Grice e Peregalli: l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. I luoghi e la polvere Incipit All'inizio della Genesi il
serpente convince Eva a mangiare con Adamo il frutto dell'albero della
conoscenza. Così i loro occhi si apriranno e vedranno per la prima volta la
loro nudità. Comincia in questo modo la storia della conoscenza e del
desiderio. Vedere, desiderare e infine morire. Il tempo, il suo scorrere nelle
nostre vene, diventa dominante. Lo splendore dell'attimo, la sua rivelazione
abbagliante, ne sancisce la caducità. Il tempo corrode la vita e la esalta.
Insieme alla conoscenza e al desiderio nasce anche l'amore per la fragilità
dell'esistenza. Le cose si rovinano. Citazioni Se si vuole vedere, o
meglio, se nel destino è scritto che si veda a tutti i costi, se si vuole
desiderare, se si vuole conoscere (così si capisce quanto poco la conoscenza
abbia a che fare con principi puramente razionali), si deve diventare mortali.
Gli dei sono indifferenti. Per gli uomini inizia così la differenza. Finché non
conosci, finché non mangi il frutto dall'albero della conoscenza, sarai eterno.
Non saprai cosa sono il bene e il male, il desiderio, l'attrazione dei corpi,
la morte. Il tempo è la nostra carne. Siamo fatti di tempo. Siamo il tempo. È
una curva inesorabile che condiziona ogni gesto della nostra vita, compresa la
morte. La superficie di qualunque "cosa", sia essa un oggetto o un
luogo, è intaccata dal tempo, riposa nel tempo. Viene corrosa, sporcata,
impolverata in ogni istante. Sono la sua caducità e la sua fragilità che la
fanno vivere nel trascorrere delle ore, dei giorni, degli anni. L'eternità è un
miraggio, e non è la salvezza. Stare in casa significa poter assaporare il
piacere di sapere che fuori c'è un paesaggio meraviglioso e, quando vuoi, apri
la porta o la finestra e lo guardi. Deve esserci lo sforzo del gesto. Il
desiderio va centellinato, perché sia più profondo. Il bianco è il profumo dei
colori. Il bianco, ancora più del nero, laddove usato nella sua purezza, è uno
dei colori più difficili che esistano, e meno imparziali. Usato in quantità
massicce la sua forza ci si ritorce contro. Diventa indifferente solo in
apparenza. In realtà l'indifferenza non esiste. Nulla è indifferente. È un
abbaglio, un alibi. Equivale all'apatia. I vetri, il bianco sono materia,
colore, carne, vita. L'ombra, come la polvere, è il nostro fondo nascosto. La
si vuole cancellare. Deve essere un eterno meriggio. Così si elimina la
"carnalità del luogo", il suo erotismo sottile, la sua terrestre
caducità. Purtroppo in estetica la dittatura di un elemento è identica alla sua
democratizzazione. Il livellamento dei luoghi conduce alla dittatura della luce
e viceversa. Tutto diventa uguale nell'indifferenza. Di fronte all'ottusa
sicumera che ci avvolge esiste un tempo altro che non possiamo controllare,
dirigere, comandare e che può aprire nuove prospettive, trovando sentieri
tortuosi, o spesso non tracciati. Nelle sacche dell'errore (che è un erramento)
può ancora trovarsi un cammino. Il passato è stato messo in una teca,
sigillato, perché non nuoccia. Lo si può venerare, ma lo si teme. E comunque
non deve essere imitato. Gli antichi, invece, in ogni momento hanno sempre
guardato indietro. Da lì traevano ispirazione. Cancellavano per ricreare. Credo
che in quest'epoca falsamente luccicante e rassicurante, che vuole esorcizzare
la morte e la fragilità della vita a ogni passo, e dove colori sgargianti,
superfici nitide e sorde, luci accecanti circondano il nostro vivere, un
sentiero possibile sia quello di cercare negli interstizi delle cose prodotte
dall'uomo una crepa, una rovina che ne certifichi la fondatezza. In un mondo
che teorizza le guerre "intelligenti" e gli obiettivi "mirati"
la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle costruzioni. Il
decadimento fa parte dell'essere. Tutto decade, crolla, si disfa. Ma questo
decadimento è un frammento di noi. Il concetto di incontaminato è
fondamentalmente falso. Tutto è contaminato dal tempo e dall'uomo. Nell'attimo
stesso in cui mettere le sue radici in un luogo lascia un segno e l'incanto si
sbriciola. Esistono nelle città, nei paesi, nelle campagne, "rovine
semplici"...Cascine abbandonate, un muro senza aperture, uno spiazzo
solitario con una fabbrica dismessa, una vecchia ciminiera diroccata, una
strada che non finisce, chiese, mausolei, tumuli lasciati al loro destino,
attraversati dal tempo. Luoghi che apparentemente non dicono nulla di più della
loro solitudine e del loro abbandono e in cui il motivo delle loro condizioni
non si legge più tra le pieghe dell'architettura. Le ferite, se mai ci sono
state, non mostrano la loro origine. Troviamo queste rovine dappertutto nel
mondo, sparse tra le nuove costruzioni, o isolate e lontane. Quello che
colpisce è la tranquillità, la pacatezza. Non servono più a nulla, non possono
essere sfruttate, manipolate. Possono solo essere cancellate da una ruspa.
Questa fragilità è la loro forza. Ci affascinano perché ci somigliano.
Somigliano al nostro essere caduchi, alla nostra mortalità, alla sete dei
nostri attimi di felicità. Nel mondo c'è un'ansia di eternità. L'idea che tutto
debba tornare a risplendere com'era. È un'epoca, questa, in cui da una parte si
desidera l'infinito e dall'altra ci si spaventa per la fragilità delle persone
e dei luoghi. Pensare che un luogo possa cristallizzarsi in un'eternità senza
tempo è una chimera che denota, mascherato di umiltà, un senso di presunzione
infinito. La nostra vita è la nostra memoria. Attraverso il passato guardiamo
il futuro. Se lo distruggiamo e lo ricostruiamo in modo fittizio non resterà
più niente. La bellezza di un oggetto deriva in buona misura dalla sua patina.
Più che la frattura tra antico e moderno, ciò che dà consistenza alla nostra
vita e la rende accettabile è la patina del tempo. La certezza che le cose e i
luoghi deperiscono serenamente. È questa una "decrescita" estetica,
un principio che vede nella caducità la traccia della loro bellezza. Una
volta le cose erano fatte per durare ed erano caduche. Quindi veniva calcolata
la loro deperibilità per farle diventare sempre più belle. Oggi le cose si
producono per essere effimere, e al tempo stesso si proteggono con vernici e
altre sostanze, perché sembrino eterne. Una città per avere un'anima non deve
essere perfettamente pulita. Devono rimanere le tracce di quello che accade.
Così i resti della nostra vita possono affiorare, come i ricordi dagli angoli
delle strade, dai cespugli, dai muri. La materia di cui sono fatte le cose deve
plasmarsi sull'aria che si respira, deve ricevere l'ombra. La durata delle cose
nel tempo non si può comperare. Il corpo va amato per quello che è. La sua
fossilizzazione, invece, rischia di tradirne l'essenza, la cui forza è la
caducità. Il motivo per cui ci attrae, ci eccita, ci tiene con il fiato sospeso
in tutti i suoi anfratti più segreti, il suo odore, la sua superficie, il suo
colore, è la sua consistenza che muta negli anni e si adatta a noi e al mondo.
Parole come design e lifting hanno un suono sinistro. Dicono lo stesso. La
plastificazione degli oggetti e dei corpi, il loro luccicare senza vita, come i
pesci lasciati a morire sulla riva. Tracciamo un mondo che dovremmo indossare
come una muta per aderirvi perfettamente e in cui però i nostri movimenti diventano
falsi e rallentati, chiusi in un cofano che toglie il respiro. Corpi
rimodellati che abitano e usano luoghi altrettanto rimodellati. Il museo deve
introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le opere dei morti dialogano
con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e fecondo. I musei, che
sorgono sempre più numerosi in quest'epoca, sono divenuti edifici-scultura.
Vengono chiamati a progettarli gli architetti più accreditati del momento, che
inventano dei mausolei per la loro gloria, prima ancora di sapere a cosa
serviranno. In essi la gente non va tanto a vedere le esposizioni o le opere
presentate quanto i monumenti stessi. Gli allestimenti museali sono un
riassunto e uno specchio drammatico dell'epoca in cui viviamo. I vetri
antiproiettile, l'illuminazione da stadio o catacombale, i colori sordi e
luccicanti dei muri, il gigantismo insensato, le ricostruzioni senz'anima. Via
la polvere, via la patina, via l'ombra, via la carne di cui siamo fatti. Tutto
è asettico. Cancellando la mortalità della vita, il luogo diventa eternamente
morto. L'arte è mimesi della natura. La mima, la reinventa, la accompagna
fedelmente nel cammino del tempo. Non c'era contrasto e nemmeno violenza.
L'abitare sulla terra era una convivenza armonica in cui l'uomo beneficiava
della natura, e questa traeva profitto e bellezza dalla presenza dei disegni
dell'uomo. Così nascevano i luoghi. L'occhio che guarda questi luoghi, luoghi
diroccati e abbandonati, immagina il loro passato, sente attraverso la pelle
consumata dal tempo l'anima che li avvolge. La patina, come la polvere, si
deposita sulle cose. Dà loro vita. Le inserisce nel tempo. Un tavolo, una
sedia, un bicchiere parlano del passato, delle mani che li hanno toccati,
attraverso la pelle del tempo che li avvolge a poco a poco. Le tracce del
passato si leggono tra le crepe dei muri, oltre l'umidità della pioggia e il
calore riarso del sole. Roberto
Peregalli, “I luoghi e la polvere,” Bompiani. Roberto Peregalli. Peregalli.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Peregalli” – The
Swimming-Pool Library.
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