Grice
e Scevola: l’augure -- MIHI AGMINA MILITVM QVIBVS CVRIAM CIRCVMSEDISTI LICET MORTEM IDENTIDEM MINITERIS NVMQVAM
TAMEN EFFICIES VT PROPTER EXIGVVM SENILEMQVE SANGVINEM MEVM MARIVM A QVO VRBS
ET ITALIA CONSERVATA EST HOSTEM IVDICEM – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza. Filosofo italiano. Console della repubblica romana. Augure. Gens:
Mucia. Edile, tribuno della plebe, pretore, console. Politico romano vissuto
durante il periodo della repubblica ed un esperto di diritto romano. Da non
confondere col pontifice, autore degl’ “Annales Maximi.” Venne educato in legge
dal padre e in filosofia da Panezio di Rodi, filosofo del portico. Venne eletto
tribune, edile, e pretore. Inviato come governatore nelle province dell'Asia ,inore.
Tornato a Roma, dove difendersi da un'accusa di estorsione rivoltagli da Tito
Albucio da cui riusce a difendersi. Venne eletto console. S. ha grande
interesse per la legge e gl’affari all'interno di Roma. Trasmitte la sua
conoscenza del diritto romano ad alcuni dei più famosi oratori di quei tempi,
tra cui Cicerone e Attico. Difende Gaio Mario dalla mozione di Silla che lo vuole
rendere nemico del popolo, asserendo che mai avrebbe approvato un tale disonore
per un uomo che aveva salvato Roma. Cicerone utilizza la figura del suo
maestro come interlocutore in tre opere: “De oratore”, “De amicitia”, e “De re
publica”. S., su sapere.it, De Agostini. S. su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Predecessore Console romano Successore Marco
Porcio Catone e Quinto Marcio Re con Lucio Cecilio Metello Diademato Quinto
Fabio Massimo Eburno e Gaio Licinio Geta. Portale Antica Roma
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Auguri Governatori romani dell'Asia. Gaio Mario. Se stai cercando il figlio di Gaio
Mario, vedi Gaio Mario il Giovane. Considerata la caratura del personaggio e
l'abbondanza di fonti, il numero di riferimenti puntuali inseriti nel testo è
particolarmente desolante Sebbene vi siano una bibliografia e/o dei
collegamenti esterni, manca la contestualizzazione delle fonti con note a piè
di pagina o altri riferimenti precisi che indichino puntualmente la provenienza
delle informazioni. Puoi migliorare questa voce citando le fonti più
precisamente. Gaio Mario, Console della Repubblica romana. Presunto busto di
Gaio Mario, Gliptoteca di Monaco. Morte: Roma. Figlio: Gaio Mario il Giovane
Gens: Maria Tribunato della plebe, Pretura, Legatus legionis, Consolato, Proconsolato
in Africa. Nasce a Cereatae. Etnia: Romano. Dati militari Paese servito: Repubblica
Romana Forza armata: Esercito romano Arma: Fanteria Grado: Imperator, Dux
ovvero comandante in capo Guerre: Guerre cimbriche Guerra giugurtina Guerra
sociale Guerre mitridatiche Guerra civile tra Mario e Silla. Battaglie: Battaglia
di Aquae Sextiae Battaglia dei Campi Raudii Assedio di Numanzia Altre cariche: Console
della Repubblica romana voci di militari; C·MARIVS·C·F·C·N. Generale e politico romano,
per VII volte console della Repubblica romana. Lo storico Plutarco gli
dedicò una delle sue Vite parallele, raffrontandolo al re d'Epiro Pirro. È
comunemente noto per la rivalità con Lucio Cornelio Silla. La carriera di
Gaio Mario è particolarmente emblematica della situazione sociopolitica della
tarda repubblica romana, in quanto si sviluppa attraverso fatti e circostanze
che, in seguito, porteranno alla caduta della stessa. Mario era un homo novus,
cioè proveniente da una famiglia italica che non faceva parte della nobiltà
romana, e seppe distinguersi e giungere alla ribalta della vita pubblica di
Roma per merito della propria competenza militare. L'oligarchia dominante fu
perciò costretta, suo malgrado, a cooptarlo nel proprio sistema di potere. A
causa del verificarsi di una situazione di grande pericolo per la minaccia di
invasioni su larga scala, gli si dovette concedere un potere militare senza
precedenti nella storia di Roma, e questo a scapito del rispetto delle leggi e
delle tradizioni vigenti, che dovettero essere adattate alla nuova situazione
di emergenza. Alla fine fu varata una profonda riforma della leva militare, che
in passato raccoglieva solamente proprietari terrieri, e che da allora fu
aperta anche a cittadini provenienti dalle classi dei nullatenenti. Nel lungo
termine questa riforma ebbe l'effetto di cambiare in modo radicale e
irreversibile la natura dei rapporti fra l'esercito e lo Stato. Gaio Mario
nacque ad Arpinum, precisamente nella zona che ancora oggi porta il suo nome,
Casamari -- in una zona chiamata Cereatae, nell'attuale comune di Veroli. La
città, d'antica origine volsca, era stata conquistata dai Romani verso la fine
del VI secolo a.C., e aveva ricevuto la cittadinanza romana senza diritto di
voto -- civitas sine suffragio -- e soltanto nel 188 a.C. le vennero concessi i
pieni diritti civili. Plutarco riferisce che il padre era un manovale, ma la
notizia non è confermata da altre fonti, e tutto lascia pensare che sia falsa.
Infatti i Marii intrattenevano importanti relazioni con gli ambienti della
nobiltà romana, partecipavano da protagonisti alla vita politica della loro
cittadina e appartenevano all'ordine equestre. Le difficoltà che incontrò agli
esordi della sua carriera a Roma dimostrano semmai quanto fosse arduo per un
homo novus affermarsi nel novero dell'alta società romana dell'epoca. Si
distinse per le notevoli attitudini militari dimostrate in occasione
dell'assedio di Numanzia, in Spagna, tanto da farsi notare da Publio Cornelio
Scipione Emiliano, soprannominato Africano Minore. Non è dato sapere con
certezza se venne in Spagna al seguito dell'esercito di Scipione, oppure se si
trovasse già in precedenza a servire nel contingente che, con scarso successo,
da tempo cingeva d'assedio Numanzia. Sta di fatto che Mario parve fin
dall'inizio molto interessato a far carriera politica in Roma stessa. Infatti
si candidò per la carica di tribuno militare di una delle 4 prime legioni -- in
tutto i tribuni elettivi sono XXIV, mentre tutti gl’altri venneno nominati dai
magistrati preposti agli arruolamenti. Lo storico Sallustio ci informa che il
suo nome era del tutto sconosciuto agli elettori, ma che alla fine i
rappresentanti delle tribù lo elessero per merito del suo eccellente stato di
servizio e su raccomandazione di Scipione Emiliano. Successivamente si ha
notizia di una sua candidatura alla carica di questore ad Arpino. È probabile
che egli utilizzasse le posizioni di comando ad Arpino per raccogliere dietro
di sé un consistente numero di clienti su cui fare affidamento per le
successive mosse che aveva in animo di compiere. Tuttavia sono solo congetture
in quanto nulla si conosce della sua attività come questore. Nel 120 a.C. Mario
fu eletto tribuno della plebe. A quanto sembra si era già candidato alla carica,
ma senza successo. Un ruolo determinante ebbe, nell'occasione, il sostegno
della potente famiglia dei Cecilii Metelli, verso i quali probabilmente aveva
un rapporto di clientela. Durante il suo tribunato Mario perseguì una linea
vicina alla fazione dei popolari, facendo in modo che venisse approvata, fra
l'altro, una legge che limitava l'influenza delle persone di censo elevato
nelle elezioni. Infatti, era stato introdotto il metodo del ballottaggio
scritto nelle elezioni per le nomine dei magistrati, per l'approvazione delle
leggi e per l'emanazione delle sentenze legali, in sostituzione del metodo
tradizionale di votazione orale. Poiché i nobiles cercavano sistematicamente di
influenzare l'esito dei ballottaggi con la minaccia di controlli e ispezioni:
Mario fa approvare un'apposita legge tabellaria – “Lex Maria de suffragiis
ferendis” -- per restringere i ponti sui quali passavano gli elettori per
votare, in modo che non si potesse controllare la loro scheda di voto: fece
costruire uno stretto corridoio da cui i votanti dovevano passare per
depositare il proprio voto nell'urna, in modo che fossero al riparo dagli
sguardi indiscreti degli astanti e dagli eventuali tentativi di manipolazione.
Questa sua azione provocò il deteriorarsi dei rapporti tra Mario e la potente
famiglia dei Metelli, di cui gli esponenti della famiglia di Mario erano clientes
per tradizione. Successivamente Mario si candidò per la carica di edile plebeo,
ma senza successo. Riusce, di stretta misura, a farsi eleggere pretore per
l'anno successivo (a quanto pare si classificò solo al sesto posto su sei), e
fu immediatamente accusato di brogli elettorali -- il termine latino è ambitus.
Riuscito a malapena a farsi assolvere da questa accusa, esercitò la carica
senza che si verificassero avvenimenti degni di particolare menzione. Terminato
il mandato ricevette il governatorato della Spagna ulteriore, dove fu
necessario intraprendere alcune campagne militari contro le popolazioni
celtiberiche mai del tutto sottomesse. Il governatorato e le guerre gli
fruttarono ingenti ricchezze personali, come sempre accadeva ai comandanti
romani. Le vittorie ottenute gli permisero, tornato a Roma, di richiedere e
ottenere il trionfo. La carriera di Mario non sembrava destinata a grandi
successi. Gli è proposto un matrimonio con una giovane esponente
dell'aristocrazia, Giulia Maggiore, sorella del senatore Gaio Giulio Cesare il
vecchio e futura zia di Giulio Cesare. Mario accettò, divorziando dalla sua
prima moglie Grania di Pozzuoli. La gens Iulia era una famiglia patrizia di
antichissime origini (faceva risalire la propria discendenza a Iulo, figlio di
Enea, e a Venere, dea della bellezza), ma, nonostante ciò, i suoi appartenenti
avevano, per ragioni finanziarie, notevoli difficoltà a ricoprire cariche più
elevate di quella di pretore (solamente una volta, nel 157 a.C. un Giulio
Cesare era stato console). Il matrimonio permise alla famiglia patrizia di
rimettere in sesto le proprie finanze e diede a Mario la legittimità per
candidarsi al consolato. Il figlio che ne nacque e Gaio Mario il Giovane. Legato
di Metello. Moneta raffigurante Giugurta, il re numida, nemico di Roma. La
famiglia di Mario era per tradizione cliente dei Metelli, e Cecilio Metello
aveva appoggiato la campagna elettorale di Mario per il tribunato. Sebbene i
rapporti con i Metelli si fossero in seguito deteriorati, la rottura non
dovette essere definitiva, tanto è vero che Q. Cecilio Metello, console., prese
con sé Mario come suo legato nella campagna militare contro Giugurta. I legati
erano originariamente semplici rappresentanti del Senato, ma, gradualmente, era
invalso l'uso di adibirli a compiti di comando alle dipendenze dei comandanti
generali. Quindi, molto probabilmente; Metello ottenne che il Senato nominasse
Mario legato, in modo che potesse servire alle sue dipendenze nella spedizione
che si accingeva a compiere in Numidia. Nel lungo e dettagliato racconto che
Sallustio ci fa di questa campagna militare, non si fa menzione di altri
legati, e ciò lascia pensare che Mario fosse quello di rango più elevato,
nonché braccio destro dello stesso Metello. Questo rapporto conveniva a
entrambi, in quanto, mentre Metello si avvantaggiava dell'esperienza militare
di Mario, questi rafforzava le sue possibilità di aspirare in seguito al
consolato. Va osservato che, se la gravità della rottura con Metello., alla
luce di quanto avvenne in seguito, fu probabilmente riferita in modo esagerato,
quella che si determinò riguardo alla condotta della guerra in Numidia fu
invece molto più seria e foriera di conseguenze. Mario si convinse che i tempi
fossero maturi per candidarsi alla carica di console. A quanto pare chiese a
Metello il permesso di recarsi a Roma per portare a termine il proprio
proposito, ma Metello gli raccomandò di astenersi, e probabilmente gli
consigliò di aspettare il tempo necessario per potersi candidare insieme con il
figlio ventenne dello stesso Metello, cosa che avrebbe rimandato tutto di
almeno venti anni. Mario fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco, ma nel
frattempo, durante tutta l'estate del 108, fece in modo di guadagnarsi il
favore della truppa, allentando notevolmente la rigida disciplina militare, e
di accattivarsi anche i commercianti italici del posto, ansiosi di
intraprendere i propri lucrosi traffici, assicurando a tutti che, se avesse
avuto mano libera, avrebbe potuto, in pochi giorni e con la metà delle forze a
disposizione di Metello, concludere vittoriosamente la campagna con la cattura
di Giugurta. Entrambi questi influenti gruppi si affrettarono a inviare a
Roma messaggi in appoggio di Mario, con cui si suggeriva di affidargli il
comando, e si criticava Metello per il modo lento e inconcludente con cui stava
conducendo la campagna militare. In effetti la strategia di Metello prevedeva
una lenta, metodica e capillare sottomissione di tutto il territorio. Alla fine
Metello dovette cedere, rendendosi conto, a ragione, che non gli conveniva
mettersi contro un subordinato tanto influente e vendicativo. In queste
circostanze è facile immaginare il modo trionfale con cui Mario, alla fine del
108, fu eletto console per l'anno successivo. La sua campagna elettorale fece
leva sull'accusa, rivolta a Metello, di scarsa risolutezza nel condurre la
guerra contro Giugurta. Viste le ripetute sconfitte militari subite,
nonché le accuse di spudorata corruzione rivolte a molti esponenti
dell'oligarchia dominante, è facile comprendere come l'onesto uomo fattosi da
sé, e affermatosi percorrendo faticosamente tutti i gradini della carriera, fu
eletto a furor di popolo, essendo visto come l'unica alternativa a una nobiltà
divenuta corrotta e incapace. Tuttavia il Senato aveva ancora un asso nella
manica. Infatti, la lex Sempronia de provinciis consularibus stabiliva che il
Senato aveva facoltà di decidere ogni anno quali province dovessero essere
affidate ai consoli per l'anno successivo. Alla fine dell'anno, e appena prima
delle elezioni, il Senato decise di sospendere le operazioni contro Giugurta e
di prorogare a Metello il comando in Numidia. Mario non si perse d'animo e si
servì di un espediente già sperimentato. Si era stati, infatti, in disaccordo
su chi avrebbe dovuto comandare la guerra contro Aristonico in Asia, e un
tribuno aveva fatto approvare una legge che autorizzava un'apposita elezione
per decidere a chi affidare il comando (per la verità c'era stato un altro
precedente in occasione della seconda guerra punica). Mario fece approvare una
legge simile, risultando eletto a grande maggioranza. Metello ne fu
profondamente offeso, tanto che, al suo ritorno, non volle nemmeno incontrarsi
con Mario, dovendosi accontentare del trionfo e del titolo di Numidico che gli
vennero generosamente concessi. Moderna ricostruzione di un centurione
romano. Mario riformò l'esercito dell'epoca allargando il reclutamento a tutti
i cittadini romani. Lo stesso argomento in dettaglio: Riforma mariana
dell'esercito romano, Esercito romano e Legione romana. Mario aveva un estremo
bisogno di raccogliere truppe fresche e, a questo scopo, introdusse una
profonda riforma del sistema di reclutamento, foriera di conseguenze di
un'importanza di cui lui stesso, al momento, probabilmente non comprese la
portata. Tutte le riforme agrarie attuate dai Gracchi si basavano sul
tradizionale principio secondo cui erano esclusi dal servizio di leva i
cittadini il cui reddito era inferiore a quello stabilito per la quinta classe
di censo. I Gracchi, con le loro riforme, avevano cercato di favorire i piccoli
proprietari terrieri, che da sempre avevano costituito il nerbo degli eserciti
romani, in modo da fare aumentare il numero di quelli che avevano i requisiti
per essere arruolati. Nonostante i loro sforzi, tuttavia, la riforma agraria non
risolse la crisi del sistema di arruolamento, che aveva avuto lontana origine
dalle sanguinose guerre puniche del secolo precedente. Si cercò quindi di
trovare una soluzione semplicemente abbassando la soglia minima di reddito per
appartenere alla quinta classe da 11.000 a 3.000 sesterzi, ma nemmeno questo fu
sufficiente, tanto che i consoli erano stati costretti a derogare dalle
restrizioni sugli arruolamenti imposte dalle leggi graccane. Mario ruppe ogni
indugio e decise di arruolare senza alcuna restrizione riguardo al censo e alle
proprietà fondiarie del potenziale soldato. Da quel momento in poi le legioni
di Roma furono composte prevalentemente da cittadini poveri, il cui futuro, al termine
del servizio, dipendeva unicamente dai successi conseguiti dal proprio
comandante, che era solito loro assegnare parte delle terre frutto delle
vittorie riportate. Di conseguenza i soldati avevano il massimo interesse ad
appoggiare il proprio comandante, anche quando si scontrava con i voleri del
Senato, composto dai rappresentanti dell'oligarchia dominante, e anche quando
andava contro il pubblico interesse, che, a quell'epoca, veniva di fatto
impersonato dal Senato stesso. Va notato che Mario, persona fondamentalmente
corretta e fedele alle tradizioni, non si avvalse mai di questa potenziale
enorme fonte di potere, ma passeranno meno di vent'anni che il suo ex questore
Silla, lo farà per imporsi contro il Senato e contro lo stesso Mario. Altri
30-40 anni e il suo esempio sarà seguito da Giulio Cesare, nipote acquisito di
Mario. Cartina della Numidia all'epoca di Giugurta. Lo stesso
argomento in dettaglio: Guerre contro Giugurta e Bellum Iugurthinum. Ben presto
Mario si rese conto che concludere la guerra non era così facile come egli stesso
si era in precedenza vantato di poter fare. Dopo essere sbarcato in Africa
verso la fine del 107 a.C. costrinse Giugurta a ritirarsi in direzione
sud-ovest verso la Mauritania. Nel 107 suo questore era stato nominato Lucio
Cornelio Silla[4], rampollo di una nobile famiglia patrizia caduta economicamente
in disgrazia. A quanto pare Mario non fu contento di avere alle proprie
dipendenze un simile giovane dissoluto, ma, inaspettatamente, Silla dimostrò
sul campo di possedere grandi qualità di comandante militare. Nel 105 a.C.
Bocco, re di Mauritania e suocero di Giugurta, nonché suo riluttante alleato,
si trovò di fronte l'esercito romano in avanzata. I romani gli fecero sapere di
essere disponibili a una pace separata e Bocco invitò Silla nella sua capitale
per condurvi le trattative. Anche in questa circostanza Silla si dimostrò
particolarmente abile e coraggioso; in effetti, Bocco rimase a lungo dubbioso
se consegnare Silla a Giugurta oppure, come poi avvenne, Giugurta a Silla. Alla
fine, Bocco fu convinto a tradire Giugurta, che fu subito consegnato nelle mani
dello stesso Silla. La guerra era così conclusa. Poiché Mario era il comandante
dotato di imperium e Silla militava alle sue dirette dipendenze, l'onore della
cattura di Giugurta spettava interamente a Mario, ma era chiaro che gran parte
del merito andava riconosciuto personalmente a Silla, tanto che gli fu
consegnato un anello con un sigillo commemorativo dell'evento. Al momento la
cosa non fece particolarmente scalpore, ma in seguito Silla si vanterà di
essere stato il vero artefice della conclusione vittoriosa della guerra. Mario,
intanto, si guadagnava fama di eroe del momento. Il suo valore stava per essere
messo alla prova da un'altra grave emergenza che incombeva su Roma e
sull'Italia. L'arrivo in Gallia del popolo germanico dei Cimbri, quasi
immediatamente seguito dalla loro schiacciante vittoria sulle truppe di Marco
Giunio Silano, il cui esercito venne infatti del tutto sbaragliato dall'orda
nemica, aveva indotto ad un ammutinamento a catena delle tribù galliche delle
regioni meridionali recentemente assoggettate dai Romani. Il console Lucio
Cassio Longino venne completamente sconfitto da una tribù gallica transalpina,
e l'ufficiale di grado più elevato fra quelli sopravvissuti (Gaio Popilio
Lenate), figlio del console dell'anno 132, riuscì a mettere in salvo quanto restava
delle forze romane solo dopo aver ceduto metà degli equipaggiamenti e aver
subito l'umiliazione di far marciare il proprio esercito sotto il giogo, in
mezzo allo scherno dei vincitori. L'anno successivo un altro console, Quinto
Servilio Cepione, marciò contro le tribù stanziate nella zona di Tolosa, che si
erano ribellate a Roma, e si impossessò di un'enorme somma di denaro custodita
nei santuari dei templi -- il cosiddetto Oro di Tolosa. La maggior parte di
questo tesoro sparì misteriosamente durante il trasporto verso Marsiglia e,
molto probabilmente, fu lo stesso Cepione che ordinò il finto furto per
impossessarsi dell'oro. Cepione fu confermato nel comando anche per l'anno
successivo, mentre uno dei nuovi consoli, Gneo Mallio Massimo, si unì a lui
nelle operazioni in Gallia meridionale. Al pari di Mario, anche Mallio era un
uomo nuovo, e la collaborazione fra lui e Cepione si dimostrò subito
impossibile. I Cimbri e i Teutoni erano entrambi composti da tribù di ceppo
germanico che, nel corso delle proprie migrazioni, erano apparse sul corso del
fiume Rodano proprio mentre l'esercito di Mallio si trovava nella stessa zona.
Cepione, che era accampato sulla riva opposta del fiume, si rifiutò in un primo
momento di venire in soccorso del collega minacciato, decidendosi ad attraversare
il fiume solo dopo che il Senato gli aveva ordinato di cooperare con Mallio.
Tuttavia egli si rifiutò di unire le forze dei due eserciti, e si mantenne a
debita distanza dal collega. I Germani approfittarono della situazione e, dopo
aver sbaragliato Cepione, distrussero anche l'esercito di Mallio il 6 ottobre
del 105 a.C. presso la città di Arausio. I Romani dovettero combattere con il
fiume alle spalle che li impediva la ritirata, e, stando alle cronache, furono
uccisi 80.000 soldati e 40.000 ausiliari. Le perdite subite nel decennio
precedente erano state molto gravi, ma questa sconfitta, provocata soprattutto
dall'arroganza della nobiltà che si rifiutava di collaborare con i più capaci
capi militari di rango non nobiliare, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Non soltanto le perdite umane erano state enormi, ma l'Italia stessa era ormai
esposta all'invasione delle orde barbariche. Il malcontento del popolo contro
l'oligarchia aveva raggiunto ormai l'esasperazione. Busto di Gaio Mario (Museo
Chiaramonti). Mentre si trovava ancora in Africa, Mario fu rieletto console.
L'elezione in absentia era una cosa abbastanza rara, e inoltre una legge
successiva all'anno 152 a.C. imponeva un intervallo di almeno 10 anni fra due
consolati successivi, mentre una del 135 a.C. sembra che proibisse addirittura
che questa carica potesse essere rivestita per due volte dalla stessa persona.
La grave minaccia incombente dal nord fece tuttavia passare sopra a ogni legge
e consuetudine, e Mario, ritenuto il più abile comandante disponibile, fu
rieletto console per ben 5 volte consecutive, cosa mai avvenuta in
precedenza. Al suo ritorno a Roma, vi celebrò il trionfo su Giugurta, che
prima fu portato come un trofeo in processione, e infine morì nel Carcere
Mamertino. Nel frattempo i Cimbri si erano diretti verso la Spagna, mentre i
Teutoni vagavano senza una meta precisa nella Gallia settentrionale, lasciando
a Mario il tempo di approntare il proprio esercito, curandone in modo molto
attento l'addestramento e la disciplina. Uno dei suoi legati era ancora L.
Cornelio Silla, e questo dimostra che in quel momento i rapporti fra i due non
si erano ancora deteriorati. Sebbene avesse potuto continuare a comandare
l'esercito in qualità di proconsole, Mario preferì farsi rieleggere console
fino all'anno 100, in quanto questa posizione lo metteva al riparo da eventuali
attacchi di altri consoli in carica. L'influenza di Mario divenne in quel
periodo talmente grande che era addirittura in grado di influenzare la scelta
dei consoli che in ogni anno dovevano essere eletti insieme con lui, e pare che
egli facesse in modo che venissero scelti quelli che riteneva più malleabili. I
Germani indugiavano ancora nelle proprie scorribande in Spagna e in Gallia, e
questo fatto, insieme con la morte del console collega Lucio Aurelio Oreste,
consentì a Mario, che stava già marciando verso nord, di rientrare a Roma per
venirvi confermato console per l'anno 102, insieme con un nuovo collega. Francesco
Saverio Altamura, Mario vincitore dei Cimbri. I Cimbri dalla Spagna tornarono
in Gallia, e, insieme con i Teutoni, decisero di invadere l'Italia. Questi
ultimi avrebbero dovuto puntare a sud dirigendosi verso le coste del
Mediterraneo, mentre i Cimbri dovevano penetrare nell'Italia settentrionale da nord-est
attraversando il passo del Brennero – “per alpes Rhaeticas”. Infine i Tigurini,
la tribù celtica loro alleata che aveva sconfitto Longino pensavano di
attraversare le Alpi provenendo da nord-ovest. La decisione di dividere in
questo modo le loro forze si sarebbe dimostrata fatale, poiché diede ai Romani,
avvantaggiati anche dalle linee di approvvigionamento molto più corte, la
possibilità di affrontare separatamente i vari contingenti, concentrando le
proprie forze laddove era di volta in volta necessario. Nel frattempo
Mario aveva organizzato nel migliore dei modi la propria armata. I soldati
erano stati sottoposti a un addestramento che mai in precedenza si era visto,
ed erano abituati a sopportare senza lamentarsi le fatiche delle lunghe marce
di avvicinamento, dell'allestimento degli accampamenti e delle macchine da
guerra, tanto da meritarsi il soprannome di muli di Mario. Dapprima decise di
affrontare i Teutoni, che si trovavano in quel momento nella provincia della
Gallia Narbonense e si stavano dirigendo verso le Alpi. In un primo momento
rifiutò lo scontro, preferendo arretrare fino ad Aix en Provence, un
insediamento fondato da Gaio Sestio Calvo, console nel 109 a.C., in modo da
sbarrare loro il cammino. Alcuni contingenti di Ambroni, avanguardia
dell'esercito dei Germani, si lanciarono avventatamente all'attacco delle
posizioni romane, senza aspettare l'arrivo di rinforzi, e 30.000 di essi
rimasero uccisi. Mario schierò poi un contingente di 30.000 uomini per tendere
un'imboscata al grosso dell'esercito dei Germani, che presi alle spalle e
attaccati frontalmente, furono completamente sterminati e persero 100.000
uomini,[6] e quasi altrettanti ne furono catturati. Il suo nome è ancor
oggi ricordato non solo nell'etimologia della località, allora arpinate, di
nascita, Casamari (Casa Marii, per l'appunto), ma persino nell'etimologia della
regione francese della Camargue (Caii Marii Ager), come sostenuto dallo storico
francese Louis-Pierre Anquetil nella sua opera "Histoire de France".
La tradizione orale della città di Arpino sostiene che Mario, dopo aver
sconfitto i Germani ad Aix-en-Provence e nella battaglia dei Campi Raudii,
all'apogeo della sua gloria, non dimenticasse la sua patria d'origine e,
disponendo della Gallia transalpina come terra di conquista, donasse ad Arpino
quei territori, le cui rendite servirono a mantenere i templi e gli edifici
pubblici della città. Il collega di Mario Quinto Lutazio Càtulo, console,
non ebbe altrettanta fortuna, non riuscendo a impedire che i Cimbri forzassero
il passo del Brennero avanzando nell'Italia settentrionale Mario apprese la
notizia mentre si trovava a Roma, dove fu rieletto console per l'anno 101 a.C.
Il senato gli accordò il trionfo ma lui rifiutò perché ne voleva fare partecipe
anche l'esercito, quindi lo posticipò a una vittoria contro i Cimbri. Immediatamente
si mise in marcia per ricongiungersi con Catulo, il cui comando fu prorogato
anche per il 101. Infine, nell'estate di quell'anno, a Vercelli, nella Gallia
cisalpina, in una località allora chiamata Campi Raudii, ebbe luogo lo scontro
decisivo. Ancora una volta la ferrea disciplina dei Romani ebbe la meglio
sull'impeto dei barbari, e almeno 65.000 di loro (o forse 100.000) perirono,
mentre tutti i sopravvissuti furono ridotti in schiavitù. I Tigurini, a questo
punto, rinunciarono al loro proposito di penetrare in Italia da nord-ovest e
rientrarono nelle proprie sedi. Catulo e Mario, come consoli in carica,
celebrarono insieme uno splendido trionfo, ma, nell'opinione popolare, tutto il
merito venne attribuito a Mario. In seguito Catulo si trovò in contrasto con
Mario, divenendone uno dei più acerrimi rivali. Come ricompensa per avere
sventato il pericolo dell'invasione barbarica, Mario venne rieletto console
anche per l'anno 100 a.C. Gli avvenimenti di quell'anno, tuttavia, non gli
furono propizi. Sesto consolato (100 a.C.) Il mondo romano, al
termine della seconda guerra punica (in verde), e poi attorno al 100 a.C.
(arancione). Nel corso di questo anno il tribuno della plebe Lucio Appuleio
Saturnino richiese con forza che si varassero riforme simili a quelle per cui
si erano in passato battuti i Gracchi. Propose quindi una legge per
l'assegnazione di terre ai veterani della guerra appena conclusasi e per la
distribuzione da parte dello stato di grano a prezzo inferiore a quello di
mercato. Il senato si oppose a queste misure, provocando così lo scoppio di
violente proteste, che presto sfociarono in una vera e propria rivolta
popolare, e a Mario, come console in carica, fu chiesto di reprimerla. Sebbene
egli fosse vicino al partito popolare, il supremo interesse della repubblica e
l'alta magistratura da lui rivestita gli imposero di assolvere, sebbene
riluttante, a questo compito. Dopodiché lasciò ogni carica pubblica e partì per
un viaggio in Oriente. Guerra sociale (95-88 a.C.) Busto di Lucio
Cornelio Silla, il rivale di Mario. Lo stesso argomento in dettaglio:
Guerra sociale. Durante gli anni di assenza di Mario da Roma, e subito dopo il
suo ritorno, Roma conobbe alcuni anni di relativa tranquillità. Nel 95 a.C.,
tuttavia, venne approvata una legge che decretava che tutti coloro che non
fossero cittadini romani, cioè coloro che provenivano da altre città italiche,
dovessero essere espulsi da Roma. Nel 91 a.C. Marco Livio Druso fu eletto
tribuno e propose una grande distribuzione di terre appartenenti allo Stato,
l'allargamento del Senato e la concessione della cittadinanza romana a tutti
gli uomini liberi di tutte le città italiche. Il successivo assassinio di Druso
provocò l'immediata insurrezione delle città-Stato italiche contro Roma, e la
Guerra sociale (da socii, gli alleati italici) degli anni 91 a.C. - 88 a.C.
Mario fu chiamato ad assumere, insieme con Silla, il comando degli eserciti
chiamati a sedare la pericolosa rivolta. Finita la guerra in Italia si
aprì un nuovo fronte in Asia, dove Mitridate, re del Ponto, nel tentativo di
allargare verso occidente i confini del suo regno, invase la Grecia. Posto di
fronte alla scelta se affidare il comando dell'inevitabile guerra contro
Mitridate a Silla o Mario, il Senato, in un primo momento, scelse Silla. In
seguito, tuttavia, quando il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo,
appoggiato da Mario, cercò di far passare una legge per distribuire gli alleati
italici nelle tribù cittadine, in modo da influenzare con il loro voto i
comizi, nacque uno scontro nel quale il figlio del console Quinto Pompeo Rufo
trovò la morte. Silla, sfuggito alla confusione, si rifugiò nella casa
dello stesso Mario. Intanto la legge venne approvata e le tribù che adesso
contenevano anche i nuovi cittadini fecero passare una legge secondo la quale
veniva affidata a Mario la guerra contro Mitridate. Intanto nell'88 a.C. Silla
aveva già raggiunto l'esercito a Nola e Mario fece mandare due tribuni per
riportarlo a Roma. Ma l'esercito uccise i tribuni e Silla con esso marciò alla
volta di Roma. Mario, dichiarato nemico pubblico da Silla, all'arrivo di questi
abbandonò precipitosamente l'Urbe, rifugiandosi in un primo tempo tra le paludi
di Minturnae. I magistrati locali decretarono la sua morte per mano di uno
schiavo cimbro, il quale, però, mosso a compassione o intimorito per la sua
fama, non diede corso all'esecuzione. Plutarco, in Marium, scrisse che i
Minturnesi, mossi a compassione, lo aiutarono a imbarcarsi sulla nave di Beleo,
diretta in l'Africa, ove visse per un po' di tempo in esilio. Data l'assenza di
Mario, Gneo Ottavio e Lucio Cornelio Cinna furono eletti consoli nell'87 a.C.,
mentre Silla, nominato proconsole, si mise in marcia verso oriente con
l'esercito. Mentre Silla conduceva la sua campagna militare in Grecia, a
Roma il confronto fra la fazione conservatrice di Ottavio, rimasto fedele a
Silla, e quella popolare e radicale di Cinna si inasprì sfociando in aperto
scontro. A questo punto, nel tentativo di avere la meglio su Ottavio, Mario,
insieme con il figlio, rientrò dall'Africa con un esercito ivi raccolto e unì
le proprie forze a quelle di Cinna, che aveva radunato truppe filomariane
ancora impegnate in Campania contro gli ultimi socii ribelli. Gli eserciti
alleati entrarono in Roma, di modo che Cinna fu eletto console per la seconda
volta e Mario per la settima. Seguì una feroce repressione contro gli esponenti
del partito conservatore: Silla fu proscritto, le sue case distrutte e i suoi
beni confiscati. Tuttavia nel primo mese del suo mandato, Mario muore. Dopo la
morte di quest'ultimo Cinna divenne di fatto il padrone della repubblica e
mantenne il consolato per altri due anni di seguito per poi morire, vittima di
un ammutinamento, mentre si dirigeva con l'esercito verso la Grecia. L'armata
di Silla, dopo aver concluso vittoriosamente la campagna nel Ponto, rientrò in
Italia sbarcando a Brindisi., e sconfisse il figlio di Mario, Gaio Mario il
Giovane, che muore in combattimento a Praeneste, a circa 50 chilometri da Roma.
Gaio Giulio Cesare, nipote della moglie di Mario, sposa una delle figlie di
Cinna. Dopo il ritorno di Silla a Roma si instaurò un regime di restaurazione
che perpetrò le più feroci repressioni, tanto che Giulio Cesare fu costretto a
fuggire in Cilicia, dove rimase fino alla morte di Silla nel 78 a.C. Il busto
bronzeo di Gaio Mario si trova collocato attualmente nel Municipio di Minturno.
Lo storico greco riferisce anche che Gaio Mario ebbe una relazione di lunga
data con un comandante che era al contempo un erudito intellettuale
spiccatamente filoellenico, che gli dedicò vari epigrammi molto raffinati e a
carattere omoerotico. Il praenomen "Gaio" è forma corretta rispetto
al pur comune "Caio". La forma "Caio", infatti, si è
diffusa a seguito di un'errata interpretazione dell'abbreviazione epigrafica
"C." (vedi, tra gli altri, Gian Biagio Conte, Emilio Pianezzola,
Giuliano Ranucci, Dizionario della lingua latina, Firenze, Le Monnier, 2000,
sub voce Gaius: «il fraintendimento dell'abbr., in cui la G si scriveva, per
conservazione di grafia arcaica, C., ha generato la forma "Caio"»). ^
Encyclopædia Britannica: Gaius Marius, Roman general., su britannica.com. Che è diffusa convinzione sul posto che derivi
dall'espressione latina Casa Marii.[senza fonte] Velleio Patercolo,
Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo, Sesto Giulio Frontino,
Strategemata, 150.000 uomini secondo altre fonti, vedi Velleio Patercolo,
Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo, II, 12. ^ Filmato audio
Marina Mattei e Maddalena Crippa, Luce sull'archeologia - Le idi di marzo a
Largo Argentina - Incontro, su Marina Mattei (Sovrintenza ai Musei Capitolini),
You tube, Roma, Teatro di Roma, Appiano di Alessandria, Historia Romana Ῥωμαϊκά
Internet Archive.). Aulo Gellio, Noctes Atticae. (testo latino e traduzione
inglese). Cesare, Commentarii de bello Gallico. Progetto Ovidio. Dione Cassio,
Storia romana. Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC libri
duo. Frontino, Strategemata. (testo latino e traduzione inglese). Plutarco,
Vite parallele, "Gaio Mario", "Silla" e "Giulio
Cesare". Sallustio, Bellum Iugurthinum. Svetonio, De vita Caesarum libri
VIII. Tacito, De origine et situ Germanorum. Progetto Ovidio. Tacito, Annales. Tacito,
Historiae. (testo latino ; traduzione italiana ; traduzione inglese qui e
qui). Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo.
(testo latino e traduzione inglese qui e qui ). Fonti storiografiche
moderne Giuseppe Antonelli, Gaio Mario, Roma Carcopino, Silla, Milano 1981.
Luciano Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, 1Carcopino,
Giulio Cesare, traduzione di Anna Rosso Cattabiani, Rusconi Libri, Piganiol
André, Le conquiste dei romani, Milano, Il Saggiatore, Scullard, Storia del
mondo romano. Dalla fondazione di Roma alla morte di Nerone, Milano, BUR,
Consoli repubblicani romani Gens Maria Mario, Gaio, in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Màrio, Gàio, su sapere.it, De Agostini. Dacre
Balsdon, Gaius Marius, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica,
Inc. Opere di Gaio Mario, su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Gaio Mario, su
Goodreads. Portale turistico di Minturno Scauri - Minturnae, su minturnoscauri.
it. Mario e Silla, su janusquirinus.org. La vita di Gaio Mario, su jerryfielden
Predecessore Console romano Successore Servio Sulpicio Galba e Lucio
Ortensio107 a.C. con Lucio Cassio LonginoQuinto Servilio Cepione e Gaio Atilio
SerranoI Gneo Mallio Massimo e Publio Rutilio Rufo con Gaio Flavio FimbriaLucio
Aurelio Oreste e Gaio Mario IIIII Gaio Mario II e Gaio Flavio Fimbria con Lucio
Aurelio OresteGaio Mario IV e Quinto Lutazio CatuloIII Lucio Aurelio Oreste e
Gaio Mario III con Quinto Lutazio CatuloManlio Aquillio e Gaio Mario VIV Quinto
Lutazio Catulo e Gaio Mario IV con Manlio AquillioLucio Valerio Flacco e Gaio
Mario VIV Manio Aquilio e Gaio Mario V con Lucio Valerio FlaccoAulo Postumio
Albino, Marco Antonio OratoreVI Lucio Cornelio Cinna I e Gneo Ottavio con Lucio
Cornelio Cinna IILucio Cornelio Cinna III e Gneo Papirio CarboneVII V · D · M
Gaio Giulio Cesare V · D · M Marco Tullio Cicerone V · D · M Plutarco Portale
Antica Roma Portale Biografie Categorie: Generali romaniPolitici
romani del II secolo a.C.Politici romani Generali del II secolo a.C.Generali Nati
ad ArpinoMorti a Roma Gaio Mario Condottieri romani antichi Consoli
repubblicani romani Marii Auguri. Our concern is with the debate in the Senate
on the “hostis” declaration proposed by SULLA, who presumably presided over the
meeting in his capacity as consul and framed and put the “relatio.” VALERIO
MASSIMO gives a graphic description of S.'s part in the proceedings. SULLA
coerces the senate into adjudging Mario a “hostis”. No one ventures to oppose
him except S. who, on being asked for his opinion, refuses to say anything.
When Sulla begins pressing him ever more menacingly Scevola says: “You can make
a display of the troops whom you have thrown around the curia, you can threaten
me with death as often as you like, but you shall never force me, old and weak
as I am, to adjudge Mario, the saviour of Rome and Italy, a hostis.' - Sulla
... senatum armatus coegerat ac summa cupiditate ferebatur ut C. Marius quam
celerrime hostis iudicaretur. cuius voluntati nullo obviam ire audente solus
Scaevola de hac re interrogatus sententiam dicere noluit. quin etiam
truculentius sibi instanti Sullae 'licet' inquit MIHI AGNIMA MILITVM QVIBVS
CVRIAM CIRCVMSEDISTI LICET MORTEM IDENTIDEM MINITERIS NVMQVAM TAMEN EFFICIES VT
PROPTER EXIGVVM SENILEMQVE SANGVINEM MEVM MARIVM A QVO VRBS ET ITALIA CONSERVATA
EST HOSTEM IVDICEM. 'mihi agmina
militum, quibus curiam circumsedisti, ostentes, licet mortem identidem
miniteris, numquam tamen efficies ut propter exiguum senilemque sanguinem meum
Marium, a quo urbs et Italia conservata est, hostem iudicem.' S. is making two
points. The first, and more obvious, is a declaration of friendship for Mario
and a reminder to his audience that they are dealing with the man who had saved
Italy from the Cimbri. The statement that S. stood alone against Sulla may be
an exaggeration, but other names are hard to come by. The one that we should
most like to know about is Q. Scevola Pontifex. At this point we merely note
the highly relevant fact that of the X known names on Sulla's list, no less
than V are of *non*-Roman origin, thus confirming that the focal point of the
crisis was the rights of new citizens. It can be inferred that the augur stood
with Mario on that issue; where the Pontifex stood remains to be seen. No one
else comes into the reckoning: Crasso is dead; and M. Acilius Glabrio, the
Augur's grandson and future president of the court which tried Verres, is too
young. The *other* point made by Scevola
is a conceptual, philosoophical point of law or jurisprudence. It depends on
the words, S. DE HAC RE INTERROGATVS SENTENTIAM DICERE NOLUIT. The words mean
exactly what they say: S., being asked about this matter, refused to express an
opinion. VALERIO MASSIMO is telling us that S. did not vote for or against the
motion. He refuses to vote at all. The reason is that, as S. sees it, the
clause in GRACCO’s law – NE DE CAPITE CIVIVM INIUSSV VESTRO INDICARETVR – means
that any capital adjudication on a citizen *without* the authority of the
people is prohibited, irrespective of whether it is a vote for condemnation or
for acquittal. This may not have been the intention of the framers of the
“hostis” declaration, for the theory behind that decree is that the “hostis”
forfeits his citizenship retro-actively to the time of his treasonable act. But
once there is talk of adjudication – HOSTIS INDICARETVR, HOSTEM IVDICEM --, in
S.’s view there is a danger of the LEX SEMPRONIA being contravened. S. is not
alone in this view. CICERONE observes that a number of populares stays away
from the Catilinarian debate for the same reason as that which prompts S. to
abstain from voting. VIDEO DE ISTIS QVI SE POPVLARIS HABERI VOLVNT ABESSE NON
NEMINEN NE DE CAPITE VIDELICET CIVIVM ROMANORVM SENTENTIAM FERAT. S. is the
first to detect this conceptual difficulty – philosophical puzzle -- in the
application of the law, and he does so ex tempore, the moment the very first “hostis”
declaration is proposed. It is clear that S. has this area of law at his
fingertips. Our confidence in his ability to have assisted Mario with the
special wording of the s. c. ultimum of C is greatly increased. Was there
anything else that S. could have done to block Sulla's relatio? In particular,
could S. have used his office as an
augur for which he was so famous that it was almost a cognomen? The obvious way
would have been by announcing auspices unfavourable to the convention of the
senate. But the question is whether that body's sessions need the taking of
auspices. In Mommsen's opinion, “auspicatio” is required. But, in historical
times, “auspicatio” is carried out by haruspices and pullari and the augur is only
called in where there was some doubt. There is no record of acts of signal
bravery by haruspices or pullarii, and it must be concluded that S. is not able
to function officially in the matter. There is, however, a broader issue, and
that is whether his augural skills are ever enlisted on behalf of his friend
Mario. The reason for raising this is that his grandson, the S. who was tribune
of the plebs, is an augur, was consulted by GIULIO CESARE on whether a praetor
could conduct consular elections, and undoubtedly rules that he can. Caesar's
uncle may have needed augural assistance in another matter connected with the
consulship, namely his election for a second term and in absentia and the augur
could have done some research then, which not only helped Mario but laid the
foundation for a favourable ruling for Caesar. For all we know, GIULIO CESARE might
have consulted the grandson on Bibulus' obstructive tactics. There will have
been much material reflecting the augur's views in the family archives. Keywords:
il concetto di stato nel diritto romano, Cicerone, Mario, Silla. He thought
there were three theologies: that of the poets – fanciful and false – that of
the philosophers – true but unsuitable to the masses – and that of the
politicians – beneficial. Quinto Muzio Scevola.


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