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Monday, December 2, 2024

GRICE ITALO A/Z B BO

 

Grice e Bolano: all’isola --  la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza romana – scuola di Catania -- filosofia italiana – filosofia siciliana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “I was born at Harborne, but there’s no volcano there- Bolano was born in Catania, and he is especially revered THERE, rather than at Oxford, because he was able to see some monuments – notably the Naumachia and the Hippodrome – before it was covered by ‘lava’ –“ –“Oddly, when he philosophised on rhetoric – he used that as a blurb – many philosophers traveled to Catania to be tutored by him – vide Salonia --. So he used the blurb of his expertise on Catania  to promote -- or rather his editor did, since he is a gentleman, and a gentleman does not promote – his work on rhetoric --.” “There are very few copies of this!” – “And Evola tired in vain – ‘in vano’ – to find one!” Assai scarse sono le notizie sulla sua vita. Quel poco che sappiamo viene riassunto nell'opera del Mongitore. Insegna filosofia a Catania. Uno dei più eminenti esponenti dell'ateneo catanese: chiamato “philosophiae peritissimus”, acquisce grande fama. Insegna a Palermo come lettore con il "favoloso stipendio di ottocento onze annue"; Seguace della tradizione aristotelica. Tipico esempio dell’umanista, unendo l'interessi per la natura e la filosofia romana antica.  Stampa a Messina un “Opus logicum”, compendio di filosofia aristotelica e frutto del suo insegnamento logico. Stampa anche di retorica e fisica ed abbiamo notizie di un saggio naturalistica sull'Etna, il Discorso di Mongibello. Ma l'opera cui maggiormente è legato è un “Chronicon urbis Catinae”, in cui ci lascia preziose notizie e descrizioni su Catania e le sue vestigia storiche prima di una catastrofica eruzione dell'Etna che profondamente ne cambiò paesaggio, fisionomia ed urbanistica.  Il Chronicon rappresenta un raro esempio di indagine archeologica diretta su Catania e rimase uno dei pochi lavori utili e seri sulle antichità della città etnea. Riguarda, tra l'altro, la fondazione di Catania, l'anfi-teatro romano, l'acquedotto romano, gli archi, il tempio di Cerere, la naumachia, l'ippodromo. Per questi ultimi due edifici è la prima ed unica fonte a noi rimasta. Carrera e Grossi attinsero direttamente dal manoscritto, traendone spunto per le loro opere e pubblicando i pochi frammenti a noi rimasti.  Eppure Bolano sube una grave umiliazione. Nell'anno in cui si perdono le sue tracce, presentatosi a chiedere l'incarico di filosofia nell'Università dove con onore insegnava da oltre quattri decenni, i filosofi ecclesiastici lo contrastarono preferendo Riccioli. Il venerando filosofo riottenne l'insegnamento solo per grazia del viceré Pietro Giron de Osuna, una nomina, sottolinea Matteo Gaudioso, peggiore di una sconfitta, forse la prima e ultima umiliazione del B., scomparso successivamente dalla scena. Fu il suo ultimo anno di insegnamento e forse di vita.  Antonino Mongitore, Bibliotheca sicula, sive de scriptoribus siculis, qui tum vetera, tum recentiora saecula illustrarunt. Storia della filosofia in Sicilia da'tempi antichi, libri quattro. Archivio storico per la Sicilia. Catanense Decachordon, Catanae. La Sicilia del Cinquecento: il nazionalismo isolano, Roma, Mursia, Storia della filosofia in Sicilia da' tempi antichi, libri quattro. Rivista internazionale di filosofia del diritto, Giorgio Del Vecchio, Società anonima poligrafica italiana, Bibliotheca sicula, sive de scriptoribus siculis, qui tum vetera, tum recentiora saecula illustrarunt  Osservazioni sopra la storia di Catania cavate dalla storia generale di Sicilia,Vincenzo Cordaro Clarenza Riggio, Sopra uno rudere scoperto in Catania cenni critici dell'arch. Mario Musumeci, Mario Musumeci, dalla tipografia della regia Università, L’indagine archeologica a Catania e B. , in Archivio Storico per la Sicilia. Edilizia pubblica e privata nelle città romane, Lorenzo Quilici, Stefania Quilici Gigli, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, Carrera, Delle Memorie historiche della città di Catania, I, Catania, Catanense Decachordon, Archivio di Stato di Palermo, Tribunale del R. Patrimonio, Memoriali. Modelli scientifici e filosofici nella Sicilia. Napoli, Guida. L'Catania, in  Storia della Catania dalle origini ai nostri giorni, Catania, Zuccarello e Izzi. Delle Memorie historiche della città di Catania, I, Catania. Catanense Decachordon, Catinae, Antonino Mongitore, Bibliotheca sicula, sive de scriptoribus siculis, qui tum vetera, tum recentiora saecula illustrarunt, D. Bua, Sopra uno rudere scoperto in Catania cenni critici dell'arch. Mario Musumeci, dalla tipografia della regia Università. Storia della filosofia in Sicilia, Lauriel, Guido Libertini, L'indagine archeologica a Catania e B. in Archivio Storico per la Sicilia Orientale. Dizionario biografico degli italiani. 0 habmio L'imperatore Carlo V abdicando il trono lascia nel re Filippo II suo figlio un principe intento ad ingrandireil suo impero ed estendere isuoi domini:I vicerèdisseminati La mente del vescovo Nicolò Caracciolo era rivolta a liberare la cattedrale di Catania non   ASTE Dorp Vel per BIOGRAFIA SICILIANA Catania, B.. Je secolo xvi scorreva per Catania,, e forse per 1 Europa tutta, se la Sicilia di coltura, non in iscevro di lustro o mancante tieramente purgatoperò ancora da'tristieffetti del vandalica e della gotica barbarie, ed la ignoranza discipline mostravansi a dito. icultoridelle buone le provin cie, e per mezzo de' quali lostato de'sudditi pre come per 2 ' do stabile o sicuro di quanto operavasi da loro gli animi di tutti erano irresoluți ed incerti, e Catania,vedevain alloraisuoi cittadinioccupati soltanto del presente,interessarsi piùdicontese ed intestíni partiti, che delle scienze e delle lettere. dalla diversi negli umori e nelle in clinazioni, dgiotvernavanoi popoli con principi se non senza de'Cassinesi, ed a riporvi in vece i canonici secolari. Il vicerè Lacerda fa diroccare la casa del la Università degli studi'ed altre abitazioni per in grandirelapiazzadel duomo. Marcantonio Colon na, successor suo, interpone la sua autorità a con 20 pre   ciliare le dispute del vescovo Coltello colsenato.La corte di Romaè costrettaa chiamare ad ubbidienza il vescovo che acremente contrastava col vicario apostolico Matteo Samiati. Controversielunghe ed ostinaleinsorgono fra'i Catanesi e i Palermitani ecclesiastici Se in tale condizione ditempi l'Università di Catania fioriva,ciò debbesi alla sovrana protezione, che riguardar vuolsi per le lettere come il raggio del sole che vivifica gli esseri e dà movimenti o p portuni al loro sviluppo. Dietro le favorevoli rap presentanze di Marcantonio Colonna, il re Filippo volge benigno lo sguardo al liceo catanese,ed il vicerèinterpetre della sovrana volontà,in com penso del devastamento ordinatodalsuo predeces sore Lacerda da lui sì discorde, fa costruire un nobile edifizio per la Università, corrispodente al la magnificenza di Catania (d),e forma i regola menti per gli studi (e). Filippo provvede di più, per mezzo del vicerè conte di Alba (f ), che i soli laureati in Catania aspirar potessero alle magistra Ut perpetua jurgiorum semina inter episcopum patresque conscripti collerentur.Amico, Cat.illustr.,lib. VIII, c. 2. (Detti Constitutiones Marci Antonii Columnde, 1576.  per patria di s.Agata. I nostri magnati erano tutti intesi a stabilire la loro sacra congregazione dei Bianchi, a loro esempio (c) gli altri ceti aumen tano le rispettive confraternite. Denuo Romam ille interpellator eorumquaeges serat rationem redditurus. Amico, loc. cit. $ la 42 (c) Nel 1570. Ul urbismajestatiresponderet.Amico,loc.cit. ture: autorizza le ingenti speseche ilvescovo Pro spero Reibiba, non lascindo sfuggire le favorevoli disposizioni del governo, impiegava nel portare a compimento l'edifizio, e non permette che alzasse Messina un'altra Università. Accrescevasi in tal modo il numero dei discenti in Catania; e l ' o nore di ammaestrare nella sola Università del re gno,ed isignificanti stipendidallasovranamuni ficenza aumentati, incoraggiavano i dotti a lasciar le brighe volgari, a rivolgersi alla coltura delle lettere,edasegnalarsi nel pubblico insegnamento. (f Dopo averdettato questo articolo ho saputo che nellabiblioteca de'PP.Benedettinidi questa città avvi un esemplare dell'Opus logicum, Messanae Mongitore, Bibl, sic. c) Grossis, Dec. ix, 151. Fra gli uomini scienziati che onoravano illi ceo catanese nel finedel xvi secolo distinguevasi Lorenzo B. nato in Catania. Per più di anni 20 vi fu professore di medicina, di cui avea dato lezioni anche presso l'estero, ere soave acelebreilsuonomeperlesuecono scenze matematiche ed anatomiche, e pel gusto nella latina poesia. Seguendo le aristoteliche dottrine, volle pnbblicare per le stampe di Brea in Messina un libro di istituzioni filosofiche sotto il titolo di Opus logicum, ed un altro di rettorica libri divenuti oramai così rari da non petersi trovare chi ne avessenotizie. Ma ciavanzanope rò i frammenti di opere più solide che tanto ap prezzar seppe l'accurato Carrera. (a) Nel settembre del 1595. Amico,  P Amico,Cat.il.,lib.xu,c.v. e )Mongitore, Bibl.sic. Un Discorso sopra Mongibello conteneva la descrizione fisica di questo vulcano, e la storia di molte sue eruzioni. Carrera fa rilevare nel capi tolo della sua opera (a)in cui tratta del mont Et na, aver ricavato da quel discorso quanto riguarda la misura dell'altezza del vulcano,le sue regioni, la fertilità del suolo, la storia delle sue eruzioni; e queste doveano da B. rapportarsi con som m a esattezza, imperciocchèegli giungeva a notare anche il tempo in cui l'Etna non eruttava,co me avvenne per anni trenta dopo la grande eruzione, durante la quale, come dice lo stesso Bolano, formossi quel cratere oggi detto Monte negro. Selesueideecircala origine degli incendî vulcanici non sono da riferirsi,è colpadei tempi, in cui limitatissime erano le conoscenze de'feno meni naturali, e basta il dire chei scriveva nel 1588. Ma l' Quel pregevole manoscritto conservavasi in mani del di lui figliuolo Girolamo Bo Carrera, Notizie istor.'di Catan., lib.'11, c. 2. Così dice il Grossis, ilMongitore eco.,ma l'ab. Amico chiama quelmanoscritto Opusculum de rebus Catanae. Tom.3, lib.14,42.  44 1 opera che principalmente gli fa meri tare il rispetto e la riconoscenza de'suoiconcittadini fu quellascritta in latino per illustrare la storia di Catania, e che portava il titolo di Chronicon urbis Catanae; ed abbenchè non fosse stata mai pubblicata per intero,fu quella però da cui tanto giovaron si l'Arcangelo, il Carrera, il Grossis e molti altri che delle notịzie sto riché di Cataniasi sono occupati.  Vetusta Catanae monumenta e lenebris eruens primus vulgavit. Amico. mare il piano del duomo(d), edaltempiodi Castore e Polluce quelli presso il nuovo vico, die tro,ilForo lunare. Stima essere stato di Marcello un busto marmoreo di squisito lavoro,che conservossi per lunga serie di anni nella chie as di s. Agata, finchè Ferdinando de Vega non lo regalasseal chitaristaPietro Murabito da Messina. La sua descrizione poi dell'anfiteatro èdistintaed eloqnente, efa conoscere che il luogo ove erasi fabbricato appellavasi Cam po stesicoreo Restavano sino ai suoi tempi tali avanzi de'corridori e delle mura circolari, quanto potè misurarsi più dicento piedi: calcolò cheil diametro dell'arena ascendeva a 290 piedi, ma colle fabbriche de'corridoja 490,coni470piedi di 45 for lano, da cui l'ebbeprestato il Carrera,come egli stesso confessa: e quali cognizioni ne ab bia ricavato questo storicolaborioso,può ben ve dersi in tutto il corso della sua opera, e princi palmente ove trattasidegli antichi monumenti. Il B. che fu il primo a descrivere le antichità catanesi, riconobbe ivestigi del tem piodi Cerere, fuoril'antica Porta reale pressole müra della città, sulla collinetta appellata Torre del vescovo,oggi covertadal Bastione deglinfetti. Credè doversi riferire al tempio diBacco li ruderi a fianchi delle terme,oggi demoliti per Carrera. B. presso Carrera circonferenza. Le porte della esterna facciata era no larghe 18 piedi,e doveano essere60 in numero, a 7 piedi distanti una dall'altra. Con eguale esattezza rapporta le misure del l'odeo, detto da lui piccolo teatro, ed el gran teatro, da cui furono svelte molte colonne di marmo, oltre ai materiali tolti per le fabbriche moderne. Situa la naumachia presso l'antica por ta della decima, e descrive non solole mura ed i ruderi che esistevano allora, ma dell'uso della naumachia da archelogo ragiona, come fa per ilcontiguo ippodromo. Tutti descrive i resti delle terme che scopri vansi a'suoi tempi in Catania, riforisce lemi sure della fabbrica dell'arco diMarcello,ed ammi ra la solidità del cemento e l'architettura. Ma sopratutto elegantissima è la descrizione degli acquedotti che portando le acque soprala collina ove oggi è il quartiere del Corso, le distribuiva no perlacittà; e dal Corso delle acque quell sito trasse il nonne che fin oggi conserva. Zelantissimo B. del vero decoro della sua patria mal soffiriva il poco conto in che tene vansi que resti del di lei antico splendore. I cit tadini catanesi, pochissimi eccettuati, in quel tempo, come abbiamo osservato, poco o nulla calco Molessane calcis ubertate et aelneorum lapidum concinnitate tamcelebris,utmiraripotiusquam obser vare debeamus. Quingentoscirciterannosab Ansgerioepisco po catanensi dirutum est, ut divae Agathae, comitis Rogerii sumptibus,struerentur aedes:cujus et gratia theatra ruinam experta sunt. Loc. cit. Columnarum plurimae et concinnati lapides ab Ansgerio translati sunt omnes,ut decorticatum jure pos sit appellari theatrum istud. lar potevanoil valore di sì veneranda antichità: e l'arco di Marcello dopo il tremuoto soffriva la ultima sua rovina per la fabbrica della chiesa di s. Caterina, poi confraternita de' Bianchi.Le pietre intagliate dell'anfiteatroe del teatro servirono al vescovo Angerio per la costruzione del duomo, ed il resto impiegossi in appres so alla fabbrica delle cortine delle muraglie. Il duomo stesso alzavasiin gran parte sopra antiche terme: sull'anfiteatro ergeansi chiese ed abitazioni di privati, come ugualmente sopra la scena ed i corridori del teatro. I Assisoeglisu' ruderidiquei gloriosimonu menti, simileal franco viaggiatorea vistadelle rovine di Palmira, meditava a quale insultante di menticanza condannavali il tempo, come egli contentasididire,pernon urtardifronte, iocre do, la ignoranza e la barbarie: e da pertutto nel lasuaopera, fatralucere ilsuorammarico,quan do parladelteatro e dell'anfiteatro. Scorgesi nel dilui manoscritto la grande ac curatezzache egliusava nelleosservazioni,ela diligenza nelle misure. Animirando la maestà di quegli avanzi scriveva quasi entusiastato, par che  Quae sola temporis diuturnitate sunt perpeluae oblivioni tradita. la lingua prestavasi allora, al suo genio, e lo stile del suo Chronico  fa in certo modo ammirarsi. LIR. Nè ilsuo zelo per la patria limitato erasól tanto a mettere in luce ladi leiantica gloria; B. lo estendeva a tutta possa alla di lei effet tiva prosperità nell'. vistadeipositivi dannicherecavano allasalutepub blica le acque dell'Amenano, raccoltenell'antica Piazza dell'erbe, per uso di alcuni mulini iyisesi stenti, caldeistanzeavanzòalsenato onde:toglie re quel fomite d'infette esalazioni, e seppe tanto insistere colla sua medica autorità,cheriuscita diroccareimuliniedar, liberocorso alleacqueper appositi canali sino al mare. Charts ! Tutto misein opera in fineonde ricostruisse Catania il suo molo. U n ragionato discorso scris sealsenato, incuifeconoscere comeperlamu mficenza del re Alfonso il magnanimo la fabbrica del molo erasi cominciata ip. Catanianel, che si era dell'opera desistito alla morte di quel i fundiores ductus concinnatis lapidibus confecto saqua maredelata, atque omni perniciosa humiditate sublata. intero Non sarà fuor diluogo ilrapportare'per quel passo ove B. parla della magnificenza di Gatan j a 'nell'aver trasportato da Licodia le acque in città: <e.Hinc mirari non desino priscam illam urbis rosirae majestatem pene incredibilem, quae tot pariter quot h o die insignita fontibus ac putealibus aquis BE op A, refertissima, effatudignissimis sumptibus aquamhanc eLicodia, milliaribus sexdecim distantem, qua Naumachiąm et Thermescompleret,domos pariteretdetergeretet or, naret est emerita, ut qui et situ ei climale pro studiorum domicilio purissimusaer est defecatus, insuper in cię vium columitatem vel arte eficeretur: cit. ad   Se la memoria degl'illustritrapassati servir debbedi modello alla condotta de'viventi, B. è uno diqueipochi alcertocheimitar dovrebbonsi da'veri cittadini:imperciocchè einon giovossi delle scienze per sola coliura del súd spi rito, ma curò dirivolgerle ad utilepubblico,e efece onore alla patriamettendo in luce imonu menti del di lei antico splendore: diè opera onde cessassero i fomiti che il puro aere ne infettavano, e procurò, per quanto valevano le sue forze, che ampie ricchezze ritraese Catania dalcommerciom a GEMMELLARO.   at titis Quippequipro statuendamoleni hil'non'ani madvertit utile et commodum publicis civitatum et'op pidorum adjacentium sumptibus pro publiciaeris copia struendum regia potestate praecepit. Mortepraeventus suo tempore exorsus non perfecie.Posteri vero pelfucata negotii dificultateperterriti, velreimomentum"tam ada mirabilenon agnoscentesaversiprimordiorumruinam nonrepararunt  ípoinel16obecc.)!. Opus logicum  B. Siculi Catanensis philosophiae, ac medicinae professoris candidissimi, nec non in almo studio vrbis Catinæ lectoris celeberrimi. In quo scientias cum callentibus, tum adepturis necessaria duntaxat, ex Aristotelis vberrimo fonte recepta breuiter, ac peripatetice traduntur OPVS LOGICVM B.  SICVLI CATANENSIS PHILOSOPHII CANDIDISSIMI NEC NON IN ALMO STVDIO VRBIS CATINÆ CELEBERRIMI IN QVO SCIENTIAS CVM CALLENTIBVS TVM ADEPTVRIS NECESSARIA DVNTAXAT EX ARISTOTELIS VBERRIMO FONTE RECEPTA PERIPATETICE TRADVNTVR OPVS LOGICVM SICVLI CATANENSIS PHILOSOPHII CANDIDISSIMI NEC NON IN ALMO STVDIO VRBIS CATINÆ CELEBERRIMI IN QVO SCIENTIAS CVM CALLENTIBVS TVM ADEPTVRIS NECESSARIA DVNTAXAT EX ARISTOTELIS VBERRIMO FONTE RECEPTA PERIPATETICE TRADVNTVR Opus logicum. Mess. Metaphysica, Naluralis Philosophia, Praedicamenta, nec non Theologia Naturalis.Ven.in fol. OPVS LOGICVM LAVRENTII BOLANI SICVLI CATANENSIS PHILOSOPHII CANDIDISSIMI NEC NON IN ALMO STVDIO VRBIS CATINÆ CELEBERRIMI IN QVO SCIENTIAS CVM CALLENTIBVS TVM ADEPTVRIS NECESSARIA DVNTAXAT EX ARISTOTELIS VBERRIMO FONTE RECEPTA PERIPATETICE TRADVNTVROpus logicum Laurentii Bolani Siculi Catanensis philosophiae, ac medicinae professoris candidissimi, nec non in almo studio vrbis Catinæ lectoris celeberrimi. In quo scientias cum callentibus, tum adepturis necessaria duntaxat, ex Aristotelis vberrimo fonte recepta breuiter, ac peripatetice traduntur Lorenzo Bolano. Bolano. Keywords: dialettica, colloquenza romana, i romani a Sicilia – sicilia regione dell’impero romano, filosofia romana antica – filosofia romana nella monarchia; filosofia romana nella repubblica, filosofia romana nell’impero. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bolano” – The Swimming-Pool Library. Bolano.  

 

Grice e Bonaiuti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Eppur si muove – scuola di Pisa – filosofia pisana – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pisa). Filosofo pisano. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pisa, Toscana. Galileo B. – tomba a Firenze. Galileo Galilei. Grice: “His father was, like mine, a musician.” – “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”. Personaggio chiave della rivoluzione scientifica, per aver esplicitamente introdotto il metodo scientifico (detto anche "metodo galileiano" o "metodo sperimentale"), il suo nome è associato a importanti contributi in fisica e in astronomia. Di primaria importanza fu anche il ruolo svolto nella rivoluzione astronomica, con il sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria copernicana. I suoi principali contributi al pensiero filosofico derivano dall'introduzione del metodo sperimentale nell'indagine scientifica grazie a cui la scienza abbandonava, per la prima volta, quella posizione metafisica che fino ad allora predominava, per acquisire una nuova, autonoma prospettiva, sia realistica che empiristica, volta a privilegiare, attraverso il metodo sperimentale, più la categoria della quantità (attraverso la determinazione matematica delle leggi della natura) che quella della qualità (frutto della passata tradizione indirizzata solo alla ricerca dell'essenza degli enti) per elaborare ora una descrizione razionale oggettiva[N 6] della realtà fenomenica. Sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galilei fu processato e condannato dal Sant'Uffizio, nonché costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri. Nel corso dei secoli il valore delle opere di Galilei venne gradualmente accettato dalla Chiesa, e 359 anni dopo, il 31 ottobre 1992, papa Giovanni Paolo II, alla sessione plenaria della Pontificia accademia delle scienze, riconobbe "gli errori commessi" sulla base delle conclusioni dei lavori cui pervenne un'apposita commissione di studio da lui istituita nel 1981, riabilitando Galilei. La casa natale di G.  Abitazione all'800  Abitazione in via Giusti Dal libretto di battesimo di Galileo riportante come luogo "in Chapella di S.to Andrea", si credeva fino alla fine dell'800 che Galileo potesse essere nato vicino alla cappella di Sant'Andrea in Kinseca nella fortezza San Gallo, il che presumeva che il padre Vincenzo fosse un militare. In seguito fu identificata casa Ammannati, vicino alla Chiesa di Sant'Andrea Forisportam, come la vera casa natale. Figlio di Vincenzo G. e di Giulia Ammannati. Gli Ammannati, originari del territorio di Pistoia e di Pescia, vantavano importanti origini; Vincenzo G. invece apparteneva ad una casata più umile, per quanto i suoi antenati facessero parte della buona borghesia fiorentina. Vincenzo era nato a Santa Maria a Monte, quando ormai la sua famiglia e decaduta ed egli, musicista di valore, dove trasferirsi a Pisa unendo all'esercizio dell'arte della musica, per necessità di maggiori guadagni, la professione del commercio. La famiglia di Vincenzo e di Giulia, contava oltre G.: Michelangelo G., musicista presso il granduca di Baviera, Benedetto G., morto in fasce. Dopo un tentativo fallito di inserire G. tra i XL studenti toscani che venivano accolti gratuitamente in un convitto di Pisa, e ospitato senza spese da Tebaldi, doganiere della città di Pisa, padrino di battesimo di Michelangelo G., e tanto amico di Vincenzo da provvedere alle necessità della famiglia durante le sue lunghe assenze per lavoro. A Pisa, G. conosce Bartolomea Ammannati che cura la casa del rimasto vedovo Tebaldi il quale, nonostante la forte differenza d'età, la sposa, probabilmente per metter fine alle malignità, imbarazzanti per la famiglia G., che si facevano sul conto della giovane nipote. Successivamente fa i suoi primi studi a Firenze, prima col padre, poi CON UN MAESTRO DI DIALETTICA e infine nella scuola del convento di Santa Maria di Vallombrosa, dove vestì l'abito di novizio. Vincenzo iscrive il figlio a Pisa con l'intenzione di fargli studiare medicina, per fargli ripercorrere la tradizione del suo glorioso antenato Galileo Bonaiuti e soprattutto per fargli intraprendere una carriera che poteva procurare lucrosi guadagni.  Nonostante il suo interesse per i progressi sperimentali di quegli anni, la sua attenzione e presto attratta dalla semiotica, la logica, e la matematica – lo studio del segno -- che comincia a studiare sfruttando l'occasione della conoscenza fatta a Firenze di Ricci da Fermo, un seguace della scuola matematica di Tartaglia. Caratteristica del Ricci e l'impostazione che egli dava all'insegnamento della matematica: non di una scienza astratta o formale, ma di una disciplina materiale che serve a risolvere i problemi pratici legati alla meccanica e alle tecniche ingegneristiche. E, infatti, la linea di studio Tartaglia-Ricci (prosecutrice, a sua volta, della tradizione facente capo ad Archimede) a insegnare a G. l'importanza della precisione nell'OSSERVAZIONE dei dati e il lato prammatico della ricerca scientifica. È probabile che a Pisa segue anche i corsi di filosofia naturale (fisica) tenuti dal liziio BONAMICI. Durante la sua permanenza a Pisa arriva alla sua prima, personale scoperta, che chiama l' “iso-cronismo” nelle oscillazioni di un pendolo. Rinuncia a proseguire gli studi di medicina e anda a Firenze, dove approfondì i suoi nuovi interessi, occupandosi di meccanica e d’idraulica. Trova una soluzione al problema della corona di Gerone inventando uno strumento per la determinazione idrostatica del peso specifico dei corpi. L'influsso di Archimede e dell'insegnamento del Ricci si rileva anche nei suoi studi sul centro di gravità dei solidi. Cerca intanto una regolare sistemazione economica: oltre a impartire lezioni private a Firenze e a Siena, anda a Roma a richiedere una raccomandazione per entrare nello studio di Bologna a Clavius, ma inutilmente, perché a Bologna gli preferirono alla cattedra Magini. Su invito dell'accademia fiorentina tenne due lezioni circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno, difendendo le ipotesi già formulate da Manetti sulla topografia dell'Inferno. G. si rivolse allora a Monte, matematico conosciuto tramite uno scambio epistolare su questioni matematiche. Monte e fondamentale nell'aiutare G. a progredire nella carriera quando, superando l'inimicizia di Giovanni de' Medici, un figlio naturale di Cosimo de' Medici, lo raccoma al fratello cardinale Francesco Maria Del Monte, che a sua volta parla con il potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la sua protezione, ha un contratto triennale per una cattedra a Pisa, dove espose chiaramente il suo programma, procurandosi subito una certa ostilità nell'ambiente accademico di formazione lizia. Il metodo che sigue e quello di far dipendere quel che si dice da quel che si è detto, senza mai supporre come vero quello che si deve spiegare. Questo metodo me l'hanno insegnato i miei matematici, mentre non è abbastanza osservato da certi filosofi quando insegnano elementi fisici. Per conseguenza quelli che imparano, non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le credono solamente per fede, cioè perché le ha dette ARISTOTELE. Se poi e vero quello che ha detto ARISTOTELE, sono pochi quelli che indagano; basta loro essere ritenuti più dotti perché hanno per le mani maggior numero di testi aristotelici che una tesi sia contraria all'opinione di molti, non m'importa affatto, purché corrisponda alla esperienza e alla ragione. Frutto dell'insegnamento pisano è “De motu antiquiora”, che raccoglie una serie di lezioni nelle quali egli cerca di dar conto del problema del movimento. Base delle sue ricerche è il trattato, pubblicato a Torino, “Diversarum speculationum mathematicarum liber d Benedetti, uno dei fisici sostenitori della teoria dell'IMPETO come causa del moto violento. Benché non si sapesse definire la natura dell’impeto impresso a un corpo, questa teoria, elaborata da  Filopono e poi sostenuta dai fisici parigini, pur non essendo in grado di risolvere il problema, si oppone alla tradizionale spiegazione aristotelica del movimento come prodotto del mezzo nel quale IL CORPO ANIMATO stesso si muove. A Pisa G. non si limita alle sole occupazioni scientifiche. Risalgono infatti a questo periodo le sue “Considerazioni sul Tasso” che avrebbero avuto un seguito con le Postille all'Ariosto. Si tratta di note sparse su fogli e annotazioni a margine nelle pagine dei suoi volumi della Gerusalemme e dell' “Orlando furioso” dove, mentre rimprovera al Tasso la scarsezza della fantasia e la monotonia lenta dell'immagine e del verso, ciò che ama nell'Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l'equilibrio armonico di questo, la coerenza dell'immagine l'unità organica – pur nella varietà – del fantasma poetico. La morte del padre lo lasciando l'onere di mantenere tutta la famiglia: per il matrimonio della sorella Virginia, dove provvedere alla dote, contraendo dei debiti, così come avrebbe poi dovuto fare per le nozze della sorella Livia con Galletti, e altri denari avrebbe dovuto spendere per soccorrere le necessità della numerosa famiglia del fratello Michelangelo. Del Monte intervenne ad aiutare nuovamente, raccomandandolo al prestigioso studio di Padova, dove era ancora vacante una catedra dopo la morte di Moleti. Le autorità della Repubblica di Venezia emanarono il decreto di nomina, con un contratto, prorogabile, di IV anni e con uno stipendio di 180 fiorini l'anno. Tenne a Padova il discorso introduttivo e dopo pochi giorni comincia un corso destinato ad avere un grande seguito presso gli studenti. Vi sarebbe restato per diciotto anni, che avrebbe definito «li diciotto anni migliori di tutta la mia età. Arriva a Venezia solo pochi mesi dopo l'arresto di BRUNO a Venezia. Nel dinamico ambiente di Padova (risultato anche del clima di relativa tolleranza religiosa garantito dalla Repubblica veneziana),  intrattenne rapporti cordiali anche con personalità di orientamento filosofico lontano dal suo, come CREMONINI filosofo rigorosamente lizio. Frequenta anche i circoli colti e gli ambienti senatoriali di Venezia, dove stringe amicizia con Sagredo, che G. rese protagonista del suo Dialogo sopra i massimi sistemi, e SARPI, esperto di semiotica. È contenuta proprio nella lettera  al frate servita la formulazione della legge sulla caduta dei gravi. Gli spazii passati dal moto naturale esser in proportione doppia dei tempi, e per conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come ab unitate, et le altre cose. Et il principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocità con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto. G. tiene a Padova lezioni di meccanica: il suo “Trattato di meccaniche” dovrebbe essere il risultato dei suoi corsi, che hanno origine dalle “Questioni meccaniche” di Aristotele.  A Padova G. attrezza con l'aiuto di un artigiano che abitava nella sua stessa casa, una officina nella quale eseguiva esperimenti e fabbrica strumenti che vende per arrotondare lo stipendio. Perla macchina per portare l'acqua a livelli più alti ottenne dal Senato veneto un brevetto ventennale per la sua utilizzazione pubblica. Da anche lezioni private e ottenne aumenti di stipendio: dai 320 fiorini percepiti annualmente passa ai 1.000.  Una nuova stella e osservata d’Altobelli, il quale ne informa G.. Luminosissima, e osservata successivamente anche da Keplero, che ne fa oggetto di uno studio, il De Stella nova in pede Serpentarii. Su quel fenomeno astronomico G. tenne III lezioni, il cui testo non ci è noto, ma contro le sue argomentazioni scrive un opuscolo Lorenzini, sedicente lizio originario di Montepulciano, su suggerimento di CREMONINI, e intervenne a sua volta con un opuscolo anche Capra. Interpreta il fenomeno della nuova stella come prova della mutabilità dei cieli, sulla base del fatto che, non presentando la nuova stella alcun cambiamento di parallasse, essa dovesse trovarsi oltre l'orbita della Luna. A favore della tesi si pubblica “Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito della Stella Nuova. Ronchitti difende la validità del metodo della parallasse per determinare la distanza minima di cose accessibili all'osservatore solo visivamente, quali sono gl’astri. Rimane incerta l'attribuzione del dialogo, se cioè sia opera dello stesso G. o di Spinelli. Compose II trattati sulla fortificazione, la breve introduzione all'architettura militare e un trattato di fortificazione. Fabbrica un compasso, che descrive in “Le operazioni del compasso geometrico et militare” (Padova). Il compasso e strumento già noto e, in forme e per usi diversi, già utilizzato, né G. pretese di attribuirsi particolari meriti per la sua invenzione. Ma Capra lo accusa di aver plagiato una sua precedente invenzione. Ribalta le accuse di Capra, ottenendone la condanna da parte dei Riformatori dello Studio padovano e pubblica una Difesa contro alle calunnie et imposture di Capra, dove ritorna anche sulla precedente questione della nuova stella. L'apparizione della nuova stella crea grande sconcerto nella società e G. non disdegna di approfittare del momento per elaborare, su commissione, oroscopi personali, al prezzo di 60 lire venete. Peraltro, e messo sotto accusa dall'inquisizione di Padova a seguito di una denuncia di un suo ex-collaboratore, che lo aveva accusa precisamente di aver effettuato oroscopi e di aver sostenuto che gl’astri determinano le scelte dell'uomo. Il procedimento, però, e energicamente bloccato dal Senato della Repubblica veneta e il dossier dell'istruttoria venne insabbiato, così che di esso non giunse mai alcuna notizia all'Inquisizione romana, ossia al Sant'Uffizio. Il caso venne probabilmente abbandonato anche perché G. si e occupato di astrologia natale e non di astrologia pro-gnostica o previsionale.  La sua fama come autore d’oroscopi gli porta richieste, e senza dubbio pagamenti più sostanziosi, da parte di cardinali, principi e patrizi, compresi Sagredo, Morosini e qualcuno che si interessa a Sarpi. Scambia lettere con Gualterotti, e, nei casi più difficili, con Brenzoni. Tra i temi natali calcolati e interpretati figurano quelli delle sue due figlie, Virginia e Livia, e il suo proprio, calcolato tre volte. Il fatto che si dedicasse a questa attività anche quando non e pagato per farlo suggerisce che egli vi attribuisse un qualche valore. Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono. (if you see that p, because you want that p). Non sembra che, nella polemica sulla nuova stella, G. si e già pubblicamente pronunciato a favore della teoria elio-centrica di Copernico. Si ritiene che egli, pur intimamente convinto copernicano, pensasse di non disporre ancora di prove sufficientemente forti d’ottenere invincibilmente l'assenso della universalità dei filosofi. Tuttavia, espressa privatamente la propria adesione al copernicanesimo a Keplero – che pubblica il suo Prodromus dissertationum cosmographicarum scrive. Ho già scritto molte argomentazioni e molte confutazioni degl’argomenti avversi, ma finora non oso pubblicarle, spaventato dal destino dello stesso Copernico, nostro maestro. Questi timori, però, svaniranno proprio grazie al cannocchiale, che G. punta per la prima volta verso il cielo. Di ottica si sono occupati già Porta nella sua Magia naturalis e nel De refractione e Keplero negli Ad Vitellionem paralipomena, opere dalle quali era possibile pervenire alla costruzione del cannocchiale. Lo strumento e costruito indipendentemente da Lippershey. G. decide allora di preparare un tubo di piombo, applicandovi all'estremità due lenti, ambedue con una faccia piena e con l’altra sfericamente concava nella prima lente e convessa nella seconda. Quindi, accostando l’occhio alla lente concava, percepii l’astro abbastanza grande e vicino, in quanto essi apparivano III volte più prossimi e IX volte maggiori di quel che risultavano guardati con la sola vista naturale. Presenta l'apparecchio come sua costruzione al governo di Venezia che, apprezzando l'invenzione, gli raddoppia lo stipendio e gl’offre un contratto vitalizio d'insegnamento. L'invenzione, la riscoperta e la ricostruzione del cannocchiale non è un episodio che possa destare grande ammirazione. La novità sta nel fatto che G. è il primo a portare questo strumento, usandolo in maniera prettamente logica e concependolo come un potenziamento del sentire – il vedere. La grandezza di Galileo nei riguardi del cannocchiale è stata proprio questa. Supera tutta una serie di ostacoli concettuali (cf. Galileo sees that the star is nice +> without a telescope – I could see the cow from the window) -- utilizzando suddetto strumento per rafforzare le proprie tesi.  Grazie al cannocchiale, G. propone una nuova visione del mondo celeste. Giunge alla conclusione che, alle stelle visibili ad occhio nudo, si aggiungono altre innumerevoli stelle mai scorte prima d’ora. L'universo, dunque, diventa più grande. Non c’è differenza di natura fra la terra e la luna. G. arreca così un duro colpo alla visione aristotelico-tolemaica geo-centrica del mondo, sostenendo che la superficie della luna non è affatto liscia e levigata bensì ruvida, rocciosa e costellata di ingenti prominenze. Quindi, tra gl’astri, almeno la luna non possiede i caratteri di assoluta perfezione che ad essa erano attribuiti dalla tradizione. Inoltre, la luna si muove, e allora perché non dovrebbe muoversi anche la terra che è simile dal punto di vista della costituzione? Vengono scoperti i un satellite di Giove, che G. denomina la stelle medicea. Questa consapevolezza l’offre l'insperata visione in cielo di un modello più piccolo dell'universo copernicano. Le scoperte sono pubblicate nel Sidereus Nuncius, una copia del quale G. invia a Cosimo II, insieme con un esemplare del suo cannocchiale e la dedica dei IV satelliti, battezzati da G. in un primo tempo Cosmica Sidera e successivamente medicea sidera. È evidente l'intenzione di G. di guadagnarsi la gratitudine della Casa medicea, molto probabilmente non soltanto ai fini del suo intento di ritornare a Firenze, ma anche per ottenere un'influente protezione in vista della presentazione, di fronte al pubblico degli studiosi, di quelle novità, che certo non avrebbero mancato di sollevare polemiche. Chiede a Vinta, Primo Segretario di Cosimo II, di essere assunto allo Studio di Pisa, precisando. Quanto al titolo et pretesto del mio servizio, io desidererei, oltre al nome di matematico, che S. A. ci aggiugnesse quello di “filosofo”, professando io di havere studiato più anni in FILOSOFIA, che mesi in matematica pura. Il governo fiorentino comunica a G. l'avvenuta assunzione come «Matematico primario dello Studio di Pisa et di FILOSOFO del Ser.mo Gran Duca, senz'obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l'anno, moneta fiorentin. G. firma il contratto e raggiunse Firenze.  Qui giunto si premura di regalare a Ferdinando, figlio del granduca Cosimo, la migliore lente ottica che realizza nel suo laboratorio organizzato quando e a Padova dove, con l'aiuto dei mastri vetrai di Murano confezionava occhialetti sempre più perfetti e in tale quantità da esportarli, come fa con il cannocchiale mandato all'elettore di Colonia il quale a sua volta lo prestò a Keplero che ne fa buon uso e che, grato, conclude la sua opera Narratio de observatis a se quattuor Jovis satellitibus erronibus, così scrivendo. “Vicisti G.” -- riconoscendo la verità delle scoperte di G. Ferdinando ruppe la lente. G. gli regala qualcosa di meno fragile: una calamita armata, cioè fasciata da una lamina di ferro, opportunamente posizionata, che ne aumenta la forza d'attrazione in modo tale che, pur pesando solo sei once, il magnete sollevava XV libbre di ferro lavorato in forma di sepolcro. In occasione del trasferimento a Firenze lascia la sua convivente, la veneziana Marina Gamba, conosciuta a Padova, dalla quale aveva avuto tre figli: Virginia e Livia, mai legittimate, e Vincenzio, che riconosce. Affida a Firenze la figlia Livia alla nonna, con la quale già convive l'altra figlia Virginia, e lascia Vincenzio a Padova alle cure della madre e poi, dopo la morte di questa, a Bartoluzzi.  In seguito, resasi difficile la convivenza delle due bambine con Ammannati, G. fa entrare le figlie nel convento di San Matteo, ad Arcetri (Firenze), costringendole a prendere i voti non appena compiuti i rituali XVI anni. Virginia assunse il nome di suor Maria Celeste, e Livia quello di suor Arcangela, e mentre Virginia G. si rassegna alla sua condizione e rimase in contatto epistolare con il padre, Livia non accetta mai l'imposizione. La pubblicazione del Sidereus Nuncius suscita apprezzamenti ma anche diverse polemiche. Oltre all'accusa di essersi impossessato, con il cannocchiale, di una scoperta che non gl’apparteneva, e messa in dubbio anche la realtà di quanto egli asseriva di aver scoperto. Sia Cremonini, sia Magini, che sarebbe l'ispiratore del libello “Brevissima peregrinatio contra Nuncium Sidereum” da Horký, pur accogliendo l'invito di G. a guardare attraverso il telescopio che egli ha costruito, ritennero di *non* vedere alcun supposto satellite di Giove.  Solo più tardi Magini si ricredette e con lui anche Clavius, che aveva ritenuto che i satelliti di Giove individuati da G. sono soltanto un'”illusione” prodotta non direttamente dal corpo di G. mai dalla lente del telescopio. Quest’obiezione e difficilmente confutabile. Conseguente sia alla bassa qualità del sistema ottico del primo telescopio, sia all'ipotesi che la lente potessero deformer la vision natural all’occhio nudo. Un appoggio molto importante e dato a G. da Keplero, che, dopo un iniziale scetticismo e una volta costruito un telescopio sufficientemente efficiente, verifica l'esistenza effettiva dei satelliti di Giove, pubblicando a Francoforte la “Narratio de observatis a se IV Jovis satellitibus erronibus quos G. mathematicus florentinus jure inventionis MEDICAEA SIDERA nuncupavit”. Poiché i gesuiti del Collegio Romano sono considerati tra le maggiori autorità scientifiche del tempo, si reca a Roma per presentare le sue scoperte. E accolto con tutti gl’onori da Paolo V e da Cesi, che lo iscrive nei Lincei. G. scrive a Vinta che i gesuiti avendo finalmente conosciuta la verità dei nuovi MEDICAEA SIDERA, ne hanno fatte da II mesi in qua continue osservazioni, le quali vanno proseguendo; e le aviamo “riscontrate con le mie” e si rispondano giustissime. Però, a quel tempo non sa ancora che l'entusiasmo con il quale anda diffondendo e difendendo le proprie scoperte e teorie suscita resistenze e sospetti precisamente in ambito ecclesiastico.  Bellarmino incarica i matematici vaticani d’approntargli una relazione sulle nuove scoperte fatte da un valente matematico per mezo d'un istrumento chiamato cannone overo ochiale e la congregazione del sant’uffizio precauzionalmente chiede all'inquisizione di Padova se e mai stato aperto, in sede locale, qualche procedimento a carico di G.. Evidentemente, la curia romana comincia già a intravedere quali conseguenze avrebbero potuto avere questi singolari sviluppi della filosofia sulla concezione generale del mondo e quindi, indirettamente, sui sacri principi. Scrive il Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua, o che in quella si muovono, nel quale appoggiandosi alla teoria di Archimede dimostra, contro Aristotele, che i corpi galleggiano o affondano nell'acqua a seconda del loro peso specifico non della loro forma, provocando la polemica risposta del Discorso apologetico d'intorno al Discorso di G. di Colombe. Al Pitti, presenti il granduca, la granduchessa Cristina e Barberini, allora suo grande ammiratore, da una pubblica dimostrazione sperimentale dell'assunto, confutando definitivamente Colombe.  G. accenna anche alle macchie solari, che sosteniene di aver già osservate a Padova, senza però darne notizia: scrive ancora, l'Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, pubblicata a Roma dall'Accademia dei Lincei, in risposta a III lettere di Scheiner che, indirizzate a Welser, duumviro di Augusta, mecenate delle scienze e amico dei Gesuiti dei quali e banchiere. A parte la questione della priorità della scoperta, Scheiner sostene erroneamente che le macchie consisteno in sciami di astri rotanti intorno al Sole, mentre G. le considera materia fluida appartenente alla superficie del sole e ruotante intorno ad esso proprio a causa della rotazione stessa della stella.  L'osservazione delle macchie consentì, quindi, a G. la determinazione del periodo di rotazione del sole e la dimostrazione che il cielo e la terra non sono II mondi radicalmente diversi, il primo solo perfezione e immutabilità e il secondo tutto variabile e imperfetto. Infatti, ribadì a Cesi la sua visione copernicana scrivendo come il sole si rivolgesse «in sé stesso in un mese lunare con rivoluzione simile all'altre de i pianeti, cioè DA PONENTE VERSO LEVANTE intorno a i poli dell'eclittica: la quale novità dubito che voglia essere il funerale o più tosto l'estremo e ultimo giudizio della pseudo-filosofia, essendosi già veduti segni nelle stelle, nella luna e nel sole; e sto aspettando di veder scaturire gran cose dal peripato del LIZIO per mantenimento della immutabilità dei cieli, la quale non so dove potrà esser salvata e celata. Anche l'osservazione del moto di rotazione del sole e dei pianeti e molto importante: rende meno inverosimile la rotazione terrestre, a causa della quale la velocità di un punto all'equatore sarebbe di circa 1700 km/h anche se la terra fosse immobile nello spazio. La scoperta delle fasi di Venere e di Mercurio, osservate da G., non e compatibile col modello geocentrico di Tolomeo, ma solo con quello geo-eliocentrico di Tycho Brahe, che Galileo non prende mai in considerazione, e con quello elio-centrico di Copernico. G., scrivendo a Giuliano de' Medici afferma che Venere necessarissimamente si volge intorno al sole, come anche Mercurio e tutti li altri pianeti, cosa ben creduta da tutti i pittagorici, Copernico, Keplero e me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e in Mercurio. Difende il modello elio-centrico e chiarì la sua concezione della scienza in IV lettere private, note come "lettere copernicane" e indirizzate a Castelli, II a Dini, una alla granduchessa madre Cristina di Lorena.  L'horror vacui Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vuoto (filosofia). Secondo la dottrina aristotelica in natura il vuoto non esiste poiché ogni corpo terreno o celeste occupa uno spazio che fa parte del corpo stesso. Senza corpo non c'è spazio e senza spazio non esiste corpo. Sostiene Aristotele che "la natura rifugge il vuoto" (natura abhorret a vacuo), e perciò lo riempie costantemente; ogni gas o liquido tenta sempre di riempire ogni spazio, evitando di lasciarne porzioni vuote. Un'eccezione però a questa teoria era l'esperienza per la quale si osservava che l'acqua aspirata in un tubo non lo riempiva del tutto ma ne rimaneva inspiegabilmente una parte che si riteneva fosse del tutto vuota e perciò dovesse essere colmata dalla Natura; ma questo non si verifica. G. rispondendo a una lettera inviatagli da un cittadino ligure Baliani conferma questo fenomeno sostenendo che «la ripugnanza del vuoto da parte della Natura» può essere vinta, ma parzialmente, e che, anzi, «lui stesso ha provato che è impossibile far salire l’acqua per aspirazione per un dislivello superiore a 18 braccia, circa 10 metri e mezzo. Galilei quindi crede che l'horror vacui sia limitato e non si chiede se in effetti il fenomeno fosse collegato al peso dell'aria, come dimostrerà Evangelista Torricelli.  La disputa con la Chiesa Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Disputa tra Galileo Galilei e la Chiesa. La denuncia del domenicano Tommaso Caccini. Il cardinale Roberto Bellarmino. Dal pulpito di Santa Maria Novella a Firenze Caccini lancia contro certi matematici moderni, e in particolare contro G,, l'accusa di contraddire ARISTOTELE con le loro concezioni astronomiche ispirate alle teorie copernicane. Giunto a Roma, Caccini denuncia G. in quanto sostenitore del moto della terra intorno al sole. Intanto a Napoli e stato pubblicato un saggio di Foscarini, “Sopra l'opinione de' Pittagorici e di Copernico”, dedicata a G,, a Keplero e a tutti gli accademici dei Lincei, che intendeva accordare ARISTOTELE con la teoria copernicana interpretandoli in modo tale che non gli contradicano affatto. Bellarmino, già giudice nel processo di Bruno, tuttavia afferma che sarebbe stato possibile reinterpretare i passi del LIZIO che contraddicevano l'eliocentrismo solo in presenza di una vera dimostrazione di esso e, non accettando le argomentazioni di G,, aggiunge che finora non gliene era stata mostrata nessuna, e sostene che comunque, in caso di dubbio, si dovessero preferire IL LIZIO.  L'anno dopo Foscarini verrà, per breve tempo, INCARCERATO e la sua Lettera proibita. Intanto il Sant’uffizio stabilì di procedere all'esame delle Lettere sulle macchie solari e G. decide di venire a Roma per difendersi personalmente, appoggiato dal granduca Cosimo: «Viene a Roma il G. matematico» – scrive Cosimo II a Scipione Borghese – «et viene spontaneamente per dar conto di sé di alcune imputazioni, o più tosto calunnie, che gli sono state apposte da' suoi emuli.  Il papa ordina a Bellarmino di convocare G. e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla. Bellarmino da comunque a G. una dichiarazione in cui venivano negate abiure ma in cui si ribadiva la proibizione di sostenere le tesi copernicane: forse gli onori e le cortesie ricevute malgrado tutto, fecero cadere G. nell'illusione che a lui fosse permesso quello che ad altri e vietato. Comparvero nel cielo tre comete, fatto che attira l'attenzione e stimolò gli studi degli astronomi di tutta Europa. Fra essi Grassi, matematico del Collegio Romano, tenne con successo una lezione che ha vasta eco, la Disputatio astronomica de tribus cometis anni MDCXVIII. Con essa, sulla base di alcune osservazioni dirette e di un procedimento logico-scolastico, egli sostene l'ipotesi che le comete fossero corpi situati oltre al cielo della Luna e la utilizza per avvalorare il modello di Tycho Brahe, secondo il quale la terra è posta al centro dell'universo, con gli altri pianeti in orbita invece intorno al sole, contro l'ipotesi elio-centrica.  G. decise di replicare per difendere la validità del modello copernicano. Rispose in modo indiretto, attraverso lo scritto Discorso delle comete di un suo amico e discepolo, Guiducci, ma in cui la mano del maestro e probabilmente presente. Nella sua replica Guiducci sostene erroneamente che le comete non sono oggetti celesti, ma puri effetti ottici prodotti dalla luce solare su vapori elevatisi dalla Terra, ma indica anche le contraddizioni del ragionamento di Grassi e le sue erronee deduzioni dalle osservazioni delle comete con il cannocchiale. Il gesuita rispose con uno scritto intitolato Libra astronomica ac philosophica, firmato con lo pseudonimo anagrammatico di Lotario Sarsi, attacca direttamente G. e il copernicanesimo.  G. a questo punto rispose direttamente. E pronto il trattato “Il Saggiatore”. Scritto in forma di lettera, e approvato dagli accademici dei Lincei e stampato a Roma. Dopo la morte di papa Gregorio XV, con il nome di Urbano VIII saliva al soglio pontificio Barberini, da anni amico ed estimatore di G.. Questo convinse erroneamente G. che risorge la speranza, quella speranza che era ormai quasi del tutto sepolta. Siamo sul punto di assistere al ritorno del prezioso sapere dal lungo esilio a cui era stato costretto, come scritto al nipote del papa Francesco Barberini. G. resenta una teoria rivelatasi successivamente erronea delle comete come apparenze dovute ai raggi solari. In effetti, la formazione della chioma e della coda delle comete, dipendono dall'esposizione e dalla direzione delle radiazioni solari, dunque Galilei non aveva tutti i torti e Grassi ragione, il quale essendo avverso alla teoria copernicana, non poteva che avere un'idea sui generis dei corpi celesti. La differenza tra le argomentazioni di Grassi e quella di Galileo era tuttavia soprattutto di metodo, in quanto il secondo basava i propri ragionamenti sulle esperienze. Galileo scrisse infatti la celebre metafora secondo la quale la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi “(io dico l'universo)” mettendosi in contrasto con Grassi che si richiamava all'autorità dei maestri del passato e di Aristotele per l'accertamento della verità sulle questioni naturali.  Giunse a Roma per rendere omaggio al papa e strappargli la concessione della tolleranza della Chiesa nei confronti del sistema copernicano, ma nelle sei udienze concessegli da Urbano VIII non ottenne da questi alcun impegno preciso in tal senso. Senza nessuna assicurazione ma con il vago incoraggiamento che gli veniva dall'esser stato onorato da papa Urbano – che concesse una pensione al figlio Vincenzio – G. ritenne di poter rispondere finalmente alla Disputatio di Francesco Ingoli. Reso formale omaggio all'ortodossia cattolica, nella sua risposta G. dovrà confutare le argomentazioni anticopernicane dell'Ingoli senza proporre quel modello astronomico, né rispondere alle argomentazioni del LIZIO. Nella Lettera G. enuncia per la prima volta quello che sarà chiamato il principio della relatività galileiana: alla comune obiezione portata dai sostenitori della immobilità della terra, consistente nell'osservazione che i gravi cadono perpendicolarmente sulla superficie terrestre, anziché obliquamente, come apparentemente dovrebbe avvenire se la Terra si muovesse, G. risponde portando l'esperienza della nave nella quale, sia essa in movimento uniforme o sia ferma, i fenomeni di caduta o, in generale, dei moti dei corpi in essa contenuti, si verificano esattamente nello stesso modo, perché «il moto universale della nave, essendo comunicato all'aria ed a tutte quelle cose che in essa vengono contenute, e non essendo contrario alla naturale inclinazione di quelle, in loro indelebilmente si conserva».[65]  Dialogo Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Galilei comincia il suo nuovo lavoro, un Dialogo che, confrontando le diverse opinioni degli interlocutori, gli avrebbe consentito di esporre le varie teorie correnti sulla cosmologia, e dunque anche quella copernicana, senza mostrare di impegnarsi personalmente a favore di nessuna di esse. Ragioni di salute e familiari prolungarono la stesura dell'opera. Dovette prendersi cura della numerosa famiglia del fratello Michelangelo, mentre il figlio Vincenzio, laureatosi in legge a Pisa si sposa con Sestilia Bocchineri, sorella di Geri Bocchineri, uno dei segretari del duca Ferdinando, e di Alessandra. Per esaudire il desiderio della figlia Maria Celeste, monaca ad Arcetri, di averlo più vicino, affitta vicino al convento il villino «Il Gioiello». Dopo non poche vicissitudini per ottenere l'imprimatur ecclesiastico, l'opera venne pubblicata.  Nel Dialogo i due massimi sistemi messi a confronto sono quello geo-centrico e quello elio-centrico. Tre sono i protagonisti: due sono personaggi reali, amici di Galileo, Salviati e Sagredo, nello cui palazzo si fingono tenute la conversazione. Il terzo protagonista è ‘Simplicio,’ un commentatore di Aristotele, oltre a sottintendere il suo semplicismo scientifico. Simplicio è il sostenitore del sistema geo-centrico, mentre l'opposizione elio-centrica è sostenuta da Salviati e Sagredo. Il Dialogo ricevette molti elogi, ma si diffusero le voci di una proibizione. Riccardi scrive ad Egidi che per ordine del Papa il “Dialogo” non doveva più essere diffuso. Gli chiedeva di rintracciare le copie già vendute e di sequestrarle. Il Papa adirato accusa G. di aver raggirato i ministri che avevano autorizzato la pubblicazione. L’Inquisizione romana sollecita quella fiorentina perché notificasse a Galileo l'ordine di comparire a Roma entro il mese di ottobre davanti al Commissario generale del Sant'Uffizio. Galileo, in parte perché malato, in parte perché spera che la questione potesse aggiustarsi in qualche modo senza l'apertura del processo, ritarda per tre mesi la partenza; di fronte alla minacciosa insistenza del Sant'Uffizio, parte per Roma in lettiga.  Il processo comincia con il primo interrogatorio di Galileo, al quale Maculano contesta di aver ricevuto un precetto con il quale Bellarmino gli avrebbe intimato di abbandonare la teoria elio-centrica, di non sostenerla in nessun modo e di non insegnarla. Nell'interrogatorio Galileo nega di aver avuto conoscenza del precetto e sostenne di non ricordare che nella dichiarazione di Bellarmino vi fossero le parole “quovis modo” (in qualsiasi modo) e “nec docere” (non insegnare). Incalzato dall'inquisitore, Galileo non solo ammise di non avere detto cosa alcuna del sodetto precetto, ma anzi arriva a sostenere che nel detto Dialogo mostra il contrario di detta opinione del Copernico, e che le ragioni di Copernico sono invalide e non concludenti. Concluso il primo interrogatorio, Galileo fu trattenuto, pur sotto strettissima sorveglianza, in tre stanze del palazzo dell'Inquisizione, con ampia e libera facoltà di passeggiare. Il giorno successivo all'ultimo interrogatorio, nella sala capitolare del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, presente e inginocchiato G., fu emessa la sentenza dai inquisitori generali contro l'eretica pravità, nella quale si riassume la lunga vicenda del contrasto fra G. e il LIZIO, cominciata con lo scritto Delle macchie solari e l'opposizione dei LIZII al modello Copernicano. Nella sentenza si sostiene poi che il documento fosse un'effettiva ammonizione a non difendere o insegnare la teoria copernicana.  Imposta l'abiura con cuor sincero e fede non finta e proibito il Dialogo, e condannato al carcere formale ad arbitrio nostro e alla pena salutare della recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre anni, riservandosi l'Inquisizione di moderare, mutare o levar in tutto o parte le pene e le penitenze. Se la leggenda della frase di G., «E pur si muove», pronunciata appena dopo l'abiura, serve a suggerire la sua intatta convinzione della validità del modello copernicano, la conclusione del processo segna la sconfitta del suo programma di diffusione della filosofia, fondata sull'osservazione rigorosa dei fatti e sulla loro verifica sperimentale – contro il LIZIO che produce esperienze come fatte e rispondenti al suo bisogno senza averle mai né fatte né osservate – e contro i pregiudizi del senso comune, che spesso induce a ritenere reale qualunque apparenza: una filosofia che insegna a non aver più fiducia nell'autorità, nella tradizione e nel senso commune e che vuole insegnare a pensare. La sentenza di condanna prevedeva un periodo di carcere a discrezione del Sant'Uffizio e l'obbligo di recitare per tre anni, una volta alla settimana, i salmi penitenziali. Il rigore letterale fu mitigato nei fatti. La prigionia consistette nel soggiorno coatto per cinque mesi presso Palazzo Niccolini, a Trinità dei Monti e di qui, in Palazzo Piccolomini a Siena. Quanto ai salmi penitenziali, Galileo incarica di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Livia, suora di clausura. Piccolomini favore G., permettendogli di incontrare personalità della città e di dibattere questioni scientifiche. A seguito di una lettera che denunci l'operato, il Sant'Uffizio provvide, accogliendo una stessa richiesta avanzata in precedenza da Galilei, a confinarlo nell'isolata villa del Gioiello, che possede nella campagna di Arcetri. Si l’intima di stare da solo, di non chiamare ne di ricevere alcuno, per il tempo ad arbitrio di Sua Santita. Solo i familiari poaaono fargli visita, dietro preventiva autorizzazione: anche per questo motivo gli fu particolarmente dolorosa la morte di Livia. Poté tuttavia mantenere corrispondenza con amici ed estimatori: a Diodati consolandosi delle sue sventure che l'invidia e la malignità “mi hanno machinato contro” con la considerazione che l'infamia ricade sopra i traditori e i costituiti nel più sublime grado dell'ignoranza. Da Diodati seppe della versione in latino che Bernegger anda facendo a Strasburgo del suo Dialogo e gli riferì di Rocco, purissimo peripatetico, e remotissimo dall'intender nulla di filosofia che scrive a Venezia mordacità e contumelie contro di lui. Questa, e altre lettere, dimostrano quanto poco G. avesse rinnegato le proprie convinzioni copernicane.  Dopo il processo scrive e pubblica “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali”, organizzato come un dialogo che si svolge in quattro giornate fra i tre medesimi protagonisti del precedente Dialogo dei massimi sistemi: Sagredo, Salviati e Simplicio. Nella prima giornata si tratta della resistenza dei materiali. La diversa resistenza deve essere legata alla struttura della particolare materia e G., pur senza pretendere di pervenire a una spiegazione del problema, affronta l'interpretazione atomistica di Democrito, considerandola un'ipotesi capace di rendere conto di fenomeni fisici. In particolare, la possibilità dell'esistenza del vuoto – prevista da Democrito – viene ritenuta una seria ipotesi scientifica e nel vuoto – ossia nell'inesistenza di un qualunque mezzo in grado di opporre resistenza – Galileo sostiene giustamente che tutte le cose discendeno con eguale velocità, in opposizione con Aristotele che ritiene l'impossibilità concettuale di un moto in un vuoto.  Dopo aver trattato della statica e della leva nella seconda giornata, nella terza e nella quarta si occupa della dinamica, stabilendo le leggi del moto uniforme, del moto naturalmente accelerato e del moto uniformemente accelerato e delle oscillazioni del pendolo. Intraprende corrispondenza con Bocchineri. La famiglia Bocchineri di Prato aveva dato una giovane, di nome Sestilia, sorella di Alessandra, per moglie al figlio di Galilei, Vincenzio.  Quando Galilei incontra Bocchineri, questa è una donna che si è affinata e ha coltivato la sua intelligenza, sposa di Buonamici, un importante diplomatico che diventerà buon amico di Galilei.  Bocchineri e Galilei si scambiano numerosi inviti per incontrarsi e G. non manca di elogiare l'intelligenza di Bocchineri dato che sì rare si trovano donne che tanto sensatamente discorrino come ella fa. Con la cecità e l'aggravarsi delle condizioni di salute è costretto talvolta a rifiutare gli invite NON *SOLO* per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età, ma perché son ritenuto ancora in carcere, per quelle cause che benissimo son note. L'ultima lettera mandata  di "non volontaria brevità". Ad Arcetri, assistito da Viviani e Torricelli. «Vide / sotto l'etereo padiglion rotarsi / più mondi, e il Sole irradïarli immoto, onde all'Anglo che tanta ala vi stese / sgombrò primo le vie del firmamento. E tumulato nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Il Cristenesimo mantenne la sorveglianza anche nei confronti degli allievi. Quando i seguaci diedero vita al Cimento, esso intervenne presso il Granduca, e il Cimento e sciolto. Convinto della correttezza della cosmologia copernicana, G. era ben consapevole che essa fosse ritenuta in contraddizione con il testo cristiano che sostenevano invece una concezione geocentrica dell'universo. Il cristanesimo considera le Sacre Scritture ispirate dallo Spirito Santo, la teoria eliocentrica poteva essere accettata, fino a prova contraria, soltanto come semplice ipotesi (“ex supposition”) o modello matematico, senza alcuna attinenza con la reale posizione dei corpi celesti. Proprio a questa condizione il “De revolutionibus orbium coelestium” di Copernico non e condannato dalle autorità ecclesiastiche e menzionato nell'Indice dei libri proibiti. Galileo si inserì nel dibattito sul rapporto fra scienza e fede con la lettera a Castelli. Difese il modello copernicano sostenendo che esistono *due* verità necessariamente non in contraddizione o in conflitto fra loro. La Bibbia è certamente un testo sacro di ispirazione divina e dello Spirito Santo, ma comunque scritto in un preciso momento storico con lo scopo di orientare il lettore verso la comprensione della vera religione. Per questa ragione, come già avevano sostenuto molti esegeti tra i quali *Lutero* e Keplero, i fatti del LIZIO sono stati necessariamente scritti in modo tale da poter essere compresi anche dagli antichi e dalla gente comune. Occorre quindi discernere, come già sostenuto da Agostino, il messaggio propriamente basato nella fede dalla descrizione, storicamente connotata ed inevitabilmente narrativa e didascalica, di fatti, episodi e personaggi. Dal che seguita, che qualunque volta alcuno, nell'esporla, volesse fermarsi sempre nel nudo suono litterale, splicito, potrebbe, errando esso, far apparire nelle Scritture non solo contraddizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora. Poi che sarebbe necessario dare a Dio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti di un corpora quasi-umanio, come d'ira, di pentimento, d'odio ed anco tal volta la dimenticanza delle cose passate e l'ignoranza delle future.” Lettera alla granduchessa di Toscana. Il noto episodio biblico della richiesta di Giosuè a Dio di fermare il Sole per prolungare il giorno era usato in ambito ecclesiastico a sostegno del sistema geo-centrico. Galileo sostenne invece che in quel modo il giorno non si sarebbe allungato, in quanto nel sistema  geo-centrio la rotazione diurna (giorno/notte) non dipende dal Sole, ma dalla rotazione del Primum Mobile. La Bibbia deve essere re-interpretata e bisogna “alterar” il “senso” delle parole, e dire che quando la Scrittura dice che Dio ferma il Sole, voleva dire che ferma 'l primo mobile, ma che, per accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il nascere e 'l tramontar del Sole, lo Spirito Santo dice al contrario di quel che avrebbe detto parlando a uomini sensati. Nel sistema elio-centrico la rotazione del Sole sul proprio asse provoca sia la rivoluzione della Terra attorno al Sole, sia la rotazione diurna (giorno/notte) della Terra attorno all'asse terrestre. Quindi l'episodio biblico ci mostra manifestamente la falsità e impossibilità del mondano sistema aristotelico e Tolemaico, e all'incontro benissimo s'accomoda co 'l Copernicano.. Infatti se Dio avesse fermato il Sole assecondando la richiesta di Giosuè, ne avrebbe necessariamente bloccato la rotazione assiale (unico suo movimento previsto nel sistema copernicano), provocando di conseguenza - secondo Galileo - l'arresto sia della (ininfluente) rivoluzione annuale, sia della rotazione terrestre diurna prolungando quindi la durata del giorno. A questo proposito, è interessante la critica proposta da Koestler, in cui sostiene che Galileo sape meglio di chiunque altro che se la terra si fermasse bruscamente, montagne, case, città, crollerebbero come un castello di carte. Il più ignorante dei frati, senza sapere nulla del momento di inerzia, sape benissimo quel che succedeva quando i cavalli e la carrozza frenavano di colpo o quando una nave finiva contro gli scogli. Se si interpreta la Bibbia secondo Tolomeo, il brusco arresto del Sole non aveva effetti fisici degni di nota e il miracolo rimaneva credibile al pari di qualsiasi altro miracolo. In base all'interpretazione di Galileo, Giosuè avrebbe distrutto non soltanto gli Amorrei, ma la terra intera! Sperando di far passare queste sciocchezze penose, Galileo rivela il suo disprezzo per gli avversari. Fece analoghe considerazioni in lettere a Dini, le quali destarono preoccupazione negli ambienti conservatori per le idee innovative, il carattere polemico e l'ardimento coi quali Galilei sostene che alcuni passi della Bibbia dovessero venir re-interpretati alla luce del sistema copernicano. Le Sacre Scritture si occupano di Dio. La filosofia naturale, che fa indagini sulla Natura si fondarsi su «sensate esperienze» e «necessarie dimostrazioni». La Bibbia e la Natura non possono contraddirsi perché derivano entrambe da Dio. Di conseguenza, in caso di discordia apparente, non sarà la scienza a dover fare un passo indietro, bensì gli interpreti del testo sacro che dovranno cercare al di là del “significato” splicito superficiale (explicatura). Le Sacre Scritture sono conforme soltanto "al comun modo del volgo", ossia si adatta non già alle competenze degli "intendenti", ma ai limiti conoscitivi dell'uomo comune, velando così con una sorta di “allegoria” il “senso più profondo” di un enunciato.. Se il “messaggio” “letterale” diverge da un enunciato del filosofo naturale, non lo può mai il suo “contenuto” "recondito" e più autentico, ricavabile dall'interpretazione delle Sacre Scriture oltre i suoi “significato” più epidermico. Circa il rapporto tra filosofia e la rivelazione, celebre è la sua frase: «intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, l'*intenzione* dello Spirito Santo essere d'*in-segn-arci* come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo», usualmente attribuita Baronio. Si noti che, applicando tale criterio, Galileo non avrebbe potuto usare il passo biblico di Giosuè per cercare di dimostrare un presunto accordo tra testo sacro e sistema copernicano o la supposta contraddizione tra la Bibbia e il modello tolemaico. Deriva invece proprio da tale criterio la teoria di Galileo secondo la quale esistono *due* sorgenti di *conoscenza* che sono in grado di rivelare la stessa verità che proviene da Dio. Il primo è le  Sancte Scritture, scritte dal spirito santo in termini comprensibili al "volgo", che ha essenzialmente valore salvifico e di redenzione dell'anima, e richiede quindi un'attenta inter-pretazione delle affermazioni relative ai fenomeni naturali che in essa sono descritti. Il secondo è questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), scritto in simboli», che va letto (decifrato) secondo la ragione (non la fede) e non va pos-posto alle Sancte Scriture ma, per essere *ben* o corretamente interpretato, deve essere studiato con gli strumenti di cui Dio – nostro genitore -- ci ha dotati: sentire, il giudicare, il discorrire. Nella disputa filosofica di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla autorità di luoghi delle Sancte Scritture, ma dall’esperienza sensata (a posteriori) e dalla di-mostrazioni necessaria (dall’assiomi, a priori): perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la Natura – la fisi dei grecchi --, quella come ‘dettatura’ (dictature – dettato ed impiegato) dello Spirito Santo, e questa ‘dettatura’ come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio, nostro genitore.” La FILOSOFIA – regina scientiarum – La ‘materia’ della filosofia la rende d'importanza primaria (metafisica come filosofia prima, filosofia naturale come filosofia seconda. La flosofia non pretendere di pronunciare giudizi su una verità specifica (la porta e chiusa). Al contrario, se una certa esperienza non si accorda con un assioma, allora e quest’assioma che deve essere ri-letti alla luce della experienza. Non vi può essere, in definitiva, dis-accordo tra ragione ed experienza, essendo, per definizione, entrambe vere. Ma, in caso di *apparente* contraddizione su un fenomeno naturale, occorre modificare l'interpretazione dell’assioma per adeguarla all’esperienza.  Aristotele – con il suo geo-centrimo -- non differe sostanzialmente da G.. IL LIZIO ammetteva la necessità di rivedere l'interpretazione dell’esperienza. Ma nel caso del sistema elio-centrico, Bellarmino sostenne, ragionevolmente, che non vi fossero una prova conclusive a suo favore. Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo (o nostro sistema pianetario) e la terra nel terzo cielo, e che il sole (elio) non circonda la terra (gea), ma la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che “non l'intendiamo” – cf. Grice on metaphor and ‘My neighbour’s three-year old is an adult”), che dire che sia “falso” (‘You’re the cream in my coffee”, “My neighbour’s three-year old understands Russell’s Theory of Types”) quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata. L’ esperienzia di visione – osservazione -- con gli strumenti allora disponibili, della parallasse stellare (che si sarebbe dovuta riscontrare come l’effetto dello spostamento della Terra rispetto al cielo delle stelle fisse) costituiva invece evidenza contraria alla teoria elio-centrica. In tale contesto, Aristotele ammetteva quindi che si parlasse di una teoria o ipotesi o modello elio-centrico solo “ex suppositione” (come ipotesi matematica geometrica o aritmetica). La difesa di G. ex professo (con cognizione di causa e competenza, di proposito e intenzionalmente) della teoria geo-centrica quale “reale” descrizione fisica del sistema solare e delle orbite dei pianete si scontrò quindi, inevitabilmente, con la posizione ufficiale d’Aristotele. Tale contrapposizione sfociò nel processo a G., che si concluse con la condanna per veemente sospetto di eresia" e l'abiura forzata delle sue concezioni astronomiche.  RiAl di là dal giudizio storico, giuridico e morale sulla condanna a G., le questioni di carattere epistemologico filosofico e di “ermeneutica” che furono al centro del processo sono state oggetto di riflessione da parte di Grice. che spesso ha citato la vicenda di G. per esemplificare, talora in termini volutamente paradossali, il suo pensiero in merito a tali questioni. Contro Feyerabend, sostenitore di un'anarchia epistemologica, Grice sostenne che Aristotele si attenne alla ragione più che G., e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della teoria elio-centrica. La sentenza aristotelica contro Galilei e razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revision. Questa provocazione sarà poi ripresa da Ratzinger, dando luogo a contestazioni da parte dell'opinione pubblica. Ma il vero scopo per cui Grice espresso tale provocatoria affermazione e "solo mostrare la contraddizione di coloro che approvano l’eliocentrismo di G e condannano il geo-centrismo LIZIO, ma poi verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo sono I LIZII ai tempi di Galileo. Nel corso dei secoli che seguirono, IL LIZIO modifica la propria posizione nei confronti di G.. Il Sant'Uffizio concede l'erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze. Benedetto XIV olse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra (“e pur si muove”) con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto Alessandro VII con il ritiro di un dicreto.  La definitiva autorizzazione all'”in-segna-mento” del moto della terra e dell'immobilità del sole arriva con un decreto della Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Pio VII.  Particolarmente significativo risulta il contributo di Newman, a pochi anni dalla abilitazione dell'insegnamento dell'eliocentrismo e quando le teorie di Newton sulla gravitazione risultavano ormai affermate e provate sperimentalmente. Newman riassume il rapporto dell'elio-centrismo con il LIZIO. «Quando il sistema copernicano comincia a diffondersi, quale LIZIO non sarebbe stato tentato dall'inquietudine, o almeno dal timore dello scandalo, per l'apparente contraddizione che esso implica con una certa autorevole tradizione? Generalmente si accetta che la terra e immobile e che il sole, fissato in un solido firmamento, ruota intorno alla terra. Dopo un po' di tempo, tuttavia, e un'analisi completa, si scoprì che il LIZIO non decide quasi niente su questioni come questa e che la scienza fisica puo muoversi in questa sfera di pensiero quasi a piacere, senza timore di scontrarsi con l’adagio, “Master dixit””. Newman compie della vicenda G. come conferma, e non negazione, del LIZIO. E certamente un fatto molto significativo, considerando con quanta ampiezza e quanto a lungo fosse stata sostenuta dai LIZII una certa interpretazione di questa affermazione fisica geo-centrica, che il LIZIO non l'ha formalmente riconosciuta (la teoria del geocentrismo, ndr). Guardando alla questione da un punto di vista umano, e inevitabile che essa dovesse far propria quell'opinione. Ma ora, accertando la nostra posizione rispetto all’esperienza, troviamo che malgrado gli abbondanti commenti che fin dall'inizio essa ha sempre fatto su Aristotele, com'è suo compito e suo diritto fare, tuttavia, è sempre stata indotta a spiegare formalmente Aristotele o a dar loro un senso di autorità che l’esperienza può mettere in discussione. Paolo VI fece avviare la revisione del processo e con l'intento di porre una parola definitiva riguardo a queste polemiche Giovanni Paolo II auspicò che fosse intrapresa una ricerca interdisciplinare sui difficili rapporti di G. con la Chiesa e istituì una Commissione per lo studio della controversia tolemaico-copernicana nella quale il caso G. si inserisce. Il papa ammise, nel discorso in cui annuncia l'istituzione della commissione, che"G. ha molto a soffrire, non possiamo nasconderlo, da parte di uomini del LIZIO. Si cancella la condanna e chiarì la sua interpretazione sulla questione teologica scientifica galileiana riconoscendo che la condanna di G. e dovuta all'ostinazione di entrambe le parti nel non voler considerare le rispettive teorie come semplici ipotesi non comprovate sperimentalmente e, d'altra parte, alla mancanza di perspicacia, ovvero di intelligenza e lungimiranza, dei filosofi del LIZIO che lo condannarono, incapaci di riflettere sui propri criteri di interpretazione del LIZIO e responsabili di aver inflitto molte sofferenze a G. Come dichiara Giovanni Paolo II, come la maggior parte dei suoi avversari LIZII, G. non fa distinzione tra quello che è l'approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per questo che G. Rifiuta il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un'ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un'esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu l’iniziatore. Il problema che si posero dunque i LIZII sono quello della compatibilità dell'eliocentrismo ed il LIZIO. Così l’esperienza, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbliga I LIZII ad interrogarsi sui loro criteri di interpretazione di Aristotele. La maggior parte non seppe farlo. Il giudizio pastorale che richiedeva la teoria copernicana e difficile da esprimere nella misura in cui il geo-centrismo sembra far parte dell’insegnamento stesso del LIZIO. Sarebbe stato necessario contemporaneamente vincere delle abitudini di pensiero e inventare una pedagogia capace di illuminare il popolo. La storia del pensiero scientifico del Medioevo e del Rinascimento, che si comincia ora a comprendere un po' meglio, si può dividere in due periodi, o meglio, perché l'ordine cronologico corrisponde solo molto approssimativamente a questa divisione, si può dividere, grosso modo, in tre fasi o epoche, corrispondenti successivamente a tre differenti correnti di pensiero: prima la fisica aristotelica; poi la fisica dell'impetus, iniziata, come ogni altra cosa, dai Greci ed elaborata dalla corrente dei Nominalisti; e infine la fisica galileiana. Fra le maggiori scoperte che G. fece guidato dagli esperimenti, si annoverano un primo approccio fisico alla relatività, poi noto come “relatività galileiana”, la scoperta delle quattro lune principali di Giove, dette appunto “satelliti galileiani” (Io, Europa, “Ganimede” e Callisto), il principio di inerzia, seppur parzialmente.  Compì anche studi sul moto di caduta dei gravi e riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scoprì il problema del "tempo minimo" nella caduta dei corpi materiali, e studia varie traiettorie, tra cui la spirale paraboloide e la cicloide.  Nell'ambito delle sue ricerche di matematica – geometria ed aritmetica -- si avvicinò alle proprietà dell'infinito introducendo un celebre paradosso di G.. G. incoraggiò Cavalieri a sviluppare le idee del maestro e di altri sulla geometria con il metodo degli indivisibili, per determinare aree e volumi: questo metodo rappresentò una tappa fondamentale per l'elaborazione del calcolo infinitesimale. Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano inclinato con un peso scelto da lui stesso, e Torricelli fece sopportare all’aria un peso che egli stesso sapeva già uguale a quello di una colonna d’acqua conosciuta fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che essa deve costringere la natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei, per dir così, colle redini; perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria. Galilei fu uno dei protagonisti della fondazione del metodo scientifico espresso con linguaggio matematico e pose l'esperimento come strumento a base dell'indagine sulle leggi della natura, in contrasto con Aristotele e la sua analisi qualitativa del cosmo. Hanno sin qui la maggior parte dei filosofi creduto che la superficie della luna fosse pulita tersa e assolutissimamente sferica, e se qualcuno disse di credere, che ella fusse aspra e muntuosa fu reputato parlare più presto favolusamente, che filosoficamente. Ora io questa istessa lunare asserisco il primo, non più per immaginazione, ma per sensata esperienza e necessaria dimostrazione, che egli è di superficie piena di innumerevoli cavità ed eminenze, tanto rilevate che di gran lunga superano le terrene montuosità. Già nella lettera a Welser a proposito della polemica sulle macchie solari, G. si domandava che cosa l'uomo nella sua ricerca vuole arrivare a conoscere.  «O noi vogliamo specolando tentar di penetrar l'essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d'alcune loro affezioni»  Ed ancora: per conoscenza intendiamo l'arrivare a cogliere i principi primi dei fenomeni o come questi si sviluppano?  «Il tentar l'essenza, l'ho per impresa non meno impossibile e per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti: e a me pare essere egualmente ignaro della sustanza della Terra che della Luna, delle nubi elementari che delle macchie del Sole; né veggo che nell'intender queste sostanze vicine aviamo altro vantaggio che la copia de' particolari, ma tutti egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando, trapassando con pochissimo o niuno acquisto dall'uno all'altro. La ricerca dei principi primi essenziali comporta dunque una serie infinita di domande poiché ogni risposta fa nascere una nuova domanda: se noi ci chiedessimo quale sia la sostanza delle nuvole, una prima risposta sarebbe che è il vapore acqueo ma poi dovremo chiederci che cos'è questo fenomeno e dovremo rispondere che è acqua, per chiederci subito dopo che cos'è l'acqua, rispondendo che è quel fluido che scorre nei fiumi ma questa «notizia dell'acqua» è soltanto «più vicina e dependente da più sensi», più ricca di informazioni particolari diverse, ma non ci porta certo la conoscenza della sostanza delle nuvole, della quale sappiamo esattamente quanto prima. Ma se invece vogliamo capire le «affezioni», le caratteristiche particolari dei corpi, potremo conoscerle sia in quei corpi che sono da noi distanti, come le nuvole, sia in quelli più vicini, come l'acqua. Occorre dunque intendere in modo diverso lo studio della natura. «Alcuni severi difensori di ogni minuzia peripatetica», educati nel culto di Aristotele, credono che «il filosofare non sia né possa esser altro che un far gran pratica sopra i testi di Aristotele» che portano come unica prova delle loro teorie. E non volendo «mai sollevar gli occhi da quelle carte» rifiutano di leggere «questo gran libro del mondo» (cioè dall'osservare direttamente i fenomeni), come se «fosse scritto dalla natura per non esser letto da altri che da il LIZIO, e che gli occhi suoi avessero a vedere per tutta la sua posterità. Invece i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta.A fondamento del metodo scientifico quindi ci sono il rifiuto dell'essenzialismo e la decisione di cogliere solo l'aspetto quantitativo dei fenomeni nella convinzione di poterli tradurre tramite la misurazione in numeri così che si abbia una conoscenza di tipo matematico, l'unica perfetta per l'uomo che la raggiunge gradatamente tramite il ragionamento così da eguagliare lo stesso perfetto conoscere divino che la possiede interamente e intuitivamente. Però...quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina. Il metodo galileiano si dovrà comporre quindi di due aspetti principali: sensata esperienza, ovvero l'esperimento distinto dalla comune osservazione della natura, che deve infatti seguire a un'attenta formulazione teorica, ovvero a ipotesi (metodo ipotetico-sperimentale) che siano in grado di guidare l'esperienza in modo che essa non fornisca risultati arbitrari. Galileo non ottenne la legge di caduta dei gravi dalla mera osservazione, altrimenti ne avrebbe dedotto che un corpo cade più rapidamente tanto più è pesante (un sasso nell'aria arriva prima a terra di una piuma per via dell'attrito). Studiò invece il moto dei corpi in caduta controllandolo con un piano inclinato, costruendo cioè un esperimento che gli permettesse di ottenere risultati più precisi. Anche l'esperimento mentale può essere un utile strumento di dimostrazione e permise a Galileo di confutare le dottrine aristoteliche sul moto. necessaria dimostrazione, ovvero un'analisi matematica e rigorosa dei risultati dell'esperienza, che sia in grado di trarre da questa risultati universali e ogni conseguenza in modo necessario e non opinabile espressi dalla legge scientifica. In questo modo Galileo concluse che tutti i corpi nel vuoto precipitano con una velocità proporzionale al tempo di caduta, anche se chiaramente non aveva effettuato esperimenti considerando tutti i possibili corpi con differenti forme e materiali. La dimostrazione va ulteriormente verificata, con ulteriori esperienze, ovvero il cosiddetto cimento che è l'esperimento concreto con cui va sempre verificato l'esito di ogni formulazione teorica. Sintetizzando la natura del metodo galileiano, Mondolfo infine aggiunge che:  «Il vincolo stabilito da G. tra osservazione e dimostrazione le esperienze fatte mediante i sensi e le dimostrazioni logico-matematiche della loro necessità – e un vincolo reciproco, non unilaterale: né le esperienze sensibili dell’ osservazione potevano valere scientificamente senza la relativa dimostrazione della loro necessità, né la dimostrazione logica e matematica poteva raggiungere la sua "assoluta certezza oggettiva" come quella della natura senza appoggiarsi all’ esperienza nel suo punto di partenza e senza trovare la sua conferma in essa nel suo punto d’ arrivo. È questa l'originalità del metodo galileiano: avere collegato esperienza e ragione, induzione e deduzione, osservazione esatta dei fenomeni e elaborazione di ipotesi e questo, non astrattamente ma, con lo studio di fenomeni reali e con l'uso di appositi strumenti tecnici.  La terminologia scientifica in Galilei Fondamentale è stato il contributo di G. al linguaggio scientifico, sia in campo matematico, sia, in particolare, nel campo della fisica. Ancora oggi in questa disciplina molto del linguaggio settoriale in uso deriva da specifiche scelte dello scienziato pisano. In particolare, negli scritti di Galileo molte parole sono tratte dal linguaggio comune e vengono sottoposte ad una "tecnificazione", cioè l'attribuzione ad esse di un significato specifico e nuovo (una forma, quindi, di neologismo semantico). È il caso di "forza" (seppur non in senso newtoniano), "velocità", "momento", "impeto", "fulcro", "molla" (intendendo lo strumento meccanico ma anche la "forza elastica"), "strofinamento", "terminatore", "nastro". Un esempio del modo in cui Galileo nomina gli oggetti geometrici è in un brano dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze:  «Voglio che ci immaginiamo esser levato via l'emisferio, lasciando però il cono e quello che rimarrà del cilindro, il quale, dalla figura che riterrà simile a una scodella, chiameremo pure scodella. Come si vede, nel testo ad una terminologia specialistica ("emisferio", "cono", "cilindro") si accompagna l'uso di un termine che denota un oggetto della vita quotidiana, cioè "scodella". Galilei è ricordato nella storia anche per le sue riflessioni sui fondamenti e sugli strumenti dell'analisi scientifica della natura. Celebre la sua metafora riportata nel Saggiatore, dove la matematica viene definita come il linguaggio (o la semiotica, o i ‘signi’ – il segno -- in cui è scritto libro della natura:  La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. In questo brano Galilei mette in collegamento le parole "matematica", "filosofia" e "universo", dando così inizio a una lunga disputa fra i filosofi della scienza in merito a come egli concepisse e mettesse in relazione fra loro questi termini. Ad esempio, quello che qui Galileo chiama "universo" si dovrebbe intendere, modernamente, come "realtà fisica" o "mondo fisico" in quanto Galileo si riferisce al mondo materiale conoscibile matematicamente. Quindi non solo alla globalità dell'universo inteso come insieme delle galassie, ma anche di qualsiasi sua parte o sottoinsieme inanimato. Il termine "natura" includerebbe invece anche il mondo biologico, escluso dall'indagine galileiana della realtà fisica.  Per quanto riguarda l'universo propriamente detto, Galilei, seppur nell'indecisione, sembra propendere per la tesi che sia infinito:  «Grandissima mi par l’inezia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto l’universo più proporzionato alla piccola capacità del loro discorso che all’immensa, anzi infinita, sua potenza»  Egli non prende una posizione netta sulla questione della finitezza o infinità dell'universo; tuttavia, come sostiene Rossi, «c'è una sola ragione che lo inclina verso la tesi dell'infinità: è più facile riferire l'incomprensibilità all'incomprensibile infinito che al finito che non è comprensibile». Ma Galilei non prende mai esplicitamente in considerazione, forse per prudenza, la dottrina di Giordano Bruno di un universo illimitato e infinito, senza un centro e costituito di infiniti mondi tra i quali Terra e Sole che non hanno alcuna preminenza cosmogonica. Lo scienziato pisano non partecipa al dibattito sulla finitezza o infinità dell'universo e afferma che a suo parere la questione è insolubile. Se appare propendere per l'ipotesi della infinitezza lo fa con motivazioni filosofiche in quanto, sostiene, l'infinito è oggetto di incomprensibilità mentre ciò che è finito rientra nei limiti del comprensibile. Il rapporto fra la matematica di Galileo e la sua filosofia della natura, il ruolo della deduzione rispetto all'induzione nelle sue ricerche, sono stati riportati da molti filosofi al confronto fra aristotelici e platonici, al recupero dell'antica tradizione greca con la concezione archimedea o anche all'inizio dello sviluppo nel XVII secolo del metodo sperimentale.  La questione è stata così ben espressa dal filosofo medievalista Moody. Quali sono i fondamenti filosofici della fisica di Galileo e quindi della scienza moderna in genere? Galileo è sostanzialmente un platonico, un aristotelico o nessuno dei due? Si limitò, come sostiene Duhem, a rilevare e perfezionare una scienza meccanica che aveva avuto origine nel Medioevo cristiano e i cui principi fondamentali erano stati scoperti e formulati da Buridano, da Nicola Oresme e dagli altri esponenti della cosiddetta "fisica dell’ impetus" del XIV secolo? Oppure, come sostengono Cassirer e Koyré, voltò le spalle a questa tradizione dopo averla brevemente processata nella sua dinamica pisana e ripartì ispirandosi ad Archimede e Platone? Le controversie più recenti su Galileo sono consistite in larga misura in un dibattito circa il valore fondamentale e l’ influsso storico che su di lui avevano esercitato le tradizioni filosofiche, platoniche e aristoteliche, scolastiche e antiscolastiche. Galileo viveva in un'epoca in cui le idee del platonismo si erano diffuse nuovamente in tutta Europa e in Italia e probabilmente anche per questa ragione i simboli della matematica vengono da lui identificati con entità geometriche e non con numeri. L'uso dell'algebra derivato dal mondo arabo nel dimostrare relazioni geometriche era invece ancora insufficientemente sviluppato ed è solo con Leibniz e Isaac Newton che il calcolo differenziale divenne la base dello studio della meccanica classica. Galileo infatti nel mostrare la legge di caduta dei gravi si servì di relazioni e similitudini geometriche.  Da una parte, per alcuni filosofi come Alexandre Koyré, Ernst Cassirer, Edwin Arthur Burtt (1892–1989), la sperimentazione fu certamente importante negli studi di Galileo e giocò anche un ruolo positivo nello sviluppo della scienza moderna. La sperimentazione stessa, come studio sistematico della natura, richiede un linguaggio con cui formulare domande e interpretare le risposte ottenute. La ricerca di questo linguaggio era un problema che aveva interessato i filosofi sin dai tempi di Platone e Aristotele, in particolare rispetto al ruolo non banale della matematica nello studio delle scienze della natura. Galilei si affida a esatte e perfette figure geometriche che però non possono mai essere riscontrate nel mondo reale, se non al massimo come rozza approssimazione.  Oggi la matematica nella fisica moderna è utilizzata per costruire modelli del mondo reale, ma ai tempi di Galileo questo tipo di approccio non era affatto scontato. Secondo Koyré, per Galileo il linguaggio della matematica gli permette di formulare domande a priori prima ancora di confrontarsi con l'esperienza, e così facendo orienta la stessa ricerca delle caratteristiche della natura attraverso gli esperimenti. Da questo punto di vista, Galileo seguirebbe quindi la tradizione platonica e pitagorica, dove la teoria matematica precede l'esperienza e non si applica al mondo sensibile ma ne esprime la sua intima natura. La visione aristotelica Altri studiosi di Galilei, come Stillman Drake, Pierre Duhem, John Herman Randall Jr., hanno invece sottolineato la novità del pensiero di Galileo rispetto alla filosofia platonica classica. Nella metafora del Saggiatore la matematica è un linguaggio e non è direttamente definita né come l'universo né come la filosofia, ma è piuttosto uno strumento per analizzare il mondo sensibile che era invece visto dai platonici come illusorio. Il linguaggio sarebbe il fulcro della metafora di Galileo, ma l'universo stesso è il vero obbiettivo delle sue ricerche. In questo modo secondo Drake, Galileo si allontanerebbe definitivamente dalla concezione e dalla filosofia platonica per accostarsi invece alla filosofia aristotelica per cui ogni realtà deve avere in sé stessa le leggi del proprio costituirsi. La sintesi tra platonismo e aristotelismo Secondo Eugenio Garin Galileo invece, con il suo metodo sperimentale, vuole identificare nel fatto osservato "aristotelicamente" una necessità intrinseca, espressa matematicamente, dovuta al suo legame con la causa divina "platonica" che lo produce facendolo "vivere". Alla radice di gran parte della nuova scienza, da Leonardo a Galileo, accanto al desiderio tutto rinascimentale di non lasciare intentata via alcuna, è viva la certezza che il sapere ha aperta innanzi a sé la possibilità di una salda cognizione. Se noi ripercorriamo la Teologia platonica, vi troviamo al centro questa tesi, largamente e minutamente discussa nel libro secondo: alla mente di Dio sono presenti tutte le essenze; la divina volontà, che poteva non creare, ha manifestato la sua generosità col dare concreta e mondana realizzazione alle eterne idee facendole vivere. La fecondità del concetto di creazione si rivela nel dono della vita che Dio ha dato, e poteva non dare. Ma la volontà non tocca quel mondo razionale che costituisce l'eterna ragione divina, il verbo divino, cui dunque si conforma e si adegua questo mondo il quale, platonicamente, rispecchia l'ideale razionalità per il tramite dell'intermediario matematico: "numero, pondere et mensura". La mente umana, raggio del Verbo divino, è nelle sue radici impiantata essa pure in Dio; è in Dio partecipe in qualche modo dell'assoluta certezza. La scienza nasce così per il corrispondersi di questa struttura razionale del mondo, impiantata nell'eterna sapienza divina, e della mente umana partecipe di questa luce divina di ragione. Studi sul moto La descrizione quantitativa del movimento  Rappresentazione dell'evoluzione moderna dei diagrammi utilizzati da Galileo nello studio del moto. Ad ogni punto di una linea corrisponde un tempo e una velocità (segmento giallo che termina con un punto blu). L'area gialla della figura così ottenuta corrisponde quindi allo spazio totale percorso nell'intervallo di tempo (t2-t1). Dilthey vede Keplero e Galilei come le massime espressioni nel loro tempo di "pensieri calcolatori" che si disponevano a risolvere, tramite lo studio delle leggi del movimento, le esigenze della moderna società borghese:  «Il lavoro degli opifici urbani, i problemi sorti dall’invenzione della polvere da sparo e dalla tecnica delle fortificazioni, i bisogni della navigazione relativamente ad apertura di canali, a costruzione e armamento di navi, avevano fatto della meccanica la scienza preferita del tempo. Specialmente in Italia, nei Paesi Bassi e in Inghilterra, questi bisogni erano assai vivaci, e provocarono la ripresa e continuazione degli studi di statica degli antichi e le prime ricerche nel nuovo campo della dinamica, specialmente per opera di Leonardo, del Benedetti e dell'Ubaldi. Galilei fu infatti uno dei protagonisti del superamento della descrizione aristotelica della natura del moto. Già nel medioevo alcuni autori, come Giovanni Filopono nel VI secolo, avevano osservato contraddizioni nelle leggi aristoteliche, ma fu Galileo a proporre una valida alternativa basata su osservazioni sperimentali. Diversamente da Aristotele, per il quale esistono due moti "naturali", cioè spontanei, dipendenti dalla sostanza dei corpi, uno diretto verso il basso, tipico dei corpi di terra e d'acqua, e uno verso l'alto, tipico dei corpi d'aria e di fuoco, per Galileo qualunque corpo tende a cadere verso il basso nella direzione del centro della Terra. Se vi sono corpi che salgono verso l'alto è perché il mezzo nel quale si trovano, avendo una densità maggiore, li spinge in alto, secondo il noto principio già espresso da Archimede: la legge sulla caduta dei gravi di Galileo, prescindendo dal mezzo, è pertanto valida per tutti i corpi, qualunque sia la loro natura.  Per raggiungere questo risultato, uno dei primi problemi che Galileo e i suoi contemporanei dovettero risolvere fu quello di trovare gli strumenti adatti a descrivere quantitativamente il moto. Ricorrendo alla matematica, il problema era quello di capire come trattare eventi dinamici, come la caduta dei corpi, con figure geometriche o numeri che in quanto tali sono assolutamente statici e sono privi di alcun moto. Per superare la fisica aristotelica, che considerava il moto in termini qualitativi e non matematici, come allontanamento e successivo ritorno al luogo naturale, bisognava dunque prima sviluppare gli strumenti della geometria e in particolare del calcolo differenziale, come fecero successivamente fra gli altri Newton, Leibniz e Cartesio. Galileo riuscì a risolvere il problema nello studio del moto dei corpi accelerati disegnando una linea ed associando ad ogni punto un tempo e un segmento ortogonale proporzionale alla velocità. In questo modo costruì il prototipo del diagramma velocità-tempo e lo spazio percorso da un corpo è semplicemente uguale all'area della figura geometrica costruita. I suoi studi e le sue ricerche sul moto dei corpi aprirono inoltre la via alla moderna balistica. Sulla base degli studi sul moto, di esperimenti mentali e delle osservazioni astronomiche, Galileo intuì che è possibile descrivere sia gli eventi che accadono sulla Terra che quelli celesti con un unico insieme di leggi. Superò quindi in questo modo anche la divisione fra mondo sublunare e sovralunare della tradizione aristotelica (per la quale il secondo è governato da leggi diverse da quelle terrestri e da moti circolari perfettamente sferici, ritenuti impossibili nel mondo sublunare). Il principio d'inerzia e il moto circolare  Sfera sul piano inclinato Studiando il piano inclinato, Galilei si occupò dell'origine del moto dei corpi e del ruolo degli attriti; scoprì un fenomeno che è conseguenza diretta della conservazione dell'energia meccanica e porta a considerare l'esistenza del moto inerziale (che avviene senza l'applicazione di una forza esterna). Ebbe così l'intuizione del principio di inerzia, poi inserito da Isaac Newton nei principi della dinamica: un corpo, in assenza d'attrito, permane in moto rettilineo uniforme (in quiete se v=0) fino a quando forze esterne agiscono su di esso. Il concetto di energia non era invece presente nella fisica del Seicento e solo con lo sviluppo, oltre un secolo più tardi, della meccanica classica si arriverà ad una precisa formulazione di tale concetto.  Galileo pose due piani inclinati dello stesso angolo di base θ, uno di fronte all'altro, ad una distanza arbitraria x. Facendo scendere una sfera da un'altezza h1 per un tratto l1 di quello a SN notò che la sfera, arrivata sul piano orizzontale tra i due piani inclinati, continua il suo moto rettilineo fino alla base del piano inclinato di DX. A quel punto, in assenza d'attrito, la sfera risale il piano inclinato di DX per un tratto l2 = l1 e si ferma alla stessa altezza (h2 = h1) di partenza. In termini attuali, la conservazione dell'energia meccanica impone che l'iniziale energia potenziale Ep = mgh1 della sfera si trasformi - man mano che la sfera discende il primo piano inclinato (SN) - in energia cinetica Ec = (1/2) mv2 sino alla sua base, dove vale mgh1 = (1/2) mvmax2. La sfera si muove quindi sul piano orizzontale coprendo la distanza x tra i piani inclinati con velocità costante vmax, fino alla base del secondo piano inclinato (DX). Risale poi il piano inclinato di DX, perdendo progressivamente energia cinetica che si trasforma nuovamente in energia potenziale, fino a un valore massimo uguale a quello iniziale (Ep = mgh2 = mgh1), al quale corrisponde velocità finale nulla (v2 = 0).   Rappresentazione dell'esperimento di Galileo sul principio d'inerzia. Si immagini ora di diminuire l'angolo θ2 del piano inclinato di DX (θ2 < θ1),e di ripetere l'esperimento. Per riuscire a risalire - come impone il principio di conservazione dell'energia - alla medesima quota h2 di prima, la sfera dovrà ora percorrere un tratto l2 più lungo sul piano inclinato di DX. Se si riduce progressivamente l'angolo θ2, si vedrà che ogni volta aumenta la lunghezza l2 del tratto percorso dalla sfera, per risalire all'altezza h2. Se si porta infine l'angolo θ2 ad essere nullo (θ2 = 0°), si è di fatto eliminato il piano inclinato di DX. Facendo ora scendere la sfera dall'altezza h1 del piano inclinato di SN, essa continuerà a muoversi indefinitamente sul piano orizzontale con velocità vmax (principio d'inerzia) in quanto, per l'assenza del piano inclinato di DX, non potrà mai risalire all'altezza h2 (come prevederebbe il principio di conservazione dell'energia meccanica).  Si immagini infine di spianare montagne, riempire valli e costruire ponti, in modo da realizzare un percorso rettilineo assolutamente piano, uniforme e senza attriti. Una volta iniziato il moto inerziale della sfera che scende da un piano inclinato con velocità costante vmax, questa continuerà a muoversi lungo tale percorso rettilineo fino a fare il giro completo della Terra, e ricominciare quindi indisturbata il proprio cammino. Ecco realizzato un (ideale) moto inerziale perpetuo, che avviene lungo un'orbita circolare, coincidente con la circonferenza terrestre. Partendo da questo "esperimento ideale", Galileo sembrerebbe erroneamente ritenere che tutti i moti inerziali debbano essere moti circolari. Probabilmente per questo motivo considerò, per i moti planetari da lui (arbitrariamente) ritenuti inerziali, sempre e solo orbite circolari, rifiutando invece le orbite ellittiche dimostrate da Keplero. Dunque, ad essere rigorosi, non pare essere corretto quanto afferma Newton nei "Principia" - fuorviando così innumerevoli studiosi - e cioè che Galilei avrebbe anticipato i suoi primi due principi della dinamica. Misura dell'accelerazione di gravità File:Isocronismo.webm Spiegazione del funzionamento dell'isocronismo nella caduta dei gravi lungo una spirale su un paraboloide. Galileo riuscì a determinare il valore che egli credeva costante dell'accelerazione di gravità g alla superficie terrestre, cioè della grandezza che regola il moto dei corpi che cadono verso il centro della Terra, studiando la caduta di sfere ben levigate lungo un piano inclinato, anch'esso ben levigato. Poiché il moto della sfera dipende dall'angolo di inclinazione del piano, con semplici misure ad angoli differenti riuscì a ottenere un valore di g solamente di poco inferiore a quello esatto per Padova (g = 9,8065855 m/s²), nonostante gli errori sistematici, dovuti all'attrito che non poteva essere completamente eliminato.  Detta a l'accelerazione della sfera lungo il piano inclinato, la sua relazione con g risulta essere a = g sin θ per cui, dalla misura sperimentale di a, si risale al valore dell'accelerazione di gravità g. Il piano inclinato permette di ridurre a piacimento il valore dell'accelerazione (a < g), facilitandone la misura. Ad esempio, se θ = 6°, allora sin θ = 0,104528 e quindi a = 1,025 m/s². Tale valore è meglio determinabile, con una strumentazione rudimentale, rispetto a quello dell'accelerazione di gravità (g = 9,81 m/s²) misurato direttamente con la caduta verticale di un oggetto pesante. Misura della velocità della luce Guidato dalla similitudine con il suono, Galileo fu il primo a tentare di misurare la velocità della luce. La sua idea fu quella di portarsi su una collina con una lanterna coperta da un drappo e quindi toglierlo lanciando così un segnale luminoso ad un assistente posto su un'altra collina ad un chilometro e mezzo di distanza: questi non appena avesse visto il segnale, avrebbe quindi alzato a sua volta il drappo della sua lanterna e Galileo vedendo la luce avrebbe potuto registrare l'intervallo di tempo impiegato dal segnale luminoso per giungere all'altra collina e tornare indietro.Una misura precisa di questo tempo avrebbe consentito di misurare la velocità della luce ma il tentativo fu infruttuoso data l'impossibilità per Galilei di avere uno strumento così avanzato che potesse misurare i centomillesimi di secondo che la luce impiega per percorrere una distanza di pochi chilometri.  La prima stima della velocità della luce fu opera, nel 1676, dell'astronomo danese Rømer basata su misure astronomiche. Apparati sperimentali e di misura  Termometro di Galileo, in un'elaborazione successiva. Gli apparati sperimentali furono fondamentali nello sviluppo delle teorie scientifiche di Galileo, che costruì diversi strumenti di misura originalmente o rielaborandoli sulla base di idee preesistenti. In ambito astronomico costruì da sé alcuni esemplari di cannocchiale, provvisti di micrometro per misurare quanto distasse una luna dal suo pianeta. Per studiare le macchie solari, proiettò con l'elioscopio l'immagine del Sole su un foglio di carta per poterla osservare in sicurezza senza danni alla vista. Ideò anche il giovilabio, simile all'astrolabio, per determinare la longitudine usando le eclissi dei satelliti di Giove. Per studiare il moto dei corpi si servì invece del piano inclinato con il pendolo per misurare intervalli temporali. Riprese anche un rudimentale modello di termometro, basato sulla dilatazione dell'aria al variare della temperatura. Il pendolo  Schema di un pendolo Galileo scoprì nel 1583 l'isocronismo delle piccole oscillazioni di un pendolo; secondo la leggenda l'idea gli sarebbe venuta mentre osservava le oscillazioni di una lampada allora sospesa nella navata centrale del Duomo di Pisa, oggi custodita nel vicino Camposanto Monumentale, nella Cappella Aulla. Questo strumento è semplicemente composto da un grave, come una sfera metallica, legato ad un filo sottile e inestensibile. Galileo osservò che il tempo di oscillazione di un pendolo è indipendente dalla massa del grave e anche dall'ampiezza dell'oscillazione, se questa è piccola. Scoprì anche che il periodo di oscillazione {\displaystyle T}T dipende solo dalla lunghezza del filo {\displaystyle l}l:[135]  {\displaystyle T=2\pi {\sqrt {\frac {l}{g}}}}T=2\pi {\sqrt  {\frac  {l}{g}}} dove {\displaystyle g}g è l'accelerazione di gravità. Se ad esempio il pendolo ha {\displaystyle l=1m}{\displaystyle l=1m}, l'oscillazione che porta il grave da un estremo all'altro e poi di nuovo indietro ha un periodo {\displaystyle T=2,0064s}{\displaystyle T=2,0064s} (avendo assunto per {\displaystyle g}g il valore medio {\displaystyle 9,80665}{\displaystyle 9,80665}). Galileo sfruttò questa proprietà del pendolo per usarlo come strumento di misura di intervalli temporali. La bilancia idrostatica Galileo nel 1586, all'età di 22 anni quando era ancora in attesa dell'incarico universitario a Pisa, perfezionò la bilancia idrostatica di Archimede e descrisse il suo dispositivo nella sua prima opera in volgare, La Bilancetta, che circolò manoscritta, ma fu stampata postuma  «Per fabricar dunque la bilancia, piglisi un regolo lungo almeno due braccia, e quanto più sarà lungo più sarà esatto l'istrumento; e dividasi nel mezo, dove si ponga il perpendicolo [il fulcro]; poi si aggiustino le braccia che stiano nell'equilibrio, con l'assottigliare quello che pesasse di più; e sopra l'uno delle braccia si notino i termini dove ritornano i contrapesi de i metalli semplici quando saranno pesati nell'acqua, avvertendo di pesare i metalli più puri che si trovino. Viene anche descritto come si ottiene il peso specifico PS di un corpo rispetto all'acqua: {\displaystyle P_{S}={\frac {\operatorname {peso\;in\;aria} }{\operatorname {peso\;in\;aria} -\operatorname {peso\;in\;acqua} }}}{\displaystyle P_{S}={\frac {\operatorname {peso\;in\;aria} }{\operatorname {peso\;in\;aria} -\operatorname {peso\;in\;acqua} }}}. Ne La Bilancetta si trovano poi due tavole che riportano trentanove pesi specifici di metalli preziosi e genuini, determinati sperimentalmente da Galileo con precisione confrontabile con i valori moderni. Il compasso proporzionale  Una descrizione dell'uso del compasso proporzionale fornita da Galileo Galilei. Il compasso proporzionale era uno strumento utilizzato fin dal medioevo per eseguire operazioni anche algebriche per via geometrica, perfezionato da Galileo ed in grado di estrarre la radice quadrata, costruire poligoni e calcolare aree e volumi. Fu utilizzato con successo in campo militare dagli artiglieri per calcolare le traiettorie dei proiettili. Galilei e l'arte Letteratura Gli interessi letterari di Galilei Durante il periodo pisano Galileo non si limitò alle sole occupazioni scientifiche: risalgono infatti a questi anni le sue Considerazioni sul Tasso che avranno un seguito con le Postille all'Ariosto. Si tratta di note sparse su fogli e annotazioni a margine nelle pagine dei suoi volumi della Gerusalemme liberata e dell'Orlando furioso dove, mentre rimprovera al Tasso «la scarsezza della fantasia e la monotonia lenta dell'immagine e del verso, ciò che ama nell'Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l'equilibrio armonico di questo, la coerenza dell'immagine l'unità organica – pur nella varietà – del fantasma poetico. Galilei scrittore. D'altro più non si cura fuorché d'essere inteso»  (Giuseppe Parini) «Uno stile tutto cose e tutto pensiero, scevro di ogni pretensione e di ogni maniera, in quella forma diretta e propria in che è l'ultima perfezione della prosa.»  (Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana) Dal punto di vista letterario, Il Saggiatore è considerata l'opera in cui si fondono maggiormente il suo amore per la scienza, per la verità e la sua arguzia di polemista. Tuttavia, anche nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si apprezzano pagine di notevole livello per qualità della scrittura, vivacità della lingua, ricchezza narrativa e descrittiva. Infine Italo Calvino affermò che, a suo parere, Galilei è stato il maggior scrittore di prosa in lingua italiana, fonte di ispirazione persino per Leopardi. L'uso della lingua volgare L'uso del volgare servì a Galileo per un duplice scopo. Da una parte era finalizzato all'intento divulgativo dell'opera: Galileo intendeva rivolgersi non solo ai dotti e agli intellettuali ma anche a classi meno colte, come i tecnici che non conoscevano il latino ma che potevano comunque comprendere le sue teorie. Dall'altro si contrappone al latino della Chiesa e delle diverse Accademie che si basavano sul principio di auctoritas, rispettivamente biblico ed aristotelico. Si viene a delineare una rottura con la tradizione precedente anche per quanto riguarda la terminologia: Galileo, a differenza dei suoi predecessori, non trae spunti dal latino o dal greco per coniare nuovi termini ma li riprende, modificandone l'accezione, dalla lingua volgare. Galileo, inoltre, dimostrò atteggiamenti diversi nei confronti delle terminologie esistenti:  terminologia meccanica: cauto accoglimento; terminologia astronomica: non respinge i vocaboli che l'uso abbia già accolto o tenda ad accogliere. Li utilizza, però, come strumenti, insistendo sul loro valore convenzionale ("le parole o imposizioni di nomi servono alla verità, ma non si devono sostituire a essa). Lo scienziato poi segnala gli errori che nascono quando il nome travisa la realtà fisica o che nascono dalla suggestione esercitata dagli usi comuni di un vocabolo sul significato figurato assunto come termine scientifico; per evitare questi errori, egli fissa esattamente il significato dei singoli vocaboli: sono preceduti o seguiti da una descrizione; terminologia peripapetica: rifiuto totale che si manifesta con la sua messa in ridicolo, servendosene come puri suoni in un gioco di alternanze e rime. Arti figurative «L'Accademia e Compagnia dell'Arte del Disegno fu fondata da Cosimo I de' Medici nel 1563, su suggerimento di Giorgio Vasari, con l'intento di rinnovare e favorire lo sviluppo della prima corporazione di artisti costituitasi dall'antica compagnia di San Luca. Annoverò tra i primi accademici personalità come Buonarroti, Bartolomeo Ammannati, Agnolo Bronzino, Francesco da Sangallo. Per secoli l'Accademia rappresentò il più naturale e prestigioso centro di aggregazione per gli artisti operanti a Firenze e, al tempo stesso, favorì il rapporto fra scienza e arte. Essa prevedeva l'insegnamento della geometria euclidea e della matematica e pubbliche dissezioni dovevano preparare al disegno. Anche uno scienziato come Galileo Galilei fu nominato membro dell'Accademia fiorentina delle Arti del Disegno. Galileo, infatti, prese pure parte alle complesse vicende riguardanti le arti figurative del suo periodo, soprattutto la ritrattistica, approfondendo la prospettiva manieristica ed entrando in contatto con illustri artisti dell'epoca (come il Cigoli), nonché influenzando in modo consistente, con le sue scoperte astronomiche, la corrente naturalistica. Superiorità della pittura sulla scultura Per Galileo nell'arte figurativa, come nella poesia e nella musica, vale l'emozione che si riesce a trasmettere, a prescindere da una descrizione analitica della realtà. Ritiene inoltre che tanto più dissimili sono i mezzi usati per rendere un soggetto dal soggetto stesso, tanto maggiore l'abilità dell'artista. Perciocché quanto più i mezzi, co' quali si imita, son lontani dalle cose da imitarsi, tanto più l'imitazione è maravigliosa.” Ludovico Cardi, detto il Cigoli, fiorentino, fu pittore al tempo di Galileo; ad un certo punto della sua vita, per difendere il suo operato, chiese aiuto al suo amico Galileo: doveva, infatti, difendersi dagli attacchi di quanti ritenevano la scultura superiore alla pittura, in quanto ha il dono della tridimensionalità, a discapito della pittura semplicemente bidimensionale. Galileo rispose con una lettera. Egli fornisce una distinzione tra valori ottici e tattili, che diventa anche giudizio di valore sulle tecniche scultoree e pittoriche: la statua, con le sue tre dimensioni, inganna il senso del tatto, mentre la pittura, in due dimensioni, inganna il senso della vista. Galilei attribuisce quindi al pittore una maggiore capacità espressiva che non allo scultore poiché il primo, tramite la vista, è in grado di produrre emozioni meglio di quanto faccia il secondo mediante il tatto. “A quello poi che dicono gli scultori, che la natura fa gli uomini di scultura e non di pittura, rispondo che ella gli fa non meno dipinti che scolpiti, perché ella gli scolpe e gli colora.” Il padre di Galileo era un musicista (liutista e compositore) e teorico musicale molto noto ai suoi tempi. Galileo fornì un contributo fondamentale alla comprensione dei fenomeni acustici, studiando in modo scientifico l'importanza dei fenomeni oscillatori nella produzione della musica. Scoprì anche la relazione che intercorre fra la lunghezza di una corda in vibrazione e la frequenza del suono emessa. Nella lettera a Lodovico Cardi, Galileo scrive:  «Non ammireremmo noi un musico, il quale cantando e rappresentandoci le querele e le passioni d'un amante ci muovesse a compassionarlo, molto più che se piangendo ciò facesse?... E molto più lo ammireremmo, se tacendo, col solo strumento, con crudezze et accenti patetici musicali, ciò facesse...»  (Opere XI) mettendo sullo stesso piano la musica vocale e quella strumentale, dato che nell'arte sono importanti solo le emozioni che si riescono a trasmettere. Dediche  Banconota da 2.000 lire con la raffigurazione di Galileo  2 euro commemorativi italiani per il 450º anniversario della nascita di Galileo Galilei A Galileo sono stati dedicati innumerevoli tipi di oggetti ed enti, naturali o creati dall'uomo:  la Galileo Regio, una regione della superficie del satellite Ganimede; l'asteroide 697 Galilea; una sonda spaziale, la Galileo; un sistema di posizionamento spaziale, il sistema Galileo; il gal (unità di accelerazione); il Telescopio Nazionale Galileo (TNG), situato sull'isola di La Palma (Spagna); l'aeroporto internazionale "Galileo Galilei" di Pisa; un gruppo musicale giapponese, Galileo Galilei; un album degli Haggard dal titolo "Eppur si muove"; una canzone scritta e interpretata dal cantautore pugliese Caparezza intitolata "Il dito medio di Galileo"; il sottomarino Galileo Galilei; una nave da guerra italiana, la Galileo Galilei; la banconota da 2.000 lire; una canzone Messer Galileo cantata da Edoardo Pachera durante la 52ª edizione dello Zecchino d'Oro; una società, produttrice di strumenti scientifici, ottici ed astronomici e denominata Officine Galileo; una moneta commemorativa da 2 euro nel 2014 per il 450º anniversario della sua nascita; un supercomputer di potenza di calcolo pari a circa 1 PetaFlop, installato presso il consorzio interuniversitario CINECA e classificato per diverso tempo fra le prime 500 strutture di calcolo al mondo; una cattedra di storia della scienza dell'Università di Padova, detta appunto cattedra galileiana, istituita per Enrico Bellone a cui poi successe William R. Shea che la resse fino al 2011, più la Scuola Galileiana di Studi Superiori della stessa università, nonché l'Accademia galileiana di scienze, lettere ed arti di Padova. Galileo Day Galileo Galilei viene ricordato con celebrazioni presso istituzioni locali il 15 febbraio, il Galileo Day, giorno della sua nascita. Altre opere: La bilancetta (postuma), Tractatio de praecognitionibus et precognitis and Tractatio de demonstration. Le mecaniche, Le operazioni del compasso geometrico et militare, Sidereus Nuncius,  Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti (pubblicato dall'Accademia dei Lincei), 1613 (su archive.org, BEIC) Discorso sopra il flusso e il reflusso del mare, Roma, Il Discorso delle Comete, Il Saggiatore, Roma, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Firenze, Due nuove scienze, Leida, Trattato della sfera, Roma 1656 (su BEIC) Lettere Lettera al Padre Benedetto Castelli, Lettera a Madama Cristina di Lorena, Lettera a Pietro Dini, Edizione nazionale Opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale, a cura di Antonio Favaro, Firenze, G. Barbera, Le opere di Galileo Galilei. Edizione nazionale sotto gli auspicii di Sua Maestà il Re d'Italia.  Firenze, Tipografia di G. Barbera, Le opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale, Appendice, Firenze, Giunti, 2013 ss. in quattro volumi: Vol. 1: Iconografia galileiana, a cura di F. Tognoni, Carteggio, a cura di M. Camerota e P. Ruffo, con la collaborazione di M. Bucciantini, Testi, a cura di A. Battistini, M. Camerota, G. Ernst, R. Gatto, M. Helbing e P. Ruffo, Documenti, a cura di M. Camerota e P. Ruffo (Edizione digitale delle Opere Letteratura e teatro Vita di Galileo è il titolo di un'opera teatrale di Brecht in più versioni, a partire dalla prima risalente agli anni 1938-39. Gli ultimi anni di Galileo Galilei è il titolo di un'opera teatrale giovanile di Ippolito Nievo. Galileo è uno spettacolo teatrale del 2010 di Francesco Niccolini e Marco Paolini. Film Galileo Galilei è un cortometraggio sullo scienziato pisano. Galileo è un film di Cavani. Galileo si chiama anche il film di Joseph Losey tratto dal dramma Vita di Galileo di Bertolt Brecht. Per testuali parole di Puccianti, Galileo fu veramente cultore e propugnatore della Natural Filosofia: in effetti egli fu matematico, astronomo, fondatore della Fisica nel senso attuale di questa parola; e queste varie discipline considerò sempre e trattò come intimamente connesse tra loro, e insieme ad altri studi vari, come diversi aspetti e atteggiamenti di una stessa attività dello spirito: filosofo dunque, anche perché portò su questa attività la riflessione e la critica; ma non incurante delle conseguenze o, come ora si direbbe, delle applicazioni pratiche. I problemi più importanti e centrali lo impegnarono per tutta la durata della sua vita scientifica, non con continua opera su ciascuno di essi, ma con ritorni successivi sempre più approfonditi e più generali, e in fine risolutivi» (da: Luigi Puccianti, Storia della fisica, Firenze, Felice Le Monnier, Fondamentali furono inoltre le sue idee e riflessioni critiche sui concetti fondamentali della meccanica, in particolare quelle sul movimento. Tralasciando l'ambito prettamente filosofico, dopo la morte di Archimede, il tema del movimento cessò di essere oggetto di analisi quantitativa e discussione formale allorché Gerardo di Bruxelles, vissuto nella seconda metà del XII secolo, nel suo Liber de motu riprese la definizione di velocità, già peraltro considerata dal matematico del III secolo a.C. Autolico di Pitane, avvicinandosi alla moderna definizione di velocità media come rapporto fra due quantità non omogenee quali la distanza e il tempo (cfr. Gerard of Brussels, "The Reduction of Curvilinear Velocities to Uniform Rectilinear Velocities", edito da Clagett, in Grant, A Source Book in Medieval Science, Cambridge (MA), Harvard University Press,  e Mazur, Zeno's Paradox. Unraveling the Ancient Mystery Behind the Science of Space and Time, New York/London, Plume/Penguin Books, Ltd., Achille e la tartaruga. Il paradosso del moto da Zenone a Einstein, a cura di Claudio Piga, Milano, Il Saggiatore, Grazie al perfezionamento del telescopio, che gli permise di effettuare notevoli studi e osservazioni astronomiche, fra cui quella delle macchie solari, la prima descrizione della superficie lunare, la scoperta dei satelliti di Giove, delle fasi di Venere e della composizione stellare della Via Lattea. Per maggiori notizie, si veda: Luigi Ferioli, Appunti di ottica astronomica, Milano, Hoepli, Cfr. pure Vasco Ronchi, Storia della luce, IBologna, Nicola Zanichelli Editore, Dal punto di vista storico, un'ipotesi autenticamente "eliocentrica" fu quella di Aristarco di Samo, poi sostenuta e dimostrata da Seleuco di Seleucia. Il modello copernicano invece, contrariamente a quanto generalmente ritenuto, è eliostatico ma non eliocentrico. Il sistema di Keplero, poi, non è né eliocentrico (il Sole occupa infatti uno dei fuochi dell'orbita ellittica di ciascun pianeta che gli ruota attorno) né eliostatico (a causa del moto di rotazione del Sole attorno al proprio asse). La descrizione newtoniana del sistema solare, infine, eredita le caratteristiche cinematiche (i.e., orbite ellittiche e moto rotatorio del Sole) di quella kepleriana ma spiega causalmente, tramite la forza di gravitazione universale, la dinamica planetaria. ^ A proposito del modello copernicano: «È da notare che, sebbene il Sole sia immobile, tutto il sistema [solare] non ruota intorno ad esso, ma intorno al centro dell'orbita della Terra, la quale conserva ancora un ruolo particolare nell'Universo. Si tratta cioè, più che di un sistema eliocentrico, di un sistema eliostatico.» (da G. Bonera, Dal sistema tolemaico alla rivoluzione copernicana, E non più soggettiva, come era stata fino ad allora condotta. ^ Secondo Guerra, nella casa sita al n. 24 dell'attuale via Giusti in Pisa (G. Del Guerra, La casa dove, in Pisa, nacque G., Pisa, Tipografia Comunale. Verosimilmente, G. non dovette avere buoni rapporti con la madre se non ricorda mai gli anni della sua infanzia come un periodo felice. Il fratello Michelangelo ha occasione di scrivere a questo proposito a G., quasi augurandosene l'ormai imminente dipartita. Di nostra madre intendo, con non poca meraviglia, che sia ancora così terribile, ma poiché è così discaduta, ce ne sarà per poco, sì che finiranno le lite.» Un Ammannati fu fatto cardinale da Clemente VII, mentre il fratello Ammannati ottenne la porpora da uno dei successori di Clemente, l'antipapa Benedetto XIII. Quanto a Piccolomini, cardinal, fu umanista, continuatore dei Commentarii di Pio II e autore di una Vita dei papi che è andata perduta. Si ricorda un BONAIUTI, che fa parte del governo di Firenze dopo la cacciata del Duca di Atene e un G. Bonaiuti, medico noto al suo tempo e gonfaloniere di giustizia, il cui sepolcro nella Basilica di Santa Croce divenne la tomba dei suoi discendenti. A partire da G. BONAIUTI, il cognome della famiglia cambiò in “Galilei.” Così scrive Tedaldi a Vincenzo G. Per la vostra ho inteso quanto havete concluso con il vostro figliuolo [Galileo]; et come, volendo cercar di introdurlo qua in Sapienza, vi ritarda il non esser la Bartolomea maritata, anzi vi guasta ogni buon pensiero; et che desiderate che la si mariti, e quanto prima. Le considerationi vostre son buone, et io non ho mancato né manco di far quell'opera che si ricerca; ma sino a qui son venuti tutti partiti, per non dir obbrobriosi, poco aproposito per lei… Per concludere, ardisco di dire che credo che la Bartolomea sia così casta come qual si vogli pudica fanciulla; ma le lingue non si possono tenere; pure io crederrò, con l'aiuto che do loro, di levar via tutti questi romori et farli supire; per il che a quel tempo potrete facilmente mandare il vostro G. a studio; et se non harete la Sapienza, harete la casa mia al vostro piacere, senza spesa nessuna, et così vi offero et prometto, ricordandovi che le novelle son come le ciriegie; però è bene credere quel che si vede, e non quel che si sente, parlando di queste cose basse.» Obbligatoriamente l'iscrizione doveva avvenire per gli studenti toscani in quell'Università. Chi voleva andare in un'altra Università avrebbe dovuto pagare una multa di 500 scudi stabilita da un editto granducale per scoraggiare la frequenza in un ateneo diverso da quello pisano (In: A. Righini, Op. cit.). ^ Lo testimonierebbe la coincidenza di argomentazioni esistente tra gli Juvenilia, gli appunti di fisica abbozzati da Galileo in questo periodo, e i dieci libri del De motu del Bonamico. (In: Storia sociale e culturale d'Italia, La cultura filosofica e scientifica, La filosofia e le scienze dell'Uomo, La storia delle scienze, Milano, Bramante Editrice, Ne descrive i dettagli nel breve trattato La bilancetta, circolato prima fra i suoi conoscenti e pubblicato postumo (Bottana, G. e la bilancetta: un momento fondamentale nella storia dell'idrostatica e del peso specifico, Firenze, Olschki. Studi riportati nel Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, pubblicato in appendice ai Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e ai moti locali. ^ Galileo sottopose a Clavius una sua insoddisfacente dimostrazione della determinazione del baricentro dei solidi. (Lettera a Clavius). Medici aveva progettato una draga per il porto di Livorno. Su questo progetto il granduca Ferdinando aveva chiesto una consulenza a Galilei che dopo aver visto il modellino affermò che non avrebbe funzionato. Medici volle comunque costruire la draga che in effetti non funzionò. (Nelli, Vita e commercio letterario di G., Losanna, con tale Landucci che G. raccomandò a Cristina di Lorena riuscendo a fargli ottenere il posto di pesatore al saggio; il lavoro, consistente nel pesare gli argenti che venivano venduti, procurava un guadagno di circa 60 fiorini. Lettera a Cristina di Lorena (Ed. Naz., Vol. X, Lettera N., Alla dote per la sorella Livia avrebbe dovuto contribuire anche il fratello Michelangelo. (Lettera a Michelangelo G., Michelangelo... fu versatissimo nella musica e la esercitò per professione; essendo stato buon liutista non v'è dubbio che fosse allievo egli pure di suo padre Vincenzo. visse in Polonia al servizio di un conte palatino; era a Monaco di Baviera ove insegna musica, e in una lettera datata del 16 agosto di quell'anno, egli pregava il fratello G., di acquistargli grosse corde di Firenze per suo bisogno et dei suoi scolari...» (Dizionario universale dei musicisti, Milano, Sonzogno). Le spese per i viaggi in Polonia e Germania furono sostenute da G.. Michelangelo appena sistematosi in Germania volle sposarsi con Bandinelli e, anziché saldare il debito per la dote che aveva con il cognato Galletti, spese tutto il denaro che aveva in un lussuoso ricevimento nuziale. ^ «Mi dispiace ancora di veder che V.S. non sia trattata second'i meriti suoi, e molto più mi dispiace che ella non habbi buona speranza. Et s'ella vorrà andar a Venetia questa state, io l'invito a passar di qua, che non mancarò dal canto mio di far ogni opera per aiutarla e servirla; chè certo io non la posso veder in questo modo. Le mie forze sono deboli, ma, come saranno, io le spenderò tutte in suo servitio.  (Lettera di Monte a G.. In: Ed. Naz., Lettera. Ancora vivente, G. fu ritratto da alcuni dei più famosi pittori del suo tempo, come Tito, Caravaggio, Tintoretto, Caccini, Villamena, Leoni, Passignano, Sandrart e Mellan. I due ritratti più famosi, visibili alla Galleria Palatina di Firenze e agli Uffizi sono invece di Justus Suttermans che rappresenta G. ormai anziano come simbolo del filosofo conoscitore della natura. (In "Portale G.") Per moto «naturale» s'intende quello di un grave, ossia di un corpo in caduta libera, diversamente dal moto violento, che è quello di un corpo che sia soggetto ad un «impeto». L'esatta formulazione della legge è stata data da G. nel successivo De motu accelerato: «Motum aequabiliter, seu uniformiter, acceleratum dico illum, qui, a quiete recedens, temporibus aequalibus aequalia celeritatis momenta sibi superaddit», ove l'accelerazione di gravità è indicata essere direttamente proporzionale al tempo e non allo spazio. (Ed. Naz.) Con lettera da Verona, l'Altobelli riferiva a Galileo, senza dar credito, che la stella, «quasi un arancio mezzo maturo», sarebbe stata osservata. In verità, dietro Antonio Lorenzini (da non confondere col vescovo Lorenzini) si celava il Cremonini; cfr. Uberto Motta, Antonio Querenghi. Un letterato padovano nella Roma del tardo Rinascimento, Pubblicazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Vita e Pensiero, «Nacque in Padova. Poco più che ventenne professò i voti nell’Ordine Benedettino, e nei primi anni del secolo XVII si trovava nel monastero di S. Giustina di Padova, legato in molta intimità col Castelli, insieme col quale fu discepolo di G., prendendo le parti del Maestro nelle questioni relative alla stella nuova (Da Museo G.). Usus et fabrica circini cuiusdam proportionis, per quem omnia fere tum Euclidis, tum mathematicorum omnium problemata facili negotio resolvuntur, opera & studio Balthesaris Capræ nobilis Mediolanensis explicata. (In: Patauij, apud Petrum Paulum Tozzium) Alcuni calcoli astrologici, anche risalenti al periodo fiorentino, furono conservati da G. e compaiono nell'Opera omnia (sezione "Astrologica nonnulla"). Da notare che per lo più si tratta di calcoli del tema natale, solo in qualche caso accompagnati da interpretazioni o pronostici. È stata ritrovata una lista della spesa dove G., insieme a ceci, farro, zucchero, ecc., ordinava di acquistare anche pezzi di specchio, ferro da spianare e quanto di utile per il suo laboratorio ottico. (Da una nota di una lettera di Brenzoni  conservata nella Biblioteca Centrale di Firenze) Espressione tradizionalmente attribuita da scrittori cristiani all'imperatore pagano Flavio Claudio GIULIANO che in punto di morte avrebbe riconosciuto la vittoria del Cristianesimo. Hai vinto o G., riferendosi a Gesù nativo della Galilea. Il comportamento di G. è stato variamente giudicato: vi è chi sostiene che egli le chiuse in convento perché «doveva pensare a una loro sistemazione definitiva, cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio» (come se egli non potesse legittimarle, come fece con il figlio Vincenzio e come se una monacazione coatta fosse preferibile a un matrimonio non prestigioso; cfr. Sofia Vanni Rovighi, Storia della filosofia moderna e contemporanea. Dalla rivoluzione scientifica a Hegel, Brescia, Editrice La Scuola), mentre altri ritengono che «alla base di tutto stava il desiderio di G. di trovare per esse una sistemazione che non rischiasse di procurargli in futuro alcun nuovo carico [...] tutto ciò nascondeva un profondo, sostanziale egoismo» (cfr. Geymonat,).  «quel mirare per quegli occhiali m'imbalordiscon la testa», avrebbe detto Cremonini secondo la testimonianza di Gualdo. (Da una lettera del Gualdo a G.. Scheiner pubblicò ancora sull'argomento il De maculis solaribus et stellis circa Iovem errantibus. La priorità della scoperta andrebbe all'olandese Fabricius, che pubblicò a Wittenberg, Maculis in Sole observatis, et apparente earum cum Sole conversione. Cioè con i sensi, con l'osservazione diretta. ^ «Egli pensava infatti che una colonna d’acqua troppo alta tendeva a spezzarsi sotto l’azione del suo stesso peso, così come si spezza una fune di materiale poco resistente quando, fissata in alto, viene tirata dal basso. Fu quindi proprio questa analogia fondata sull’esperienza osservativa a portare il Galilei fuori strada. (in IL VUOTO – Garagnani – Isis Archimede). Salmi che la figlia di G., suor Maria Celeste, s'incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa. Baretti, in una sua ricostruzione, avrebbe fatto nascere la leggenda di un G. che una volta alzatosi in piedi, colpì la terra e mormorò: "E pur si muove!" (In Baretti, The Italian Library. Tale frase non è contenuta in alcun documento contemporaneo, ma nel tempo fu ritenuta veritiera, probabilmente per il suo valore suggestivo, a tal punto che Berthold Brecht la riporta in "Vita di G.", opera teatrale dedicata allo scienziato pisano alla quale egli si dedicò a lungo. In Paschini è riportato che: «secondo le norme del Sant'Offizio» questa condizione «era equiparata ad una prigionia per quanto egli facesse per ottenere la liberazione. Si ebbe il timore probabilmente ch'egli riprendesse a fare propaganda delle sue idee e che un perdono potesse significare che il Sant'Offizio si fosse ricreduto a proposito di esse» (cfr. pure Santini, "G.", L'Unità). Conceditur habitatio in eius rure, modo tamen ibi in solitudine stet, nec evocet eo aut venientes illuc recipiat ad collocutiones, et hoc per tempus arbitrio Suae Sanctitatis. (Ed. Naz.) A G. era infatti proibito stampare qualunque opera in un paese cattolico. ^ Fonti di questa corrispondenza si trovano in: Paolo Scandaletti, Galilei privato, Udine, Gaspari editore, Favaro, Amici e corrispondenti di G., Bocchineri, Venezia, Pubblicazioni del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, VNero, G. e il suo tempo, Milano, Simonelli Editore, A. Righini, G.: tra scienza, fede e politica, Bologna, Editrice Compositori; Geymonat, Abetti, Amici e nemici di G., Milano, Bompiani, Banfi,  «Galileo fu invitato alla villa di S.Gaudenzio, sulle colline di Sofignano, alla fine di luglio del 1630, ospite di Buonamici, che con lo scienziato vantava una parentela da parte della moglie Alessandra Bocchineri: la sorella di lei, Sestilia, aveva sposato a Prato l'anno prima il figlio di G., Vincenzo. (In Comune di Vaiano) Fu permessa a Galilei l'assistenza dell’allievo  Viviani e, anche di Torricelli. La prego a condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio con affetto cordialissimo le mani, come fo anche al Signor Cavaliere suo Consorte.» (In Le Opere di G., a cura di Eugenio Albèri, Firenze, Società Editrice Fiorentina) Anfossi pubblicava–anonimamente in Roma un libro in cui le leggi di Keplero e di Newton erano presentate come cose che non meritano la menoma attenzione» e si chiedeva come mai tanti uomini santi ispirati dallo Spirito Santo, «ci han detto ottanta e più volte che il Sole si muove senza dirci una volta sola che è immobile e fermo?» (Sebastiano Timpanaro, Scritti di storia e critica della scienza, Firenze, G. C. Sansoni, L'edizione curata da Favaro si basa sulle copie allora disponibili, perché l'originale non era stato ritrovato (Avvertimento. Il manoscritto originale è pubblicato come appendice a Camerota, Giudice, Ricciardi, "The reapparance of G.'s original letter to Castelli". L'effetto di parallasse stellare, che dimostra la rivoluzione della Terra attorno al Sole, sarà misurato da Bessel. Per il testo della condanna, vedi: Sentenza di condanna di G., su wikisource.org. Per il testo dell'abiura, vedi: Abiura di G. su it.wikisource.org. Questa frase è stata citata in un intervento molto criticato di Joseph Ratzinger (cfr. "La crisi della fede nella scienza" in Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti, Roma, Paoline. Ratzinger aggiunge da parte sua che: Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica. Già chiaramente indicati nella Lettera a Madama Cristina di Lorena granduchessa di Toscana. L'Accademia del Cimento, fra le più antiche associazioni scientifiche al mondo, fu la prima a riconoscere ufficialmente, in Europa, il metodo sperimentale galileano. Fu fondata a Firenze da alcuni allievi di G., Torricelli e Viviani. Si lasci alla storiografia stabilire, caso fosse mai possibile, se Galileo concepisse il moto inerziale unicamente come circolare o se ammettesse anche la possibilità in natura della prosecuzione indefinita del moto rettilineo, anche perché in G. non si può sensatamente parlare di formulazione del principio d'inerzia come se fossimo nell'ambito della moderna fisica newtoniana, ma solo di alcune considerazioni preliminari al principio della relatività del moto.» Portale G., su portalegalileo. Museo galileo. it.Testi non compresi nella prima edizione dell'Edizione Nazionale curata da Antonio Favaro, ma in quella curata da Edwards e Helbing, con Introduzione, Note e Commenti di Wallace, per Le opere di G.. Edizione Nazionale, Appendice Testi, Firenze, G. C. Giunti. Bibliografiche  Abbagnano, Albert Einstein, Leopold Infeld, L'evoluzione della fisica. 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Fisica moderna e cosmologia, Torino, Editore Boringhieri, La dimora natale di G.: l’enigma delle tre case, Shea, La Rivoluzione scientifica–I protagonisti: G., in: Storia della Scienza Treccani, Aliotta e Carbonara Righini, G.. Tra scienza, fede e politica, Bologna, Editrice Compositori, Lettera da Pisa di Tedaldi a Vincenzo G., «mi è grato di saper che haviate rihavuto G,, et che siate di animo di mandarlo qua a studio». (Ed. Naz.) Kline, Bellone, Caos e armonia. Storia della fisica moderna e contemporanea, Torino, POMBA Libreria,  Ilya Prigogine, Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Torino, Einaudi editore, Andrea Pinotti, "Introduzione al Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano"  in: G., Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Milano, Fabbri Editori, Geymonat (a cura di), Storia del pensiero filosofico e scientifico, Milano, Aldo Garzanti Editore,  Paschini, Lettera di Giovanni Uguccioni al Granduca di Toscana (Ed. 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Studi e ricerche", Atti del Reale Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, Enciclopedia Treccani alla voce "Ronchitti, Cecco di" ^ Difesa di Galileo Galilei nobile fiorentino, lettore delle matematiche nello studio di Padova, contro alle calunnie & imposture di Capra milanese, usategli sì nella «Considerazione astronomica sopra la Nuova Stella del MDCIIII» come (& assai più) nel pubblicare nuovamente come sua invenzione la fabrica & gli usi del compasso geometrico & militare sotto il titolo di «Usus & fabrica circini cuiusdam proportionis & c.» (In: Venetia, presso Tomaso Baglioni). Favaro, "G. astrologo secondo documenti editi e inediti. Studi e ricerche", Mente e cuore (Trieste Poppi, La Repubblica, G. as Practising Astrologer, su journals. sagepub.com. Heilbron, Heilbron, Lucarini, La porta magica di Roma: Le epigrafi svelate, Roma, Edizioni Nuova Cultura, Geymonat, Reale, Antiseri, Manuale di filosofia. Editrice La Scuola, Ed. Naz., Lettera di Vinta a G. (Ed. 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Domus Galilaeana Fisica Galilei (famiglia) Isocronismo La favola dei suoni Meccanica Metodo scientifico Micrometro di Galileo Museo Galileo Copernico Ricci Processo a G. Relatività galileiana Rivoluzione astronomica Rivoluzione scientifica Termometro galileiano Trasformazione galileiana Villa Il Gioiello Vincenzo G. Virginia G. Vita privata di G. Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. G., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su accademicidellacrusca.org, Accademia della Crusca. G., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.G.i, su Find a Grave. MacTutor, University of St Andrews, Scotland. 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Scheda su G. accademico della Crusca sul sito dell'Accademia, su adcrusca.it.Fondo "Antonio Favaro", su domusgalilaeana.it. Archivio "Scienza & Fede", su disf.org. Laboratorio storico "G.", su illaboratoriodi galileogalilei. it.  Lo scherzo d'un uomo di genio dice cose più serie che non le cose serie dell'uomo volgare; anzi primo indicio della superiorità è il sorriso. Il volgo andava ripetendo che la caduta di un pomo preannunziò la scoperta della gravitazione universale: e Byron scherzando di ceva essere stata la prima volta, da Adamo in qua, che un pomo e una caduta dessero qualche vantaggio al genere umano. Altro che pomo ! voleva dire il poeta: esatte premesse occorrono alle grandi scoperte e non il caso. Il pensiero è una catena e ciò che ai più par caso entra nella serie. Togliete G. e Keplero e avrete soppresso le premesse immediate a Newton. Togliete Copernico, e li avrete soppressi tutti. Togliete le tradizioni pitagorichealle univer sità italiane e sparisce Copernico. Dov'è il caso? Il pomo no: una serie di grandi pensieri che furono grandi scoperte sgombrò le vie del firmamento all' anglo. Un fatto può essere occasionale, ma per quegli uomini che portano nel cervello quella preparazione, che rias sumendo la serie, afferra il fatto e lo trasforma. Così nell'astronomia e così proprio in tutte le altre scienze. To gliete Bruno e Campanella, e non troverete Vico. Togliete Telesio, e li perdete tutti. Togliete le tradizioni naturalistiche dell'antica scuola italica— già greca di origine —e sparisce Telesio. È la me desima serie ed è una riprova della cognatela tra tutte le scienze. E questa serie non si smentisce neppur dove la reazione crede spennare le reni agl'ingegni alati. Non fu una reazione il libro della Ragion di Stato —che creò tanti discepoli-contro il Principe, che aveva già tutta una scuola, cioè Bottero non ebbe il disegno aperto di reagire trionfalmente contro Machiavelli? Ebbene, mentre il prete Bottero mandava ad uno de'più grandi e sventurati ingegni 215 italiani quante maledizioni gli erano ispirate dalla triplice reazione di Parigi, di Madrid e di Roma, era nel tempo istesso tirato dalla logica a prendere da MACHIAVELLI (si veda) la teorica de’ mezzi, come il secre tario di Firenze aveva preso la teorica de'fini pubblici da ALIGHIERI (si veda) e da PETRARCA (si veda), ispirati — alla loro volta —dall'antica tradizione ro mana. Ed ecco la reazione entrare nella serie, come appunto la santa alleanza insinuava ne 'codici tanti principii della rivoluzione. E ciò non accade soltanto rispetto ai sistemide'quali l'uno suppone l'altro anche dove il secondo reagisce al primo, ma alle singole teo riche di ciascuno, le quali non segnano un progresso che non sia una conclusione di ciò che si era pensato prima. A che mira, infatti, la critica di G.? A reintegrare l'unità della natura. Ma se Bacone lo chiama filosofo telesiano, voi dovete ricordare che Telesio non solo aveva propugnato il metodo sperimen tale, ma tentato comporre il dissidio lasciato aperto da Aristotile tra materia e forma, come POMPONAZZI (si veda) e CAMPANELLA (si veda) troncano il dualismo tra intelletto e senso, e Bruno tra natura e Dio. Non è un gruppo, è una catena nella quale il nome di ciascuno s’inanella nel precedente, e tutti insieme presentano il disegno della rinnovata natura. Per questi il risorgimento fu naturalismo, fu ita liano, mentre la scolastica era stata europea. Se dalla serie e dal proprio posto nella serie voi spiccate il nome di G., vi accorgerete che resterà il nome di un astronomo più o meno insigne, di un improvvisatore di qualche teorica, dello scopri tore fortunato di qualche astro e di qualche istrumento, ma che cosa egli abbia aggiunto al pensiero, per quale via e con quali effetti voi non saprete dire. Ammirerete un mito e sarà volgare ammirazione. Voi, in somma, assisterete ai miracoli di un prestigiatore non alle scoperte del genio. Or sospettate voi che io vi voglia esporre ad una ad una le pre messe di G. e di Klepero per arrivare sino a Newton? che io voglia indicarvi da quali parti specialmente della meccanica terre stre emerse la meccanica celeste e come la dimostrazione de'quadrati de' tempi delle rivoluzioni che stanno fra loro come i cubi degli assi maggiori delle orbite abbia aperto a Newton la conclusione che la forza era proporzionale alla massa? Sarebbe riuscire, pel cammino peggiore, a nessuna meta. I dotti · non imparerebbero una sillaba di nuovo e vedrebbero in espressioni difettive snaturate quelle forme che chiedono un'analisi esatta, e i meno dotti si allontanerebbero storditi e infastiditi. Io, dunque,. senza guastare la serie, debbo dirvi quel che penso io intorno ad al cuni pensieri di quell'uomo sommo e scelgo — non a caso —i punti seguenti: 1.º Come intese G. il metodo sperimentale? 2. ° Quale valore oggettivo dette egli alla conoscenza? 3. ° Quale fu il risulta mento scientifico e morale delle sue dottrine? Non è poco, e più che nella cortesia --cosa mediocre— confido nella serietà con la quale voi ed io vogliamo che sia discusso il pa trimonio glorioso della mente. II. « Non vogliamo costruzioni scientifiche, non metodi aprioristici, vogliamo il metodo sperimentale: Così gridano, e vogliamolo pure, io scrivevo, ma vogliamolo davvero. Non fu forse proclamato ed eser citato con diverso intento e diversa fortuna? Non fu fecondo o arido, secondo l'intelletto e la mano che presero a trattarlo? Non si distin gue dall'empirismo? Bisogna dunque sapere che è veramente me todo sperimentale. G. si trova a pari distanza tra TELESIO (si veda) e Bacone, due che pro pugnarono il metodo sperimentale senza scoprire nulla nel mondo naturale, e si trova ad un secolo di distanza da Leonardo da Vinci, che, professando il metodo sperimentale, strappò più di un segreto alle cose reali. Perchè dunque l'istesso metodo, arido nelle mani di Telesio e di Bacone, diventa fecondo nelle mani di Leonardo e di G.? Ecco il punto. E la risposta è chiara: — Perchè il metodo non è veramente lo stesso. Per Telesio e Bacone comincia e resta nel fenomeno e dove al fenomeno aggiunge qualche ipotesi, è soggettiva, cioè puro ri torno all'antico. Per Leonardo e G. comincia dal fatto e sale alle alte sfere della ragione, mediante il linguaggio stesso delle cose che è la matematica. La matematica è formale come la logica —dice Bacone. La matematica è reale come le cose afferma G.. Con la matematica sei arrivato a far girare la terra -è un frizzo di Bacone contro G.. E la terra gira -- grida il pisano. Pur tu ti sei disdetto —rincalza Bacone. Stolto ! dice G. -- potevo disdirmi cento volte, e la prova re sta e la terra continua il suo giro. Ma chi ti malleva la realtà della matematica? Il fatto stesso che misuratamente si move, misuratamente per corre il tempo e lo spazio, nella misura costituisce l'ordine. -La misura è aggiunta. - La misura è: io la colgo: chi non la coglie non vede il fatto. TELESIO (si veda) non lo dice. VINCI (si veda) lo dice, e scoprì. Telesio e tu non avete scoperto. Il fatto a voi è stato muto; a noi ha parlato. Fermiamoci. Il divario è grande. Potete voi dire che sia l'istesso metodo? È Bacone l'anglo che intese G. o un altro? Quando si parla di metodo sperimentale, di senso, di fatto, biso gna cogliere tutto il fatto, il quale non è qualità soltanto, è quan tità; e questi due termini s'integrano a vicenda, in modo che la quantità si qualifica, e la qualità si quantifica. Questo pro cesso graduale ed intimo delle cose è l'evoluzione, e la legge che la traveste, affaticandola di moto in moto, è la causalità, che in Newton si determina come gravitazione universale. Il fatto dunque non è fenomeno soltanto, è fenomeno e legge. Così G. lo intuisce e così lo intuisce intero; Bacone coglie un termine solo e mutila il fatto. L'esperienza che in G. è piena, in Bacone è unilaterale; quel metodo che in Galilei è sperimentale, in Bacone diventa empirico; e quel processo che nell'uno è fecondo di scoperte, nell'altro è gonfio di precetti pom posi. Ha un bel rimuovere Bacone tutti quelli ch'ei chiama idoli, se innanzi agli occhi gli rimane fisso l'idolo peggiore, il fatto eslege. Così aveva fatto Leonardo da Vinci notando nel fenomeno la legge, e così fa Galilei, entrambi con pochi precetti e con effetti amplissimi, tirandone l'uno applicazioni mirabili alla meccanica, e specialmente all'idraulica, l'altro al sistema planetario. E si ripeta pure che in G. l'esperienza naturale è senso pieno, ma quì un fatto contemporaneo ci deve fermare e impensie rire. Bruno senza i computi di Copernico, senza il metodo speri mentale e il teloscopio di G., e senza il calcolo superiore di Newton, non era pervenuto per sola forza di pensiero, alle medesi me anzi a più larghe conclusioni che non si trovino nell'astronomo tedesco, nell'italiano e nell'inglese, affermando cose che facevano sgomento a Klepero e furono trovate poi vere dal progresso poste riore? Il pensiero, da solo, non valse altrettanto che l'esperienza, e 218 ciò che lo scienziato induceva computando, il genio non poteva co struire? L'esempio di Bruno, non bene inteso, potrebbe inficiare la cri tica di G., nè per il genio vale ricorrere ad eccezioni, che com plicano la quistione e non spiegano nulla. Il vero è che Bruno intese il fatto e l'esperienza come G., e movendo dal medesimo punto, l'uno giunse con la logica dove l'altro con la matematica. La conseguenza è che la matematica è la logica delle cose, e che se rispetto alla mente, come dice Leibintz, pensare è calcolare, rispetto alle cose moversi misurata mente vuol dire evolversi razionalmente. Bruno è la riprova, non l'eccezione. Appena, infatti, il nolano intese il sistema copernicano, n'esultò, cercò alla matematica la riprova della logica, e come Campanella scrisse l'apologia di Ga lilei, così Bruno di Copernico. Era dal medesimo punto di partenza la medesimezza del pensiero logico e del pensiero matematico, con medesimezza di disegno e di effetti. E-ora si dirà-Cartesio non intese fare la medesima cosa, cioè costruire la fisica col pensiero, come il nolano, introducendovi la matematica, come G., e perchè egli riuscì a costruire una fi sica falsa, disconoscendo Bruno in tutto e in gran parte il disegno di G.? Perchè egli non muove come que due dal fatto, bensì dall'idea astratta, dal puro cogito, che non è la cosa, ma l'ombra della cosa, e l'ombra ei tratta come cosa salda. Perciò non solo non giunse per forza di logica, agl’infiniti mondi del nolano, ma nep pure per forza di matematica a riconoscere l'importanza del siste ma eliocentrico dimostrato da Copernico e da G.. Bacone errò, mutilando il fatto e attenendosi al solo fenomeno, Cartesio errò, correndo dietro l'ombra del fatto e improvvisando la legge. L'uno cadde nell'empirismo l'altro nell'apriorismo. In Bacone riconosciamo il merito di avere insistito sulla indu zione, e in Cartesio, come dice Comte, il merito di aver convertito la qualità in quantità, e la quantità continua nella discreta. Ma l'uno e l'altro, non avendo colto il punto di partenza, non aggiun sero nulla alla scienza della natura. Justus Liebig, parlando dell'intima gioia degli scopritori - ne gata a Bacone - nomina G., Klepero, Newton. E perchè non ricorda Bruno? Quanta non è la sua gioia dove saluta le comete come testimoni della sua filosofia, e parlando di Copernico, ag giunge qualche felicità essere toccata al secolo suo, quando dai 219 lidi dell'oceano germanico un grande astronomo sorse a con forto della sua filosofia. In quella gioia c'è — come ho detto— l’unità del pensiero logico col matematico, e nella medesimezza de' risultati c'è la cognatela tra la natura e il pensiero, la quale vuol essere riaffermata, supe rando da una parte il vecchio idealismo metafisico e dall'altra il positivismo empirico. Ed ora, dopo il metodo sperimentale, dobbiamo esaminare in G. il valore che egli dà alla conoscenza. INon è di piccolo momento questo esame; involge il massimo pro blema della filosofia ed è un punto importante della mente, e dirò, del carattere di Galilei. Si può formularlo così: Il metodo speri mentale condusse G. a quel relativismo filosofico che dà alla conoscenza un valore precario, cioè o relativo al soggetto pensante (sofistica) o relativo ad un certo tempo e luogo (empirismo)? In altre parole: per G. nulla di permanente, di assoluto, di uni versale entra nella conoscenza, o c'è invece delle conoscenze che per loro necessità intrinseca s' impongono a tutti gli uomini, e alla natura come agli uomini, e a Dio come alla natura? Ci sono— risponde il Pisano - e il fatto ci dice che sono, e ci dice che sono le conoscenze matematiche sian pure o applicate, perchè non mutano per variare di luogo e di tempo, e perchè tali si riscontrano nelle cose quali si trovano nella mente. La natura le impone, la mente le sugella, neppur Dio potrebbe negarle, ma o il sofista o il pazzo. L'affermazione è solenne, e bisogna lasciargli la parola. Quanto alla verità, egli dice di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina. Nessun divario, dunque, in questo tra la sapienza divina e umana? Di vario di modo, egli dice, lo ammettiamo, perchè in Dio è sapienza intuitiva quella che nell'uomo è discorsiva; di numero pure, perchè Dio le sa tutte quelle verità, e l'uomo una parte; ma di necessità no: sono del pari necessarie per lui e per noi, e mille Demosteni e Aristotili e-voleva dire—mille Dei non potrebbero scemare la certezza di una sola di quelle. Partecipa di questa certezza la scienza della natura, le cui leggi sono matematiche. E il processo fu questo: TELESIO (si veda) afferma che il 220 libro della filosofia è la natura. Bruno aggiunse che quel libro è scritto in carattere assoluti: G. conchiuse che i caratteri sono matematici. Anche Cartesio disse come G.: Apud me omnia sunt ma thematice in natura; ma lo disse dopo e timidamente, essendoci questa differenza tra’due pensatori, che per G. le verità mate matiche leggibili nella natura hanno l'istesso valore per la mente sia divina o umaņa, e per Cartesio niente è limite alla onnipotenza di Dio, neppure il principio di contraddizione. Se lo disse davvero o per vivere tranquillo, specialmente dopo le persecuzioni fatte a G., non - so; ma, certo, l'italiano lo a vanza di tempo e di fermezza. Delle altre scienze che non sono le naturali G. dubitò, perchè si sottraggono alle matematiche e l'uomo vi mette del suo. Le abbandonò al relativismo. Ma se tutto è evoluzione e tutto procede da natura, noi ben pos siamo affermare che i suoi Dialoghi delle Scienze Nuove saranno quasi prefazione di una Scienza Nuova intorno alla comune natura delle nazioni. Le teoriche sulla psico-fisi e sulla fisica sociale hanno assai allargato il campo di applicazione alle matematiche. Noi, è vero, non possiamo mutare le leggi naturali, ma possiamo forse mutare le leggi sociali e costruire a nostro talento le società umane? La storia non rientra ogni giorno più nelle leggi della natura e però della misura? La morale par certo la cosa più im ponderabile, ed è pure altrettanto graduale e necessaria nel suo processo che il suo moto si potrebbe dire uniformemente accelerato. Dal pensiero si traduce nella volontà, dall'azione alle istituzioni, e se rea, dal fastigio all ' imo. Signori, ho esaminato quelli che nella scienza di G. mi parevano i punti principali ed ho tentato liberare dagli equivoci volgari il metodo sperimentale. Non a pompa letteraria mi sono giovato di rapidi raffronti ma per delineare quello che fu il cervello più equilibrato di quanti al mondo furono scienziati. Le conse guenze scientifiche e morali di quella profonda rivoluzione intel lettuale io ve le ho segnate senza orgoglio nazionale e con pura coscienza di uomo. Era cosí alto il tema, così pieno di pensiero, di [Qui manca qualche pagina intorno all'applicazione delle matematiche ai fenomeni sociali e morali, non potuta trovare. 221 poesia, di storia, di gloria e di dolori che a me non che il tempo, mancò il volere di divagare. Abbasserei l'occhio da Telesio, da Co pernico, da G. per posarlo sulla politica? Farei allusioni, rim proveri, programmi? Mail monumento che divisate è mondiale; una sillaba aggiunta al tema macchierebbe la prima pietra: e, per rien trare nella mediocrità de ' Parlamenti, invidieremmo a noi questa breve fortuna che ci solleva a colloquio coi legislatori degli astri. Che sono i nostri codici, i nostri statuti, i disegni nostri, che durata hanno e che sapienza di fronte alle leggi onde G. sta biliva il ritmo dei cieli, Machiavelli la vicenda degli Stati, e VICO (si veda) il corso dell'umanità? C'è qualcosa al di sopra dei codici ed è la pa rola dei fondatori delle religioni, che lasciano libri sacri e parlano ai millenarii. Pur viene il secolo che mette nella pagina più au tentica di quei libri il tarlo del pensiero. Ma qualcuno c'è stato che senza chiamarsi messia nè profeta misurò una parola a lettere di stelle, la pose nel firmamento, e nessuno la cancellerà. Come chia mate un uomo che vi trasmette un libro più duraturo di una bib bia? Alzate il monumento e non mi chiedete altro. The principle of relativity states that it is im- possible to determine whether a system is at rest or moving at constant speed with respect to an inertial system by experiments internal to the system, i.e., there is no internal observation by which one can distinguish a system moving uniformly from one at rest. This principle played a key role in the defence of the heliocentric syst- em, as it made the movement of the Earth com- patible with everyday experience. According to common knowledge, the principle of relativity was first enunciated by G. in his Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo (Dialogue Concerning the Two Chief World Systems) (G.), using the metaphor known as ‘G.’s ship’: in a boat moving at constant speed, the mechanical phenomena can be described by the same laws holding on Earth. Many historical aspects of the birth of the rel- ativity principle have received little or scattered attention. In this short paper we put together some evidence showing that Bruno largely anticipated Gal- ilei’s arguments on the relativity principle (Bruno). In addition, we briefly discuss Galilei’s silence about Bruno, and the con- nection between the lives and careers of the two scientists. A portrait of G. by Leoni (wikipedia): An eighteenth century egrav- ing of Giordano Bruno the history blog . com / wp - content / up- loads/bruno-giordano. De Angelis and Santo Giordano Bruno and the Principle of Relativity The Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo is the source usually quoted for the enun- ciation of the principle of relativity by G. However, its publication was certainly not a surprise, as G. had expres- sed his views much earlier, in particular when lecturing at Padova. Some aspects of the evolution of G.’s ideas, from the Trattato della Sfera ... (D’Aviso, 1656) in which the Earth is still placed at the centre of the Universe, towards the Dia- logo, and passing through his heliocentric correspondence with Kepler (G.), are examined, for ex- ample, by Barbour (2001), Crombie, Clavelin, Giannetto, Martins and Wallace. The Roman Inquisition condemned the theory by Copernicus as being foolish and absurd in philosophy. One month before, the inquisitor Ingoli addresses G in the essay Disputation Concerning the Location and Rest of Earth Against the System of Copernicus (Ingoli). This letter listed both scientific and theological arg- uments against Copernicanism. G. responded, and in his lengthy reply he introduced an early version of the ‘G.’s ship’ metaphor, and discussed the experiment of dropping a stone from the top of the mast. Both arguments, as we shall see, had previously been raised by Bruno, and later were used again by G., although with small differences, in the Dialogo. In the Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo, G. discusses the arguments then current against the idea that the Earth moves. The book is a fictional dialogue be- tween three characters. Two of these, Salviati and Sagredo, refer to figures in the ok that disappeared a few years after the publication of the book. Salviati plays the role of the defender of the Copernican theory, putting forward G.’s point of view. The second character, Sa- gredo, is a Venetian aristocrat who is educated and liberal, and he is willing to accept new ideas. Thus, he acts as a moderator between Salviati and the third character, Simplicio, who fiercelysupportsAristotle. Thenameofthislast character (reminiscent of ‘simple-minded’ in Ital- ian) is in itself a clear indication of Galilean dialectics, which are designed to destroy opponents. Despite being a famous commentator of Aristotle, Simplicio manifests himself with an embarrassing simplicity of spirit. G. uses Salviati and Simplicio as spokespersons for the two clashing world views; Sagredo represents the discreet reader, the steward of science, the one to whom the book is addressed, and he intervenes during the discussions, asking for clarification, contributing conversational topics and acting like a science enthusiast. On the second day, G.’s dialogue con- siders Ingoli’s arguments against the idea that the Earth moves. One of these is that if the Earth is spinning on its axis, then we would all be moving eastward at hundreds of miles per hour, so a ball dropped from a tower would land west of the tower that in the meantime would have moved a certain distance to the east- wards. Similarly, the argument goes that a cannonball shot eastwards would fall closer to the cannon compared to a ball shot to the west since the cannon moving east would partly catch up with the ball. To counter such arguments Galilei propos- es through the words of Salviati a gedanken- experiment: to examine the laws of mechanics in a ship moving at a constant speed. Salviati claims that there is no internal observation which allows them to distinguish between a smoothly-moving system and one at rest. So two systems moving without acceleration are equivalent, and non-accelerated motion is rel- ative: Salviati – Shut yourself up with some friend in the main cabin below decks on some large ship, and have with you there some flies, but- terflies, and other small flying animals. Have a large bowl of water with some fish in it; hang up a bottle that empties drop by drop into a widevesselbeneathit. Withtheshipstanding still, observe carefully how the little animals fly with equal speed to all sides of the cabin. The fish swim indifferently in all directions; the drops fall into the vessel beneath; and, in throwing something to your friend, you need throw it no more strongly in one direction than another, the distances being equal; jumping with your feet together, you pass equal spaces in every direction. When you have observed all these things carefully (though doubtless when the ship is standing still everything must happen in this way), have the ship proceed with any speed you like, so long as the motion is uniform and not fluctuating this way and that. You will discover not the least change in all the effects named, nor could you tell from any of them whether the ship was moving or standing still. In jumping, you will pass on the floor the same spaces as before, nor will you make larger jumps toward the stern than toward the prow even though the ship is moving quite rapidly, despite the fact that during the time that you are in the air the floor under you will be going in a direction opposite to your jump. In throwing something to your companion, you will need no more force to get it to him whether he is in the direction of the bow or the stern, with yourself situated opposite. The droplets will fall as before into the Angelis and Santo Bruno and the Principle of Relativity  vessel beneath without dropping toward the stern, although while the drops are in the air the ship runs many spans. The fish in their water will swim toward the front of their bowl with no more effort than toward the back, and will go with equal ease to bait placed any- where around the edges of the bowl. Finally the butterflies and flies will continue their flights indifferently toward every side, nor will it ever happen that they are concentrated toward the stern, as if tired out from keeping up with the course of the ship, from which they will have been separated during long intervals by keeping themselves in the air. And if smoke is made by burning some incense, it will be seen going up in the form of a little cloud, remaining still and moving no more toward one side than the other. The cause of all these correspondences of effects is the fact that the ship’s motion is common to all the things contained in it, and to the air also. That is why I said you should be below decks; for if this took place above in the open air, which would not follow the course of the ship, more or less noticeable differences would be seen in some of the effects noted. (G.). Note that G. does not state that the Earth is moving, but that the motion of the Earth and the motion of the Sun cannot be distinguished (hence the name ‘relativity’): There is one motion which is most general and supreme over all, and it is that by which the Sun, Moon, and all other planets and fixed stars – in a word, the whole universe, the Earth alone excepted – appear to be moved as a unit from East to West in the space of twenty-four hours. This, in so far as first appearances are concerned, may just as logically belong to the Earth alone as to the rest of the Universe, since the same appear- ances would prevail as much in the one sit- uation as in the other. (G.).  The possibility that the Earth moves had been discussed several times, in particular by the Greeks, mostly as a hypothesis to be rejected. Also an annual motion of the Earth around the Sun had been considered by Aristarchus of Samos. Later, some medi- eval authors discussed the possibility of the Earth's daily rotation. The first was probably Buridan, one of the ‘doctores parisienses’—a group of profes- sors at the University of Paris in the fourteenth century, including notably Nicole Oresme. Buridan’s example of the ship, which was lat- er used by Oresme, Bruno and G., is con- tained in Book 2 of his commentary about Aristotle’s On the Heavens: It should be known that many people have held as probable that it is not contradictory to appearances for the Earth to be moved circu- larly in the aforesaid manner, and that on any given natural day it makes a complete rotation from west to east by returning again to the west – that is, if some part of the Earth were designated [as the part to observe]. Then it is necessary to posit that the stellar sphere would be at rest, and then night and day would result through such a motion of the Earth, so that motion of the Earth would be a diurnal motion. The following is an example of this: if anyone is moved in a ship and imagines that he is at rest, then, should he see another ship which is truly at rest, it will appear to him that the other ship is moved. This is so because his eye would be completely in the same relationship to the other ship regardless of whether his own ship is at rest and the other moved, or the contrary situation prevailed. And so we also posit that the sphere of the Sun is totally at rest and the Earth in carrying us would be rotated. Since, however, we imag- ine we are at rest, just as the man on the ship Figure 3: Jean Buridan (www.buscabio- grafias . com / biografia / ve rDetalle / 576 / Jean %Buridan). moving swiftly does not perceive his own mo- tion nor that of the ship, then it is certain that the Sun would appear to us to rise and set, just as it does when it is moved and we are at rest. (Buridan). Here we agree with Barbour (2001), that what Buridan is referring to is kinematic relativity. To Barbour, ... we have [here] a clear statement of the principle of relativity, certainly not the first in the history of the natural philosophy of motion but perhaps expressed with more cogency than ever before. The problem of motion is beginning to become acute. We must ask our- selves: is the relativity to which Buridan refers kinematic relativity or Galilean relativity? There is no doubt that it is in the first place kinematic; for Buridan is clearly concerned with the condi- tions under which motion of one particular body can be deduced by observation of other bod- ies. (Barbour). Angelis and Santo Bruno and the Principle of Relativity  Later, Buridan (writes: But the last appearance which Aristotle notes is more demonstrative in the question at hand. This is that an arrow projected from a bow directly upward falls to the same spot on the Earth from which it was projected. This would not be so if the Earth were moved with such velocity. Rather, before the arrow falls, the part of the Earth from which the arrow was projected would be a league’s distance away. But still supporters would respond that it happens so because the air that is moved with the Earth carries the arrow, although the arrow appears to us to be moved simply in a straight line motion because it is being carried along Figure 4: A miniature portrait of Nicole Oresme included in his Traité de la sphère. Aristotle, Du ciel et du monde  (wikipedia.org). with us. Therefore, we do not perceive that motion by which it is carried with the air. Buridan already expresses some concerns about the dynamics involved, but his conclusion is that ... the violent impetus of the arrow in ascend- ing would resist the lateral motion of the air so that it would not be moved as much as the air. This is similar to the occasion when the air is moved by a high wind. For then an arrow pro- jected upward is not moved as much laterally as the wind is moved, although it would be moved somewhat. (ibid.). Thus, the theory of impetus is not pushed to the limit in which one would identify it with the prin- ciple of inertia, nor with a dynamical concept of relativity. A further step was implicitly taken a few years later by Oresme. Oresme first states that no observation can disprove that the Earth is moving: ... one could not demonstrate the contrary by any experience ... I assume that local motion can be sensibly perceived only if one body appears to have a different position with re- spect to another. And thus, if a man is in a ship called a which moves very smoothly, irrespective if rapidly or slowly, and this man sees nothing except another ship called b, moving exactly in the same way as the boat a in which he is, I say that it will seem to this person that neither ship is moving. (Oresme). Oresme also provides an argument against Buridan’s interpretation of the example of the arrow (or stone in the original by Aristotle) thrown upwards, introducing the principle of composi- tion of movements: ... one might say that the arrow thrown up- wards is moved eastward very swiftly with the air through which it passes, with all the mass of the lower part of the world mentioned above, which moves with a diurnal movement; and for this reason the arrow falls back to the place on the Earth from which it left. And this appears possible by analogy, since if a man were on a ship moving eastwards very swiftly without being aware of his movement, and he drew his hand downwards, describing a straight line along the mast of the ship, it would seem to him that his hand was moved straight down. Following this opinion, it seems to us that the same applies to the arrow moving straight down or straight up. Inside the ship moving in this way, one can have horizontal, oblique, straight up, straight down, and any kind of movement, and all look like if the ship were at rest. And if a man walks westwards in the boat slower than the boat is moving eastwards, it will seem to him that he is moving west while he is going east. Also, Nicolaus Cusanus stated later, without going into detail, that the motion of a ship could not be distinguished from rest on the basis of experience, but some different argu- ments need to be invoked—and the same ap- plies to the Earth, the Sun, or another star (Cusanus). All this happened before Copernicus: a dis- cussion of how things could be, not so much about how things really are. Thisviewpointwould change after Copernicus.  Years after the publication of the book by Copernicus and years before  Angelis and Santo Bruno and the Principle of Relativity G. was called to Padova, Bruno goes to England and lectures at Oxford, unsuccessfully looking for a teaching position there. Still, the English visit was a fruitful one, for during that time Bruno completed and published some of his most important works, the six ‘Italian Dialogues’, including the cosmological work La Cena de le Ceneri (The Ash Wednesday Supper) (see Bruno). This latter book consists of five dialogues between Theophilus, a disciple who exposes Bruno’s theories; Smitho, a character who was probably real but is difficult to identify, possibly one of Bruno’s English friends (perhaps Smith or the poet Smith)—the Englishman has simple arguments, but he has good common sense and is free of prejudice; Pru- dencio, a pedantic character; and Frulla, also a fictional character who, as the name in Italian suggests, embodies a comic figure, provocative and somewhat tedious, with a propensity to- wards stupid arguments. In the third dialogue, the four mostly com- ment on discussions heard at a supper attend- ed by Theophilus in which Bruno—called in the text ‘il Nolano’ (the Nolan), because he was born in Nola near Naples—was arguing in part-icular with Dr Torquato and Dr Nundinio, representing the Oxonian faculty. Bruno starts by discussing the argument relating to the air, winds and the movement of clouds, and he largely uses the fact that the air is dragged by the Earth: Theophilus ... If the Earth were carried in the direction called East, it would be necessary that the clouds in the air should always appear moving toward west, because of the extremely rapid and fast motion of that globe, which in the span of twenty-four hours must complete such a great revolution. To that the Nolan replied that this air through which the clouds and winds move are parts of the Earth, be- cause he wants (as the proposition demands) to mean under the name of Earth the whole machinery and the entire animated part, which consists of dissimilar parts; so that the rivers, the rocks, the seas, the whole vaporous and turbulent air, which is enclosed within the high- est mountains, should belong to the Earth as its members, just as the air does in the lungs and in other cavities of animals by which they breathe, widen their arteries, and other similar effects necessary for life are performed. The clouds, too, move through happenings in the body of the Earth and are based in its bowels as are the waters ... Perhaps this is what Plato meant when he said that we inhabit the con- cavities and obscure parts of the Earth, and that we have the same relation with respect to animals that live above the Earth, as do in re- spect to us the fish that live in thicker humid- ity. This means that in a way the vaporous air is water, and that the pure air which contains the happier animals is above the Earth, where, just as this Amphitrit [ocean]1 is water for us, this air of ours is water for them. This is how one may respond to the argument referred to by Nundinio; just as the sea is not on the surface, but in the bowels of the Earth, and just as the liver, this source of fluids, is within us, that turbulent air is not outside, but is as if it were in the lungs of animals. (Bruno). The Dialogue then moves to discussing the motion of projectiles, and Bruno starts by explaining the Aristotelian objection to the stone thrown upwards: Smitho – You have satisfied me most suffic- iently, and you have excellently opened many secrets of nature which lay hidden under that key. Thus, you have replied to the argument taken from winds and clouds; there remains yet the reply to the other argument which Aristotle submitted in the second book of On the Heavens2 where he states that it would be impossible that a stone thrown high up could come down along the same perpendicular straight line, but that it would be necessary that the exceedingly fast motion of the Earth should leave it far behind toward the West. Therefore, given this projection back onto the Earth, it is necessary that with its motion there should come a change in all relations of straightness and obliquity; just as there is a difference between the motion of the ship and the motion of those things that are on the ship which if not true it would follow that when the ship moves across the sea one could never draw something along a straight line from one of its corners to the other, and that it would not be possible for one to make a jump and return with his feet to the point from where he took off. (Bruno). In Theophilus’ speech, Bruno then gives the following reply (in reference to the ship shown ina figure: Theophilus – With the Earth move ... all things that are on the Earth. If, therefore, from a point outside the Earth something were thrown upon the Earth, it would lose, because of the latter’s motion, its straightness as would be seen on the ship AB moving along a river, if someone on point C of the riverbank were to throw a stone along a straight line, and would see the stone miss its target by the amount of the velocity of the ship’s motion. But if some- one were placed high on the mast of that ship, move as it may however fast, he would not miss his target at all, so that the stone or some other heavy thing thrown downward would not come along a straight line from the point E which is at the top of the mast, or cage, to the point D which is at the bottom of the mast, or at some point in the bowels and body of the ship. Thus, if from the point D to the point E someone who is inside the ship would throw a stone straight up, it would return to the bottom along the same line however far the ship mov- Angelis and Santo Bruno and the Principle of Relativity  ed, provided it was not subject to any pitch and roll. (Bruno). He then continues with the statement that the movement of the ship is irrelevant for the events occurring within the ship, and he explains the reasons for this: If there are two, of which one is inside the ship that moves and the other outside it, of which both one and the other have their hands at the same point of the air, and if at the same place and time one and the other let a stone fall without giving it any push, the stone of the former would, without a moment’s loss and without deviating from its path, go to the prefixed place, and that of the second would find itself carried backward. This is due to nothing else except to the fact that the stone which leaves the hand of the one supported by the ship, and consequently moves with its mo- tion, has such an impressed virtue, which is not had by the other who is outside the ship: The ship referred to in the dialogue; note that the letters are missing (math.dartmouth.edu). because the stones have the same gravity, the same intervening air, if they depart (if this is possible) from the same point, and arc given the same thrust. From that difference we cannot draw any other explanation except that the things which are affixed to the ship, and belong to it in some such way, move with it: and the stone carries with itself the virtue of the mover which moves with the ship. The other does not have the said participation. From this it can evidently be seen that the ability to go straight comes not from the point of motion where one starts, nor from the point where one ends, nor from the medium through which one moves, but from the efficiency of the originally impressed virtue, on which depends the whole differ- ence. And it seems to me that enough consid- eration was given to the propositions of Nun- dinio. (Bruno). The experiments carried out in the ship are thus not influenced by its movement because all the bodies in the ship take part in that move- ment, regardless of whether they are in contact with the ship or not. This is due to the ‘virtue’ they have, which remains during the motion, after the carrier abandons them. Bruno thus clearly expresses the concept of inertia, using the word ‘virtu`’, in Italian meaning ‘quality’, which is carried by the bodies moving with the ship—and with the Earth. Bruno’s arguments certainly constitute a step towards the principle of inertia. We have seen that in La Cena de le Ceneri Bruno anticipates to a great extent the arguments of G. on the principle of relativity. In fact, his explanation contains all of the fundamental elements of the principle. The idea that the only movement observable by the subject is the one in which he does not take part, was presented earlier by Jean Buridan and Nicole Oresme, together with the notion of the composition of movements, which was alien to Aristotelian mechanics (see Barbour). Sim- ilar arguments were used by Copernicus. The main missing ingredient was the idea of inertia, which explains the fact that projectiles move along with the Earth. In fact, while there is a continuous line between Buridan, Oresme, Copernicus, Bruno and Galilei, the arguments of Bruno on the impossibility of detecting absolute motion by phenomena in a ship constitute a significant step towards the principle of inertia and providing a dynamical context for relativity. What is new in Bruno, and what brings him almost exactly to where G. stood, is a clear understanding of the concept on inertia. The arguments and metaphors used in dis- cussions concerning the world systems were common to different authors, and were largely derived from Aristotle, Ptolemy and their com- mentators. Often they were used without ref- erencing, and sometimes they were attributed to the wrong source. For example, in his On the Heavens, Aristotle uses as experimental argu- ment the one about the stone that is sent upwards. In their comment on this work, Buridan and Oresme used a modified version of this experiment in which an arrow is sent upwards in a ship — although this was possibly introduced by an earlier unidentified commentator/translator. Nevertheless, the description by G. of exact- ly the same ship experiment that Bruno used in the Cena makes it very likely that G. knew this work. The use of the dialogue form with a similar choice of characters can also be seen as a possible sign that Bruno influenced G.. Angelis and Santo BRUNO and the Principle of Relativity  However, G. never mentions Bruno in his works, and in particular there is no reference to him in G.’s large corpus of letters, even though he references the ‘doctores parisienses’ in his MS 46 (G.), 3 a 110-page long manuscript containing physical speculations bas- ed upon Aristotle’s On the Heavens. Some authors (e.g. Clavelin) have commented on G.s silence about Bruno, putting forward reasons of prudence, but as pointed out by Martins this can hardly explain the absence of any mention also in his personal correspond- ence. Furthermore, although G. himself never mentions Bruno’s name in his personal notes and letters, several of his correspondents do mention the Nolan. In a letter to G. dating to 1610, Martin Hasdale tells him that Kepler had expressed his admiration for G., although he regretted that in his works the latter failed to mention Copernicus, Giordano Bruno and sever- al Germans who had anticipated such discov- eries—including Kepler himself: This morning I had the opportunity to make friends with Kepler ... I asked what he likes about that book of yourself and he replied that since many years he exchanges letters with you, and that he is really convinced that he does not know anybody better than you in this profession ... As for this book, he says that you really showed the divinity of your genius; but he was somehow uneasy, not only for the German nation, but also for your own, since you did not mention those authors who intro- duced the subject and gave you the opportun- ity to investigate what you found now, naming among these Bruno among the Italians, and Copernicus, and himself. Thus, we can say that G. was probably aware of Bruno’s work on the Copernican system. When G. arrived in Padova it is also possible that the two scientists met, because Bruno was a guest of the nobleman Mocenigo in Venice at the time and G. shared his time between Padova and Venice. IBruno had unsuccessfully applied for the Chair of Mathematics that was assigned to G. one year later. Although it might be impossible to prove that the two astronomers met, it is hard to believe, given the motivations and characters of the two men and the circumstances of their lives during those years, as well as the small size of the Italian scientific community in those days, that they failed to discuss their respective arguments con- cerning the defence of the Copernican system. Amphitrite was in Greek mythology the wife of Poseidon, and therefore the Goddess of the Sea. 2. See Aristotle. Although Antonio Favaro, the Curator of the National Edition of Galilei’s works, dates it to 1584, Crombie and Wallace prefer a date of around 1590.  We wish to thank  Bonolis, Bettini, Pascolini, Peruzzi and Saggion for useful suggestions, and the anonymous referees for directing us to some important aspects that we neglected to mention in the first draft of this paper. 8 Aristotle, On the Heavens. Cambridge (Mass.), Harvard University Press (Loeb Classic Greek Library English translation of theGreek original). Barbour. The Discovery of Dynamics, Ox- ford, Oxford University Press. Bruno, The Ash Wednesday Supper. The Hague, Mouton (English translation by Jaki of the Italian original. Buridan, Questions on Aristotle‟s On the Heavens. Cambridge (Mass.), Medieval Academy of America (English translation by Moody of the Latin original). Clavelin, G.s Natural Philosophy. Paris, Colin (in French). Copernicus, On the Revolutions of the Heavenly Spheres. Nuremberg, Johannes Petreius (in Latin). Crombie, The History of Science from Augustine to Galileo. New York, Dover. Cusanus, N., 1985. On Learned Ignorance. Minne- apolis, The Arthur J. Banning Press (English trans- lation by J. Hopkins of the 1440 Latin original). Aviso, U. Treatise on the Sphere of Galileo Galilei. Rome, N.A. Tinassi (apparently written in Padova in Latin). G. Collezione Nazionale G. della Biblioteca Nazionale di Firenze (in Latin). G. , Carteggio. National Edition of the Works of G., Florence, G. Barbera (in Italian). G. , Dialogue Concerning the Two Chief World Systems. Berkeley, University of California Press (English translation by Stillman Drake of the Italian original). Giannetto, Bruno and Einstein. Nuova Civiltà delle Macchine  (in Italian). Hasdale, M., Letter to G. In G. . Ingoli, F., Disputation Concerning the Location and Rest of Earth Against the System of Coper- nicus. Rome (English translation by C.M. Graney of the Latin original at arxiv.org). Martins, G. and the principle of relativity. Cadernos de História e Filosofia da Ciência (in Portuguese). Oresme, N.. Le livre du Ciel et du Monde. Book  (manuscript). Paris, National Library. Oresme, N., n.d. Traité de la sphère. Aristote, Du ciel et du monde. In the National Library, Paris, fonds français. Wallace, W.A., Prelude to G.: Essays Angelis and Santo BRUNO and the Principle of Relativity  Medieval and Sixteenth-Century Sources of G.s Thought. Dordrecht, Reidel. Wallace, W.A. G. and His Sources: Heri- tage of the Collegio Romano in G.‟s Science. Princeton, Princeton University Press.  Volgare e latino nel carteggio galileiano G. epistolografo: volgare e latino. Un confronto con Descartes e Mersenne. Le lingue dei corrispondenti. Le lettere latine di G.. G. epistolografo: volgare e latino Per le consuetudini della respublica litterarum lo scambio epistolare europeo riveste un ruolo importantissimo, anche in considerazione della censura, in quanto «la lettre n’a pas besoin d’imprimatur ni de ‘privilège’» (Fattori in Armogathe, Belgioioso, Vinti).1 Non esistendo ancora i periodici scientifici, le lettere svolgevano anche tale funzione. Allievi e simpatizzanti, protettori, principi e cardinali, eruditi ita- liani e stranieri, colleghi ed ecclesiastici, artisti e letterati, amici e familiari: il carteggio galileiano comprende tutto questo.2 I destinatari di Galileo sono per lo più in Italia, ma non mancano corrispondenti stranieri, specialmente in Francia (Parigi e Lione), in Baviera, a Praga e nei Paesi Bassi: «Per quanto la giurisdizione del 1 Sulla respublica litterarum e la corrispondenza tra i savants cf. Fumaroli 1988; Bots, Waquet 1994 (in particolare i saggi di Johns, Fumaroli, Waquet, Frijhoff); Waquet; Armogathe, Belgioioso, Vinti 1999 (in particolare l’intervento di Marta Fattori); Jaumann; Bots, Waquet; Fumaroli. Breve, ma puntualissimo, Bucciantini in Irace 2011, 344-9; si veda anche Garcia. All’epistolario galileiano è dedicato Ardissino 2010; la studiosa ha cura- to un’antologia delle lettere italiane dello scienziato (G.), con introduzione di Battistini (L’umanità di uno scienziato attraverso le sue lettere). Sul registro polemico nell’epistolario si veda Ricci.   Filologie medievali e moderne Bianchi 4 • Volgare e latino nel carteggio galileiano suo epistolario sia di estensione europea, Galileo si rivolge soprat- tutto alla classe dirigente degli Stati italiani, laica ed ecclesiastica» (Battistini in G.). In che lingua scrivevG. le sue lettere? Ci si aspetterebbe che, nonostante la programmatica scelta del volgare per le sue opere, egli utilizzasse nella corrispondenza con gli stranieri il latino, lingua franca dell’aristocrazia del sapere. Una verifica integrale nei volumi dell’EN riserva invece la sorpresa di una situazione affatto diversa, che riportiamo in tabella: Anni Lettere di cui scritte in latino da G. a Kepler (EN) 1 a Brengger (EN) a Kepler (EN) a Fortescue [Aggiunti] (fEN) 1 a Bernegger [Aggiunti] (EN) 1 agli Stati generali dei Paesi Bassi (EN) a Boulliaud (EN) a Boulliau(d) (EN)  3 Cf. anche Garcia: «l’espace de cette république semble se réduire, dans son esprit, à la seule Italie – c’est-à-dire aux trois villes de la Péninsule les plus actives culturellement, Rome, Venise et Florence». Filologie medievali e moderne G. in Europa, Bianchi  Volgare e latino nel carteggio galileiano Su un totale di 445 lettere – manteniamo i criteri di Favaro, che include anche le epistole-trattato, quali le tre sulle macchie solari, e le dedicatorie – sono latine soltanto 9 (il 2,02 %). Si tratta delle lettere superstiti, ma, anche supponendo che la sorte ne abbia distrutto un numero maggiore in latino che in italiano, i dati sono inequivocabili. Sappiamo poi che di quelle 9, 2 sono state composte da Niccolò Ag- giunti su commissione dello scienziato (v. infra). Ne restano dunque 7. 4.2 Un confronto con Descartes e Mersenne Il confronto con Descartes è eloquente. Charles Adam ricostruisce che nel carteggio superstite «sur un total de 498 lettres, 63 sont en latin» (Adam), cioè il 12,65%. Del resto la familiarità del fi- losofo con il latino era profonda: Il apprit le latin à fond, non seulement comme une langue morte, mais comme une langue vivante qu’il pourrait avoir à parler et à écrire. Il la parla, en effet, quelquefois en Hollande, et même en France à une soutenance de thèses; et il l’écrivit dans trois ou quatre de ses ouvrages et un certain nombre de lettres. Quelques- unes de ses notes mêmes, rédigées pour lui seul et à la hâte, sont en latin. Il maniait cette langue aussi bien et souvent mieux que le français, le plus souvent avec vigueur et sobriété, parfois aus- si pourtant avec quelques gentillesses de style qui rappellent les leçons des bons Pères; lui-même avoue qu’il a fait des vers, sans doute des vers latins, et une fois avec Balzac il se piqua de bel esprit et lui écrivit dans un latin élégant ‘à la Pétrone’. (Adam 1910, 22)4 Il latino fu ancor più abituale per Mersenne, che anche in quanto ecclesiastico (ordine dei Minimi) era più legato alla lingua antica: su 308 epistole da lui redatte e conservateci sono la- tine il 38, 64% (119), in francese le restanti.5 Sarebbe interessante uno studio dell’uso linguistico in tale epistolario che analizzi il tipo di missiva, la provenienza e la formazione dei destinatari. Accenniamo qui soltanto al fatto che Mersenne, a cui furono rivolte alcune lette- [Al carteggio di Descartes è dedicato l’ampio volume di Armogathe, Belgioioso, Vinti; vi si veda in particolare il saggio di Torrini che compara l’epistolario di Descartes e di G.: per il primo il carteggio fu un luogo privilegiato di discussione filosofica, ben più che per G.. Conteggio nostro dai volumi della corrispondenza dell’erudito (Mersenne). Divergono leggermente dalla nostra la somma indicata nel vol. 17 a p. 107 (330) e quella che si ricava dall’indice delle missive. La lettera a Baliani ci è tradita in italiano da una stampa secentesca delle opere di questi, ma si tratta probabilmente di una traduzione dall’originale latino o francese (cf. il commen- to di de Waard, Beaulieu). Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano re in italiano, non rispose mai in quella lingua; i curatori del carteggio affermano, seccamente, che «Mersenne savait très mal l’italien» (commento alla lettera). Troppo seccamente, perché egli comprendeva in verità assai bene l’italiano, come dimostra la traduzione-rielaborazione di pagine galileiane (Les Méchaniques de G., Les nouvelles pensées de G.). Interessante sarebbe valutare affermazioni di comprensione o incomprensione di una lingua stra- niera come quelle di Baliani, in cui la grafia sem- bra giocare un grande ruolo. Per esempio, ha ricevuto da Mersenne una lettera «in lingua francese, ma tanto chiara ché io l’ho intesa leg- gendola correntemente» (missiva), cioè è riuscito a legger- la nonostante fosse in francese e nonostante la grafia. Un mese pri- ma aveva spiegato al corrispondente. Rispetto alla lingua, in che V. P. mi deve scrivere, confesso, che mi è più caro che mi scriva in lat- tino, che già hò preso un poco la pratica del suo carattere. Il france- se però intendo meno, ancorche intenda assai bene i libri stampati (missiva; in nota i curatori ricordano che Torricelli aveva lo stesso problema). G. non leggeva il francese.7 Contrariamente a ciò che era consuetudine e norma nella respublica litterarum, G. fece uso parchissimo del latino per l’epistolografia. Anche se dobbiamo precisare che era ormai scontata a quell’altezza cronologica, almeno in Francia e Italia, l’utilizzo della lingua materna per comunicare con connazionali,8 e il carteggio stricto sensu ga- lileiano – lettere composte o ricevute dallo scienziato – non presenta quasi eccezioni. Anche tra le lettere che nell’EN fanno corona all’epistolario galileiano propriamente detto, ma che fornendo informazioni sullo scienziato furono raccolte da Favaro, sempre o quasi gli italia- ni scrivono a un connazionale (foss’anche il papa) in italiano. Analo- gamente si comportano i dotti francesi (pur con qualche eccezione): Mersenne, Fermat, Descartes si scrivono in francese. Ricorrono in- vece non infrequentemente al latino i dotti tedeschi per comunicare tra loro: nell’EN si veda Scheiner che scrive a Kircher, e Bernegger a tutti i propri connazionali.10 Analogamente, l’olandese Gro- [Sul rapporto Mersenne-G.(e Descartes-G.) si veda almeno Bucciantini.Cf. anche Favaro. Pantin 1996, 58: «À la fin de la Renaissance, les langues vernaculaires (surtout s’il s’agissait du français et de l’italien) étaient devenues le premier moyen de s’exprimer et même de raisonner (dans la correspondances scientifiques du début du XVIIe siècle les allemands sont souvent presque les seuls à parler latin)». Di diverso parere Battis- tini in G.: pur essendo ancora il latino la lingua abituale nel trattare ma- terie scientifiche ed erudite, anche tra connazionali». 9 Paolo Maria Cittadini, che si firma teologo dello Studio bolognese, si rivolge in la- tino a G. (EN). Per un’indagine sulla corrispondenza dei dotti tedeschi nel Cinquecento si veda Lefèbvre 1980. Cf. anche Leonhardt. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano ot (Grotius) scrive in latino a Maarten van den Hove (Martino Orten- sio nell’EN) e a Voss. Le lingue dei corrispondenti G. non si allinea al costume della comunicazione latina con stra- nieri, mostrando una forte tendenza a evitare la lingua antica. D’al- tra parte, l’adozione dell’italiano da parte di stranieri testimonia la fortuna della nostra lingua e il suo prestigio. G. instaura una comunicazione italiana paritetica – nel senso che entrambi i corri- spondenti scrivono in italiano – non solo con Clavius e Faber, che vi- vevano stabilmente in Italia da molti anni (si noti però che in alme- no due lettere il principe Cesi aveva scritto al secondo in latino), ma anche con Welser, l’ingegnere militare Antoine de Ville (al- lora in servizio della Serenissima), Carcavy, Peiresc, Reael, Lowijs Elzevier, Ladislao di Polonia, Massimiliano di Baviera, Beaugrand. L’effettiva conoscenza dell’italiano da parte dei corrispondenti non si può misurare solo dalle missive, per alcune delle quali va postulato l’intervento di un madrelingua (certamente nel caso di principi e regnanti, ma anche le lettere di Reael sono troppo ben scritte per non supporre almeno un correttore).16 Significativo il caso di Noailles. Già scolaro di G. a Padova, ufficiale militare e poi non troppo abile am- basciatore francese a Roma, attivo nel chiedere alla Chie- sa clemenza per l’antico maestro, lo incontrò a Poggibonsi sulla via del ritorno in Francia e ricevette una copia manoscritta delle Nuove scienze, delle quali fu dedicatario. Restano 8 lettere da lui inviate a G. Le prime cinque sono in italiano e risalgono al tempo in cui era diplomatico a Roma: di esse soltanto una è interamente autografa, ma probabilmente Nell’inopportunità di riportare dettagliate rassegne biografiche sui molti personag- gi che nomineremo, rimandiamo una volta per tutte all’Indice biografico (anche del supplemento) e agli indici di Drake e di Heilbron, nonché al regesto di nomi propri curato dal Museo Galileo di Firenze, disponibile online e continuamente aggiornato. Daremo qui solamente qualche informazione utile al nostro discorso. Cf. Stammerjohann. Quando questi è malato, anche il fratello scrive in italiano a G.. 14 Cf. Pernot e Vérin. Scrive in italiano anche a Micanzio. Bonaventure e Elzevier si erano invece rivolti a G. in latino. Diodati scrive a Reael in italiano Su di lui cf. Favaro. Per i corrispondenti francesi di G. rimandiamo a Baumgartner e ai riferimenti bibliografici ivi contenuti. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano composta o almeno rivista da un madrelingua. Le altre quattro han- no soltanto la sottoscrizione di pugno del diplomatico. In un punto morto delle discrete manovre per il mitigamento della condanna di G., Noailles si scusa con questi del ritardo nel- lo scrivere: «Potrà similmente attribuire la cagione dell’haver tardato a scriverli all’assenza del mio secretario italiano. È al- meno in parte un pretesto, ma ci informa delle abitudini linguistiche della corrispondenza. La stessa lettera riporta un breve poscritto au- tografo, che può dare l’idea della competenza linguistica dell’amba- sciatore, buona, ma nettamente inferiore alla lingua e allo stile esibito nelle altre lettere a G.: Il latore de la presente li darà nove di me, et quanto gran stima fo de le sue virtù et come sto con desiderio di servirla in ogni occorrenza. Di fatto, l’uso dell’italiano sembra, non solo in Noailles, un piacere e un omaggio al maestro degli anni pado- vani e al grande scienziato. Dopo il rientro in Francia Noailles gli scriverà personalmente – cioè senza aiuto di segretari – in francese (restano tre lettere autografe). Lettere che – l’ambasciatore dove certo esserne al corrente – G. non poteva intendere e di cui restano tra i manoscritti galileiani le traduzioni italiane. A Grienberger e de Groot che gli si rivolgono in latino, G. RISPONDE IN ITALIANO. In latino gli scrivono anche Gassendi (con l’eccezione di una missiva italiana composta insieme a Peiresc), Tycho Brahe, Mersenne, Morin, Abraham e Bonaventure Elzevier, l’avver- sario Scheiner e parecchi altri. Ma non sono conservate le risposte del nostro (a Tycho non rispose affatto) e dunque non sappiamo in quale lingua fossero composte. Gli scrissero invece in italiano Martin Hasdale (tedesco, fu a lungo in Italia per divenire poi potente consigliere alla corte di Rodolfo II); David Ricques (polacco o tedesco), Thomas Segget (scozzese, fu a lungo in Italia; poi a Praga), il greco Demisiani, il cardinale Joyeuse, Zbaraski (Zbaraz), White (allievo di Castelli, scrive da Londra e si scusa per gli errori di lingua), Giovanni di Guevara (spagnolo, ma nato a Napoli), Philippe de Lusarches (maestro di camera degli ambasciatori fran- cesi a Roma), Johannes Riijusk (cugino del Reael, scrive da Venezia), Weert (olandese al servizio della Serenissima), Justus Cf. l’introduzione di Favaro alle missive e il supplemento. Al ruolo dei segretari nella respublica litterarum accenna Fattori in Armogathe, Belgioioso, Vinti. Schorer (mercante tedesco attivo anche a Venezia), Müller (tedesco, linceo, da Roma), Beaulieu (non meglio identificato), Welles (da Londra), Breiner, Coignet, Lentowicz (che è studente a Padova), Schröter (tedesco), Tarde, Assia, Brozek (polacco), Maarten van den Hove (Hortensius, olandese). Bucciantini Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano Weffeldich (agente degli Elzevier a Venezia), Jean-Jacques Bouchard (dotto francese che visse molti anni a Roma), Henry Robinson (ingle- se, fu a Livorno per commercio e abitò per alcuni anni a Firenze). Restano alcune epistole italiane che Galileo inviò a Leopoldo d’Austria (Innsbruck), a Pedro de Castro conte di Lemos (Madrid), agli Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi (ve n’è un’altra in latino, di cui parleremo tra qualche pagina), a Francisco de Sandoval duca di Lerma (Madrid), a Maarten van den Hove (matematico olandese). Scrivono a G. sia in latino che in italiano Leopoldo d’Austria, Jacques Jauffred21 (una missiva privata è in volgare, una pubblica è stampata in latino), Benjamin Engelcke (di Danzica, fu per alcuni an- ni in Italia). Gli Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi si rivolgono a G. sia in latino che in francese (Reael traduce per G.; una deliberazione dell’assemblea sulla proposta galileiana del calcolo della longitudine è redatta in olandese e Reael la tradu- ce in latino per Galileo). Il francese è peraltro usato anche in altre occasioni dagli olandesi, come quando Huygens si rivolge a Diodati. Il quadro generale dell’epistolario è dominato dall’italiano, anche perché la maggioranza degli stranieri aveva vissuto per un periodo abbastanza lungo in Italia durante gli studi universitari o per altri motivi. Sono dunque stranieri con una vasta conoscenza personale della Penisola e della sua lingua. Le lettere latine di G. Si esaminerà ora il ristretto gruppo di epistole latine di G. rimasteci. Della corrispondenza tra G. e Kepler, di importanza capi- tale, restano poche lettere, 7 da parte del tedesco, 3 da parte del pi- sano. Non si incontrarono mai di persona. La comunicazione si svolse sempre in latino e coprì, per quanto è conservato, un arco temporale che va dal 1597 al 1627 (ma le lettere scritte da Kepler non vanno oltre il 1611). I rapporti scientifici e personali tra i due scienziati so- no illustrati nel dettaglio e nell’ampio quadro culturale del tempo in Bucciantini, a cui ci rifacciamo per la nostra analisi. Al tempo del primo contatto epistolare nessuno dei due è famoso: G. è niente più che il solido matematico dello Studio di Padova; Kepler, dopo aver rinunciato alla carriera teologica e pastorale, è matematico a Graz. I due non si conoscono neppure di nome. Per tramite Su di lui vedi DBI (s.v. Gaufrido). Cf. infra in questo capitolo. 23 Cf. Favaro. Una testimonianza in senso contrario (ovvero scarsa com- petenza dell’italiano da parte di studenti stranieri a Padova) è riferita da Mikkeli; ci sembra tuttavia un’eccezione di fronte alle tante altre. Filologie medievali e moderne G. in Europa Volgare e latino nel carteggio galileiano dell’amico Paul Homberger, Kepler fece arrivare in Italia il suo Mysterium cosmographicum. Probabilmente fu lo stesso Keplero a suggerirgli [a Homberger] di destinare una copia allo Studio di Padova, ovvero di consegnarla a chi in quel tempo occupava la catte- dra di matematica in una delle università più prestigiose d’Europa» (Bucciantini). E G., letta solo la prefazione dell’opera, nella quale Kepler dichiara la sua adesione al Copernicanesimo, decide di inviare una lettera di ringraziamento all’autore per tramite dello stesso Homberger che stava per fare ritorno in Austria. È la missiva che contiene l’importantissima di dichiarazione di Copernicanesimo da parte di G. (in Copernici sententiam multis abhinc annis venerim). Importantissima anche in base alla doppia considerazione che a fine Cinquecento i copernicani si contano sulle dita (oltre a Kepler e G., sono BRUNO (si veda), Rothmann, Mästlin, Digges, Harriot, Stevin, de Zúñiga) e che prima delle scoperte le copernicianisme était une opinion extravagante et ridicule, et donc non dangereuse ni ne méritant même d’être condamnée (Bucciantini). Si capisce dunque l’entusiasmo di G. nell’apprendere che un tale Kepler aveva le sue stesse idee e pubblicava opere per difenderle e diffonderle, mentre lui, G., non aveva avuto il coraggio – afferma – di pubblicare le sue osserva- zioni in difesa del sistema eliocentrico per non fare la fine di Copernico, lodato da pochissimi e deriso dai più. Il latino di questa lettera ci sembra un poco più elevato di quello del Sidereus nuncius, con più frequente subordinazione (soprattutto frasi relative e infinitive). La gioiosa risposta di Kepler, contento anch’egli di aver trovato un compagno, è più lunga e stilisticamente superiore, per quanto non brillante: esclamazioni e interrogative retoriche vivacizzano il dettato, che è molto fluido e senza imbarazzi; vi sono finezze umanisti- che, come l’inserzione di una parola in caratteri greci (αὐτόπιστα). La strategia culturale di Kepler per l’affermazione del Copernicanesimo prevede innanzitutto il convincimento dei matematici ed egli si dichiara disponibile a far pubblicare in terra tedesca gli scritti di G., se questi teme di farlo in Italia. Ma G., non condividendo la strategia proposta, non rispose a questa lettera.27 Stupito del silenzio, Kepler ritentò attraverso Bruce di avere nuove di G. . Cf. anche Biancarelli Martinelli Una dichiarazione di poco precedente, ma appena accennata e di- messa, diversamente dalle righe indirizzate a Kepler, è in una lettera a Mazzoni (cf. Bucciantini Bucciantini Bucciantini Bucciantini Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano Giunse poi la stagione del Sidereus nuncius, durante la quale Ke- pler fu il solo grande interlocutore straniero cui G. si rivolse e la cui conferma delle scoperte ebbe importanza paragonabile soltanto a quella degli studiosi del Collegio Romano. Oltre alla presa di posizio- ne ufficiale con la Dissertatio cum Nuncio sidereo, Kepler invia a G. una lettera privata, chiedendo, in sostanza, altri elementi a sostegno delle scoperte e del cannocchiale. La risposta di G. è significativa. Il nostro è ancora a Padova, ma ha già ottenuto il posto alla corte di Toscana e la lettera è pervasa da un’esuberante soddisfazione del proprio succes- so, con toni che sfiorano l’autocelebrazione» (Bucciantini): il racconto delle ricompense e dello stipendio ricevuto dopo la scoper- ta, la protezione e la garanzia del Granduca quanto alle scoperte, il ti- tolo di filosofo aggiunto ora a quello di matematico, che Kepler non gli riconoscerà. Galileo non ha molto tempo per scrivergli (paucissimae enim supersunt ad scribendum horae). Lo stile è solido e non più impacciato come nella lettera; la scrittura è più fluida, c’è più movimento, con interrogative e riferimenti eruditi (seppur scolastici, co- me oblatrent sicophantae) e quasi con affetto per il suo alleato lontano che, pur chiedendo chiarimenti e testimoni, lo ha appoggiato. In par- ticolare è insolita, in G., una conclusione come me, ut soles, ama. Con la pubblicazione della Dioptrice (Kepler è il padre dell’ottica moderna), termina uno scambio frequente tra i due: essi non hanno più avvertito il bisogno di confrontarsi e collaborare rego- larmente, a causa sia di progetti e attitudini scientifiche differenti, sia di piccole incomprensioni (per es. la stima riposta da Kepler in Simon Mayr, che dispiacque al nostro). Certo, G. si informerà su come stia e che cosa faccia l’altro e Kepler prenderà posizione nelle po- lemiche legate al Saggiatore con l’Hyperaspistes, ma non è più in gioco una collaborazione stabile e duratura. Le lettere superstiti, in ogni caso, allorché Galileo raccomanda Bossi al dotto corrispondente perché questi lo accetti come scolaro. La missiva, non molto interessante quanto al contenuto (una raccomandazione), testimonia il tentativo di riallacciare la relazione. Nel poscritto Galileo aggiunge: Mitto, cum his complicatam litteris, Orationem Nicolai Adiunctii, adolescentis in omni humaniore et severiore literatura excultissi- mi: eam sat scio te magna cum voluptate lecturum, et mirifice futuram ad tuum palatum et gustum. Si tratta dell’Oratio de mathematicae laudibus, uscita a Roma nello stesso anno dalla penna del giovane Aggiunti, notevole non solo per  I motivi del distacco sono scandagliati in Bucciantini. Filologie medievali e moderne Galileo in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano lo stile latino brillante di cui l’autore dava prova, ma anche per la celebrazione della matematica come modo di vedere la realtà (una Geometria nos in rerum notitiam perducit, et sola complectitur studia universa). Dopo di che, morto Kepler il Dialogo lo accuserà, pur con rispetto (così la didascalia a margine), di aver creduto a «predominii della Luna sopra l’acqua, ed a proprietà occulte, e simili fanciullezze: come è noto, un attacco che si ritorce contro G.. A rendere incompatibili le posizioni dei due grandi vi erano idee radicalmente diverse sul cosmo e la posizione dell’uomo in esso.31 Veniamo agli altri corrispondenti. Brengger, medico di Augsburg, si interessava di problemi scientifici. Per tramite di Welser pone a G. alcune questioni sui monti lunari, cui G. risponde con una lunga epistola in un latino asciutto. A sua volta Brengger risponderà estesamente in latino. Una delle due lettere composte in latino da Niccolò Aggiunti su incarico di G. si legge ed è la risposta a Fortescue. Questi gli aveva indirizzato una pomposa lettera latina annunciandogli la pubblicazione delle sue Feriae academicae, nelle quali, di- scorrendo di ottica, catottrica, matematica e astronomia, adduceva nonnulla experientia comprobata mea. Lettera pomposa in cui gli elogi a G., iperbolici, sono intessuti di riferimenti eruditi (il mito di Cefeo e la costruzione del faro di Alessandria su progetto di Sostrato). La notizia più saliente che il mittente vuole comunicare è l’a- ver fatto di G. un personaggio del libro annunciato: In his usus sum artificio Marci Tullii aliorumque, qui, ut sibi in dicendo auctoritatem concilient, inducunt colloquentes Catones, Crassos, Antonios, similesque palmares homines. Igitur ignosce, Vir sapientissime, si disputantem in scriptis meis temet repereris, Il passo è riportato in Camerota. Secondo Peterson, inviando a Kepler il testo di Aggiunti, G. inviterebbe il corrispondente a rivolgere un’attenzione matematica non solo ai cieli, ma anche alla realtà terrestre. L’abbandono da parte di G. di ogni visione antropocentrica è certamente una delle caratteristiche della sua filosofia che più lo allontana non solo da Keplero ma anche da Copernico (Bucciantini). Il progetto galileiano di fondazione di una scienza copernicana del moto fu fin dall’inizio antitetico e concorrente alla nuova dina- mica celeste kepleriana. La forza e la tenacia con cui G. proseguì in ogni momento della sua vita le sue ricerche sul moto inerziale all’interno di una prospettiva cosmologica gli impedirono di accettare le ‘assurde’ leggi kepleriane» (Bucciantini). Laureato in medicina a Basilea, ebbe scambio epistolare con Clavio e Kepler su problemi scientifici (cf. Reeves, van Helden; Keil; Bucciantini). Pochissimo si sa di lui: cf. la voce di Kennedy nell’Oxford Dictionary of National Biography, con bibliografia; Favaro; Besomi, Helbing. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano illos inter qui exquisitis suis artibus occiduum hunc sustentant orbem. Nelle Feriae è allestito un dialogo (con narratore) tra G., Clavio, Grienberger – astrologorum huius aevi facile principes – e Gonzaga. Con la missiva Fortescue ne informa lo scienziato e si scusa per non avergli chiesto il permesso (Ergo da veniam, serius petenti licet, Vir spectatissime, quod, inconsulto te, cum tuo egerim nomine). Nella risposta – che commenteremo – lo scienziato dichiara, con accenti che corrispondono del tutto ai moduli dello stile encomiastico, che nostram enim mirifice incendisti cupiditatem, pregando- lo di inviargli copia del libro non appena stampato (Cum typographi suam operam absolverint, tuique libri editionem perfecerint, unum vel alterum exemplar ad nos primo quoque tempore perferendum cures). Non escludiamo che la parte ‘galileiana’ delle Feriae abbia potuto ispirare G. e suggerirgli quell’unicum narrativo che è la sua appa- rizione come personaggio nel Dialogo sopra i due massimi sistemi. In tale passo, per ribadire la priorità galileiana su Scheiner riguardo alla scoperta della correlazione tra macchie solari e l’inclinazione dell’asse solare, G. si è servito di un fine stratagemma reto- rico-narrativo, unico nell’opera: Salviati ricorda dettagliatamente una discussione con G. e ne riporta in modo diretto (con due punti e virgolette) le parole. Un intervento ‘diretto’ dell’autore all’interno del Dialogo dei personaggi. Lo stratagemma è interessante anche perché è un falso creato ad hoc da G., come hanno acutamente ricostruito Besomi, Helbing e come era noto a collaboratori di G.: Benedetto Castelli parlò del passo in questione come «testimonio falso delle macchie del sole» (lettera a G.). L’influenza di Fortescue su tale episodio è indimostrata, ma possibile anche in base alla cronologia della composizione del Dialogo.35 Contrariamente alle sue abitudini, G. volle rispondere a For- tescue in latino (questi era stato al Collegio inglese di Roma; non sappiamo tuttavia se Galileo ne fosse al corrente), e si affidò per questo al provetto latinista Aggiunti. Allievo di Castelli a Pisa, al quale succedette sulla cattedra di matematica, Aggiunti fu anche precettore di corte, dove conobbe e divenne discepolo fidato di G., tanto che fu tra coloro che durante il processo asportarono da casa del maestro le carte giudicate pericolose. Studiò in particolare i fenomeni capillari. Uni- ca sua opera a stampa è la già menzionata Oratio de mathematicae Accenni in Favaro; Besomi, Helbing e Camerota. La parte dell’opera sui movimenti delle macchie solari è stata composta probabilmente dopo che Galileo aveva letto la Rosa Ursina [opera di Scheiner] (Besomi, Helbing). Filologie medievali e moderne G. in Europa, Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano laudibus, che fu la prolusione al suo insegnamento universi- tario; restano manoscritti alcuni altri suoi testi. Ha fama di ottimo latinista e per questo G. chiede la sua collaborazione. Ciononostante difese anche l’uso del volgare nella trattazione filosofica. Aggiunti scriv a G.: Credo che V. S. Ecc.ma volentieri mi perdonerà così lunga dilazione, vedendo che io gli pago il debito e in oltre qualche usura: io parlo della rispo- sta al Sig.r Giorgio Fortescue, la quale mando a V. S., fatta con quella maggior accuratezza che ho potuto. Harò caro intender quan- to gli sodisfaccia. Nella soprascritta basterà fare: Eruditiss.o Viro Georgio de Fortiscuto. Londinum. Della missiva ci resta la copia autografa di G. In essa, datata da Favaro, si ringrazia ampollosamente, anche con richiami eruditi, per l’onore di comparire come personaggio inter eximios viros e di essere così celebrato. La lettera è ben nota agli studiosi galileiani, perché G. dichiara di lavorare a un arduum opus: magnum mundi systema, quod trigesimum iam annum parturiebam, nunc tandem pario. E di- chiarandone il tema (in hoc opere abditissimas maris aestuum causas  inquiro, et, nisi mei me fallit amor, mirabiliter pando), prega il cor- rispondente di inviargli dati sull’osservazione delle maree: Proinde siquid habes circa hasce alternas aequoris agitationes diligenti nec divulgata observatione notatum, ad me perscribere ne graveris. L’altra lettera latina composta da Aggiunti su commissione di G. è indirizzata a Bernegger, dotto residente a Strasburgo e traduttore in latino del Dialogo. Alcuni mesi prima egli aveva scritto a G. annunciandogli la traduzione. Favaro ricostruisce che probabil- mente tale epistola non fu consegnata allo scienziato, perché Engelcke, che avrebbe dovuto portarla di persona, la spedì a G. ed essa andò perduta (noi leggiamo oggi la minuta dello scri- vente); Engelke scrive poi a G. informandolo della traduzione. La lettera di Bernegger è stesa in un latino sicuro e curato, ma non af- fettato, con la sola iperbole finale di Galileo non Italiae modo tuae, sed orbis, quem immortalibus tuis scriptis illustrasti, lucidissimum sidus, che rispecchia lo stile encomiastico. Per la risposta Galileo volle affidarsi anche in questa occasione ad Aggiunti, che così scriveva allo scienziato: «Questa qui alligata è la lettera che, in esecuzione del suo cenno, ho fatta al Bernechero, del quale non sapendo il nome non ho potuto porvelo. Se le paresse lunga, potrà scorciarla et acconciarla a modo suo. Io l’ho scritta con mia gran fatiga, perché il considerare in 36 Su Aggiunti, oltre alla voce del DBI, si vedano Favaro; Camerota; Camerota; Peterson Cf. Camerota. Commenteremo questa lettera nei cap. 8.  Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano nome di chi io scrivevo mi sbigottiva. V. S. nel mio mancamento accusi il suo comandamento. Ciò testimonia inequivocabilmente che Aggiunti non ha semplicemente tradotto in latino una risposta re- datta da Galileo in volgare, ma composto in toto la lettera. Essa sfoggia uno stile brillante, retorico, erudito. Aggiunti parago- na Bernegger traduttore a un egregius pictor che abbellisce la figura della persona ritratta: con i latinae elegantiae colores egli riprodurrà le philosophicae lucubrationes dello scienziato. L’acme retorico-erudita è raggiunta paragonando la traduzione del Dialogo al ritratto di Antigono sapientemente realizzato da Apelle: essendo il sovrano privo di un occhio; è appunto soprannominato μονόφθαλμος, il pittore sfruttò i vantaggi del tre quarti per nascondere il difetto fisico, come ricorda un passo dell’Institutio oratoria: Habet in pictura speciem tota facies: Apelles tamen imaginem Antigoni latere tantum altero ostendit, ut amissi oculi deformitas lateret. Aggiunti si rifà direttamente a Quintiliano e inscena una cecità di G., non fisica, come avverrà più tardi, ma metaforica (difetti di stile e improprietà di espressione del Dialogo): tuum artificium hoc pollicetur, ut, citra similitudinis detrimentum, me pulchriorem quam sum ostendas, et, imitatus Apellem, qui Antigoni faciem altero tantum latere ostendit, ut amissi oculi deformitas occultaretur, tu quoque, si quid in me mutilum vel deforme offendes, ab ea parte convertas qua speciosius apparebit. È evidente la soddisfazione e l’orgoglio per la traduzione latina dell’o- pera che tante umiliazioni aveva portato a G., soddisfazione e orgoglio accresciuti dai dolori fisici e dalla perdita della figlia, man- cata pochi mesi addietro (ma di ciò non si accenna nella lettera): Ceterum deierare liquido possum, post tot turbas et corporis animique vexationes, quas mihi pepererunt primum studia ipsa, quae radices artium amarae sunt, deinde studiorum fructus, qui multo ipsis radicibus amariores fuerunt, hoc tuo erga me studio nullum mihi maius solatium contigisse. Passi come questo attestano l’alto livello della prosa latina di Aggiunti: sottolineamo la naturalezza stilistica con cui l’immagine degli studi co- me radici delle scienze – radici amare perché intrise di fatica – si tramu- ti nel paradosso dei frutti più amari delle radici, paradosso in cui sono adombrate le sofferenze e umiliazioni del processo e dell’abiura. Alle quali G. reagisce con nuovi studi e la stesura delle Nuove scienze: Non tamen his angustiis eliditur aut contrahitur animus, quo liberas viroque dignas cogitationes semper agito, et ruris angustam hanc solitudinem, qua circumcludor, tanquam mihi profuturam aequo animo fero. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano Bernegger fu sbalordito dall’eleganza di tale lettera e non subodo- rò che non venisse dalla penna di G.; scrive infatti a Diodati: Valde me terruit ipsius [G.] epistola, longe tersissima et elegantissima; quam elegantiam cum vel mediocriter assequi posse desperem, verendum habeo ne magnus ille vir ingenii sui divini foetum in commodiorem interpretem incidisse velit. Sed iacta est alea. Aggiunti muore. Meno interessanti le ultime tre lettere di cui dobbiamo occuparci. Il dotto Boulliaud inviò a G. una copia del suo De natura lucis40 accompagnandola con una lettera latina in cui si dichiarava amico di Gassendi e di Diodati e in cui annunciava l’imminente pubblicazione del Philolaus sive Dissertatio de vero Systemate Mundi. È una missiva di ac- compagnamento, piuttosto breve e spedita quanto a stile. La risposta di G., pure in latino, ha lo stesso tenore: con un dettato puramente comunicativo informava di aver già perso la vista e di non poter quindi formarsi un giudizio sulle dimo- strazioni del De natura lucis che contengano figure; ha però apprezzato ciò che gli è stato letto e si interessa del Philolaus. Infine si scusa per la brevità e sommarietà della risposta: Breviter admodum ac ieiune scribo, praestantissime vir: plura enim scribere me non patitur molesta oculorum valetudo. Quare me velim excusatum habeas. Una seconda lettera di Boulliaud risale: un puro accompagnamento all’invio del Philolaus, con l’augurio retorico che utinam Deus, qui alligat contritiones suorum, restituat oculorum lumen tibi ademptum, nobisque tale damnum resarciat, ut ipse legas libellum, et rationum seriem sine alienorum oculorum opera dispicias. La risposta latina del nostro, , è del tutto analoga alla precedente. Ringrazia il corrispondente e apprezza quanto gli è stato letto, ma non potendo vedere le figure non può giudicare bene. È latina, infine, una missiva di G. agli Stati generali dei Pae- si Bassi, in cui chiede che sia esaminata la sua proposta per il calcolo della longitudine in mare ligure. È una lettera non retorica, per quanto contenga alcuni elementi topici come l’elogio del destinatario: Celsitudinum Vestrarum, qui per omnia maria et terras celeberrimas suas peregrinationes et navigationes cum gloria maxima iam instituerunt et quotidie porro instituunt, et commercia amplissima ubique quotidie dilatant. Su di lui vedi Beaulieu) e Hockey et al. L’opera a stampa reca; non sappiamo dire se Boulliau(d) ne abbia inviato un esemplare (cui poi fu apposta una datazione posteriore) o una copia manoscritta. Filologie medievali e moderne G. in Europa G.   HASDALE a G. in Padova. Praga. Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. – Autografa. mor mo Essendo un pezzo che disegnavo di ritornare in Italia, et particolarmente a Padova et Venetia, più per godere quella gentilissima conversatione di V. S. che per altro; et tanto più me ne cresce il desiderio, quanto che veggo nuovi parti del suo felicissimo et divino ingegno. Delli quali l'ultimo, intitolato Nuntius Sydereus, ha rapito ultimamente tutta questa Corte in ammiratione et stupore, affaticandosi ogniuno di questi ambasciatori et baroni di chiamare questi matemathici di qua per sentire se vi sanno fare alcuna oppositione alle demostrationi di V. S. Però vanno procurando di havere di quelli occhiali doppiii, per vederne l'esperienza. re re Io mi truovai, XII giorni fa, a desinare dal Sig. Ambasciatore di Spagna, dove il Sig. Velsero portò al detto Ambasciatore uno di questi libbri, mostrandogli molti luoghi notabili di r quello libro. Il Sig. Ambasciatore mi domandò delle qualità di V. S. Io gli risposi quello che potei, non già quanto V. S. merita. Mi disse che voleva sentire l'openione del Kepplero sopra questo libro, sì come credo che habbia fatto chiamarlo. Ma io questa mattina ho havuta occasione di fare amicitia stretta con Kepplero, havendo egli et io mangiato con l'Ambasciatore di Sassonia; et domattina siamo invitati da quel di Toscana, dove io vado familiarmente di continuo, essendo quel Signor mio padrone vecchio. Hora gli ho domandato quello che gli pare di quel libro et di V. S. Mi ha risposto che sono molti anni che ha prattica con V. S. per via di lettere, et che realmente non conosce maggiore huomo di V. S. in questa professione, nè manco ha conosciuto; et che con tutto che il Tichone fosse tenuto per grandissimo, nondimeno che V. S. l'avanzava di gran lunga. Quanto poi a questo libro, dice che veramente ella ha mostrata la divinità del suo ingegno; però, che ella viene havere data qualche occasione non solo alla natione Todesca, ma anco alla propria, non havendo fattone mentione  alcuna di quegli autori che le hanno accennato et porta occasione di investigare quello che hora ha truovato, nominando fra questi Giordano Bruno per Italiano, et il Copernico et sè medesimo, professando di havere accennato simili cose (però senza pruova, come V. S., et senza demostrationi): et haveva portato seco il suo libro, per mostrar allo Ambasciatore Sassone il luogo. Ma in quello ch’eramo in questi ragionamenti, è sopragionto un estraordinario di Sassonia al detto Ambasciatore, che ha disturbata la conversatione. Ma domattina, piacendo a Dio, ci rivederemo, che senz'altro porterà il medesimo suo libro con quello di V. S., come ha fatto hoggi, per mostrarlo all'Ambasciatore di Toscana. Seppi poi la morte del Cl.mo nostro Sig.r Cornaro, con mio grandissimo dispiacere, che me mo Vostro Aff. Fratello lo Michelag. Galilei. De Kepplero non havendo fattione mentione. Tra accennato e et si legge, cancellato, quelle cose. – Un LORENZO di CORNARO era morto (Necrologio Nobili, nell'Archivio  r lo scrive Pamfilio, quale desidero sapere se si truova ancora costì, perchè gli vorrei scrivere. Et la prego, havendo occasione, di fare un cordialissimo baciamano al Padre Maestro Paolo et Padre Maestro Fulgentio, suo compagno, et che spero fra alcuni mesi lasciarmi rivedere con qualche carico. Con che fine le bacio le mani. Di Praga,  Di V. S. Ecc. ma re mo Serv. Devot. Martino Hasdale. Io mando questa per via dell'Ambasciatore di Venetia. Mi ricordo degli suoi melloni Turcheschi. mor mo Fuori: All'Ecc. Sig. P.rone Oss. r Il Sig. Gallileo Gallilei, Mattematico di Padova.Galilei. Galilei. Keywords: “the sun rises in the east” “the sun sets in the west” “you’re the cream in my coffee” ‘disimplicature’ -- esperienza, observazione, visione, nature, aristotele, filosofia naturale, fisis, natura, interpretazione, semiotica, segno naturale, il padre di Galileo – Some like Galileo Galilei, but Vincenzo Galilei is MY man” – Galileo e Bruno, lizio, lizii. Refs: Luigi Speranza, “Galileo, Grice e il saggiatore,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice. Galilei.

 

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