio di poche personalità ma proprio di quanti erano
intelligenti e colti, per cui sapevano conciliare la sincerità
delle credenze colle audacie del pensiero : solo la forma este-
riore del pensiero e delle opinioni doveva subire restrizioni e
accomodamenti, e ciò spiega le frequenti concessioni e gli ac-
corti espedienti a cui ricorsero anche i più alti intelletti, per
non offrire il fianco a inutili persecuzioni. E invero, nonostante
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il malgoverno degli Stati, lo sfruttamento permanente delle
energie produttive del paese, l'ignoranza delle plebi sistema-
ticamente insubordinate e affamate, la mancanza di virtù pub-
bliche e civili, di una coscienza politica nazionale, il pensiero
italiano nelle strettoie in cui doveva muoversi, si mantenne
più che mai desto, dando novelle prove della sua inesauribile
fecondità (1).
57. — L'Italia, unica tra i paesi dell'Europa, offre l'esempio
nel secolo XVII di una produzione intellettuale in cui l'antico
e il moderno si associano, e mentre da un lato conserva e
perpetua la tradizione classica del cinquecento, dall'altro
elabora forme nuove e precorre i tempi moderni. Scienza e
filosofia trovano nel seicento cultori e innovatori, il cui nome
basta per porre l'Italia al livello e al disopra delle altre
nazioni europee. L'Italia ebbe nel seicento il suo Bacone nel
Galileo, il suo Cartesio nel Campanella, come più tardi doveva
avere il suo Grozio nel Vico, il cui pensiero si educò e si
formò nell'ambiente e secondo le tendenze di quel secolo. La
Toscana e il Regno di Napoli furono rispettivamente i centri
del pensiero scientifico e filosofico. La Toscana, culla dell'arte
nel trecento per opera di Dante, fu Ja culla della scienza nel
seicento per opera di Galileo. Nulla di più inesatto, sopratutto
rispetto al Galileo della frase del Ferrari « essere stata l'Italia
nel seicento il paese delle grandi eccezioni » : non fu una ec-
cezione il Galileo, il quale riassunse in sé il lavoro di molte
generazioni precedenti, e fu il capo d'una scuola numerosa
di seguaci che ne continuarono gloriosamente le orme. Un
secolo prima il Vinci aveva proclamato l'esperienza >ola in-
terprete della natura e aveva inaugurato il felice connubio
della matematica coi dati sperimentali in cui propriamente
consiste il pregio e la novità del metodo galileiano. Prima di
Galileo, Telesio aveva detto che la natura è il gran libro in
(1) Sai carattere toUerante degli Italiani in materia religiosa efr. R a f f i n i,
Op. cit., p. 475.
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— 142 —
s
cui si contiene tutta la filosofìa : il Galileo additò i caratteri
coi quali il libro era scritto. Prima di Cartesio, il Galileo coa-
cepi le forze naturali come capaci di peso e di misura, e dai
rapporti ideali delle quantità cercò intuire i rapporti reali
dei fatti. Prima di Bacone egli insegnò che il senso porge la
materia greggia dell'esperimento e che dall'osservazione deve
nìuovere la ricerca scientifica. Per tal guisa il Galileo se da
un lato precorre, dall'altro supera, completandoli, Bacone e
Cartesio nello studio dei fatti naturali. In lui l'esperienza e
il ragionamento, quella fondata sul senso, questo sulla ragione,
si associano e si completano a vicenda. A Bacone invece parve
sufficiente la semplice osservazione, a Cartesio la speculazione
pura(l). Il metodo naturale fuori d'Italia si sdoppiava in due
indirizzi opposti, in Italia e più specialmente in Toscana per
opera dei continuatori del Galileo si mantenne nella sua in-
tegrità e divenne lo spirito informatore dell'Acciidemia del
Cimento (2). Galileo non usci dal campo dei fenomeni fisici :
sotto questo aspetto fu superato da Cartesio e da Bacone, di
cui l'uno creava per le scienze speculative un metodo nuovo,
l'altro consigliava l'estensione del metodo sperimentale alle
scienze morali. Ad associare il metodo razionale e sperimen-
tale, Bacone e Cartesio, nello studio delle scienze morali so-
pravvenne il Vico che restaurò la filosofia italica, come Galileo
aveva restaurato la filosofia naturale.
58. — Il rinnovamento filosofico in Italia fu assai più lento
e contrastato. Sulla scorta del Mamiani e del Gioberti noi
potremmo facilmente rintracciare in Italia fin dal secolo XV
una triplice azione diretta contro la scolastica, la teologia,
Aristotele (3). Né mancano nuovi sistemi che contraddicono
(1) Sai precursori di Galileo e sul metodo galileiano ne' suoi rapporti
con quello adottato da Bacone e da Cartesio cfr. Fiorentino, Beìmardino
Tele8i0f Firenze, 1874, II, e. 13.
(2) Cfr. A. E e che r, La fisica spei'imentale dopo Galileo nella « Vita ita-
liana » Sec. XVIII. Parte III.
(3) Cfr. Mamiani, Del rinnovamento della filosofia antica italianaf Pa-
rigi, 1834, Parte I, e. 3-5. — In quest'opera, come nelle opere più note
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— 144 —
rinnovamento della filosofìa italica. Tale corrente è rappre-
sentata dalle scienze giuridiche e morali.
Altrove osservammo che nell'Europa moderna l'impulso ad
una trasformazione filosofica derivò da esigenze di carattere
morale e giuridico. L'Italia pur non sottraendosi a questa le^e
tenne diverso cammino. In Olanda, Inghilterra, Germania sorse
e si affermò la scuola del diritto naturale: scarsa e imperfetta
era la tradizione giuridica in questi paesi,' e del tutto insuf-
ficiente a soddisfare le nuove esigenze create dalla formazione
dello Stato moderno. Il concetto di un jiis natiirae che per-
metteva alla ragione di sciogliersi dai vincoli dell'autorità e
della tradizione giuridica del passato, divenne il fulcro intorno
a cui si svolse una letteratura etico-giuridica copiosa, desti-
nata a dare nuove basi alle scienze morali. Ma né in Francia
né in Italia sorse una vera scuola di diritto" naturale: in
Francia fu soffocata nel suo sorgere dal dispotismo reazionario
di Luigi XIV: in Italia non aveva ragion d'essere per la man-
cata formazione dello Stato moderno. Il diritto filosofico che
altrove procede dalla ragione in opposizione alla tradizione
giuridica, in Italia scaturisce spontaneo e per filo non inter-
rotto dalla tradizione giuridica stessa, trasformata e adattata
alle nuove condizioni dei tempi moderni. Solo per questa via
si può spiegare la restaurazione giuridico-filosofica compiuta
dal Vico, e vien meno quel carattere di eccezionalità che an-
cora circonda la figura del grande pensatore napoletano, a
cui spettava nel campo delle scienze morali, come al Galileo
nel campo delle scienze naturali, riassumere il passato e di-
schiudere l'avvenire. * .
59. — Le scienze giuridiche fornirono anche all'Italia oc-
casione alla restaurazione filosofica, la quale per altra via
avrebbe incontrato difficoltà quasi insor/nontabili. Alla glossa
di Irnerio e di Accursio (secoli XI e XII) ossequente alla let-
tera della legge, era seguita con Bartolo e Baldo (secolo XIV)
la scuola degli interpreti, i quali applicando alle leggi la dia-
lettica scolastica, accomodarono il diritto romano alle esigenze
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— 145 —
del foro e alle necessità dei tempi, ampliandone e
done il contenuto, facendo spesso opera di legislatc
di giureconsulti (1). Tali interpreti costituirono la
giureconsulti pratici, la quale si mantenne nume
fluente in Italia nei secoli XVI e XVII (2). Neil'
ignoranza e confusione delle leggi, i pratici contrib
serva il Carle, a svolgere quell'aspetto della scienza
che chiamasi ora giurisprudenza (3).
Sul finire del Medio Evo l'amore della critica stoi
logica applicata agli studi giuridici vi produsse una
schiera di giureconsulti culti o eruditi, che astraci
sogni della pratica, deplorando le alterazioni che
dei pratici i testi del diritto romano avevano subito,
con ardore ammirabile a purgare la lezione dei test;
l'antico diritto « colla cura, dice il Carle, con cui si
una statua antica i cui frammenti sieno disgiunti gì
altri ». Dalla scuola dei giureconsulti culti iniziat
da filologi come il Poliziano e il Valla e da giurecom
l'Alciato, svoltasi sopratutto in Francia col Cuiacic
i primi romanisti, e i primi storici del diritto (4).
La diversità di scopi e di indirizzi mantenne a li
e ostili i giureconsulti pratici e colti, per quanto
cassero fin dal secolo XVI tentativi per conciliare e
i due indirizzi (5). E mentre in altri paesi di Euroj
(1) Carle, Vita del diritto, Torino, 1890, p. 227.
(2) Il Vico vi accenna nel De universi juris eoe. (Proloquiì
(3) Carle, Op. cit., p. 298.
(4) Ricordiamo Jne italiani il Sigonio e il Pancirolo. —
Op. cit., I, p. 447.
(5) Ricordiamo Alberico Gentile il qnale pur appari
scuola dei giureconsulti colti ne criticò aspramente le esaj
Dialoghi siigli interpreti delle leggi (pubblicati a Londra nel
Gentile fu ad un tempo nelle numerose sue opere pratico ed <
anche considerarsi cultore del diritto naturale, da lui posto a
deU^ opera sua maggiore « De jure belli » in cui precorre G
questa pai-te egli subì Tinfluenza dell'ambiente politico e relig
gbilterra (in cui visse dal 1581-1608) e Popera sua non ebb
10
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■*v-.>^^:''WH.-;
— 147 —
terra di conquista e la volontà dispotica del principe tien
luogo di legge, — in cui i viceré nominati per tre anni po-
tevano impunemente violare la legge pur di arricchire nel più
breve tempo possibile, dopo di aver inviato a Madrid 8,000,000
di scudi.— in cui l'educazione era affidata ai Gesuiti e la
Chiesa dominava le coscienze e la vita civile colla supersti-
zione, colle sue ricchezze, co' suoi privilegi, col numero enorme
di corporazioni religiose e di fondazioni — in cui il popolo
ignorante e affamato era sempre pronto alla rivolta inconsulta
— in cui l'amministrazione della giustizia era corrotta, la
distribuzione dei tributi ingiusta, il commercio insignificante,
l'agricoltura abbandonata, le campagne percorse da banditi —
in cui l'arte e la letteratura erano servili — in cui il sistema,
feudale si perpetuava co' suoi abusi e la nobiltà si corrompeva
nell'ozio (1).
In questo periodo di generale decadimento l'attività intel-
lettuale si esercitai a nel foro e nelle materie giuridiche. La
giurisprudenza- era il campo aperto agli studiosi, e raccoglieva
intorno a sé quanto di più eletto per ingegno e coltura esi-
steva in Napoli. I pratici erano in prevalenza, ma si distin-
guevano per acume giuridico, per l'analisi profonda dei fatti,
per la rara diligenza nel porre le questioni. L'influenza dei
curiali e l'alta considerazione in cui erano tenuti costituiva
l'unica difesa contro le frodi, le ingiustizie, i disordini del mal
governo. Il giureconsulto inspirandosi all'equità naturale com-
pieva opera sociale notevole, poiché trovava per tal via modo
di supplire alla insufficienza o mancanza della legge scritta (2).
(1) SaUe condizioDÌ generali di Napoli iu questo periodo ofr. Giano o ne,.
Storia eivile del Regno di Napoli, Libri XXXIII-XXXVIII.
(2) Parlando deUo stato della giurisprudenza napoletana in questo pe-
riodo il Gian none, Op. oit., Libro XXXIV, e. 8, dice che « gli avvocati
di questi tempi non collocavano molto studio nell'oratoria, sicché i loro
aringhi comparissero al foro luminosi e pomposi : si studiavano ricavar
l'eloquenza più dalle cose che dagli ornamenti dell'arte. Perciò i loro
discorsi in Ruota erano corti e tutto sugo : il principal loro studio era nel
porger con metodo ed energia i fatti ecc. ».
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— 149 —
il Caravita, TAulisio, giureconsulti di gran nome
poranei del Vico.
Né solo gli studi giuridici attinenti alla prat
incremento e lustro nella seconda metà del secol
Napoli, ma anche gli studi storici del diritto ce
intendimento filosofico trovarono un degno rappres
Gian Vincenzo Gravina. Questi portò la interpretazi
della scuola napoletana alla sua maggior perfezioi
iniziò gli studi sulla storia e sulle origini del dirit
raccogliendo tutte le conoscenze che si avevano
medesimo, indovinando il nesso tra le varie parti
le lacune, facendo opera pe' suoi tempi nuova e
Nella produzione giuridica del Gravina è evidente
far servire il diritto romano a scopi filosofici (2). Tra
restringevano la legge naturale alla legge raziona
che ne allargavano il concetto fino a derivarla dal
golanti l'universo, il Gravina si attiene a una so
termedia che doveva più tardi svolgere e accentu;
L'uomo, secondo il Gravina, per la sua natura corporei
alia legge generale delle cose che è legge di moto
di conservazione e di evoluzione continua : per la i
spirituale ha una legge sua propria che è legge di
di moti volontari. Per diritto naturale il senso de^
narsi alla ragione, il cui cibo è la virtù, e il cui ]
pace dell'animo, conseguita per mezzo della conosc
naie delle cose (3). La vita sociale si inizia colla far
flcata nel padre a cui spetta per diritto naturale Ti
mestico. Dalla necessità degli scambi sorgono i cont:
(1) Lo riconosce il Vi 11 ari nel suo saggio sol Filangieri, (S
critica, politica, Firenze 1898).
(2) I principi di filosofia giuridica del Gravina si trovane
e nei primi sedici capi del Libro III dell'opera sua maggio
juris oivilis libri treSy Napoli, Mosca, 1713. — Nel I libro fa 1
origini e del progresso del diritto romano pubblico e privai
(3; Gravi na. De origine juris, Lib. II, e. 1-9.
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— Ì50 —
generano rapporti più ampi, fondati non sopra vincoli
uè, ma sulla considerazione del vantaggio comune, di
isura la legge, definita giustamente da Platone « distri-
lentis ». Su questa base dell'interesse comune e sul-
io delle società private di commercio, si formano le
civili, di cui sono organi necessari, la legge ossia la
voluntas intesa a regolare i rapporti sociali, e la
: potestas a cui spetta prevenire e reprimere anche
amente le violazioni delle leggi (1). Se l'idea dell'onestà
mto universale e costante della legge, questa può assur
>rme diverse secondo i tempi, i luoghi, il carattere dei
inche i rapporti tra levarle società civili devono essere
L da ragione, e il diritto che ne deriva costituisce il di-
sile genti, le cui violazioni giustificano le guerre intese
ionfare nei rapporti fra gli Stati la ragione sugli istinti
ì antisociali (2). Come nell'interno di uno Stato ai saggi
mti alla ragione espressa in leggi scritte spetta gover-
ai sudditi, schiavi del senso, obbedire, così nei rapporti
zionali spetta agli Stati più civili dominare e sottomet-
i Stati che violano le norme del diritto naturale. Il
a. previene il Vico nella ricerca delle cause per le quali
i sorgono, si conservano, rovinano. Se non che il Gra-
)n essendo assorto al concetto di società come un tutto
;o e considerandola solo come la somma degli individui
compongono, ricerca tali cause nell'uomo e fa dipendere
t)rio sociale dall'equilibrio di tutte le facoltà dell'indi-
^). Precorrendo il futuro egli mostra le sue predilezioni
sverno popolare (4) e mette in evidenza l'importanza
3 medio o terzo stato per mantenere l'ordine e l'armonia
[verse classi sociali (5). jNel diritto e nella costituzione
p. Gravina, Op. cit., Lib. II, e. lO-lS".
r. Gravina, Op. cit., Lib. II, e. 14.
r. Gravina, Lib. III, ci.
r. Gravina, Lib. III, e. 16.
r. Gravina, Lib. Ili, e. 14.
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— 151 —
politica del popolo romano, alla cui illustrazione l'opera sua
di giureconsulto è sopratutto intesa,' il Gravina, come più tardi
il Vico, vedeva l'esempio ideale da semr di guida e di inse-
gnamento agli uomini politici e ai giuristi (1).
La filosofia giuridica del Gravina non ha valore che per
l'epoca e le circostanze in cui sorse : in essa la funzione etica
del diritto non si distingue dalla sua funzione sociale, la legge
naturale si confonde colla legge morale, come per gli antichi
il sommo bene è riposto nella virtù congiunta alla felicità e
acquistata colla scienza (2): ma nel Gravina troviamo i germi
dell'indirizzo che doveva prevalere in Italia col Vico, cioè lo
studio storico del diritto romano fatto servire a illustrare
principi teorici, e alla ricerca delle leggi regolanti il corso
delle nazioni (3).
62. — Del risveglio effettuatosi in Napoli nelle scienze mo-
rali e giuridiche, è novella prova la Vita Civile di Paolo Mattia
Boria, alla cui pubblicazione, avvenuta nel 1700, il Doria, non
ancora distratto dalle polemiche cartesiane, fu forse indotto
dalla lettura delle opere del Gravina, o più probabilmente
dalla famigliarità col Caravita, nella cui casa conveniva col
Vico (4). Il Doria nell'opera sua si dimostra, a differenza del
(1) Cfr. del Gravina H libro « De romano imperio »- in cai tratta deUa
costituzione deUMmpero romano come della costituzione ideale.
(2) Le idee religiose del Gravina furono dal lato dogmatico queUe dei
cattolici del suo tempo, ma con questi fu in disaccordo nel campo etico.
La sua Hydra mistica è una critica severa della morale gesuitica mostrando
una grande indipendenza di pensiero.
(3) Il Vico conobbe il Gravina verso il 1714, lo ricorda con espressioni
di stima e di affetto nella Autobiografia. Se non ne cita le opere, ciò non
deve attribuirsi a malanimo o a distrazione^ come afferma il Cantoni,
(G, B. Vico, Torino, 1867, p. 88), ma al fatto che nel Vico anche le idee
altrui si elaboravano e si trasformavano in guisa da diventare sue pròprie
e originali.
(4) Paolo Mattia Doria (1662-1746) di famiglia genovese, visse e morì
a Napoli dove erasi recato fanciullo. Fu amicissimo di Vico il quale lo
ricorda neXV Autobiografia, e gli dedica il < Le Antiquiseim^ ». II Tommaseo,
(Saggio su Vioo), lo disse legato al Vico di fida e signorile amioiMa» — Il
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— 152 —
Gravina, più filosofo che giureconsulto: in lui parla il mora-
lista, l'educatore più che l'uomo di legge (1). La politica, se-
condo lui, si giustifica solo in quanto gli uomini non seguono
i precetti della morale : essa è la scienza e l'arte di guidare
gli uomini al bene e alla felicità loro malgrado, avvalorando
le sue norme colla minaccia delle pene (2). Egli considera la
vita sociale da un punto di vista puramente etico, ad esclu-
sione di ogni considerazione giuridica. Il Doria contrappone
la sua dottrina politica a quella del Macchiavelli, a cui rim-
provera di aver fondato la politica sullo studio degli uomini
quali sono, di aver dell'uomo rilevato solo la natura viziosa,
di aver proceduto induttivamente da osservazioni particolari
a massime generali e non deduttivamente da principi univer-
sali saldi e costanti. Il Doria invece muove dagli uomini quali
dovrebbero essere, ^ intende contrapporre alla politica mali-
ziosa del Macchiavelli la sua politica virtuosa^ nella quale la
costanza e l'universalità dei principi si concili colle esigenze,
della pratica (3).
Doria non cita mai nelle sue opere il Vico, forse perchè non ne ebbe mai
l'occasione, essendosi in seguito applicato a studi matematici e filosofici. —
La 1» edizione della Vita Civile è del 1700, la 2^ del 1710. — Noi ci siamo
valsi deir edizione Poraba (1852 in Nuova Biblioteca popolare, classe IV,
Poetica)* condotta sulla napoletana del 1729, riveduta ed accresciuta dal
Doria. — Per le notizie biografiche e bibliografiche intorno al Doria cfr.
la monografia del G or ini, P. M, DoHa filosofo e pedagogista, Asti, Bri-
gnolo, 1899.
(1) Il Doria scrisse anche un trattato bvlW Educazione del Principe, che
è aggiunto in appendice alla Vita Civile.
(2) Così definisce il Doria la politica : « la scienza con la quale si con-
ducono i popoli all'esercizio della morale per lo mezzo di leggi dalla me-
tafisica dedotte e per lo mezzo di buoni retti ordini da saggi legislatori
instituiti». Cfr. Doria, Bagionamenti e poesie varie, 1737, Rag. VI, ove
8i l>iasimano quelli che vogliono ricavare la politica dalla sola pratica e
i filosofi che credono potersi governare il mondo ooll'astralta metafisica.
— Nella Vita Civile, Parte I, e. ii, dice « che la politica e la morale sa-
rebbero la stessa cosa e non vi sarebbe punto bisogno di politica^ qualora
le norme di moralità fossero da tutti comprese e attuate ».
(3) Doria, Op. cit., p. 27.
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/- 163 -
La politica deve fondarsi sulla conoscenza della natura umana
quale appare alla ragione : solo per tal via si potrà evitare
Tempirismo e ridurre la politica a sistema. Come non è vero
giureconsulto chi dalle leggi particolari del luogo non sa elevarsi
alla ragion della legge, cosi non è vero politico colui che ha
solo una naturale e raffinata malizia, spoglia di ogni cono-
scenza dell'uomo, de' suoi rapporti coll'ordine delle cose, del-
l'essenza della vita civile, di ciò che contribuisce alla felicità
degli uomini (1). Dalla metafisica, che pel Doria significa co-
noscenza degli universali a scopo di applicazione pratica, deve
la politica trarre il suo fondamento scientifico. Nello studio
dell'uomo il Doria segue l'indirizzo psicologico mediano proprio
della filosofia italica e che il Vico doveva svolgere : rileva il
dualismo tra spirito e materia, ammette che a costituire la
vita morale concorrono la ragione e il senso, l'universale e
il particolare, che la felicità consiste nella retta conoscenza
e nel buon uso dei sensi, che naturale è l'inclinazione alla
vita sociale, che l'uomo per necessità della sua natura tende
a emendarsi, a cercar rimedio ai mali, a sollevarsi gradata-
mente dal senso, ossia dai particolari agli universali principi,
cioè alle idee innate del vero e dell'onesto (2). Tutti questi con-
cetti ravvalorati dalla esperienza storica ritornano nel Vico.
Alla morale impossibilità dell'uomo di possedere tutte le virtù
e al fatto che tutti sono forniti di qualche virtù, supplisce la
vita civile, la cui vera essenza sta nel comporre armonicamente
insieme le energie virtuose disperse nei singoli, in guisa che
si aiutino reciprocamente, e si formi una condizione di cose
atta ad assicurare a ciascuno la felicità (3).
11 Doria dopo aver ricostruito razionalmente o piuttosto psi-
cologicamente l'origine e l'essenza della vita civile, cerca, come
(1) Cfr. Doria, Op. cit., p. 38.
(2) Cfr. il Capo II delia parte prima dove è esponila la dottrina i)sico-
logica del Doria.
(3) Cfr. Doria, Op. cit., p. 92-93.
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^z.^^?»:^:^^
— 154 -
più tardi il Vico, nella storia conferma a' suoi principi. Re-
spinta l'ipotesi di una pretesa età dell'oro, riconosce che gli
uomini, cresciuti di numero, premuti dal bisogno attraversa-
rono un periodo di lotte e di violenze, da cui uscirono racco-
gliendosi e organizzandosi intorno a uno di loro più forte che
li difendesse : si costituirono allora le famiglie e si ebbero i
governi patriarcali. Quando gli uomini non paghi della difesa
aspirarono a un genere di vita più regolare e civile, fecero
ricorso al prudente che dettasse leggi ordinate alla umana
felicità. Colle leggi e ordinamenti si iniziò la vita civile che si
svolse dapprima nelle città, poi nei regni e si ebbero le monar-
chie, trasformatesi col tempo in aristocrazie e in democrazie. Col
graduale estendersi e complicarsi della vita civile, l'economia
domestica si fa commercio, la difesa della casa si trasforma
in vasta arte di guerra, la naturai prudenza diventa scienza
di governo o politica. Una progressiva divisione di poteri ossia
di ordini si rende necessaria, e si formano le classi dei guer-
rieri, dei legislatori, dei magistrati, i quali a loro volta vanno
distinguendosi in magistrati di politica, di giurisdizione, di
commercio. Tra i sudditi poi si vanno formando le classi dei
padroni e dei servi : da quelli si svolge la nobiltà, da questi
la ricca varietà dell'arti servili. Dalla . storia di Roma trae
il Doria argomenti ed esempì alla dimostrazione della sua
dottrina (1). Passando dalla costituzione politica a descri-
vere le fasi del progresso sociale, quale risulta dalla storia,
il Doria pone come legge regolante il corso dell'umanità il
graduale passaggio dalla vita barbara o difettosa alla vita
civile moderata da leggi scritte, e da ultimo alla vita civile
pomposa, in, cui la civiltà si accompagna col lusso e colla
magnificenza degli esteriori ornamenti. La vita pomposa ge-
nera l'ozio e il popolo ricade nella servitù (2).
(1) Cfr. Doria, Op. cit., I, e. in e iv.
(2) Cfr. Doria, Op. cit., I, e. v, ove si descrivono diffusamente le
diverse fasi deUa vita civile.
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4..^
— 165 --
Per quanto erroneo sia il concetto fondamentale della dot-
trina civile del Doria, noi crediamo di trovare in essa i germi
di molte idee e dottrine svolte più tardi dal Vico. Il con-
cetto che la filosofia deve tendere a scopo pratico, che anche
la politica può fondarsi su principi saldi e costanti tratti
dalla conoscenza dell'uomo e delle sue passioni, la storia e
sopratutto la romana invocata a conferma della dottrina, la
progressiva differenziazione degli ordini e dei poteri, il pas-
saggio graduale dell'umanità dalla barbarie alla vita civile e
il ritorno fatale alla barbarie, il progresso identificato col
passaggio dal senso alla ragione, sono concetti che ritornano
nel Vico svolti ed estesi a nuove e più lontane conseguenze.
L'opera del Doria, molto apprezzata ai suoi tempi, non fu. senza
influenza sui principi italiani ancora infetti da machiavellismo,
incitandoli a saggie e razionali riforme: essa precorre i tempi
e non merita l'obblio in cui è tenuta dagli storici della filo-
sofia del diritto. Ad ogni modo essa getta viva luce su quel-
Tambiente di Napoli in cui fu concepita e pubblicata, e nel
quale si maturava il genio di Vico.
63. — Il progresso negli studi giuridici e sociali in Napoli
nella seconda metà del secolo XVII, non era che il riflesso
di una. ben più larga e profonda trasformazione del pensiero
napoletano al contatto delle correnti filosofiche europee, le
quali, penetrate in Napoli malgrado l'attenta vigilanza della
Chiesa, si erano rapidamente diffuse conquistando gli spiriti
oramai maturi ad accoglierle. Prime a conquistare il favore
delle nuove generazioni furono le dottrine di Epicuro e di
Locke, come quelle che interessavano la vita pratica e schiu-
devano un ideale morale che era in aperto contrasto colle
idee e coi sentimenti tradizionali (l). La rivoluzione iniziatasi
(1) n Vico uéìV Autoìnografia ci dice che « Del tempo nel quale egli
partì da Napoli (1685) si era cominciata a coltivare la filosofia di Epicuro
sopra Piar Gassendi, e due auui dopo ebbe novella che la gioventti a tutta
voga si era data a celebrarla ». — Ciò conferma il Doria nell'introduzione
air opera : Difesa della metafi»ioa degli antichi contro G, Locke eco, (1732,).
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- 156 —
nel costume si estese al campo speculativo e l'occasione fu
offerta da Cartesio nelle cui opere filosofi, giuristi, matematici,
fisici e fisiologi trovarono argomenti per un nuovo indirizzo
di metodo e di studi. Negli ultimi decenni del seicento e fin
verso la metà del secolo XVIII Cartesio fu in Napoli nome
di battaglia e di partito: esso significava libertà di pensiero,
opposizione ad Aristotele, al principio di autorità, allo scola-
sticismo, all'erudizione filolcfgica e storica, all'empirismo: esso
divenne l'arma poderosa che servi a scuotere, dice il Giannone,
il durissimo giogo che la filosofia dei chiostri aveva posto sopra
la cervice dei napoletani (1). Primo a introdurre in Napoli e
a far conoscere la dottrina di Cartesio fu Tomaso Cornelio (2)
(secolo XVIl), medico e naturalista della scuola del Telesio,
il quale ebbe ad alleati influenti il giureconsulto Francesco
d'Andrea, il medico Leonardo da Capoa, e sopratutto Gregorio
Caloprese (3), che approfondi la dottrina cartesiana e primo
si diede a insegnarla. Del favore che Cartesio incontrò in
Napoli sul finire del secolo XVII fa prova l'Accademia degli
Investiganti istituita in casa propria dal marchese dell'Arena,
allo scopo di studiare e discutere la filosofia cartesiana col
concorso e l'adesione di quanti si distinguevano in Napoli, per
coltura e ingegno nei più diversi rami del sapere (4).
Al primo periodo di entusiasmo e di fanatismo, di ammira-
zione cieca per le nuove idee che venivano dal di fuori, suc-
cesse un lungo periodo di reazione e di opposizione tendente a
richiamare le menti alle buone tradizioni della filosofia italica,
a restaurare il platonismo che già nel cinquecento era stato
(1) Cfr. Giannone, Op. cit., Lìb. XL, e. 5.
(2) Del Cornelio parla il Fiorentino, Op. cit., II.
(3) Il Vico (Auiob,) lo chiama « gran filosofo renatista ».
(4) In quest'epoca abbiamo una vera ri&oritura di accademie in Napoli :
oltre a quella degli Investiganti ricordata dal Giannone, Op. e 1. cit.,
notiamo qnella fondata da Gaetaiio Argento alla quale conveniva il Gian-
none ; quella fondata dal duca di Medina Coeli ; quella degli Infuriati ri-
cordata dal Vico nella Autobiografia^ quella degli Oziosi, senza tener conto
delle numerose private.
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— 157 —
valido strumento di guerra contro Aristotele e la Scolastica.
Anima dell'opposizione contro Cartesio, l'idolo del giorno, fu
il Vico, al quale le varie correnti di pensiero che si erano
andate svolgendo in Napoli nella seconda metà del secolo XVII
nel campo delle scienze giuridiche e filosofiche convergono:
egli potè apparire un genio solitario solo perchè fu l'astro
luminoso, dice il Villari, in cui si concentrò la luce di tutta
uaa moltitudine di minori pianeti (1), perchè riassunse in sé
tutta un'epoca e sui materiali da questa forniti elevò un si-
stema di cui i contemporanei non potevano valutare l'impor-
tanza, e di cui parve egli stesso volesse rimandare all'avvenire
la prova dei fatti.
64. — Nell'opposizione contrergli indirizzi filosofici prevalenti
all'epoca sua Vico non fu solo: egli ebbe ad alleati quanti per
avversione a Cartesio e allo scolasticismo miravano a restau-
rare la filosofia platonica e a richiamare gli ingegni al culto
della tradizione italica. Tra questi devesi ricordare il Doria,
il quale dopo aver combattuto Cartesio nel campo della geo-
metria, della fisica, della metafisica, si fece a sostenere il
platonismo in armonia colla dottrina cristiana. Il suo tentativo
lasciò gli animi indifferenti: a lui nocque il carattere polemico
delle sue opere, l'esagerazione con cui combattè senza distin-
zione tutti gl'indirizzi nuovi di pensiero solo perchè non ri-
spondenti alle sue predilezioni filosofiche (2).
(1) CIt. il saggio sul Filangieri del Villari in Saggi di storia aHitea
e politica, Firenze, 1898. — Il Villari, iJ Carle sono tra quelli che
cooperarono a sfatare la leggenda di genio solitario che unita all'altra di
genio incompreso si era andata dopo il Ferrari creando intorno al Vico,
e che fu accolta sopratntto dai critici francesi (Michelet, Michaud,
Jan et). Il Bovio (Conferenza su Vico in Vita i^aZiana, secolo X Vili) dice
che il Vico non fu genio incompreso, ma deve annoverarsi tra i pensa-
tori solitari, che sono quelli che hanno larghe visioni e piccola prova. —
Giustamente osserva il Villari (Luogo oit,)^ che tale errore nacque dal-
l 'esser generalmente poco o punto conosciuta la storia degli studi che
allora fiorivano in Napoli.
(2) Il Vico nella AtUobiografia dice che il Doria frequentava con lui le
conversazioni le quali avevano luogo in casa di D. Nicolò Caravita e di
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— 151
Ben altra importanza ed efl
Vico. Essa trovava fondamento
zione ricevuta, negli studi da 1
delle sue naturali tendenze ini
scientifiche e particolarmente n
ingegno spiccatamente italiano
Vatolla ritornò in Napoli nel
suoi studi, e le sue opinioni fi
sono quelle che troviamo svolte
discorso sul metodo degli studi
tìquissima (1710). In questo pei
soflche del sapere. Delle diverse
che agitavano l'ambiente di ?
sfuggi all'osservazione e alla mei
Vito di Sangro. Parlando del Doria il
mirava come sublime ed originale in (
e cornane nei platonici >. Ciò fece a mi
tesiano, mentre il p.'isso di Vico prov;
tempo in maggior pregio del Vico la do
se il Doria fu per qualche tempo seguac
un deciso avversario. Egli cominciò v
l'applicazione da lui fatta del metodo
lo combatteva nel campo metafisico n
alla filosofia di Renaio des CarieSy non
loaofia di P, M, Dona con la quale si
Queste due opere gli suscitarono cont
principe della Scalea, discepolo del Gal
contro il Doria nell'opera intitolata Bi
Doria oppose nello stesso auuo le su
monografia citata del Geriui, p. 21-:
Difesa della metafisica degli antichi e
che in questi contrasti tra cartesiani e
del Vico: ciò deve, secondo noi, attr
in quest'epoca ne' suoi nuovi studi gii
diretta parte a questioni di carattere fil
comune il desiderio che gli Italiani «
delle scienze degli oltramontani, dov
pienza in quella guisa che fecero i 1
Misantropo, Parte II, 1737).
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"^'^*?ji^«;ifT^f3r^
— 159 —
egli accolse interamente poiché era profondamente convinto
che nessuna rispondeva al carattere nostro nazionale e alle
esigenze delle scienze morali che costituirono il campo proprio
in cui si affermò sin dal principio il suo ingegno, e alle quali
ebbe sempre rivolto il pensiero sia nella scelta degli autori
da formar oggetto di studio, sia nella scelta del metodo da
seguire, sia nel porre il criterio della verità, sia nel deter-
minare la natura e la finalità dell'uomo (1).
Nelle sue predilezioni per Platone e Tacito già si intravvéde
quel dualismo tra il senso e la ragione, che doveva essere il
fulcro intorno a cui si svolgono le scienze morali e il corso
storico dell'umanità. Con Platone lo spirito, il mondo delle idee
esce per la prima volta fuori dall'involucro mutevole del senso.
Niuno prima e dopo di lui seppe dare dell'uomo, quale do-
vrebbe essere secondo la sua natura razionale, un concetto
più vero e profondo. Colla guida di Platone Vico avrebbe po-
tuto in seguito rintracciare nell'uomo e nelle sue manifesta-
zioni individuali e collettive gli elementi costanti e universali.
Tacito descrivendo l'uomo reale dominato dai sensi e dalle
passioni, che opera spesso inconsciamente dietro lo stimolo
degli istinti, dei bisogni, delle utilità poteva costituire ottima
guida per la conoscenza dell'uomo storico e di ciò che vi è
di vario e di mutevole nelle azioni umane. Tacito completava
Platone e sulla scorta di entrambi la chiave per la compren-
sione dell'uomo singolo e collettivo era trovata.
(1) n carattere mentale del Vico possiamo desumere daUa serie deUe
sne opere, e daUa vita scritta da lui stesso. 'NéìV Autohiografia il Vico fa
sé stesso oggetto di osservazione, descrive la saa vita mentale, ci dà la
genesi delle sue opere, il procedere del suo pensiero. Primo il Carle rilevò
la stretta analogia tra il Diaoorso sul metodo di Cartesio e la Vita del Vico
(Cfr. Carle, Op. cit., p. 295 nota). Ma Tanaìisi psicologix^a fatta dai due
pensatori sopra sé stessi li condusse a conseguenze opposte. Cartesio si
convinse della necessità di concentrarsi in sé stesso e di ricavar la sciènza
col proprio intelletto. H Vico invece si convinse che l'uomo deve guardarsi
bene dall'esser solo a pensare una cosa^ perchè o si mata in Dio o si pone
in contraddizione col senso comune.
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— 160 —
Per ciò che riguardava Tordine e il metodo da seguire nello
studio dell'uomo, il Vico, guidato dal suo ingegno divinatore
fermò l'attenzione su Bacone. Non dimentichiamo che per tutto
il secolo XVII e XVIII le opere di Bacone passarono inosser-
vate nella stessa Inghilterra per la prevalenza incontrastata
che vi assunse il metodo soggettivo nello studio delle scienze
morali (1). Gli stessi enciclopedisti, ammiratori di Bacone (2),
lo celebrarono come fondatore del metodo induttivo, ma non
ne rilevarono l'importanza in ordine alle scienze morali: pochi
nello stesso secolo XIX diedero valore al suo trattato De Avg-
mentis che al Vico parve giustamente dischiudere un'era
nuova nello studio delle scienze morali, come quello che mentre
faceva rientrare anche quest'ultime nel vasto campo delle
scienze sottraendolo all'impero della metafisica, indicava alla
loro restaurazione il metodo induttivo. Nel culto per Bacone
il Vico rimase a lungo solo in Italia e fuori. Il Vico comprese
e svolse il concetto adombrato da Bacone di porre le scienze
morali sulla salda base dell'osservazione storica e psicologica:
egli costituisce l'anello di congiunzione tra Bacone e Oomte
che con piena coscienza volle restaurato tutto il sapere filo-
sofico sulle basi del metodo induttivo. Ma se Bacone aveva ri-
levato le lacune del sapere umano e indicato il nuovo metodo
di indagine, non aveva detto il modo con cui colmare tali la-
cune, come praticamente applicare il metodo dell'osservazione
allo studio delle scienze morali : l'una e l'altra cosa fece il Vico
e potè con giusto orgoglio dire di aver creato una scienza nuova.
Platone, Tacito, Bacone, vengono per tal modo a personificare
i tre capisaldi della filosofia vichiana applicata agli studi
morali e sociali, la ricerca dell'universale nel particolare,
dell'idea nel mutevole succedersi delle azioni umane mediante
(1) Vedi sopra pag. 49 e seg., saU'opera e suUe sorti di Bacone.
(2) Primi a far conoscere Bacone in Francia furono Voltaire neUe sue
« Lettere Persiane» (1734) e il Diderot nel sno « Discorso preliminare
aU' Enciclopedia » (1753).
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— 161 —
un procedimento di induzione (1). L'uomo nel concetto di Vico
deve assumersi nelle scienze morali nelle integrità della sua
natura, né deve esser lecito al filosofo di foggiarsi una natura
umana che contraddice al senso comune e alla realtà delle
cose. L'analisi psicologica non deve spingersi al punto di
far violenza alla natura. La specializzazione soverchia delle
scienze se rende gli uomini dotti nei particolari li rende meno
atti ad abbracciare il sapere nella sua integrità (2): essa poi
riesce particolarmente dannosa alle esigenze delle scienze
morali aventi carattere e scopo pratico e che presuppongono
Tuomo operante nell'interezza della sua natura tra i due poli
estremi del senso e della ragione, dell'istinto e della libertà,
secondo una legge di progressivo predominio degli elementi
razionali sopra i sensibili. Le scienze morali devono valersi
di concetti sintetici e i cultori delle medesime devono essere
uomini d'ingegno, cioè, capaci di scorgere il comune tra cose
lontane e disparate (3).
Fermo in tali concetti il Vico doveva trovarsi in disaccordo
cogli indirizzi di pensiero dominanti in Napoli e che in pic-
cole proporzioni riflettevano gli indirizzi di pensiero che in
seno alla filosofìa moderna si erano andati delineando nel
secolo XVII e che il Vico riconduceva genialmente a cor-
renti di idee che avevano dominato nell'antichità. Scarsa e
difettosa era la conoscenza che il Vico aveva dei sistemi filo-
sofici antichi e moderni (4) : ma suppliva con una intuizione
(1) lu una lettera a Mousigaor Gaeta il Vico definisce l'indazione se-
condo il concetto di Bacone. — Per le opere del Vico ci siamo valsi della
edizione napoletana 1858-1869 in otto volumi curata dal Ferrari: ad essa
ci riferiremo per le citazioni. "L^ Epistolario del Vico fa parte del Voi. VI.
(2) Il Vico svolge tale concetto nella sua Prima orazione tenuta a Na-
poli nel 1699. — Cinque orazioni di Vico ancora inedite furono pubblicate
dal Galasso nel 1869 e formano l'ottavo volume deiredizione citata.
(3) Cfr. De Antiquissimaf Voi. I, ediz. cit., e. vii, § 3.
(4) Sappiamo che il Vico conosceva Platone nelle opere del Fi e ino,
Epicuro In quelle del Gassendi; egli confuse Zenone stoico con Zenone
eleatico e cadde in altri simili errori.
U
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asi sempre felice, la quale gli permetteva di rilevare il ca-
tterò generale delle varie dottrine e sopratutto di intrave-
rne le lontane conseguenze nel campo pratico. Senza preoc-
parsi dei pericoli e delle inimicizie a cui egli, povero e
cora oscuro, si esponeva, parlò un linguaggio nuovo di verità
standosi pubblicamente contro i critici compiacenti, contro
L ostinati delle sette, contro gli impostori che infestano il
andò degli studiosi (1), contro i falsi dotti che studiano per
sola utilità (2), e i dotti cattivi che amano più l'erudizione
Le la verità (3). Tra coloro che si occupano di scienze mo-
li condanna senza pietà gli stolti che non vedono né le verità
trticolari né le universali, gli illetterati astuti abili nell'a-
ltare la scienza alla pratica, i dotti imprv/Xenti sprezzanti
realtà e tendenti a tradurre nella pratica le loro teorie (4).
Non era invidia o umore bilioso o spirito di parte che in-
iravano il Vico ma profondo amore del vero, nobile risenti-
ento contro quanti, sfruttando la scienza, ne compromettevano
serietà con grave danno dell'educazione. L'intimo connubio
L'egli vagheggiava tra filosofia ed educazione (5), lo rese av-
irsario delle dottrine filosofiche che non si indirizzavano a
nder migliori gli uomini e a guidarli verso la felicità indi-
duale e collettiva.
Di Epicuro combatte il materialismo che non riesce a spie-
,re le cose della mente: e la sua morale chiama « morale di
iccendati chiusi nei loro orticelli » fatta cioè per uomini
litari non destinali a vivere in società, che pretende rego-
re i doveri della vita coi piaceri dei sensi. Morale solitaria
[1) Cfr. Orazione terza del 1701.
[2) Cfr. Orazione quarta del 1704.
[3) Cfr. Lettera al P. Bernardo Giaoohi del 12 ottobre 1720, Ediz. cit.,
1. VI.
'4) Cfr. il De nostri temporis eco,, Voi. I, ediz. cit., § 7.
[5) Il carattere pedagogico dell'opera del Vico fu rilevato dal Tommaseo,
ìggio 8U Vioo)\ dal Flint (Fico, Edinburgh 1884); dai Gerini {Soì^ttoH
ìagogici italiani del secolo XVIII, Paravia, 1901).
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cioè « di meditanti che studiano non sentir passione >
la morale degli Stoici, alleati dei Cartesiani, come qu<
insegna pratiche di vita impossibili alla condizione i
porta a disumanarsi e a non sentir passione. (1). Ch
metafisica di Locke metafisica della moda, e osserva ce
acume ch'egli cercò di sposare Epicuro con Platone (2)
tenero si dimostrò contro Aristotele, l'idolo degli Scoi
cui generi o universali ottenuti per astrazione e '\
contenuto sono inutili alla scienza e fomite di interi
questioni come quelli che non possono dare che nozion
e generali delle cose, mentre la verità risulta di ci(
completamente determinato (3). Le critiche più acerbe
riserva per l'idolo del giorno, Cartesio: esse implicando
stione del metodo meritano di essere particolarmente r
65. — Combattendo il metodo cartesiano il Vico noi
favorire il ritorno ai vecchi sistemi e metodi di studio
dagli Scolastici: ninno meglio di lui seppe rilevare
d'origine del ragionamento sillogistico, per cui non si st
un rapporta tra cose diverse ma non si fa che far ri
le specie in generi di ugual natura, mentre i generi, p
contenuto, non possono servire a spiegare le specie pii
minate e complesse (4). Il Vico loda Cartesio per aver
mate l'attenzione sul proprio sentimento come regola d
(1) Il Vico associa solitamente Epicurei e Stoici nena sua cr
essi parla in molti punti delle opere sue senza mai smentirsi, m
hiografiay nell'orazione per la morte della contessa d'Aspremont,
tera all'abbate Esperti (1726), nella Scienza Nuova (dignità V),
(2) Cfr. Lettera alVEsperti, Voi. VI, ediz. cit.
(2) Cfir. De Antiq.y e. li, ove tratta dei danni derivanti dall'i
universali nelle scienze giuridiche e morali. — Acutamente ivi os
« i generi conducono in errore i iilosoiì, come i sensi conducom
nei pregiudizi » e che « il favellare per universali è proprio dei
e dei barbari ».
(4) È assai importante a questo riguardo il Capo Vili del 1
ove si passano in rassegna i modi di ragionare di diverse scu<
fiche antiche e moderne.
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per aver liberato gli intelletti dalla cieca adorazione dell'au-
torità, per aver favorito l'ordine del pensare (1). Ciò che a
Cartesio e più ai Cartesiani il Vico rimprovera sono gli abusi
e le esagerazioni del loro principio metodico. La posizione
del Vico rispetto a Cartesio e ai Cartesiani ricorda quella
del Leibniz, col quale il Vico ha tanti punti di contatto e
che fu merito del Ferrari avere rilevato (2). Le attinenze
che corrono tra Vico e Leibniz non devono attribuirsi a re-
ciproci influssi (3), ma alle esigenze dialettiche del loro in-
gegno e sopratutto all'analoga funzione storica da essi rispet-
tivamente esercitata in Germania e in Italia. Come il Leibniz
in Germania si interpose tra le diverse correnti filosofiche,
dando alle medesime coordinazione e unità, e divenne il punto
di partenza per lo sviluppo ulteriore del pensiero tedesco,
cosi il Vico tra i diversi indirizzi segui un indirizzo me-
diano e originale meglio rispondente alle tradizioni e all'in-
gegno italico, per quanto l'indole speciale degli studi a cui
si applicò, per i quali non pur l'Italia ma nessun altro paese
di Europa poteva dirsi maturo, tolse a lui di esercitare in
Italia un'influenza paragonabile a quella esercitata in Ger-
mania dal suo grande contemporaneo. Nell'opposizione a Car-
tesio il Vico supera il Leibniz per efficacia e profondità:
sopratutto rilevò le dannose conseguenze che alle scienze
morali potevano derivare dai due cardini del metodo carte-
(1) Cfr. Risposta seconda al « Giornale dei letterati d* Italia » (fine), Voi. I,
ediz. cit., p. 184.
(2) Cfr. Ferrari, Op. cit.. Parte II, e. iii. — Cfr. anche il Siciliani,
il quale dedica un intero capo (Op. cit., e. vii). a rilevare le analogie e
le differenze tra il Vico e il Leibniz. — Cfr. Flint, Op* cit., p. 1^7.
(3) n Cantoni e il Werner mostrano di credere che il Vico sopra-
tatto in ordine alla sua teoria dei punti metafisici svolta nel De antiqnis-
sima, fii inspirasse al Leibniz. Ma ciò deve escludersi, perchè non risalta
in nessun modo che il Vico traesse profìtto dell'opere dèi Leibniz, citato
solo due volte incidentalmente nella Seconda Scienza Nìiova e in una lettera
a Monsignor Gaeta, senza data, ma scritta verso la fine del 1737. Dello
stesso parere sono il Siciliani, il Flint, il Labànca.
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— 165 -
siano, poter l'uomo colla forza esclusiva della sua ragione
venir in possesso di tutto il sapere, e doversi le scienze mo-
rali trattare con metodo geometrico (1). Seguire il proprio
giudizio nella ricerca del vero significava per i Cartesiani
disprezzo della tradizione, dell'autorità, della storia, dell'espe-
rienza, significava bandire dal campo del sapere tutte quelle
cognizioni che non ammettono una dimostrazione rigorosa,
ma che pure si fondano sul senso comune, traggono motivo
di vero dal fatto che sono considerate vere dal maggior nu-
mero e costituiscono il criterio e la guida dell'operare umano.
Il metodo di Cartesio se da un lato può dare illusione di sa-
pere e apparenza di dimostrazione al falso, se può garbare
ai molti che sdegnano gli studi lunghi e pazienti e vogliono
apprendere molto in breve, dall'altro disconosce la natura
delle scienze morali, alle quali meglio si adatta l'analisi psi-
cologica per cui penetriamo nei ciechi labirinti del cuore
umano per scoprirvi i motivi di uuiformità delle azioni. Mo-
vere da definizioni, da postulati, da assiomi per trarre con
metodo geometrico le scienze morali, credere che basti la
percezione chiara e distinta del bene per attuarlo, è, osserva
il Vico, prendere gli uomini per numeri e figure, è illudersi
di poterli muovere a nostro talento, è disconoscere la natura
stessa del metodo il quale deve variare e moltiplicarsi se-
condo la diversità e moltiplicazione delle materie oggetto di
studio (2). La causa originaria che trasse Cartesio in errore
fu di aver posto il vero come ùnico fine degli studi, fine
(1) Il Vico associa quasi costantemente neUe prime sae opere e nelle
lettere la critica di Cartesio e la questione del metodo. I passi piti note-
voli si possono riscontrare neW Autobiografiaf nel De nostri temporie, (edìz.
cit;.> I, § 3, 4, 7, 9), nel De Antiquisaima (ediz. cit., I, e. vii, § 4), nella
Risposta seconda al « G-iornale dei letterati d* Italia » (ediz. cit., I, p. 173,
181, 184), nelle lettere (ediz. cit., VI) all'Esperti (1726), al P. de Vitry
(1726;, al Solla (1729).
(2) Aòntamente osserva il Vico che « il metodo geometrico trasportato
in cose che non sono numeri e misure prova qualunque cosa » {Bisp, al
Oiom, eoo», ediz. cit., I, p. 181).
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— 166 —
che può raggiungersi nelle scienze fisiche aventi un oggetto
determinato e nelle quali si cerca la causa per cui molte
cose si eflTettuano in natura, non nelle scienze morali che
h^nno per oggetto i fatti degli uomini, la cui natura è incer-
tissima per l'intervento dell'arbitrio, in guisa, che delle molte
cause di un sol fatto non si può mai dire quale sia la vera.
Porre alle scienze morali per fine il vero, bandire da esse
il verosimile è condannarle alla sterilità e all'impotenza. Il
Vico, superando Bacone, precorre le più moderne dottrine
positive circa il metodo da seguirsi nelle scienze morali. Tra
ì Cartesiani fautori della critica, che vogliono banditi i veri
secondari e pongono il primo vero fuori del senso, che vogliono
educate le menti all'analisi, logorandole in sottigliezze e mi-
nuzie senza tener conto dell'indole dell'animo umano, delle
sue tendenze alla vita civile, dei vizi, delle virtù, del carat-
tere e del costume secondo l'età, il sesso, la condizione, la
famiglia, la nazione, che si illudono di ridurre a norma tutto
ciò che si attiene alla vita e fanno troppa fidanza sulle norme
der metodo, che finiscono per ostacolare l'ingegno e distrug-
gere la curiosità — e i fautori della topica, seguaci di Aristo-
tele, che, paghi di un sapere empirico, si affidano ciecamente
all'autorità, il Vico propugna l'unione della critica colla topica,
cioè della dimostrazione coll'invenzione, dell'analisi colla sin-
tesi, del vero col verosimile, della ragione col senso comune.
Solò per tal via l'uniformità si consegue nell'operare e si
formano non gli scienziati, ma gli uomini prudenti, gli oratori,
gli uomini di Stato, che è lo scopo proprio delle scienze morali.
66. -^. La dottrina del metodo si completa nel Vico con
.quella relativa al criterio di verità ch'egli contrappose al cri-
terio cartesiano della percezione chiara e distinta ottenuta
per mezzo dell'osservazione interiore (1). Il Vico affrontando
una delle più ardue questioni di metafisica non perdette mai
(1) La questiouò del criterio di verità è trattata dal Vico nel De An-
tiqui88imaf Capo I.
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— 167 —
di mira le esigenze delle scienze morali, e il suo pensiero
riassunse nella formola della conversione del vero col fatto,
cioè che conoscere una cosa significa farla. Mediante l'intel-
letto l'uomo conosce e conoscere significa comporre insieme
tutti gli elementi di una cosa e formarsene la perfetta idea.
L'intelligenza umana, a differenza della divina, ha un potere
di comprensione limitato, poiché degli elementi costitutivi
delle cose solo gli esterni, e parzialmente anche questi,
riesce a combinare: opperò se l'uomo può pensare a tutte le
cose, non può che intendere quelle che fa, ossia quelle di cui
arriva a comprendere la genesi o la guisa di formazione.
La scienza per Vico è essenzialmente genetica ìr\ quanto si
riduce alla conoscenza del modo o delle cause con cui una
cosa è prodotta {vere scire per causas scire). I limiti della
conoscenza sono quelli del potere. Di qui l'incertezza e im-
perfezione delle scienze morali, le quali avendo pei* oggetto
le azioni umane che non possono riprodursi e sono continua-
mente mutevoli, non possono proporsi a loro unico scopo il vero,
mentre le scienze sperimentali hanno un grado di verità assai
maggiore in quanto studiano la natura riproducendola, e le
scienze matematiche racchiudono il grado massimo di verità
in quanto sono prodotti mentali, vere e proprie creazioni dello
spirito. Il Vico parlando di produzione della cosa come sino-
nimo di conoscenza della cosa non intende, come mostra di
credere il Cantoni (1), una produzione ideale, ma una produ-
zione reale, che trova cioè un qualche riscontro nella realtà
quale appare ai nostri sensi. La chiara e distinta idea della
cosa non può assumersi a criterio del vero, come sostiene
Cartesio, poiché il pensare distintamente a una cosa non si-
gnifica ancora conoscere il contenuto della medeisima, e iioh
ci autorizza ad affermare la realtà della cosa_ pensata,. La
certezza di pensare non é scienza ma coscienza : scienza si ha
(1) Cfr. Cantoni, Op. cit., Parte I, o. iri. — La miglior interpretazione
del pensiero metafìsico del Vico ò quella data dal Flint, Op. oit., o. vi| § 2.
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- 168 -
delle cose la cui verità è dimostrata o dimostrabile, cioè delle
cose che riusciamo a fare, mentre la coscienza è proprio di
quelle cose di cui non possiamo dimostrare il modo di loro e^-
stenza. Neppure lo scettico dubita di pensare e di esistere, ma
dichiara solo di ignorare le cagioni del pensiero, ossia come
esso ha esistenza: il pensiero è indizio, non causa della realtà.
Una critica più acuta e stringente del principio metafìsico
cartesiano non si potrebbe immaginare e ninno prima di lui
può vantare di averla fatta. La coscienza può attestarci la
esistenza delle cose ma per intuizione non per dimostrazione ;
apprendere le cose non ancora significa conoscerne la natura.
Per tal modo il Vico elevava una distinzione netta tra verità di
scienza e di coscienza, tra verità di ragione e di sentimento ò
per usar la sua espressione abituale tra ciò che è vero e ciò
che è certo (1). Dell'esistenza di Dio, dell'anima, dei principi
delle scienze morali possiamo avere una cognizione certa
ma non vera. Di quanto il Vico restringe il campo del vero
di altrettanto allarga la cerchia del certo, pel quale riconosce
che unico criterio applicabile è il senso comune. Il Vico però
a differenza dei positivisti moderni non eleva una barriera
insuperabile tra la sfera del certo, delle credenze e- la sfera
della verità, della scienza : egli ammette che le verità di sen-
timento, di intuizione, sieno capaci collo svolgersi della ri-
flessione di trasformarsi in veri scientifici : anzi egli pose
come legge generale dello, spirito individuale e collettivo e
delle sue singole manifestazioni il graduale e progressivo pas-
saggio dalla coscienza alla scienza, dalla autorità alla ragione,
dal certo al vero. Quanti nell'età moderna si fecero sostenitori
della relatività del sapere, accolsero, senza ricordarlo, il pru-
dente criterio del Vico: ma di essi più accorto, il Vico mostrò
(1) Il vico usa le espressioni ve^'o e certo in un significato speciale: per
lui è vero ciò che si converte col fatto ; certo è .tutto ciò che si fonda
sul senso comune, ossia le verità intuite ma non dimostrate. Noi invece
siamo soliti considerare termini equivalenti il vero e il certo.
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- 169 —
di intendere e di apprezzare anche le idee e sentimenti che
hanno il loro fondamento nell'autorità del senso comune. Egli
era profondamente convinto che le scienze morali non possono
astrarre dal verosimile per correr dietro a una vana e for-
male apparenza di vero che trova nella realtà continue smen-
tite (1).
Il De Antiquissima chiude il periodo filosofico-critico del
pensiero di Vico: le dottrine in esso esposte sono in regolare
armonia colle - sue opere posteriori, di cui formano il presup-
posto metafisico. Il Libet^ meiaphisicus ribadisce il concetto
che la vera sapienza è operativa e la filosofia non deve solo
proporsi la solitaria e sterile verità ma ancora l'utilità e la
dignità della vita. Il Vico non si restrinse a una critica ne-
gativa, mentre critica integra: e come sul terreno metafisico
e metodico aveva integrato Bacone e Cartesio, cosi si prepa-
rava a integrare Grozio nel campo etico e giuridico.
67. — Le predilezioni del Vico per gli studi giuridici rimon-
tano al primo periodo della sua vita, allorché imbevuto ancora
di metafisica scolastica, dietro consiglio del padre si applicò
àgli studi legali per un periodo di cinque anni (1680-1685). La ca-
suistica giuridica, rappresentata allora in Napoli da D. Fran-
cesco Verde indispose il Vico, come quella che si perdeva nel
casi particolari senza elevarsi a principi razionali : ottimo
esercizio di memoria, egli osserva, ma tortura dell'intelletto (2).
(1) La dottrina metafisica del Vico ancora aspetta di esser giudicala al
sno giusto valore. Esagerarono nelle lodi per uiì sentimento di legittimo
orgoglio nazionale, il Mamiaui, il Gioberti, il Siciliani: la snatu*
rarono adattandola ai propri sistemi filosofici gli hegeliani (Spaventa,
Vera, Fiorentino) e gli spiritualisti (Rosmini): mostrò di non com-
prenderla affatto il Cantoni, che chiama W^Liher metaphiaious « una strana
anomalia nella storia del pensiero di Vico ». — Non ci convince intera-
mente l'affermazione del Labanca(6^. B, Vico e i suoi orifici oaitolioif
Napoli, 1898) che il Vico fece della metafisica dogmatica e cristiana, fon-
dandosi sul fatto che i critici cattolici del secolo XVIII la considerarono
tale e non sollevarono dubbi al riguardo.
(2) Cfr. Autobiografia per tutte le notizie biografiche in questo paragrafo
indicate.
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— 170 --
li interpreti antichi e gli interpreti
parve riscontrare i filosofi dell'equità
storici del diritto civile romano: fin
i di far convergere i due indirizzi a
itto filosofico. A formarsi una coltura
ale scopo, il Vico attese per un periodo
li a elaborare è a fissare quei principi
lostituire il sustrato metafisico di tutte
(1). Non trascurò il Vico neppure in
giuridici : ne abbiamo la prova nella
so sul metodo (1708) delle vicende sto-
per metterne in evidenza il carattere
)mento per un nuovo indirizzo degli
rva il Vico che in Grecia la giurispru-
ntemente divisa tra filosofi, prammatici,
►onevano i principi razionali attinenti
gli altri fornivano le leggi agli oratori
eloquenza l'equo. In Roma la giurispru-
origini divisa tra giureconsulti-filosofi
no dal lungo esercizio delle pubbliche
elaborazione della civil prudenza sacra
ano dalla parola allo spirito della legge
[uo, gli uni custodi del giusto, gli altri
iretà moderna le diverse parti della
assunte in una sola dottrinagli giure-
aratore, ha cessato di essere filosofo;
interesse privato, a cui giova partico-
ifica il pubblico interesse, meglio tute-
1 Vico traeva motivo per insistere sulla
'equità naturale colla filosofia giuridica
per lui era la dottrina del pubblico
rende i uove anni passati neUa solitndiue di
ani poi trascorsi in NapoU fino alla pubblica-
1710).
9 eco. (1708), i 12-13 (ediz. cit.).
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^^OÈL.
IP^^^^ -
- 171 -
reggimento che i Greci apprendevano dai filoj
dalla pratica stessa delle cose pubbliche, mentr
Vico era trascurata tanto dai pratici preoccup
trionfare l'equo e Futile privato, quanto dagli er
far risorgere in tutta la sua purezza il diritto ;
rendersi conto delle nuove esigenze dei tempi.
Il divisamente di richiamare gli studi giurid
sua divisi tra la pratica e l'erudizione ad una b
si venne meglio determinando nel Vico colla coi
del Gravina e sopratutto colla lettura del Grozio
ai tempi di Vico il Grozio era pressoché ignora
Gravina mostra di non averne approfittato. Tale
verso Grozio era naturale in Italia, estranea al
mazione dello Stato moderno e strettamente lej
dizione giuridica e all'autorità del diritto roman
cercato reagire il Grozio (2). Ma ben intese i
scuola del diritto naturale di cui era stato fonda
aveva efficacemente cooperato a restaurare qi
del pubblico reggimento, di cui difettavano i no
sulti. Si comprendono pertanto le sue simpatie
lui posto nel novero degli autori prediletti acca
a Tacito, a Bacone. Il Grozio era assorto al e
(1) Il Vico neìV Autobiografia ci fa sapere che la Vita é
pubblicata nel 1716 gli conciliò € la stima e l'amicizia d
letterato d'Italia signor G. V. Gravina col quale coltivò s
denza infiuo ch'egli morì *. Il Gravina morì nel 1718. Le
provano che egli conosceva di fama anche prima di qu£
vina, e certamente ne aveva letto le opere, — Il Vico p(
l'opera del Grozio « nell' apparecchiarsi a Scrivere la F
cioè verso il 1714.
(2) L'opera del Grozio era stata messa sìlV Index Ex^
Chièsa cattolica. La sincerità delle credenze religiose no
Vico di studiare e apprezzare scrittori condannati dalla
ma per prudenza si astenne molte volte dal citarne i n
citandoli li citò vagamente e quasi di sfuggita. In leti
abbondano le citazioni di scrittori stranieri e mostra di co:
nei concetti fondamentali .
L
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— 173 —
arsale sottratto a delimitazioni di tempo e di luogo,
na e immutabile di giusto che il Vico con Platone
innata e propria della natura razionale dell'uomo,
aveva cercato far scaturire dallo studio della
le lingue dei popoli diversi ed estendere alla gran
mere umano. La lettura di Grozio forni al Vico
i prender conoscenza dei divèrsi indirizzi che
del diritto naturale si erano andati svolgendo in
Germania, Francia, nel secolo XVII. Di Hobbes,
yle, ricorda il nome e le opere e riassume in poche
issime l'indirizzo generale del loro pensiero in or-
lenze giuridiche e sociali (1). Altrove mostra co-
stemi di Selden e Pufendorf, di cui associa costan-
dottrina relativa alle origini della società umana
ii Grozio. Ma a quest'ultimo il Vico direttamente
e conciliandolo colle nostre tradizioni giuridiche.
zò assorgere dal concetto dell'equità naturale, eia-
pratici, col sussidio del diritto romano, restaurato
i, a quell'idea eterna del giusto che il Grozio aveva
mte derivato dalla ragione umana,
ordine ai fondamenti filosofici delle scienze morali,
del Vico è per molti aspetti definitiva. Nessun
pensiero antico e moderno sorto in seno alle scienze
mostra di ignorare : di tutti rilevò acutamente le
difetti. I Greci avevano trattato della giustizia e
in termini troppo generali e astratti, i Romani in
'. Vno^ (Proloquium^f ove ricorda il Principe del Maccbiavellì,
ìli' Hobbes, il Tractatua theologico-politicua dello Spiuoza, il
1 Bayle. — "SeW Autobiografia accenna ad uua corrispondenza
is, di cui mostra apprezzarne il valore. . — Questa conoscenza
iutte le correnti fìlosoficbe e giuridicbe dell'epoca sna fa ri-
urie nella sna opera recentissima, La filosofia del diritto nello
), Parte I, lib. IIF, e. iv, § 129 nota, Torino, Unione tip,
ontro coloro, sopratutto stranieri^ cbe facendo la storia del
Je non ricordano affatto il Vico.
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— 173 —
concreto : gli antichi interpreti non conobbero che le esigenze
della pratica, i nuovi astrassero da ogni indagine di carattere
filosofico per concentrarsi nello studio filologico dei testi di
legge. Hobbes, Spinoza, Bayle fecero dell'utile o del piacere il
criterio del diritto, fecero del timore o del contratto il fon-
damento della società, dell'arbitrio la fonte della legge. Grozio
stesso tratta del diritto naturale delle genti e trascura il
diritto civile (1), opperò se quello rispondeva a esigenze razio-
nali, questo lo contraddiceva nel fatto. I^'uomo di Hobbes che
agisce sotto lo stimolo dell'utile e del bisogno è condannato
dalla ragione, ma trova conferma nell'esperienza della storia.
La scienza del diritto naturale sembrava dibattersi tra i due
termini opposti della ragione e del senso, dellar filosofia e della
storia senza speranza d'uscita : a risolvere la contraddizione
si accinse il Vico. Il concetto di un'armonia provvidenziale
balenata alla mente del Leibniz per comporre il dualismo me-
tafisico tra anima e corpo, ricorre per una strana coincidenza
nel Vico per comporre la corrispondente contraddizione nel
campo delle scienze morali (2). Filosofia e storia, idea e sen-
sazione, scienza e coscienza, ragione e autorità, lungi dal-
l'escludersi si richiamano, si integrano, si spiegano a vicenda
nell'uomo, nelle sue varie fasi di sviluppo, nelle sue manife-
stazioni individuali e collettive. La dottrina pertanto del
diritto naturale o universale che il Vico identificava colla
dottrina civile in opposizione alla dottrina morale (3), si fonda
sulla duplice base del vero e del certo, ed è svolta nel De Uno
da un punto di vista puramente astratto (4).
L'idea del giusto innata nell'uomo non è che un aspetto
(1) Del juB civile il Vico accoglie la definizione di Ulpiano: « quod
neqae in totum a j are naturali recedit, nec per omnia ei servit, sed
partim addit partim detrahit ».
(2) Cfr. Ferrari, Op. cit., Parte II, e. ni.
(3) Cfr. De Uno eoe* (Proloquium)f ediz. citata, volume II.
(4) Il Vico pubblicò il De uno universi juna principio et fine uno nel
1720. Egli chiama universale ciò che altri chiamava diritto naturale.
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pijBM!,^ wiL^-»-»^,-':' .--^ ■
— 175 —
scambio dei beni, che segui alla prima divisione dei campii
passò da forme violenti e arbitrarie a forme sempre più ra-
zionali e si generò il dominio. La volontà dapprima dispotica
e sfrenata, nell'usare dei beni e delle persone, facendosi sempre
più moderata e ragionevole generò la libertà; l'attività gui-
data dal senso, fu conservazione e tutela della vita fisica,
guidata dalla ragione divenne tutela e conservazione della
personalità intellettuale e morale (1). La proprietà, in quanto
è ristretta alle cose finite e corporee, la tutela in quanto è
difesa del corpo, la libertà in quanto è libera estrinsecazione
degli affetti dell'animo costituiscono il diritto naturale pri-
mario che Ulpiano defini: quod natura omnia animalia
docuìL avente carattere negativo in quanto indica ciò che la
ragione non riprova ma permette, if dominio, la libertà, la
tutela, sciolti dal senso e regolati dalla ragione costituiscono
il diritto naturale secondario o necessario, che Giustiniano
defini quod naiuralis ratio inter omnes homines constitiiit
et apud omnes gentes peraeque custoditur, in quanto vieta e
comanda conformemente all'eterno vero. Le due parti del nii-
ritto civile ne costituiscono rispettivamente la materia e la
forma, il corpo e l'anima, l'elemento mutevole ed eterno, la
ragione civile e naturale, ossia la mens legis e la. ratio legis,
di cui l'una è ir certo delle leggi che spectat ad uiilitatem
qua variante variatur^ l'altra è il vero delle leggi, cioè la
conformazione della legge al fatto, che spectat ad honestaiem
qtme aeterna est (2).
Dalla libertà, proprietà, tutela, si genera Vauctoritas, la quale
lungi dall'essere creazione arbitraria del legislatore, come
vorrebbe Hobbes, ha il suo fondamento nella natura stessa
dell'uomo, in quanto questi conoscendo ciò che è proprio della
sua natura, lo vuole e lo attua colla mente e col corpo. Questa
(1) Sui concetti di libertà, proprietà, difesa e loro genesi psicologica cfr.
De Uno, e. 71 e seg.
(2) Sui rapporti tra diritto primario e secondario cfr. De Uno, e. 75 e feg.
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aìicioritas naturale o razionale attuata nei fatti costituisce
VauctorUas jtiris, la quale fu dapprima monastica, spontanea
espressione della personalità individuale, propria degli uomini
che vivono solitari all' infuori di qualsiasi organizzazione so-
ciale: poi costituita la famiglia diventa domestica ed è l'es-
pressione del dispotismo ancora rozzo e violento dei patres :
infine col formarsi degli Stati diventa civile, ed è l'espressione
dell'intelligenza, volontà, attività collettiva, ossia della per-
sonalità civile (1).
Dal diritto civile proprio di ciascun popolo si distingue il
diritto civile comune, ossia il diritto naturale dei giurecon-
sulti fondato sui comuni costumi dei popoli (2) : abbiamo da
ultimo il diritto naturale dei filosofi, dedotto da' principi pu-
ramente razionali e riferito alla gran città del genere umano (3).
Col diritto privato si svolge parallelamente il diritto pubblico.
Primo a sorgere è il governo degli ottimati, reso necessario
dalla tulela dell'ordine, proprio degli uomini forti, poco amanti
delle conquiste ma molto della loro libertà e dignità: esso si
regge colle costumanze e mantenendo inalterato e arcano il
diritto. Dalle repubbliche di ottimati, numerose ma piccole, i
popoli molli e rozzi passano alle monarchie, i popoli di ingegno
acuto ma molli cadono presto sotto i tiranni, mentre i popoli
di ingegno acuto e forti si organizzano in repubbliche libere
e popolari, sulla base dell'eguaglianza del suffragio, della li-
bertà di opinione, dell'egual diritto agli onori. Mediante patti
statuti si possono costituire governi misti e temperati a
base monarchica, aristocratica o democratica (4).
(1) ^{jXV auotoritas e sue forme cfr. De Uno, e. 88 e seg.
(2) Il Vico lo chiama jus civile omnium dvitatum eommune — {De Uno,
e. 118), o ju8 naturale gentium {Ih., e. 136), e ad esso riferisce la de-
finizione del ju8 civile data da Gaio: « omnes popnli qui legibns fet mo-
ribns reguntnr, partim ano proprio, partim communi omniam hominum
jnre utuntur t.
(3) Cfr. sui rapporti tra jus naturale gentium et philoeophorum, De Uno,
0. 136.
(4) Sulle tre forme fondamentali di governo di ottimati, regio, libero,
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— 177 —
11 De Uno ha tutti i caratteri di un vero e prò
di filosofia giuridica, che il Vico con novità ec
espressione chiama constantia jw^is. Per esso il
una posizione netta e precisa di fronte ai tre in(
mentali che vedemmo essersi distintamente delii
alla scuola del diritto naturale e che dovevano
secolo XVII accentuarsi e arrivare alle consegue
Ai seguaci di Hobbes, moderni epicurei, il Vico
l'esclusiva importanza data agli elementi sensibi
e perciò mutevoli del diritto. Ai cartesiani, mode
Vico contesta la possibilità di formare una teoi
del diritto colla guida esclusiva della ragione,
conto degli appetiti, degli affetti, degli interes
tanta parte della vita dell'uomo e della società
due indirizzi estremi il Vico si attiene all'indiriz
che tra tutti aveva mostrato di intendere la comi
natura umana e di assorgere al concetto di un dir
universale, depvandolo dalla ragione associata
e alla storia. Ma del Grozio non fu il Vico pediss(
come il Pufendorf Egli lo integra sotto, un dupl:
vista, filosofico e storico. Vedremo come nell'uso
pretazione della tradizione e della storia il Grozi
il paragone con Vico : ci basti per ora affermare
Uno il Vico supera in rigore e profondità di concet
giuridica contenuta nel De jure belli et pacis.
In questo trattato il Grozio si rivela più giur
erudito che filosofo: i suoi principi filosofici sono
ben determinati: gli fa difetto il rigore logico, Y
matico, la precisione nel definire e nel distingue]
cipì opposti talvolta non sa decidersi per nessun
sempre riesce a farli concorrere alla dimostrazi
assunto. Il Vico rilevò questi difetti del Grozio
rispondenti rispettivamente ai tre concetti fondamentali de
tutelaf dominiOt libertày cfr. De UnOj e. 138 e seg.
12
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— 179 —
rizzo mediano più rispondente alle esigenze delle scienze
etico-giuridiche, ancora imperfetta e quasi incosciente nel
Grozio è attuata dal Vico con rigore di principi e con piena
coscienza. E mentre il suo sistema filosofico sembra coordinarsi
ai sistemi sorti in seno alla scuola del diritto naturale, nel
fatto egli non fa che continuare l'opera degli interpreti nostri
che avevano portato l'elaborazione dell'equità naturale ad un
alto grado di perfezione: egli ne compie e corona l'edifìzio colla
dottrina dell'equità civile.
69. — Fu accusato il Vico di aver confuso l'etica col diritto,
di non aver avuto chiara la coscienza dei loro rapporti e dei
loro caratteri differenziativi (1). L'accusa, se fondata, farebbe
torto al suo acume e sarebbe in contraddizione col senso finis-
simo per cui egli sapeva sceverare il fatto giuridico dagli altri
fattori concorrenti. A noi pare che anche sotto questo aspetto
il Vico affermi la sua superiorità di fronte ai giusnaturalisti,
ponendo la questione dei rapporti tra morale e diritto sopra
nuove basi atte a facilitarne la soluzione. Prima del Thomasius
noi assistiamo per parte dei sistemi usciti dalla scuola del di-
ritto naturale a un progressivo assorbimento del fatto morale
nella sfera giuridica ; il concetto del diritto si allarga fino a
comprendere la vita morale e vien meno ogni criterio di distin-
zione tra le discipline etiche e le giuridiche. Il Vico ebbe certo
coscienza di tale confusione quando afiermò che per opera dei
seguaci di Hobbes e di Cartesio erano rinnovellati gli antichi
sistemi degli Epicurei e degli Stoici, di cui gli uni confon-
devano la giustizia colla felicità e coll'utilità, gli altri colla
onestà e colla virtù morale (2). Non sfuggi al Vico Timpo-
(1) Cfr. Cantoni, Op. oit., p. 93. — Dei moderni critici del Vico il
Cantoni fu quello che mono ri usci ad afferrare la dottrina metafisica e
giuridica del Vico. Di ciò lo rimproverano il Siciliani, Op. cit., p. 141
e il La banca, Op. cit. p. 108 e seg.
(2) Cfr. Carle, La filosofia del diritto nello Stato moderno, (Torino, Unione,
1902), Parte I, lib. Ili, e. v, ove tratta da un punto di vista del tutto
nuovo della elaborazione dell'idea di giustizia nell'età moderna.
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— 180 —
teiiza degli Epicurei e degli Stoici antichi e moderni ad as-
sorgere al concetto del giusto, nel quale gli elementi del-
l'utile e dell'onesto, dell'interesse e della moralità, insieme
convengono. Da un punto di vista puramente pratico in antico
i Romani, nell'età moderna gli interpreti della scuola di Bar-
tolo e Baldo, avevano elaborato il concetto deWequo-bono, in-
teso a commisurare l'utile tra gli uomini viventi in società
secondo le norme dell'onesto. Il diritto naturale, che l'Hobbes
derivò dall'utile e i seguaci di Cartesio tendevano a far deri-
vare dall'onesto, è dal Vico fatto scaturire dal concetto inter-
medio deWequo òono. Per lui infatti il diritto naturale est utile
aeie>^no commensu acquale (1), cioè è Vaequwn bomim dei
giureconsulti romani e dei nostri interpreti antichi.
Prima del Vico il Grozio e il Leibniz avevano cercato di
svolgere il diritto naturale sull'ampia base dell'utile e di ele-
menti razionali di natura etica: ma il Grozio non arrivò a
fondere i diversi elementi in un concetto unitario che servisse
di fondamento sicuro al suo sistema, il Leibniz stabili un rap-
porto puramente metafisico tra l'utile, il giusto, l'onesto,
astraendo dai bisogni della pratica. Mancò ad entrambi la
base salda della tradizione romana su cui il Vico elevò la
sua dottrina filosofica. Il Grozio e il Leibniz trascurarono il
concetto dell'equo e assorsero al concetto del giusto colla
guida esclusiva della ragione : il Vico pervenne al giusto per
naturale svolgimento dell'equo. Per il Vico il giusto è un
genere, un'astrazione, un'idea: come tale si distingue dall'equo
che è l'idea del giusto tradotta nel fatto, in quanto cioè tien
conto delle ultime circostanze dei fatti (2).
Ninno prima del Vico aveva tentato una genesi psicologica del
diritto nei suoi rapporti colla morale e cogli altri elementi della
(1) Cfr. De Uno ecc», ediz. citata, § 44.
(2) Nel Ve Ant, (ediz. cit., e. ii, § 15) il Vico dopo aver detto che v&i'<y
ed isquo per i latini hanno lo stesso valore, aggiunge: « aequum ultimis reì^um
circumstaniiis spectatuTy queniadmodum justum genere ipso ».
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^jC-sc-^r-^f,
- 181 •-
vita civile. Religione, morale, diritto, hanno per
la vis veri, per cui l'uomo avverte lo stato di (
cui si trova e cerca di uscirne. Primo a desta
di timore verso il nume donde si genera la pietc
e ravvalora il pudore o senso morale, forza irri
riosa che si svolge nella intimità della cose
vergogna del proprio stato corrotto, freno a!
agli affetti dell'animo (1). Ultima sorge la libert
come forza esterna sulle cose e sulle persone
necessario complemento della personalità. Il e
pudore e la libertà ossia tra morale e diritto si
diViduo, si svolge nella società. Sotto l'influei
alleato colla pietà si genera il costume, freno <
sogni e degli appetiti. Il regolamento delle libe
e quindi degli interessi genera il diritto, che
la proporzione da osservarsi dagli uomini vive
nell'operare a proprio vantaggio. Per tal guis;
forza del vero che colla cupidigia combatte,
forza del vero che regola le libertà e gli intere
tra virtù e diritto fu inteso dal Vico come raj
G ce)'to, tra vero di ragione e vero di sentime
un vero che si cinge del profumo della bellezza
siede la evidenza delle verità matematiche :
nell'animo, l'altro. nella mente spoglia di affet
Distinzione non significa per Vico necessari
sizione : virtù e diritto svolgendosi -sono desti]
reciproco aiuto. Il pudore è il sostegno più f
naturale e ne è guida sicura di interpretazione
metafisica vagheggiata dal Vico tra il vero e
nelle scienze etico-giuridiche armonia tra diri
(1) Sul pudore cfr. De UnOy § 51, 7, e sopratutto B
logiae, e. li:. — Cfr. sul rapporto tra morale e diritto in
Op. cit., e. XIII.
(2) Cfr. De Uno, § 51, 7. * Pudore universum jus nat
eoque solo totum consisti t > .
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— 182 -
►e Uno il rapporto tra diritto e morale è trattato da un punto
L vista essenzialmente metafisico: nelle opere posteriori do-
iva essere svolto sulla base dell'osservazione psicologica e
)lla storia.
70. — Nel Da Uno il Vico appare il filosofo del diritto in-
so a porre i fondamenti metafisici di una dottrina civile. Il
ritto vi si rivela nei suoi cai'atteri universali e costanti
lale espressione dell'eterno vero, rispondente alla natura
izionale deiruomo. Potrebbe alcuno credere che il Vico avesse
,tto opera aprioristica analoga ai sistemi usciti dalla scuola
3l diritto naturale. In realtà il Vico aveva seguito diverso
immino: la sua filosofia giuridica non 9ra opera arbitraria
ìlla ragione, ma il risultato di una potente astrazione fatta
>pra materiali ofierti dalla storia del diritto. Al Vico sa-
)bbe parsa opera vana una dottrina filosofica del diritto,
le non avesse trovato' nel fatto conferma. Il criterio della
mversione del vero col fatto doveva farlo convinto che il
ritto filosofico se veramente risponde alla natura umana
^trattamente considerata, non può trovarsi in contraddizione
)\ fatti e se contraddizione esiste essa è transitoria. La lo-
ca delle idee deve per essere vera identificarsi e confondersi
fila logica e l'ordine delle cose. Ma tale identificazione è
Dta e graduale: dapprima il diritto esiste come fatto, si attua
tto l'azione della necessità e dell'utilità; solo in uno stadio
ogredito di riflessione l'uomo avverte sotto le mutevoli forme
oriche il progressivo attuarsi dell'idea eterna del giusto.
Dimostrare col sussidio della filologia, cioè della storia lar-
.mente intesa la progressiva attuazione nell'ordine dei fatti
il diritto naturale, divenne la meta a cui si indirizzarono
ricerche e gli studi del Vico. Tale dimostrazione egli doveva
pprima chiedere al diritto romano ricostruito ne' suoi testi
nuini dai giureconsulti colti e nella sua storia dal Gravina,
diritto romano appariva a lui come ai giureconsulti nostri.
Gravina, al Doria un prodotto di formaziorie naturale e
3ntanea mirabilmente atto a servir di guida e di modello per
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— 183 —
la determinazione delle leggi costanti e universali che segue
il diritto nella sua evoluzione storica. Dominato da questo con-
cetto che rispondeva alle nostre più costanti tradizioni il Vico
si diede nel De Consianiia (1) a ricostruire con larghezza e
originalità di vedute il diritto romano per trarne argomenti
alla dimostrazione de' suoi principi filosofici. La scuola del di-
ritto naturale fin dal suo sorgere col Grozio aveva dichiarato
guerra aperta al diritto romano: Descartes erasi levato contro
gli studi storici e filologici. Il Vico posto nell'alternativa di
negare la storia o la filosofia, l'autorità o la ragione, il di-
ritto romano o il diritto naturale non ebbe un momento di
esitazione: si attenne alla tradizione romana mostrando come
da essa potessero derivarsi principi per una concezione filo-
sofica del diritto. Egli volle essere l'anello di congiunzione tra
i metafisici e gli storici del diritto. Come vi è una fisica e una
metafisica della natura, cosi vi è un diritto fisico e metafisico.
Il diritto fisico è il diritto romano quale esiste nella storia:
il diritto filosofico fondato sulla contemplazione astratta della
natura umana se non vuol essere arbitrario deve potersi con-
vertire nel fatto. A questa condizione il diritto fisico per forza
naturale di cose finisce per incontrarsi e coincidere col di-
ritto filosofico. Di qui ir rimprovero da lui mosso da un lato
a Platone per aver confuso il giusto ideale col giusto eterno,
l'uno inconvertibile, l'altro convertibile col fatto, dall'altro a
Qrozio e a Pufendorf per non aver tenuto conto della storia
e per aver foggiato un diritto filosofico che non è praticato
nel costume (2).
La storia di Roma si inizia colla guerra di tutti contro
tutti. Da questa guerra esce la feudalità solitaria delle fa-
miglie che comandano ai clienti e lottano contro i nomadi.
(t) Il De Constantia jurisprudentis diviso in due parti, De Constantia Phi-
losophiae (breve riassunto dei princìpi filosofici ampiamente esposti nel De
Uno) e De Constantia Philologiaej fu pubblicato nel 1721.
(2) Tali rimproveri si possono leggere nella Prima Scienza Nuova (1726),
libro I, e. 3 e 5.
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- 184 -
Ili séguito alle rivolte dei clienti i patrizi si chiudono nelle
città, si organizzano in ordini, combattono i ribelli e dai vinti
si formano le plebi. Ma queste col tempo cresciute di numero
si rivoltano di nuovo, e l'aristocrazia è costretta a cedere, a
estendere al popolo leggi, campi, matrimoni, cittadinanza. Cogli
imperatori abolite le classi e i privilegi, le leggi appaiono
altrettante generalità filosofiche. Scompare l'antico diritto
rozzo e violento e la forza dell'autorità si confonde con quella
della ragione. L'armonia tra il senso e la ragione, tra il vero
e il certo, tra filosofia e filologia sembrava raggiunta. Ma nel
trarre dalla storia di Roma il corso ideale del diritto, il Vico
dovette colmare lacune, completare tradizioni, adottare un'arte
nuova di critica e di interpretazione atta a penetrare il signi-
ficato di intere epoche storiche e fondata sulla osservazione
psicologica e sullo studio delle lingue.
La ricostruzione storica del diritto romano dischiuse al Vico
la via alla ricostruzione storica del diritto quale si manifesta
ne' suoi caratteri costanti nel mondo delle nazioni. Ma ben
comprese il Vico che tale ricostruzione non. poteva dirsi com-
pleta se il fenomeno giuridico non era studiato ne' suoi rap-
porti colla religione, colla morale, colla politica considerati
come altrettanti prodotti storici che si svolgono parallelamente
al diritto e ne attraversano le stessi fasi di formazione.
Nella Prùna Scienza Nuova (1) il diritto naturale non è
più studiato come prodotto storico di un popolo particolare,
ma come formazione collettiva, cioè come la scienza dell'uomo
solitario che vuol la salvezza della sua natura e la conquista
per gradi nel consorzio sociale sotto la pressione delle neces-
sità e delle utilità. Alla mancanza di documenti storici, di
tradizioni certe, di testimonianze sicure supplì il Vico colle
sue intuizioni audaci e divinatorie, coll'autorità del senso
comune che è la mente dell'uomo collettivo da cui traggono
(1) Fu pubblicata nel 1726, ed è sopràtutto notevole per la formazione
storioa e sociale del diritto.
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— 185 —
origine quelle massime di sapienza volgare in cui tutti i po-
poli convengono e sono universalmente praticate.
Dal primitivo stato di solitudine e di abbandono in cui manca
ogni freno al senso e il diritto è sinonimo di forza l'uomo
invaso da terrore religioso esce contraendo stabili unioni in
sedi fisse. La famiglia rappresenta la prima fase dello sviluppo
sociale: solidamente costituita sul principio religioso essa si
allarga fino a comprendere quanti per sfuggire ai pericoli e
alla miseria della vita nomade invocano la protezione dei
forti. Costumi, diritto, politica riflettono in questo antichis-
simo stadio di vita sociale lo stato mentale dell'uomo. A uomini
ignoranti e superstiziosi, privi del necessario alla vita, insof-
ferenti di freno, amanti dellasolitudine, devono convenire re-
ligioni spaventose e crudeli, costumi barbari ma moderati. È
questo il periodo divino o teologico del diritto naturale in cui
mancando le leggi, i diritti si custodiscono colle religioni. I
padri sono sapienti, sacerdoti, re nelle famiglie che costitui-
scono una libera e assoluta monarchia (1).
CoU'ampliarsi delle famiglie in gentes, coU'ammutinarsi dei
plebei e conseguente organizzarsi dei paires in ordini e nelle
città, sorgono i governi aristocratici e quindi i regni eroici.
Le plebi lottano per la libertà di ragione, per Tuguaglianza
dei diritti, per il possesso dei campi. I costumi sono sempre
severi ma meno feroci, il diritto eroico si mantiene rigido,
crudele, arcano, privilegiato (2).
• Ma gli eroi decadono convertendosi in tiranni ; nelle città i
plebei ottengono di esser parificati ai nobili nel godimento dei
diritti e si iniziano i governi civili nella forma di repubbliche
libere o di monarchie civili. I costumi si ingentiliscono e con
essi si fa umano e civile il diritto naturale. CoU'estendersi
della naturale equità delle leggi sorgono i filosofi a meditare
(1) Circa i caratteri del diritto, deUa morale, della politica iu questo,
primo periodo cfr. P. S. N,, lib. II, e. 18, 19-20, 39, 48.
(2) Del diritto, della morale, politica eroica U Vico tratta, 26., lib. II,
e. 17, 24 22, 30-31, 44, 51.
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— 186 —
il vero delle cose e con essi si iniziano la metafisica e le
diverse scienze e arti. Dai rapporti fra le città si svolge il
diritto naturale delle nazioni, e dall'unione delle nazioni il
diritto universale del genere umano (1).
Per tal modo le varie fasi di aggregazione sociale, le forme
di governo, i costumi, il diritto si succedono secondo una legge
costante riflettendo il corso delle idee espresse a loro volta
nelle lingue. I concetti di diritto civile, di, diritto naturale,
delle genti, non più considerati da un punto di vista pura-
mente astratto, non più ristretti a un popolo determinato ci
si presentano concetti vivi e reali, formazioni storiche stretta-
mente legate col graduale sviluppo dello spirito umano nelle sue
manifestazioni individuali e collettive. Nella Prima Scienza
Nuova l'idea predominante è pur sempre l'evoluzione storica
del diritto considerato, come dice il Carle, la quintessenza
dell'aggregato sociale. In Roma il diritto sembrava assorbire
tutti gli altri elementi della vita sociale in guisa da apparire
quasi l'elemento esclusivo; perciò il Vico volle porsi da un
punto di vista più elevato per meglio determinarne i caratteri,
le leggi universali e costanti del suo eterno divenire storico.
71. — Il problema relativo alla natura socievole dell'uomo,
all'origine della società e della sovranità, era stato argomento
di vivaci discussioni in seno alla scuola del diritto naturale.
Tale problema, osserva il Carle, era necessariamente implicito
nel concetto da cui aveva esordito il pensiero filosofico mo-
derno, secondo cui l'uomo come tale, cosi come esce dalle mani
di natura e non in quanto fa parte di un qualche gruppo so-
ciale, è capace di diritto. Dei due termini, individuo e società,
per tal modo dissociati solo al primo, nei vari sistemi usciti
dalla scuola del diritto naturale, fu attribuita esistenza reale (2).
(1) Dei tempi umani tratta il Vico, io., lib. II, e. 37, 46, 54.
(2) Vedi Carle, Fil, del Dir, nello Staio moderano f Parte I, lib. Ili, e. vr,
in cai è trattato l'argomento deirindivìduo e della società nella moderna
filosofia del diritto. Vedi sopratutto i §§ 146-148 in cui si discorre della
ipotesi di uno stato di natura, deUa genesi della società e sovranità.
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- 18
Airìndividualismo religioso, filo
repoca era naturale compierne
della società. Tutti gli indirizz:
scienze morali nel secolo XVII
pito, uno stato di natura aiiter
l'uomo godeva di una indipende
sconfinata, e da cui sarebbe us(
lontari accordi, nei quali riponev
come della sovranità. 11 Grozio,
turalmente socievole, ammise ne
un periodo, circa un secolo, di
Yenne meno il sensimi natii7^a
homines. Tale stato di nomadi,
dette necessario ammettere per
prietà privata, e del rispetto et
tale. Lo ritenne composto di se
allo stato civile per un certo e
di famiglia. Il Pufend^rf, sull'c
decaduti gentili come uomini «
senza aiuto divino ». L'Hobbes i
carattere di tendenza originaria
dal senso, dagli appetiti, dagli
natura come un vero stato ferin
stato di natura anteriore alla s
mebondi se non furibondi come \
della tradizione medioevale coni
dal Grozio, Giovanni Selden (1) \
tilità decaduta non si era mai
l'intervento diretto della diviniti
con criterio diverso la storia deg
Gli stessi problemi si affacciar-
(1) L'opera del Selden, dotto ebn
col titolo : De jure naturali et gentium
(2) Cfr. Labanca, Op. cit., e. vii
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' T^- «^ if -.j^w^y;
- 188 -
contrasto coi filosofi solitari o monastici, fautori
alismo egoista e razionalista, mentre riservò tutte
itie per i filosofi politici, le cui opere erano intese
ire Tuomo nella civile società. Nella sua ammira-
pistianesimo, nella sua avversione pel movimento
entrava come elemento la considerazione- deirin-
ociale ch'egli giudicava compromesso dallo spirito
ta che animava la Riforma. La sua ammirazione
ch'egli si compiace di chiamare sociniano (1), non
gine. Nell'avvertire i pericoli dell' individualismo
ielle scienze morali, nell'additarne le cause, nel-
L rimedi, il Vico fu solo ed inascoltato. Nel De Uno
natura socievole dell'uomo e delle origini e cause
3nza sociale da un punto di vista puramente astratto
ntegrare il Grozio e a contrapporsi ai cartesiani
di Hobbes. Nella Seconda Scienza Nvxyoa egli si
ire del problema la dimostrazione storica e psico-
lendo a conclusioni che fanno di lui il precursore
ìza sociale (2). Il fatto che risalendo alle origini
dà la qualifica di sociuiano a Grozio in due passi deUa PrivMi
, ed. cit., IV, lìb. I, e. 5; lib. II, e. 3, e in entrambi i
to degli uomini immaginati da Grozio originariamente bivoni
deboli, soli e bisognosi di tutto; il Vico chiama tale ipotesi
Il Labanca, Op. cit., p. 211, corregge l'affermazione del
>8i sul fatto che il Grozio era ariuiniano e che scrìsse una
contro Sociuo. A questo lavoro del Grozio contro Socino non
iffini neir opera citata sulla Libeì'tà religiosa: in quella vece
argomenti decitivi la stretta affinità tra la dottrina di Socino
arminiaui. — « Il Grozio, dice il Rnffini, proclamava alta-
bnona intesa con i Sooiuiani, coi quali e specialmente col
[ìtimo rapporto epistolare. » — L'affermazione del Vico non
destituita di fondamento. — Cfr. Ruffini, Op. cit*,*p. 108.
fu più studiato da letterati, filosofi e storici che non da
nze morali e sociali. In generale i crìtici del Vico non ri-
to sociologico della Seconda Scienza Nuova, Vi accennano
dliani: lo dimostrò ampiamente il Carle nelle sue « Lezioni
\ale » (inedite) da cui sono tratti molti concetti in questo
tenuti.
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.^i^^tuiAkiifl
— 189 —
più remote della storia non si ha memoria di uoi
airinfuori del consorzio civile, costituisce per il
mento decisivo in favore dell'esistenza originaria
che è quanto dire della natura socievole delì'uon
cose fuori del loro stato naturale non possono a
durare. Il presupposto della Secoìida Scienza Ni
l'umanità abbia un corso uniforme ed immutabile
nata da leggi costanti, che tutti gli uomini nor
membri di un gran corpo che non muore mai,
istante per il continuo mutare degli individui si
molteplice ed uno ad un tempo. Religioni, leggi, <
verni, arti, scienz^Oj sono le manifestazioni di qu
che si svolge eterno ijel tempo e nello spazio. Coi
reale esistenza di un organismo sociale, convinto
gole scienze lo fanno conoscere nei diversi aspetti
la possibilità di una scienza che valesse a farcel
nel suo insieme, nella sua grande unità organici
origini e nel suo sviluppo (1). Nova scientia te
scrivere il Vico nel por mano all'opera sua dest
tracciare nella storia il corso costante e immuta
manità. Egli si compiace contrapporre il mondo civ
della natura esterna per affermare che se di qiiesta
penetrati i misteri, quello rimaneva sempre un e
cifrato: ciò potè avvenire perchè la mente umai
dai sensi e attratta dalle cose esterne, deve du:
intendere sé medesima, cosi come l'occhio vede t
getti che stanno fuori di sé, ma non vede sé st
per mezzo dello specchio. Il disegno cosi della na
come del mondo civile appare architettato da un
suprema : ma come i fatti naturali si succedono S(
leggi che la scienza rileva, cosi il mondo civile i
uomini, che lo attuano secondo la propria natura
(1) Cfr. E. Amari, Critioa di una Scienza delle legislaz
Genova, 1887, e. ix, § 97 e seg.
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— 190 —
►pri. Per tal modo il Vico conciliava la fede nella Prov-
enza colla necessità di spiegare umanamente e per vie
;urali il mondo delle gentili nazioni (1).
l metodo da seguirsi per la costruzione della nuova scienza
èva, secondo il Vico, essere duplice, psicologico e storico,
rincipi del mondo sociale devono anzitutto rintracciarsi
le modificazioni della mente umana. In essa devono ritro-
*si i germi delle istituzioni sociali e i loro diversi gradi
svolgimento progressivo. Fin dalle sue prime opere il Vico
)va mostrato di intendere la natura umana nelle sue ten-
ize e nei suoi caratteri costitutivi (2): ma solo nella Se-
da Scienza Nuova, riassume tutto il lavoro anteriore di os-
vazione psicologica in principi assiomatici che racchiudono
fonde verità da tenersi presenti da chiunque si fa a studiare
Qondo umano (3). Nelle Orazioni e nel De Uìxo le osserva-
li relative all'uomo e alla sua natura sono frutio di
lizione geniale: nella Seconda Scienza Nuova esse ricom-
3no in forma di assiomi fondati sul senso comune e rispon-
ti alla esperienza storica. Se talvolta fece difetto al Vico
prova dei fatti e le testimonianze tratte dalla storia sono
itrarie e forzate, spesse volte accadde che la critica storica
teriore confermò le sue geniali divinazioni. L'uomo, egli
Brvà, spiega le cose ignorate o oscure o dubbie secondo la
. natura, valendosi delle cognizioni che già possiede, mo-
ido dalle cose presenti per giudicare le lontane* traspor-
do sé stesso nelle cose inanimate (4).. — Se l'uomo non può
.) Cfr. S. S, N,f Libro I, 7V Prìncipi, — Osserva il Vico che se da
lato la S, N. ò <i una teologia civile ragionata della Provvidenza di-
k » dall^altro è « una storia delle umane idee », Labro I, Del Metodo.
\) Nel De Uno il Vico aveva definito Puomo: « un conoscere, Volere,
kre fi^nito che tende all'infinito >: altrove lo definisce: « mente illii-
sbta, cuor retto e lingua fedele interprete di entrambi » mettendo in
vo Parmonia che deve esistere fra le diverse facoltà.
) Tali principi assiomatici il Vico chiama e dignità > e sono iu
) 114.
) Cfr. Dignità, 1, 2, 32, 34, 54,
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'3^"**5^i*1jPF*K*»^^^7'' ^", "' ■
— 191 —
sapere il vero deHe cose si attiene nell'operare al certo, a ciò
che a lui sembra vero, al senso comune (1). — L'uomo in qua-
lunque stadio e condizione di vita sociale ama principalmente
l'utile proprio; a misura che la cerchia dei suoi interessisi,
allarga alla famiglia, alla città, alla nazione, al genere umano,
si estende d'altrettanto il suo egoismo (2). — Dalle necessità e
utilità della vita regolate dal senso comune, trae sopratutto
l'uomo impulso ad operare: esse costituiscono il criterio saldo
per l'interpretazione della condotta presente e futura. A be-
neficare, a contrarre i vincoli sociali, ad accettare le diverse
forme di governo, le leggi, le istituzioni, sino gli uomini sopra-
tutto tratti dall'utile che ne ritraggono (3). — Prima a svol-
gersi nell'uomo è la vita del senso, poi quella del sentimeato,
quindi della ragione : epperò se prima gli uomini sentono senza
avvertire, poi avvertono con animo perturbato e commosso,
finché da ultimo riflettono con mente pura. — - Il progresso mo-
rale è in stretto rapporto collo sviluppo psichico: quando sieno
successivamente soddisfatte le necessità, le utilità, le comodità
della vita, l'uomo che npn domina gli appetiti e non intende
la voce della ragione, si abbandona al piacere, al lusso, finché
non rovina nella dissolutezza (4). Tali osservazioni di psicologia
individuale il Vico completa con osservazioni generali di psi-
cologia collettiva. I popoli, come gli uomini, hanno periodi di
infanzia e di giovinezza: fatti adulti invecchiano e quindi
muoiono. I popoli rozzi e barbari come i fanciulli favellano
per universali,' sono inclini a imitare, hanno vigorosa la me-
moria, vivida la fantasia, debole il raziocinio, profondo il culto
delle tradizioni ; lentamente e per gradi si inducono a rinun-
ciare alla loro libertà, ai loro patri costumi : ribelli a ogni
freno sono domati dalla religione: impenetrabili nella loro
(1) Dig., 9, 11, 12.
(2) S. S. N., lib. I, Del Metodo.
(3) mg., 80.
(4) Dig., 53, 66.
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— 1^2 —
barie cedono alla violenza delle guerre o alle attrattive
commerci. I costumi dei popoli sono dapprima crudi, poi
eri, quindi si ingentiliscono, per farsi nell'ultima fase del
) sviluppo raffinati e dissoluti (1).
.'osservazione psicologica si completa nel Vico collo studio
oU'interpretazione della storia, ch'egli chiama la biografia
l'umanità. Gli studi storici all'epoca sua erano degnamente
presentati in Italia dal Giannone e dal Muratori. Il Giannone
lon aveva tratto dalla storia una scienza nuova, aveva certa-
ite studiato la storia con criteri nuovi. In lui troviamo non
olito espositore dei fatti politici, ma lo studioso della vita
ile e interiore dello Stato : primo mostrò di saper ragionare
fatti, e di trarne argomenti alla dimostrazione di una
i (2). Il Muratori fece della critica e della erudizione storica
ì a sé stessa : ricercatore e raccoglitore indefesso e sagace
)lvette, dice il Manzoni, « tante questioni, tanto più ne
e, ne sfrattò tante inutili e sciocche »: ma egli non penetra
•e il fatto, non raccoglie a unità tante cognizioni : di queste
L vede né i principi né le conseguenze (3). Sotto questo
etto egli fu il vero contrapposto del Vico, il quale si formò
[) Dig.y 45, 48, 50, 52, 67, 71, 102.
}) Pietro Giannone (1676-1748), appartiene a qneUa schiera di ginre-
»nlti storici ed eruditi c\t^ aU'epoca di Vico iUnstravano Napoli. Fa allievo
Domenico Aulisio (1649-1717), e frequentò la casa di Gaetano Argento,
> avvocato e magistrato di Napoli (1661-1730). Dopo veut'anni di la-
> il Giannone pubblicò nel 1723 in Napoli la sua Storia civile del Regno
Napoli divisa in quaranta libri in cui si fa difensore dei diritti dello
» contro le usurpazioni deirautorità ecclC'iiastica. — Il Vico conobbe
o il Giannone ma non lo ricorda per evidenti ragioni di prudenza.
\)lì Muratori (1672-1750) pubblicò l'opera sua maggiore « Rerum
Icarum Soriptoros » nel periodo 1723 1738. — Il Vico ricorda il Muratori
ma lettera al Gaeta del 1737 a proposito del trattato di Filosofia morale
il Muratori pubblicò nel 1735. — Il Manzoni, {Opere varie, Milano,
aelli, 1845, p. 16 3-171) contrapponendo il Muratori al Vico dice « che
rvando i loro lavori^ par qyasi di vedere, con ammirazione e con
•lacere insieme, due. gran forze disunite, e nello stesso tempo come uu
ame d'un grand'effetto che sarebbe prodotto dalla loro riunione >.
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— 193 —
della storia un largo concetto fino a comprendere in essa t
le manifestazioni umane, la interpretò agli effetti delle sci^
morali, se ne valse per la costituzione di una scienza nu
Egli spinge il suo sguardo nelle epoche più oscure, là e
più scarse e misteriose sono le memorie e le tradizioni,-
aiuta con criteri derivati dalle proprietà costanti della m<
umana e dall'esperienza dei fatti più conosciuti. Egli sa
tutte le nazioni si illudono di avere antichissima origine,
l'ordine delle idee risponde all'ordine delle cose, che idee i
formi riscontrate in popoli diversi e lontani devono avere
fondamento comune di verità, che le tradizioni volgari ha
pubblici motivi di vero, che certi concetti trovansi espr
in tutte le lingue, che i parlari volgari fanno testimonia
degli antichi costumi dei popoli, che le leggi delle dodici
vole e i poemi di Omero sono storie civili degli antichi rora
e greci, che la poesia, le favole, la mitologia, contengono <
menti di vero, che le lingue riflettono nel loro svolgersi
stato mentale dei popoli (1). Crea per tal modo un'arte crii
nuova dei fatti storici, per la quale, poesia, leggi, simboli, i
numenti, etimologie, riti, formole, dottrine, divengono materi
prezioso per la ricostruzione del mondo sociale e umano.
Dopo di avere gettate le basi e stabiliti i principi e il i
todo della nuova scienza, il Vico si fa a descrivere il prece
delle cose sociali. Neil' immaginar l'uomo vivente fuori d(
società in uno stato ferino, il Vico subì l'influenza dell'epe
Ma se ben si guarda, la descrizione dello stato ferino fa
dal Vico presenta analogie colla descrizione dell'uomo pri
tivo e delle sue condizioni fatta dai moderni. Fantastica
romanzesco è lo stato di natura del Grozio, del Pufendorf, (
l'Hobbes, non interamente quello del Vico, fondato sulla ]
cologia e sulla storia integrata da felici intuizioni. Ai s(
plicioni solitari di Grozio, deboli e bisognosi di tutto, e
abbandonati di Pufendorf senza cura e aiuto divino, ai lic
(1) Vedi Dignità, 3, 13, 16, 17, 19, 20, 22, 64.
18
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— 194 —
ziosi violenti di Hobbes, ai sapienti immaginati da Platone, il
Vico sostituisce uomini immani e fieri, quali la tradizione dei
Giganti ci ha conservato, in preda a passioni bestiali, a con-
cubiti vaghi, privi di qualsiasi idea religiosa, di ogni senso
di pudore e di umanità, nomadi e degradati cosi da apparire
più bestioni che uomini (1).
Colpiti da terrore religioso alla vista degli spettacoli na-
turali gli uomini giganti cominciarono a venerare gli dei: la
vergogna del loro stato corrotto li indusse a celebrare giuste
nozze, a seppellire i cadaveri in sedi fisse. Mentre altri potè
ricostruire la società movendo da pretesi diritti naturali, che
la riflessione filosofica poteva solo insegnare, il Vico convinto
che tutti gli inizi delle cose sono rozzi e semplici e devono
dai fatti ricavarsi, risale colla scorta della sapienza volgare
ai primordi della umanità per stabilire ch'essa è in germe
contenuta nelle tre istituzioni o foedera generis fiumani delle
religioni, dei matrimoni, delle sepolture, nelle quali tutti i
popoli convengono e che per concorde testimonianza della tra-
dizione, del senso comune del genere umano, delle lingue,
costituiscono i fondamenti e i principi da cui si inizia la storia
dell'umanità (2).
Riconosce il Vico che i vari aspetti della vita sociale non
si svolgono indipendenti, ma contemporàneamente, in guisa
che il progresso dell'uno riflette e spiega il progresso in altri
aspetti conseguito: escluse invece gli influssi esercitati da un
(1) Pochi, anolie dei moderni, hanno reso giustizia al Vico in ordine
aUa sua dottrina deUo stato ferino. Eppure egli ebbe il gran merito, ri-
conosciutogli dal Labanca, Op. cit., p. 215, di avere trasformato la
ipotesi giuridica dello stato di natura in una tesi storica per intendere
non solo il giure naturale, ma ancora la naturale storia di tutti i popoli
gentili. Per il Vico lo stato ferino non è come per THobbes il vero stato
naturale e primordiale degli uomini, ma uno state innaturale ; por Ini lo
stato di natura veramente tale è lo stato sociale. Epperò la dottrina dello
stato ferino nel Vico è tu tt' altro che un romanzo o romanzetto della iSoienza
nuova come i critici hanno per lo piti affermato.
(2) Cfr. S, S, N., lib. I, De* Pnncipi,
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— 195 —
popolo sopra un altro. Fu questo errore, poiché se Tuniforn
o costanza di tendenza e di natura può spiegare Tuniforir
delle istituzioni in popoli diversi e lontani, essa non escli
l'influenza esercitata da un popolo sopra un altro, e il vinc
di ereditarietà che si stabilisce tra le varie stirpi.
Il corso seguito dall'umanità nel suo lento e graduale s
luppo, è distinto dal Vico in tre periodi o epoche, il peri(
divino, eroico, umano. Queste tre fasi hanno un fondarne]
psicologico e si riflettono in tutte le manifestazioni della v
collettiva (1).
La natura dell'uomo pel predominio del senso e della fj
tasia fu dapprima naturalmente poetica, portata a dar v
alle cose inanimate, a creare una moltitudine di dei tem
e rispettati. Il sentimento della propria forza e invidualità
progresso di tempo trasformò gli uomini in altrettanti er
fieri della loro origine divina, dominati da forti passioni,
ultimo la natura umana, fatta intelligente e quindi modes
benigna, ragionevole, riconobbe per leggi la coscienza, la i
gione, il dovere.
Il costume fu dapprima asperso di religione e di pietà qi
si conviene a uomini di recente usciti dallo stato di natui
libertà, infieriti nell'armi, ribelli ad ogni legge, ad ogni v;
colo sociale, che solo potevano sentire il freno della religioj
Col prevalere della vita del sentimento su quella del sensc
dell'apposito, i costumi si fanno eroici, misti di magnanimi
e di orgoglio, per diventare civili e umani collo svolgersi de
riflessione e della coscienza.
Il diritto fu dapprima di ragion divina, proprio di uomi
superstiziosi e fieri che divinizzano la forza: quindi si id€
tifico col potere fisico, finché da ultimo appare dettato dal
ragione umana. La legge, che é l'attuazione del diritto,
dapprima l'espressione della volontà degli dei, da interpi
(1) Il corso deUe cose umane e sociali è dal Vico descritto nel lib. ]
della S. ^.N.
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— 196 —
'si da sacerdoti: quindi si concreta in parole e in forinole sa-
anientali da interpretarsi letteralmente : da ultimo diventa
spressione di un principio di ragione, capace di piegarsi
la infinita varietà dei fatti.
5e è vero che i governi devono rispondere alla natura dei
poli governati e le istituzioni riflettono il grado di civiltà
Ile nazioni, ai primi governi teocratici o di diritto divino
ccedettero governi di nobili o di aristocratici, finché da ul-
no sorsero i governi popolari e umani (1). Tali forme di
verno rispondono ai tre stadi di aggregazione sociale attra-
rsati dall'umanità, delle famiglie, delle città, delle nazioni.
L famiglia rappresenta lo stadio patriarcale dell'umanità: in
sa i padri sono ad un tempo sapienti, sacerdoti, re : essi
ercitano una specie di imperio monarchico, solamente sog-
tto a Dio, sulle cose, sui figli, su quanti per sfuggire ai
ricoli della vita nomade si aggregano alle famiglie nella
lalità di clienti (2). Nelle città si svolgono le contese tra i
►bili, successori degli antichi padri, e i plebei, clienti am-
utinati. Gli uni lottano per i loro privilegi, gli altri per
iguaglianza dei diritti. Succede la demagogia e la tirannide
►polare che prepara le condizioni al sorgere delle monarchie
al formarsi delle nazioni (3). Finché prevalsero i nobili, la
[uità civile non si distingueva dalla naturale: l'interesse
ivate dei nobili era quello dello Stato. Ma col trionfo delle
ebi la ragion privata si distingue dalla ragion di Stato : i
ebei preoccupati dei loro privati interessi svolgono l'equità
Lturale ed abbandonano ai principi la cura del pubblico in-
resse e dell'equità civile (4).
La legge dei tre stadi é dal Vico riscontrata in tutti gli
(1) Cfr. Dignità, 69.
(2) Cfr. Dig., 72, 77, 78, 79, 82.
(3) Cfr. Big., 92, 96.
(4) Cfr. S, S, N,f lib. IV, coroUario aUe tre specie di ragioni. — L'e-
lità civile e uaturale sono definite neUe dignità 110 e 114.
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aspetti della vita sociale ed è strettamente unita con quella
dei ricorsi. Le società come gli individui quando hanno toc-
cato l'acme o il grado più alto di sviluppo decadono e si dis-
solvono. Gli uomini quando hanno raggiunto i commodi della
vita cominciano ad abbandonarsi ai piaceri, al lusso e fini-
scono nella dissolutezza. Sotto l'influenza della civiltà i popoli
si fanno prima raffinati, poi dissoluti. Ai tempi in cui domi-
nano gli uomini specchio di ogni virtù privata e civile suc-
cedono dapprima tempi in cui le grandi virtù si accompagnano
nei governanti coi grandi vizi, poi i tempi in cui comandano
i tristi riflessivi, da ultimo assistiamo al prevalere dei furiosi,
dei dissoluti, degli sfacciati. La libertà naturale accompagna
gli sforzi dei popoli per procurarsi le necessità e i commodi
della vita: ma l'abbondanza delle ricchezze, la superfluità degli
agi prepara la servitù civile (1). Nel concetto del Vico la de-
cadenza è condizione di progresso. A por un freno alla libidine
sfrenata degli uomini eslegi si formano le famiglie :.i poteri
esorbitanti dei padri sui clienti sono principal causa del foi*-
marsi delle città : gli abusi dei nobili contro i plebei pre-
parano i governi popolari : 'gli eccessi della libertà portano
alle monarchie assolute: ai mali della tirannide i popoli trovan
rimedio nel passare in soggezione di popoli più civili e forti:
che se le nazioni arrivano al punto di voler disperdere sé
medesime vanno a salvarne gli avanzi dentro le solitudini,
donde qual fenice nuovamente risorgono rifacendo in breve il
cammino percorso (2). Il Vico non intende chiudere l'umanità
in cicli che si ripetono eternamente, non nega il progresso
indefinito dell'umanità, ma vuol porre in evidenza il fatto che
la dissoluzione di un ordine di cose esistenti porta in sé i
germi di un ulteriore progresso, e anche quando la decadenza
sembra completa e la barbarie assoluta i germi della civiltà
(1) Cfr. Dig,, 66, 67, 68, 94.
(2) La dottrina deUa decadeuza e del ricorso delle coso umaue è trattata
nel Hbro V della S. S. N.
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trascorsa non vanno interamente dispersi, ma l'umanità si
rinnovella riproducendo gli stadi di vita sociale già percorsi
quasi per trarne novello vigore a meglio progredire (1).
L'originalità e l'importanza del Vico nelle scienze giuridiche
e sociali non sta nell'aver posto nuovi problemi, ma nell'averne
data una nuova spiegazione. La scuola del diritto naturale
aveva posto i problemi relativi alla natura socievole dell'uomo,
all'origine della società, del potere politico, e ne aveva dato
la soluzione metafisica. Vico chiese alla storia la soluzione.
Le conclusioni a cui perviene sono, discutibili, ma il metodo
proposto è il solo che nel campo delle scienze morali può con-
durre ad una soluzione positiva e scientifica. Dallo studio
astratto e poi storico del fenomeno, giuridico il Vico fu natu-
ralmente portato allo studio della società. La scienza sociale
che prima di lui vagava nelle astrazioni e nelle utopie, assuma
nella Scienza Ntwva carattere concreto e positivo. La que-
stione dei rapporti tra morale e diritto diventa storica e so-
ciologica. Al difetto della prova dei fatti suppli il Vico colla
intuizione; questa però non è arbitraria ma fondata sull'os-
servazione psicologica, la quale come gli permise di fissare lo
sguardo nelle tenebre del passato a scoprirvi il vero, cosi gli
fece intravvedere molte verità, di cui l'avvenire preparava la
dimostrazione.
72. — La dottrina del Vico non ebbe né in Italia né fuori
un'influenza paragonabile a quella che esercitarono altri si-
stemi usciti dal seno della scuola del diritto naturale. La
solitudine si venne creando intorno al nome e alla dottrina
del Vico: né il malvolere, né l'essersi egli isolato dai tempi,
né l'esser rimasta sconosciuta o incompresa l'opera sua non
(1) La teoria dei ricorsi fornì sopratutto argomento di critica agli stu-
diosi del Vico. — I più la respinsero, pochi l*accolser.o ma senza inten-
derla: al Carle, Vita del dirittOy p. 200, nota, spetta l'onore di averla
riabilitata, e di averne dimostrato la conformità colle più recenti scoperte
embriologiche e sociologiche.
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possono oramai più esser addotte a cause del fatto. Pochi
altri scrittori ebbero l'onore che al Vico toccò di vedere il
proprio nome citato, le opere proprie riassunte e discusse in
Italia e all'estero (1). Altre cause di cui alcune personali del
Vico altre generali e proprie dei tempi in. cui scrisse devono
tenersi in conto per spiegare lo strano fatto. Il Vico appar-
tiene alla schiera di quei pensatori che non godono né possono
godere di grande popolarità per le loro peculiari qualità di
ingegno e di stile. Il Vico è troppo spiccatamente italiano cosi
nel concepire come nello scrivere per esser dagli stranieri
letto e giudicato al suo giusto valore (2). In Italia poi pochi
lo leggono per la difficoltà di famigliarizzare col suo stile con-
cettóso e rude, che fa di lui come, di Dante un autore che si
rende chiaro e^si fa apprezzare in seguito a lunga e paziente
meditazione. Infatti le prime sue opere scritte in latino e più
in istretto rapporto coi tempi furono assai più lette e cono-
sciute che non le diverse edizioni d^lla Scienza Nuova, scritte
in italiano, nelle quali l'originalità e la personalità del pen-
siero e della forma appajono più spiccate.
Altre cause d'indole più generale concorsero a diminuire
l'influenza del Vico. 1 suoi rapporti coll'epoca e in particolare
colla scuola del diritto naturale, se sono evidenti nella prima,
fase del suo pensiero finché si mantenne sul terreno filosofico,
e tratta del diritto e della morale da un punto di vista astratto^
diventano sempre più deboli nelle ultime opere in cui si fece
a dare dei problemi deirepoca una soluzione storica, creando
(1) L'orazione De nostri temporis fu lodata dal giureconsulto olandese
Brenokmann di passaggio in Italia, —-Il De Antiquisaima fn largamente
riassunto e discusso dal Gimmale dai Itìtterati che si pubblicava a Venezia
e il Th omasi US ne dava un cenuo nelle Neuare Zeitangen di Lipsia. — 11
De Uno e il De Constantia furono assai lodati dairarmiuiano teologo Gio-
vanni Ledere, che ne fece una larga rassegua nella Bibliotèque anoienne
et moderne, — In Italia i)0i le opere del Vico erano universalmente cono-
scinte e ammirate. — Cfr. la prefazione del Predari alPedizione della
S, N. contenuta nella Biblioteca dei comuni italianij Torino, 1852.
(2) Il Flint, Op. cit., e. I, lo paragona per questo rispetto al Bu ti e r.
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— 200 -
ad un tempo una scienza ed uno stile nuovo. L'era dei sistemi
metafisici non poteva dirsi ancora chiusa : il favore che essi
incontravano, il fascino che esercitavano sulle menti illumi-
nate di quel secolo XVIii a cui spettava divinizzare la ra-
gione e ricostruire con essa la società, T imperfezione della
critica storica e la scarsa efficacia dimostrativa attribuita alla
storia e alla tradizione, dovevano togliere valore alle ultime
e più notevoli opere del Vico. L'unione dell'indirizzo storico
coU'indirizzo metafisico, della filosofia colla filologia vagheg-
giata dal Vico non rispondeva ai gusti dell'epoca. Sotto questo
aspetto il Vico, nato e cresciuto nell'ambiente di Napoli, mostrò
di ignorare le esigenze dell'epoca moderna. Egli vide nelle teorie
di Grozio, Hobbes, Locke, Cartesio, l'espressione di idee indi-
viduali non di un'epoca: non vide nelle condizioni nuove create
dalla Riforma all'Europa, le cause che giustificavano le co-
struzioni metafisiche che segnano il risveglio del pensiero
filosofico moderno. Immerso nello studio del passato oscuro e
remoto, perdette la visione del presente, ma per ciò stesso fu
mésso in grado di precorrere l'avvenire. L'aver astratto dalle
ragioni storiche che sole potevano giustificare le dottrine me-
tafisiche dei giusnaturalisti, permise al Vico di rilevarne le
unilateralità e i difetti, di temperarne le esagerazioni conia
veduta storica. Ma per ciò stesso preveniva i tempi, e se potè
essere ammirato non fu seguito.
Neppure l'Italia, dove pure il culto delle tradizioni classiche
era gelosamente custodito e dove il movimento politico e pro-
testante dell'Europa non aveva gettato radici, segui la via
tracciata dal Vico. Il rinnovamento filosofico da lui iniziato
fu bruscamente interrotto dall'illuminismo francese, diffuso in
Italia e sopratutto in Napoli poco dopo la metà del secolo XVIII,
profondamente contrario allo spirito informatore della Scienza
Nuova. A impedire che una vera tradizione si svolgesse in-
torno all'opera del Vico si aggiunsero in Italia la persistenza
della tradizione scolastico-spiritualista, e gli sforzi fatti dai
critici cattolici per screditare la Scienza Nuova, mostrandone
i pericoli per la fede.
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- Sòl -
Bisogna riconoscere che furono sopratutto i critici òattolicì
quelli che nel secolo XVIII tennero viva e desta l'attenzione
intorno alla Scienza Nuova\ soli ne intuirono l'importanza e
la novità e colpirono nel segno nel rilevarne i pericoli per la
religione e per il fondamento delle scienze morali (1).
L'ortodossia del Vico e dell'opera sua è meno discussa oggi
di quello che lo fosse nel secolo XVIIL Pare a noi non si possa
dubitare dei sentimenti cattolici del Vico, e della conformità
delle sue dottrine ai principi e ai dogmi della Chiesa Catto-
lica. Altrettanto sicuri però non si mostrarono i critici cattolici
nel secol.o XVIII, e trattandosi di giudici competenti, dall'intuito
finissimo, che non avrebbero trovato di meglio che trarre dalla
Scienza Nuova argomenti in favore delle loro credenze, la loro
opinione al riguardo assume un'importanza e un significato
particolare.
Bisogna anzitutto riconoscere col Labanca che i critici cat-
tolici che si occuparono del Vico e della Scienza Nuova erano
persone di non comune dottrina, sopratutto dotte nella storia
sacra e profana, e non erano punto fanatici e oppositori siste-
matici : lo dimostrano il rispetto e l'ammirazione sincera per
il Vico, gli errori storici da essi rilevati nell'opera sua, e l'in-
negabile fondamento della loro critica dal punto di vista del-
l' interesse della religione e della fede. Tra tali critici i più
noti furono Damiano Romano, il Rogadei, il Lami, e sopratutto
Gianfrancesco Finetti, nelle cui opere è riassunto tutto il
lavoro della critica cattolica intorno alla Scienza Nuova nel
secolo XVIII (2). Il Finetti era deciso avversario dei nuovi
indirizzi' sorti in seno alla scuola del diritto naturale : per
combatterli nell'interesse della religione e della dottrina cat-
tolica scrisse l'opera De principiis juris naiurae (1764), in
cui dopo di aver confutato i sistemi di Hobbes, Pufendorf,
(1) Cfr. Popera sotto ogni rapx)orto notevole del Labanca, G. B, Vico
e i suoi critioi cattoUoi, N;a|>oli, Pierre, 1898.
(2) Cfr. Labauca, Op. cit.> per le notìzie biografiche o bibliografiche
intorno ai citati critici cattolici.
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— 202 —
Thomasius, Wolff, critica la dottrina dello stato ferino del
Vico chiamandola erronea impiaque e dimostrandola contraria
alla Sacra Scrittura, alia Provvidenza, alla metafisica, alla
storia profana greca e latina (1). L'accusa di empietà solle-
vata dal Pinetti colpiva non pur il Vico, ma quanti ne am-
mettevano la dottrina dello Stato ferino : tra questi il Duni
che rispose con acredine (2). Di qui fu offerta al Finetti l'oc-
casione di scrivere V Apologia (3), in cui sottoponeva la Scienza
Nuova a una critica minuta per rilevarne i principi contrari
alla rivelazione e alla fede. Ribadisce il Finetti la critica
contro lo stato ferino, rimprovera al Vica di intendere la
Provvidenza in un modo non sempre conforme alla teologia
cattolica, di aver disconosciuto l'azione del Cristianesimo nel
Medio Evo, di aver preferito solo a parole la storia sacra alla
profana, di aver bandito Dio dalla storia.
I fatti posteriori resero giustizia all'oculatezza del Finetti
nel mettere i cattolici e gli studiosi in guardia contro il veleno
tanto più temibile quanto meno avvertito che nella Scienza
Nuota si nascondeva. Nel Vico non fu abbastanza rilevato quel
fenomeno di sdoppiamento psicologico a cui ci avevano abituato
i, nostri grandi scrittori del cinquecento e che in Italia fu il
mezzo più efficace per sfuggire alle persecuzioni e per conci-
liare la sincerità della credenza colla libertà del pensiero. Se
non si tien conto di questo fatto la figura del Vico appare
incomprensibile: in lui bisogna tener costantemente distinte
le due figure dell'uomo e del pensatore. Come uomo il Vico fu
(1) Il Finetti era veneto, sacerdote, censore ufficiale dei libri da proibirsi
come contrari alla fede cattolica. — Cfr. La banca, Op. cit.
(2) La Eisposta apologetica del Dani è del 1766.
■ (3) Fu pubblicata dal Finetti nel 1767 sotto il pseudonimo di Filandro
Miaoterio (cioè amante dell' Mwawo e sprezzante del /mtio), Ricordiamo che
la controversia tra il Duni e il Finetti si era così allargata in Roma da
originare le due scuole dei ferini e antiferini, — Ij^ Apologia era passata
inoSvServata agli studiosi del Vico: spetta al Labanca l'onore di averla
fatta 'conoscere nel suo contenuto storico -e critico.
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.^^ÉLi
- 203 •—
sinceramente cattolico: la sua religiosità risulta non tanto
dalle sue insistenti dichiarazioni fatte nelle opere destinate
al pubblico, quanto dalle lettere private e da alcuni passi
déìV Autobiografia in cui non preoccupato di far pompa delle
sue credenze, manifesta intero l'animo suo. I critici cattolici
del resto, il Finetti stesso, non elevarono dubbi al riguardo:
essi si limitavano a dire che il Vico non poteva sempre con-
siderarsi cattolico nelle sue dottrine. Nel distinguere l'uomo
dallo scrittore essi intuirono il vero, e noi dobbiamo seguirli
per questa via premettendo che le accuse e i rimproveri dei
critici cattolici si convertono per noi in altrettanti titoli di
onore.
Al Vico non sfuggi il pericolo che a lui e alla dua dottrina
poteva derivare dalla critica cattolica, e non tralasciò occa-
sione per spuntarne gli strali: ma questi furono abbastanza
acuti per far di lui una vittima della scienza, sebbene, osserva
il Labanca, non vi fosse da parte de' suoi critici il deliberato
proposito di esserne carnefici. Dato il temperamento del Vico
non temprato alla lotta, timido e servile al punto di abbando-
narsi ad azioni poco dignitose, ad adulazioni convenzionali,
sempre incerto del domani, preoccupato di non perdere le
potenti protezioni da cui traeva i mezzi per vivere e gli aiuti
per pubblicare le sue opere, si comprende come la lotta sorda,
persistente dei critici cattolici, ben più di quella che potevano
movergli i cartesiani, doveva esser per lui motivo di con-
tinue paure e di tormenti fisici e morali (1).
(1) Nel 1701 essendo scoppiata in Napoli una con giara contro il viceré
Filippo, il Vico scrisse contro i faziosi l'opuscolo « De parthenopea oonju»
ratione »: nel 1707 con l'entrata degli Austriaci in Napoli trionfarono le
idee dei congiurati. Il Vico fu pronto a lodare nel 1707 i vituperati del
1701. — Nel 1715 scrisse quattro libri intorno alle gesta di Antonio Carafa
e fece un eroe di un uomo ignobile e odiato universalmente. — II. Vico fu
molto ammirato ma poco amato da' suoi contemporanei : le cause de' suoi
dolori erano in parte in lui stesso. Sappiamo che morì di infermità men-
tale ed era nevrastenico. Nella lettera indirizzata al P. Bernardo Giacchi
nel 1720 il Vico allude chiaramente ai critici cattolici quaiido parla di dotti
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— ao4 —
Se si pensa alle miserande condizioni dei liberi pensatori nei
paesi cattolici (1), ai pericoli a cui si esponevano, sopratutto
in Napoli sotto il governo prima spagnolo poi austriaco, si
comprenderà lo stato d'animo del Vico, audace nello scrivere,
timido di carattere, portato nelle sue dottrine ad offrire ad un
tempo il fianco all'offesa e alla difesa. Malgrado le dichiara-
zioni contrarie del Vico, nella Scienza Nuova si trovano i
germi di una profonda rivoluzione nelle scienze morali. Lo
spirito innovatore era implicito nel titolo stesso : il Vico aveva
la coscienza di aver fatto opera del tutto nuova, e nuovo era
ricercare del mondo umano le leggi sue proprie di sviluppo,
senza chiederle alla teologia, alla rivelazione; nuovo e rivo-
luzionario era far del mondo umano autore e fattore l'uomo
ad esclusione della divinità; nuovo e ardito era rintracciare
il vero nelle favole, nei miti, negli- errori della tradizione pa-
gana; nuovo e pericoloso era fare della Provvidenza un prin-
cipio immanente nella storia e trasformare la religione in un
prodotto storico, derivandola per legge naturale dal timore,
dal bisogno di vivere immortali, dall'istinto delle analogie,
dalla curiosità di spiegare i fenomeni dell'universo ; sopratutto
cattivi f % quali colle tinte di una simulata pietà lo oppnmevano, néll-a stessa
guisa ohe sempre han soluto rovinare coloro ohe hanno fatto- nu^ve disooverte,
— Il Labauca, Op. cit., e. m, trae argomento dal fatto che i critici
cattolici non attaccarono il De Antiquissima per affermare che il Vico fece
deUa metatisica cristiana e teologica. Secondo noi il silenzio della critica
cattolica ha altre caa-te. Nelle prime opere il Vico non uscì dal campo
filosofico e rese servizio alla causa cattolica nel combattere Cartesio, Hobbes,
Locke : ma nel De Constantia e nella Scienza Nuova egli invadeva il campo
dell'erudizione storica sacra e profaua, facovasi egli stesso innovatore,
doveva suscitare legittimi sospetti da parte di critici abituati a considerare
vero Dantico e falso il nuovo.
(1) Basti dire che il Muratori per pubblicare un libro sulla moderazione
degli spiriti nelle cose di religione (1714), dove pure confutava l'arminiano
Ledere, e riconosceva al principe la facoltà di procedere anche con l'e-
stremo suplicio contro gli eretici, dovette stamparlo in Francia sotto falso
nome: con tutto ciò dice il R uff ini, Op. cit., p. 510, « le diatribe degli
intransigenti gli piovvero addosso e non schivò il temuto indice se non
per il bene, chè^ gli voleva Benedetto XIV ».
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5^v,-. 3. ^-,^-
— 205 —
gravi erano le conseguenze per il dogma dal far derivare il
genere umano da uno stato ferino di isolamento senza reli-
gione. Erano pertanto fondati i timori dei critici cattolici e
reali i pericoli da essi affacciati per la causa della fede. Solo
l'abilità del Vico nel trovar espedienti atti a tranquillizzare
gli animi timorati, a coprire le audacie del suo pensiero, a
dar veste cattolica all'opera sua, solo le protezioni di cui
godeva nell'alte sfere del mondo ecclesiastico (1), e la convin-
zione ch'era in tutti della sincerità delle sue credenze, solo
la profondità dei concetti e l'oscurità della forma, che toglie-
vano popolarità all'opera sua, poterono salvarlo dalle perse-
cuzioni, ma non valsero a far tacere la critica.
A due finzioni sopratutto il Vico ricorse per temperare le
asprezze del suo pensiero e garantirsi contro l'accusa di eresia
e di empietà. Egli pone ogni cura nel dichiarare che la Prov^
videnza concepita come principio trascendente, è l'architetta
del mondo delle nazioni, che queste si svolgono secondo un
disegno eterno preordinato dal Creatore e che gli uomini non
sono che mezzi e strumenti alla attuazione dei disegni divini.
in ciò sembrava accogliere il dogma cattolico della divina prov-
videnza, ma non era che una lustra, poiché alla Provvidenza
cosi concepita il Vico si aff*retta a negare qualsiasi azione
diretta e indiretta sulla storia, la quale si svolge esclusiva-
mente per opera dell'uomo conforme alle sue tendenze e alla
sua natura, salvo a fatti compiuti dichiarare che questi sono
in corrispondenza colla volontà di Dio. La Provvidenza e la
religione ritornano pur di continuo nella Scienza Nuova, ma
in un senso del tutto diverso: La Provvidenza perde ogni ca-
rattere, teologico, diventa piuttosto, come già ebbe ad osservare
(1) n Vico dedicò la prima (1726) e la seconda (1730) edizione della
Scienza Nuova al card. L. Corsini, che in poi papa Clemente XII dal
1730 al 1740, evidentemente allo scopo di crearsi nn potente mecenaterin-
fatti tale dedica conservò quantonqne il Corsini, ricchissimo di censo, fin
dalla prima edizione si fosse scusato presso lui di non potergli fornire :i
mezzi per la stampa, mezzi che il Vico si provvide vendendo uà anello.
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— 206 —
innelli, la persuasione che gli uomini hanno di Dio su loro :
religione poi perde ogni carattere positivo per divenire il
ko religioso in generale, che stimola e accompagna la ci-
ta dei popoli nei loro inizi e prepara nei tempi umani il
onfo della sapienza riposta o filosofica. Nessun accenno tro-
imo a idee intolleranti, neppure per stornare da sé le ire
cattolici : la tolleranza traspira dal concetto largo e mo-
'UO che egli si formò della religione. Il Vico portò un con-
buto prezioso alla causa della libertà religiosa, per quanto
1 apprezzato: egli che invocava la tolleranza per sé la
èva per gli altri. Altri potè con argomenti e teoriche ra-
naliste cooperare al trionfo della libertà religiosa ; il Vico
cooperò trasportando le questioni religiose dal campo delle
e al campo dei fatti, mostrando l'origine e la formazione
;urale delle religioni, traendo dai fatti la loro giustifica-
ne, astraendo da qualsiasi forma di religione particolare.
li per tal modo ponevasi da un punto di vista nuovo e che
-èva ingenerare l'equivoco: la veduta storica se lo rese da
lato fautore della religione e del culto nazionale, dall'altro
portava suo malgrado ad escludere dalla storia ogni reli-
ne rilevata : potè quindi fornire argomenti tanto ai fautori
mto agli avversari della libertà religiosa (1).
l) Dena larghezza di vedute del Vico in fatto di religione fanno prova
stndl da lai fatti degli autori protestanti più. avverai alla Chiesa
}olica, le sue amichevoli relazioni con uomini apertamente fautori della
rtà religiosa come il Ledere e il Thomasius. — Avversò la Riforma
testante per una ragione storica piti che religiosa ; ne condannava le
lenze individualiste, ribeUi ad ogni freno di autorità. — Non cre-
mo che il Vico sìa stato deciso avversario della toUeranza religiosa
le mostra di credere il Ruffini, Op. cit., p. 511. Tale convinzione
^uffini fonda particolarmente sopra un passo della Seconda Scienza Nuova
3ui il Vico dice: € le nazioni, se non sono prosciolte in un'ultima li-
ba di religione, lo che non avviene se non nella loro ultima decadenza,
[) naturalmente rattenute di ricevere dei tadi straniere». — Il Raffini
ima paradossale e mostruoso tale principio e a ragione se Pinterpre-
one da lui data fosse la vera : ma ci sia permesso dubitarne.* Il passo
luestione si legge nel libro secondo della Seconda Scienza Nuo^àf e pre-
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^Mà^
— 207 —
La seconda finzione a cui ricorse il Vico per evitarle ine-
vitabili conflitti coi testi sacri fu quella di separare la storia
degli Ebrei da quella dei Gentili. Alla stessa finzione per lo
stesso motivo avevano- fatto ricorso il Grozio e il Pufendorf.
Il popolo ebreo era considerato come un popolo eletto, la cui
storia si era svolta eccezionalmente sotto la diretta azione di
Bio all'infuori delle leggi naturali e ordiiiarie di sviluppo ^
cui erano sottostati i Gentili, che formavano per altro l'uma-
nità. Là distinzione fu accolta ed accentuata dal Vico, il quale
cisameute là ove il Vico tratta deU* astronomia poetica. Premettiamo che il
secondo libro deUa S» S. N» si intitola « Della sapienza poetica » ed è la
ricostrnzione deUa storia relativa ai tempi favolosi e oscuri. Dopo di aver
discorso della metafisica, della lingua, della morale, della vita famigliare
e politica di quest'epoca primitiva, il Vico passa a studiarne le concezioni
cosmografiche e astronomiche. L'astronomia poetica assume per il Vico
un particolare significato : essa è la storia religiosa degli antichissimi po-
poli:, gli dei e gli eroi sarebbero stati trasportati dalla terra in cielo a
popolarvi i pianeti e le costellazioni, che rispettivamente dagli dei o dagli
eroi prendono nome. Per agevolare la via al « ritrovamento dell' aaitronomia
poetica » il Vico pone alcuni principi filologici e filosofici ; tra questi ultimi
troviamo quello sopracitato, il quale espresso in forma generale e rife-
rito a tutte le nazioni senza distinzione di tempo e di luogo può far cre-
dere ad una implicita condanna della libertà religiosa. Ora noi crediaoK)
che in questo passo la religione è considerata da un punto di viata sto-
rico e non teologico, e che l'affermazione del Vico, sebbene espressa in
forma generica, voleva essere la constatazione di un fatto storico parti-
colarmente riferito ad epoche primitive. È noto che i popoli primitivi
senza conoscere il dogma della esclusiva salvazione sono gelosissimi delle
loro credenze religiose, considerate come parte di loro stessi e precipui
fattori di educazione e di unità nazionale. Sappiamo ancora esser stata
convinzione del Vico (assai discutibile del resto) esser le nazioni nella loro
barbarie impenetrabili, e che le infiltrazioni straniere di qualunque natura
né snaturano il carattere e sono elemei^ti di decadenza. Interpretato stori-
camente il passo di Vico e non come affermazione di un principio teorico
trova fondamento nella storia di tutti i popoli antichi, ai quali del resto
la maggior parte dalle osservazioni filosofiche del Vico devono riferirsi. —
Certamente non troviamo nelle opere del Vico apertamente proclamato il
principio della libertà religiosa : ciò del resto non fecero né il Doria né
il Giannone, i quali (osserva il Kuffiui, Op. cit., 513 nota) non osando
esprimere esplicitamente le loro opinioni tolleranti ricorsero all'espediente
di lodare la tolleranza del Komani.
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— 210 —
traddire alle nostre tradizioni e alle esigenze del nostro
LO nazionale. Sarebbe stato strano che al sistema del Vico
e mancata in Italia l'opposizione cattolica; può invece
iar meraviglia il fatto che mancò al Vico in Italia quella
lizione che non mancò ad altri capiscuola all'estero. Bi-
la per altro non dimenticare che l'Italia sopportava le
^eguenze della duplice secolare servitù politica e religiosa,
il risveglio delle coscienze e delle menti alla vita mo-
ia mancò in Italia quasi affatto nel seicento, fu lento e
trastàto nel settecento, e segui sotto lo stimolo di in^u^
inieri che traviarono l'intelletto italiano dalle sue naturali
iizioni. Queste però, sebbene deboli e incerte, si conservano,
3po il Vico noi le possiamo rintracciare sia nelle dottrine
ora asservite alla tradizione scolastica, sia nelle dottrine
)irate agli influssi stranieri.
a dottrina del Vico tra i cattolici trovò i seguaci più fedeli.
. essi ricordiamo lo Stellini e il Duni. Lo Stellini svolse
3ndo il metodo e il concetto del Vico la filosofia morale,
>uni la filosofia giuridica: malgrado le loro credenze sin-
imente religiose cercano entrambi dei fatti etici e giu-
ci la formazione naturale, movono dallo studio dell'uomo
le appare all'osservazione psicologica e storica all'infuori
qualsiasi premessa dogmatica e religiosa (1).
Duni è l'autore di un intero sistema di filosofia giuridica
quale le dottrine del Vico si riproducono chiare e or-
ite (2). Il Vico aveva posto nella vis veri il comun fonda-
ito delle scienze morali. Già il Finetti aveva acutamente
jrvato che non il vero in genere, ma il vero in ispecie,
le naturalis ordo rerum deve assumersi a fondamento del
) Per ciò ohe rigaarda lo Stellini e la saa dottriua morale cfr. nostro
'oblema morale > Torino, Bocca, 1900, p. 230-238.
) Il Dani nato a Matera fa professore all'Università di Kòma per
inove anni dal 1752-1781. Tra le sae opere ricordiamo il Saggio sulla
spradenza universale (1760) e la Scienza del oostu^e ossia sistema df
io universale (1775).
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- 211 —
diritto universale (1). Di questa critica del Finetti risente la
distinzione stabilita dal Duni tra vero matematico, metafisico,
morale. Non il vero in genere, ma quella forma speciale di
vero che dicesi morale è il fondamento del diritto universale,
che è la scienza del costume ossia della condotta umana
largamente intesa., Sul vero morale si fondano l'etica e il di-
ritto (2).
Il Duni nel porre il criterio di distinzione tra morale e di-
ritto, riproduce sostanzialmente la dottrina del Vico. Questi
aveva derivato la morale dall'interno sentimento del pudore, il
diritto dallo svolgersi e dall'estrinsecarsi della libertà. Il Duni
non usa i termini pudore e libertà, ma ricorre alle espres-
sioni equivalenti, ma più generiche e comuni, di onestà e di
giustizia. L'onesto è il vero morale riferito alla condotta in-
teriore dell'individuo; il giusto è il vero morale riferito alla
condotta esterna dell'uomo in quanto fa parte della società:
l'uno non esce dall'individuo, l'altro suppone il consorzio so-
ciale: l'uno si risolve nell'equilibrio delle facoltà umane e
nella purezza dell'intenzione, l'altro nella retta distribuzione
tra gli uomini de' vantaggi e delle utilità. Non vi è dubbio
che il Duni iutese chiaramente il rapporto tra morale e
diritto: ma forse ne accentua troppo l'opposizione, mentre il
Vico insiste piuttosto sulla loro coordinazione e accanto al
pudore che è un fatto di coscienza pone il costume che è il
fatto etico collettivo e che prepara ma non costituisce ancora
il fatto giuridico (3).
Non crediamo che il Duni abbia interpretato esattamente
il concetto del Vico facendo derivare il diritto delle genti da
quelle antichissime costumanze che si andarono formando du-
rante l'età patriarcale per l'autorevole e sovrana volontà dei
padri di famiglia e che si incontrano pressoché uniformi in
(1) Cfr. Finetti, Op. oit. (ediz. di Venezia del 1764), Voi. II, p. 113.
(3) C£r. Duni, Scienza del oostume {ed, napoletana del 1775), lib. II, e. ix.
(3) Cfìr. QcU rapporto tra ^iuatp e onesto. Punì, Op. cit.^ lib, 11^ e. vil^
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-.-•-TT VavVy
-Sla-
tti i popoli. Formatesi colle città le società civili, tali co-
imanze modificate e adattate alle speciali condizioni di
npo e di luogo avrebbero costituito il diritto civile,
[n altre parole secondo il Duni il diritto di natura è il di-
to filosofico quale appare alla mente rischiarata dal vero,
Q ottenebrata dagli afletti e dall'errore: il diritto delle genti
il diritto civile sono formazioni storiche rispondenti ai due
idi di aggregazione sociale della famiglia e della città. Il
itto poi civile svolge l'equità naturale e la civile, di cui
na si ispira al privato interesse l'altra al pubblico (I). Nel
ni le dottrine e i principi del Vico diventano famigliari
iccessibili alle menti meno colte. È doveroso riconoscere
e le sorti del Vico in Italia nel secolo XVIII sono stret-
nente legate al nome del Duni. Negli scritti, dalla cattedra
Roma per oltre venticinque anni il Duni tenne desto il
Ito e la tradizione del Vico negli studi giuridici. Cattolico
li stesso potè con tanta maggior efficacia difenderne la me-
)ria e gli scritti contro i cattolici intransigenti, frustrandone
secreto desiderio di far condannare come eretiche e peri-
tose le opere del Vico (2). Egli fece opera più di avvocato
e di critico: fu più amante del Vico che della verità: ma
si tien conto delle tristi condizioni in cui versavano le
enze morali e giuridiche in Italia nella seconda metà di
el secolo, minacciate dalla reazione cattolica da un lato.
He influenze materialiste francesi dall'altro, l'opera del Duni
'Otta a far conoscere nella sua genuina purezza le dottrine
l Vico e a salvarle dalle conseguenze di una condanna ec-
isiastica non può a meno che essere altamente apprezzata.
1) La formazione storica del diritto deUe geùti e civile è argomento
. libro HI, Duni, Op. cit.
2) Sopra accennammo alla polemica tra il Dani e il Fìnetti in ordine allo
bo ferino. Qui ricorderemo che la Biaposta apologetica del Duni fu stam-
a con l'approvazione del Giorgi, professore di Scrittura nell'Università
Roma e del Nerini, consultore del Sauto Officio. Si voUe così dare una
3ntita ufficiale al Finetti, il quale non volle perciò apparire l'autore
la Apologia che pubblicò con altro nome.
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- 2ià -
Negli ultimi decenni del secolo quando in Italia e sopratutto
in Napoli gli ingegni subivano il fascino degli enciclopedisti,
la tradizione del Vico impedi l'asservimento completo del
nostro pensiero filosofico: liberi pensatori come il Pagano, il
Filangeri, il Coco trassero dalla Scienza Nuova gli elementi
più originali e duraturi delle loro opere.
Se non può pertanto sostenersi che la tradizione del Vico
sia stata svolta e apprezzata al suo giusto valore in Italia,
non può neppure ammettersi che sia andata perduta. Il pen-
siero filosofico italiano nel secolo XIX ondeggiò incerto tra
la tradizione spiritualista e gli indirizzi di origine straniera
del sensismo, dell'hegelianismo, del positivismo. Ma è notevole
il fatto che dai seguaci delle scuole più diverse l'autorità del
Vico fu invocata in appoggio dei loro sistemi e da tutti il Vico
fu considerato come il rappresentante di un indirizzo di pen-
siero essenzialmente italiano.
74. — L'età classica dei capiscuola e dei sistemi di diritto
naturale si chiude col Vico, la cui dottrina se da un lato è
in rapporto colle correnti del pensiero filosofico dell'epoca,
dall'altro lato per gli elementi storici é psicologici, di cui si
arricchisce, preannunzia sistemi e indirizzi venuti in onore
in tempi posteriori. Ben può dunque il Vico considerarsi un
gigante del pensiero^ una mente comprensiva che della realtà
vide gli aspetti più diversi e seppe fonderli, unificarli in una
dottrina che per i tempi in cui sorse può veramente chiamarsi
nuova. L'importanza del Vico sta nell'aver posto a fii^eno e a
guida della speculazione filosofica la realtà, o il fatto, come
egli diceva, nell'aver intuito il metodo proprio delle scienze
morali, nell'aver dato alla sua speculazione il fondamento saldo
della psicologia e della storia, nell'aver analizzato l'uomo in
se e nella sua natura socievole, nell'aver tratto da elementi
disparati e opposti un sistema che ha tutti i caratteri di una
sintesi filosofica, storica, sociale. Per questo l'opera sua pre-
senta in sommo grado i caratteri della modernità e perennità .
della modernità in quanto anticipa sull'indirizzo storico, so«
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- àu -
ologico, psicologico nello studio dei fatti morali; della peren-
ta in quanto a' suoi insegnamenti l'intelletto umano ritornerà
mpre dalle estreme, eterne aberrazioni dell'idealismo e del
lalismo.
§7.
I^a SGixoim del dlfltto t^atUfale
Qe^sUol tappotti coiriliafx)li7lSfX)o e col l^aiftlsf^o.
)MMABIO : 75. Origine, sviluppo e caratteri deU'IUazninisino — 76. La scnola
del diritto naturale nei suoi rapporti coU'IllaininiBnio — 77. L'illuminismo
in Francia e suoi caratteri — 78. L'Illuminismo in Germania e l'opera dei
giuristi — 79. L'IUuminismo in Italia e suo carattere generale — 80. La
scuola del diritto naturale nei suoi rapporti ooUa dottrina giuridica di
E. Kant.
75. — La scuola del diritto naturale rappresenta una nuova
ientazione intellettuale in ordine ai fenomeni giuridici e
ciali: essa fu l'opera ad un tempo di filosofi e di giuristi,
seppe contrapporre alle istituzioni che avevano per sé la
rza dell'autorità e della tradizione le armonie ideali di una
ta conforme alla natura delle cose, ossia ai principi univer-
li e immutabili della ragione. A questo rivolgimento intel-
ttuale si aggiunge verso la metà del secolo XVIII per opera
m di filosofi, ma di pubblicisti, letterati, uomini di Stato, un
svolgimento delle coscienze, espressione di un nuovo modo di
nsiderare il mondo sociale e morale, noto sotto il nome di
uminismo. Tra l'Illuminismo e la Scuola del diritto naturale
rrono stretti rapporti, ma anche profonde differenze. .Agli
opi del presente lavoro basti affermare che l'Illuminismo è
i fenomeno assai complesso, risultante di elementi diversi,
sieme fusi e diretti ad uno scopo ultimo di riforma sociale
politica. L'Illuminismo non può considerarsi una filiazione
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tè. — Non deve sembrar strano il nome di razionalisti ap-
plicato ai principali rappresentanti deirilluminismo. Tale nome
è giustificato per due motivi : anzitutto perchè le manifesta-
zioni più spiccate del materialismo del secolo XVIII presen-
tano tutti i caratteri di costruzioni razionali, nelle quali la
fantasia e il ragionamento suppliscono spesso la insufficienza
e la scarsità dei dati di fatto oflferti dalle scienze ancora in
formazione r in secondo luogo perchè le idealità sociali e giu-
ridiche, che la scuola del diritto naturale aveva elaborato,
rivivono nell'epoca dell'Illuminismo e ne costituiscono il fat-
tore aprioristico e razionale. L'origine contrattuale della so-
'cietà e dello Stato, i concetti dell'uomo e della società di natura
rappresentano il contributo che la scuola del diritto naturale
arrecò all'Illuminismo. Tali concetti che negli scrittori del
diritto naturale rispondevano essenzialmente ad una esigenza
razionale, negli Enciclopedisti ricompaiono arricchiti di un
contenuto sentimentale, in forma poetica e attraente acqui-
stando per questo solo una efficacia pratica che prima non
avevano.
Nell'Illuminismo pertanto venivano a convergere tutte le
diverse correnti della speculazióne filosofica e scientifica dei
secoli XVII e XVIII e assieme fuse vennero a costituire una
nuova più vasta corrente a intenti di riforma e di trasfor-
mazione morale, religiosa, politica, sociale. La Chiesa e lo
Stato, le due iorze maggiori che da secoli tenevano soggiogati
gli spiriti e ne impedivano ogni libera espansione furono prese
di mira: da un lato le premesse materialiste, gli stretti rap-
porti col progresso e le applicazioni delle scienze naturali
rendevano l'Illuminismo antireligioso e nelle sue ultime con-
seguenze ateo; dall'altro lato le concezioni dello stato di na-
tura e del contratto sociale battevano in breccia le teorie
del diritto divino, nonché il fondamento dei governi assoluti.
Il materialismo esplicò la sua influenza sovvertitrice nel campo
religioso e morale : la scuola del diritto naturale scosse le basi
tradizionali dell'autorità e dello Stato. Se si aggiunge che
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-ài?-
l'Illuminismo non fu solo movimento di idee m;
sentimenti, che si distinse per la sua cieca fede i
del sapere, nella trasformazione della società per
scienze, nelle energie inesauribili dell'uomo, fati
creare a sé stesso i suoi propri destini, si com
esso in sé racchiudesse tutte le condizioni per
l'antico regime e preparare le condizioni della v
77. — L'Illuminismo è un fenomeno generale del t
ovunque i popoli si destano ad una vita nuova, 1
lavoro e dalla scienza, . ovunque si acquista cosi
de' propri diritti e si avvertono i sintomi di un ;
rispondente agli ideali di giustizia e di prosperiti
e sociale, il fenomeno dell'Illuminismo' appare,
tutti i paesi si presenta cogli stessi caratteri.
La Francia fu la patria dell'Illuminismo e da ei
in altri paesi sopratatto in Germania e in Italia,
in Francia l'Illuminismo si svolge co' suoi carati
cali, ci si presenta completamente sviluppato. F
cipio del secolo XVIII in Francia lo scetticisr
Bayle aveva distolto le menti dal passato pre
ad accogliere teorie più consentanee ai tempi. A
fase di scetticismo dissolvitore , di critica nega
il periodo in cui le più elette intelligenze si fa
dere le dottrine scientifiche e filosofiche dell'Ing
è considerata la terra della libertà e del progres;
le sue forme. A questa fase risalgono i rapporti
tra la Francia e l'Inghilterra, gli scritti polemici
diretti a far trionfare in Francia il sistema di
pera del Montesquieu intesa a far conoscere
politiche e costituzionali inglesi. In un terzo
luminismo entra in una fase costruttiva; abl
lato col La Mettrie e col Cabanis i primi 1
trarre la vita intellettuale e morale dal sustra
e fisiologico dell'uomo, dall'altro col Condillac
derivare dal senso la vita dello spirito; più tar
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-218 -
abbozza un sistema morale informato all'egoismo e al pre-
supposto dell'uomo preoccupato solo della propria felicità:
da ultimo il barone d'Holbach in un'opera che fu il codice
la bibbia del materialismo del secolo XVIII riduce a si-
stema le leggi del mondo fisico e morale. £ parallelamente
a questa concezione naturalista e meccanicista del mondo e
della vita vediamo per opera del Diderot, del Rousseau, del
Morelly, del Mably risorgere la fede in uno stato di natura,
sinonimo di moralità e di felicità, vediamo l'opera della ragione
e della volontà invocata a dar origine e svolgimento alla
società e allo Stato. E quest'ultima corrente di natura ideale
e che aveva per se l'autorità di quasi due secoli di specula-
zione, più consentanea alle tendenze razionaliste di un'epoca
per la quale le concezioni materialiste erano premature, finì
per prevalere e per dare al movimento illuminista quel carat-
tere ideale e razionale nel quale si manifesta nella rivoluzione
francese.
78. — In Germania l'Illuminismo francese penetrò per l'in-
fluenza personale di Federico il Grande, la cui corte divenne
il ritrovo geniale delle più elette intelligenze dell'epoca. Il fa-
vore che il grande uomo di stato dimostrò per il movimento di
idee sorto dall'Illuminismo rispondeva oltreché a un bisogno
della mente, ad un alto disegno politico. Preoccupato della
rigenerazione intellettuale e morale del suo popolo Federico
il Grande comprese come l'avvenire di esso dipendeva dal
grado nel quale avrebbe partecipato alle nuove correnti di
pensiero. Ma astraendo dalle tendenze e dalle vedute politiche
personali di Federico II devesi riconoscere che il materia-
lismo inglese e francese non trovò accoglienza in Germania,
né prevalse contro l'idealismo spiritualista che poneva capo
al Leibnitz (I), per quanto non si possa negare che anche la
speculazione del Leibnitz e del Wolflf informata all'eudemo-
(1) Cfr* Lange, Hietoire du matérialisme, Paris, 1877 (trad, francese),
I, Parte quarta, o. IV,
i
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-^
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■^
gli studiosi delle scienze giuridiche ed economiche, i quali
possono trovare in Italia Tattuazione anticipata di quelle ri-
forme legislative e finanziarie che altrove furono provocate
dai torbidi rivoluzionari. E bisogna riconoscere che in Italia
i principi meno stretti alla tradizione, più a contatto col po-
polo seppero attuare quanto dì meglio T illuminismo in sé riu-
niva spontaneamente, con perfetta coscienza, senza attendere
la pressione degli avvenimenti. Nello studio poi deirillumi-
nismo italiano non può trascurarsi un elemento non derivato
dal di fuori ma del tutto nostro, la tradizione cioè del pen-
siero del Vico, che si rivela, come già accennammo, in tutte
le opere uscite dalle menti più elette dell'epoca e che senza
dubbio concorse a dare un indirizzo pratico, un fondamento
più saldo, una fisionomia particolare all'Illuminismo italiano.
Ma l'argomento da noi appena sfiorato dell'Illuminismo ita-
liano merita per la sua importanza una trattazione speciale,
e qui non si voleva che richiamare l'attenzione sul carattere
generale ch'esso presenta e per cui si distingue dall'Illumi-
nismo francese e tedesco.
80. — La scuola del diritto naturale non ha solo stretti
rapporti coll'Illuminismo ma rientra come elemento integrante
nel nuovo indirizzo filosofico che si personifica in Emanuele
Kant. Il Kantismo se fu per il suo stesso carattere critico
una reazione contro la speculazione filosofica dei secoli XVII
e XVIII, rappresenta d'altra parte uno svolgimento di quelle
idee che la scuola del diritto naturale aveva in due secoli
elaborato. Il carattere di reazione si rivela sopratutto nella
parte teoretica della speculazione kantiana. La critica della
conoscenza e della ragione umana nella ricerca del vero, che
il Kant considerava come il problema fondamentale della fi-
losofia, era implicitamente la critica e la condanna di tutti
i sistemi usciti dalle diverse scuole filosofiche, nessuno dei
quali aveva rispettato quei limiti oltre i quali la ragione
umana non può conoscere il vero. Per questa parte il Kant
si contrappone al passato e apre vie nuove alla speculazione
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— 222 —
Stato nei suoi rapporti coirindividuo e a stabilire quella
d'interiorità che deve considerarsi interamente sottratta
alsiasi coazione esteriore e da cui si originano i cosi
diritti soggettivi dell'uomo e del cittadino.
concezione stessa di un diritto naturale non è abban-
ta dal Kant, ma è solo presentata sotto un diverso aspetto,
non cerca il fondamento del diritto naturale nella espe-
rà e nell'osservazione empirica dell'uomo come l'Hobbes
>pure nell'autorità e nell'universale consenso come Grozio,
iella ragione stessa, e riduce tutta la scienza del diritto
cognizione sistematica del diritto naturale. Da ultimo
nò che riguarda il concetto e le funzioni dello Stato, il
; se non si foggiò uno stato di natura, vagheggiò certo
stato di ragione, ossia uno stato che i moderni chiame-
3ro piuttosto di diritto, non avente altro scopo all'infuori
lello di garantire il diritto ossia di assicurare l'accordo
libertà. Che se un siffatto concetto dello Stato non può
>ndersi collo Stato sognato dagli Illuministi e dai giusna-
listi, che ha per fine la felicità e il perfezionamento dei
dini, non vi è dubbio che nei due casi il metodo seguito
jostrurlo è identico e lo Stato giuridico di Kant è una
uzione altrettanto astratta e arbitraria quanto è più
dello Stato paterno di Thomasius e di Wolff. Sotto
atto pertanto del metodo seguito, dei risultati ottenuti
lobbiamo considerare la dottrina giuridica del Kant un
pale svolgimento della dottrina elaborata dagli spiriti
linati del secolo XVIII, che in Germania all'epoca in cui
I Kant, si confondono coi seguaci della scuola del diritto
pale.
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- 224 -
Pag.
§ 4. — Tommaso Hóbhes e Vindirizzo empirico nelle scienze
morali 49 93
Sommario: 81. Bacone e sua posisione nella storia del pensiero
— 32. Bacone e le scienze morali ~ 33. Etica e scienza ci-
vile in Bacone ~ 34. Il metodo di Hobbes — 35. Hobbes e
i suoi tempi — 36. Sistema etico -^inridico di Hobbes — 37. Il
rapporto tra morale e diritto in Hobbe<t — 38.. L'opposizione
a Hobbes : Cnmberland — 39. Locke e i snoi tempi ~ 40. Mo-
rale e diritto in Locke — 41. Da Locke a Home -^ 42. Hnme
ei snoi tempi — 43. Filosofia di Hnme — 44. Rapporto tra
morale e diritto in Hnme — 45. A. Smith e sna importanza
— 46. Sistema etico-ginridioo di Smith — 47. Conclnsione.
§ 5. — L'indirizzo cartesiano nelle scienze morali . . 94-136
Sommario : 48. Cartesio e l'epoca sna — 49. Cartesio e le scienze
morali — 50. Malebranche e l'indirizzo spiritualista-cartesiano
nelle scienze morali — 51. L'Olanda <o il sistema etico-giu-
ridico di Spinoza — 52. Le condizioni politiche e religiose
della Germania nel secolo XVII •— 53. La dottrina etico-giu-
ridica di Leibniz — 54. L'opera metodica del Wolff — 55. Pa-
rallelo tra riudirizzo filosofico e giuridico nelle scienze morali.
§ 6. — Vico e le scienze etico-giuridiche in Italia . 137-213
Sommario: 56. Condizioni generali d'Italia nel secolo XVII —
57. Galileo e la filosofia naturale — 58. Gli stndl giuridici e
il rinnovamento della filosofìa in Italia — 59. Vicende degli
studi giuridici iu Italia — 60. Gli stndl giuridici in Napoli
nella prima metà del secolo XVII: giureconsulti pratici —
61. n progresso degli studi giuridici in Napoli nella seconda
metà del secolo XVIII : g^iureconsulti eruditi : d'Andrea e
Gravina — 62. La Vita Civile di P. M. Dorìa — 63. Risveglio
filosofico in Napoli nella seconda metà del secolo XVII —
64. Posizione di Vico in ordine agli indirizzi filosofici del suo
tempo — 65. Vico contro Cartesio e la questione del metodo
nelle scienze morali — 66. Il criterio della verità nel Vico —
67. n Vico e gli studi giuridici — 68. La filosofia del diritto
nel Vico — 69. Il rapporto tra morale e diritto — ^ 70. Il
diritto nella sua formazione storica — 71. Diritto e scienza
sociale — 72. Le sorti di Vico e i critici cattolki — 73. Se-
guaci di Vico: Stellini e Dnni — 74. Conclusione.
§ 7. — La Scuola, del diritto naturale ^ne' suoi rapporti
coli' Illuminismo e col Kantismi . . . . ' 214-222
Sommario: 75. Origine, sviluppo e caratteri dell'Illuminismo —
76. La scuola del diritto naturale nei suoi rapporti coll'Ulu-
minismo — 77. L' Illuminismo in Francia e suoi caratteri
— 78. L' Illuminismo in Germania e l'opera dei giuristi —
79. L'Illuminismo in Italia e suo carattere generale — 80. La
scuola del diritto naturale nei suoi rapporti colla dottrina
giuridica di E. Kant.
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