Grice e Ficiada:
la ragione conversazionale e la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A
Pythgorean, cited by Giamblico. Ficiada.
Grice e Ficino: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’amore – scuola di Figline e Incisa Valdarno – filosofia
fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Figline Valdarno). Filosofo fiorentino. Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Figline e Incisa Valdarno, Firenze, Toscana. Grice: “If Ficino had JUST
commented on Plato’s symposium that would be already a magnificient
achievement! So Renaissance – it taught the Romans and the Italians, and us,
that the dialogue IS the philosophical form per tradition, whatever Cicero
tried!” Figlio di Diotifeci d'Agnolo, studia a
Firenze sotto Bernardi, Comandi, Castiglione e Tignosi – filosofo ‘lizio’
autore di “De anima” e di “De ideis”. Conseguenza di questo è la “SVMMA
PHILOSOPHIÆ”, dedicata a Mercati in cui tratta di fisica, di logica, di Dio e
di aliae multae quaestiones. Nella dedica a Mercati, scrive di volerlo
introdurre “a quegli studi che devono impegnare la nostra età, secondo la
regola del nostro Platone. Studia Epicuro e LUCREZIO, scrivendo i COMMENTARIOLA
IN LVCRETVM, il De voluptate ad Calisianum, il De virtutibus moralibus e il De IV
sectis philosophorum, dove tratta di questioni morali e dell'anima riportando
opinioni platoniche, aristoteliche, epicuree e stoiche, e l'exercendae memoriae
gratia, come esercitazione mnemonica e senza pretese sistematiche. Scrive
vari saggi di Institutionum ad platonicam disciplinam, tratti da fonti latine e
per questo motivo trascurati per la sentita esigenza di abbeverarsi alla
diretta fonte greca. Sembra che il suo interesse al platonismo induce Pierozzi,
preoccupato di possibili deviazioni del F. verso eresie platoniche, a
consigliargli di studiare l'opera d’AQUINO (si veda) a Bologna. Ma la
permanenza a Bologna non è documentata e resta certo l'ininterrotto interesse
per la filosofia platonica. Traduce Alcinoo, Speusippo, i versi attribuiti a
Pitagora e l'Assioco attribuito a Senocrate. Tradotti gli inni di Orfeo, di
Omero, di Proclo e la Teogonìa di Esiodo, riceve in dono da Cosimo de' Medici
un codice platonico e una villa a Careggi, che divienne sede del circolo dei
“Platonisti”, fondato dallo stesso F. per volere di Cosimo, con il compito di
studiare la filosofia di Platone e dei platonici, al fine di promuoverne la
diffusione. Qui inizia la traduzione dei Libri ermetici, portati in Italia da da
Leonardo da Pistoia. La sua opera di traduzione avrà un notevole influsso nella
filosofia rinascimentale. Vede in quella sapienza antica la presenza di una
rivelazione, di una pia philosophia che si è attuata nel Cristianesimo ma della
quale l'umanità di tutti i tempi era sempre stata partecipe. Nella dedica a
Cosimo, scrive che Ermete Trismegisto per primo disputò con grandissima
sapienza della maestà divina, della gerarchia degli spiriti (daemonum ordine) della
trasmigrazione delle anime. Per primo fu chiamato teologo. Lo seguì, secondo
teologo, Orfeo, poi Aglaofemo, Pitagora e Filolao, maestro del nostro divino
Platone. Esiste dunque, una concorde e antica tradizione teologica, una priscae
theologiae undique sibi consona secta, che nasce con Ermete e culmina con
Platone. La «pia filosofia», antitetica alle correnti di pensiero atee e
materialiste, si propone di sottrarre l'anima dagli inganni dei sensi e della
fantasia per elevarla alla mente; questa percepisce la verità, l'ordine di
tutte le cose, sia esistenti in Dio che emanate da Lui, grazie
all'illuminazione divina, affinché l'uomo, tornato fra i suoi simili, possa
renderli partecipi delle verità rivelategli dalla fonte divina (divino numine
revelata). La sua traduzione latina del Corpus hermeticum, già tradotto
in volgare da Benci, viene stampata. Inizia la traduzione latina dei dialoghi
platonici, e vi aggiunge i suoi commenti, al Filebo, al Fedro e al Convivio
(tradotto anche in italiano), al Timeo, e al PARMENIDE DI VELIA. Stende
l'opera più importante, i XVIII libri della Theologia platonica de
immortalitate animarum, dedicata a Lorenzo de' Medici. Compone la Religione, in
italiano, di cui darà poi la versione latina nella De religione. Scrive la
Disputatio contra iudicium astrologorum e viene dato alle stampe il suo
Consiglio contro la pestilenza, dopo il flagello dell'epidemia. Inizia la
traduzione delle Enneadi di Plotino e traduce le opere di Giamblico, Proclo,
Prisciano, Porfirio, Sinesio, Teofrasto, Psello, la Mistica teologia e i Nomi
divini dello Pseudo-Dionigi, e i frammenti di Atenagora. Con questo ampio
corpus platonico persegue la sua teorizzazione della continuità della
tradizione teologica da Ermete ai platonici prolungatasi attraverso Dionigi
Areopagita, Agostino, Apuleio, BOEZIO, MACROBIO, e Bessarione. I tre libri del
De vita gli procurano accuse di magia dalle quali si difende con un'Apologia. Pubblica
XII libri di Epistulae che comprendono anche opuscoli come il De furore divino,
la Laus philosophiae, il De raptu Pauli, le V claves Platonicae sapientiae, il
De vita Platonis, i De laudibus philosophiae, l'Orphica comparatio Solis ad
Deum, la Concordia Mosis et Platonis, gli Apologi de voluptate
quattuor. Scrive un Commento a San Paolo. È noto come Aristotele
concepisca l'essere umano come sinolo, unità ordinata e indissolubile di
materia e forma, di corpo e anima, cosicché il suo principale commentatore
dell'antichità Alessandro di Afrodisia poteva ben dedurne esplicitamente la
mortalità dell'anima contemporanea a quella del corpo. Al contrario, Platone ha
già distinto le due sostanze, concedendo all'anima una vita separata e
indipendente dal destino del corpo. A questa concezione aderisce F., che
in polemica contro Aristotele esalta la dottrina platonica, al punto da
interpretarla come una forma di religiosità propedeutica alla fede cristiana.
La sua Theologia platonica o De immortalitate animarum si apre dunque con un «Soluamus obsecro caelestes animi caelestis
patriae cupidi, soluamus quamprimum uincula compedum terrenarum ut alis sublati
Platonicis, ac Deo duce, in sedem aetheream liberius peruolemus, ubi statim
nostri generis excellentiam feliciter contemplabimur. Liberiamoci in fretta,
spiriti celesti desiderosi della patria celeste, dai lacci delle cose terrene,
per volare con ali platoniche e con la guida di Dio, alla sede celeste dove
contempleremo beati l'eccellenza del genere nostro” (F., Theologia Platonica). Per
comprendere la sostanza dell'anima è necessario comprendere la struttura
dell'universo, composto da cinque livelli gerarchici: Dio; gli angeli; le
anime; le qualità; la materia. Al grado inferiore sta la materia, concepita
come pura quantità. La materia non ha di per sé nessuna forza che possa
produrre le forme», diversamente da chi la concepisce come sostanza produttrice
di forme, fonte piuttosto che soggetto delle forme. È la qualità il principio
formale che dà sostanza alle realtà corporee, grazie a «una sostanza incorporea
che penetra attraverso i corpi, della quale sono strumento le qualità corporee.
Questa sostanza incorporea nell'uomo si eleva al rango di anima «che genera la
vita e il senso della vita anche dal fango non vivente. Al di sopra delle anime
sono gli angeli. Sopra quelli intelletti che alli corpi s'accostano, cioè
l'anime ragionevoli, non è dubbio che sono assai menti, dal commercio dei corpi
al tutto divise. E se l'intelletto dell'anima è mobile e parte interrotto e
dubbio, l'intelletto angelico è stabile tutto, continuo e certissimo. Al di
sopra del tutto è Dio, che è unità, bontà e verità assoluta, fonte di ogni
verità e di ogni vita, è atto e vita assoluta. Dove un continuo atto e una
continua vita dura, quivi è un immenso lume d'una assolutissima intelligenza»
che è luce per gli uomini perché si riflette in tutte le cose. Attraverso Dio
tutte le cose son fatte, e però Iddio si trova in tutte le cose e tutte le cose
si veggono in lui... Iddio è principio, perché da lui ogni cosa procede; Iddio
è fine, perché a lui ogni cosa ritorna, Iddio è vita e intelligenza, perché per
lui vivono le anime e le menti intendono. Dio e materia rappresentano i due
estremi della natura, e la funzione dell'anima, che è considerata, diversamente
da Aristotele e da Tommaso, realtà in sé e non solamente forma del corpo, è
quella di incarnarsi per riunire lo spirito e la corporeità: Amore
sacro e amor profano (Tiziano): eros come mediatore dei contrary. L'anima è
tale da cogliere le cose superiori senza trascurare le inferiori per istinto
naturale, sale in alto e scende in basso. E quando sale, non lascia ciò che sta
in basso e quando scende, non abbandona le cose sublimi; infatti, se
abbandonasse un estremo, scivolerebbe verso l'altro e non sarebbe più la copula
del mondo Theologia Platonica. La "copula mundi" è l'anima razionale
che ha sede nella terza essenza, possiede la regione mediana della natura»
(obtinet naturae mediam regionem) «e tutto connette in unità». La sua opera
unificatrice è resa possibile dall'amore, inteso come movimento circolare
attraverso il quale Dio si disperde nel mondo a causa della sua bontà infinita,
per poi produrre nuovamente negli uomini il desiderio di ricongiungersi a Lui.
L'amore di cui parla Ficino è l'eros di Platone, che per l'antico filosofo
greco svolgeva appunto la funzione di tramite fra il mondo sensibile e quello
intelligibile, ma Ficino lo intende anche in un senso cristiano perché, a
differenza di quello platonico, l'amore per lui non è solo attributo dell'uomo
ma anche di Dio. Lo stesso Platone viene interpretato in una chiave di lettura
che oggi definiamo piuttosto neoplatonica, sebbene F. non faccia distinzione
tra platonismo e neo-platonismo. Per lui esiste una sola filosofia, che
consiste nella riflessione su quelle verità eterne, le Idee, che in quanto tali
restano inalterate nel tempo e trascendono la storia. Congiungendo tutti i
campi del reale secondo una concezione propria peraltro dell'astrologia e della
magia, a cui F. rivolge notevoli interessi in virtù dell'unione vitale del
mondo da essi presupposta, filosofia e religione si fondono così in una visione
d'insieme di reciproca complementarità, sottolineata anche nell'accostamento di
termini come «pia philosophia», o «teologia platonica». Strumento dell'amore
nel suo farsi portavoce dell'uno è il bello. Nel pensiero di F., Gesù è
considerato un maestro spirituale spirito-guida, inviato da Dio per il bene
dell'umanità. Cos'altro era Cristo se non una specie di manuale di etica, cioè
di filosofia divina, il quale visse come un inviato dal cielo, essendo lui
stesso una divina Idea di virtù, manifestata agli occhi degli uomini. De
Christiana religione. Elevando il cristianesimo a religione suprema, F. asserì
che l'Incarnazione del Cristo era avvenuta anche perché Dio si potesse riunire
«a tutti gli aspetti della creazione». Pur esercitando un fortissimo impulso al
rinnovamento del panorama filosofico dell'Europa, in cui da diversi paesi si
faceva costante richiesta delle sue opere, dopo la fine del Rinascimento venne commentato
sempre meno, fino ad essere accusato, immeritatamente, di un ritorno al
paganesimo. In Italia, dove è riconosciuta la sua influenza sull'ermetismo
cinquecentesco, e in particolare su BRUNO, e VICO a raccogliere l'eredità platonica
di F., di cui lesse l'opera di traduzione, rammaricandosi del fatto che la
filosofia moderna si fosse allontanata da lui, rinchiudendosi nelle angustie
mentali di Cartesio. Sottoposto ad attacchi che giudicarono retorici e privi di
valore i suoi saggi, è stato rivalutato como uno psicologo del profondo e
precursore della psicologia junghiana, per il suo incitamento a leggere e
interpretare ogni affermazione proveniente dai campi più disparati, sia della
scienza che della teologia, nell'ottica dell'esperienza psicologica dell'anima,
la quale viene vista cioè come mediazione e compendio» dell'universo. La
conoscenza dell'anima è infatti la quintessenza del neoplatonismo italiano, in
cui giacciono sepolte le fantasie mistiche di questo strano uomo che suonava
inni orfici sul liuto, che studiava la magia e componeva canti astrologici,
quest'uomo gobbo, bleso, politicamente timido, senza amore, malinconico
traduttore di Platone, Plotino, Proclo, Esiodo, dei Libri Ermetici, autore lui
stesso di alcuni tra gli scritti più diffusi e influenti (Commento al Simposio)
e scandalosamente pericolosi (Liber de vita) del suo tempo. La centralità
attribuita da F. all'anima, per la quale, ancora ragazzo, Cosimo de' Medici lo
considerava prescelto alla cura delle anime come suo padre medico lo era dei
corpi, convinse che egli ebbe un impatto paragonabile per estensione ed
intensità solo a quello prodotto oggi dalla psicoanalisi. Notevole è ad esempio
l'intuizione di F. del potere psico-somatico nella cura delle malattie, e in
quello che la medicina moderna considera un effetto placebo. Io sono del parere
che l'intenzione dell'immaginazione abbia il suo peso su immagini e medicine,
non tanto al momento della preparazione, quanto in quello dell'applicazione: ad
esempio, se un tale, a quel che si dice, porta indosso un'immagine fatta nei
modi debiti, o certamente, se facendo uso analogo di una medicina, desidera
intensamente soccorso da quella e crede senza ombra di dubbio e spera con
incrollabile fermezza, da questo atteggiamento deriva certo il massimo di
incremento all'aiuto che essa può dare. De vita. Altre saggi: “De Voluptate; De
Amore o Commentarium in Convivium Platonis; De religione et fidei pietate; Theologia
Platonica de immortalitate animarum; Compendium in Timaeum; De triplici vita;
De lumine; In Epistolas commentaria (Venezia) El libro dell'amore De vita
Teologia platonica; Sopra lo amore ovvero Convito di Platone La religione Epistolarum familiarum, liber I. R. Zerilli,
Marsilio Ficino: alla lente dell'astrologia, Edizioni Capone, Ove non
diversamente riportato, le notizie sulla vita e la dottrina ono tratte da GARIN
Storia della filosofia italiana, I,
Einaudi, SAITTA, F. e la filosofia dell'umanesimo, Fiammenghi et Nanni, Giornale
storico della letteratura italiana, Novati,
Gorra, Cian, Bertoni, Calcaterra, Loescher, Squarotti, Storia della
civiltà letteraria italiana: Umanesimo e Rinascimento, POMBA, Semprini, I platonici italiani,
Athena, La Letteratura italiana: Storia e testi, Garin, Ricciardi, Torre, Storia
dell'Accademia Platonica di Firenze, Istituto di Studi Superiori Pratici e di
Perfezionamento in Firenze, Garin, Ermetismo del Rinascimento, Riuniti, Primus
de maiestate Dei, daemonum ordine, animarum mutationibus sapientissime
disputavit. Primus igitur theologiae appellatus est autor. Eum secutus Orpheus,
secundas antiquae theologiae partes obtinuit. Orphei sacris initiatus est
Aglaophemo successit in theologia Pythagoras, quem Philolaus sectatus est, divi
Platonis nostri praeceptor. Cusimano, Storia del pensiero occidentale, Lulu.com,.
L'immenso lavoro di traduzione compiuto da F. è stato documentato in
particolare da Kristeller, in Supplementum F.: F. florentini philosophi
platonici Opuscula inedita et dispersa, Firenze, Olschki, Cfr. anche: Torre,
Storia dell'Accademia Platonica di Firenze, Istituto di Studi Superiori Pratici
e di Perfezionamento in Firenze, Alessandro di Afrodisia, L'anima Accattino e Donini,
Roma-Bari, Laterza, Parodos. I sentieri della
ragione, Le divine lettere di F., S. Gentile, Edizioni di storia e letteratura,
Sopra lo amore o ver' Convito di Platone, Ottaviano, Gentile, Trad. in Storia
sociale e culturale d'Italia: La cultura filosofica e scientifica,
Ceriotti, Bramante, Ioan Couliano, Eros
and the Magic in the Reinassance, Chicago Press. Il termine
"neoplatonismo" è stato coniato per indicare le interpretazioni
platoniche che si erano andate via via sovrapponendo a partire dall'età
ellenistica, ma che erano sempre state identificate col pensiero stesso di
Platone, ritenuto quasi un loro capostipite (cfr. Cenni sulla tradizione
platonica). Gentile, Il ritorno di Platone, dei platonici e del
"corpus" ermetico. Filosofia, teologia e astrologia nell'opera di F.,
in C. Vasoli, Le filosofie del Rinascimento, Pissavino, Milano, Bruno
Mondadori, La prospettiva storiografica, di Presti, Università degli Studi di
Bologna, Mondin, Storia della teologia: epoca moderna, Domenicano, Citazione da Grayling, Una storia del bene. Alla
riscoperta di un'etica laica, Storia e civiltà, Bari, Dedalo, Vasoli, Quasi sit
deus: studi su F., Cfr. anche Jugegno, BRUNO
e l'influenza, in «Rivista critica di storia della filosofia. Hillman, Plotino,
F. e VICO, precursori della psicologia junghiana, J. Hillman13, ivi. Aneddoto rintracciabile in Coenobium, Coenobium.
De vita, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone. F., Commentarius in Convivium
Platonis, in Venetia, Farri, De religione, Firenze, Nicolò di Lorenzo, F., De
triplici vita, Lugduni, apud Rouillium sub scuto Veneto, Theologia Platonica De
immortalitate animorum, Gilles Gourbin, apud Gorbinum, Opera omnia, Torino,
Bottega d’Erasmo, F., Opere. Lettere e carteggi, in Vinegia, appresso Giolito
de' Ferrari, F., Opere. Lettere e carteggi, in Vinegia, appresso Giolito de'
Ferrari, De vita libri III, Biondi e Pisani, Biblioteca dell'Immagine,
Pordenone, Scritti sull'astrologia, Faracovi, Milano, Il neoplatonismo nel
Rinascimento, Roma. Il ritorno a Platone, Firenze, con ficiniana). Albertini, F.. Das Problem der
Vermittlung von Denken und Welt in einer Metaphysik der Einfachheit, Monaco, Catà,
Il Rinascimento sulla via di Damasco. Il ruolo della teologia di Paolo in F. e
Cusano, in “Bruniana et Campanelliana”, Catà, L'idea di anima stellata nel
Quattrocento fiorentino. Barberino e la teoria psico-astrologica in F., in
“Bruniana et Campanelliana” Garfagnini, F. e il ritorno di Platone. Studi e
documenti, Olschki, Garin, Storia della filosofia italiana, I, Einaudi, Hankins,
Plato in the Italian Renaissance, Leida, Kristeller, Il pensiero filosofico, Firenze, Kristeller,
Il pensiero filosofico, Le Lettere, Moore, Pianeti interiori. L'astrologia
psicologica, Moretti et Vitali, Panofsky, Il movimento neo-platonico a Firenze
e nell'Italia settentrionale, in Studi di iconologia, Einaudi, Torino), Polcri, L'etica del perfetto cittadino: la
magnificenza a Firenze tra Cosimo de' Medici, Maffei e F., in "Interpres: rivista di studi
quattrocenteschi" Roma–Salerno, Michele Schiavone, Problemi filosofici,
Milano, Zerilli, Alla lente dell'astrologia, Capone, Torino. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Progetto Gutenberg.
di Marsilio Ficino, su Internet Speculative Fiction Database, Al von
Ruff. F., in Catholic Encyclopedia, Appleton. Sito della società ficiniana, su
ficino. F.: dalla cristianizzazione della magia alla "magicizzazione"
del cristianesimo, su aispes.net. Garin, Una sintetica presentazione del
pensiero di F., RAI. Hillman, Plotino, F. e Vico precursori della psicologia
Junghiana, su rivista psicologi analitica. Il mito greco alla corte dei Medici.
IL CONVITE (Barrabasa). Apollodoro: Credo
proprio di essere ben preparato per soddisfare la vostra curiosità. L'altro
giorno, infatti, venivo in città da casa mia, al Falero, quando uno che
conosco, dietro di me, mi chiama da lontano in tono scherzoso. Ehi tu, del
Falero, Apollodoro, mi aspetti un momento? Mi fermo e l'aspetto. E quello: Apollodoro,
t'ho cercato ovunque. Volevo domandarti dell'incontro di Agatone, di Socrate,
di Alcibiade e degli altri che erano con loro al simposio, e così sapere quali
discorsi lì si sono fatti sull'amore. Mi ha già raccontato qualcosa un altro,
che ne aveva sentito parlare da Fenice, il figlio di Filippo; mi ha detto che
tu eri al corrente di tutto, ma lui, purtroppo, non poteva dir niente di
preciso. E quindi ti prego, racconta: nessuno meglio di te può riportare i
discorsi del tuo amico. Ma dimmi, per cominciare. Eri presente a quella
riunione o no? Si vede bene, rispondo io, che quel tizio non ti ha raccontato
niente di preciso, se credi che la riunione che ti interessa sia avvenuta da
poco, e io abbia potuto parteciparvi. Io credevo così. Ma com'è possibile,
Glaucone? Sono molti anni. Non lo sai? -che Agatone manca da Atene. E poi sono
passati meno di tre anni da quando io frequento Socrate e sto attento tutti i
giorni a quello che dice e che fa. Prima me ne andavo di qua e di là, credendo
di fare chissà che cosa, ed ero invece l'essere più vuoto che ci sia, come te
adesso, che credi che qualsiasi occupazione sia meglio della filosofia. Non mi
prendere in giro, disse, e dimmi piuttosto quando c'è stata quella riunione. Noi
eravamo ancora dei ragazzini, gli rispondo. Fu quando Agatone vinse il premio
con la sua prima tragedia, il giorno successivo a quello in cui offrì, con i
coreuti, il sacrificio in onore della sua vittoria. Ma allora son passati molti
anni. E a te chi ne ha parlato? Socrate stesso? No, per Zeus, dico io, ma la
stessa persona che l'ha raccontato a Fenice, un certo Aristodemo, del demo
Cidateneo, uno mingherlino, sempre scalzo. C'era anche lui alla riunione: era
uno degli ammiratori più appassionati di Socrate, allora, a quel che sembra. Io
poi non ho certo mancato di chiedere a Socrate su ciò che avevo sentito da
Aristodemo. E lui stesso mi ha confermato che il suo racconto era esatto. E
allora racconta, presto. La strada per la città sembra fatta apposta per
chiacchierare, mentre andiamo. Ed eccoci dunque in cammino, parlando di queste
cose. è per questo che sono così preparato, come v'ho detto all'inizio, per
parlarne adesso. Se dunque questo racconto deve essere fatto anche a voi, son
ben felice di farlo. Del resto, quando parlo io di filosofia, o altri ne
parlano in mia presenza, provo la gioia più grande. Al contrario, quando sento
parlare certe persone, e soprattutto i ricchi, gli uomini d'affari, la gente
come voi, allora mi annoio e ho anche un po' pena per voi, che credete di fare
chissà cosa e invece fate cose che non valgono niente. Da parte vostra,
del resto, mi giudicate un poveretto, e forse lo sono davvero. Ma che siate voi
dei poveretti, questo non lo sapete affatto, e io invece lo so.Amico di
Apollodoro: Sei sempre lo stesso, Apollodoro. Dici sempre male di te e degli
altri. Tu hai l'aria di pensare che, Socrate a parte, tutti gli altri siano dei
poveretti, a cominciare da te stesso. Da dove ti viene il soprannome di
Tranquillo, proprio non si sa. Tu non cambi proprio mai. Ce l'hai sempre con te
stesso e con tutti gli altri, a parte Socrate. Ma carissimo, non è evidente?
Questa opinione che ho di me e degli altri non prova forse quanto sia folle,
quanto deliri? Dai, Apollodoro, non val la pena adesso di star qui a litigare.
Fa' piuttosto quel che ti abbiamo chiesto e raccontaci: che discorsi si fecero
quella notte? E va bene, ti racconterò più o meno cosa si disse. Ma forse è
meglio che parta dall'inizio e cerchi di rifare per voi, a mia volta, il racconto
di Aristodemo. Incontrai Socrate, mi disse, che usciva dal bagno e si era messo
dei sandali, contro le sue abitudini. Gli domandai, dove andasse, visto che si
era fatto così bello. E lui mi rispose, Vado a cena da Agatone. Ieri alla festa
in onore della sua vittoria me ne son venuto via, perché mi dava fastidio tutta
quella gente. Ma ho accettato di andar da lui oggi e così mi son fatto bello. Voglio
esser bello per andare da un bel giovane. E tu? Che ne pensi di venire anche se
non sei stato invitato? Io risposi, Ai tuoi ordini. Allora seguimi, mi disse.
Per questa volta faremo una piccola modifica al proverbio e diremo che le
persone per bene vanno a cena senza invito dalle persone per bene. Del resto
anche Omero non solo l'ha modificato questo proverbio, ma ha quasi rischiato di
capovolgerlo. Rappresenta Agamennone come un guerriero di prim'ordine e Menelao
come un guerriero senza coraggio. Ma poi al pranzo offerto da Agamennone dopo
un sacrificio ci fa vedere che arriva anche Menelao, che viene alla festa senza
esser stato invitato. L’uomo che val poco che va al festino di un uomo
valoroso. E a questo Aristodemo mi disse di aver risposto così. Allora corro
proprio un bel rischio, ma non per quel che dici tu, Socrate; credo piuttosto
di essere, come in Omero, il pover'uomo che si presenta senza invito dal
grand'uomo. Vedrai tu che mi ci porti quali scuse trovare, perché io non dirò
certo di non essere stato invitato, dirò che mi hai invitato tu. Due che vanno
insieme, mi rispose, l'uno provvede all'altro. E allora andiamo, che per via
penseremo a cosa dire. E con questo proposito, mi disse, ci mettemmo in
cammino. Ma Socrate, concentrato nei suoi pensieri, rimaneva indietro. Quando
l'aspettavo, mi diceva di andar pure avanti. Arrivo da Agatone, la porta è
aperta e mi trovo subito in una situazione un po' comica. Uno schiavo mi viene
incontro dalla casa e mi porta nella sala dove gli altri avevano già preso
posto, già pronti per la cena. Mi vede Agatone e mi dice. Aristodemo, arrivi al
momento gusto per cenare con noi. Se sei venuto per qualcos'altro, rimanda
tutto a più tardi, perché ieri ho cercato di invitarti ma non t'ho trovato. E
Socrate? non è con te?Allora mi volto, mi disse Aristodemo, e non lo vedo più.
Non mi era dietro. Spiego dunque di essere venuto con Socrate, e che era stato
lui ad invitarmi alla cena. Ben fatto, disse Agatone. Ma lui dov'è? Era dietro
a me sino ad un istante fa. Dove può essere finite? Ragazzo, disse allora
Agatone ad un servo, va ben a vedere dov'è Socrate e portalo da noi. Tu
Aristodemo intanto prendi posto su questo divano a fianco d'Erissimaco. E
raccontava che mentre un domestico gli lava i piedi per potersi stendere sul
divano, un altro arriva dicendone una nuova. Questo Socrate di cui parlate s'è
rintanato nel vestibolo dei vicini, ed è fermo là. Ho avuto un bel chiamarlo,
non è voluto venire. Certo che è ben strano, disse Agatone. Ritorna subito a
chiamarlo e non lasciarlo lì. Non fate niente, dissi io, lasciatelo là
piuttosto. E' un'abitudine che ha quella di mettersi in un angolo, non importa
dove, e di restare là dov'è. Verrà presto, penso; non disturbatelo, lasciatelo
tranquillo. E va bene, facciamo così, disse Agatone, se lo dici tu. Quanto a
noi, ragazzi portateci da mangiare. Voi portate sempre da mangiare quel che vi
pare, quando non c'è nessuno a controllare - cosa che io peraltro non ho mai
fatto nella mia vita. Ma oggi, fate finta che io e i miei amici siamo vostri
invitati e portateci il meglio, tanto da meritare i nostri complimenti. E così,
disse Aristodemo, eccoci a tavola, ma Socrate non veniva. Agatone insisteva
tutti i momenti per mandarlo a chiamare, ma io lo fermavo. Alla fine arrivò,
diciamo verso la metà del pranzo, senza essersi poi fatto troppo aspettare,
come spesso faceva. Allora Agatone, che si trovava da solo sull'ultimo divano,
gli disse subito. Vieni qui, Socrate, mettiti accanto a me, che io possa
apprendere subito per contatto diretto i tuoi pensieri là nel vestibolo. A qualcosa
devono pure aver condotto le tue riflessioni, se no saresti ancora là. Socrate
si siede e fa. Sarebbe una buona cosa, Agatone, se i pensieri potessero
scivolare da chi ne ha più a chi ne ha meno per contatto diretto, quando siamo
accanto, tu ed io. Come l'acqua che, attraverso un filo di lana, passa dalla
coppa più piena alla più vuota. Se è così, voglio subito mettermi al tuo
fianco, perché la tua grande e bella saggezza possa riempire la mia coppa. Che
per la verità è un po' così, incerta come un sogno, mentre la tua sapienza è
limpida e può sfavillare ancora di più, lei che ha brillato con lo splendore
della tua giovinezza e ier l'altro ha fatto faville davanti a più di trentamila
greci, che prendo tutti a miei testimony. Che fai, mi prendi in giro, Socrate?,
disse Agatone. Sulla saggezza faremo i conti più tardi, te ed io, e prenderemo
Dioniso a nostro giudice. Ma intanto pensiamo a cenare. E così, disse
Aristodemo, Socrate prese posto sul divano. Dopo aver cenato, e gli altri con
lui, e dopo aver fatto le libagioni, i canti in onore del dio e le cerimonie
d'uso, ci si preparò a bere. Fu Pausania, allora, a prendere la parola per dire
più o meno così. Carissimi, come si fa adesso a bere senza star male? Io, ve lo
dico subito, non mi sento troppo bene dopo la festa di ieri, perché ho bevuto
un po' troppo e vorrei andarci piano stasera. Del resto voi dovreste essere più
o meno tutti nelle mie condizioni, perché c'eravate anche voi ieri. Allora,
come possiamo fare per bere senza star male? Intervenne Aristofane. Ben detto,
Pausania. Ti do proprio ragione, anch'io vorrei andarci piano a bere perché
sono di quelli che ieri sera hanno forse un po' esagerato. A queste parole,
disse Aristodemo, intervenne Erissimaco, il figlio di Acumeno. Avete ragione,
disse, ma sentiamo gli altri: tu che ne dici, Agatone, hai ancora la forza di
bere? Per nulla, rispose, non ce la faccio proprio. A quanto sembra, disse
Erissimaco, è proprio una fortuna per tutti - per me, per Aristodemo, per
Fedro, per tutti quanti - che voi, i migliori bevitori, dobbiate adesso
rinunciare, perché noi non ce la faremmo a starvi dietro. Farei un'eccezione
per Socrate. è tanto bravo a bere che a non bere, per lui andrà sempre bene,
qualunque cosa decidiamo. E, visto che nessuno qui mi sembra disposto a bere
del gran vino, forse riuscirò a non essere sgradito a nessuno dicendovi la
verità sull'ubriachezza. Come medico devo subito dirvi che è evidente che
ubriacarsi fa male. Del resto io non mi sento portato a bere fuori misura, né a
consigliare ad un altro di farlo, soprattutto se ha la testa ancora pesante per
il giorno prima. Poi intervenne Fedro, quello di Mirrinunte. Quanto a me, io ti
credo sempre se parli di medicina, ma oggi ti crederanno tutti, se non sono
matti. Queste parole furono ascoltate e all'unanimità si decise che non si
sarebbe passata la serata ad ubriacarsi e che ciascuno avrebbe bevuto quanto si
sentiva. E dunque, riprese Erissimaco, visto che siamo d'accordo che ciascuno
beva quanto vuole, senza nessun obbligo, io proporrei adesso di congedare la
nostra giovane flautista che è appena entrata: per stasera suoni da sola o, se
lo desidera, per le donne di casa. Noi, invece, passeremo la serata
chiacchierando. Di cosa possiamo parlare? Io quasi quasi un'idea ce l'avrei, se
volete ve la dico. Tutti furono d'accordo, disse Aristodemo, e chiesero a
Erissimaco di fare la sua proposta. Questi riprese dicendo. Parlerò, per
cominciare, alla maniera della Melanippe di Euripide, perché non son mie queste
parole, che adesso vi dirò, ma di Fedro, che è lì. Lui mi dice sempre, tutto
indignato. Non è strano, Erissimaco, che per tutti gli altri dèi vi siano inni
e peana composti dai poeti e che in onore dell’amore, un dio così potente, così
grande, non vi sia stato ancora un solo poeta, tra tutti, che abbia composto il
più piccolo elogio? Prendi, se vuoi, i sofisti di fama. Scrivono in prosa
l'elogio di Eracle, e d'altri ancora, come ha fatto l'ottimo Prodico. Ma c'è di
peggio. Non mi è capitato l'altro giorno di vedere il libro di un sapiente che
faceva l'elogio del sale, per la sua utilità? Ed altre cose dello stesso
genere, lo sappiamo, sono state fatte oggetto di elogio. Ci si è data molta
pena di trattare di parecchi argomenti, ma l'amore, lui non ha trovato ancora
nessuno sino ad ora che abbia avuto il coraggio di onorarlo come merita. Ecco
come ci si dimentica di un grande dio. Ebbene, io credo che su questo Fedro
abbia ragione. Desidero dunque, da parte mia, portare il mio contributo
onorandolo, facendo qualcosa che gli sia gradito. Adesso quindi potremmo fare
tutti un elogio di questo dio. Se siete d'accordo, avremmo così un argomento
senza alcun dubbio davvero assai interessante con cui passare il nostro tempo.
Potremmo, cominciando da sinistra verso destra, fare un elogio dell'amore, il
più bell'elogio di cui siamo capaci. Fedro parla per primo, perché è al primo
posto ed è allo stesso tempo il padre di quest'idea. Nessuno, mio caro
Erissimaco, disse Socrate, voterà contro la tua proposta. Non sarò io ad
oppormi, che dichiaro subito di non saper nulla di nulla, ma dell'amore son
proprio esperto. Non Agatone o Pausania, e certo neppure Aristofane, che
trascorre tutto il suo tempo fra Dioniso e Afrodite, né gli altri che vedo qui
stasera. Certo il compito è più difficile per noi che occupiamo gli ultimi
posti. Ma se quelli che parlano prima di noi lo faranno davvero bene, ne saremo
soddisfatti. Che Fedro cominci, con i nostri auguri. che faccia l'elogio
dell'amore. Furono subito tutti d'accordo e tutti si unirono all'invito di
Socrate. Aristodemo non si ricordava più esattamente ciò che ciascuno disse e
io stesso non ricordo più bene ciò che lui mi raccontò. Le cose più importanti,
o quel che a me è sembrato più degno di essere ricordato, adesso ve lo
riporterò nella forma in cui ciascuno l'ha detto. E così, secondo Aristodemo,
il primo a parlare fu Fedro, cominciando il suo discorso più o meno in questi
termini. E' un gran dio l'amore, un dio che merita tutta l'ammirazione degli
uomini e degli dèi per diverse ragioni, non ultima la sua origine. E'
annoverato tra i più antichi dèi, e questo, aggiunse, è un onore. Di questa
antichità abbiamo una prova. L’amore non ha né padre né madre, e nessuno, né in
poesia né in prosa, glielo ha mai attribuito. Esiodo ci dice che innanzitutto
vi fu il Caos, e la Terra dall'ampio seno, sicura sede per tutti i viventi e l'amore.
E, in accordo con Esiodo, anche Acusilao dice che dopo il Caos sono nati questi
due esseri, la Terra e l'amore. Quanto a Parmenide, parlando della generazione
dice che di tutti gli dèi, l’amore fu il primo che la dea partorì. Così c'è
ampio accordo nel dire che l'amore è uno degli dèi più antichi. Essendo così
antico, è per noi la sorgente dei più grandi beni. Per me, io lo affermo, non
c'è più grande bene nella giovinezza che avere un amante virtuoso e, se si ama,
trovare eguale amore in chi si ama. Infatti i sentimenti che devono guidare per
tutta la vita gli uomini destinati a vivere nel bene non possono ispirarsi né
alla nobiltà della nascita né agli onori né alla ricchezza, né a null'altro:
devono ispirarsi all’amore. Ora, mi chiedo, quali sono questi sentimenti? La
vergogna per l’azione cattiva, l'attrazione per l’azione bella. Senza questo,
nessuna città, nessun individuo potranno far mai nulla di grande e di buono.
Così, io lo dichiaro, un amante, un uomo che ama, se sorpreso in flagrante a
commettere un'azione malvagia o a subire per vigliaccheria, senza difendersi,
una grave offesa, soffre certamente se a scoprirlo saranno suo padre o i suoi
amici o chiunque altro. Ma soffrirà molto di più se a scoprirlo sarà il suo
amante, il suo amato. Ed è lo stesso per l'amato. è davanti al suo amante, noi
lo sappiamo bene, che l’amato sente la più grande vergogna, quando sarà
sorpreso a fare qualcosa di cui vergognarsi. Se esistesse un mezzo per mettere
insieme una città o un esercito fatti solo da amanti e dai loro amati, essi si
darebbero certamente il miglior governo che ci sia. Allontanerebbero infatti da
loro tutto ciò che è cattivo e rivaleggerebbero sulla via dell'onore. E se
questi amanti combattessero l'uno di fianco all'altro potrebbero vincere,
per così dire, il mondo intero, anche se fossero soltanto un piccolo gruppo,
perché sarebbero molto uniti tra loro. Infatti per un amante innamorato sarebbe
più intollerabile abbandonare i ranghi o gettare le armi sotto gli occhi del
suo amato che sotto gli occhi del resto dell'esercito. Preferirebbe piuttosto
morire cento volte. Quanto ad abbandonare l’amato chi si ama, a non aiutarlo in
caso di pericolo, nessuno è così vigliacco che l'amore non riesca a ispirargli
una forza divina rendendolo eguale a quelli che per natura hanno grande
coraggio. Esattamente come in Omero l’amore viene a ispirare l'ardore per la
battaglia a certi eroi, così l'amorefa questo dono agli amanti innamorati, ed
essi lo accettano da lui. Meglio ancora: morire per l'altro. Soltanto l’amante
accetta questo. La figlia di Pelia, Alcesti, ha dato un esempio chiarissimo di
ciò che dico. Soltanto essa acconsentì a morire per il suo sposo, che pure
aveva un padre e una madre. La sua figura si eleva così in alto su di loro per
la forza nata dal suo amore da farli apparire estranei al loro stesso figlio,
senza altro legame con lui che il nome. Avendo agito in questo modo, il suo
gesto è sembrato bellissimo, non solo agli uomini ma anche agli dèi. Essi concedono
davvero a pochi il privilegio di richiamare in vita la loro anima dal fondo
dell'Ade, una volta morti. Ebbene fra tanti eroi, autori delle più belle
azioni, concessero questo privilegio proprio ad Alcesti ricordandosi del suo
gesto che avevano tanto ammirato. A tal punto gli dèi onorano la dedizione e il
coraggio al servizio dell'amore. Al contrario essi mandarono via dall'Ade
Orfeo, figlio di Eagro, senza ottenere nulla. Gli mostrarono soltanto
un'immagine della donna per la quale era venuto, senza concedergliela. La sua
anima, infatti, sembrava loro debole, perché altri non era che un suonatore di
cetra; non aveva avuto il coraggio di morire, come Alcesti, per il suo amore,
ma aveva cercato con tutti i mezzi di penetrare da vivo nel regno dei morti. E'
certamente per questa ragione che essi gli hanno inflitto questa punizione e
hanno fatto in modo che morisse per mano delle donne. Non hanno agito nello
stesso modo con Achille, il figlio di Teti. L’hanno trattato con onore,
aprendogli la via per le isole dei beati. Achille infatti, avvertito dalla
madre che sarebbe morto se avesse ucciso Ettore, e sarebbe invece tornato a
casa finendo i suoi giorni da vecchio se non lo avesse fatto, scelse con
coraggio di restare al fianco di Patroclo, il suo amante, vendicandolo: scelse
non di morire per salvarlo, perché era già stato ucciso, ma di seguirlo sulla
via della morte. Così gli dèi, pieni di ammirazione, gli hanno tributato onori
eccezionali, per aver posto così in alto il suo amante. Eschilo scherza quando
pretende che Achille sia l'amante di Patroclo. Achille era più bello non
soltanto di Patroclo, ma anche di tutti gli altri eroi messi insieme. Era un
ragazzo, non aveva ancora la barba, ed era quindi assai più giovane di
Patroclo, come dice Omero. Così se gli dèi onorano soprattutto questo
particolare tipo di coraggio che si mette al servizio dell'amore, essi
ammirano, stimano, ricompensano ancor di più la tenerezza dell'amato per
l'amante che quella dell'amante per i suoi amati. L'amante, infatti, è più
vicino al dio dell'amato, perché un dio lo possiede. Ecco perché gli dèi
hanno onorato Achille, aprendogli la via per le isole dei beati. Ecco dunque,
io lo dichiaro, l'amore è tra gli dèi il più antico e il più degno, ha i
maggiori titoli per guidare l'uomo sulla via della virtù e della felicità, sia
in vita che nel regno dell'aldilà. Fu questo pressappoco, secondo Aristodemo,
il discorso di Fedro. Dopo Fedro parlarono altri, ma lui non si ricordava bene.
Non me ne ha parlato e invece mi ha riportato il discorso di Pausania, che si
espresse in questi termini. Io credo, Fedro, che l'argomento sia mal posto
quando ci si domanda semplicemente di fare l'elogio dell'amore. Se dell’amore ve
ne fosse uno solo, potrebbe anche andar bene. Ma non è così. Non ce n'è uno
soltanto, e allora è bene prima spiegare di quale amore dobbiamo tessere
l'elogio. Cercherò dunque, da parte mia, di chiarire le cose su questo punto,
di precisare innanzitutto quale amore si debba lodare e quindi pronuncerò un
elogio che sia degno di questo amore. Tutti sappiamo che non c'è Venere senza
amore. Se dunque non vi fosse che una Venere, non vi sarebbe che un solo amore.
Ma Venere è duplice, e quindi, necessariamente, abbiamo due amori. Come negare
che esistano due Venere? Una Venere, senza dubbio la più antica, non ha madre:
è figlia di Urano, e la chiamiamo quindi la dea del cielo, Venere Urania.
L'altra Venere, la più giovane, è figlia di Zeus e di Dione, e la chiamiamo quindi
la dea popolare, Venere Pandemia. E allora necessariamente l'amore che serve
Venere Pandemia dovrà chiamarsi Amore Popolare (o volgare) Pandemio.
Quell’amore che serve Venere Urania Amore Uranio. Certo, bisogna lodare tutti
gli dèi. Ma, detto questo, qual è il dominio dei due amori? E' questo che
dobbiamo provare a dire. Ogni azione si caratterizza per questo, che in sé non
è né bella né brutta. In quello che adesso facciamo, bere, cantare,
chiacchierare, non c'è nulla di bello in sé. è piuttosto il modo in cui si
compie un'azione a dar questo o quel risultato, e così seguendo la regola del
bello e della rettitudine un'azione con rettitudine diventa bella, al contrario
senza rettitudine l’azione diventa brutta. E lo stesso avviene per l'atto o
l’azione dell’amore (l’amore). Non tutto l'amore è bello e degno di elogio: lo
è soltanto quello che porta all’azione di “amare bene”, la azione dell’amore e
bella. Ora l'amore volgare, compagno di Venere popolare, certo è volgare e
opera a casaccio: è proprio degli uomini da poco. Questi uomo si innamora di un
ragazzo. Poi, l’amante ama il corpo bello. Voglie arrivare dritto al loro
scopo. Capita quindi che si imbattano nel bene, e capita anche il contrario.
Come è ovvio, quest’amore volgare, dell’uomo volgare, si unisce alla più
giovane delle due dee, che sin dal suo concepimento partecipa sia del maschile
che del femminile. L'altro Eros, invece, partecipa dell'Afrodite Urania che da
sempre è estranea all'elemento femminile e partecipa soltanto del maschile; e
poi è la più antica e non conosce alcun impulso brutale. Per questa ragione,
l’uomo che e ispirato dall’amore volgare Eros e attrato dall'elemento maschile.
Ama teneramente il sesso per natura più forte. E proprio da questa inclinazione
ad innamorarsi di un ragazzo si posse riconoscere quanto e posseduto con purezza
da quest’amore volgare, perché l’uomo volgare non ama i giovani prima che
abbiano dato prova d'intelligenza. Ora, questo è impossibile che accada prima
che il giovane sia abbastanza grande da avere la prima barba. E' questa l'età
dell’efebo in cui è bene cominciare a rivolgere ad essi attenzioni d'amore, per
restare poi con loro per tutta la vita, per legare le proprie esistenze,
piuttosto che abusare della credulità di un giovane sciocco, farsi gioco di lui
e piantarlo poi per correre dietro ad un altro. Ci vorrebbe una legge che
proibisse di amare un ragazzo troppo giovane. Così non si sprecherebbero
tante cure per un risultato imprevedibile. Non è infatti possibile prevedere
che cosa ne sarà di un ragazzino, se avrà vizi o virtù nel corpo efebo. L'uomo
che vale si pone senza dubbio da sé, e di buon grado, questa legge. Ma
bisognerebbe anche che chi coltiva l’amore volgare abbia un limite. E proprio
quest’ amante volgare, infatti, che hanno screditato l'amore e dato a certuni
il coraggio di dire che è una vergogna cedere ad un amante. Chi dice questo, lo
fa perché ha davanti agli occhi la mancanza di tatto e di onestà di
quest’amante volgari, mentre nessun gesto al mondo merita d'essere criticato
quando la convenienza e la legge sono rispettate. Ancora di più. La regola
di condotta, per quel che concerne l'amore, è facile da comprendere nelle altre
città, perché la sua definizione è semplice. Nell'Elide, presso i Beoti, e nelle
altre città in cui gl’uomini non sono abili nel far grandi discorsi, la regola
ammessa è semplice. è un bene cedere all’amante e nessuno dirà mai che c'è da
vergognarsi. Il fine è di evitare l'imbarazzo di dover convincere il giovane
con la parola, perché non e gran parlatore. Nella Ionia, al contrario, e in
diverse altre zone, la regola dice che questo non va bene.Sono paesi dominati
dai barbari. Presso i barbari, infatti, a causa dei loro regimi tirannici, il
giudizio comune è che ci sia da vergognarsi a cedere a un amante. Lo stesso
giudizio si dà per l'amore per l'esercizio fisico. Senza dubbio, ai loro capi
non conviene che nascano grandi intelligenze tra i sudditi, e neppure una
grande amicizia saldamente unita, come in effetti l'amore, più di ogni altra
cosa al mondo, sa produrre. Di questo hanno fatto esperienza anche i tiranni
qui da noi. L’amore di Aristogitone e l'amicizia di Armodio, sentimenti solidi,
hanno distrutto il loro potere. Così là dove si ritiene che ci sia da
vergognarsi a cedere a un amante, questa convinzione è nata dalla debolezza
morale dell’uomo: desiderio di dominio presso i capi, vigliaccheria presso i
sudditi. Là invece dove la regola ammette in tutta semplicità che è cosa buona,
essa è nata per la pigrizia dell'animo di quell’uomo. Presso di noi la regola è
molto più bella e, come ho detto, non è facile da comprendere. C'è da
rifletterci, in effetti. è più bello, si dice, amare apertamente piuttosto che
in segreto, e soprattutto amare il giovane di nascita migliore e di meriti più
alti, anche se meno belli di altri; di più, chi è innamorato è
straordinariamente incoraggiato da tutti, e nessuno pensa che faccia qualcosa
di cui vergognarsi: il successo è il suo onore, lo scacco è la sua vergogna. E
nei tentativi di conquista la regola elogia l’amante per delle stravaganze che
esporrebbero alle critiche più severe chiunque osasse comportarsi così per
altri scopi. Supponiamo infatti che uno voglia ottenere del denaro da qualcuno,
che voglia esercitare una magistratura, o una qualsiasi funzione importante. Se
accetta di fare ciò che fanno l’amante per il suo amato - assillarli con
preghiere e suppliche, pronunciare grandi giuramenti, dormire dietro le loro
porte, abbassarsi volontariamente ad ogni sorta di schiavitù che nessuno
schiavo accetterebbe di buon grado - ebbene tutto questo gli e impedito sia dai
suoi amici che dai suoi nemici. L’amico gli rimprovera la sua adulazione e la
sua bassezza; il nemico lo fa ragionare e arrossiranno per lui. Queste cose,
invece, sono ben viste per l'innamorato e la nostra regola non le critica
affatto. E qualcosa che si sta ad ammirare. E la cosa più strana è, secondo il
detto popolare, che lui solo può giurare e ottenere grazia davanti agli dèi se
tradisce i suoi giuramenti. Dinanzi a Venere, a quanto si dice, nessun
giuramento vale. Così l’uomini danno all’innamorato una libertà totale: lo dice
la nostra regola. E questo porta a pensare che la regola nella nostra città giudichi
cose perfette il bello e l'amore, e l'amicizia che ricompensa l’amante. Ma quando d'altra parte un padri fa
sorvegliare da un pedagogho il suo figliolo innamorato, in modo che non possa
parlar d'amore con il suo amante. Quando i giovani della loro età, i loro
amici, li rimproverano per il loro amore. Quando gli adulti non si oppongono a
queste critiche e non le biasimano come fuori luogo. Allora se si considera
tutto questo si potrebbe credere, al contrario, che questo tipo di amore goda
presso di noi di cattiva fama. Ecco, io credo, come stanno le cose. La
faccenda non è per nulla semplice, come ho già detto all'inizio. In se stessa
non è né bella né brutta. E' bella se l’azione d’amar bene rettamente e bella,
è brutta se l’azione d’amare male sono brutte. E' cosa brutta cedere ad un uomo
cattivo e per un cattivo motivo. è cosa bella cedere ad un uomo di valore e per
un bel motivo. Ora chi si comporta male è, come prima dicevo, l'amante volgare,
che ama il corpo bello. Non ha costanza, perché l'oggetto del suo amore – il
corpo bello -- è incostante. All'affievolirsi del bello del corpo che ama, "s'invola e va
via", e tradisce senza vergogna alcuna tante belle parole, tante promesse.
Ma l’uomo chi ama il carattere di una persona per le sue alte qualità, resta
fedele tutta la vita perché il suo amore riposa su qualcosa di costante. La
nostra regola si propone di mettere l’uomo alla prova della serietà e dell'onestà,
perché si ceda al’uomo che valgono e si fuggano gli altri. Incoraggiano quindi
a sceglier bene tra il cedere e il fuggire, creando delle prove che permettano
di riconoscere di che natura sia l'amante. Su questo si fonda evidentemente la
massima: «a cedere subito c'è da vergognarsi». Più tempo passa, infatti, più si
ha la prova, sembra, della serietà dell'amore. Una seconda massima, poi, dice
che c'è da vergognarsi a cedere per denaro o per averne vantaggi politici, sia
che ci si intimorisca di fronte ad un'azione decisa, che rende incapaci di
reagire, sia che non si respingano con sdegno le lusinghe della ricchezza e del
successo politico: niente di tutto ciò ha l'aria d'essere solido e stabile, e
dunque non può venirne alcuna generosa amicizia. Non resta dunque, secondo
la nostra regola, che una sola via onesta perché l'amato possa cedere
all'amante. Presso di noi la regola è la seguente. Come tra gli amanti non c'è
nulla di umiliante nel far di se stessi degli schiavi consenzienti, secondo
quella forma di schiavitù che prima dicevo, e non c'è il rischio di essere
criticati, nello stesso modo rimane una sola altra forma di schiavitù volontaria
che sfugga a ogni critica: quella che ha la virtù come proprio oggetto. La
nostra regola infatti dice questo, che se si accetta di essere al servizio di
un altro pensando di diventare migliori grazie a lui, in la virtù, questa
servitù liberamente accolta non ha niente di cattivo e non è umiliante. Bisogna
dunque riunire in una sola regola, che riguarda l'amore dell’uomo verso i
ragazzo. Vogliamo che si abbia un bene dal fatto che l'amato ceda all'amante.
Infatti quando le vie dell'amante e dell'amato si incontrano, ed essi insieme
seguono la stessa regola, il primo di rendere al suo amato tutti i servizi
compatibili con la giustizia, il secondo di dare all'uomo che cerca di farlo
diventare buono tutte le forme di assistenza compatibili con la giustizia. L’uno
potendo contribuire a dare la virtù, l'altro avendo bisogno di progredire
nell'educazione, allora in verità quando queste regole convergono, e in questo
caso solamente, questa coincidenza fa sì che sia cosa bella che l'amato ceda
all'amante. Altrimenti, è da escludere. Nel bene, anche se chi cede è
completamente vittima della situazione, non c'è alcun disonore, ma in tutti gli
altri casi, che si sia vittime o meno, c'è di che vergognarsi. Infatti se c'è
qualcuno che per arricchirsi ha ceduto a un'amante che crede ricco, e viene poi
ingannato e non ottiene nulla, perché il suo amante si rivela povero, la cosa
rimane riprovevole anche se si è una vittima. Un simile uomo sembra mostrare il
fondo della sua anima: per denaro si presta a tutto verso il primo venuto, e
questo non è affatto bello. Secondo lo stesso ragionamento, se si cede a
qualcuno credendolo pieno di qualità e pensando di diventare migliori legandosi
a questo amante, e se in seguito ci si trova ingannati scoprendo la sua
malvagità, quanto sia povero nella virtù, ebbene chi è stato ingannato non ha
nulla di cui vergognarsi. Anche in questo caso, infatti, sembra rivelarsi la
qualità dell'anima. La virtù e il progresso morale, in tutto e per tutto, sono
l'oggetto della propria passione - e questa è la cosa più bella che ci sia.
Quindi è bellissimo cedere, quando si cede per la virtù. Quest’amore viene da
Venere Urania, ed è davvero divino e prezioso per la città come per l’uomo,
perché esige dall'amante e dall'amato che entrambi veglino su se stessi, per
essere ricchi di virtù. Quanto agli altri, essi rivelano il legame con l'altra
dea, la Venere volgare. Ecco, mio caro Fedro: io non ho fatto che improvvisare;
è questo il mio tributo per l’amore. Dopo la pausa di Pausania - uso questo
gioco di parole sullo stile dei maestri della parola - era venuto il turno di
Aristofane. Ma caso volle che, o per la cena troppo abbondante o per qualche
altra ragione, avesse il singhiozzo e non riuscisse a parlare. Chiese allora a
Erissimaco di parlare lui al posto suo. Bisogna, Erissimaco, o che tu fermi il
mio singhiozzo, o che tu parli al mio posto in attesa che mi passi. E va bene,
rispose Erissimaco, farò l'uno e l'altro. Parlerò al tuo posto e tu parlerai al
mio quanto ti sarà passato il singhiozzo. Mentre parlo, se trattieni a lungo il
respiro il tuo singhiozzo si deciderà ad andarsene. Se non se ne va, fai dei
gargarismi con dell'acqua. E se non se ne va ancora, cerca qualcosa per
solleticarti il naso e starnutire. Se lo farai una o due volte, per quanto
tenace sia il tuo singhiozzo, se ne andrà. A te parlare, dunque, disse
Aristofane, io seguirò i tuoi consigli. Allora Erissimaco prese la parola.
"Io credo che dopo un buon inizio tu non abbia risposto del tutto alle
esigenze del soggetto trattato, ed è quindi necessario che io cerchi, da parte
mia, di completare il suo discorso. La tua distinzione tra i due tipi di amore
mi sembra eccellente. Ma essa non riguarda soltanto l’uomini nei loro rapporti
con le persone belle. Riguarda anche i rapporti tra altri oggetti d'amore, tra
altri esseri, che si tratti dei corpi degli animali o delle piante che la terra
nutre: in una parola, riguarda tutti gli esseri viventi. La medicina, la nostra
arte, credo mi consenta questa osservazione. Essa permette di vedere che
l’amore è un grande dio, un dio meraviglioso, e che la sua azione si estende su
tutto, sia nell'ordine dell'umano che del divino. Comincerò dalla medicina, per
fare onore alla mia arte. La natura dei corpi comporta un duplice amore. Ciò che
è sano nel corpo è ben diverso e dissimile da ciò che è malato, questo lo
ammettono tutti. Ora, il dissimile ama e desidera il dissimile. L'amore che è
proprio della parte sana è dunque diverso dall'amore che è proprio della parte
malata. Dunque, proprio come Pausania diceva che è cosa bella accordare i
propri favori agli uomini che se lo meritano ed è cosa brutta cedere ai
dissoluti, così quando si tratta dei corpi stessi favorire ciò che vi è di
buono e di sano in ciascuno è cosa bella e necessaria, ed è questo che
chiamiamo medicina, mentre bisogna rifiutarsi di favorire ciò che è malvagio e
malsano, se si vogliono seguire le regole dell'arte. La medicina infatti, se
vogliamo definirla in una parola, è la scienza dei fenomeni d'amore propri dei
corpi, nei loro rapporti con il riempirsi e il vuotarsi, e chi da questi
fenomeni sa diagnosticare il buono e il cattivo amore, ebbene questi è il
miglior medico. Chi sa operare dei cambiamenti grazie ai quali si
acquista un amore al posto dell'altro; chi sa far nascere l'amore nei
corpi in cui manca e sa eliminarlo quando è di troppo; ebbene costui è davvero
padrone di quest'arte. Senza alcun dubbio. Il medico deve essere capace di
ristabilire l'amicizia e il mutuo amore tra gli elementi del corpo che più si
odiano. Ora, gli elementi che più si odiano sono quelli contrari: il freddo e
il caldo, l'amaro e il dolce, il secco e l'umido, e così via. E' per avere
saputo mettere l'amore e la concordia tra questi elementi che il nostro antico
padre Asclepio - a quel che dicono i nostri poeti, e io lo credo - è il
fondatore della nostra arte. La medicina è dunque, come dicevo, tutta
quanta governata da questo dio. E questo vale anche per la ginnastica e per
l'agricoltura. Quanto alla musica, non occorre una grande riflessione per
vedere che è la stessa cosa. Senza dubbio è questo che vuol dire Eraclito,
benché la sua espressione non sia felice. Egli dichiara infatti che l’uno «in
sé discorde con se stesso si accorda, come l'armonia dell'arco e della
lira».Ora, è molto illogico affermare che l'armonia consiste in una opposizione
o che essa è composta da elementi che si oppongono ancora. Ma egli voleva forse
dire che a partire da una opposizione originaria, tra l'acuto e il grave, i due
elementi in seguito si accordano e l'armonia si realizza grazie alla musica.
Infatti, se veramente l'acuto e il grave si opponessero ancora, non si vede
come potrebbe nascere l'armonia. L'armonia infatti è una consonanza, e una
consonanza è una sorta di accordo. Ora, l'accordo di elementi opposti, se
permangono opposti, è impossibile, e d'altro canto non può esserci armonia tra
ciò che si oppone e non si accorda: nello stesso modo il ritmo nasce dal rapido
e dal lento, cioè da elementi all'inizio opposti che in seguito si accordano. E
come prima la medicina, adesso è la musica che introduce l'accordo tra tutti
questi elementi, creando amore reciproco e accordo. E dunque la musica è essa
stessa, nell'ordine dell'armonia e del ritmo, una scienza dei fenomeni
dell'amore. Ora, se nella costituzione dell'armonia e del ritmo i fenomeni
dell'amore possono essere osservati facilmente, questo accade perché non vi
sono due specie d'amore. Ma quando per il pubblico si eseguono ritmi e armonie,
sia componendole (in quella che si chiama composizione musicale) sia servendosi
a seconda dei casi di composizioni melodiche o metriche composte da altri (in
quella che si chiama educazione musicale), allora la cosa diventa difficile e
si ha bisogno di un uomo del mestiere, che sia abile. Ecco allora tornare il
discorso di prima: se bisogna cedere, è bene farlo con uomini dai costumi ben
regolati, proprio per migliorarsi quando ancora non si hanno le stesse qualità;
l'amore di questi uomini deve essere ben difeso e bisogna quindi rivolgersi
all'Eros bello, all'Eros Uranio, quello della Musa Urania. L'altro è quello di
Polimnia, l'Eros Pandemio57, che bisogna offrire con prudenza a chi viene ad
offrirlo a noi, in modo da trarne piacere senza strafare; è come nella nostra
arte, la medicina, che deve saper ben dosare il gusto per la buona cucina, per
imparare a goderne senza ammalarsi. Così dunque in musica, in medicina, in
tutto l'ordine delle cose divine e umane, è necessario proteggere nella misura
del possibile l'uno e l'altro amore, poiché vi si trovano entrambi. Anche l'ordine
delle stagioni dell'anno è riempito da questi due amori, e quando gli elementi
di cui parlavo prima - il caldo e il freddo, il secco e l'umido - incontrano
nei loro reciproci rapporti l'amore ben regolato, essi si armonizzano
combinandosi nella giusta misura, allora portano l'abbondanza e la sanità
agli uomini, agli animali, alle piante, senza causare alcun danno58. Ma
quando nelle stagioni dell'anno prevale l'amore senza misura, rovina ogni cosa
ed è causa di grandi disastri. La pestilenza, infatti, ha origine da questi
fenomeni e così le più varie malattie che aggrediscono animali e piante: gelo,
grandine, i mali delle piante, provengono dal desiderio senza limiti e misura
nelle relazioni reciproche fra questi fenomeni, governate dall'amore. C'è una scienza
che tratta nello stesso tempo del movimento degli astri e delle stagioni dell'anno:
si chiama astronomia. Tutti i sacrifici, poi, e tutto ciò che ha a che fare con
la divinazione (cioè tutto ciò che mette in comunicazione gli dèi e gli uomini)
non hanno altro scopo che quello di proteggere l'amore e di guarirlo. L'empietà
nasce abitualmente dal non cedere all'amore ben regolato, dal non onorarlo, dal
non riverirlo con ogni propria azione, ma dall'onorare l'altro amore, nei
rapporti sia con i propri genitori, viventi o morti, sia con gli dèi. Questo è
il compito assegnato alla divinazione: sorvegliare coloro che amano e guarirli.
Ed è ancora lei, la divinazione, che permette l'amicizia tra gli dèi e gli
uomini, perché essa conosce, nell'ordine degli umani, quei fenomeni d'amore che
tendono al rispetto degli dèi e alla pietà.Questa è la molteplice, l'immensa o
piuttosto l'universale potenza che è propria dell'Eros. E' lui ad agire, con
moderazione e giustizia, per produrre delle opere buone, sia tra noi che tra
gli dèi, con la più grande potenza: ci procura ogni felicità e ci rende capaci
di vivere in società, di legare con vincoli di amicizia gli uni con gli altri
ed anche con quegli esseri a noi superiori, gli dèi. Anch'io, senza dubbio, ho
tralasciato alcune cose nel mio elogio dell'Eros, ma non l'ho fatto apposta. Se
ho dimenticato qualche punto, spetta a te, Aristofane, di colmare la lacuna.
Però, se ti proponi di lodare il dio in un altro modo, fai pure, visto che il
tuo singhiozzo se n'è andato."Allora, disse Aristodemo, Aristofane prese
la parola. Il fatto è che se n'è sì andato, ma ho dovuto proprio applicare il
tuo rimedio e starnutire. Non è strano che il buon ordine del mio corpo abbia
bisogno di rumori e di solletico per starnutire? Sta di fatto, però, che il
singhiozzo è passato appena ho starnutito. Aristofane, amico mio, che dici?,
riprese Erissimaco. Ci fai ridere prendendomi in giro un attimo prima di fare
il tuo discorso? Così mi costringi a sorvegliare bene le tue parole, che tu non
abbia ad esser comico proprio quando puoi parlare in tutta tranquillità. Aristofane
si mise a ridere e disse. Hai ragione Erissimaco, ritiro tutto. Ma non mi
sorvegliare. Nel discorso che farò, infatti, dovrò dire non poche cose che
faranno un po' ridere - e questo è un vantaggio, perché così la mia Musa si
troverà su un terreno familiare -, ma ho proprio paura di essere un po' preso
in giro! Eh, Aristofane, tu prima lanci una frecciatina, poi te ne vuoi
scappare, non è vero? Ma t'avverto, parla piuttosto come un uomo che deve
rendere conto di quel che dice! Sta' tranquillo, però, da parte mia ti farò
grazia, ma solo se vorrò!"Discorso di Aristofane "A dir la
verità, Erissimaco - disse Aristofane -, ho intenzione di parlare diversamente
da te e da Pausania. Infatti mi sembra che gli uomini non si rendano
assolutamente conto della potenza dell'amore. Se se ne rendessero conto,
certamente avrebbero elevato templi e altari a questo dio, e dei più magnifici,
e gli offrirebbero i più splendidi sacrifici. Non sarebbe affatto come è
oggi,quando nessuno di questi omaggi gli viene reso. E invece niente sarebbe
più importante, perché è il dio più amico degli uomini: viene in loro soccorso,
porta rimedio ai mali la cui guarigione è forse per gli uomini la più grande
felicità. Dunque cercherò di mostrarvi la sua potenza, così potrete essere
maestri a vostra volta. Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura
della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi
andati62, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto
differente. Allora c'erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il
maschio e la femmine. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri
degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è
scomparso. Era l'ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva
caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone
di questo genere.Quanto al nome, ha tra noi un significato poco
onorevole.Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i
fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro
gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell'unica
testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come
potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi63, nel
senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po' come gli
acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su
cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui
c'erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la
femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d'entrambi dalla Luna,
visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e
il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro
genitori. Per questo finivano con l'essere terribilmente forti e vigorosi e il
loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di
Efialte e di Oto, riguarda anche gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la
scalata al cielo, per combattere gli dèi.Allora Zeus e gli altri dèi si
domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non
potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come
avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere
completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure
potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente
riflettuto, Zeus ebbe un'idea. «lo credo - disse - che abbiamo un mezzo per far
sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria
arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso - disse - io taglierò ciascuno
di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo
anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si
muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non
vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che
andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri». Detto questo, si mise a
tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come
si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo
di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che
gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire,
fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto66. Apollo
voltava allora il viso e, raccogliendo d'ogni parte la pelle verso quello che
oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al
centro del ventre non lasciando che un'apertura - quella che adesso chiamiamo
ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con
esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per
spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella
regione del ventre e dell'ombelico, come ricordo della punizione subita.Quando
dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due
parti desiderava ricongiungersi all'altra. Si abbracciavano, si stringevano
l'un l'altra, desiderando null'altro che di formare un solo essere. E così
morivano di fame e d'inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza
l'altra. E quando una delle due metà moriva, e l'altra sopravviveva,
quest'ultima ne cercava un'altra e le si stringeva addosso - sia che
incontrasse l'altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi
chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la
specie si stava estinguendo. Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo
espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora
infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si
riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus
trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e
fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l'uomo
con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo
avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si
sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi
avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e
sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro
esistenza. E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è
innato il desiderio d'amore gli uni per gli altri, per riformare l'unità della
nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la
natura dell'uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione68 dell'essere umano
completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è
complementare, perché quell'unico essere è stato tagliato in due, come le
sogliole69. E' per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua
parte complementare. Stando così le cose, tutti quei maschi che derivano da
quel composto dei sessi che abbiamo chiamato ermafrodito si innamorano delle
donne, e tra loro ci sono la maggior parte degli adulteri; nello stesso modo,
le donne che si innamorano dei maschi e le adultere provengono da questa specie;
ma le donne che derivano dall'essere completo di sesso femminile, ebbene queste
non si interessano affatto dei maschi: la loro inclinazione le porta piuttosto
verso le altre donne ed è da questa specie che derivano le lesbiche. I maschi,
infine, che provengono da un uomo di sesso soltanto maschile cercano i maschi.
Sin da giovani, poiché sono una frazione del maschio primitivo, si innamorano
degli uomini e prendono piacere a stare con loro, tra le loro braccia. Si
tratta dei migliori tra i bambini e i ragazzi, perché per natura sono più
virili. Alcuni dicono, certo, che sono degli spudorati, ma è falso. Non si
tratta infatti per niente di mancanza di pudore: no, è i loro ardore, la loro
virilità, il loro valore che li spinge a cercare i loro simili. Ed eccone una
prova: una volta cresciuti, i ragazzi di questo tipo sono i soli a mostrarsi
davvero molto bravi nell’occuparsi di politica. Da adulto, ama il ragazzo. Il
matrimonio e la paternità non li interessano affatto - è la loro natura; solo
che le consuetudini li costringono a sposarsi ma, quanto a loro, sarebbero ben
lieti di passare la loro vita fianco a fianco, da celibi. In una parola, l'uomo
cosi ffatto desidera un ragazzo e li ama teneramente, perché è attratto sempre
dalla specie di cui è parte. Quest’uomo - ma lo stesso, per la verità,
possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui
sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite
dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se
ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un
istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri
non saprebbero nemmeno dire cosa desiderano l'uno dall'altro. Non è possibile
pensare che si tratti solo delle gioie del far l'amore: non possiamo immaginare
che l'attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola
forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C'è qualcos'altro: evidentemente
la loro anima cerca nell'altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce
con immediatezza. Se, mentre sono insieme, Efesto si presentasse davanti a loro
con i suoi strumenti di lavoro e chiedesse: "Che cosa volete l'uno
dall'altro?", e se, vedendoli in imbarazzo, domandasse ancora: «Il vostro
desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in
modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è
il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo
che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola.
Anche dopo la vostra morte, laggiù nell'Ade, voi non sarete più due, ma uno, e
la morte sarà comune. Ecco: è questo che desiderate? è questo che può rendervi
felici?» A queste parole nessuno di loro - noi lo sappiamo - dirà di no e
nessuno mostrerà di volere qualcos'altro. Ciascuno pensa semplicemente che
il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e
fondersi con l'amato. Non più due, ma un essere solo. La ragione è questa, che
la nostra natura originaria è come l’ho descritta. Noi formiamo un tutto: il
desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore. Allora, come ho
detto, eravamo una persona sola; ma adesso, per la nostra colpa, il dio ci ha
separati in due persone, come gli Arcadi lo sono stati dagli Spartani77.
Dobbiamo dunque temere, se non rispettiamo i nostri doveri verso gli dèi, di
essere ancora una volta dimezzati, e costretti poi a camminare come i
personaggi che si vedono raffigurati nei bassorilievi delle steli, tagliati in
due lungo la linea del naso, ridotti come dadi a metà. Ecco perché dobbiamo
sempre esortare gli uomini al rispetto degli dèi: non solo per fuggire
quest'ultimo male, ma anche per ottenere le gioie dell'amore che ci promette
Eros, nostra guida e nostro capo. A lui nessuno resista - perché chi resiste
all'amore è inviso agli dèi. Se diverremo amici di questo dio, se saremo in
pace con lui, allora riusciremo a incontrare e a scoprire l'anima nostra metà,
cosa che adesso capita a ben pochi. E che Erissimaco non insinui, giocando
sulle mie parole, che intendo riferirmi a Pausania e Agatone: loro due ci sono
riusciti, probabilmente, ed entrambi sono di natura virile. Io però parlo in
generale degli uomini dichiaro che la nostra specie può essere felice se segue
Eros sino al suo fine, così che ciascuno incontri l'anima sua metà, recuperando
l'integrale natura di un tempo. Se questo stato è il più perfetto, allora per
forza nella situazione in cui ci troviamo oggi la cosa migliore è tentare di
avvicinarci il più possibile alla perfezione: incontrare l'anima a noi più
affine, e innamorarcene. Se dunque vogliamo elogiare con un inno il dio
che ci può far felici, è ad Eros che dobbiamo elevare il nostro canto: ad Eros,
che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare
della persona che ci è più affine; ad Eros, che per l'avvenire può aprirci alle
più grandi speranze. Sarà lui che, se seguiremo gli dèi, ci riporterà alla
nostra natura d'un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci
gioia e felicità. Ecco, Erissimaco, questo è il mio discorso in onore di Eros.
T'ho già pregato, non prendermi in giro per quel che ho detto. Dobbiamo ancora
ascoltare, non dimenticarlo, i discorsi degli altri, di quelli che restano,
Agatone e Socrate."Erissimaco, riferì Aristodemo, rispose così:"Sì
sì, farò proprio come dici tu, perché il tuo discorso mi è piaciuto molto e
anzi, se non sapessi che Socrate e Agatone sono gran maestri nelle cose d'amore,
penserei quasi quasi che siano a corto di argomenti, tante sono le cose che
sono state dette. Ma ho piena fiducia in loro".E Socrate allora disse. Dici
così perché hai già fatto la tua parte, Erissimaco. Ma se fossi al mio posto,
ora o peggio ancora dopo il discorso di Agatone - che ti figuri se non sarà
bellissimo -, avresti una gran paura e saresti proprio in imbarazzo, come me in
questo momento"."Non mi fido mica di te Socrate, disse Agatone, tu
vuoi farmi tremare all'idea che il nostro pubblico sarà attentissimo e si
aspetta da me un discorso stupendo. Ma Agatone, rispose Socrate, vuoi che mi
dimentichi di tutte le volte che ti ho visto sul palco coi tuoi attori, sicuro
di te, mentre ti rivolgevi ad un gran pubblico per presentare una tua opera?
Non eri per niente emozionato, affatto,e adesso dovrei credere che lo sei
davanti a noi, che siamo così pochi?""Come, Socrate? disse Agatone.
Non mi crederai, spero, così innamorato del teatro da non capire che agli occhi
di un uomo di buon senso poche persone intelligenti sono più da temere di una
folla ignorante?""Farei molto male se lo credessi, mio buon Agatone,
rispose Socrate, una simile mancanza di stile non ti si addice. Io so bene,
invece, che se trovi gente che ritieni saggia, dai loro molta più importanza che
alla folla. Però non credo affatto che noi siamo saggi. Perché c'eravamo anche
noi tra il pubblico, là tra la folla. Ma se trovassi altra gente, dei saggi
veri, ti vergogneresti,senza dubbio, davanti a loro al pensiero di far qualcosa
di cui ci sia da vergognarsi. Che ne dici?""E' vero",
rispose."Ma davanti alla folla non ti vergogneresti se pensassi di fare
qualcosa di cui ci sia da vergognarsi?"Fedro a questo punto prese la
parola e disse:"Mio caro Agatone, se rispondi, a Socrate non importerà
proprio nulla se la conversazione prenderà una piega o l'altra, perché a lui
basta avere qualcuno con cui chiacchierare, soprattutto se è un bel ragazzo.
Ora, a me piace moltissimo ascoltare Socrate quando discute, ma adesso dobbiamo
proprio occuparci dell'Eros, dobbiamo raccogliere il tributo da ciascuno di
noi: i nostri discorsi in suo onore. Pagate il vostro debito verso il dio, poi
tornerete a chiacchierare tra voi". Discorso di Agatone"Hai proprio
ragione, Fedro, disse Agatone, e in effetti niente mi impedisce di rimandare la
risposta perché avrò ancora ben l'occasione di chiacchierare con Socrate! C'è
tempo.Voglio dirvi subito come intendo condurre il mio discorso, prima di
cominciare. Tutti coloro che hanno già parlato non hanno per nulla, mi sembra,
fatto l'elogio del dio. Hanno chiamato felici gli uomini per i beni che gli
devono, ma chi egli sia esattamente, per aver fatto loro questi doni, ecco questo
nessuno l'ha detto. Ora, il solo modo corretto per fare un elogio, qualunque
sia l'argomento, è quello di spiegare la natura dell'oggetto del discorso e la
natura di ciò di cui è responsabile. E così dobbiamo procedere anche noi
nell'elogio dell'Eros: mostrando innanzitutto la sua natura e quindi i doni che
ci ha fatto.Dichiaro dunque che tra tutti gli dèi, esseri felici, Eros - mi sia
permesso dirlo senza risvegliare la loro gelosia - è il più felice, perché è il
più bello e il migliore. E' il più bello perché questa è la sua natura.
Infatti, mio caro Fedro, è il più giovane tra gli dèi. Una grande prova dimostra
che quel che dico è vero, e ce la offre lui stesso: Eros fugge la vecchiaia,
che è rapida, si sa, e ci sorprende prima di quanto dovrebbe. L'Eros, è chiaro,
la odia e non le si avvicina nemmeno da lontano. Ma è sempre in compagnia della
giovinezza, le resta vicino. Ha ragione il vecchio detto: "Il simile cerca
il simile". Io sono spesso d'accordo con Fedro, ma non trovo giusto dire
che Eros sia più antico di Cronos e di Giapeto. Io dichiaro, al contrario, che
è il più giovane tra gli dèi, che è sempre giovane e che le vecchie lotte tra
gli dèi di cui parlano Esiodo e Parmenide sono figlie della Necessità, ma non
di Eros, se questi poeti hanno detto il vero. Infatti gli dèi non si sarebbero
mutilati l'un l'altro, non si sarebbero messi in ceppi né fatto tanta violenza
se l'Eros fosse stato tra loro. Avrebbero conosciuto invece l'amicizia e la
pace, come adesso, nel tempo in cui sugli dèi l'Eros stende il suo dominio.
Dunque, l'Eros è giovane, e non soltanto è giovane ma anche delicato. A lui è
mancato un poeta, un Omero, che ne sapesse far vedere la delicatezza. Omero
dice di Ate che essa è una dea e allo stesso tempo che è delicata, o
almeno che lo sono i suoi piedi. Dice: "Son delicati i suoi piedi e non
sfiorano il suolo, ella avanza sfiorando le teste degli uomini". Un chiaro
indice della sua delicatezza, ai miei occhi: la dea non posa i piedi sul duro,
ma sul morbido. Utilizzeremo anche noi a proposito dell'Eros lo stesso indizio
per affermare che è delicato: non cammina infatti sulla terra, né sulle teste,
che poi tanto morbide non sono, ma si muove e abita in ciò che è più tenero al
mondo. Eros infatti ha stabilito la sua dimora nel cuore e nell'anima degli
uomini e degli dèi. Ma non senza distinzione in tutte le anime. Se ne incontra
una che abbia un carattere duro, fugge via e va ad abitare in quelle in cui
trova dolcezza. E' sempre a contatto, coi piedi e con tutto il suo essere, con
ciò che tra tutte le cose tenere è più tenero, ed è quindi assai delicato,
necessariamente. Ecco dunque, l'Eros è il più giovane e il più delicato
degli esseri. E inoltre dobbiamo ricordare la flessibilità della sua forma,
perché non potrebbe andare dappertutto né passare inosservato quando penetra
nelle anime e quando ne esce, se fosse rigido. Dell'armonia, della duttilità
della sua natura, ebbene di questo la sua grazia ne dà una prova eclatante,
quella grazia che l'Eros possiede in massimo grado perché tra l'aspetto
sgraziato e l'Eros la reciproca ostilità c'è da sempre. E che dire della
bellezza della sua carnagione? Eros indugia tra i fiori. Su ciò che non
fiorisce, sul fiore appassito, nel corpo o nell'anima o in ogni altra cosa,
Eros non si posa: ma là dove i fiori e i profumi abbondano, là si posa, là
sceglie la sua casa. Sulla bellezza del dio basta così, anche se davvero resta
ancora molto da dire. Vorrei adesso parlare delle sue virtù. Ecco la più
importante: Eros non fa né subisce ingiustizia, non fa torto a nessuno, uomo o
dio, e non ne subisce da nessuno, né uomo né dio. La violenza non ha alcuna
parte in ciò che subisce, ammesso che subisca qualcosa, perché la violenza non
ha presa sull'Eros; non ne ha bisogno in tutto quel che fa perché tutti in
tutto si mettono di buon grado al suo servizio. E gli accordi che si fanno di
buon grado sono chiamati giusti dalle «leggi, le regine della città86».E con la
giustizia ecco la più grande temperanza. La temperanza, si sa, è dominare
piaceri e desideri. Ora, non c'è piacere più grande dell'Eros: gli altri
piaceri sono più deboli e possono essere dominati dall'Eros; dominando piaceri
e desideri, allora l'Eros deve essere temperante in massimo grado.Quanto al
coraggio, «Ares stesso non può lottare contro Eros». Infatti non è Ares che
domina su Eros, ma Eros possiede Ares, se è vero che è innamorato di Afrodite,
come dicono. Ora colui che si impadronisce di qualcuno, è più forte di lui e
chi riesce a possedere un altro che è pieno di coraggio deve avere ancora più
coraggio di lui.Fin qui ho parlato della giustizia, della temperanza e del
coraggio del dio. Rimane la sua scienza e, nella misura della mie forze, devo
proprio completare il mio elogio. Innanzitutto, poiché desidero onorare la mia
arte come Erissimaco ha fatto con la sua, dirò che il dio è poeta così sapiente
che rende poeti gli altri, a sua volta. Ogni uomo infatti diventa poeta quando
l’Eros lo possiede, «anche se prima non conosceva le Muse». Questo fatto, è
chiaro, deve essere per noi una prova che Eros è abilissimo in tutte le arti
governate dalle Muse. Infatti ciò che non si ha, o non si sa, non lo si
può certo dare o insegnare agli altri. Meglio ancora, nella creazione degli
esseri viventi, di tutti, chi oserà negare che l'Eros possiede una scienza
grazie a cui nascono e crescono tutti i viventi? Osserviamo d'altra parte la
pratica delle arti: non sappiamo forse che l'uomo che ha avuto questo dio come
maestro diviene celebre e illustre mentre quello che Eros non ha nemmeno
sfiorato non ha alcun successo? E certo: il tiro con l'arco, la medicina, la
divinazione sono delle abilità che Apollo deve al desiderio e all'amore che lo
guida; così questo dio può dirsi discepolo dell'Eros, come le Muse lo sono per
le arti che portano il loro nome, Efesto per l'arte di forgiare i metalli,
Atena per la tessitura e Zeus infine «per il governo degli dèi e degli uomini».
Così tutti i conflitti tra gli dèi si sono appianati all'apparire di Eros tra loro,
dell'amore per il bello, certo, perché Eros non si lega mai a ciò che è brutto.
Ma prima di questo, come ho detto all'inizio, ogni specie di orribili eventi
erano accaduti tra gli dèi, secondo quanto narrano le antiche storie, perché
regnava la Necessità. Quando poi nacque questo dio, dall'amore per le cose
belle nacque ogni bene, per gli dèi come per gli uomini. Ecco perché, mio caro
Fedro, posso dire che l'Eros è pieno del bello, e bontà al più alto grado ed è
quindi, per tutti gli esseri, la fonte dei più alti beni. Vorrei dirlo in
versi, questo: Eros è il dio che dà «la pace agli uomini, la calma al mare, la
tregua ai venti, il riposo al dolore». E' lui a liberarci dall'odio, lui a
donarci l'amicizia; di tutti i conviti, come il nostro adesso, è il fondatore;
nelle feste, nei cori, nei sacrifici, è lui a farci da guida; vi porta la
dolcezza, allontana ogni rancore, generosissimo di ogni bene, non sa cosa sia
la malvagità, propizio ai buoni, esempio ai saggi, ammirato dagli dèi, è
cercato da chi non ha amore, prezioso per chi lo possiede. Il Lusso, la
Delicatezza, la Voluttà, le Grazie, la Passione, il Desiderio sono i suoi
figli. E' pieno di attenzione verso i buoni ma si allontana dai malvagi, e nel
dolore, nella paura, nel desiderio, nel discorso, egli è sempre lì, pronto a
combattere. E' il nostro sostegno, la nostra salvezza per eccellenza. E'
l'onore di tutti gli dèi, di tutti gli uomini; è la guida più bella, la
migliore, e ogni uomo deve seguirlo, celebrare la sua gloria con splendidi inni
e cantare con lui quel canto con cui conquista i cuori di tutti gli dèi e di
tutti gli uomini.Ecco il mio discorso, carissimo Fedro: che sia la mia offerta
al dio! La lieta fantasia e la grave serietà vi hanno avuto ciascuna la sua
parte94, bilanciate come meglio è stato in mio potere fare. Quando Agatone ebbe
finito di parlare tutti applaudirono perché si era espresso da par suo, in modo
davvero degno del dio Eros. Allora Socrate si voltò verso Erissimaco e gli
disse. Erissimaco, figlio d'Acumeno, non avevo forse ragione? Non ho parlato in
modo profetico prima, quando ho detto che Agatone avrebbe parlato divinamente e
io, dopo, sarei stato in imbarazzo?""Sul primo punto - rispose
Erissimaco - sei stato buon profeta, io credo, dicendo che Agatone avrebbe
parlato bene. Ma che tu sia in imbarazzo adesso, questo non lo credo
proprio.""E come si potrebbe non esserlo, carissimo Erissimaco, -
riprese Socrate - dovendo parlare dopo un discorso così bello, così seducente!
Non è stato tutto perfetto, questo è vero; ma nella conclusione chi può non
esser stato preso dall'incanto delle parole e delle frasi? Io mi riconosco
subito incapace di avvicinarmi a tanta bellezza con le mie parole, e per un po'
ho anche pensato di sgattaiolare via senza dir nulla. Ma non è possibile farlo.
Il discorso di Agatone mi ha ricordato Gorgia, al punto da farmi temere quel
che dice Omero: ho quasi creduto che Agatone alla fine del suo discorso
gettasse sulla mia la testa di Gorgia, il terribile oratore, e mi trasformasse
in pietra, facendomi diventare muto95. Ho capito allora di esser stato
proprio un ingenuo quando vi ho promesso di fare anch'io, al mio turno,
l’elogio di Eros, e quando ho detto di essere ben esperto delle cose d'amore:
in effetti, devo confessare di non sapere affatto fare un elogio. Credevo,
nella mia piena ignoranza, che si dovesse dire la verità sull'oggetto del
proprio elogio, che questo fosse fondamentale: che bisognasse scegliere le
verità più belle e disporle nell'ordine più elegante. Ero, naturalmente, tutto
fiero al pensiero che avrei parlato bene: non conoscevo forse la vera maniera
di fare un elogio? Ma, stando a quanto ho sentito, il metodo corretto di fare
un elogio non è questo: bisogna piuttosto attribuire all'oggetto del proprio
discorso le più grandi e le più belle qualità - che le abbia davvero o non le
abbia non importa affatto. A quanto sembra il nostro accordo era di giocare a
far le lodi di Eros, non di lodarlo veramente per quel che è. Ecco perché, io
penso, voi muovete cielo e terra per attribuire ad Eros ogni cosa bella e
proclamare l'eccellenza della sua natura come la grandezza delle sue opere: voi
volete così farlo apparire il più bello e il più buono possibile - ma non si
ingannano coloro che sanno. E certo è una bella cosa un elogio simile. Ma io
ignoravo evidentemente questo modo di far le lodi, e siccome lo ignoravo,
promisi anch'io di pronunciare un elogio al mio turno: «ma la lingua promise,
non certo il mio cuore97». Dunque, addio alla mia promessa! Io un elogio così
non ve lo faccio, non ne sono capace. Però, a condizione di dir solo la verità,
se lo desiderate io accetto di prendere la parola, alla mia maniera e senza
rivaleggiare con l'eleganza dei vostri discorsi, perché non ho nessuna
intenzione di diventare ridicolo. Vedi tu, Fedro, se c'è ancora bisogno di un
discorso di questo genere, che lasci intendere la verità su Eros - ma con le
parole e lo stile che mi verranno al momento.Allora - disse Aristodemo - Fedro
e gli altri lo pregarono di parlare come riteneva di dover fare."Ancora un
momento, Fedro, - disse Socrate -: lasciami porre alcune piccole domande ad
Agatone, in modo che possa mettermi d'accordo con lui prima di cominciare il
mio discorso.""Ti lascio fare - disse Fedro -; domanda pure."E
così - disse Aristodemo - Socrate cominciò pressappoco con queste
parole:"Per la verità, mio buon Agatone, io dico che tu hai aperto bene la
via dichiarando che bisognava innanzitutto mostrare qual è la natura dell'amore
e come agisce: io trovo questo inizio davvero eccellente. Andiamo avanti, però,
ti prego; dopo tutto quello che hai detto di bello e di buono sulla natura di
Eros, rispondi a questa domanda: è nella natura dell'Eros essere amore di
qualche cosa, oppure di niente? Io non ti domando se la sua natura è di essere
amore per una madre o un padre, perché sarebbe comico domandare se l'Eros è una
forma d'amore che si rivolge a una madre o a un padre. Ma se, a proposito del
padre in quanto padre io domandassi: il padre è padre di qualcuno o no?,tu mi
risponderesti senza dubbio - se volessi darmi una buona risposta - che il padre
è padre di un figlio, o di una figlia. Non è vero?""Certo",
disse Agatone."E non dirai la stessa cosa della madre?" - Agatone ne
convenne."Rispondi ancora - disse Socrate - ad alcune domande, per meglio
comprendere dove voglio arrivare. Se io domandassi: «Il fratello, in quanto
fratello, è fratello di qualcuno o no?»Rispose che lo era."Dunque è
fratello di un fratello o di una sorella?" - Agatone fu
d'accordo."Prova allora - riprese Socrate - a far la stessa domanda per
l'Eros: Eros è amore di niente o di qualcosa?""Di qualcosa,
evidentemente". "Tieni bene a mente questo carattere dell'Eros,
allora, e dimmi ancora se egli desidera ciò che ama". "Lo desidera
certamente", disse."Quando possiede ciò che desidera, è allora che
l'ama, o quando non lo possiede?""Quando non lo possiede: è probabile
che sia così" - disse. "Ma pensa bene - disse Socrate - se
invece che probabile non è una certezza: non dobbiamo forse dire che desidera
ciò che non possiede, e che non desidera affatto ciò che possiede già? Per me,
mio caro Agatone, questo è chiarissimo. Tu che ne pensi?""Sono dello
stesso avviso", disse."E fai bene ad esserlo. Dunque un uomo che è
grande potrà forse desiderare di esser grande? O di esser forte se è
forte?""E impossibile, visto quel che abbiamo detto.""Non
potrebbe infatti mancare di queste qualità, poiché ce le ha.""E
così.""Però supponiamo - disse Socrate - che un uomo forte voglia
esser forte, che un uomo agile voglia esser agile, che un uomo in buona salute
voglia essere in buona salute. Si potrebbe forse pensare, per quel che riguarda
queste qualità e tutte quelle dello stesso genere, che gli uomini che le hanno
desiderano averle ancora. Lo dico per difenderci contro questo possibile
errore. Se ci pensi, Agatone, è necessario che essi abbiano, al momento,
ciascuna delle qualità che hanno, che le vogliano o meno: com'è possibile
desiderare ciò che si ha già? Ma se qualcuno ci dicesse «Io sono adesso in
buona salute, e desidero esserlo; io sono ricco, e desidero esserlo, desidero
possedere quel che già possiedo», allora noi gli risponderemmo: «Tu hai la
ricchezza, la salute, la forza; quel che desideri, è di averle ancora in
futuro, perché per il presente, che tu lo voglia o no, le hai già. Dunque
quando dici: io desidero ciò che adesso ho già, queste parole significano
semplicemente: ciò che io ho adesso, desidero averlo anche per l'avvenire». Sei
d'accordo, non è vero?Agatone - disse Aristodemo - lo riconobbe, e Socrate
proseguì: "Se tutto questo è vero, desiderare le cose che non si
hanno ancora, che non si possiedono, non è forse volere per l'avvenire che
queste cose ci siano conservate?""Certo", disse. "Quindi
l'uomo che si trova in questa situazione, e cioè chiunque provi un desiderio,
desidera ciò che non ha ancora e che non è nel presente. E ciò che egli non ha,
ciò che egli stesso non è, quel che gli manca, insomma, ecco l'oggetto del suo
desiderio e del suo amore." "Sicuramente è così" -
disse."Andiamo avanti, allora - disse Socrate. Ricapitoliamo i punti su
cui siamo d’accordo. Non è forse vero, innanzitutto, che l'Eros si indirizza
verso certe cose e, in secondo luogo, che queste cose sono quelle di cui sente
la mancanza?""Sì", disse. "E adesso, Agatone, ricordati
cosa hai detto nel tuo discorso sulle cose verso cui si indirizza l'Eros. Se
vuoi, te lo ricordo io stesso: più o meno, tu ci hai detto, credo, che gli dèi
hanno risolto i loro conflitti grazie all'amore per la bellezza, perché non ci
può essere amore verso quel che è brutto. Son più o meno le tue parole, non è
vero?""Certo", disse Agatone."Tu rispondi come si deve, mio
caro - disse Socrate -, e se le cose stanno come tu ci hai detto, l'Eros
dovrebbe amare il bello, non certo la bruttezza, non è vero?"Agatone fu
d'accordo."Ma non ci siamo trovati d'accordo anche su questo, che si ama
ciò di cui si sente la mancanza e che non si possiede?""Sì",
ammise."L'Eros manca quindi della bellezza e non la possiede?""Per
forza", disse."Ma come? Chi manca della bellezza e non la possiede
affatto, tu lo chiami bello?""No di certo.""E allora, se le
cose stanno così, sei ancora dell'avviso che Eros sia bello? Temo proprio -
disse Agatone - di aver parlato senza sapere quel che dicevo"."Però
il tuo discorso era molto elegante, Agatone. Ma ancora una piccola domanda: le
cose buone sono allo stesso tempo belle, secondo te?""Lo sono, a mio
avviso"."Allora se all'Eros manca la bellezza e se le cose buone sono
anche belle, all'Eros deve per forza mancare anche la bontà"."Di
sicuro, Socrate - disse Agatone -, io non sono in grado di contraddirti:
ammetto quel che tu dici"."No, carissimo Agatone - disse Socrate -,
non me, ma la verità tu non puoi contraddire: Socrate, lui sì che è facile contraddirlo.
Adesso ti lascerò un po' in pace. Ecco il discorso su Eros che ho ascoltato un
giorno da una donna di Mantinea, Diotima, molto competente su questo come su
tanti altri argomenti. Fu lei che una volta, prima della peste, fece fare agli
Ateniesi quei sacrifici che ritardarono di dieci anni l'epidemia. Proprio lei
mi ha fatto capire molte cose su Eros. Adesso cercherò di fare del mio meglio
per riportarvi le sue parole, partendo da tutto quello su cui Agatone ed io ci
siamo trovati d'accordo. Come tu stesso hai detto, Agatone, bisogna
innanzitutto chiarire la natura dell'Eros, i suoi attributi e le sue azioni.
Forse la cosa più semplice è seguire nella mia esposizione lo stesso ordine che
seguì la straniera nell'esame che mi fece. Io, infatti, le rispondevo un po'
come adesso ha fatto Agatone con me: io dichiaravo che Eros è un grande dio e
che ama le cose belle. Lei mi dimostrava che ero in errore con le stesse
argomentazioni di cui mi sono servito discutendo con Agatone: Diotima diceva
che Eros non è né bello, per usare le mie parole, né buono. E io le dicevo: Ma
come Diotima? Allora Eros è cattivo e brutto?»Che dici? Questa è una bestemmia!
- mi rispose -. Credi forse che tutto ciò che non è bello debba essere per
forza brutto?»Ma certo!» "E perché mai? Chi non è sapiente deve per forza
essere ignorante? Non ti sei mai accorto che c'è una via di mezzo tra la
sapienza e l'ignoranza?» E qual è?»Avere un'opinione giusta, senza però
saperla giustificare. Questo non è vero sapere: come posso parlare di scienza,
se non so dimostrare che è vero quello che penso? Ma non è neppure piena
ignoranza, perché per caso la mia opinione potrebbe corrispondere ai fatti.
L'opinione giusta è quindi, suppongo, simile a quel che dicevo: sta a metà
strada tra la piena conoscenza e l'ignoranza103».E' vero», risposi.Dunque chi
non è bello non per questo è per forza brutto, né chi non è buono deve essere
cattivo. E così è per l'Eros: poiché tu sei d'accordo con me che non può essere
né buono né bello, non devi per questo credere che sia necessariamente cattivo
e brutto. Eros - così mi disse Diotima - è a metà tra questi estremi».Però -
ripresi io - tutti concordano nel pensare che Eros sia un dio potente».Dicendo
tutti, parli degli ignoranti o di coloro che parlano sapendo cosa dicono?»Io
parlo proprio di tutti».Diotima si mise a ridere. Come possono dire di lui che
è un dio potente se dicono che non è affatto un dio?» Ma chi dice questo?»
dissi io.Tu per esempio - disse - ed anch'io!»Ed io: "Ma cosa dici?»«E'
tutto semplice - rispose -. Dimmi: non sei forse convinto che tutti gli dèi
sono felici e belli? o oseresti sostenere che qualcuno degli dèi non è né bello
né felice?» lo non oserei proprio», risposi. Ma chi è felice? non è chi
possiede cose buone e belle?» Certo». Ma tu hai riconosciuto che Eros, mancando
delle cose buone e belle, le desidera proprio perché gli mancano». È vero, ero
d'accordo con te su questo». E allora come può essere un dio se le cose buone e
belle gli mancano?» Sembra impossibile, in effetti». Come vedi - disse -, anche
tu ritieni che Eros non sia un dio». Chi sarà dunque Eros? un mortale?» No di
certo». E allora?» E come negli esempi precedenti, la sua natura è a mezza via
tra il mortale e l'immortale». Che vuoi dire, Diotima?» E' un dèmone potente,
Socrate. I demoni, infatti, hanno una natura intermedia tra quella dei mortali
e quella degli dèi. Ma qual è il suo potere», chiesi. Eros interpreta e
trasmette agli dèi tutto ciò che viene dagli uomini, e agli uomini ciò che
viene dagli dèi: da un lato le preghiere e i sacrifici degli uomini, dall'altro
gli ordini degli dèi e i loro premi per i sacrifici compiuti; e in quanto è a
mezza via tra gli uni e gli altri, contribuisce a superare la distanza tra
loro, in modo che il Tutto sia in se stesso ordinato e unito. Da lui viene
l'arte divinatoria, ed anche il sapere dei sacerdoti sui sacrifici, le
iniziazioni, gli incantesimi, tutto quel che è divinazione e magia. Il divino
non si mescola con ciò che è umano, ma, grazie ai dèmoni, in qualche modo gli
dèi entrano in rapporto con gli uomini, parlano loro, sia nella veglia che nel
sonno. L'uomo che sa queste cose è vicino al potere dei dèmoni, mentre chi sa
altre cose - chi possiede un'arte, o un mestiere manuale - resta un artigiano
qualsiasi o un operaio. Questi dèmoni sono numerosi e d'ogni tipo: uno di essi
è Eros». Chi è suo padre - domandai - e chi sua madre? E' una lunga storia - mi
disse -. Adesso te la racconto. Il giorno in cui nacque Afrodite, gli dèi si
radunarono per una festa in suo onore. Tra loro c'era Poros, il figlio di
Metis. Dopo il banchetto, Penìa era venuta a mendicare, com'è naturale in un
giorno di allegra abbondanza, e stava vicino alla porta. Poros aveva bevuto
molto nettare (il vino, infatti, non esisteva ancora) e, un po' ubriaco, se ne
andò nel giardino di Zeus e si addormentò. Penìa, nella sua povertà, ebbe
l'idea di avere un figlio da Poros: così si sdraiò al suo fianco e restò
incinta di Eros. Ecco perché Eros è compagno di Afrodite e suo servitore:
concepito durante la festa per la nascita della dea, Eros è per natura amante
della bellezza - e Afrodite è bella.Proprio perché figlio di Poros e di Penìa,
Eros si trova nella condizione che dicevo: innanzitutto è sempre povero e non è
affatto delicato e bello come si dice di solito, ma al contrario è rude, va a
piedi nudi, è un senza-casa, dorme sempre sulla nuda terra, sotto le stelle,
per strada davanti alle porte, perché ha la natura della madre e il bisogno
l'accompagna sempre. D'altra parte, come suo padre, cerca sempre ciò che è
bello e buono, è virile, risoluto, ardente, è un cacciatore di prim'ordine,
sempre pronto a tramare inganni; desidera il sapere e sa trovare le strade per
arrivare dove vuole, e così impiega nella filosofia tutto il tempo della sua
vita, è un meraviglioso indovino, e ne sa di magie e di sofismi. E poi, per
natura, non è né immortale né mortale. Nella stessa giornata sboccia rigoglioso
alla vita e muore, poi ritorna alla vita grazie alle mille risorse che deve a
suo padre, ma presto tutte le risorse fuggono via: e così non è mai povero e
non è mai ricco. Vive inoltre tra la saggezza e l'ignoranza, ed ecco come
accade: nessun dio si occupa di filosofia e nessuno desidera diventare
sapiente, perché tutti lo sono già. Chiunque possieda davvero il sapere,
infatti, non fa filosofia; ma anche chi è del tutto ignorante non si occupa di
filosofia e non desidera affatto il sapere. E questo è proprio quel che non va
nell'essere ignoranti: non si è né belli, né buoni, né intelligenti, ma si
crede di essere tutte queste cose. Non si desidera qualcosa se non si sente la
sua mancanza». Ma allora chi sono i filosofi, se non sono né i sapienti né gli
ignoranti?» E' chiaro chi sono: anche un bambino può capirlo. Sono quelli che
vivono a metà tra sapienza ed ignoranza, ed Eros è uno di questi esseri. La
scienza, in effetti, è tra le cose più belle, e quindi Eros ama la bellezza: è
quindi necessario che sia filosofo e, come tutti i filosofi, è in posizione
intermedia tra i sapienti e gli ignoranti. La causa di questo è nella sua
origine, perché è nato da un padre sapiente e pieno di risorse e da una madre
povera tanto di conoscenze quanto di risorse. Così, mio caro Socrate, è fatta
la natura di questo dèmone. L'idea, però, che tu ti eri fatta dell'Eros non mi
sorprende per nulla: da quel che capisco dalle tue parole, tu credevi che Eros
fosse l'amato, non l'amante. Per questa ragione, senza dubbio, ti sembrava che
fosse pieno di ogni bellezza. Infatti l'oggetto dell'amore è sempre bello,
delicato, perfetto, sa dare ogni felicità. Ma l'essenza di chi ama è
differente: è quella che ti ho prima descritto». Io allora ripresi: E sia,
straniera: tu hai proprio ragione. Ma se questa è la natura dell'Eros, a cosa
può esser utile a noi uomini? Adesso cercherò di spiegartelo, Socrate. Eros ha
dunque questo carattere e questa origine: ama il bello, come tu ben sai. Ora,
prova a domandarti: che cos'è l'amore per le cose belle? o più chiaramente: chi
ama le cose belle, le desidera; ma in che cosa consiste esattamente il desiderio
che si prova quando si ama? Noi desideriamo che l'oggetto del nostro amore
ci appartenga, risposi io. Questa tua risposta - disse - apre un nuovo
problema: che cosa accade all'uomo che possiede le cose belle? Io dichiarai che
non ero affatto capace di rispondere a una domanda simile. E allora -
disse lei - parliamo del bene invece che del bello. Cosa mi dici se ti domando:
chi ama le cose buone, le desidera: ma cosa desidera? Che siano sue», risposi. E
cosa accade all'uomo che le possiede? In questo caso posso rispondere più facilmente
- dissi -: sarà felice. In effetti proprio possedere ciò che è buono fa la
felicità delle persone. Così non abbiamo più bisogno di domandarci che cosa
vuole chi vuole essere felice, perché parlando della felicità abbiamo già
toccato il fine ultimo del desiderio». E' vero», dissi."Ma questa volontà,
questo desiderio, tu pensi sia comune a tutti gli uomini? Tutti vogliono sempre
possedere ciò che è buono? Dimmi cosa ne pensi», E' così, questa volontà è
comune a tutti». Ma allora, Socrate - riprese -, perché non diciamo che tutti
gli uomini amano, se tutti desiderano sempre le stesse cose? Come mai, al
contrario, diciamo che alcuni uomini amano ed altri non amano affatto?" Sono
stupito anch'io di questo», risposi. Non devi stupirti, però - disse -. Il
fatto è che l'amore ha molte forme, ma noi prendiamo una sola di queste forme e
le diamo il nome generico di amore come se fosse l'unica. Questo nome andrebbe
dato a tutte, ma per le altre forme usiamo nomi diversi». Mi fai un esempio?»,
chiesi. Certo. Tu sai che la capacità creativa delle persone può manifestarsi
in molti campi. La creatività entra in gioco tutte le volte che qualche cosa
viene prodotta, perché prima non c'era e poi c'è; così le opere degli
artigiani, in tutti i campi, sono frutto della creatività e gli uomini che le
fanno sono tutti dei creativi, degli artisti." E' vero». Però - continuò -
tu sai che non li chiamiamo tutti artisti, ma diamo loro altri nomi. Tra tutti
quelli che svolgono attività che hanno a che fare con la creatività, soltanto
ad alcuni diamo il nome di artisti, di poeti: solo a quelli che compongono musica
e versi. In realtà tutti lo sono. Solo i versi in musica chiamiamo arte, e
soltanto questo è il dominio che riconosciamo agli artisti». E' vero», dissi. Ed
è lo stesso per l'amore. In generale, ogni desiderio di ciò che è buono, che è
bello, è per tutti "amore possente, Eros ingannevole. Il desiderio umano
ha mille forme diverse: alcune persone hanno la passione del denaro, o dello
sport, o dello studio, ma noi non diciamo che amano, che sono innamorati.
Altri, che seguono una particolare forma d'amore, ebbene solo per loro usiamo
le parole che dovremmo usare per tutti: amore, amare, innamorati. Sei proprio
convincente», risposi. Molti dicono, però, che “amare” significa cercare la
propria metà. Io non sono d'accordo, perché non c'è affatto amore né per la
metà né per l'intero, mio buon amico, se l'oggetto del nostro desiderio non è
buono: le persone accettano di farsi tagliare anche i piedi o le mani, se sono convinte
che queste parti possono portare dei mali. Io non credo affatto che ciascuno si
affezioni a ciò che gli appartiene, a meno che non sia convinto che ciò che è
suo sia buono e ciò che gli è estraneo sia cattivo. Gli uomini, infatti, non desiderano
altro che il bene. Non la pensi così anche tu?» Certo, per Zeus», risposi. Allora possiamo
dire semplicemente che gli uomini desiderano ciò che è buono?» Sì». E non
dobbiamo forse aggiungere che essi desiderano possedere ciò che è buono?» Certo
che dobbiamo». E non soltanto possederlo, ma possederlo sempre». Dobbiamo
aggiungere anche questo». Quindi - disse - l'amore è il desiderio di possedere
sempre ciò che è buono? E' così», dissi.Se è dunque chiaro - disse - che
l'amore è questo, dimmi in quale forma, in quale genere di attività, l'ardore,
la tensione estrema che accompagna lo sforzo di raggiungere questo fine, deve
ricevere il nome di amore. Di quale tipo d'azione si tratta? Me lo sai dire? » Certamente no - risposi -. Se lo sapessi, non
sarei così pieno d'ammirazione davanti al tuo sapere e non verrei da te come
allievo per imparare quel che sai». Allora - riprese -, te lo dirò io: amare,
per il corpo, significa creare nella bellezza». Bisognerebbe essere degli indovini per capire
cosa vuoi dire con queste parole, e io non lo sono affatto». Mi esprimerò più chiaramente. Tutti gli
uomini, mio caro Socrate, hanno capacità creative sia nel corpo che nell'anima.
Tutti noi, quando abbiamo raggiunto una certa età, per natura proviamo il
desiderio di generare, ma non si può generare nulla nella bruttezza: si può
solo nella bellezza. Nell'unione dell'uomo e della donna c'è qualcosa di
creativo, qualcosa di divino. Tutte le creature viventi sono mortali, ma in
loro c'è una scintilla d'immortalità: è la fecondità dei sessi, la capacità di
generare nuovi esseri viventi. Ma questo non può avvenire se non c'è armonia: e
non c'è armonia tra la bruttezza e tutto ciò che è divino, perché solo la
bellezza è in armonia con gli dèi. Dunque nel concepire una nuova vita, la dea
della Bellezza fa da Moira e da Ilitia124, la dea della nascita. Per questo,
chi ha dentro di sé qualcosa di creativo, quando si avvicina a ciò che è bello
prova gioia nel suo cuore, si apre al fascino della bellezza. E' il momento
della generazione: egli crea. Ma quando si avvicina a ciò che è brutto, allora
si chiude in se stesso scuro in volto e triste, cerca di allontanarsi, e così
non crea affatto, anche se porta ancora dentro il suo seme fecondo,e ne soffre.
Per questo chi sente la propria creatività pronta alla vita, è fortemente attratto
dalla bellezza: soltanto chi possiede la bellezza è libero dalle sofferenze che
ogni atto creativo comporta. E dunque Eros - concluse - non desidera affatto la
bellezza, mio caro Socrate, come tu credi. E cosa allora?» Desidera creare e
far nascere nuova vita nella bellezza. Ammettiamolo», dissi. E proprio così -
ripeté -. Ma perché creare nuova vita? Perché per qualsiasi essere mortale
l'eternità e l'immortalità possono consistere solo in questo: nel creare nuova
vita. [Ora, il desiderio d'immortalità accompagna necessariamente quello del
bene - lo sappiamo, ormai - se è vero che l'amore è desiderio di possedere per
sempre il bene. E così da tutto quello che abbiamo detto segue questo, che
l'amore ha come proprio oggetto l'immortalità126».Ecco quello che Diotima mi
insegnava, parlando delle cose d'amore. Un giorno mi chiese: Quale pensi che
sia, Socrate, la causa dell'amore e del desiderio? Non vedi in che strano stato
sono gli animali, quando il loro istinto li spinge a procreare? Tutti gli
animali - che si muovano sulla terra o volino nell'aria - sembrano impazziti,
l'amore li tormenta, e li spinge ad accoppiarsi. Poi quando viene il momento di
nutrire i loro piccoli, sono sempre pronti a combattere per difenderli: anche i
più deboli affrontano animali più forti di loro e sono pronti a sacrificarsi
per amore dei loro piccoli. Soffrono loro le torture della fame, pur di sfamare
i figli e far tutte le altre cose necessarie. Presso gli uomini si può pensare
che tutto questo sia il frutto di una riflessione razionale. Ma presso gli
animali, da dove proviene questo amore che li mette in tale stato? Puoi
dirmelo?»Ancora una volta risposi che non ne sapevo nulla. E allora riprese: E
tu pensi di diventare un giorno davvero esperto nelle cose d'amore senza sapere
questo? Ma è ben per quello, Diotima, come ti dico sempre, che ti sto vicino,
perché so di avere bisogno di una guida. Allora dimmi perché accade tutto
questo e quant'altro riguarda l'amore». Se sei convinto - disse - che
l'oggetto naturale dell'amore è quello sul quale abbiamo più volte discusso,
non devi certo meravigliarti. Infatti su questo punto la natura mortale segue
sempre lo stesso principio quando cerca, nella misura dei suoi mezzi, di
perpetuare la vita e divenire immortale. E non può farlo che in questo modo,
attraverso l'amore, che fa sì che un nuovo essere prenda il posto del vecchio.
Riflettiamo:quando si dice che ciascun essere vivente rimane se stesso (per
esempio che dalla nascita alla vecchiaia permane la sua identità), ebbene
questo essere non ha mai in sé le stesse cose. Diciamo sì che è sempre lo
stesso, ma in realtà non cessa mai di rinnovarsi ogni momento in certe parti,
come i capelli, le ossa, il sangue, insomma in tutto il suo corpo. E questo non
è vero soltanto per il suo corpo, ma anche per la sua anima: i sentimenti, il
carattere, le opinioni, i desideri, i piaceri, i dolori, i timori, niente di
tutto questo rimane costante per ciascuno di noi, ma tutto in noi nasce e
muore. E accadono cose più strane ancora. Non solo in generale certe conoscenze
nascono in noi mentre altre spariscono - e quindi nel campo della conoscenza
noi non rimaniamo mai gli stessi -, ma ciascuna conoscenza in particolare
subisce la stessa sorte.Infatti noi dobbiamo esercitarci nello studio proprio
perché alcune conoscenze ci sfuggono continuamente: le dimentichiamo, tendono
ad andare via, e con lo studio, inversamente, fissando nella memoria ciò che
vogliamo ricordare, le conserviamo. E' per questo che sembrano le stesse: in
realtà le conserviamo rinnovandole. E' così che tutti gli esseri mortali si
conservano: non sono sempre esattamente se stessi, come l'essere divino.
Sembrano conservare la loro identità perché ciò che invecchia e va via è subito
sostituito da qualcosa di nuovo, molto simile. Ecco in che modo - Socrate - ciò
che è mortale partecipa dell'immortalità, nel suo corpo e in tutto il resto;
l’immortale vi partecipa in modo del tutto diverso. Non meravigliarti dunque se
ciascun essere è dominato dall'amore e si preoccupa tanto dei propri figli,
perché questo è nella natura dei viventi: è al servizio dell'immortalità».
Queste parole mi riempirono di stupore e glielo dissi: Ma come, saggia Diotima, le cose stanno
veramente così?»Ella mi rispose col tono serio di chi insegna: Devi esserne
certo, Socrate. Pensa alle ambizioni che hanno molte persone e ti meraviglierai
senza dubbio della loro assurdità; se rifletti, meditando sulle mie parole, ti
accorgerai di quanto è strano lo stato di coloro che desiderano diventare
celebri e acquistare gloria immortale per l'eternità: sono disposti per questo
a correre ogni rischio, più ancora che per difendere i loro figli. Sono pronti
a mettere in gioco il loro denaro, ad affrontare tutti i disagi, a rischiare la
loro stessa vita. Pensi forse che Alcesti sarebbe morta per Admeto, che Achille
avrebbe seguito Patroclo sulla via della morte, che il vostro re Codro avrebbe
affrontato la morte per conservare il regno ai suoi figli, se essi non avessero
creduto di lasciare l'immortale ricordo del loro valore, che è giunto sino a
noi? E' così, disse. A mio avviso, è per rendere immortale il loro valore, per
acquisire un nome glorioso, che gli uomini fanno quel che fanno, e questo tanto
più se le loro qualità personali sono alte - perché è l'immortalità che essi
desiderano. Allora, disse, gli uomini fecondi nel corpo pensano soprattutto
alle donne: il loro modo d'amare è tutto nel cercare di generare dei figli e
così assicurare alla loro persona l'immortalità - questo essi credono - e la
memoria di sé e la felicità per tutto il tempo a venire. Altre persone, però,
sono feconde nell'anima: c'è infatti una fecondità propria del nostro
spirito che a volte è superiore a quella del corpo. Ecco qual è: è la forza
creativa della saggezza e delle altre virtù in cui il nostro spirito eccelle.
Questa fecondità eccelle nei poeti e in tutte le altre persone che per il loro
mestiere devono usare la creatività. Ma dove la saggezza tocca le vette più
alte e più belle è nell'ordinamento e nell'amministrazione della città
attraverso la prudenza e la giustizia. Quando un uomo fecondo nel suo animo,
simile agli dèi, coltiva sin da giovane il proprio spirito, e divenuto adulto
sente il desiderio di mettere a frutto le sue capacità, allora cerca in ogni
modo la bellezza - perché mai potrà essere creativo nella bruttezza. I suoi
sentimenti si dirigono allora verso le cose belle piuttosto che verso le
brutte, proprio perché la sua anima è feconda. Se incontra un'anima bella e
generosa e sensibile, allora le dà tutto il suo cuore: davanti a lei saprà
trovare le parole giuste per esprimere la sua forza interiore, per esaltare i
doveri e le azioni di un uomo che vale: così potrà guidarla educandola. E
secondo me, attraverso il contatto con la bellezza dell'anima dell'altro, con la
sua costante presenza, potrà venire alla luce quanto di meglio portava in sé da
tempo: in questo senso la sua anima crea, genera nuova vita. Che sia presente o
assente, il suo pensiero va sempre all'altro che ama e così nutre ciò che nel
rapporto con lui in sé ha generato. Tra gli esseri di questa natura si crea
così una comunione più intima di quella che si ha con una donna quando si hanno
dei bambini, un affetto più solido. Sono più belle, in effetti, ed assicurano
meglio l'immortalità, le creature che nascono dalla loro unione. Chiunque vorrà
senza dubbio mettere al mondo simili creature piuttosto che bambini, se si
pensa ad Omero, ad Esiodo e agli altri grandi poeti. Si osserverà con invidia
quale discendenza essi hanno lasciato, capace di assicurare loro l'immortalità
della gloria e della memoria, perché anche i figli spirituali di quei grandi
sono immortali. O ancora, se vuoi - disse -, puoi pensare quale eredità Licurgo
abbia lasciato agli Spartani per la salvezza della loro città e, si può dire,
della Grecia intera. Per le stesse ragioni voi onorate Solone il padre delle
vostre leggi, e in tutti i paesi - greci e barbari - sono onorati gli uomini
che hanno prodotto grandi opere, mettendo a frutto le più alte capacità del
loro spirito. In onore di quello che queste persone hanno saputo creare si sono
già innalzati molti templi, mentre questo non è mai accaduto fino ad oggi, per
i figli nati dall'amore di un uomo e di una donna. Ecco, Socrate, le
verità sull'amore alle quali tu puoi certamente essere iniziato. Ma le
rivelazioni più profonde e la loro contemplazione - il fine ultimo della
ricerca su Eros - non so se sono alla tua portata. Voglio però parlartene
egualmente, senza diminuire il mio sforzo. Cerca di seguirmi, almeno finché
puoi. Chi inizia il cammino che può portarlo al fine ultimo, sin da giovane
deve essere attento al bel corpo. In primo luogo, se chi lo dirige sa indirizzarlo
sulla giusta strada, si innamorerà di una sola persona e troverà con lei le
parole per i dialoghi più belli. Poi si accorgerà che la bellezza sensibile
della persona che ama è sorella della bellezza di tutte le altre persone: se si
deve ricercare la bellezza che è propria delle forme sensibili, non si può non
capire che essa è una sola, identica per tutti. Capito questo, imparerà a
innamorarsi del bello di tutte le persone belle e a frenare il suo amore per
una sola: dovrà imparare a non valutare molto questa prima forma dell'amore, a
giudicarla di minor valore. Poi, imparerà a innamorarsi della bellezza delle
anime piuttosto che della bellezza sensibile: a desiderare una persona per la
sua anima bella, anche se non è fisicamente attraente. Con lei nasceranno
discorsi così belli che potranno elevare i giovani che li ascoltano. E giunto a
questo punto, potrà imparare a riconoscere la bellezza in quel che fanno gli
uomini e nelle leggi: scoprirà che essa è sempre simile a se stessa, e così la
bellezza dei corpi gli apparirà ben piccola al confronto. Dalle azioni degli
uomini, poi, sarà portato allo studio delle scienze, per coglierne la bellezza,
gli occhi fissi sull'immenso spazio su cui essa domina. Cesserà allora di
innamorarsi della bellezza di un solo genere, d'una sola persona o di una sola
azione - una forma d'amore che lo lascia ancora schiavo - e rinuncerà così alle
limitazioni che lo avviliscono e lo impoveriscono. Orientato ormai verso
l'oceano infinito della bellezza, che ha imparato a contemplare, le sue parole
e i suoi pensieri saranno pieni del fascino che dà l'amore per il sapere.
Finché, reso forte e grande per il cammino compiuto, giungerà al punto da
fissare i suoi occhi sulla scienza stessa della bellezza perfetta, di cui
adesso ti parlerò. Sforzati - mi disse Diotima - di dedicarti alle mie parole
con tutta l'attenzione di cui sei capace. Guidato fino a questo punto sul
cammino dell'amore, il nostro uomo contemplerà le cose belle nella loro
successione e nel loro esatto ordine; raggiungerà il vertice supremo dell'amore
e allora improvvisamente gli apparirà il bello nella sua meravigliosa natura,
quella stessa, Socrate, che era il fine di tutti i suoi sforzi: eterna, senza
nascita né morte145. Essa non si accresce né diminuisce, né è più o meno bella
se vista da un lato o dall'altro. Essa è senza tempo, sempre egualmente bella,
da qualsiasi punto di vista la si osservi. E tutti comprendono che è bella. Il
bello non ha forme definite: non ha volto, non ha mani, non ha nulla delle
immagini sensibili o delle parole. Non è una teoria astratta. Non è uno dei
caratteri di qualcosa di esteriore, per esempio di un essere vivente, o della
Terra o del cielo, o non importa di cos'altro. No, essa apparirà all'uomo che è
giunto sino a lei nella sua perfetta natura, eternamente identica a se stessa
per l'unicità della sua forma. Tutte le cose belle sono belle perché partecipano
della sua bellezza, ma esse nascono e muoiono - divenendo quindi più o meno
belle - senza che questo abbia alcuna influenza su di lei. Iniziando il proprio
cammino dal primo gradino della bellezza sensibile, l'uomo si eleva coltivando
il suo fecondo amore per i giovani e così impara a percepire in loro i segni
della pura e perfetta bellezza: allora potrà dire di non essere lontano dalla
meta. Così, da soli o sotto la guida di un altro, la perfetta via dell'amore ha
inizio con la bellezza sensibile ed ha per fine la contemplazione della
Bellezza pura: l'uomo deve salire come su una scala, da una sola persona bella
a due, poi a tutte, poi dalla bellezza sensibile alle azioni ben fatte e alla
scienza, fino alla pura conoscenza del bello, e ancora avanti sino alla
contemplazione del bello in sé. Questo, mio caro Socrate - mi disse la
straniera di Mantinea -, è il momento più alto nella vita di una persona:
l'attimo in cui si contempla la Bellezza pura. Se la vedrai un giorno, al suo
confronto sfioriranno le ricchezze, i bei vestiti, i bei ragazzi che ti fanno
girare la testa: eppure tu e tanti altri accettereste di non mangiare né bere,
per così dire, pur di poterli ammirare e poter stare con loro148. Cosa proverà
l'anima allora nel fissare la Bellezza pura, semplice, senza alcuna
impurità, del tutto estranea all'imperfezione umana, ai colori, alle vanità
sensibili? Cosa proverà il nostro spirito nel contemplare la Bellezza divina
nell'unicità della sua forma? Credi forse che possa ancora essere vuota la vita
di un uomo che abbia fissato sulla Bellezza il suo sguardo, contemplandola pur
nei limiti dei mezzi che possiede, ed abbia vissuto in unione con essa? Non
pensi, disse, che solamente allora, quando vedrà la bellezza con gli occhi
dello spirito ai quali essa è visibile, quest'uomo potrà esprimere il meglio di
se stesso? Non una falsa immagine149 egli contempla, infatti, ma la virtù più
autentica, in piena verità. Egli coltiva in sé la vera virtù e la nutre: non
sarà forse per questo amato dagli dèi? non diverrà tra gli uomini
immortale?» Ecco, Fedro, e voi tutti che mi ascoltate, quel che mi disse
Diotima. Ed è riuscita a convincermi, così come io - a mia volta - cerco di
convincere gli altri: per dare alla natura umana il possesso di ciò che è bene,
non si troverà miglior aiuto dell'Eros. Così - io lo dichiaro - ogni uomo deve
onorare Eros; io onoro l'amore che è in me, io mi consacro all'Eros ed esorto
gli altri a fare altrettanto. Per quanto è in mio potere fare, ora e sempre
voglio esaltare la forza dell'Eros, e il suo valore. Ecco il mio discorso,
Fedro. Consideralo, se vuoi, un elogio dell'Eros, altrimenti dagli il nome che
vorrai". Questo disse Socrate. Mentre tutti si complimentavano con lui e
Aristofane cercava di dirgli qualcosa perché Socrate di sfuggita aveva fatto
una allusione al suo discorso151, ecco che si sentì bussare alla porta
dell'atrio, e un gran vociare di gente allegra, e la voce di una suonatrice di
flauto. "Ragazzi - disse Agatone - andate a vedere, presto. Se è uno dei
miei amici, invitatelo ad entrare. Altrimenti dite che abbiamo già finito di
bere e che stiamo andando a dormire." Un istante più tardi si sentì
nell'atrio la voce di Alcibiade, non più molto in sé per il vino, che urlava a
squarciagola. Domandava dove fosse Agatone, voleva essere accompagnato da lui.
E così lo accompagnarono nella sala e stava in piedi solo perché una flautista
e qualcun altro dei suoi compagni lo sostenevano. Fermo sulla soglia, portava
in capo una corona di edera e di viole, la testa avvolta nei nastri. "Signori
- disse - buona sera! Accettereste un uomo completamente ubriaco per bere con
voi? oppure dobbiamo limitarci a mettere questa corona in testa ad Agatone e
andar via subito? Siamo venuti per questo, infatti. Ieri, in effetti non sono
potuto venire. Vengo adesso con i nastri sulla testa per passarli dalla mia
alla testa dell'uomo che - nessuno si offenda - è il più sapiente e il più
bello: voglio proprio incoronarlo. Ah, ridete di me perché sono ubriaco!
Ridete, ridete, tanto lo so che è vero. Allora, mi volete rispondere? posso
entrare o no? volete o no bere con me?" Allora tutti si misero ad
applaudirlo, e gli dissero di entrare e prendere posto in mezzo a loro. Agatone
lo chiamò, Alcibiade si diresse verso di lui, aiutato dai suoi compagni, e
cominciò a togliersi i nastri dalla fronte per incoronare Agatone. Anche se ce
l'aveva sotto gli occhi non si accorse di Socrate e andò a sedersi accanto ad
Agatone, quasi addosso a Socrate che dovette fargli posto. Si sedette dunque in
mezzo a loro, abbracciò Agatone e gli mise la corona sulla testa. "Ragazzi
- disse Agatone - slacciate i sandali ad Alcibiade, che sia terzo in mezzo a
noi.""Benissimo - disse Alcibiade -, ma chi è terzo con noi?"
Dicendo così si voltò e c'era Socrate. Appena lo vide fece un balzo indietro e
disse: "Per Eracle, chi c'è qui? Socrate? Che tiro mi hai teso! sdraiato
accanto a me! Ti par questa la maniera di comparire quando uno meno se
l'aspetta? E che ci vieni a fare qui? Potevi metterti accanto ad Aristofane o a
un altro che voglia far lo spiritoso! E' che tu hai trovato il modo di
sdraiarti accanto al più bello della compagnia!" "Agatone, per favore
difendimi tu - dice Socrate -. Essere in amore per quest'uomo non mi costa
certo poco. Dal giorno in cui mi sono invaghito di lui non ho più il diritto di
guardare un solo bel ragazzo, nemmeno di rivolgergli la parola. E' geloso,
invidioso, mi fa delle scene, me ne dice di tutti i colori e poco manca che me
le dia. Dunque, attenzione, che non faccia adesso una scenata! Tenta di
riconciliarci tu o, se tenta di picchiarmi, difendimi perché la sua ira e la
sua follia d'amore mi fanno una paura terribile." "No - disse
Alcibiade -, è impossibile: tra te e me nessuna riconciliazione. E per quel che
hai detto faremo i conti un'altra volta. Per il momento, Agatone, passami
qualcuno di quei nastri, che cinga la sua testa, questa testa meravigliosa.
Voglio evitare che poi si lamenti che ho incoronato te mentre ho lasciato senza
corona lui, che per i suoi discorsi vince tutti sempre, e non solamente una
volta come te ieri." Dicendo questo prese dei nastri, incoronò Socrate e
poi si sdraiò. Si mise comodo e disse:"Amici miei, avete proprio l'aria di
voler far gli astemi. Ma questo non vi è permesso: bisogna bere, l’abbiamo
convenuto tra noi! Sarò io il re del simposio, finché voi non avrete bevuto a
sufficienza. Allora, Agatone, fammi portare una coppa, una grande, se c'è. No,
no, non c'è bisogno. Ragazzo dice - portami quel vaso per tenere il vino in
fresco." Ne aveva appena visto uno, che teneva otto cotili153 abbondanti.
Lo fece riempire e bevve per primo. Poi ordinò di servire Socrate, dicendo:
"Con Socrate, amici miei, non c'è niente da fare: quanto vorrà bere berrà,
e non ci sarà verso di farlo ubriacare."Il servo allora portò il vino a
Socrate che si mise a bere, mentre Erissimaco chiedeva:"E poi cosa
facciamo, Alcibiade? Restiamo così, senza parlare di niente, la coppa in mano,
senza cantare niente? beviamo soltanto, come degli assetati?"
"Erissimaco - gli fa Alcibiade -, grande figlio di un padre grande e
saggio, io ti saluto.""Ti saluto anch'io - dice Erissimaco -. E
adesso cosa dobbiamo fare?""Siamo tutti ai tuoi ordini perché un
medico, da solo, vale molti uomini. Obbediremo dunque ai tuoi desideri.""E
allora ascoltami - dice Erissimaco -. Prima che tu arrivassi, avevamo deciso
che ciascuno al suo turno, andando da sinistra verso destra, avrebbe fatto un
discorso sull'Eros, il più bel discorso d'elogio. Noi l'abbiamo già fatto,
adesso tocca a te, perché hai bevuto ed è giusto che anche tu faccia il tuo
discorso. Poi ordina a Socrate quel che vuoi, e lui farà lo stesso con chi sta
alla sua destra e così via.""Ben detto, Erissimaco - risponde
Alcibiade -. Solo che se uno ha bevuto troppo, non può dire cose che stanno
alla pari con chi è sobrio. E poi c'è Socrate: credi forse una sola parola di
quel che ha appena detto? non lo sai che è tutto il contrario? Perché lui, se
in sua presenza faccio l'elogio di qualcuno, d'un dio o di un'altra persona che
non sia lui, non ci pensa due volte a menarmi.""Ma che dici!",
gli fa Socrate."Per Poseidone - dice Alcibiade -, è inutile che protesti,
perché in tua presenza io non posso fare l'elogio di nessuno, se non di
te.""E allora fa così - dice Erissimaco -, se vuoi: fa un elogio di
Socrate."Che dici? - riprese Alcibiade - tu credi che dovrei... Vuoi che
me la prenda con un tipo così e mi vendichi davanti a voi?""Ma
ragazzo, che ti passa per la testa? - dice Socrate. Perché mai vuoi fare il mio
elogio? per prendermi in giro?""Voglio solo dire la verità: a te
accettare o meno.""La verità? Benissimo, allora accetto. Anzi ti
chiedo io di dirla." "Presto fatto - dice Alcibiade -. Quando a te,
ti assegno un compito: se dico qualche cosa che non è vera, tronca a metà le
mie parole, se vuoi, e dimmi che su quella cosa lì io mento, perché io
volontariamente non racconterò certo delle balle. Però mescolerò un po' tutto
nel mio discorso, e tu non meravigliarti, perché tu sei proprio un bel tipo e
non è certo facile, nello stato in cui sono, ricordare con ordine proprio
tutto. Discorso di Alcibiade: Per fare l'elogio di Socrate, amici, ricorrerò a
delle immagini. Sono sicuro che lui penserà che voglia scherzare, e invece sono
serissimo, perché voglio dire la verità. Io dichiaro dunque che Socrate è in
tutto simile a quelle statuette dei Sileni che si vedono nelle botteghe degli
scultori, con in mano zampogne e flauti. Se si aprono, dentro si vede che c'è
l’immagine di un dio. E aggiungo che ha tutta l'aria di Marsia155, il satiro:
eh sì, Socrate, gli somigli proprio, non vorrai negarlo! E non solo
nell'aspetto! Ascoltami bene: non sei forse sempre tracotante? Se lo neghi, io
produrrò dei testimoni. Ma, si dirà, Socrate è forse un suonatore di flauto?
Sì, e ben più bravo di Marsia. Lui incantava tutti con quel che riusciva a fare
col flauto, tanto che ancora oggi chi vuol suonare le sue arie deve imitarlo.
Anche le musiche di Olimpo, io dico che erano di Marsia, il suo maestro. Le sue
arie, suonate da un grande artista o da una ragazzina alle prime armi, sono
sempre le sole capaci di incantarci, di farci sentire quanto bisogno abbiamo
degli dèi: ci vien voglia di essere iniziati ai misteri, perché quelle musiche
sono divine. Tu, Socrate, sei diverso da Marsia solo in questo, che non hai
affatto bisogno di strumenti musicali per ottenere gli stessi risultati: ti
bastano le parole. Una cosa è certa e dobbiamo dirla: quando ascoltiamo un
altro oratore, il suo discorso non interessa quasi nessuno. Ma ascoltando te, o
un altro - per mediocre che sia - che riporta le tue parole, tutti, ma proprio
tutti, uomini, donne, ragazzi, siamo colpiti al cuore: qualcosa che non ci fa
star tranquilli si impadronisce di noi. Quanto a me, amici, non vorrei
sembrarvi del tutto ubriaco, ma bisogna che vi dica - come se fossi sotto
giuramento - quale impressione ho avuto nel passato, ed ho ancora, ad ascoltare
i suoi discorsi. Quando lo sento parlare, il mio cuore si mette a battere più
forte di quello dei Coribanti158 in delirio e mi emoziono sino alle lacrime: e
ne ho vista di gente provare le stesse emozioni. Ora, ascoltando Pericle ed
altri grandi oratori, mi accorgevo certo che parlavano bene, ma non provavo
niente di simile: la mia anima non era travolta, non sentiva il peso della
schiavitù in cui era ridotta. Ma lui, questo Marsia, mi ha spesso messo in un
tale stato da farmi sembrare impossibile vivere la mia vita normale - e questo,
Socrate, non dirai che non è vero. E ancora adesso - lo so benissimo - se
accettassi di prestar ascolto alle sue parole, non potrei farne a meno:
proverei le stesse emozioni. Socrate con i suoi discorsi mi obbliga a
riconoscere i miei limiti: io non cerco di migliorare me stesso, e continuo lo
stesso ad occuparmi degli affari degli Ateniesi. Devo quindi fare violenza a me
stesso, tapparmi le orecchie come se dovessi fuggire dalle Sirene, devo andar
via per evitare di passare con lui il resto dei miei giorni. Soltanto davanti a
lui ho provato un sentimento che nessuno si aspetterebbe di trovare in me: io
ho avuto vergogna di me stesso. Socrate è il solo uomo davanti al quale io mi
sia vergognato. E questo perché mi è impossibile - ne sono perfettamente
cosciente - andargli contro, dire che non devo fare quello che mi ordina;
ma appena mi allontano, cedo al richiamo degli onori della folla intorno a
me161. Allora mi nascondo, come uno schiavo scappo via, ma quando lo rivedo mi
vergogno per quel che prima ero stato costretto ad ammettere. Ci sono volte che
non vorrei più vederlo al mondo, ma se questo accadesse so che sarei
infelicissimo. Così, io non so proprio che cosa fare con quest'uomo. Ecco
l'effetto delle sue arie da flauto, su di me e su tanti altri: ecco cosa questo
satiro ci fa subire. Ma ascoltate ancora: voglio proprio mostrarvi come somigli
alle statuette a cui l'ho già paragonato, e come il suo potere sia straordinario.
Sappiatelo per certo: nessuno di voi lo conosce davvero e io, siccome ho già
cominciato, voglio mostrarvelo sino in fondo. Guardatelo: Socrate ha un debole
per i bei ragazzi, non smette mai di girar loro attorno, perde la testa per
loro. D'altra parte lui ignora tutto, non sa mai niente - questa almeno è
l'immagine che vuol dare. Non è questa la maniera di fare di un Sileno? Sì
certo, perché questa è l'immagine esterna, come quella della statuetta di
Sileno. Ma all'interno? Una volta aperta la statuetta, avete idea della
saggezza che nasconde? Amici miei, sappiatelo: che uno sia bello, a lui non
interessa affatto, non se ne accorge neppure - da non credersi - e lo stesso
accade se uno è ricco o ha tutto quello che la gente ritiene invidiabile avere.
Per lui, tutto questo non ha alcun valore, e noi non siamo niente ai suoi
occhi, ve lo assicuro. Passa tutta la sua giornata a fare il sornione,
trattando con ironia un po' tutti. Ma quando diventa serio e la statuetta si
apre, io non so se avete mai visto che immagini affascinanti contiene. Io le ho
viste, simili agli dèi, preziose, perfette e belle, straordinarie: e così mi
son sentito schiavo della sua volontà. Ero giovane, e credevo seriamente che
lui fosse preso dalla mia bellezza; ho creduto fosse una fortuna per me, e
un'occasione da non lasciar scappare. Ero veramente fiero della mia bellezza e
così speravo che, ricambiando il suo interesse, avrei potuto aver parte della
sua saggezza. Convinto di questo, una volta allontanai il mio servitore - di
solito ce n'era sempre qualcuno quando vedevo Socrate, e non eravamo mai soli -
e così restai da solo con lui. Devo proprio dirvi tutta la verità: ascoltatemi
bene, e tu Socrate, se non dico bene correggimi. Eccomi dunque con lui, amici,
da soli. Io credevo che avrebbe ben presto cominciato a parlare come si parla
fra innamorati, e ne ero felice. Invece non fa assolutamente niente. Parla con
me come sempre, restiamo tutto il giorno insieme, poi se ne va. Allora lo
invitai a far esercizi di ginnastica con me, e così ci esercitavamo insieme: io
speravo proprio di concludere qualcosa. Facemmo ginnastica insieme per un
certo tempo, e spesso facevamo la lotta, ed eravamo soli. Che dirvi? Nessun
passo avanti. Non riuscendo a niente con questi sistemi, pensai allora di
puntar dritto al mio scopo. Non volevo affatto lasciar perdere, dopo essermi
lanciato in questa impresa: dovevo subito vederci chiaro. Lo invito dunque a
cena, come un innamorato che tende una trappola al suo amato167. Ma non accettò
subito, anzi ci mise un po' di tempo a convincersi. La prima volta che venne,
volle andar via subito dopo cena. Io, che mi vergognavo un po', lo lasciai
andare. Ma feci un secondo tentativo: e in quell'occasione dopo cena io
prolungai la conversazione, senza tregua, fino a notte fonda. Così quando lui
volle andarsene, con la scusa che era tardi lo convinsi a restare. Era
dunque coricato sul letto accanto al mio, là dove avevamo cenato, e nessun
altro dormiva con noi. Fin qui, quel che ho raccontato potrei dirlo davanti a
tutti. Ma quel che segue voi non me lo sentireste affatto dire se, come dice il
proverbio, nel vino (bisogna o no parlare con la bocca dell'infanzia?) non ci
fosse la verità. Del resto non mi par giusto lasciare in ombra quel che di
meraviglioso fece Socrate, proprio adesso che ne sto facendo l'elogio. E poi io
sono come uno morso da una vipera: queste persone, si dice, non raccontano
affatto quel che han passato, se non ad altri che sono stati anch'essi morsi,
perché solo loro possono comprendere, e scusare tutto ciò che si è osato fare o
dire per l'angoscia del dolore. E io son stato morso da un dente più
crudele, e in una parte della persona che aumenta la crudeltà: nel cuore,
nell'anima (poco importa il nome). La filosofia con i suoi discorsi mi ha
trafitto col suo morso, che penetra più a fondo del dente della vipera168
quando si impadronisce dell'anima di un giovane non privo di talento e gli fa
fare e dire ogni sorta di stravaganze - ed eccomi qua con Fedro, con Agatone,
con Erissimaco, con Pausania, con Aristodemo, ed anche con Aristofane, senza
parlare di Socrate, e con tanti altri, tutti attenti come me al delirio
filosofico e alla sua forza dionisiaca. Vi chiedo dunque d'ascoltarmi perché
certo mi perdonerete per quel che ho fatto allora e per quel che dico oggi. E
voi servitori, voi tutti che siete profani, se state ascoltando, tappatevi le
orecchie con le porte più spesse. E allora, miei amici, quando la lampada fu
spenta e i servi se ne furono andati, io pensai che non dovevo più giocare
d'astuzia con lui, ma dire francamente il mio pensiero. Gli dissi allora,
scuotendolo: "Dormi, Socrate?" "Per nulla", rispose.
"Sai cosa penso?" "Che cosa?" "Penso che tu saresti un
amante degno di me, il solo che lo sia, e vedo che esiti a parlarne. Quanto ai
miei sentimenti, mi son convinto di questo: che è stupido, io credo, non cedere
ai tuoi desideri in questo, come in ogni cosa in cui tu avessi bisogno, la mia
fortuna o i miei amici. Niente, infatti, è più importante ai miei occhi che
migliorare il più possibile me stesso, e io penso che su questa strada nessuno
mi può aiutare più di te. Quindi mi vergognerei dinanzi alle persone sagge di
non cedere ad un uomo come te più di quanto mi vergognerei dinanzi alla massa
degli ignoranti di cedere." Mi ascolta, prende la sua solita aria ironica
e mi dice: "Mio caro Alcibiade, se quel che dici sul mio conto è vero, se
ho davvero il potere di renderti migliore, devo dire che ci sai proprio fare.
Tu vedi senza dubbio in me una bellezza fuori del comune e ben differente dalla
tua. Se l'aver visto questo ti spinge a legarti a me e a scambiare il bello con
il bello, il guadagno che tu pensi di fare alle mie spalle non è affatto
piccolo. Tu non vuoi più possedere l'apparenza della bellezza, ma la bellezza
reale, e quindi sogni di scambiare - non c'è dubbio - il bronzo con l'oro. Eh
no, mio bell'amico, guarda meglio! T'illudi sul mio conto: io non sono niente.
Lo sguardo della mente comincia davvero a esser penetrante quando gli occhi
cominciano a veder meno: e tu sei ancora molto lontano da quel
momento." Al che io rispondo: "Per quel che mi riguarda, sia ben
chiaro, io non ho detto niente che non penso. A te, adesso, decidere ciò che è
meglio per te e per me." "Hai ragione - mi fa -. Nei prossimi giorni
noi ci chiariremo, e agiremo nella maniera che sembrerà migliore ad entrambi,
su questo punto come su tutto il resto." Dopo questo dialogo, io credevo
di aver lanciato un dardo che l'avesse trafitto. Mi alzai e, senza permettergli
di reagire, stesi su di lui il mio mantello - era inverno - e mi allungai sotto
il suo, ormai vecchio, e presi tra le mie braccia quest'essere veramente
meraviglioso, demonico173, e restai con lui tutta la notte. Adesso non dirai
che mento, Socrate. Ma tutto questo dimostra quanto lui fosse più forte: non
degnò di uno sguardo la mia bellezza, non se ne curò affatto, fu quasi
offensivo in questo. E dire che credevo di non essere affatto male, miei
giudici (sì, giudici della superiorità di Socrate). Ebbene sappiatelo - ve lo
giuro sugli dèi e sulle dee - io mi alzai dopo aver dormito a fianco di Socrate
senza che nulla fosse accaduto, come se avessi dormito con mio padre o con mio
fratello maggiore. Immaginate il mio stato d'animo! Certo, mi ero quasi offeso,
ma apprezzavo il suo carattere, la sua saggezza, la sua forza d'animo. Avevo
trovato un essere dotato di un'intelligenza e di una fermezza che avrei credute
introvabili: e così non potevo prendermela con lui e privarmi della sua
compagnia, né d'altra parte vedevo come attirarlo dove volevo io. Sapevo bene
che era totalmente invulnerabile al denaro, più di Aiace davanti alle armi. Sul
solo punto in cui credevo si sarebbe lasciato catturare, ecco, era appena
fuggito175. Insomma, completamente schiavo di quest'uomo, come mai nessuno lo è
stato d'altri, gli giravo vanamente attorno. Tutto questo accadde prima della
spedizione di Potidea. Entrambi vi partecipammo, e prendemmo anche i pasti
insieme. Quel che è certo, è che resisteva alle fatiche non solo meglio di me,
ma di tutti gli altri. Quando capitava che le comunicazioni fossero interrotte
in qualche punto, e in guerra succede, e noi restavamo senza mangiare, nessun
altro aveva tanta resistenza alla fame. Al contrario, se eravamo ben riforniti,
sapeva approfittarne meglio degli altri, in particolare per bere; non che ci
fosse portato, ma se lo si forzava un po', lui poi superava tutti e - cosa
assai strana - nessuno ha mai visto Socrate ubriaco. E credo che questa notte
stessa avrete la prova di quanto dico. Quanto al freddo - e nella zona di
Potidea gli inverni sono terribili - Socrate è del tutto straordinario. Vi
racconto un episodio. Era un giorno di terribile gelo, quanto di peggio potete
immaginare, uno di quei giorni in cui tutti evitano di uscire e se lo fanno si
infagottano tutti, i piedi avvolti in panni di feltro o in pelli di agnello.
Socrate se ne uscì coperto solo dal mantello che porta sempre andando a piedi
nudi sul ghiaccio con più tranquillità di quelli che avevano le scarpe: e così
i soldati lo guardavano di traverso, perché pensavano li volesse umiliare. E
c'è dell'altro da dire. "E' straordinario ciò che fece e sopportò il forte
eroe", laggiù in guerra: vale veramente la pena di sentire la storia che
ho da raccontare. Un giorno si mise a meditare sin dal primo mattino, e restava
fermo a seguire le sue idee. Non riusciva a venire a capo dei suoi problemi, e
così stava lì, in piedi, a riflettere. Era già mezzogiorno e gli altri soldati
l'osservavano, stupiti, e la voce che Socrate era in piedi a riflettere sin dal
mattino presto cominciò a circolare; finché, venuta la sera, alcuni soldati
della Ionia dopo cena portarono fuori i loro letti da campo - era estate - e si
sdraiarono al fresco, a guardar Socrate, per vedere se avrebbe passato la notte
in piedi. E così fece, sino alle prime luci del mattino. Solo allora se ne
andò, dopo aver elevato una preghiera al Sole. Adesso, se volete, dobbiamo dir
qualcosa della sua condotta in combattimento - perché anche su questo punto
bisogna rendergli giustizia. Quando ci fu lo scontro per il quale i generali mi
assegnarono un premio per il mio coraggio, riuscii a salvarmi proprio per
merito suo. Ero ferito, lui si rifiutò di abbandonarmi e riuscì a salvare sia
me che le mie armi. Allora io chiesi ai generali di assegnare il premio a te:
non potrai certo, Socrate, dire adesso che io mento, e neppure rimproverarmi
per quel che dico. Ma i generali, considerando la posizione in cui ero,
volevano dare a me il premio, e tu hai personalmente insistito più di loro
perché il premio invece andasse a me. Ricordo un'altra occasione, amici, in cui
valeva la pena di vedere Socrate: fu quando il nostro esercito a Delio179 fu
messo in rotta. In quell'occasione fu il caso a farmelo incontrare. Io
ero a cavallo, e lui era oplita. Stava ripiegando insieme a Lachete180, tra le
truppe sbandate, quando io capito lì per caso, li vedo e per incoraggiarli dico
loro che non li avrei abbandonati. In quell'occasione ho potuto osservare
Socrate ancora meglio che a Potidea, perché avevo meno da temere, essendo a
cavallo. Aveva più sangue freddo di Lachete - e quanto! - e dava l'impressione
(uso le tue parole, Aristofane) di avanzare come se si trovasse in una strada
d'Atene "sicuro di sé, gettando occhiate di fianco", osservando con
occhio tranquillo amici e nemici e facendo vedere chiaramente, e da lontano,
che si sarebbe difeso sino in fondo se qualcuno avesse voluto attaccarlo. E
così andava senza mostrare alcuna inquietudine, insieme con il suo compagno: gli
opliti che, in simili situazioni, si comportano in questa maniera di solito non
vengono affatto attaccati dai nemici, che invece inseguono chi scappa in
disordine. Molti altri aspetti del carattere di Socrate potrebbero essere
oggetti di un elogio, perché sono veramente ammirevoli. Riguardo a queste cose,
però, anche altri uomini probabilmente meritano gli stessi elogi. C'è qualcosa
in Socrate, invece, che lo rende meravigliosamente unico, assolutamente diverso
da tutti gli altri uomini del passato e del presente. Infatti, volendo, si può
trovare l'immagine di Achille in Brasida e in altri, Pericle può ricordare
Nestore o Antenore, e questi casi non sono isolati: si possono fare paragoni
simili a proposito di tanti altri. Ma l'incredibile di quest'uomo è che
lui e i suoi discorsi non hanno paragoni né nel passato né oggi, per quanto si
cerchi con attenzione, a meno che non lo si voglia paragonare come facevo io
prima: non ad altri uomini, ma ai Sileni e ai Satiri - che si tratti di lui o
delle sue parole. Sì, perché c'è una cosa che ho dimenticato di precisare:
anche i suoi discorsi sono simili alle statuette dei Sileni che si aprono.
Infatti, se si ascolta quel che dice Socrate, a prima vista le sue parole
possono sembrare quasi comiche, tutte intrecciate con strani discorsi:
esteriormente ricordano proprio gli intrecci della pelle di un satiro insolente.
Parla di asini da soma, di fabbri, di sellai, di conciatori di pelli, ed ha
sempre l'aria di dire le stesse cose con le stesse parole. Chi non sa o è poco
attento, c'è caso che rida dei suoi discorsi. Ma se li apri e li osservi bene,
penetrandone il senso, scopri che solo le sue parole hanno un loro senso
profondo: parla come un dio, e la folla delle immagini che usa, affascinanti,
rimandano sempre alla virtù. Chi lo ascolta è portato verso le cose più alte;
anzi, meglio, è guidato a tenere sempre davanti gli occhi tutto quel che è
necessario per diventare un uomo che vale. Ecco, amici, il mio elogio di
Socrate. Quanto ai rimproveri che ho da fargli, li ho mescolati al racconto di
quel che mi ha combinato. Del resto non sono il solo che ha trattato in questo
modo: ha fatto lo stesso con Carmide, il figlio di Glaucone, con Eutidemo, il
figlio di Dioele, tutta gente che ha ingannato con la sua aria da innamorato,
con la conseguenza che furono loro ad innamorarsi di lui. Io ti avverto,
Agatone: non farti ingannare da quell'uomo! Che la nostra esperienza ti sia di
monito! Che non accada come dice il proverbio: "l'ingenuo fanciullo non
impara che soffrendo." Quando Alcibiade ebbe parlato così, l'ilarità fu
generale, anche perché s'era capito ch'era ancora innamorato di Socrate. E così
Socrate gli disse: "Tu non hai affatto l'aria d'aver bevuto, Alcibiade.
Altrimenti non avresti fatto un discorso così sottile, tutto fatto per
nascondere il tuo vero obiettivo, che è venuto fuori solo alla fine: ne hai parlato
come se fosse una cosa secondaria, e invece tu hai fatto tutto un lungo
discorso solo per cercare di guastare l'amicizia tra Agatone e me. E tutto
perché sei convinto che io debba amare solo te, nessun altro che te, e che
Agatone debba essere amato soltanto da te, da nessun altro che da te. Ma non
t'è andata bene: il tuo dramma satiresco, la tua storia di Sileni, abbiamo
capito tutti cosa significhi. E allora, mio caro Agatone, bisogna che lui non
vinca a questo gioco: sta ben attento che nessuno possa mettersi tra me e
te." E Agatone di rimando:"Hai detto proprio la verità, Socrate. E ne
ho le prove: si è venuto a sdraiare proprio tra te e me, per separarci. Ma non
ci guadagnerà niente a far così, perché io torno proprio a mettermi accanto a
te." "Oh, bene, - disse Socrate - ti voglio proprio vicino! Per Zeus,
- disse Alcibiade - quante me ne fa passare quest'uomo! Pensa sempre come fare
per aver l'ultima parola con me. Socrate, sei proprio straordinario! Ma lascia
almeno che Agatone stia tra noi due. E' impossibile - disse Socrate -. Perché
tu hai appena fatto il mio elogio, e io devo a mia volta far quello della
persona che sta alla mia destra. Quindi, se Agatone si mette al tuo fianco,
alla tua destra, dovrà mettersi a fare il mio elogio prima che io abbia fatto
il suo. Lascialo piuttosto stare dov'è, mio divino amico, e non essere geloso
se faccio il suo elogio, perché desidero proprio cantare le sue lodi. Bravo! -
disse Agatone -. Lo vedi tu stesso, Alcibiade: non è proprio possibile che
resti qui. Voglio a tutti i costi cambiar posto, e ascoltare il mio elogio da
Socrate". "Ecco - disse Alcibiade -, finisce sempre così. Quando c'è
Socrate, non c'è posto che per lui accanto ai bei ragazzi. Guarda che razza di
ragione ha saputo trovare adesso per farselo stare vicino!" Agatone si era
alzato per andarsi a mettere accanto a Socrate, quando all'improvviso tutta una
banda di gente allegra spuntò dalla porta. Qualcuno era uscito e l'avevano
trovata aperta, e così erano entrati e s'erano uniti alla compagnia. Gran
baccano in tutta la sala: senza più alcuna regola, si bevve allegramente un
sacco di vino. Allora, mi disse Aristodemo, Erissimaco, Fedro e qualcun altro
andò via. Lui, Aristodemo, fu preso dal sonno e dormì tanto, perché le notti
erano lunghe. Si svegliò ch'era giorno e i galli già cantavano.
Alzatosi, vide che gli altri dormivano o erano andati via. Solo Agatone,
Aristofane e Socrate erano ancora svegli e bevevano da una gran coppa che si
passavano da sinistra a destra. Socrate chiacchierava con loro. Aristodemo
non ricordava, mi disse, il resto della conversazione, perché non aveva potuto
seguire l'inizio e dormicchiava ancora un po'. Ma in sostanza, disse, Socrate
stava cercando di convincere gli altri a riconoscere che un uomo può riuscire
egualmente bene a comporre commedie e tragedie, e che l'arte del poeta tragico
non è diversa da quella del poeta comico. Loro furono costretti a dargli
ragione, ma non è proprio che lo seguissero del tutto: stavano cominciando a
dormicchiare. Il primo ad addormentarsi fu Aristofane, poi, ormai in pieno
giorno, s'addormentò anche Agatone. Allora Socrate, visto che si erano
addormentati, si alzò e andò via. Aristodemo lo seguì, come sempre faceva.
Socrate andò al Liceo, si lavò e passò il resto della giornata come sempre
faceva. Dopo, verso sera, se ne andò a casa a riposare. Platone
Carmide Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi (patsa@tin.it)
Platone Carmide Platone CARMIDE Arrivammo il giorno prima, di sera, dall'accampamento
di Potidea, e poiché tornavo che era passato del tempo, mi recai pieno di gioia
nei consueti luoghi di conversazione. E in particolare entrai nella palestra di
Taurea, dirimpetto al santuario della Regina, e qui incontrai molte persone,
alcune delle quali a me sconosciute, ma la maggior parte note. E quando mi
videro entrare inaspettato, subito da lontano si diedero a salutarmi, chi da
una parte chi dall'altra; Cherefonte invece, da quella natura bizzarra quale
egli era, balzato fuori dal gruppo, correva verso di me, e afferratami la mano:
O Socrate , diceva, come ti sei salvato dalla battaglia? . Poco
prima che noi arrivassimo c'era stata una battaglia a Potidea, della quale lì
si era avuta notizia da poco. E io rispondendo: Così come mi vedi , dissi. Eppure qui è arrivata la notizia che la
battaglia è stata molto dura, disse lui, e che vi sono morte molte persone note. Le notizie riportate sono esatte, risposi io. Eri presente alla battaglia? chiese lui. C'ero. Allora
siediti qui, disse, e raccontaci, perché
non abbiamo saputo ogni cosa in maniera chiara. E intanto, guidandomi, mi fa
sedere accanto a Crizia figlio di Callescro. Nel sedermi dunque accanto,
salutavo Crizia e gli altri, ed esponevo loro le notizie dal campo, qualsiasi
cosa mi venisse chiesta: e mi chiedevano chi una cosa chi un'altra. Quando però
fummo sazi di questi discorsi, io allora, a mia volta, interrogai loro sulla
situazione di qui, sulla filosofia, come andassero le cose al momento, sui
giovani, se ne fossero sorti tra loro che si distinguessero per saggezza, per
bellezza o per entrambe le cose. E Crizia, fissando lo sguardo verso la porta,
perché aveva visto alcuni giovanetti entrare che si insultavano tra loro e
altra folla alle spalle che li seguiva, dei
belli, disse, o Socrate, credo che tu
saprai subito: infatti eccoli che per caso stanno entrando e sono i
preannunciatori e gli amanti di colui che ha fama di essere il più bello in
questo momento, e mi sembra che anche lui sia ormai prossimo ad entrare. E chi è, chiesi io, e di chi è figlio? Forse lo conosci anche tu, mi rispose, ma non era ancora adulto prima che tu
partissi; èCarmide figlio di nostro zio Glaucone, mio cugino. Lo conosco, per Zeus!, esclamai. Neppure allora, quando era ancora un
fanciullo, era uno da poco, ma ora, credo, dovrebbe ormai essere decisamente un
giovanetto. Presto saprai, rispose, la sua età e che tipo egli sia diventato, e
mentre stava dicendo queste cose entra Carmide. Ebbene, per quello che riguarda
me, amico mio, non si può misurare nulla: infatti io sono semplicemente una
cordicella bianca con i belli - infatti
li vedo in qualche modo quasi tutti belli i giovani nel fiore degli anni -,
tuttavia indubbiamente anche allora quello mi parve meraviglioso per la statura
e la bellezza e d'altra parte tutti gli altri, per lo meno mi sembrava, erano
innamorati di lui - a tal punto erano storditi e turbati al suo entrare -, molti
altri innamorati invece lo seguivano tra coloro che erano alle sue spalle. Il
nostro caso, di noi adulti, non destava certo meraviglia, ma io feci caso in
particolare ai fanciulli, e notai come nessuno di loro, neppure il più piccolo
rivolgesse gli occhi altrove, ma tutti guardavano ammirati lui come se fosse
una statua. E Cherefonte, dopo avermi chiamato: Che te ne pare del ragazzetto, o Socrate?,
disse. Non ha un bel volto? Straordinariamente bello, risposi io. Ebbene, aggiunse, egli, se volesse spogliarsi, ti sembrerà privo
di volto, a tal punto è bellissimo di forme. Furono dunque d'accordo anche gli
altri con le parole di Cherefonte; e io: Per Eracle, dissi, di quale imbattibile persona voi parlate, se
soltanto si trova ad essere in possesso di una piccola cosa in aggiunta. Quale?, chiese Crizia. Se si trova ad essere ben disposto per natura
nell'anima, risposi, e in qualche modo è
scontato, o Crizia, che egli sia tale, dal momento che è del vostro casato. Ma sì, rispose, è bellissimo e virtuoso anche in questo. Perché dunque, esclamai, non spogliare di lui proprio questa cosa ed
ammirarla prima dell'aspetto? Dal momento che ha ormai questa età, desidera
certamente dialogare. Senza alcun dubbio,
rispose Crizia, sia perché è appunto un
filosofo sia, come pensano gli altri e lui stesso, anche un poeta. Questa bellezza, dissi io, caro Crizia, voi l'avete, è lungo tempo, dalla
vostra consanguineità con Solone. Ma perché non hai chiamato qui il giovane e
non me lo hai presentato? Infatti neppure se per caso fosse stato ancora più
giovane, sarebbe stato disonorevole parlare con noi davanti a te, tu che sei
insieme suo tutore e cugino. Certo tu
hai ragione, disse, chiamiamolo. E
intanto al servo: Ragazzo, disse, chiama Carmide e digli che voglio presentarlo
a un medico per quella mancanza di forze dalla quale poco fa mi diceva di
essere affetto. Rivolgendosi quindi a me, Crizia disse: Poco fa diceva dì sentire come un peso alla
testa, quando si è alzato di buon mattino; ebbene, cosa ti impedisce di fingere
che conosci un rimedio per la testa? Nulla,
risposi, purché venga. Certo, verrà, assicurò. E la cosa in effetti
andò così. Infatti venne e suscitò gran riso, perché ognuno di noi che eravamo
seduti, nel far posto, spingeva con foga il vicino, per far sedere lui accanto
a sé, finché di quelli seduti all'estremità uno lo facemmo alzare, mentre
l'altro lo gettammo a terra di lato. Egli, una volta arrivato, prese posto tra
me e Crizia. A questo punto, mio caro, io mi sentivo confuso e la mia
precedente arditezza, che avevo perché pensavo che gli avrei parlato con molta
scioltezza, era andata distrutta; ma quando, avendo Crizia detto che io ero
colui che conosceva il rimedio, mi fissò con 2 Platone Carmide
occhi quali è impossibile descrivere e si muoveva a interrogarmi, e tutti
quanti in palestra corsero intorno a noi in cerchio da ogni parte, allora
davvero, o nobile amico, vidi ciò che nascondeva il mantello e mi infiammai e
non ero più in me e pensai che il più sapiente in cose d'amore è Cidia, il quale disse, parlando di un fanciullo
bello, consigliando qualcun altro, di
stare attento, cerbiatto, di fronte a un leone, a non prendere una parte della
preda; mi sembrava infatti di essere stato catturato io stesso da un simile
animale. Tuttavia, quando mi chiese se conoscessi il rimedio per la testa,
risposi a fatica che lo conoscevo. Qual
è allora? chiese. E io risposi che era una certa pianta, ma che, oltre al
farmaco, c'era una formula magica; e se veniva cantata mentre si faceva uso del
farmaco, il farmaco faceva guarire completamente; senza la formula magica la
pianta non era di nessuna utilità. E quello di rimando: Allora trascriverò la formula da te. Se mi persuaderai o anche se non mi
persuaderai?, dissi io. Scoppiato a ridere dunque disse: Se ti persuaderò, o Socrate. E sia, conclusi; e tu conosci bene il mio nome? Sarei colpevole, se non lo conoscessi, disse, si fa non poco parlare di te tra i giovani
della mia età, ma io poi mi ricordo che quando ero ancora un fanciullo eri in
compagnia di Crizia qui presente. Ben
fatto, dissi io, ti parlerò così più
liberamente della formula magica, di cosa si tratti: poco fa non sapevo in che
modo avrei potuto spiegarti la potenza di questa formula. Infatti, o Carmide,
la sua natura e tale per cui non è in grado di guarire soltanto la testa, ma,
come forse hai già sentito da bravi medici, quando uno va da loro perché è
malato agli occhi, dicono che non è possibile cercare di guarire gli occhi
soltanto, ma che sarebbe necessario guarire insieme anche la testa, se si vuole
che sia buona la condizione degli occhi; e quindi pensare di guarire la testa
per se stessa senza il corpo intero è una follia totale. In base a questo
discorso, applicando a tutto il corpo un regime, cercano di curare e di sanare
con il tutto la parte; o forse non ti sei accorto che dicono questo e che le
cose stanno così? Certo, rispose. E pensi che parlano bene e accetti questo
ragionamento? Assolutamente, rispose. E
io, al sentire che approvava, ripresi coraggio e a poco a poco si risvegliò di
nuovo in me l'arditezza, mi ravvivai e dissi: Tale dunque, o Carmide, è anche il caso di
questa formula magica. Io l'imparai laggiù, nell'esercito, da uno dei medici
traci di Zalmoxis, dei quali si dice che sanno rendere immortali. Questo Trace
diceva che i Greci facevano bene a dire quel che io dicevo poco fa, ma
Zalmoxis, continuava, il nostro re, che è un dio, dice che non bisogna cercare
dì guarire gli occhi senza la testa né la testa senza il corpo, allo stesso
modo il corpo senza l'anima, ma questa sarebbe anche la causa del fatto che
molte malattie sfuggono ai medici greci, perché trascurano il tutto, di cui
bisognerebbe aver cura; e se il tutto non sta bene, è impossibile che la parte
stia bene. Disse che infatti dall'anima muove ogni cosa, sia i beni sia i mali,
al corpo e all'uomo intero, e da qui fluiscono come dalla testa agli occhi:
bisogna dunque curare l'anima in primo luogo e in massimo grado, se vuoi che
anche le condizioni della testa e del resto del corpo siano buone. Disse che
l'anima, mio caro, va curata con certi incantamenti: questi incantamenti sono i
bei discorsi; in seguito a tali discorsi appare nell'anima la assennatezza, per
la comparsa e la presenza della quale è ormai più facile procurare la salute e
alla testa e al resto del corpo. Nell'insegnarmi dunque il rimedio e gli
incantamenti, aggiunse "Che nessuno ti persuada a curare la propria testa
con questo rimedio, nessuno che non abbia prima consentito a far curare l'anima
da te con questa formula magica. E infatti ora", continuò, "è diffuso
questo errore tra gli uomini: alcuni cercano di essere medici separatamente
dell'una e dell'altra, della assennatezza e della salute". E mi comandò
con molta decisione che non dovesse esserci nessuno così ricco né nobile né
bello, che mi persuadesse a fare diversamente. Io allora - infatti gli ho
prestato un giuramento e devo necessariamente obbedirgli - obbedirò dunque, e a
te, se, seguendo gli ordini dello straniero, vorrai consentire in prima istanza
a che l'anima venga incantata dalle formule magiche del Trace, fornirò il rimedio
per la testa; altrimenti non sapremmo cosa fare per te, caro Carmide. Dopo aver
ascoltato le mie parole, Crizia disse: Sarebbe
un colpo di fortuna per il giovanetto, o Socrate, il mal di testa, se sarà
costretto a diventare migliore anche nel pensiero per via della testa. Ti dico
tuttavia che Carmide ha fama di eccellere tra i giovani della sua età non
soltanto per la bellezza, ma anche per questa stessa cosa per la quale dici di
possedere la formula magica: tu intendi l'assennatezza, o no? Certamente, dissi io. Dunque sappi bene, continuò, che ha fama di essere di gran lunga il più
assennato di quelli di adesso, e in tutto il resto, per l'età che ha raggiunto,
non è inferiore a nessuno. E infatti,
dissi io, è anche giusto, o Carmide, che
tu emerga tra gli altri per tutte queste cose; perché credo che nessun altro
tra coloro che si trovano qui potrebbe con facilità esibire due famiglie,
riunitesi in una stessa, tra quelle di Atene, che abbiano generato da progenitori
simili una discendenza più bella e più nobile rispetto a quelle dalle quali sei
nato tu. Infatti la vostra famiglia paterna, quella di Crizia figlio di
Dropide, ci è stata tramandata come oggetto di encomio da parte di Anacreonte,
di Solone e di molti altri poeti, poiché eccelle per bellezza, per virtù e per
tutto ciò che è detto felicità; e allo stesso modo poi la famiglia per parte di
madre: infatti rispetto a Pirilampe, tuo zio, nessuno tra gli uomini del
continente si dice avesse la fama di essere più bello e più prestante, tutte le
volte che si recò come ambasciatore o presso il Gran Re o presso qualcun altro
personaggio nel continente, ma tutta quanta questa famiglia non fu mai
inferiore all'altra. Nato dunque da siffatti antenati, è naturale che tu fossi
il primo in tutto. Per quel che concerne gli aspetti visibili della bellezza,
caro figlio di Glaucone, mi sembra che non sei inferiore in nulla a nessuno di
coloro che sono vissuti prima di te, ma se davvero tu sei dotato per natura di
buone capacità sia per assennatezza sia per tutto il resto, come afferma
costui, beato, caro Carmide, ti ha generato tua madre, conclusi. La 3 Platone Carmide cosa dunque
sta così. Se davvero c'è già nel tuo animo, come dice Crizia qui presente,
assennatezza, e se sei sufficientemente assennato, non hai nessun bisogno né
degli incantamenti di Zalmoxis né di Abari l'Iperboreo, ma a questo punto
bisognerebbe darti proprio il rimedio per la testa. Se invece pensi di avere
ancora bisogno di queste formule magiche, bisogna fare l'incantamento prima di
somministrare il rimedio. Dimmi tu dunque, sei d'accordo su questo punto e
affermi di partecipare in modo sufficiente della assennatezza oppure ne avverti
la mancanza?. Carmide dunque, essendo in un primo momento arrossito, apparve
ancora più bello - e difatti la modestia si addiceva alla sua età - poi con
animo non certo vile rispose: disse infatti che non sarebbe stato più facile,
lì sul momento, né approvare né negare ciò che gli veniva chiesto. Se infatti, spiegò, non dicessi che sono assennato, non solo
sarebbe strano che uno dica cose simili di se stesso, ma nel contempo farei
passare per bugiardo Crizia qui presente e molti altri ai quali sembro
assennato, in base al suo discorso; se poi dicessi che lo sono e lodassi me
stesso, forse apparirei insopportabile; sicché non so che cosa risponderti. E
io risposi: Mi sembra che tu dica cose
ragionevoli, Carmide. E penso, dissi, che
bisognerebbe cercare insieme se tu possieda o non possieda la cosa che ti sto
domandando, affinché tu non sia costretto a dire cio che non vuoi e d'altro
canto io non mi volga alla scienza medica in maniera sconsiderata. Se dunque ti
è cosa gradita, voglio fare questa ricerca con te, altrimenti lasciar perdere. Ma tra tutte è la cosa che mi fa più piacere,
disse lui, quindi proprio per questo,
conduci la ricerca nel modo che tu ritieni il migliore. Ecco allora, dissi io, quale mi sembra il miglior metodo di ricerca
su questo argomento. è chiaro infatti che se tu possiedi l'assennatezza, su
questa puoi formulare un qualche giudizio. è d'altra parte necessario, quando
essa è presente, se davvero c'è, che se ne abbia una qualche sensazione, grazie
alla quale potresti avere su questa una qualche opinione, che cosa sia e di
quale natura l'assennatezza; o non la pensi così? Certo, lo penso, disse. Ebbene, questa cosa che pensi, dissi, dal momento che sai parlar greco, potresti
senza dubbio dire cosa ti sembra che sia? Forse, rispose. E allora affinché possiamo congetturare se tu
l'hai in te oppure no, dimmi, continuai, che cosa affermi che sia l'assennatezza
secondo la tua opinione?. Egli in un primo momento esitava e non voleva
assolutamente rispondere, poi però disse che assennatezza a suo parere è fare
tutto con ordine e con calma, camminare per le strade e conversare, e tutte le
altre azioni allo stesso modo. E penso,
concluse, in una parola che ciò che mi
chiedi sia una certa calma. è forse
giusto ciò che dici?, dissi. Certo,
Carmide, dicono che le persone calme sono assennate. Vediamo se c'è del vero in
quello che dicono. Dimmi: l'assennatezza non è tra le cose belle? Certo, rispose. E qual è la cosa più bella nelle lezioni del
maestro: scrivere le lettere simili in fretta o con calma? In fretta. E nel leggere? Velocemente o lentamente? Velocemente. E suonare la cetra con velocità e lottare con
ritmo serrato non è molto più da virtuosi che farlo con tranquillità e
lentamente? Sì. E allora? Nel pugilato e nel pancrazio non
avviene la stessa cosa? Certo. Nella corsa, nel salto e in tutti gli altri
esercizi del corpo i movimenti fatti con prontezza e rapidità non si addicono
al virtuoso, mentre all'inetto quelli fatti a fatica e con tranquillità? è evidente. Dunque ci pare evidente, dissi io, per quel che concerne il corpo, che non è la
calma, ma la massima rapidità e prontezza ad essere la cosa migliore. Non è
così? Certamente. Ma l'assennatezza era una cosa bella? Sì. Allora
per il corpo non la calma, ma la rapidità sarebbe cosa più assennata, dal
momento che l'assennatezza è una cosa bella. Così sembra , rispose. E allora? continuai io. è più bella la facilità di apprendere o la
difficoltà di apprendere? La facilità di
apprendere. Ma la facilità di apprendere,
chiesi, significa apprendere
rapidamente? E la difficoltà di apprendere significa farlo con calma e
lentezza? Sì. Non è più bello insegnare a un altro
velocemente e con decisione piuttosto che con calma e lentamente? Sì E
poi? Richiamare alla memoria e ricordare con calma e lentamente è più bello che
farlo con decisione e rapidità? Con
decisione e rapidità, rispose. La
perspicacia non è una certa acutezza dell'animo, e non la calma? è vero. Non è forse vero che se si tratta di
comprendere ciò che viene detto, sia a scuola di scrittura sia di cetra e in
qualsiasi altro luogo, la cosa più bella non è farlo con la maggior calma
possibile, bensì con la maggior rapidità? Sì. Ma
certo, nelle ricerche dell'anima e quando essa prende delle decisioni, a
sembrare degno di lode non è il più lento nel prendere una decisione e nel
trovare una soluzione, a quanto io credo, ma colui che lo fa con la massima
facilità e rapidità. è così, disse. E in tutte le cose, aggiunsi io, o Carmide, sia in quelle che riguardano
l'anima sia in quelle che riguardano il corpo, le azioni di velocità e
prontezza non appaiono più belle rispetto a quelle di lentezza e di calma? è possibile, rispose. Dunque l'assennatezza non è una certa calma né
la vita assennata è calma, in base a questo ragionamento, dal 4 Platone
Carmide momento che deve essere bella, se è assennata. Delle due infatti
o l'una o l'altra: o mai o assai raramente le azioni calme ci apparvero nella
vita più belle di quelle rapide e forti. Se dunque, amico mio, le azioni calme,
neppure le più insignificanti, capita che siano più belle di quelle decise e
rapide, così neppure l'assennatezza potrebbe essere l'agire con calma piuttosto
che in modo forte e rapido, né nell'andatura né nell'eloquio né in nessun'altra
situazione, né la vita calma potrebbe essere più assennata di una vita non
tranquilla, dal momento che nel discorso l'assennatezza è stata da noi posta
tra le cose belle, ma belle sono apparse quelle rapide non meno di quelle
tranquille. Mi sembra ben detto, o
Socrate, disse. E allora, ripresi io, di nuovo, ponendo più attenzione, o Carmide,
dopo aver guardato in te stesso e aver riflettuto su quali effetti la presenza
della assennatezza possa avere su di te, e quale debba essere la sua natura per
produrre tale effetto, dopo aver dunque riflettuto su tutte queste cose, dimmi
con precisione e senza timore, cosa ti sembra che sia?. Ed egli rimase in
attesa e, dopo aver riflettuto in se stesso con atteggiamento decisamente
virile, ebbene, mi sembra, disse, che l'assennatezza faccia vergognare e renda
timido l'uomo, e che l'assennatezza sia ciò che di fatto è pudore. E sia, dissi io, ma poco fa non ammettevi che l'assennatezza è
una cosa bella? Certamente, disse. E che gli assennati sono anche uomini buoni? Sì. Potrebbe
allora essere buona una cosa che non rende buoni? No, certo. Non è solo dunque una cosa bella, ma anche una
cosa buona. Per lo meno mi sembra. E allora? ripresi io. Non pensi che Omero aveva ragione quando
diceva: "Il pudore non è un buon compagno per l'uomo bisognoso"? Sì. Dunque, parrebbe, il pudore non è un bene ed è
un bene. è evidente. L'assennatezza è un bene se davvero rende
coloro nei quali sia presente buoni, ma non cattivi. Ma certo, le cose mi sembra che stiano come tu
dici. Dunque assennatezza non potrebbe
essere pudore, se davvero la prima si trova ad essere un bene, mentre il pudore
non è un bene più di quanto sia un male. A me, o Socrate, sembra, disse, che questo sia detto bene: ma prendi in esame
questa definizione della assennatezza, come ti sembra che sia. Poco fa infatti
mi sono ricordato - è una cosa che sentii già dire da un tale - che
assennatezza consisterebbe nel fare ciascuno le proprie cose. Considera dunque
se pensi che abbia ragione chi dice questa cosa. E io: Ah furfante, dissi, tu hai sentito da Crizia qui presente questa
cosa o da qualche altro sapiente!. Probabilmente
da un altro, disse Crizia, non certo da
me. Ma che differenza fa, o Socrate,
disse l'altro, Carmide, da chi l'ho
sentito? Nessuna differenza, dissi io, perché in ogni caso bisogna indagare non chi
disse questa cosa, ma se sia detta bene oppure no. Ora parli bene, disse. Per Zeus, dissi io, ma se anche troveremo come sta la cosa, mi
meraviglierei, perché somiglia a un enigma. E perché? Perché sicuramente, continuai, le parole non erano espresse nel senso in cui
andava il suo pensiero, quando diceva che assennatezza è "fare le proprie
cose". Oppure tu ritieni che il maestro di scrittura non fa niente quando
scrive o quando legge? Si, certo, lo
penso, disse. Dunque tu pensi che il
maestro di scrittura scrive e legge solo il suo proprio nome, o questo
insegnava a voi ragazzi; o forse voi non scrivevate i nomi dei nemici non meno
dei vostri e dei nomi degli amici? Per
nulla meno. Forse che vi impicciavate
degli affari altrui e non eravate assennati nel fare questo? Assolutamente no. E certamente non facevate i vostri propri
affari, se davvero scrivere e leggere sono fare qualcosa. Ma certo lo sono. E infatti il guarire, caro compagno, il
costruire case, il tessere e l'eseguire qualsiasi lavoro di tecnica con
qualsivoglia arte significa sicuramente fare qualcosa. Certo. E
allora? dissi io, pensi forse che una
città sarebbe ben governata da quella legge che impone di tessere e di lavare
ciascuno il proprio mantello, di realizzare le scarpe, l'ampolla, lo strigile e
tutto il resto in base a questo stesso discorso, senza toccare le cose altrui,
ma di lavorare e realizzare ciascuno le proprie? Non lo penso, disse lui. Tuttavia, replicai, se è governata con assennatezza, dovrebbe
essere ben governata. Come no?, disse. Dunque assennatezza non potrebbe essere il
fare cose di tal genere e fare le proprie cose in questo modo. Non sembra. Parlava dunque per enigmi, a quel che sembra,
cosa che appunto io dicevo poco fa, colui che diceva che fare le proprie cose è
assennatezza; altrimenti era un ingenuo. L'hai sentita dire da uno sciocco
dunque questa cosa, o Carmide? Minimamente,
rispose, perché anzi aveva fama di
essere molto sapiente. Soprattutto, a
quel che penso, proponeva un enigma perché è difficile capire che cosa mai
significhi fare le proprie cose. Forse,
disse. E che cosa sarebbe mai, dunque,
il fare le proprie cose? Puoi dirlo? Io
non lo so, per Zeus, rispose lui, ma
forse nulla impedisce che neppure colui che lo diceva conoscesse ciò che
pensava. E mentre diceva queste cose 5 Platone Carmide sorrideva e
guardava a Crizia. Ed era evidente che già da tempo Crizia era agitato e
desideroso di farsi valere agli occhi di Carmide e dei presenti: fino a quel
momento si era trattenuto, allora non ne fu più capace: mi sembra infatti più
che vero, cosa che sospettai, che Carmide avesse sentito da Crizia questa
risposta riguardo all'assennatezza. Carmide dunque, poiché non voleva render
conto lui della risposta, ma voleva lo facesse l'altro, lo provocava e faceva
notare che era stato confutato. L'altro non lo tollerò, ma mi sembrò adirato
con lui come un poeta con un attore che recita male i suoi versi. Per cui lo
guardò fisso e poi disse: Sicché,
Carmide, pensi che se non sai tu che cosa avesse in mente colui che disse che
l'assennatezza è fare le proprie cose, allora neppure lui lo sa? Ma, eccellente Crizia, dissi io, non è affatto una cosa che desta meraviglia,
data la sua età, che ignori questa cosa; invece è naturale che tu la sappia,
sia per via della tua età sia per i tuoi studi. Se dunque ammetti che
l'assennatezza è appunto ciò che costui dice e accogli questo ragionamento,
tanto più volentieri io indagherei insieme a te se la definizione è vera oppure
no. Ebbene lo ammetto senz'altro,
rispose, e lo accetto. E fai bene, dissi io, ammetti anche ciò che chiedevo poco fa: tutti
gli artigiani fanno qualcosa? Sì. E ti sembra che facciano solo le loro cose o
anche quelle degli altri? Anche quelle
degli altri. Dunque sono assennati, pur
non facendo solo le loro cose? Infatti,
che cosa lo impedisce? chiese. Niente,
per me almeno, replicai io, ma bada che
l'impedimento non ci sia per colui che, avendo ipotizzato che l'assennatezza è
il fare le proprie cose, dice poi che nulla impedisce che anche coloro che
fanno le cose degli altri siano assennati. Io infatti, in un certo senso, disse, questo l'ho ammesso, che sono assennati coloro
che fanno le cose degli altri, se ho ammesso che sono assennati coloro che
realizzano le cose degli altri.(24) Dimmi,
tu non chiami con la stessa parola il realizzare e il fare? No davvero, disse, e neppure il lavorare e il realizzare. Ho
imparato infatti da Esiodo, il quale diceva che il lavoro non è affatto
vergogna. Pensi dunque che egli, se usava, per le occupazioni del genere di cui
parlavi poco fa, i termini "lavorare" e "fare", avrebbe
detto che non è una vergogna per nessuno fare il calzolaio o il venditore di
pesci salati o stare in un bordello? Non bisogna crederlo, Socrate, ma anche
lui, a mio parere, pensava che altro è la realizzazione di un'azione, altro la
realizzazione di un lavoro, e che mentre un'opera realizzata è a volte motivo
di vergogna, quando non è accompagnata dal bello, il lavoro invece non è mai
motivo di vergogna: infatti chiamava lavori le cose realizzate in modo bello e
utile e le realizzazioni di tal genere le chiamava lavori e azioni. Bisogna
dire che riteneva solo tali azioni proprie di ciascuno, mentre riteneva
estranee tutte quelle dannose; quindi bisogna pensare che anche Esiodo, come
qualsiasi altro uomo di buon senso, definisce assennato chi si occupa delle sue
cose. O Crizia, dissi io, non appena cominciasti a parlare io capivo,
credo, il tuo ragionamento, che chiami buone le cose proprie e personali e
azioni le creazioni di tal genere: e infatti ho sentito infinite volte Prodico
fare delle distinzioni riguardo ai nomi. Ma io ti concedo di assegnare ogni
nome come vuoi; soltanto chiarisci a cosa dài il nome che stai pronunciando.
Dunque, ora dài daccapo una definizione più chiara: l'azione o la
realizzazione, o come tu vuoi chiamarla, delle cose buone, tu dici che questa è
assennatezza? Sì, rispose. Dunque non è assennato colui che compie azioni
cattive, bensì colui che compie azioni buone? E a te, nobile Socrate, disse, non sembra così? Lascia perdere, dissi, non indaghiamo su ciò che penso io, ma su ciò
che stai dicendo ora tu. Ebbene, disse, io affermo che colui che realizza cose non
buone ma cattive non è assennato, mentre è assennato colui che realizza cose
buone ma non cattive: infatti il compimento di cose buone io te la definisco
chiaramente assennatezza. E certo nulla
impedisce che tu abbia forse ragione; tuttavia mi fa meraviglia, dissi io, il fatto che a tuo parere gli uomini che sono
assennati ignorano di essere assennati. Ma
non lo penso, replicò. Poco prima non è
stato detto da te che nulla vieta che gli artigiani, anche quando fanno le cose
degli altri, siano assennati? è stato
detto, certo, disse, ma che vuol dire
questo? Niente; ma dimmi se secondo te
un medico, quando guarisce qualcuno, fa qualcosa di utile sia per se stesso sia
per colui che guarisce. Sì. Colui che agisce così non fa forse il suo
dovere? Sì. E colui che fa il suo dovere non è assennato? è assennato, certo. Non è allora necessario che il medico sappia
quando guarisce in modo utile e quando no? E che ogni artigiano sappia quando
può trarre profitto dal lavoro che sta facendo e quando no? Forse no. A volte, dissi io, dopo aver agito in modo utile o dannoso, il
medico non sa egli stesso in che modo abbia agito; eppure, se ha operato in
modo utile, secondo il tuo discorso, ha agito in modo assennato. O non è così
che dicevi? Sì. Dunque, a quel che sembra, se ha operato in
modo utile, agisce assennatamente ed è assennato, ma ignora di se stesso che
sia assennato? In realtà, o Socrate,
ribatté, questo non potrebbe mai
avvenire. Tuttavia se tu pensi, dalle mie precedenti ammissioni, che è
inevitabile che ci si accordi su questo, io preferirei ritirare qualcuna di
quelle ammissioni, e non mi vergognerei di dire che non ho detto cose esatte,
piuttosto di ammettere che un uomo ignori di se stesso che è assennato. Io, per
me, infatti, più o meno affermo che assennatezza è proprio questo, conoscere se
stessi e sono d'accordo con colui che ha dedicato a Delfi tale iscrizione.
Platone Carmide Penso infatti che questa iscrizione sia posta in modo da
rappresentare un saluto del dio a chi entra, in luogo del "Salve",
perché questa forma di saluto non è giusta, augurare di star bene, e non
bisogna farsi questa esortazione gli uni con gli altri, ma augurarsi dì essere
assennati. In qu esto modo dunque il dio rivolge a coloro che entrano nel
santuario un saluto differente da quello che usano gli uomini: con questo
pensiero fece la dedica colui che la offrì, a mio parere; e dice, a colui che
di volta in volta entra nel tempio, nient'altro che "Sii saggio".
Certo, parla in una maniera piuttosto enigmatica, come fa un indovino; e
infatti "Conosci te stesso" e "Sii saggio" sono la stessa
cosa, come indica l'iscrizione e come sostengo anch'io, ma forse qualcuno
potrebbe pensarla diversamente, cosa che appunto, a mio avviso, è capitato a
coloro che in seguito dedicarono le iscrizioni "Nulla di troppo" e
"Garanzia porta guai".(29) Costoro infatti pensarono che "Conosci
te stesso" fosse un consiglio, ma non un saluto rivolto dal dio a coloro
che entrano; quindi anche loro, per offrire consigli non meno utili, scrissero
e dedicarono queste parole. Il fine per cui io dico tutto questo dunque, o
Socrate, è il seguente: ti lascio cadere tutto ciò che ho detto prima - in effetti
forse su quei punti avevi più ragione tu in qualcosa, forse invece avevo più
ragione io, ma nulla di ciò che dicevamo era chiaro -; ora voglio renderti
conto di questo, se non ammetti che assennatezza è conoscere se stessi. Ebbene, Crizia, dissi, tu con me ti comporti come se io sostenessi di
sapere le cose sulle quali pongo delle domande e potessi essere d'accordo con
te, solo che lo desiderassi; ma non è così, al contrario, infatti io indago
assieme con te di volta in volta il problema che si presenta, perché io stesso
non so. Dopo aver indagato, dunque, voglio dire se sono d'accordo o se non lo
sono. Suvvia, aspetta finché io non abbia fatto il mio esame. Fai dunque il tuo esame, disse. Difatti lo sto facendo, replicai io, se infatti assennatezza fosse conoscere
qualcosa, è chiaro che sarebbe una scienza e una scienza di qualcosa o no? Lo è di se stessi, rispose. Dunque anche la medicina, chiesi, è scienza della salute? Certamente. Se allora tu mi chiedessi, continuai "Essendo la medicina scienza di ciò che è
sano, in cosa è per noi utile e che cosa procura?", risponderei che è di
non poca utilità, perché ci procura un bel risultato, la salute, se accetti
questa idea. Sono d'accordo. E se poi tu mi domandassi dell'architettura,
che è la scienza del costruire, quale risultato a mio dire produca, risponderei
che produce le abitazioni; e allo stesso modo anche per le altre arti. Bisogna
dunque che anche tu risponda a proposito della assennatezza, dal momento che
affermi che essa è conoscenza di se stessi, se ti si chiede: "O Crizia,
l'assennatezza, essendo conoscenza di se stessi, quale bel risultato ci
procura, e degno del suo nome?". Via, rispondi. Ma, Socrate, replicò, la tua ricerca la stai conducendo male: essa
infatti non è simile alle altre scienze né le altre scienze si somigliano tra
loro. Tu stai invece conducendo la tua ricerca come se esse fossero simili.
Perché, dimmi, continuò, quale risultato
del calcolo o della geometria è simile alla casa dell'architettura o al
mantello prodotto della tessitura o ad altre opere di tal genere che in gran
numero si potrebbero indicare come prodotti di molte arti? Ebbene, puoi
mostrarmi anche tu qualche prodotto di queste arti che sia di tal genere? Ma
non potrai. E io risposi: Dici il vero;
ma posso mostrarti questo, di cosa sia scienza ciascuna di queste scienze, che
si trovi ad essere distinto dalla scienza stessa. Per esempio, il calcolo è la
scienza del pari e del dispari, della quantità, come sia rispetto ai pari e ai
dispari e tra i pari e i dispari tra loro; o no? Certamente, rispose. Il dispari e il pari, non sono diversi
rispetto al calcolo stesso? Come no? E a sua volta la statica è arte del pesare il
peso più pesante e il peso più leggero; tuttavia il pesante e il leggero sono
diversi dalla statica stessa. Sei d'accordo? Sì. Di'
allora, anche l'assennatezza, di cosa è scienza, che si trovi ad essere diverso
dall'assennatezza stessa? Questo è il
punto, replicò, o Socrate: tu arrivi
allo stesso risultato, cercando in che cosa differisce da tutte le scienze
l'assennatezza; ma continui a cercare una certa qual somiglianza di questa con
le altre. La cosa però non sta così, al contrario, tutte le altre sono scienze di
qualcos'altro, non di se stesse, quella sola invece è scienza delle altre
scienze e anche di se stessa. E queste cose certo non ti sono sfuggite; ma,
penso, ciò che poco fa affermavi di non fare, lo stai facendo, perché
cerchi di confutare, dopo aver lasciato andare l'argomento su cui verte il
discorso. Quale errore fai, dissi, a pensare che se ti confuto quanto più è
possibile, lo faccio per qualche altra ragione che non sia appunto quella per
cui esaminerei cosa io stesso stia dicendo, nel timore che, senza avvedermene,
io pensi di sapere, mentre non so. E quindi io, per parte mia, dichiaro adesso
di fare questo: di esaminare il ragionamento soprattutto nel mio stesso
interesse, ma forse anche nell'interesse degli altri amici; o forse non pensi
che sia un bene comune per quasi tutti gli uomini che ognuna delle cose che
esistono diventi evidente nel suo modo di essere? è proprio ciò che penso anch'io, o Socrate,
rispose. Coraggio, dunque, ripresi, carissimo, rispondendo alla domanda nel modo
in cui ti sembra, lascia perdere se sia Crizia o Socrate colui che viene
confutato; ponendo invece attenzione al ragionamento stesso esamina in che modo
ne verrà fuori, se viene confutato. Ebbene,
concluse, farò così: le tue parole mi
sembrano misurate. Parla allora, ripresi
io, riguardo all'assennatezza cosa dici?
Affermo allora, rispose, che sola tra le altre scienze essa è scienza
di se stessa e delle altre scienze. Ma
non sarebbe anche scienza dell'ignoranza, chiesi io, se lo è anche della scienza? Certamente, rispose. Dunque soltanto l'assennato conoscerà se
stesso e sarà in grado di esaminare che cosa egli si dà il caso che sappia e
7 Platone Carmide che cosa non sa, e sarà capace allo stesso modo
di esaminare anche gli altri, che cosa uno sappia o pensi di sapere, se davvero
sa, e che cosa poi pensi di sapere ma non sa; lui solo può farlo, nessun altro.
Questo significa dunque essere assennati e l'assennatezza: conoscere se stessi
e sapere cosa si sa e cosa non si sa. Non è questo ciò che vuoi dire? Sì, rispose. E ancora, ripresi, con la terza coppa al salvatore, come
all'inizio esaminiamo in prima istanza se questa cosa sia possibile oppure no -
sapere che si sanno e che non si sanno le cose che si sanno e quelle che non si
sanno -; in seconda istanza, se è possibile nel modo più assoluto, quale
utilità ne potremmo ricavare noi a saperlo. Certo, bisogna fare un'indagine, disse. Via, Crizia, incalzai, esamina se riguardo a questi argomenti tu non
possa apparire in qualcosa più pieno dì risorse di me, perché io sono in
difficoltà; ma devo dirti in cosa sono in difficoltà? Certo, rispose. Tutto questo, dissi io, non sarebbe forse, se davvero è come tu dicevi
poco fa, una sola scienza, la quale non è scienza di nient'altro se non di se
stessa e delle altre scienze e nello stesso tempo anche della mancanza di
scienza? Certo. Vedi dunque in che modo assurdo, caro
compagno, ci accingiamo a fare questo ragionamento: infatti se esamini questo
stesso punto in altri contesti, ti sembrerà, com'io credo, impossibile. Come e in quali contesti? In questi. Rifletti se a tuo parere esiste una
vista che non sia la vista di quelle cose delle quali ci sono altre viste, ma
che sia la vista di se stessa e delle altre viste e allo stesso modo delle
assenze di vista, e, pur essendo una vista, non veda nessun colore, ma solo se
stessa e le altre viste: ti sembra che possa esistere una vista di tal genere? Per Zeus, no. E un udito che non oda nessuna voce, ma che
senta invece se stesso e gli altri uditi e le assenze di udito? Neppure questo. Insomma esamina tutte le percezioni, ti sembra
che qualcuna sia percezione delle percezioni e di se stessa, ma che delle cose
delle quali hanno percezione le altre sensazioni, non abbia nessuna percezione?
Non lo penso. Ma ti sembra che esista un desiderio che non
sia desiderio di nessun piacere, ma di se stesso e degli altri desideri? No davvero. Neppure una volontà, com'io credo, che non
voglia nessun bene, ma voglia solo se stessa e le altre volontà. No, certo. Potresti affermare che esista un amore tale
che si trovi ad essere amore di nessuna bellezza, ma di se stesso e degli altri
amori? No, rispose. E hai già osservato una qualche paura che tema
se stessa e le altre paure, ma non tema neppure una sola delle cose terribili? Non l'ho notata, rispose. Un'opinione che sia opinione di opinioni e di
se stessa, ma che sulle cose sulla quali opinano le altre opinioni non opini? In nessun modo. Ma, a quel che sembra, affermiamo che esiste
una scienza di tal genere che non è scienza di nessuna disciplina: non è
scienza di nulla, ma è scienza di se stessa e delle altre scienze? Lo affermiamo infatti. Non è assurdo, se davvero esiste? Dunque non
affermiamo ancora con fermezza che non esiste, esaminiamo piuttosto ancora se
esiste. Dici bene. Vediamo dunque: questa scienza è scienza di
qualcosa e ha un potere tale da esserlo di qualcosa, o no? Certamente. E difatti noi affermiamo che ciò che è
maggiore ha un potere tale da essere maggiore di qualcosa? Difatti lo ha. E di qualcosa che è minore, se davvero è
maggiore? Necessariamente. Se dunque trovassimo qualcosa di maggiore che
fosse maggiore delle cose maggiori e di se stesso, ma che non fosse maggiore di
nessuna di quelle cose rispetto alle quali le altre sono maggiori, certamente
gli toccherebbe, se davvero è maggiore di se stesso, di essere anche minore di
se stesso; o no? Assolutamente
inevitabile, o Socrate, rispose. Ancora,
se qualcosa è doppio delle altre cose doppie e di se stesso, sarebbe dunque il
doppio di una metà che è sia se stesso sia gli altri doppi: e difatti non c'è
doppio di altro che della metà. è vero. Essendo dunque più di se stesso, non sarà
anche meno? Ed essendo più pesante più leggero, ed essendo più anziano più
giovane e in tutto il resto allo stesso modo? La cosa che abbia la propria
potenza in rapporto a se stessa, non avrà anche quella essenza con la quale era
in rapporto la sua potenza? Voglio dire questo: per esempio l'udito, diciamo,
non era udito di altro se non del suono, o no? Sì. Se
dunque sentirà se stesso, sentirà se stesso perché provvisto di suono,
altrimenti non si udrebbe. Decisamente
inevitabile. E la vista, nobile uomo, se
davvero essa vedrà se stessa, deve necessariamente avere essa stessa un colore,
perché una vista non potrebbe mai vedere niente che sia incolore. No, certo. Vedi dunque, o Crizia, che quante cose abbiamo
esposto, alcune ci sono parse assolutamente impossibili, su altre ci sono forti
dubbi che possano avere su loro stesse il loro stesso potere? Infatti per le
grandezze, le quantità e altre cose di tal genere è assolutamente impossibile;
o no? Certamente. L'udito poi e la vista e ancora lo stesso
movimento che possa muovere se stesso e il calore bruciare e tutte le altre
8 Platone Carmide cose del genere in alcuni potrebbero provocare
incredulità, in altri forse no. C'è bisogno, mio caro, di un grande uomo che
distinguerà adeguatamente, per tutti i casi, se nessuna delle cose esistenti
abbia per natura il suo potere essa su se stessa, ma su altro alcune sì e altre
no; e s e poi esistono alcune cose che hanno potere su se stesse, se tra queste
c'è la scienza che noi diciamo essere appunto l'assennatezza. Io non mi credo
capace di fare queste distinzioni: perciò non posso sostenere fermamente ne se
sia possibile che avvenga questo, che esista una scienza della scienza, né, nel
caso sia precisamente così, accetto che questa stessa cosa sia l'assennatezza,
prima che io abbia esaminato se, essendo di tale natura, possa esserci utile o
no. Infatti che l'assennatezza sia qualcosa di utile e di buono lo indovino. E
tu dunque, figlio di Callescro - giacché stabilisci che l'assennatezza è
questo, scienza di una scienza e quindi anche di una mancanza di scienza - per
prima cosa mostra che è possibile ciò che poco fa io dicevo, in secondo luogo
che oltre ad essere possibile è anche utile; e forse potresti anche soddisfare
me, con l'idea che sia giusta la definizione che dài dell'assennatezza. E
Crizia, udite queste parole e avendomi visto in difficoltà, come accade a
coloro che, nel vedere delle persone sbadigliare, ne condividono il bisogno,
anche lui mi sembrò costretto dal mio essere in difficoltà e preso egli stesso
dall'imbarazzo. Poiché dunque in ogni occasione si faceva onore, provava
vergogna davanti ai presenti, e non voleva concedermi di non essere capace di
distinguere le cose sulle quali io lo avevo chiamato a fare distinzioni, e non
diceva nulla di preciso, cercando di nascondere l'imbarazzo. E io, per far
proseguire il nostro ragionamento, dissi: Ma se è opportuno, o Crizia, ammettiamo pure
ora questo dato, che è possibile che esista una scienza della scienza;
esamineremo di nuovo se è così o no. Suvvia, posto che questo sia assolutamente
possibile, in cosa allora è maggiormente possibile sapere quel che uno sa o
quale che non sa? Dicevamo (33) infatti che questo è appunto conoscere se
stessi ed essere assennati; o no? Certo,
rispose, e in certo qual modo ne
consegue, Socrate; infatti se uno possiede una scienza che conosce se stessa,
sarebbe della stessa natura della cosa che possiede: come per esempio quando
uno ha la velocità, veloce, quando ha la bellezza, è bello, e quando ha la conoscenza,
è uno che conosce; quando però uno abbia una conoscenza che conosca se stessa,
in certo qual modo sarà allora egli stesso conoscitore di se stesso. Non discuto questo, ribattei io, che quando un uomo possieda una cosa che
conosce se stessa, non conoscerà egli stesso se stesso, ma che necessità c'è
che colui che abbia questa cosa sappia ciò che sa e ciò che non sa? Perché queste due cose sono identiche, Socrate.
Forse, ribattei, ma ho paura di essere sempre allo stesso
punto, perché non capisco come possa essere lo stesso il sapere ciò che si sa e
il sapere ciò che non si sa. Come dici?,
chiese. Dico questo, risposi, una scienza che in qualche modo è scienza di
scienza sarà in grado di distinguere di più rispetto al dire: di queste cose
l'una è scienza, mentre l'altra non è scienza? No, ma solo questo. Dunque vale lo stesso per la scienza e per
l'ignoranza del sano, e per la scienza e l'ignoranza del giusto? In nessun modo. Ma l'una, credo, è la medicina, l'altra la
politica, mentre quest'altra non è nient'altro che scienza. Come no, infatti. Se dunque uno non aggiunge il sano e il
giusto, ma conosce solo la scienza, dal momento che ha soltanto la scienza di
questo, potrebbe ragionevolmente conoscere, riguardo a se stesso e riguardo
agli altri, che sa una cosa e possiede una scienza, o no? Sì. Ciò
che conosce grazie a questa scienza come lo saprà? Infatti conosce ciò che è
sano grazie alla medicina, ma non grazie all'assennatezza, ciò che è armonico
grazie alla musica, ma non grazie all'assennatezza, ciò che riguarda le
costruzioni grazie all'architettura, ma non grazie all'assennatezza, e così
via, o no ? è evidente. Ma grazie all'assennatezza, se davvero è
soltanto scienza delle scienze, come saprà che conosce ciò che è sano o ciò che
riguarda le costruzioni? In nessun modo.
Dunque colui che ignora queste cose non
saprà ciò che sa, ma saprà soltanto che sa. Sembra. Né l'essere assennati né l'assennatezza
sarebbero dunque questo: sapere le cose che si sanno e le cose che non si
sanno, ma, come sembra, soltanto che si sa e che non si sa. è probabile. Né costui sarà capace di esaminare se un
altro, che va dicendo di conoscere qualcosa, sa ciò che dice di sapere o non lo
sa; ma conoscerà questo soltanto, a quanto sembra, che possiede una scienza, di
cosa però l'assennatezza non glielo farà conoscere. Non pare. Non sarà in grado di distinguere colui che si
spaccia per medico ma non lo è e chi invece lo è realmente, né nessun altro di
coloro che sanno e non sanno. Esaminiamo dunque da qui: se l'assennato, o
chiunque altro voglia riconoscere il vero medico e colui che non lo è, non si
comporterà dunque in questo modo. Non gli parlerà certo di medicina- perché il
medico, come dicevamo, non si intende di nient'altro che non sia la salute e la
malattia - o no? Sì, è così. Di scienza invece non sa nulla, questa la
attribuimmo infatti all'assennatezza soltanto. Sì. Né
di medicina sa nulla il medico, dal momento che la medicina si dà il caso che
sia appunto una scienza. è vero. Che dunque il medico possiede una scienza,
l'assennato lo comprenderà; poiché tuttavia bisogna sperimentare quale sia, non
esaminerà forse di quali cose sia scienza? O non è forse vero che, grazie a
questo, di ogni scienza viene 9 Platone Carmide stabilito non
soltanto che sia scienza ma anche uale scienza sia, grazie cioè al fatto che è
scienza di qualcosa? Grazie a questo,
certo. E la medicina viene definita
diversa dalle altre scienze, per il fatto che è scienza del sano e del malato. Sì. Dunque
colui che voglia indagare sulla medicina non deve forse ricercare all'interno
di quelle situazioni nelle quali la medicina sia presente e certo non in quelle
esterne alla medicina o nelle quali questa non sia contemplata? Certo non in queste. In ciò che è sano e in ciò che è malato dunque
colui che fa un'indagine corretta esaminerà il medico, in quanto medico. è naturale. Indagando dunque nelle parole dette e nelle
azioni compiute in questo modo: le parole, per vedere se sono ben dette, le
azioni, per vedere se sono ben fatte? Necessariamente.
Senza la medicina potrebbe qualcuno
prestare attenzione all'una o all'altra di queste due cose? No davvero. Nessun altro potrebbe farlo, com'è naturale,
tranne un medico, neppure un assennato, perché dovrebbe essere un medico in
aggiunta all'assennatezza. è così. Soprattutto, se l'assennatezza è soltanto la
scienza della scienza e dell'ignoranza, non sarà in grado di distinguere né un
medico che conosce i princìpi della sua arte o colui che non li conosce ma
pretende di conoscerli o pensa di conoscerli, né nessun altro di coloro che
conoscono una scienza e qualsiasi cosa sappiano, a meno che non si tratti di
una persona che condivida la sua arte, come gli altri artigiani. è evidente, disse. Quale vantaggio dunque, dissi, Crizia, potremmo ancora ricavare da una
assennatezza che sia di tal fatta? Se infatti, ipotesi che facevamo all'inizio,
l'assennato sapesse ciò che sa e ciò che non sa, e sapesse queste cose di
saperle e queste altre di non saperle, e fosse in grado di esaminare un altro
che si trovi in questa stessa situazione, ci sarebbe di grandissima utilità,
diciamo, essere assennati: vivremmo esenti da errore noi stessi che possediamo
l'assennatezza e tutti gli altri quanti fossero governati da noi. E difatti non
ci metteremmo a fare cose che non conosciamo, ma, cercando persone che
sappiano, le affideremmo a loro, né permetteremmo agli altri, sui quali
esercitiamo un comando, di fare nient'altro se non ciò che potrebbero fare
bene: e questo sarebbe ciò di cui abbiano scienza; e così, una casa
amministrata dall'assennatezza sarebbe ben amministrata, una città ben
governata e ogni altra cosa sulla quale eserciti un potere l'assennatezza:
rimosso l'errore, e facendo d'altra parte da guida la correttezza, in ogni
azione è necessario che coloro che si trovano in queste condizioni abbiano
buona fortuna e d'altra parte, avendo buona fortuna, siano felici. Non è questo,
dissi, Crizia, che intendevamo a
proposito dell'assennatezza, dicendo quale grande bene sarebbe conoscere ciò
che si sa e ciò che non si sa? Certamente,
rispose: è così. Ora, ripresi io, vedi che non è apparsa in nessun luogo nessuna
scienza di questo tipo. Lo vedo, disse. Non ha forse questo di buono, continuai, la scienza che ora stiamo cercando,
l'assennatezza, il conoscere la scienza e l'ignoranza: che quando uno la
possiede, qualsiasi altra cosa apprenda, la apprenderà più facilmente e tutto
gli apparirà più chiaro, dato che, in aggiunta a ogni cosa che apprenda, avrà
la visione della scienza, ed esaminerà meglio gli altri sulle cose che egli
stesso abbia appreso, mentre gli altri, conducendo l'esame senza la scienza, lo
faranno in maniera più debole e mediocre? Sono questi, caro amico, i tipi di
vantaggi che otterremo dall'assennatezza, mentre noi miriamo a qualcosa di più
grande e desideriamo che questo stesso qualcosa sia maggiore di quanto sia? Forse è così, rispose. Forse, dissi io, forse però noi non cercammo niente di utile.
Faccio questa congettura perché mi appaiono certi strani fatti riguardo
all'assennatezza, se è di tal fatta. Vediamo, dunque, se vuoi: avendo ammesso
che è possibile conoscere la scienza e ciò che all'inizio ponevamo essere
l'assennatezza, cioè conoscere ciò che si sa e ciò che non si sa, non
neghiamolo, ma concediamolo; e dopo aver accettato tutte queste cose,
esaminiamo ancora meglio se, essendo tale, ci porterà anche qualche vantaggio.
Infatti non mi sembra, o Crizia, che abbiamo fatto bene ad ammettere ciò che
dicevamo poco fa, che l'assennatezza, se fosse tale, sarebbe un gran bene,
facendo da guida all'amministrazione sia della casa sia della città. Come mai? domandò. Perché, risposi, ammettemmo con facilità che è un grande bene
per gli uomini se ognuno di noi facesse le cose che sa, mentre quelle che non
sa le affidasse ad altri che le conoscano. Dunque non facemmo bene ad ammetterlo? No, non mi sembra, risposi io. Dici cose strane veramente, o Socrate,
commentò. Per il cane!, (36) esclamai. Anche a me sembra così, e avendo rivolto là lo
sguardo anche poco fa, dicevo che mi si mostravano davanti alcune cose strane e
che temevo che la nostra ricerca non fosse esatta. Infatti veramente, se
l'assennatezza è esattamente tale, non mi sembra per nulla chiaro quale
vantaggio essa ci arrechi. E come mai?,
disse lui. Parla, affinché sappiamo
anche noi ciò che vuoi dire. Penso,
dissi io, di star sragionando; bisogna
tuttavia esaminare l'idea che mi si presentava e non rifiutarla con leggerezza,
se uno si preoccupa almeno un po' di se stesso. Parli bene, disse. Platone Carmide Ascolta dunque, continuai, il mio sogno, sia esso venuto attraverso la
porta di corno o attraverso quella di avorio. Se infatti l'assennatezza
esercitasse su di noi il massimo potere, essendo quale ora la definiamo, forse
tutto verrebbe fatto in base alle scienze, e nessun nocchiero, che affermi di
essere tale senza esserlo, potrebbe ingannarci, né medico né stratego né nessun
altro che finga di sapere qualcosa che non sa, potrebbe farla franca; dal
momento che le cose stanno così, potrebbe accaderci qualcos'altro se non che
saremo fisicamente più sani di ora e ci salveremo nei pericoli, sia in mare sia
in guerra e avremo gli utensili, la veste, tutti i tipi di calzature e ogni
oggetto fabbricato con arte e molte altre cose, dal momento che ci serviamo di
abili artigiani? Se vuoi, ammettiamo che anche la mantica sia la scienza di ciò
che deve avvenire e l'assennatezza, che è ad essa preposta, tolga di mezzo i
ciarlatani, e invece stabilisca i veri indovini quali profeti del futuro. Che
così disposto il genere umano potrebbe agire e vivere sapientemente, lo capisco
- infatti l'assennatezza, stando di guardia, non permetterebbe che l'ignoranza,
sopravvenendo, fosse nostra collaboratrice -, ma che agendo sapientemente
avremmo fortuna e saremmo felici, questo invece non siamo ancora in grado di
capirlo chiaramente, caro Crizia. Tuttavia, riprese, non troverai facilmente un altro fine (38)
dell'avere fortuna, se rifiuti l'agire secondo la scienza. Insegnami allora ancora una piccola cosa,
dissi io, secondo la scienza di cosa
intendi? Forse del taglio del cuoio? Per
Zeus, no. Allora della lavorazione del
bronzo? Niente affatto. Allora della lana, del legno o di altro
materiale del genere? No davvero. Dunque non rimaniamo fermi al ragionamento
secondo cui chi vive secondo la scienza è felice. Infatti costoro, nonostante
che vivano secondo la scienza, tu non ammetti che siano felici, ma mi sembra
che tu limiti l'uomo felice a colui che vive secondo la scienza di determinate
cose. E forse ti riferisci a colui che menzionavo poco fa, colui che conosce
tutto ciò che sta per avvenire, l'indovino. Ti riferisci a lui o a qualcun
altro? A lui, rispose, e a un altro. Chi?, domandai. Forse un uomo del genere, se oltre a conoscere
il futuro conoscesse anche tutte le cose passate e quelle presenti e non
ignorasse nulla? Poniamo che un tal uomo esista. Non potresti infatti, penso,
dire che ci sia al mondo qualcuno che vive con più scienza di lui. No, certo. Desidero inoltre sapere questo, quale tra le
scienze lo rende felice? O forse tutte nella stessa misura? Nient'affatto nella stessa misura, rispose. Ma quale più di tutte? Grazie alla quale, cosa
sa tra le cose presenti, quelle passate e quelle future? Forse quella grazie
alla quale conosce il gioco degli scacchi? Ma quale gioco degli scacchi?, esclamò. Allora quella grazie alla quale conosca il
calcolo? Nient'affatto. Allora quella per cui conosce ciò che è sano? Piuttosto, rispose. Ma qual è quella scienza alla quale faccio
particolare riferimento, continuai, grazie
alla quale, cosa può conoscere? Quella
per cui conosce il bene e il male. Ah
furfante, esclamai, da tempo mi porti in
giro, nascondendomi che non era il vivere secondo scienza a fare la fortuna e
la felicità, né è prerogativa di tutte le altre scienze insieme, ma di una
sola, che è soltanto quella che tocca il bene e il male. Perché, Crizia, se
toglierai questa scienza dalle altre scienze, forse la medicina farà guarire un
po' meno, l'arte del calzolaio farà calzare meno scarpe, la tessitura vestire
meno, l'arte del nocchiero impediràmeno di morire in mare e quella dello
stratego in guerra? Non meno, rispose. Ma, caro Crizia, che ognuna di queste cose
avvenga bene e in modo utile ci verrà a mancare, se questa scienza è assente. Quel che dici è vero. Questa scienza dunque, a quel che sembra, non
è l'assennatezza, ma quella la cui funzione è di esserci utile. Infatti non è
la scienza delle scienze e delle non scienze, ma del bene e del male: cosicché,
se dunque la scienza utile è quest'ultima, l'assennatezza per noi sarebbe
qualcosa di diverso. Perché, chiese, non potrebbe esserci utile? Infatti se
l'assennatezza è in modo particolare scienza delle scienze, presiede anche le
altre scienze, e, avendo potere anche su questa, cioè la scienza del bene,
dovrebbe esserci utile. Quale fa
guarire?, chiesi. Questa? E non la
scienza medica? E le altre opere delle arti le compie questa e non le altre
arti, ciascuna la propria? Non abbiamo invece stabilito da tempo che essa è
unicamente scienza della scienza e della mancanza di scienza e di nient'altro,
non è così? Almeno pare. Non sarà dunque artefice di salute? No, certo. La salute era infatti opera di un'altra arte,
o no? Si, di un'altra. Né dunque sarà artefice di utilità, caro
compagno: perché poco fa attribuimmo a un'altra arte questo compito, è vero? Certo. In
che modo sarà dunque utile l'assennatezza, se non è artefice di nessuna
utilità? In nessun modo, o Socrate,
almeno sembra. Vedi dunque, o Crizia,
come a ragione tempo fa io temessi e a buon diritto mi rimproveravo di non aver
condotto un'indagine utile sull'assennatezza? Infatti la cosa che per generale
ammissione è tra tutte la più bella non ci sarebbe apparsa priva di utilità, se
io fossi stato di qualche utilità alla realizzazione di una buona ricerca. Ora
siamo invece battuti su tutti i fronti e non siamo in grado di scoprire per
quale delle realtà esistenti il legislatore pose questo nome, l'assennatezza.
Eppure abbiamo ammesso molte cose che non conseguivano al nostro ragionamento. Platone
Carmide Infatti ammettemmo che è scienza della scienza, nonostante che il
ragionamento non lo permettesse e affermasse che non è così; concedemmo poi a
questa scienza di conoscere anche i compiti delle altre scienze, nonostante che
neppure questo ammettesse il ragionamento, affinché l'assennato potesse
diventare per noi uno che sa di sapere quello che sa e di non sapere quello che
non sa. E questo lo ammettemmo con grande generosità, senza riflettere sul
fatto che è impossibile che uno possa in qualsiasi modo sapere cose che non sa
assolutamente; la nostra ammissione infatti dice che si sa ciò che non si sa.
Eppure, com'io credo, non c'è nulla rispetto a cui questo non potrebbe apparire
più assurdo. Tuttavia la ricerca, che ci ha trovati così disponibili e non
inflessibili, n on è maggiormente in grado di trovare la verità, anzi tanto
l'ha derisa che ciò che noi da tempo, cercando un accordo ed elaborando
insieme, stabilimmo essere l'assennatezza ci appariva manifestamente, con
grande insolenza, inutile. Dunque io, per parte mia, mi indigno meno; ma per te,
continuai, o Carmide, sono molto
indignato, se tu, che sei tale per aspetto e oltre a ciò molto assennato
nell'animo, non trarrai nessuna utilità da questa assennatezza, né ti sarà di
alcuna utilità la sua presenza nella vtia. Ma ancora di più mi indigno per la
formula magica che imparai dal Trace, (42) se, mentre è di nessun valore
pratico, ci misi tanto zelo ad impararla. Ebbene, non credo che le cose stiano
così, ma che io sono un ricercatore mediocre; perché, penso, l'assennatezza è
un gran bene e se davvero la possiedi, sei un uomo beato. Via, guarda se l'hai
e non hai nessun bisogno della formula magica, perché se la possiedi, io ti
consiglierei piuttosto di ritenere me un chiacchierone, incapace di ricercare
col ragionamento alcunché, te invece quanto più assennato tanto più felice. E
Carmide, Ma per Zeus, disse, io non so né se la possiedo né se non la
possiedo: come potrei sapere ciò che neppure voi siete capaci di trovare cosa
mai sia, come tu affermi? Io non sono tuttavia molto persuaso da te, e per
parte mia, o Socrate, credo di avere molto bisogno della formula magica e per
quel che concerne me nulla impedisce che venga incantato da te tanti giorni
finché tu dica che è sufficiente. E sia:
tuttavia, o Carmide, disse Crizia, se lo
farai, questa sarà per me la prova che sei assennato, nel caso tu ti sottoponga
all'incantamento di Socrate e non ti allontani da lui né molto né poco. Stai sicuro che lo seguirò e non lo lascerò,
rispose, perché mi comporterei in modo
terribile, se non obbedissi a te, il tutore, e non facessi ciò che mi ordini. Ebbene, ribatté l'altro, io te lo ordino. Lo farò, rispose, a partire da questo stesso giorno. Voi due, intervenni io, che cosa state decidendo di fare? Nulla, rispose Carmide, abbiamo già deciso. Allora mi costringerai, esclamai, e non mi concederai la possibilità di
un'inchiesta? Stai sicuro che ti costringerò, dal momento che costui me lo
ordina; in considerazione di ciò decidi tu cosa farai. Ma non resta nessuna decisione, dissi io, infatti se tu ti metti a fare qualsiasi cosa e
usi la forza, nessun uomo sarà capace di contrastarti. No, certo, ribatté: non opporti neppure tu. Allora non mi opporrò, dissi io. Platone
Carmide 1) è la lezione "ecomen" adottata dall'editore Burnet
(altri editori leggono, al singolare, "econ men"). Colonia corinzia,
entrata nella Lega navale delio-attica. Atene le impose di rinunciare ai suoi legami
con la madrepatria Corinto, la quale annualmente inviava a Potidea un
magistrato (epidamiurgo), incaricato di partecipare al governo della città. Il
rifiuto di Potidea alle richieste ateniesi costituisce uno dei casus belli che
porteranno allo scoppio della guerra del Peloponneso. L'assedio di Potidea, da
parte del contingente ateniese guidato da Callia, durò dal 432 al 429 a.C.
(cfr. Tucidide). Nell'Apologia Socrate ricorda agli Ateniesi la sua fedeltà, da
lui dimostrata sul campo a Potidea, appunto, ad Anfipoli e a Delio. Si tratta
evidentemente di un istruttore, di cui non sappiamo altro. 4) Antica divinità
ateniese, nel cui santuario venivano onorati anche Codro e Neleo. Il santuario
si trovava probabilmente a sud dell'Acropoli. Cherefonte, del demo attico di
Sfetto, è ricordato come amico di Socrate già da Aristofane (Nubes) e da
Senofonte (Memorabilia primo 2, 48). Compare come interlocutore anche nel
Gorgia. Esponente politico di parte democratica, viene esiliato dai Trenta
Tiranni, rientra ad Atene, con Trasibulo. Nell’anno dei processo e della morte
di Socrate, Cherefonte era già morto (cfr. Apologia Socratis). A lui la Pizia
diede il famoso responso che indicava in Socrate il più saggio degli uomini. La
Suida accenna a presunte opere di Cherefonte, perdute tuttavia già nell'antichità.
Callescro era fratello di Glaucone, nonno materno di Platone. 7) Carmide era
infatti figlio di Glaucone, a sua volta fratello di Callescro, il padre di
Crizia (cfr. la nota precedente). Figlia di Glaucone era Perictione, madre di
Platone. Platone era pertanto nipote di Carmide, e figlio della cugina di
Crizia. Cfr. Sofocle, frammento 330 Radt: su pietra bianca cordicella bianca. I
carpentieri che normalmente usano per le misurazioni una cordicella rossa
considerano la cordicella bianca strumento non funzionale per la misurazione e
pertanto inutilizzabile. Socrate si definisce dunque "cordicella
bianca", giudice non funzionale, per questa sua tendenza a considerare
tutti belli i giovani nel fiore degli anni. Ma Carmide, come dimostreranno già
le prime battute sul suo arrivo, smantellerà completamente questa convinzione
del maestro. 9) La discendenza di Carmide e di Crizia da Solone passa
attraverso Dropide, padre di Crizia il vecchio, che era nonno di Carmide e del
nostro Crizia (cfr. Timaeus 20e). Secondo Diogene Laerzio, e Proclo, In
Platonis Timaeum, Dropide era fratello di Solone. Solone fu arconte ad Atene
(Diogene Laerzio, (Aristotele, Respublica Atheniensium 1Abolì i debiti e liberò
dalle ipoteche i beni dei debitori, restituendo la libertà a coloro che,
insolventi, avevano acceso ipoteche sulla propria persona. Riformò il sistema
dei pesi e delle misure e introdusse una moneta più leggera, con una
svalutazione che favoriva in modo particolare i debitori. Nella vecchia
ripartizione in classi dei cittadini ateniesi aggiunse la classe dei
pentacosiomedimni. Fu scrittore di elegie (5.000 versi, secondo Diogene
Laerzio), poesie giambiche ed epodi. 10) Poeta lirico forse da identificare col
Cidia, accostato da Plutarco nei Moralia a Mimnermo e Archiloco, De facie in
orbe lunae. Il principio qui esposto,
della corrispondenza della parte e delle parti col tutto nell'organismo umano, è
alla base della terapia della medicina ippocratica. Nel Corpus Hippocraticum è
compreso un trattato (Sul regime di vita. Divinità dei Traci, identificato da
Mnasea (in Fozio, s.v. "Zalmoxis") con il dio greco Crono. Erodoto
racconta che prima di essere dio fu uomo, schiavo di Pitagora a Samo.
Acquistata la libertà, tornò in Tracia, dove annunciò ai cittadini eminenti che
tutti i loro discendenti sarebbero vissuti in eterno e avrebbero avuto ogni
bene. Queste notizie, che Erodoto ha raccolto tra i Greci dell'Ellesponto,
servivano forse a sottolineare le analogie tra sciamanismo e pitagorismo.
Erodoto tuttavia si mostra scettico e ristabilisce la giusta cronologia,
dichiarando che Zalmoxis è in realtà vissuto prima di Pitagora. Cfr. E.R.
Dodds, I Greci e l'irrazionale, Firenze. Per il senso più ampio da attribuire
al termine greco "sophrosúne" cfr. quanto osservato nella premessa al
dialogo. Anacreonte nacque a Teo, in Asia Minore. Visse alla corte di Policrate
dì Samo (tiranno) e, dopo la morte di questi, in Tessaglia e ad Atene. Fu
autore di componimenti in metro elegiaco, giambico e in metri lirici quali
l'anacreontico, il gliconeo, il ferecrateo. Del Crizia antenato del Crizia del
quinto secolo parlano in effetti due versi di Solone (frammento Gentili-
Prato). 18) Pirilampe, figlio di Antifonte, fu amico di Pericle (Plutarco,
Pericles. Era famoso per i suoi allevamenti di pavoni che probabilmente aveva
portato dalla Persia. Viene inoltre ricordato dalle fonti come secondo marito
di Perictione, madre di Platone. Abari è sciamano e taumaturgo, che Erodoto
definisce sacerdote di Apollo. Pindaro (frammento Bowra) lo assegna all'età di
Creso. Di lui si raccontava che viaggiasse senza mai mangiare e che portasse
con sé una freccia donatagli da Apollo. Secondo il lessico Suida(s.v.) venne in
delegazione ufficiale dal paese degli 13 Platone Carmide Iperborei
ad Atene al tempo della terza Olimpiade. Abari, come Zalmoxis e Pitagora, è un
altro esempio di ponte gettato, nell'immaginario antico, tra Oriente e
Occidente. Combattimento combinato di lotta ("pále"), e pugilato
("pugme"). Gara particolarmente pericolosa, ammetteva praticamente
ogni genere di colpo; era tuttavia proibito mordere ed accecare l'avversario.
Cfr. Platone, Euthydemus) Cfr. Odyssea. Cfr. frammento Diels-Kranz 88B 41a. Che
la definizione sia di Crizia è confermato dalla reazione indispettita che
Platone gii attribuisce. Si tratta di una formula che Platone considerava
evidentemente momento essenziale del percorso di ricerca della definizione
ultima di "sophrosúne". In Crizia la definizione doveva avere una
valenza specificamente politica e riflettere il settarismo esclusivista di una concezione di
vita che sprofondava le sue radici nell'antica etica aristocratica (A.
Battegazzore, in Sofisti. Testimonianze e frammenti, volume 4, a cura di M.
Untersteiner e A. Battegazzore, Firenze. Lo strigile era uno strumento
impiegato nella palestra per raschiare dal corpo l'olio e la sabbia.
Probabilmente c'è qui un riferimento polemico a Ippia di Elide (cfr. Hippias
minor), il quale si faceva sostenitore dell'autarchia e ad Olimpia esibì un anello,
un sigillo, uno strigile, un'ampolla, calzari, un mantello, e perfino una
tunica e una cintura di foggia persiana, interamente realizzati da lui. Ai
verbi "pratto" e "poieo" va dato il diverso significato di
'fare' e di 'realizzare', essendo il primo non necessariamente collegato con
una realizzazione di oggetti che è invece implicita nel verbo "poieo",
come anche nel verbo "érgazestai" 'lavorare', che Platone impiega
qualche riga più in basso (A. Braun, I verbi del fare nel greco, in Studi italiani di filologia classica. Esiodo,
Opera et dies. La formulazione anticipa uno dei princìpi del l'etica
attivistica periclea, nel "manifesto" della democrazia ateniese
riportato da Tucidide, 2,40,; cfr. D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo
dall'età micenea all'età romana, Bari-Roma; Idem Demokratia. Origini di
un'idea. Bari-Roma. Prodico dì Ceo, sofista contemporaneo di Socrate, nato
probabilmente nel 465 e morto nel 400 a.C., scrisse le "Orai" (Ore o
Stagioni), e un'opera "Sulla natura". Viaggiò in molte città greche
come ambasciatore e spesso ad Atene, dove offriva ai giovani che seguivano il
suo insegnamento la possibilità di optare tra lezioni da una dracma e lezioni
da cinquanta dracme. Le sue ricerche, tra le altre cose, vertevano sulla
definizione dei sinonimi. Cfr. Platone, Hippias maior. L'iscrizione sull'architrave del santuario di
Apollo a Delfi aveva probabilmente un significato religioso, di ammonimento al
visitatore affinché ricordasse la sua condizione mortale. Cfr. Teognide. Proverbio
cui fa riferimento in un frammento anche il commediografo Cratino. Cfr.
Platone, Gorgias) Espressione proverbiale, usuale nei banchetti. Si invoca
questo terzo brindisi (a Zeus Salvatore), il decisivo, perché decisivo ci si
augura che sia il terzo tentativo di definizione della "sophrosúne. Passo
di difficile interpretazione, per cui il tutto suonerebbe: se qualcosa è doppio di altri doppi e di se
stesso, sarebbe doppio essendo quindi metà sia di se stesso sia degli altri
doppi, oppure come proposto nel testo. Cfr. Dunque soltanto l'assennato conoscerà se
stesso. Non è a mio parere necessario aggiungere al testo con il conoscere se stessi, coma propone
Diano, né espungere, come fanno vari filologi, la parte finale della frase il sapere ciò che si sa e il sapere ciò che
non si sa. Cfr. Platone, Laches 182b-c. 36) Esclamazione che Socrate usa
frequentemente (cfr. per esempio Apologia Socratis Cfr. Omero, Odyssea libro
19, 560-567: attraverso la porta di corno passano i sogni veritieri inviati
agli uomini dagli dèi, attraverso la porta di avorio passano invece i sogni
falsi. 38) "Telos" significa 'compimento', 'realizzazione', 'fine'.
39. I "pessoi" erano 'pedine' usate in un gioco simile alla dama o
agli scacchi (cfr. Platone, Leges). I "pessoi" sono da distinguere
dai dadi da gioco, chiamati "cuboi. Cfr.I tipi di vantaggi che otterremo
dall'assennatezza...). L'idea che i nomi siano stabiliti da un legislatore o da
una legge divina è ampiamente sviluppata nel Cratilo. E io, al sentire che
approvava, ripresi coraggio. Il termine "anácrisis" appartiene al
lessico giuridico e indica l'istruttoria preliminare. Platone Liside
Edizione a cura di Sanasi Platone
Liside Platone LISIDE Percorrevo la strada esterna alle mura, sotto le
mura stesse, dall'Accademia direttamente
al Liceo. Quando fui all'altezza della
porticella dove si trovava la fontana di Panopo, lì incontrai Ippotale, figlio
di Ieronimo, Ctesippo del demo di Peania
e altri giovani fermi in gruppo insieme a costoro. Ippotale, appena mi vide
avvicinarmi, disse: Socrate, dove vai e
da dove vieni? Dall'Accademia vado
direttamente al Liceo, risposi io. Ma
vieni qui, direttamente da noi. Perché non cambi strada? Ne vale la pena~ disse
egli. Dove mi inviti e da chi di voi?,
domandai io. Qui, rispose, mostrandomi
un recinto davanti al muro e una porta aperta: qui passiamo il tempo noi e molti altri bei
giovani. Cos'è questo luogo e come
passate il tempo? è una palestra
costruita da poco. Per lo più passiamo il tempo in discussioni, di cui ti
renderemmo volentieri partecipe, rispose. E fate bene: ma chi insegna qui?, domandai. Un tuo amico e ammiratore: Micco, rispose. Per Zeus, non è certo un uomo da poco, ma un
valente sofista, osservai. Vuoi seguirci
per vedere chi c'è dentro?, chiese Ippotale. Prima ascolterei volentieri per quale motivo
devo entrare e chi è il bello, chiesi a mia volta. Ognuno di noi la pensa diversamente, Socrate,
rispose egli. Per te chi è, Ippotale?
Dimmelo. Interrogato su questo arrossì e io dissi: Ippotale, figlio di Ieronimo, non dirmi più se
ami qualcuno o no: so che non solo sei innamorato, ma ti sei spinto molto oltre
nell'amore. Nelle altre cose io non valgo e non servo a molto, ma questo dono
ho ricevuto dal dio, la capacità di capire subito chi ama e chi è amato. Udendo
queste parole egli arrossì ancora di più e Ctesippo disse: è bello che tu arrossisca, Ippotale, ed esiti
a dire a Socrate quel nome; ma se egli si intrattiene anche poco con te, sarà
sfinito sentendotelo ripetere un numero infinito di volte. Socrate, egli ha
intronato e riempito le nostre orecchie con il nome di Liside: e se poi beve ci
è facile, quando ci svegliamo dal sonno, credere di sentire il nome di Liside.
E quanto dice a parole, anche se terribile, non è così terribile come quando
tenta di rovesciare su di noi poesie e prose. E ciò che è ancora più terribile
è il fatto che canti al suo amato con voce incredibile che noi dobbiamo
ascoltare e sopportare. Ora invece, interrogato da te, arrossisce. Liside è un giovane, a quanto pare: lo
intuisco dal fatto che sentendone il nome, non lo conosco, osservai. Infatti non lo chiamano molto con il suo nome
ma è ancora chiamato con il nome del padre che è molto conosciuto, perciò so
bene che non puoi ignorare l'aspetto di quel ragazzo, poiché è in grado di
farsi notare solo per questo, disse. Mi
si dica di chi è figlio, chiesi. è il
figlio maggiore di Democrate del demo di Aissone disse. Bene, Ippotale, che amore nobile e giovane da
ogni punto di vista hai trovato! Su, mostra anche a me ciò che mostrerai a
costoro, perché io veda se sai ciò che un innamorato deve dire del suo amato di
fronte a lui stesso e agli altri, osservai. Ma Socrate, perché dai peso a come parla
costui?, chiese Ippotale. Neghi di amare
il giovane di cui costui parla?, domandai. No, ma nego di comporre poesie e prose per
l'amato, rispose. Non sta bene, ma
farnetica e delira, disse Ctesippo. Io chiesi: Ippotale, non ti chiedo di ascoltare qualche
verso o qualche canto, se ne hai composti per il giovinetto, ma il tuo
pensiero, per vedere in quale modo ti comporti con l'amato. Te lo dirà costui: infatti lo sa bene e se ne
ricorda se, come afferma, è rimasto assordato a furia di ascoltarmi. Per gli dèi, me ne ricordo bene, poiché sono
cose ridicole, Socrate. Infatti esser innamorato e dedicare le proprie
attenzioni a un giovane in particolare senza sapergli dire nulla di ciò che
anche un bimbo non saprebbe dirgli, non è ridicolo? Ciò che la città tutta
canta di Democrate e di Liside, nonno del ragazzo, e di tutti i suoi antenati,
le loro ricchezze, i loro allevamenti di cavalli, le vittorie pitiche, istmiche
e nemee (6) con quadrighe e cavalli da corsa, questo egli compone e declama, e
cose ancora più antiche di queste. Ultimamente infatti ci raccontava in un
poema l'ospitalità data a Eracle, cioè che un loro antenato aveva accolto
Eracle per la sua parentela con lui, giacché anche lui era nato da Zeus e dalla
figlia del capostipite del demo, racconti, questi e molti altri simili, che
fanno le donne anziane, Socrate. Questo è ciò che costui, dicendo e cantando,
ci costringe ad ascoltare. Tali furono le parole di Ctesippo. E dopo aver udito
ciò, così dissi: Ridicolo Ippotale,
componi e canti un encomio indirizzato a te prima di aver vinto? Ma non è per me, Socrate, che io compongo e
canto, ribatté. Tu credi di no,
incalzai. Come stanno le cose?, chiese. Questi canti sono indirizzati a te più che a
tutti gli altri perché, se conquisti un tale amato, le tue parole e i tuoi
canti saranno per te un onore e saranno realmente encomi per un vincitore,
poiché hai conquistato un tale amato; se invece ti sfugge, quanto più ampi sono
stati i tuoi elogi dell'amato, tanto più apparirai ridicolo, privato di una
conquista tanto importante. Dunque, amico, chi è sapiente in amore non loda
l'amato prima di averlo conquistato, poiché teme il futuro 2 Platone
Liside e come andrà a finire. Nel contempo i bellì, quando qualcuno li
loda e li esalta, si colmano di superbia e di orgoglio. O non credi sia così ? Sì , disse. E più sono orgogliosi, non sono più difficili
da conquistare? è naturale. Come ti sembrerebbe un cacciatore se,
cacciando, spaventasse e rendesse più difficile da catturare la selvaggina? Evidentemente un inetto. Ed è una grande rozzezza servirsi di parole e
canti non per ammansire ma per inselvatichire: non è così ? Mi pare di sì . Bada allora di non procurarti tutti questi
rimproveri per la tua poesia, Ippotale. Eppure io credo che tu non ammetteresti
che un uomo che danneggi se stesso con la poesia sia un buon poeta, dal momento
che arreca danno a se stesso. No, per
Zeus, perché sarebbe del tutto privo di logica. Ma è per questo, Socrate, che
ti consulto, e se puoi, consigliami quali parole si devono dire o cosa si deve
fare per diventare gradito all'amato, così mi pregò. Non è facile dirlo: ma se tu volessi farlo
venire a discutere con me, forse potrei dimostrarti ciò che bisogna dirgli al
posto delle parole e dei canti che costoro dicono tu gli rivolgi, dissi io. Ma non è difficile. Infatti se entri con
Ctesippo e ti siedi a discutere, credo che egli si avvicinerà a te - d'altronde
è molto amante delle discussioni, Socrate, e inoltre, poiché si celebra la
festa di Ermes, (7) si sono riuniti nel medesimo luogo i giovinetti e i bambini
-, dunque ti si avvicinerà. E se ciò non si verifica, egli è amico di Ctesippo
per via del cugino di costui, Menesseno, (8) di cui è il più caro amico. Dunque
che Ctesippo lo chiami, se non si avvicina da sé, ribatté Ippotale. Bisogna fare così , dissi. E nel contempo,
preso Ctesippo, entrai nella palestra e gli altri ci seguirono. Entrati,
trovammo lì che i bambini avevano terminato i sacrifici, giocavano agli
astragali, (9) poiché la cerimonia era quasi finita, ed erano tutti ben
vestiti. Dunque i più giocavano fuori nel cortile, alcuni in un angolo dello
spogliatoio giocavano a pari e dispari con moltissimi astragali che tiravano
fuori da alcuni cestini; altri invece stavano loro attorno osservandoli. Tra di
essi c'era anche Liside: incoronato, stava in piedi tra i bambini e i
giovinetti e si segnalava per il suo aspetto, degno non solo della sua fama di
bel ragazzo, ma anche di eccellente. E noi ci mettemmo in disparte sedendoci
all'angolo opposto - infatti lì c'era tranquillità - e ci mettemmo a discutere
tra noi. Pertanto, voltandosi spesso, Liside ci guardava ed era chiaro che
desiderava avvicinarsi, ma intanto era imbarazzato e non osava avvicinarsi da
solo; poi dal cortile entrò Menesseno in una pausa dal gioco e, non appena vide
me e Ctesippo, venne a sedersi vicino a noi. Dunque, vistolo, Liside lo seguì e
sedette vicino a lui. Allora anche gli altri si avvicinarono e Ippotale, quando
vide che molti ci stavano intorno, si nascose in piedi dietro di loro, là dove
pensava che Liside non potesse vederlo, temendo di infastidirlo, e restò così
ad ascoltare. Io allora guardai Menesseno e gli chiesi: Figlio di Demofonte, chi di voi è più grande
d'età? Possiamo discuterne, rispose. E dunque si dovrebbe discutere anche su chi
dei due è più nobile, dissi io. Certo
rispose. E allo stesso modo su chi è più
bello, continuai. Entrambi risero. Io continuavo: Non domanderò chi di voi due è più ricco
perché siete amici. O no? E molto,
dissero. Dunque si dice che le cose
degli amici siano comuni, sicché in questo non sarete differenti, se dite la
verità sulla vostra amicizia, dissi. Assentirono. Dopo questo scambio di
battute cercavo di chiedere chi dei due fosse più giusto e più sapiente; quindi
nel frattempo giunse uno che fece alzare Menesseno, dicendo che il maestro di
ginnastica lo chiamava: credo che stesse celebrando un rito. Egli pertanto se
ne andò e io domandai a Liside: Liside,
ti amano molto tuo padre e tua madre? Certo,
rispose. Non vorrebbero dunque che tu
fossi quanto mai felice? E come no? E ti sembra che sia felice un uomo che sia
schiavo e non possa fare ciò che desidera? Per Zeus, non mi sembra proprio, disse. Allora se tuo padre e tua madre ti amano e
desiderano che tu sia felice, è chiaro che si danno premura in ogni modo perché
tu sia felice. Come no?, disse. Dunque ti permettono di fare ciò che vuoi
senza rimproverarti e impedirti di fare ciò che desideri? No per Zeus, Socrate, mi impediscono
moltissime cose. Come dici? Pur volendo
che tu sia felice ti impediscono di fare ciò che vuoi? Dimmi questo: se tu
desiderassi salire su uno dei carri di tuo padre prendendo le briglie, quando
c'è una gara, non te lo permetterebbero, anzi te lo impedirebbero?, domandai. Per Zeus, no che non lo permetterebbero,
rispose. E a chi lo permetterebbero?,
chiesi. C'è un auriga che riceve da mio
padre un compenso, fu la sua risposta. Come
dici? Permettono a uno prezzolato di fare quello che vuole con i cavalli più
che a te, e per giunta lo pagano per questo? E allora?, domandò. Ma, credo, affidano a te di guidare la coppia
di muli e, se volessi prendere la frusta per batterli, lo permetterebbero. E come potrebbero mai permetterlo?, disse. E allora? Nessuno può batterli?, obiettai.
3 Platone Liside Può farlo
il mulattiere, disse. è uno schiavo o un
uomo libero? Uno schiavo, rispose. A quanto pare tengono dunque in maggior conto
uno schiavo rispetto a te che sei loro figlio, preferiscono affidare più a lui
che a te le loro cose e gli lasciano fare quel che vuole mentre a te lo
impediscono? Dimmi ancora questo: ti lasciano almeno guidare te stesso o
neppure questo ti affidano? Come,
affidarmelo? chiese. Allora qualcuno ti
guida? Sì, il pedagogo, rispose. è forse uno schiavo? E allora? è nostro, disse. è strano che, pur essendo libero, tu sia
guidato da uno schiavo. Ma in quali azioni questo pedagogo ti guida?, chiesi. Senza dubbio conducendomi dal maestro,
rispose. E non è forse vero che anche i
maestri ti comandano? Certo. Allora tuo padre vuole importi moltissimi
padroni e comandanti. E dunque, quando arrivi a casa da tua madre ella, perché
tu sia felice, ti lascia fare ciò che vuoi della lana e del telaio, quando
tesse? Non ti impedisce certo di toccare la spatola, o la spola o qualche altro
strumento per la lavorazione della lana. Ed egli ridendo disse: Per Zeus, Socrate, non solo me lo impedirebbe,
ma mi picchierebbe anche, se li toccassi. Per Eracle, hai forse fatto un torto a tuo
padre o a tua madre? No, per Zeus,
rispose. Ma in cambio di che ti
impediscono in modo così terribile di essere felice e di fare quello che vuoi e
ti fanno crescere per tutto il giorno sempre schiavo di qualcuno e, in una
parola, senza che tu possa fare nulla di ciò che desideri? Sicché, a quanto pare,
tu non trai vantaggio alcuno dalle tue ricchezze che sono così cospicue, ma
tutti le governano più di te, né tu governi il tuo corpo così nobile, ma anche
questo lo governa e lo cura un altro. Tu, invece, Liside, non comandi su
nessuno e non fai nulla di ciò che desideri. No, perché non ne ho ancora l'età, Socrate,
disse. Figlio di Democrate, non è questo
a impedirlo, perché c'è almeno una cosa, come credo, che tuo padre e tua madre
ti affidano e non aspettano che tu ne abbia l'età. Infatti quando vogliono che
sia letta loro o scritta per loro qualche lettera, sei tu, credo, il primo in
casa cui commissionano questo compito. O no? Certo, rispose. Dunque in questo caso tu puoi cominciare a
scrivere la lettera che vuoi, e così pure capita per la lettura. E se prendi la
lira, come credo, né tuo padre né tua madre ti impediscono di tendere e
allentare la corda che vuoi e di toccarla e di farla vibrare con il plettro. O
te lo impediscono? No di certo. Dunque, Liside, quale mai sarebbe il motivo
per cui in questi casi non ti pongono impedimenti mentre lo fanno nei casi di
cui parlavamo poco fa? Credo perché
queste cose le conosco e quelle no, disse. Bene, carissimo: dunque tuo padre non aspetta
l'età per affidarti tutti i suoi beni, ma nel giorno in cui ti considererà più
saggio di lui, allora ti affiderà se stesso e quanto possiede, osservai. Lo credo, disse. E sia: allora? Il tuo vicino non seguirà nei
tuoi confronti la stessa regola di tuo padre? Credi che ti affiderà la propria
casa da amministrare quando ti riterrà più saggio di lui nell'amministrazione
di una casa o la dirigerà lui stesso?, continuai. Credo che l'affiderà a me. E allora? Credi che gli Ateniesi non ti
affideranno le proprie cose quando si renderanno conto che sei abbastanza
saggio? Sì . Per Zeus, e il Gran Re? Preferirebbe affidare
al proprio figlio maggiore, a cui spetta il regno dell'Asia, l'incarico di
mettere quello che vuole nel brodo, mentre la carne cuoce, o a noi se, recatici
da lui, gli mostrassimo di essere più bravi di suo figlio nella preparazione
del cibo? A noi, è chiaro, rispose. E a suo figlio non permetterebbe di fare
neppure una piccola aggiunta mentre a noi, anche se volessimo aggiungere sale a
manciate, lo permetterebbe. E come no? E se suo figlio avesse male agli occhi, glieli
lascerebbe toccare, se non lo ritenesse un medico, o glielo impedirebbe? Glielo impedirebbe. Se invece ritenesse noi esperti di medicina,
anche se volessimo aprirgli gli occhi e cospargerli di cenere, credo non lo
impedirebbe, considerandoci competenti. Dici
il vero. E allora non affiderebbe anche
a noi più che a se stesso e al proprio figlio tutto il resto in cui noi
apparissimo ai suoi occhi più sapienti di loro? Necessariamente, Socrate, rispose. Dunque è così, caro Liside: le cose in cui
siamo saggi tutti ce le affidano, Elleni e barbari, uomini e donne, e in esse
faremo ciò che vogliamo e nessuno deliberatamente ce lo impedirà, ma in esse
saremo liberi, comanderemo sugli altri, saranno cose nostre e quindi ne
trarremo vantaggi. Invece le cose nelle quali non saremo abili nessuno ce le
affiderà per farne quel che ci pare, ma tutti ce lo impediranno per quanto
possono, non solo gli estranei ma anche nostro padre, nostra madre e coloro che
ci sono ancora più vicini, e in esse dipenderemo dagli altri e ci saranno
estranee, poiché non ne trarremo guadagno alcuno. Sei d'accordo che la
questione stia in questi termini? Sono
d'accordo. Dunque allora saremo amici di
qualcuno e qualcuno ci amerà in relazione a ciò in cui non potremo essere di
utilità alcuna? No di certo, rispose. Dunque ora né tuo padre ama te, né un altro
amerà chi è inutile. Così pare, disse. Se dunque diventi sapiente, ragazzo, tutti ti
saranno amici e intimi - perché sarai utile e buono - altrimenti nessun altro,
4 Platone Liside nemmeno tuo padre, tua madre e i parenti ti
saranno amici. Pertanto, Liside, è possibile essere orgogliosi di sé nelle cose
in cui non si sa ancora pensare? E come
potrebbe essere?, chiese. E se dunque
hai bisogno di un maestro non sai ancora pensare. Dici il vero. Quindi non puoi essere capace di grandi
pensieri, se sei ancora privo di pensiero. Per Zeus, Socrate, non mi sembra, disse. Io,
dopo averlo ascoltato, mi voltai verso Ippotale e poco mancò che non
commettessi un grande errore, poiché mi venne da dire: Così, Ippotale, bisogna parlare all'amato,
umiliandolo e sminuendolo e non, come fai tu, insuperbendolo e blandendolo.
Però, vedendolo in ansia e turbato da ciò che si diceva, mi ricotdai che voleva
assistere senza che Liside se ne accorgesse, quindi mi ripresi e mi trattenni
dal rivolgergli la parola. A questo punto ritornò Menesseno e si sedette
accanto a Liside, nel posto da cui si era alzato. Liside allora, in modo molto
fanciullesco e amichevole, di nascosto a Menesseno mi disse a voce bassa: Socrate, di' anche a Menesseno ciò che dicevi
a me poco fa. E io risposi: Glielo dirai
tu, Liside, giacché hai prestato molta attenzione. Certo, disse. Dunque prova a ricordartelo nel modo migliore
possibile, per riferirgli tutto per filo e per segno. Ma se qualcosa ti sfugge,
me lo richiederai la prima volta che mi incontri continuai io. Lo farò, Socrate, con molto impegno, sappilo
bene. Ma digli qualcos'altro, perché io possa ascoltare fino a quando non
arriva l'ora di tornare a casa, disse. Bisogna
farlo, dal momento che me lo ordini. Ma bada di venirmi in aiuto, se Menesseno
cerca di confutarmi; o non sai che è un eristico?, chiesi io. Sì, per Zeus, e anche abile: per questo voglio
che tu discuta con lui, rispose. Per
rendermi ridicolo?, domandai. No, per
Zeus, ma per dargli una lezione, rispose. E come? Non è facile, poiché è un uomo abile,
allievo di Ctesippo. Ma c'è anche lui - non lo vedi? -, Ctesippo, notai. Non preoccuparti di nessuno, Socrate, ma su,
discuti con lui, disse. Bisogna
discutere, così dissi. Dunque, mentre parlavamo tra noi, Ctesippo chiese: Perché conversate soltanto voi due e non ci
coinvolgete nella discussione? Ma certo,
partecipate pure. Costui infatti non comprende nulla di ciò che dico, ma
afferma che Menesseno crede di saperlo e mi ordina di interrogare lui, dissi
io. E allora perché non lo interroghi?,
chiese Ctesippo. Io risposi: Lo
interrogherò. Menesseno, rispondi a ciò che ti chiedo. Fin da ragazzo io
desidero una cosa come un altro ne desidera un'altra; uno desidera avere dei
cavalli, un altro dei cani, uno dell'oro, un altro onori. Io invece non smanio
per queste cose, mentre desidero ardentemente avere degli amici e preferirei
avere un buon amico piuttosto che la quaglia e il gallo più belli che ci siano
e, per Zeus, piuttosto che un cavallo o un cane - e credo proprio che
preferirei di gran lunga avere un amico piuttosto che l'oro di Dario, anzi
piuttosto che Dario stesso - a tal punto amo l'amicizia. Quindi vedendo voi, te
e Liside, sono rimasto colpito e vi considero felici perché, pur essendo così
giovani, siete in grado di ottenere velocemente e con facilità questo bene e tu
hai trovato molto rapidamente questo amico e lui te. E dimmi: quando uno ama un
altro, chi dei due diventa amico dell'altro, chi ama di colui che è amato o chi
è amato di colui che ama? O non c'è alcuna differenza? A me pare che non ci sia nessuna differenza,
rispose. Come dici? Dunque se uno solo
ama l'altro, diventano entrambi amici uno dell'altro?, chiesi io. Io la penso così , rispose. E allora? Non è possibile che chi ama non
venga ricambiato da colui che egli ama? è
possibile. E allora? è dunque possibile
che chi ama sia odiato? Talvolta, ad esempio, gli innamorati credono di subire
questo dai loro amati: infatti, pur amando quanto di più non potrebbero, alcuni
credono di non essere ricambiati, altri addirittura di essere odiati. Non ti
sembra che sia vero? è del tutto vero,
rispose. Dunque in questo caso uno ama e
l'altro è amato?, chiesi. Sì . Chi dei due quindi è amico dell'altro? Chi ama
di colui che è amato, sia nel caso in cui sia ricambiato sia in quello in cui
sia odiato, o chi è amato di colui che ama? O in tal caso nessuno dei due è
amico dell'altro, dato che entrambi non si amano a vicenda? Sembra proprio così . Dunque ciò che pensiamo ora è diverso da
quanto pensavamo in precedenza: allora pensavamo che se uno dei due prova
amore, entrambi sono amici, ora invece pensiamo che nessuno dei due sia amico
dell'altro, se non sono entrambi a provare amore. è probabile, disse. Dunque per chi ama non c'è amicizia se non è
ricambiato. No, pare. Quindi non sono amanti dei cavalli quelli che
non sono amati dai cavalli, né amici delle quaglie, dei cani o del vino o
5 Platone Liside della ginnastica o della sapienza, se la sapienza
non li ama. O ciascuno ama comunque queste cose che non gli sono amiche e
allora il poeta che disse: "Fortunato chi ha per amici dei fanciulli e
cavalli solidunguli e cani da caccia e un ospite di terra lontana" mentiva? Non mi sembra, rispose. Ti sembra che il poeta dica il vero? Sì . Allora,
a quanto pare, ciò che è amato è amico di ciò che lo ama, Menesseno, sia nel
caso in cui ami sia in quello in cui odi; per esempio, anche tra i bambini
piccoli, alcuni non amano ancora, altri già odiano, quando vengono puniti dalla
madre o dal padre; tuttavia, anche nel caso in cui provino odio, sono quanto di
più caro i loro genitori hanno. A me
pare che sta così , disse. Dunque ne
consegue da questo ragionamento che amico non è chi ama ma chi è amato. Sembra. è dunque nemico chi è odiato e non chi odia. Così pare. Quindi molti sono amati dai nemici e odiati
dagli amici e sono amici dei nemici e nemici degli amici, se amico è ciò che è
amato e non ciò che ama. Eppure, caro amico, è del tutto privo di logica, anzi
credo che sia impossibile essere nemico dell'amico e amico del nemico. Mi sembra che tu dica la verità, Socrate,
disse. Dunque se questo è impossibile,
ciò che ama sarebbe amico di ciò che è amato. Così sembra, disse. E quindi ciò che odia sarebbe nemico di ciò
che è odiato. Di necessità. Pertanto risulterà necessario arrivare alle
stesse conclusioni di prima, cioè che spesso si è amici di coloro che non lo
sono e spesso addirittura di coloro che sono nemici, quando si ama senza essere
ricambiati o quando si ama chi invece nutre odio, e che spesso si è nemici di
coloro che non lo sono o addirittura di coloro che sono amici, quando si odia
chi a sua volta non odia o addirittura nutre amore. è probabile, disse. Dunque come ci comporteremo se amici non
saranno né quelli che amano né quelli che sono amati né quelli che nel contempo
amano e sono amati? Diremo che oltre a questi casi vi sono ancora persone
amiche tra loro?, domandai. No, per
Zeus, Socrate, non è affatto facile risolvere bene la questione, disse. Forse allora non abbiamo condotto la ricerca
in modo del tutto corretto?, chiesi. Non
mi pare, Socrate, disse Liside, e mentre parlava arrossì, infatti mi sembrò che
quelle parole gli fossero sfuggite involontariamente, per la grande attenzione
prestata alla discussione, ed era chiaro che ascoltava con grande interesse.
Dunque io, volendo concedere una tregua a Menesseno e compiaciuto per l'amore
del sapere mostrato da Liside, mi volsi a discutere con lui e dissi: Liside, mi sembra che tu dica il vero quando
affermi che, se avessimo indagato correttamente, non avremmo mai sbagliato in
questo modo. Allora non procediamo più per questa via - quello della ricerca mi
sembra un percorso difficile -; mi pare invece che dobbiamo proseguire per la
via lungo la quale ci eravamo avviati esaminando i poeti. Costoro per noi, come
padri e guide della sapienza, dicono cose non da poco quando parlano degli
amici, quelli che sono tali: anzi dicono che il dio stesso li rende amici, avvicinandoli
gli uni agli altri. Dicono all'incirca così, credo: "il dio conduce sempre
il simile verso il simile" e li fa conoscere. Non hai mai letto questi
versi? Sì , rispose. E non hai letto gli scritti dei più sapienti
che dicono le stesse cose, cioè che è giocoforza che il simile sia sempre amico
del simile? Costoro sono quelli che scrivono sulla natura e sul tutto. Dici il vero. Dunque dicono bene?, chiesi. Probabilmente, rispose. Continuai: Probabilmente a metà o forse del tutto, ma noi
non li capiamo, infatti ci sembra che il malvagio, quanto più si avvicina e
frequenta il malvagio, tanto più ne diventi nemico, poiché commette
ingiustizia, ed è impossibile che chi commette ingiustizia e chi la subisce
siano amici. Non è così ? Sì , rispose. In questo modo, dunque, la metà di quel detto
non sarebbe vera, se i malvagi sono simili tra loro. Dici il vero. Ma credo che essi vogliano dire che i buoni
sono simili tra loro e amici, mentre i cattivi, cosa che appunto si dice di
loro, non sono mai simili neppure a se stessi, ma sono incostanti e instabili,
e ciò che è dissimile e diverso da se stesso, difficilmente potrebbe essere
simile o amico di altro. O non ti sembra così ? Sì , disse. Quindi, mi pare, a questo alludono, amico,
coloro che affermano che il simile è amico del simile, cioè che solo il buono è
amico unicamente del buono, mentre il cattivo non è mai veramente amico né del
buono né del cattivo. Sei d'accordo?. Annuì . Dunque ormai sappiamo chi sono gli amici: il
ragionamento ci indica che sono i buoni. Mi sembra che sia proprio così , disse.
Continuai: Anche a me. Eppure qualcosa
non mi soddisfa: su, per Zeus, vediamo in cosa consiste il mio sospetto. Il
simile, in quanto simile, è amico del simile, e come tale è utile all'altro che
è tale? O meglio: una qualunque cosa simile quale utilità o quale danno
comporta a una qualunque cosa a essa simile che anche questa non possa
comportare a se stessa? O cosa potrebbe subire che non possa subire anche per
opera propria? Cose simili come potrebbero amarsi reciprocamente, se non
ricevono alcun vantaggio l'una dall'altra? è possibile? Non lo è. E ciò che non è amato, come può essere amico? In nessun modo. Allora il simile non è amico del simile e il
buono, in quanto buono, non in quanto simile, sarebbe amico del buono? Forse. 6 Platone Liside E allora? Il buono in quanto buono non sarebbe
sufficiente in quanto tale a se stesso? Sì
. E chi è autosufficiente, nella misura
della propria autosufficienza, non ha bisogno di nulla. E come no? E chi non ha bisogno di nulla, a nulla aspira.
Certo che no. E colui che non desidera nulla, neppure ama. No. E
chi non ama non è un amico. Pare di no. Dunque i buoni come saranno fin da principio
amici dei buoni, se quando sono lontani non si desiderano a vicenda - infatti
anche quando sono separati sono autosufficienti - e quando sono vicini non
hanno un'utilità reciproca? Quale stratagemma potrebbe farli apprezzare
vicendevolmente? Nessuno, rispose. E non potrebbero essere amici se non si
apprezzano a vicenda. Dici il vero. Guarda, Liside, dove siamo andati a cozzare.
Dunque ci siamo completamente ingannati? Come?, chiese. Ho già sentito dire una volta da uno, e adesso
me ne ricordo, che il simile è assai ostile al simile e i buoni ai buoni e
chiamava a testimone Esiodo, dicendo: "il vasaio odia il vasaio, l'aedo
odia l'aedo e il mendicante odia il mendicante". E quanto al resto diceva
che giocoforza le cose più simili sono piene di invidia, rivalità e ostilità
reciproca, mentre quelle più dissimili sono le più propense all'amicizia:
infatti il povero è costretto a essere amico del ricco, il debole del forte per
averne aiuto, il malato del medico e chiunque non sa cerca e ama chi sa. E
proseguiva nel ragionamento in modo ancora più convincente, dicendo che il
simile è assai lontano dall'essere amico del simile, anzi sarebbe proprio il
contrario, dal momento che l'opposto è amico soprattutto del suo opposto,
poiché ogni cosa desidera il suo contrario, non il simile. Il secco desidera
l'umido, il freddo il caldo, l'amaro il dolce, l'acuto l'ottuso, il vuoto il
pieno, il pieno il vuoto e così via, secondo il medesimo rapporto. Il contrario
infatti è nutrimento per il contrario, mentre il simile non trae vantaggio
alcuno dal simile. E certo, amico mio, dicendo questo sembrava un tipo
raffinato, tanto bene parlava. Ma a voi come sembra che parli?, chiesi. Bene, almeno a sentirlo così , rispose
Menesseno. Dunque dobbiamo dire che il
contrario è soprattutto amico di ciò che a lui contrario? Certo. Bene:
ma non è strano, Menesseno? E soddisfatti ci assaliranno subito questi pozzi di
sapienza, gli antilogici, e ci domanderanno se l'odio non sia quanto di più
contrario rispetto all'amicizia. Cosa risponderemo loro? Non dobbiamo per forza
ammettere che dicono la verità?, chiesi. Per forza. E dunque, diranno, ciò che è nemico è amico di
ciò che è amico o amico di ciò che è nemico? Né l'una né l'altra cosa rispose. Ciò che è giusto di ciò che è ingiusto, ciò
che è saggio di ciò che è intemperante, ciò che è buono di ciò che è cattivo? Non credo che le cose stiano così . Io dissi: E tuttavia se una cosa è amica di un'altra in
base alla contrarietà, è necessario che anche queste cose siano amiche. Di necessità. Dunque né il simile è amico del simile né il
contrario è amico del contrario. Pare di
no. Esaminiamo ancora questo punto: a
noi non sfugge più il fatto che l'amicizia non è veramente nulla di tutto
questo, ma è ciò che non è né buono né cattivo che diventa così amico del buono.
Come dici?, chiese. Per Zeus, non so, ma veramente ho io stesso le
vertigini per la difficoltà del ragionamento e forse, secondo l'antico
proverbio, ciò che è amico è il bello. Il bello assomiglia a qualcosa di
morbido, liscio e lucente e per questo forse ci sfugge e scivola via
facilmente, poiché è tale. Dico infatti che il buono è bello. Non credi? Sì . Dico
dunque, divinandolo, che amico del bello e del buono è ciò che non è né buono
nè cattivo. Ascolta in rapporto a cosa lo divino. A me sembra che ci siano come
tre categorie: il buono, il cattivo e ciò che non è né buono né cattivo. E a
te? Anche a me, disse. E che né il buono sia amico del buono né il
cattivo del cattivo nè il buono del cattivo, come neppure il ragionamento
precedente consente. Resta allora che, se una cosa è amica di un'altra, ciò che
non è né buono né cattivo sta amico o del buono o di ciò che è tale quale esso
è, cioè né buono né cattivo, perché una cosa non potrebbe essere amica del
cattivo. Dici il vero. Né il simile del simile, dicevamo poco fa: non
è così ? Sì . Dunque ciò che è tale e quale ad esso non sarà
amico né del buono né del cattivo. Pare
di no. Quindi ne risulta che solo al
buono è amico unicamente ciò che non è né buono né cattivo. Pare debba essere così . Ragazzi, dissi, ci guida bene ciò che si è detto ora? Se
vogliamo considerare il corpo sano, esso non ha affatto bisogno della medicina
né di un aiuto, infatti è autosufficiente, sicché nessuno, quando sta bene, è
amico del medico, considerata la sua buona salute. O non è così ? Sì, nessuno. Invece il malato, credo, lo è a causa della
malattia. Platone Liside E come no? Dunque la malattia è un male, mentre la
medicina è cosa utile e buona. Sì . E il corpo in quanto corpo non è né buono né
cattivo. è così . Il corpo è costretto dalla malattia ad
accettare e amare la medicina. Così la
penso. Quindi ciò che non è né cattivo
né buono diviene amico del buono per la presenza di un male? A quanto pare. Ma è chiaro che ciò avviene prima che esso
diventi cattivo a causa del male che ha, perché una volta diventato cattivo non
potrebbe desiderare ancora il bene ed esserne amico, dato che dicevamo che è
impossibile che il cattivo sia amico del buono. Infatti è impossibile. Esaminate ciò che dico: dico infatti che
alcune cose sono determinate da ciò che è presente in esse e altre no: per
esempio, se qualcuno volesse spalmare di colore una cosa qualsiasi, ciò che è
spalmato è presente su ciò su cui è spalmato. Certo. E
allora ciò su cui è spalmato è tale nel colore quale ciò che vi si trova sopra?
Non capisco, disse. Pensala così , dissi: se qualcuno spalmasse di biacca i tuoi capelli
che sono biondi, allora essi sarebbero o apparirebbero bianchi? Lo sembrerebbero, rispose. Eppure in essi sarebbe presente la bianchezza.
Sì . E tuttavia non sarebbero più bianchi, anzi,
pur essendo presente in essi la bianchezza, non sarebbero né bianchi nè neri. è vero. Ma quando, amico mio, la vecchiaia porta ad
essi questo medesimo colore, allora diventerebbero come ciò che è presente in
essi, cioè bianchi per la presenza del bianco. E come potrebbe non essere così ? Ora dunque questo ti chiedo: se in una cosa ne
è presente un'altra, quella che la possiede sarà come quella che vi è presente
o lo sarà se quella è presente in un certo modo, altrimenti no? è così, piuttosto, rispose. E dunque ciò che non è né cattivo né buono,
quando è presente un male, talvolta non è ancora cattivo, ma lo è quando ormai
è diventato tale. Certo. Dunque, quando pur essendo presente un male,
esso non è ancora cattivo, questa presenza gli fa desiderare il bene, quando
invece lo rende cattivo, lo priva anche del desiderio e dell'amore per il bene.
Infatti non è più né cattivo né buono, ma cattivo, e il cattivo non è amico del
buono, dicevamo. No, infatti. Per questo potremmo dire che anche quelli che
sono già sapienti non amano più la sapienza, siano essi dèi o uomini. Né
d'altra parte amano la sapienza coloro che hanno un'ignoranza tale che li rende
cattivi: infatti nessuno che sia cattivo e ignorante ama la sapienza. Restano
quelli che hanno questo male, l'ignoranza, ma non sono ancora diventati privi
di senno e ignoranti per opera sua e ammettono ancora di non sapere ciò che non
sanno. Perciò sono amanti della sapienza quelli che non sono ancora né buoni né
cattivi, in quanto i cattivi non amano la sapienza né lo fanno i buoni, infatti
nei ragionamenti precedenti ci è apparso che né il contrario è amico del
contrario, né il simile del simile. O non ricordate? Certo, risposero. Ora dunque, Liside e Menesseno, dissi, abbiamo trovato fra tutte le cose ciò che è
amico e ciò che non lo è. Infatti diciamo che sia che si tratti dell'anima, sia
che si tratti del corpo o di qualunque altra cosa, ciò che non è né buono né
cattivo è amico del bene per la presenza del male. Entrambi furono assoluta-
mente d'accordo e ammisero che fosse così . Anch'io ero molto contento, come un
cacciatore che è felice di ciò che ha cacciato, ma poi, non so come, mi venne
lo stranissimo sospetto che non fossero vere le nostre conclusioni e subito
dissi crucciato: Ahimè, Liside e
Menesseno, forse è un sogno il fatto che ci siamo arricchiti di conoscenza. Perché?, chiese Menesseno. Temo, dissi io, che a proposito dell'amicizia siamo incorsi in
ragionamenti come quelli che fanno i ciarlatani. Come?, chiese. Procediamo così nel ragionamento, dissi io: chi è amico è amico di qualcuno o no? Per forza, rispose. Dunque lo è senza nessuno scopo e senza
nessuna causa o per qualche scopo e per qualche causa? Per qualche scopo e a causa di qualcosa. E quella cosa in vista della quale l'amico è
amico dell'amico, è amica anch'essa o non è né amica né nemica? Non ti seguo del tutto, rispose. è naturale, dissi, ma forse così mi seguirai e, credo, anche io
saprò meglio ciò che dico. Il malato, dicevamo poco fa, è amico del medico; non
è così ? Sì . E dunque è amico del medico a causa della
malattia e in vista della salute da riacquistare? Sì . E
la malattia è un male? E come potrebbe
non esserlo? E la salute, chiedevo, è un bene o un male o non è nessuna delle due
cose? è un bene, rispose. 8
Platone Liside Dicevamo dunque
che, a quanto sembra, il corpo che non è né buono né cattivo, a causa della
malattia, cioè a causa del male, è amico della medicina, e la medicina è un
bene; e la medicina ottiene l'amicizia in vista della salute, e la salute è un
bene. Non è così ? Sì . E la salute è una cosa amica o no? è una cosa amica. E la malattia è una cosa nemica. Certo. Dunque
ciò che non è né cattivo né buono, a causa di ciò che è cattivo e nemico, è
amico del bene in vista di ciò che è buono e amico. Sembra. Dunque ciò che è amico è amico in vista di ciò
che è amico e a causa di ciò che è nemico. Così pare. Bene, dissi: dal momento che siamo arrivati a questo,
ragazzi, facciamo attenzione a non ingannarci. Infatti lascio stare il fatto
che ciò che è amico sia diventato amico di ciò che è amico e che il simile sia
amico del simile - cosa, questa, che abbiamo detto essere impossibile -,
tuttavia badiamo a questo, che non ci inganni ciò che ora è stato detto. La
medicina, diciamo, è una cosa amica in vista della salute. Sì . Dunque
anche la salute è cosa amica? Certo. Se dunque è amica, lo è in vista di qualcosa. Sì.
Di una cosa amica, se sarà la conseguenza dell'ammissione precedente. Certo. Dunque anche ciò sarà cosa a sua volta amica
in vista di una cosa amica? Sì . Quindi non è necessario che rinunciamo a
procedere così o arriviamo a un principio che non si riferirà più a un'altra
cosa amica, ma giungerà a quella che è la prima cosa amica in vista della quale
diciamo che anche tutte le altre cose sono amiche? è necessario. Questo è ciò che voglio dire: badiamo al fatto
che non ci ingannino tutte le altre cose che abbiamo detto essere amiche in
vista di quella e che sono come sue immagini e facciamo attenzione che si
tratti di quella prima cosa che è veramente amica. Infatti riflettiamo in
questo modo: quando qualcuno tiene qualcosa in grande considerazione, ad
esempio in taluni casi un padre che antepone suo figlio a tutti gli altri beni,
egli che è tale da considerare suo figlio più importante di tutto, non
apprezzerà forse molto anche qualche altra cosa? Per esempio, se si rendesse
conto che il figlio ha bevuto la cicuta, non terrebbe in grande considerazione
il vino, se lo ritenesse utile per salvare il figlio? Sì, certo. E allora?, domandò. Dunque apprezzerebbe anche il recipiente in
cui ci fosse quel vino? Certo. E allora non tiene forse in maggior
considerazione una tazza d'argilla rispetto a suo figlio o tre cotile di vino
più di suo figlio? O le cose forse stanno così : tutta la sua attenzione non è
rivolta a questi oggetti predisposti in vista di qualcos'altro, ma a quel fine
in vista del quale sono tutti predisposti. Nonché spesso diciamo di apprezzare
molto l'oro e l'ar gento, ma forse la verità non è per niente questa, e ciò che
teniamo in grande considerazione è quello che appare come ciò in vista del quale
si predispongono l'oro e ogni altro oggetto. Diremo dunque così ? Certo. E
dunque lo stesso ragionamento non vale anche per ciò che è amico? Infatti
quando definiamo cose amiche quelle che per noi lo sono in vista di un'altra
cosa amica, ci riferiamo a esse evidentemente con una parola sola; ma è
probabile che veramente amica sia proprio quella mèta alla quale tendono tutte
le cosiddette amicizie. Probabilmente è
così , disse. Dunque ciò che è realmente
amico non lo è in vista di un'altra cosa? è vero. Ci siamo sbarazzati anche di questo problema:
l'amico è amico ma non in vista di una cosa amica. Ma dunque il bene è ciò che
è amico? A me pare di sì . Quindi allora il bene è amato a causa del
male, e le cose stanno così : se delle tre categorie che enumeravamo poco fa,
cioè il buono, il cattivo e ciò che non è né buono né cattivo ne fossero
conservate due, mentre il male si togliesse di mezzo e non si attaccasse a
nulla, né al corpo, né all'anima né alle altre cose che diciamo non essere in
sé né cattive né buone, allora il bene non ci sarebbe per niente utile ma
sarebbe diventato inutile? Se infatti nulla ci potesse più danneggiare, non
avremmo bisogno di alcun aiuto e così diventerebbe chiaro che accoglievamo e
amavamo il bene a causa del male, pensando che il bene fosse un rimedio al male
e il male una malattia: ma se non c'è la malattia, non c'è nemmeno bisogno di
una medicina. Dunque il bene è così per sua natura e a causa del male esso è
amato da noi, che siamo a metà tra il male e il bene, mentre esso per se stesso
non ha alcuna utilità? Sembra che sia
così , rispose. Dunque quella mèta per
noi amica, alla quale tutte le altre sono finalizzate - dicevamo che quelle
erano amiche in vista di un'altra cosa amica - non assomiglia a queste. Infatti
queste sono chiamate amiche in vista di una cosa amica, mentre la vera amicizia
sembra essere per natura tutto il contrario di questo, poiché ci è parso che
ciò che è amico lo sia a causa di ciò che è nemico, ma se ciò che è nemico si
allontana, non ci è più amico, a quanto pare. Mi pare di no, in base a quello che ora si è
detto, rispose. Per Zeus!, dissi io. Se il male sparisce, non ci sarà né fame né
sete né altri mali simili? O la fame ci sarà, se ci sono gli uomini e gli altri
esseri viventi, ma non sarà dannosa? E la sete e gli altri desideri ci saranno,
ma non saranno cattivi, Platone Liside poiché il male è scomparso? O è
ridicolo chiedersi cosa ci sarà o non ci sarà allora? Infatti chi può saperlo?
Ma questo dunque sappiamo, che avere fame può essere ora dannoso, ora utile, o
no? Certo. Dunque avere sete e tutti gli altri desideri di questo genere talvolta
possono essere utili, talvolta dannosi e talvolta né l'uno né l'altro? Certo. Pertanto
se i mali spariscono, perché devono scomparire con essi anche le cose che non
sono mali? Per nessun motive. Dunque se i mali spariscono, ci saranno i
desideri che non sono né buoni nè cattivi. Sembra. E dunque possibile che chi desidera e ama non
sia amico di chi desidera e ama? Non mi
sembra. Dunque, a quanto pare, ci
saranno alcune cose amiche, anche se i mali spariscono. Sì . E
se il male fosse causa dell'amicizia, sparito questo, una cosa non potrebbe
certo essere amica di un'altra: infatti, venuta meno la causa, sarebbe
impossibile che esistesse ancora ciò di cui questa era la causa. Dici bene. Dunque
noi avevamo convenuto che ciò che è amico ama qualcosa e a causa di qualcosa: e
allora non avevamo creduto che ciò che non è né buono né cattivo amasse il bene
a causa del male? è vero. Ora, invece, a quanto pare, sembra essere
altra la causa dell'amare e dell'essere amato. A quanto pare. Dunque realmente, come dicevamo poco fa, il
desiderio è causa dell'amicizia, e ciò che desidera è amico di ciò che è
desiderato, quando lo desidera, mentre ciò che prima dicevamo essere amico era
una chiacchiera o una sorta di un lungo elaborato poema? Forse, disse. Tuttavia, dissi, ciò che desidera desidera ciò di cui è privo,
o non è così ? Sì . E quindi ciò che è mancante è amico dì ciò che
manca? Così credo. Ed è privo di ciò che gli è stato
eventualmente sottratto. E come no? Allora, a quanto pare, l'amore, l'amicizia
e il desiderio lo sono di ciò che è proprio, come sembra, Menesseno e Liside.
Assentirono. Se voi dunque siete amici
uno dell'altro, per natura siete in un certo qual modo affini l'uno all'altro. Esattamente,
dissero. E se pertanto uno desidera o ama l'altro, ragazzi miei, non potrebbe
mai desiderarlo né amarlo né essergli amico, se non fosse affine all'oggetto
del suo amore o nell'anima o in qualche altra altra attitudine dell'anima o nei
comportamenti o nell'aspetto, dissi io. Certo,
disse Menesseno, mentre Liside taceva. Bene!,
dissi: a noi è parso che sia necessario
amare ciò che è affine per natura. A
quanto pare, disse. Dunque è necessario
per l'amante reale e non fittizio essere ricambiato dal suo amato. Liside e
Menesseno assentirono anche se a stento, mentre Ippotale diventava dì tutti i
colori per il piacere. E io, volendo esaminare il ragionamento, dissi: Se ciò che è affine è differente in qualcosa
da ciò che è simile, a quanto pare, Liside e Menesseno, potremmo dire
dell'amicizia ciò che essa è; se invece simile e affine sono identici, non sarà
facile respingere il precedente ragionamento in base al quale il simile è
inutile al simile in virtù della somiglianza: ma è assurdo ammettere che
l'inutile sia amico. Dunque, dissi, dato
che siamo come ubriachi per il ragionamento, volete che diamo per scontato e
ammettiamo che l'affine è diverso dal simile? Certo. Quindi
stabiliremo che il bene è affine a ogni cosa e il male è estraneo a tutto? O
che il male è affine al male, il bene al bene e ciò che non è né bene né male a
ciò che non è né bene né male? Risposero che secondo loro ogni cosa è affine a
ciò che le è corrispondente. Dunque,
ragazzi, dissi, siamo caduti dì nuovo
nei ragionamenti sull'amicizia che prima abbiamo respinto: infatti l'ingiusto
sarà amico dell'ingiusto, il cattivo del cattivo non meno che il buono del
buono. Pare di sì , rispose. E allora? Diciamo che il buono e l'affine sono
la stessa cosa; non diciamo forse che solo il buono è amico del buono? Certo. Ma
anche su questo punto credevamo di poter essere confutati; o non ricordate? Ricordiamo. Dunque cosa ricaveremo ancora dalla
discussione? O è evidente che non ricaveremo nulla? Dunque vi prego, come fanno
gli esperti nei tribunali, di riflettere su tutto ciò che si è detto. Se
infatti né gli amati né gli amanti, né i simili né i dissimili, né i buoni, né
gli affini, né tutte le altre condizioni che abbiamo enumerato - io infatti non
me le ricordo, dato il loro gran numero - se nulla di ciò è amico, non so più
cosa dire. Dopo aver detto queste parole, avevo in mente di coinvolgere nella
discussione qualcun altro dei più anziani, ma allora, come démoni, si
avvicinarono i pedagoghi di Menesseno e di Liside con i loro fratelli, li
chiamarono e ordinarono loro di tornare a casa, poiché era già tardi. Dapprima
noi e i presenti cercammo di allontanarli, ma poiché non si curavano affatto di
noi, anzi si irritavano nel loro parlare barbaro e nondimeno li chiamavano e ci
pareva che avessero bevuto alla festa di Ermes e quindi fossero difficili da
avvicinare, vinti da essi sciogliemmo la riunione. Tuttavia, mentre essi si
allontanavano, io dissi: Ora, Liside e
Menesseno, siamo diventati ridicoli io, un vecchio, e voi. Infatti costoro
andandosene diranno che noi crediamo di 10 Platone Liside essere
amici uno dell'altro - mi pongo anch'io tra voi - e non siamo stati ancora
capaci di trovare cos'è l'amico. Platone Liside Giardino e ginnasio a
nord di Atene, dove Platone fonda la sua scuola. Ginnasio presso il tempio di
Apollo, a nord-est di Atene. Sembra assai improbabile che sia il discepolo di
Platone nominato da Diogene Laerzio, Ctesippo, che non è l'omonimo figlio di
Critone, era un discepolo di Socrate presente alla morte del maestro, è uno
degli interlocutori dell'Eutidemo. Di costui nulla si sa. Le Pitiche erano
feste in onore di Apollo, celebrate a Delfi ogni quattro anni; le Istmiche
ricorrevano invece a Corinto ogni due anni ed erano in onore di Poseidone; le
Nemee, infine, si tenevano ogni due anni in onore di Zeus: prima ebbero come
luogo deputato la valle di Nemea, poi Argo. Ermes era il dio patrono dei
ginnasi e delle palestre. è il protagonista dell'omonimo dialogo platonico. Gli
astragali sono una sorta di dadi. Il pedagogo era uno schiavo che aveva il
compito di sorvegliare i figli del padrone. Il re dei Persiani, secondo
l'abituale denominazione greca. L'eristica era la tecnica finalizzata a
confutare con ogni mezzo le tesi avversarie per far prevalere le proprie, anche
se per fare questo poteva raggiungere risultati contraddittori tra loro. Entrambi
uccelli addestrati per il combattimento. Dario, il ricchissimo re dei Persiani tenta
l'invasione della Grecia, ma venne bloccato e sconfitto a Maratona. Si tratta
di un frammento di Solone (Gentili-Prato). Omero, Odyssea Esiodo, Opera et dies
Gli antilogici erano coloro che teorizzavano e praticavano la possibilità di
contraddire ogni argomentazione e ogni ragionamento. La cotila è un'unità di
misura che equivale all'incirca a un quarto di litro. Keywords: desire, love,
beauty, il bello, amore, cupido, desiderio, platonismo, walter pater –
Plathegel e Ariskant, sensibile, percezione, “I platonisti” fisiologia
dell’amore, convito di Platone, amore platonico, amore socratico, dottrina
dell’amore, I dialoghi dell’amore di Platone: Fedro, Convito -- --. Refs.: Ficino’s
“Commentaries on Plato,” Tatti -- Luigi
Speranza, "Grice e Ficino," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Marsilio Ficino. Ficino.
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