Grice
e Bolano: all’isola -- la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza romana – scuola
di Catania -- filosofia italiana – filosofia siciliana -- Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “I was born
at Harborne, but there’s no volcano there- Bolano was born in Catania, and he
is especially revered THERE, rather than at Oxford, because he was able to see
some monuments – notably the Naumachia and the Hippodrome – before it was
covered by ‘lava’ –“ –“Oddly, when he philosophised on rhetoric – he used that
as a blurb – many philosophers traveled to Catania to be tutored by him – vide
Salonia --. So he used the blurb of his expertise on Catania to promote -- or rather his editor did, since
he is a gentleman, and a gentleman does not promote – his work on rhetoric --.”
“There are very few copies of this!” – “And Evola tired in vain – ‘in vano’ –
to find one!” Assai scarse sono le notizie sulla sua
vita. Quel poco che sappiamo viene riassunto nell'opera del Mongitore. Insegna
filosofia a Catania. Uno dei più eminenti esponenti dell'ateneo catanese:
chiamato “philosophiae peritissimus”, acquisce grande fama. Insegna a Palermo
come lettore con il "favoloso stipendio di ottocento onze annue"; Seguace
della tradizione aristotelica. Tipico esempio dell’umanista, unendo l'interessi
per la natura e la filosofia romana antica.
Stampa a Messina un “Opus logicum”, compendio di filosofia aristotelica
e frutto del suo insegnamento logico. Stampa anche di retorica e fisica ed
abbiamo notizie di un saggio naturalistica sull'Etna, il Discorso di
Mongibello. Ma l'opera cui maggiormente è legato è un “Chronicon urbis Catinae”,
in cui ci lascia preziose notizie e descrizioni su Catania e le sue vestigia
storiche prima di una catastrofica eruzione dell'Etna che profondamente ne
cambiò paesaggio, fisionomia ed urbanistica.
Il Chronicon rappresenta un raro esempio di indagine archeologica
diretta su Catania e rimase uno dei pochi lavori utili e seri sulle antichità
della città etnea. Riguarda, tra l'altro, la fondazione di Catania, l'anfi-teatro
romano, l'acquedotto romano, gli archi, il tempio di Cerere, la naumachia, l'ippodromo.
Per questi ultimi due edifici è la prima ed unica fonte a noi rimasta. Carrera
e Grossi attinsero direttamente dal manoscritto, traendone spunto per le loro
opere e pubblicando i pochi frammenti a noi rimasti. Eppure Bolano sube una grave umiliazione. Nell'anno
in cui si perdono le sue tracce, presentatosi a chiedere l'incarico di
filosofia nell'Università dove con onore insegnava da oltre quattri decenni, i
filosofi ecclesiastici lo contrastarono preferendo Riccioli. Il venerando
filosofo riottenne l'insegnamento solo per grazia del viceré Pietro Giron de
Osuna, una nomina, sottolinea Matteo Gaudioso, peggiore di una sconfitta, forse
la prima e ultima umiliazione del B., scomparso successivamente dalla scena. Fu
il suo ultimo anno di insegnamento e forse di vita. Antonino Mongitore, Bibliotheca sicula, sive
de scriptoribus siculis, qui tum vetera, tum recentiora saecula illustrarunt. Storia
della filosofia in Sicilia da'tempi antichi, libri quattro. Archivio storico
per la Sicilia. Catanense Decachordon, Catanae. La Sicilia del Cinquecento: il
nazionalismo isolano, Roma, Mursia, Storia della filosofia in Sicilia da' tempi
antichi, libri quattro. Rivista internazionale di filosofia del diritto, Giorgio
Del Vecchio, Società anonima poligrafica italiana, Bibliotheca sicula, sive de
scriptoribus siculis, qui tum vetera, tum recentiora saecula illustrarunt Osservazioni sopra la storia di Catania
cavate dalla storia generale di Sicilia,Vincenzo Cordaro Clarenza Riggio, Sopra
uno rudere scoperto in Catania cenni critici dell'arch. Mario Musumeci, Mario
Musumeci, dalla tipografia della regia Università, L’indagine archeologica a
Catania e B. , in Archivio Storico per la Sicilia. Edilizia pubblica e privata
nelle città romane, Lorenzo Quilici, Stefania Quilici Gigli, L'ERMA di BRETSCHNEIDER,
Carrera, Delle Memorie historiche della città di Catania, I, Catania, Catanense
Decachordon, Archivio di Stato di Palermo, Tribunale del R. Patrimonio,
Memoriali. Modelli scientifici e filosofici nella Sicilia. Napoli, Guida. L'Catania,
in Storia della Catania dalle origini ai
nostri giorni, Catania, Zuccarello e Izzi. Delle Memorie historiche della città
di Catania, I, Catania. Catanense Decachordon, Catinae, Antonino Mongitore,
Bibliotheca sicula, sive de scriptoribus siculis, qui tum vetera, tum
recentiora saecula illustrarunt, D. Bua, Sopra uno rudere scoperto in Catania
cenni critici dell'arch. Mario Musumeci, dalla tipografia della regia Università.
Storia della filosofia in Sicilia, Lauriel, Guido Libertini, L'indagine
archeologica a Catania e B. in Archivio Storico per la Sicilia Orientale. Dizionario
biografico degli italiani. 0 habmio L'imperatore Carlo V abdicando il
trono lascia nel re Filippo II suo figlio un principe intento ad ingrandireil
suo impero ed estendere isuoi domini:I vicerèdisseminati La mente del vescovo
Nicolò Caracciolo era rivolta a liberare la cattedrale di Catania non
ASTE Dorp Vel per BIOGRAFIA SICILIANA Catania, B.. Je secolo xvi scorreva
per Catania,, e forse per 1 Europa tutta, se la Sicilia di coltura, non in
iscevro di lustro o mancante tieramente purgatoperò ancora da'tristieffetti del
vandalica e della gotica barbarie, ed la ignoranza discipline mostravansi a
dito. icultoridelle buone le provin cie, e per mezzo de' quali lostato
de'sudditi pre come per 2 ' do stabile o sicuro di quanto operavasi da loro gli
animi di tutti erano irresoluți ed incerti, e Catania,vedevain alloraisuoi
cittadinioccupati soltanto del presente,interessarsi piùdicontese ed intestíni
partiti, che delle scienze e delle lettere. dalla diversi negli umori e nelle
in clinazioni, dgiotvernavanoi popoli con principi se non senza de'Cassinesi,
ed a riporvi in vece i canonici secolari. Il vicerè Lacerda fa diroccare la
casa del la Università degli studi'ed altre abitazioni per in
grandirelapiazzadel duomo. Marcantonio Colon na, successor suo, interpone la
sua autorità a con 20 pre ciliare le dispute del vescovo Coltello
colsenato.La corte di Romaè costrettaa chiamare ad ubbidienza il vescovo che
acremente contrastava col vicario apostolico Matteo Samiati. Controversielunghe
ed ostinaleinsorgono fra'i Catanesi e i Palermitani ecclesiastici Se in tale
condizione ditempi l'Università di Catania fioriva,ciò debbesi alla sovrana
protezione, che riguardar vuolsi per le lettere come il raggio del sole che
vivifica gli esseri e dà movimenti o p portuni al loro sviluppo. Dietro le
favorevoli rap presentanze di Marcantonio Colonna, il re Filippo volge benigno
lo sguardo al liceo catanese,ed il vicerèinterpetre della sovrana volontà,in
com penso del devastamento ordinatodalsuo predeces sore Lacerda da lui sì
discorde, fa costruire un nobile edifizio per la Università, corrispodente al
la magnificenza di Catania (d),e forma i regola menti per gli studi (e).
Filippo provvede di più, per mezzo del vicerè conte di Alba (f ), che i soli
laureati in Catania aspirar potessero alle magistra Ut perpetua jurgiorum
semina inter episcopum patresque conscripti collerentur.Amico,
Cat.illustr.,lib. VIII, c. 2. (Detti Constitutiones Marci Antonii Columnde,
1576. per patria di s.Agata. I nostri magnati erano tutti intesi a
stabilire la loro sacra congregazione dei Bianchi, a loro esempio (c) gli altri
ceti aumen tano le rispettive confraternite. Denuo Romam ille interpellator eorumquaeges
serat rationem redditurus. Amico, loc. cit. $ la 42 (c) Nel 1570. Ul
urbismajestatiresponderet.Amico,loc.cit. ture: autorizza le ingenti speseche
ilvescovo Pro spero Reibiba, non lascindo sfuggire le favorevoli disposizioni
del governo, impiegava nel portare a compimento l'edifizio, e non permette che
alzasse Messina un'altra Università. Accrescevasi in tal modo il numero dei
discenti in Catania; e l ' o nore di ammaestrare nella sola Università del re
gno,ed isignificanti stipendidallasovranamuni ficenza aumentati, incoraggiavano
i dotti a lasciar le brighe volgari, a rivolgersi alla coltura delle
lettere,edasegnalarsi nel pubblico insegnamento. (f Dopo averdettato questo
articolo ho saputo che nellabiblioteca de'PP.Benedettinidi questa città avvi un
esemplare dell'Opus logicum, Messanae Mongitore, Bibl, sic. c) Grossis, Dec.
ix, 151. Fra gli uomini scienziati che onoravano illi ceo catanese nel finedel
xvi secolo distinguevasi Lorenzo B. nato in Catania. Per più di anni 20 vi fu
professore di medicina, di cui avea dato lezioni anche presso l'estero, ere soave
acelebreilsuonomeperlesuecono scenze matematiche ed anatomiche, e pel gusto
nella latina poesia. Seguendo le aristoteliche dottrine, volle pnbblicare per
le stampe di Brea in Messina un libro di istituzioni filosofiche sotto il
titolo di Opus logicum, ed un altro di rettorica libri divenuti oramai così
rari da non petersi trovare chi ne avessenotizie. Ma ciavanzanope rò i
frammenti di opere più solide che tanto ap prezzar seppe l'accurato Carrera.
(a) Nel settembre del 1595. Amico, P
Amico,Cat.il.,lib.xu,c.v. e )Mongitore, Bibl.sic. Un Discorso sopra Mongibello
conteneva la descrizione fisica di questo vulcano, e la storia di molte sue
eruzioni. Carrera fa rilevare nel capi tolo della sua opera (a)in cui tratta
del mont Et na, aver ricavato da quel discorso quanto riguarda la misura
dell'altezza del vulcano,le sue regioni, la fertilità del suolo, la storia
delle sue eruzioni; e queste doveano da B. rapportarsi con som m a esattezza,
imperciocchèegli giungeva a notare anche il tempo in cui l'Etna non eruttava,co
me avvenne per anni trenta dopo la grande eruzione, durante la quale, come dice
lo stesso Bolano, formossi quel cratere oggi detto Monte negro.
Selesueideecircala origine degli incendî vulcanici non sono da riferirsi,è
colpadei tempi, in cui limitatissime erano le conoscenze de'feno meni naturali,
e basta il dire chei scriveva nel 1588. Ma l' Quel pregevole manoscritto
conservavasi in mani del di lui figliuolo Girolamo Bo Carrera, Notizie
istor.'di Catan., lib.'11, c. 2. Così dice il Grossis, ilMongitore eco.,ma
l'ab. Amico chiama quelmanoscritto Opusculum de rebus Catanae. Tom.3, lib.14,42.
44 1 opera che principalmente gli fa meri tare il rispetto e la riconoscenza
de'suoiconcittadini fu quellascritta in latino per illustrare la storia di
Catania, e che portava il titolo di Chronicon urbis Catanae; ed abbenchè non
fosse stata mai pubblicata per intero,fu quella però da cui tanto giovaron si
l'Arcangelo, il Carrera, il Grossis e molti altri che delle notịzie sto riché
di Cataniasi sono occupati. Vetusta Catanae monumenta e lenebris eruens primus
vulgavit. Amico. mare il piano del duomo(d), edaltempiodi Castore e Polluce
quelli presso il nuovo vico, die tro,ilForo lunare. Stima essere stato di Marcello
un busto marmoreo di squisito lavoro,che conservossi per lunga serie di anni
nella chie as di s. Agata, finchè Ferdinando de Vega non lo regalasseal
chitaristaPietro Murabito da Messina. La sua descrizione poi dell'anfiteatro
èdistintaed eloqnente, efa conoscere che il luogo ove erasi fabbricato
appellavasi Cam po stesicoreo Restavano sino ai suoi tempi tali avanzi
de'corridori e delle mura circolari, quanto potè misurarsi più dicento piedi:
calcolò cheil diametro dell'arena ascendeva a 290 piedi, ma colle fabbriche de'corridoja
490,coni470piedi di 45 for lano, da cui l'ebbeprestato il Carrera,come egli
stesso confessa: e quali cognizioni ne ab bia ricavato questo
storicolaborioso,può ben ve dersi in tutto il corso della sua opera, e princi
palmente ove trattasidegli antichi monumenti. Il B. che fu il primo a
descrivere le antichità catanesi, riconobbe ivestigi del tem piodi Cerere, fuoril'antica
Porta reale pressole müra della città, sulla collinetta appellata Torre del
vescovo,oggi covertadal Bastione deglinfetti. Credè doversi riferire al tempio
diBacco li ruderi a fianchi delle terme,oggi demoliti per Carrera. B. presso
Carrera circonferenza. Le porte della esterna facciata era no larghe 18
piedi,e doveano essere60 in numero, a 7 piedi distanti una dall'altra. Con
eguale esattezza rapporta le misure del l'odeo, detto da lui piccolo teatro, ed
el gran teatro, da cui furono svelte molte colonne di marmo, oltre ai materiali
tolti per le fabbriche moderne. Situa la naumachia presso l'antica por ta della
decima, e descrive non solole mura ed i ruderi che esistevano allora, ma
dell'uso della naumachia da archelogo ragiona, come fa per ilcontiguo ippodromo.
Tutti descrive i resti delle terme che scopri vansi a'suoi tempi in Catania, riforisce
lemi sure della fabbrica dell'arco diMarcello,ed ammi ra la solidità del
cemento e l'architettura. Ma sopratutto elegantissima è la descrizione degli
acquedotti che portando le acque soprala collina ove oggi è il quartiere del Corso,
le distribuiva no perlacittà; e dal Corso delle acque quell sito trasse il
nonne che fin oggi conserva. Zelantissimo B. del vero decoro della sua patria
mal soffiriva il poco conto in che tene vansi que resti del di lei antico
splendore. I cit tadini catanesi, pochissimi eccettuati, in quel tempo, come abbiamo
osservato, poco o nulla calco Molessane calcis ubertate et aelneorum lapidum
concinnitate tamcelebris,utmiraripotiusquam obser vare debeamus. Quingentoscirciterannosab
Ansgerioepisco po catanensi dirutum est, ut divae Agathae, comitis Rogerii
sumptibus,struerentur aedes:cujus et gratia theatra ruinam experta sunt. Loc.
cit. Columnarum plurimae et concinnati lapides ab Ansgerio translati sunt
omnes,ut decorticatum jure pos sit appellari theatrum istud. lar potevanoil
valore di sì veneranda antichità: e l'arco di Marcello dopo il tremuoto
soffriva la ultima sua rovina per la fabbrica della chiesa di s. Caterina, poi
confraternita de' Bianchi.Le pietre intagliate dell'anfiteatroe del teatro
servirono al vescovo Angerio per la costruzione del duomo, ed il resto
impiegossi in appres so alla fabbrica delle cortine delle muraglie. Il duomo
stesso alzavasiin gran parte sopra antiche terme: sull'anfiteatro ergeansi
chiese ed abitazioni di privati, come ugualmente sopra la scena ed i corridori
del teatro. I Assisoeglisu' ruderidiquei gloriosimonu menti, simileal franco
viaggiatorea vistadelle rovine di Palmira, meditava a quale insultante di
menticanza condannavali il tempo, come egli contentasididire,pernon
urtardifronte, iocre do, la ignoranza e la barbarie: e da pertutto nel
lasuaopera, fatralucere ilsuorammarico,quan do parladelteatro e dell'anfiteatro.
Scorgesi nel dilui manoscritto la grande ac curatezzache egliusava
nelleosservazioni,ela diligenza nelle misure. Animirando la maestà di quegli
avanzi scriveva quasi entusiastato, par che
Quae sola temporis diuturnitate sunt perpeluae oblivioni tradita. la
lingua prestavasi allora, al suo genio, e lo stile del suo Chronico fa in certo modo ammirarsi. LIR. Nè ilsuo
zelo per la patria limitato erasól tanto a mettere in luce ladi leiantica gloria;
B. lo estendeva a tutta possa alla di lei effet tiva prosperità nell'.
vistadeipositivi dannicherecavano allasalutepub blica le acque dell'Amenano,
raccoltenell'antica Piazza dell'erbe, per uso di alcuni mulini iyisesi stenti, caldeistanzeavanzòalsenato
onde:toglie re quel fomite d'infette esalazioni, e seppe tanto insistere colla
sua medica autorità,cheriuscita diroccareimuliniedar, liberocorso alleacqueper
appositi canali sino al mare. Charts ! Tutto misein opera in fineonde
ricostruisse Catania il suo molo. U n ragionato discorso scris sealsenato, incuifeconoscere
comeperlamu mficenza del re Alfonso il magnanimo la fabbrica del molo erasi
cominciata ip. Catanianel, che si era dell'opera desistito alla morte di quel i
fundiores ductus concinnatis lapidibus confecto saqua maredelata, atque omni perniciosa
humiditate sublata. intero Non sarà fuor diluogo ilrapportare'per quel passo
ove B. parla della magnificenza di Gatan j a 'nell'aver trasportato da Licodia
le acque in città: <e.Hinc mirari non desino priscam illam urbis rosirae
majestatem pene incredibilem, quae tot pariter quot h o die insignita fontibus
ac putealibus aquis BE op A, refertissima, effatudignissimis sumptibus
aquamhanc eLicodia, milliaribus sexdecim distantem, qua Naumachiąm et
Thermescompleret,domos pariteretdetergeretet or, naret est emerita, ut qui et
situ ei climale pro studiorum domicilio purissimusaer est defecatus, insuper in
cię vium columitatem vel arte eficeretur: cit. ad Se la memoria
degl'illustritrapassati servir debbedi modello alla condotta de'viventi, B. è uno
diqueipochi alcertocheimitar dovrebbonsi da'veri cittadini:imperciocchè einon
giovossi delle scienze per sola coliura del súd spi rito, ma curò dirivolgerle
ad utilepubblico,e efece onore alla patriamettendo in luce imonu menti del di
lei antico splendore: diè opera onde cessassero i fomiti che il puro aere ne
infettavano, e procurò, per quanto valevano le sue forze, che ampie ricchezze
ritraese Catania dalcommerciom a GEMMELLARO.
at titis Quippequipro statuendamoleni hil'non'ani madvertit utile et
commodum publicis civitatum et'op pidorum adjacentium sumptibus pro
publiciaeris copia struendum regia potestate praecepit. Mortepraeventus suo
tempore exorsus non perfecie.Posteri vero pelfucata negotii dificultateperterriti,
velreimomentum"tam ada mirabilenon agnoscentesaversiprimordiorumruinam
nonrepararunt ípoinel16obecc.)!. Opus logicum B.
Siculi Catanensis philosophiae, ac medicinae professoris candidissimi, nec non
in almo studio vrbis Catinæ lectoris celeberrimi. In quo scientias cum
callentibus, tum adepturis necessaria duntaxat, ex Aristotelis vberrimo fonte
recepta breuiter, ac peripatetice traduntur OPVS LOGICVM B. SICVLI CATANENSIS PHILOSOPHII CANDIDISSIMI NEC
NON IN ALMO STVDIO VRBIS CATINÆ CELEBERRIMI IN QVO SCIENTIAS CVM CALLENTIBVS
TVM ADEPTVRIS NECESSARIA DVNTAXAT EX ARISTOTELIS VBERRIMO FONTE RECEPTA PERIPATETICE
TRADVNTVR OPVS LOGICVM SICVLI CATANENSIS PHILOSOPHII
CANDIDISSIMI NEC NON IN ALMO STVDIO VRBIS CATINÆ CELEBERRIMI IN QVO
SCIENTIAS CVM CALLENTIBVS TVM ADEPTVRIS NECESSARIA DVNTAXAT EX
ARISTOTELIS VBERRIMO FONTE RECEPTA PERIPATETICE TRADVNTVR Opus logicum. Mess. Metaphysica, Naluralis Philosophia,
Praedicamenta, nec non Theologia Naturalis.Ven.in fol. OPVS LOGICVM
LAVRENTII BOLANI SICVLI CATANENSIS PHILOSOPHII CANDIDISSIMI NEC NON IN ALMO
STVDIO VRBIS CATINÆ CELEBERRIMI IN QVO SCIENTIAS CVM CALLENTIBVS TVM ADEPTVRIS
NECESSARIA DVNTAXAT EX ARISTOTELIS VBERRIMO FONTE RECEPTA PERIPATETICE
TRADVNTVROpus logicum Laurentii Bolani Siculi Catanensis philosophiae, ac
medicinae professoris candidissimi, nec non in almo studio vrbis Catinæ
lectoris celeberrimi. In quo scientias cum callentibus, tum adepturis necessaria
duntaxat, ex Aristotelis vberrimo fonte recepta breuiter, ac peripatetice
traduntur
Lorenzo Bolano. Bolano. Keywords: dialettica,
colloquenza romana, i romani a Sicilia – sicilia regione dell’impero romano,
filosofia romana antica – filosofia romana nella monarchia; filosofia romana
nella repubblica, filosofia romana nell’impero. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Bolano” – The Swimming-Pool Library. Bolano.
Grice e Bonaiuti: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale -- Eppur si muove – scuola di Pisa – filosofia pisana
– filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pisa). Filosofo pisano. Filosofo toscano. Filosofo
italiano. Pisa, Toscana. Galileo B. – tomba a Firenze. Galileo Galilei. Grice:
“His father was, like mine, a musician.” – “La filosofia è scritta in questo
grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la
lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua
matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche,
senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi
è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”. Personaggio chiave della
rivoluzione scientifica, per aver esplicitamente introdotto il metodo
scientifico (detto anche "metodo galileiano" o "metodo
sperimentale"), il suo nome è associato a importanti contributi in fisica
e in astronomia. Di primaria importanza fu anche il ruolo svolto nella
rivoluzione astronomica, con il sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria
copernicana. I suoi principali contributi al pensiero filosofico derivano
dall'introduzione del metodo sperimentale nell'indagine scientifica grazie a
cui la scienza abbandonava, per la prima volta, quella posizione metafisica che
fino ad allora predominava, per acquisire una nuova, autonoma prospettiva, sia
realistica che empiristica, volta a privilegiare, attraverso il metodo
sperimentale, più la categoria della quantità (attraverso la determinazione
matematica delle leggi della natura) che quella della qualità (frutto della
passata tradizione indirizzata solo alla ricerca dell'essenza degli enti) per
elaborare ora una descrizione razionale oggettiva[N 6] della realtà fenomenica.
Sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale
aristotelica e le Sacre Scritture, Galilei fu processato e condannato dal
Sant'Uffizio, nonché costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue
concezioni astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri. Nel corso
dei secoli il valore delle opere di Galilei venne gradualmente accettato dalla
Chiesa, e 359 anni dopo, il 31 ottobre 1992, papa Giovanni Paolo II, alla
sessione plenaria della Pontificia accademia delle scienze, riconobbe "gli
errori commessi" sulla base delle conclusioni dei lavori cui pervenne
un'apposita commissione di studio da lui istituita nel 1981, riabilitando
Galilei. La casa natale di G. Abitazione all'800 Abitazione in via
Giusti Dal libretto di battesimo di Galileo riportante come luogo "in
Chapella di S.to Andrea", si credeva fino alla fine dell'800 che Galileo
potesse essere nato vicino alla cappella di Sant'Andrea in Kinseca nella
fortezza San Gallo, il che presumeva che il padre Vincenzo fosse un militare.
In seguito fu identificata casa Ammannati, vicino alla Chiesa di Sant'Andrea
Forisportam, come la vera casa natale. Figlio di Vincenzo G. e di Giulia
Ammannati. Gli Ammannati, originari del territorio di Pistoia e di Pescia,
vantavano importanti origini; Vincenzo G. invece apparteneva ad una casata più
umile, per quanto i suoi antenati facessero parte della buona borghesia
fiorentina. Vincenzo era nato a Santa Maria a Monte, quando ormai la sua
famiglia e decaduta ed egli, musicista di valore, dove trasferirsi a Pisa
unendo all'esercizio dell'arte della musica, per necessità di maggiori
guadagni, la professione del commercio. La famiglia di Vincenzo e di
Giulia, contava oltre G.: Michelangelo G., musicista presso il granduca di
Baviera, Benedetto G., morto in fasce. Dopo un tentativo fallito di inserire G.
tra i XL studenti toscani che venivano accolti gratuitamente in un convitto di
Pisa, e ospitato senza spese da Tebaldi, doganiere della città di Pisa, padrino
di battesimo di Michelangelo G., e tanto amico di Vincenzo da provvedere alle
necessità della famiglia durante le sue lunghe assenze per lavoro. A Pisa, G.
conosce Bartolomea Ammannati che cura la casa del rimasto vedovo Tebaldi il
quale, nonostante la forte differenza d'età, la sposa, probabilmente per metter
fine alle malignità, imbarazzanti per la famiglia G., che si facevano sul conto
della giovane nipote. Successivamente fa i suoi primi studi a Firenze, prima
col padre, poi CON UN MAESTRO DI DIALETTICA e infine nella scuola del convento
di Santa Maria di Vallombrosa, dove vestì l'abito di novizio. Vincenzo iscrive
il figlio a Pisa con l'intenzione di fargli studiare medicina, per fargli ripercorrere
la tradizione del suo glorioso antenato Galileo Bonaiuti e soprattutto per
fargli intraprendere una carriera che poteva procurare lucrosi guadagni.
Nonostante il suo interesse per i progressi sperimentali di quegli anni, la sua
attenzione e presto attratta dalla semiotica, la logica, e la matematica – lo
studio del segno -- che comincia a studiare sfruttando l'occasione della
conoscenza fatta a Firenze di Ricci da Fermo, un seguace della scuola
matematica di Tartaglia. Caratteristica del Ricci e l'impostazione che egli
dava all'insegnamento della matematica: non di una scienza astratta o formale,
ma di una disciplina materiale che serve a risolvere i problemi pratici legati
alla meccanica e alle tecniche ingegneristiche. E, infatti, la linea di studio
Tartaglia-Ricci (prosecutrice, a sua volta, della tradizione facente capo ad
Archimede) a insegnare a G. l'importanza della precisione nell'OSSERVAZIONE dei
dati e il lato prammatico della ricerca scientifica. È probabile che a Pisa
segue anche i corsi di filosofia naturale (fisica) tenuti dal liziio BONAMICI.
Durante la sua permanenza a Pisa arriva alla sua prima, personale scoperta, che
chiama l' “iso-cronismo” nelle oscillazioni di un pendolo. Rinuncia a
proseguire gli studi di medicina e anda a Firenze, dove approfondì i suoi nuovi
interessi, occupandosi di meccanica e d’idraulica. Trova una soluzione al
problema della corona di Gerone inventando uno strumento per la determinazione
idrostatica del peso specifico dei corpi. L'influsso di Archimede e dell'insegnamento
del Ricci si rileva anche nei suoi studi sul centro di gravità dei solidi.
Cerca intanto una regolare sistemazione economica: oltre a impartire lezioni
private a Firenze e a Siena, anda a Roma a richiedere una raccomandazione per
entrare nello studio di Bologna a Clavius, ma inutilmente, perché a Bologna gli
preferirono alla cattedra Magini. Su invito dell'accademia fiorentina tenne due
lezioni circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno, difendendo le ipotesi
già formulate da Manetti sulla topografia dell'Inferno. G. si rivolse allora a
Monte, matematico conosciuto tramite uno scambio epistolare su questioni
matematiche. Monte e fondamentale nell'aiutare G. a progredire nella carriera
quando, superando l'inimicizia di Giovanni de' Medici, un figlio naturale di
Cosimo de' Medici, lo raccoma al fratello cardinale Francesco Maria Del Monte,
che a sua volta parla con il potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici.
Sotto la sua protezione, ha un contratto triennale per una cattedra a Pisa,
dove espose chiaramente il suo programma, procurandosi subito una certa
ostilità nell'ambiente accademico di formazione lizia. Il metodo che sigue e
quello di far dipendere quel che si dice da quel che si è detto, senza mai
supporre come vero quello che si deve spiegare. Questo metodo me l'hanno
insegnato i miei matematici, mentre non è abbastanza osservato da certi
filosofi quando insegnano elementi fisici. Per conseguenza quelli che imparano,
non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le credono solamente per fede, cioè
perché le ha dette ARISTOTELE. Se poi e vero quello che ha detto ARISTOTELE,
sono pochi quelli che indagano; basta loro essere ritenuti più dotti perché
hanno per le mani maggior numero di testi aristotelici che una tesi sia
contraria all'opinione di molti, non m'importa affatto, purché corrisponda alla
esperienza e alla ragione. Frutto dell'insegnamento pisano è “De motu
antiquiora”, che raccoglie una serie di lezioni nelle quali egli cerca di dar
conto del problema del movimento. Base delle sue ricerche è il trattato,
pubblicato a Torino, “Diversarum speculationum mathematicarum liber d
Benedetti, uno dei fisici sostenitori della teoria dell'IMPETO come causa del
moto violento. Benché non si sapesse definire la natura dell’impeto impresso a
un corpo, questa teoria, elaborata da
Filopono e poi sostenuta dai fisici parigini, pur non essendo in grado
di risolvere il problema, si oppone alla tradizionale spiegazione aristotelica
del movimento come prodotto del mezzo nel quale IL CORPO ANIMATO stesso si
muove. A Pisa G. non si limita alle sole occupazioni scientifiche.
Risalgono infatti a questo periodo le sue “Considerazioni sul Tasso” che
avrebbero avuto un seguito con le Postille all'Ariosto. Si tratta di note
sparse su fogli e annotazioni a margine nelle pagine dei suoi volumi della
Gerusalemme e dell' “Orlando furioso” dove, mentre rimprovera al Tasso la
scarsezza della fantasia e la monotonia lenta dell'immagine e del verso, ciò
che ama nell'Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido
delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l'equilibrio armonico di
questo, la coerenza dell'immagine l'unità organica – pur nella varietà – del
fantasma poetico. La morte del padre lo lasciando l'onere di mantenere tutta la
famiglia: per il matrimonio della sorella Virginia, dove provvedere alla dote,
contraendo dei debiti, così come avrebbe poi dovuto fare per le nozze della
sorella Livia con Galletti, e altri denari avrebbe dovuto spendere per
soccorrere le necessità della numerosa famiglia del fratello Michelangelo. Del
Monte intervenne ad aiutare nuovamente, raccomandandolo al prestigioso studio
di Padova, dove era ancora vacante una catedra dopo la morte di Moleti. Le
autorità della Repubblica di Venezia emanarono il decreto di nomina, con un
contratto, prorogabile, di IV anni e con uno stipendio di 180 fiorini l'anno.
Tenne a Padova il discorso introduttivo e dopo pochi giorni comincia un corso
destinato ad avere un grande seguito presso gli studenti. Vi sarebbe restato
per diciotto anni, che avrebbe definito «li diciotto anni migliori di tutta la
mia età. Arriva a Venezia solo pochi mesi dopo l'arresto di BRUNO a
Venezia. Nel dinamico ambiente di Padova (risultato anche del clima di
relativa tolleranza religiosa garantito dalla Repubblica veneziana), intrattenne rapporti cordiali anche con
personalità di orientamento filosofico lontano dal suo, come CREMONINI filosofo
rigorosamente lizio. Frequenta anche i circoli colti e gli ambienti senatoriali
di Venezia, dove stringe amicizia con Sagredo, che G. rese protagonista del suo
Dialogo sopra i massimi sistemi, e SARPI, esperto di semiotica. È contenuta
proprio nella lettera al frate servita
la formulazione della legge sulla caduta dei gravi. Gli spazii passati dal moto
naturale esser in proportione doppia dei tempi, e per conseguenza gli spazii
passati in tempi eguali esser come ab unitate, et le altre cose. Et il
principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocità con
quella proportione che si discosta dal principio del suo moto. G. tiene a
Padova lezioni di meccanica: il suo “Trattato di meccaniche” dovrebbe essere il
risultato dei suoi corsi, che hanno origine dalle “Questioni meccaniche” di
Aristotele. A Padova G. attrezza con l'aiuto di un artigiano che abitava
nella sua stessa casa, una officina nella quale eseguiva esperimenti e fabbrica
strumenti che vende per arrotondare lo stipendio. Perla macchina per portare
l'acqua a livelli più alti ottenne dal Senato veneto un brevetto ventennale per
la sua utilizzazione pubblica. Da anche lezioni private e ottenne aumenti di
stipendio: dai 320 fiorini percepiti annualmente passa ai 1.000. Una nuova stella e osservata d’Altobelli, il
quale ne informa G.. Luminosissima, e osservata successivamente anche da
Keplero, che ne fa oggetto di uno studio, il De Stella nova in pede
Serpentarii. Su quel fenomeno astronomico G. tenne III lezioni, il cui testo
non ci è noto, ma contro le sue argomentazioni scrive un opuscolo Lorenzini,
sedicente lizio originario di Montepulciano, su suggerimento di CREMONINI, e
intervenne a sua volta con un opuscolo anche Capra. Interpreta il fenomeno
della nuova stella come prova della mutabilità dei cieli, sulla base del fatto
che, non presentando la nuova stella alcun cambiamento di parallasse, essa
dovesse trovarsi oltre l'orbita della Luna. A favore della tesi si
pubblica “Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito della Stella
Nuova. Ronchitti difende la validità del metodo della parallasse per
determinare la distanza minima di cose accessibili all'osservatore solo
visivamente, quali sono gl’astri. Rimane incerta l'attribuzione del dialogo, se
cioè sia opera dello stesso G. o di Spinelli. Compose II trattati sulla
fortificazione, la breve introduzione all'architettura militare e un trattato
di fortificazione. Fabbrica un compasso, che descrive in “Le operazioni del
compasso geometrico et militare” (Padova). Il compasso e strumento già noto e,
in forme e per usi diversi, già utilizzato, né G. pretese di attribuirsi
particolari meriti per la sua invenzione. Ma Capra lo accusa di aver plagiato
una sua precedente invenzione. Ribalta le accuse di Capra, ottenendone la
condanna da parte dei Riformatori dello Studio padovano e pubblica una Difesa
contro alle calunnie et imposture di Capra, dove ritorna anche sulla precedente
questione della nuova stella. L'apparizione della nuova stella crea grande
sconcerto nella società e G. non disdegna di approfittare del momento per
elaborare, su commissione, oroscopi personali, al prezzo di 60 lire venete.
Peraltro, e messo sotto accusa dall'inquisizione di Padova a seguito di una
denuncia di un suo ex-collaboratore, che lo aveva accusa precisamente di aver
effettuato oroscopi e di aver sostenuto che gl’astri determinano le scelte
dell'uomo. Il procedimento, però, e energicamente bloccato dal Senato della
Repubblica veneta e il dossier dell'istruttoria venne insabbiato, così che di
esso non giunse mai alcuna notizia all'Inquisizione romana, ossia al
Sant'Uffizio. Il caso venne probabilmente abbandonato anche perché G. si e
occupato di astrologia natale e non di astrologia pro-gnostica o
previsionale. La sua fama come autore d’oroscopi gli porta richieste, e
senza dubbio pagamenti più sostanziosi, da parte di cardinali, principi e
patrizi, compresi Sagredo, Morosini e qualcuno che si interessa a Sarpi.
Scambia lettere con Gualterotti, e, nei casi più difficili, con Brenzoni. Tra i
temi natali calcolati e interpretati figurano quelli delle sue due figlie,
Virginia e Livia, e il suo proprio, calcolato tre volte. Il fatto che si
dedicasse a questa attività anche quando non e pagato per farlo suggerisce che
egli vi attribuisse un qualche valore. Non basta guardare, occorre guardare con
occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono. (if you see that p, because
you want that p). Non sembra che, nella polemica sulla
nuova stella, G. si e già pubblicamente pronunciato a favore della teoria
elio-centrica di Copernico. Si ritiene che egli, pur intimamente convinto
copernicano, pensasse di non disporre ancora di prove sufficientemente forti
d’ottenere invincibilmente l'assenso della universalità dei filosofi. Tuttavia,
espressa privatamente la propria adesione al copernicanesimo a Keplero – che
pubblica il suo Prodromus dissertationum cosmographicarum scrive. Ho già
scritto molte argomentazioni e molte confutazioni degl’argomenti avversi, ma
finora non oso pubblicarle, spaventato dal destino dello stesso Copernico,
nostro maestro. Questi timori, però, svaniranno proprio grazie al cannocchiale,
che G. punta per la prima volta verso il cielo. Di ottica si sono occupati già
Porta nella sua Magia naturalis e nel De refractione e Keplero negli Ad
Vitellionem paralipomena, opere dalle quali era possibile pervenire alla
costruzione del cannocchiale. Lo strumento e costruito indipendentemente da Lippershey.
G. decide allora di preparare un tubo di piombo, applicandovi all'estremità due
lenti, ambedue con una faccia piena e con l’altra sfericamente concava nella
prima lente e convessa nella seconda. Quindi, accostando l’occhio alla lente
concava, percepii l’astro abbastanza grande e vicino, in quanto essi apparivano
III volte più prossimi e IX volte maggiori di quel che risultavano guardati con
la sola vista naturale. Presenta l'apparecchio come sua costruzione al governo
di Venezia che, apprezzando l'invenzione, gli raddoppia lo stipendio e gl’offre
un contratto vitalizio d'insegnamento. L'invenzione, la riscoperta e la
ricostruzione del cannocchiale non è un episodio che possa destare grande
ammirazione. La novità sta nel fatto che G. è il primo a portare questo
strumento, usandolo in maniera prettamente logica e concependolo come un
potenziamento del sentire – il vedere. La grandezza di Galileo nei riguardi del
cannocchiale è stata proprio questa. Supera tutta una serie di ostacoli
concettuali (cf. Galileo sees that the star is nice +> without a telescope –
I could see the cow from the window) -- utilizzando suddetto strumento per
rafforzare le proprie tesi. Grazie al cannocchiale, G. propone una nuova
visione del mondo celeste. Giunge alla conclusione che, alle stelle visibili ad
occhio nudo, si aggiungono altre innumerevoli stelle mai scorte prima d’ora.
L'universo, dunque, diventa più grande. Non c’è differenza di natura fra la
terra e la luna. G. arreca così un duro colpo alla visione aristotelico-tolemaica
geo-centrica del mondo, sostenendo che la superficie della luna non è affatto
liscia e levigata bensì ruvida, rocciosa e costellata di ingenti prominenze.
Quindi, tra gl’astri, almeno la luna non possiede i caratteri di assoluta
perfezione che ad essa erano attribuiti dalla tradizione. Inoltre, la luna si
muove, e allora perché non dovrebbe muoversi anche la terra che è simile dal
punto di vista della costituzione? Vengono scoperti i un satellite di Giove,
che G. denomina la stelle medicea. Questa consapevolezza l’offre l'insperata
visione in cielo di un modello più piccolo dell'universo copernicano. Le
scoperte sono pubblicate nel Sidereus Nuncius, una copia del quale G. invia a
Cosimo II, insieme con un esemplare del suo cannocchiale e la dedica dei IV
satelliti, battezzati da G. in un primo tempo Cosmica Sidera e successivamente
medicea sidera. È evidente l'intenzione di G. di guadagnarsi la gratitudine
della Casa medicea, molto probabilmente non soltanto ai fini del suo intento di
ritornare a Firenze, ma anche per ottenere un'influente protezione in vista
della presentazione, di fronte al pubblico degli studiosi, di quelle novità,
che certo non avrebbero mancato di sollevare polemiche. Chiede a Vinta,
Primo Segretario di Cosimo II, di essere assunto allo Studio di Pisa,
precisando. Quanto al titolo et pretesto del mio servizio, io desidererei,
oltre al nome di matematico, che S. A. ci aggiugnesse quello di “filosofo”,
professando io di havere studiato più anni in FILOSOFIA, che mesi in matematica
pura. Il governo fiorentino comunica a G. l'avvenuta assunzione come
«Matematico primario dello Studio di Pisa et di FILOSOFO del Ser.mo Gran Duca,
senz'obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né nella città di Pisa,
et con lo stipendio di mille scudi l'anno, moneta fiorentin. G. firma il
contratto e raggiunse Firenze. Qui giunto si premura di regalare a
Ferdinando, figlio del granduca Cosimo, la migliore lente ottica che realizza
nel suo laboratorio organizzato quando e a Padova dove, con l'aiuto dei mastri
vetrai di Murano confezionava occhialetti sempre più perfetti e in tale
quantità da esportarli, come fa con il cannocchiale mandato all'elettore di
Colonia il quale a sua volta lo prestò a Keplero che ne fa buon uso e che,
grato, conclude la sua opera Narratio de observatis a se quattuor Jovis
satellitibus erronibus, così scrivendo. “Vicisti G.” -- riconoscendo la verità
delle scoperte di G. Ferdinando ruppe la lente. G. gli regala qualcosa di meno
fragile: una calamita armata, cioè fasciata da una lamina di ferro,
opportunamente posizionata, che ne aumenta la forza d'attrazione in modo tale
che, pur pesando solo sei once, il magnete sollevava XV libbre di ferro
lavorato in forma di sepolcro. In occasione del trasferimento a Firenze lascia la
sua convivente, la veneziana Marina Gamba, conosciuta a Padova, dalla quale
aveva avuto tre figli: Virginia e Livia, mai legittimate, e Vincenzio, che
riconosce. Affida a Firenze la figlia Livia alla nonna, con la quale già
convive l'altra figlia Virginia, e lascia Vincenzio a Padova alle cure della
madre e poi, dopo la morte di questa, a Bartoluzzi. In seguito, resasi
difficile la convivenza delle due bambine con Ammannati, G. fa entrare le
figlie nel convento di San Matteo, ad Arcetri (Firenze), costringendole a
prendere i voti non appena compiuti i rituali XVI anni. Virginia assunse il
nome di suor Maria Celeste, e Livia quello di suor Arcangela, e mentre Virginia
G. si rassegna alla sua condizione e rimase in contatto epistolare con il
padre, Livia non accetta mai l'imposizione. La pubblicazione del Sidereus
Nuncius suscita apprezzamenti ma anche diverse polemiche. Oltre all'accusa di
essersi impossessato, con il cannocchiale, di una scoperta che non
gl’apparteneva, e messa in dubbio anche la realtà di quanto egli asseriva di
aver scoperto. Sia Cremonini, sia Magini, che sarebbe l'ispiratore del libello
“Brevissima peregrinatio contra Nuncium Sidereum” da Horký, pur accogliendo
l'invito di G. a guardare attraverso il telescopio che egli ha costruito, ritennero
di *non* vedere alcun supposto satellite di Giove. Solo più tardi Magini
si ricredette e con lui anche Clavius, che aveva ritenuto che i satelliti di
Giove individuati da G. sono soltanto un'”illusione” prodotta non direttamente
dal corpo di G. mai dalla lente del telescopio. Quest’obiezione e difficilmente
confutabile. Conseguente sia alla bassa qualità del sistema ottico del primo
telescopio, sia all'ipotesi che la lente potessero deformer la vision natural
all’occhio nudo. Un appoggio molto importante e dato a G. da Keplero, che, dopo
un iniziale scetticismo e una volta costruito un telescopio sufficientemente
efficiente, verifica l'esistenza effettiva dei satelliti di Giove, pubblicando
a Francoforte la “Narratio de observatis a se IV Jovis satellitibus erronibus
quos G. mathematicus florentinus jure inventionis MEDICAEA SIDERA nuncupavit”.
Poiché i gesuiti del Collegio Romano sono considerati tra le maggiori autorità
scientifiche del tempo, si reca a Roma per presentare le sue scoperte. E accolto
con tutti gl’onori da Paolo V e da Cesi, che lo iscrive nei Lincei. G. scrive a
Vinta che i gesuiti avendo finalmente conosciuta la verità dei nuovi MEDICAEA
SIDERA, ne hanno fatte da II mesi in qua continue osservazioni, le quali vanno
proseguendo; e le aviamo “riscontrate con le mie” e si rispondano giustissime.
Però, a quel tempo non sa ancora che l'entusiasmo con il quale anda diffondendo
e difendendo le proprie scoperte e teorie suscita resistenze e sospetti
precisamente in ambito ecclesiastico. Bellarmino incarica i matematici
vaticani d’approntargli una relazione sulle nuove scoperte fatte da un valente
matematico per mezo d'un istrumento chiamato cannone overo ochiale e la
congregazione del sant’uffizio precauzionalmente chiede all'inquisizione di
Padova se e mai stato aperto, in sede locale, qualche procedimento a carico di
G.. Evidentemente, la curia romana comincia già a intravedere quali conseguenze
avrebbero potuto avere questi singolari sviluppi della filosofia sulla
concezione generale del mondo e quindi, indirettamente, sui sacri principi.
Scrive il Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua, o che in quella
si muovono, nel quale appoggiandosi alla teoria di Archimede dimostra, contro
Aristotele, che i corpi galleggiano o affondano nell'acqua a seconda del loro
peso specifico non della loro forma, provocando la polemica risposta del
Discorso apologetico d'intorno al Discorso di G. di Colombe. Al Pitti, presenti
il granduca, la granduchessa Cristina e Barberini, allora suo grande ammiratore,
da una pubblica dimostrazione sperimentale dell'assunto, confutando
definitivamente Colombe. G. accenna anche alle macchie solari, che
sosteniene di aver già osservate a Padova, senza però darne notizia: scrive
ancora, l'Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti,
pubblicata a Roma dall'Accademia dei Lincei, in risposta a III lettere di
Scheiner che, indirizzate a Welser, duumviro di Augusta, mecenate delle scienze
e amico dei Gesuiti dei quali e banchiere. A parte la questione della priorità
della scoperta, Scheiner sostene erroneamente che le macchie consisteno in
sciami di astri rotanti intorno al Sole, mentre G. le considera materia fluida
appartenente alla superficie del sole e ruotante intorno ad esso proprio a
causa della rotazione stessa della stella. L'osservazione delle macchie
consentì, quindi, a G. la determinazione del periodo di rotazione del sole e la
dimostrazione che il cielo e la terra non sono II mondi radicalmente diversi,
il primo solo perfezione e immutabilità e il secondo tutto variabile e
imperfetto. Infatti, ribadì a Cesi la sua visione copernicana scrivendo come il
sole si rivolgesse «in sé stesso in un mese lunare con rivoluzione simile
all'altre de i pianeti, cioè DA PONENTE VERSO LEVANTE intorno a i poli
dell'eclittica: la quale novità dubito che voglia essere il funerale o più
tosto l'estremo e ultimo giudizio della pseudo-filosofia, essendosi già veduti
segni nelle stelle, nella luna e nel sole; e sto aspettando di veder scaturire
gran cose dal peripato del LIZIO per mantenimento della immutabilità dei cieli,
la quale non so dove potrà esser salvata e celata. Anche l'osservazione del
moto di rotazione del sole e dei pianeti e molto importante: rende meno
inverosimile la rotazione terrestre, a causa della quale la velocità di un
punto all'equatore sarebbe di circa 1700 km/h anche se la terra fosse immobile
nello spazio. La scoperta delle fasi di Venere e di Mercurio, osservate da
G., non e compatibile col modello geocentrico di Tolomeo, ma solo con quello
geo-eliocentrico di Tycho Brahe, che Galileo non prende mai in considerazione,
e con quello elio-centrico di Copernico. G., scrivendo a Giuliano de' Medici
afferma che Venere necessarissimamente si volge intorno al sole, come anche
Mercurio e tutti li altri pianeti, cosa ben creduta da tutti i pittagorici,
Copernico, Keplero e me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e in
Mercurio. Difende il modello elio-centrico e chiarì la sua concezione della
scienza in IV lettere private, note come "lettere copernicane" e
indirizzate a Castelli, II a Dini, una alla granduchessa madre Cristina di
Lorena. L'horror vacui Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento
in dettaglio: Vuoto (filosofia). Secondo la dottrina aristotelica in natura il
vuoto non esiste poiché ogni corpo terreno o celeste occupa uno spazio che fa
parte del corpo stesso. Senza corpo non c'è spazio e senza spazio non esiste
corpo. Sostiene Aristotele che "la natura rifugge il vuoto" (natura
abhorret a vacuo), e perciò lo riempie costantemente; ogni gas o liquido tenta
sempre di riempire ogni spazio, evitando di lasciarne porzioni vuote.
Un'eccezione però a questa teoria era l'esperienza per la quale si osservava
che l'acqua aspirata in un tubo non lo riempiva del tutto ma ne rimaneva
inspiegabilmente una parte che si riteneva fosse del tutto vuota e perciò
dovesse essere colmata dalla Natura; ma questo non si verifica. G. rispondendo
a una lettera inviatagli da un cittadino ligure Baliani conferma questo
fenomeno sostenendo che «la ripugnanza del vuoto da parte della Natura» può
essere vinta, ma parzialmente, e che, anzi, «lui stesso ha provato che è
impossibile far salire l’acqua per aspirazione per un dislivello superiore a 18
braccia, circa 10 metri e mezzo. Galilei quindi crede che l'horror vacui sia
limitato e non si chiede se in effetti il fenomeno fosse collegato al peso
dell'aria, come dimostrerà Evangelista Torricelli. La disputa con la
Chiesa Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Disputa tra
Galileo Galilei e la Chiesa. La denuncia del domenicano Tommaso Caccini. Il
cardinale Roberto Bellarmino. Dal pulpito di Santa Maria Novella a Firenze
Caccini lancia contro certi matematici moderni, e in particolare contro G,,
l'accusa di contraddire ARISTOTELE con le loro concezioni astronomiche ispirate
alle teorie copernicane. Giunto a Roma, Caccini denuncia G. in quanto
sostenitore del moto della terra intorno al sole. Intanto a Napoli e stato
pubblicato un saggio di Foscarini, “Sopra l'opinione de' Pittagorici e di
Copernico”, dedicata a G,, a Keplero e a tutti gli accademici dei Lincei, che
intendeva accordare ARISTOTELE con la teoria copernicana interpretandoli in
modo tale che non gli contradicano affatto. Bellarmino, già giudice nel
processo di Bruno, tuttavia afferma che sarebbe stato possibile reinterpretare
i passi del LIZIO che contraddicevano l'eliocentrismo solo in presenza di una
vera dimostrazione di esso e, non accettando le argomentazioni di G,, aggiunge
che finora non gliene era stata mostrata nessuna, e sostene che comunque, in
caso di dubbio, si dovessero preferire IL LIZIO. L'anno dopo Foscarini
verrà, per breve tempo, INCARCERATO e la sua Lettera proibita. Intanto il
Sant’uffizio stabilì di procedere all'esame delle Lettere sulle macchie solari
e G. decide di venire a Roma per difendersi personalmente, appoggiato dal
granduca Cosimo: «Viene a Roma il G. matematico» – scrive Cosimo II a Scipione
Borghese – «et viene spontaneamente per dar conto di sé di alcune imputazioni,
o più tosto calunnie, che gli sono state apposte da' suoi emuli. Il papa
ordina a Bellarmino di convocare G. e di ammonirlo di abbandonare la suddetta
opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a
un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella
dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla. Bellarmino da
comunque a G. una dichiarazione in cui venivano negate abiure ma in cui si
ribadiva la proibizione di sostenere le tesi copernicane: forse gli onori e le
cortesie ricevute malgrado tutto, fecero cadere G. nell'illusione che a lui
fosse permesso quello che ad altri e vietato. Comparvero nel cielo tre comete,
fatto che attira l'attenzione e stimolò gli studi degli astronomi di tutta
Europa. Fra essi Grassi, matematico del Collegio Romano, tenne con successo una
lezione che ha vasta eco, la Disputatio astronomica de tribus cometis anni
MDCXVIII. Con essa, sulla base di alcune osservazioni dirette e di un
procedimento logico-scolastico, egli sostene l'ipotesi che le comete fossero
corpi situati oltre al cielo della Luna e la utilizza per avvalorare il modello
di Tycho Brahe, secondo il quale la terra è posta al centro dell'universo, con
gli altri pianeti in orbita invece intorno al sole, contro l'ipotesi elio-centrica.
G. decise di replicare per difendere la validità del modello copernicano.
Rispose in modo indiretto, attraverso lo scritto Discorso delle comete di un
suo amico e discepolo, Guiducci, ma in cui la mano del maestro e probabilmente
presente. Nella sua replica Guiducci sostene erroneamente che le comete non
sono oggetti celesti, ma puri effetti ottici prodotti dalla luce solare su
vapori elevatisi dalla Terra, ma indica anche le contraddizioni del
ragionamento di Grassi e le sue erronee deduzioni dalle osservazioni delle
comete con il cannocchiale. Il gesuita rispose con uno scritto intitolato Libra
astronomica ac philosophica, firmato con lo pseudonimo anagrammatico di Lotario
Sarsi, attacca direttamente G. e il copernicanesimo. G. a questo punto
rispose direttamente. E pronto il trattato “Il Saggiatore”. Scritto in forma di
lettera, e approvato dagli accademici dei Lincei e stampato a Roma. Dopo la
morte di papa Gregorio XV, con il nome di Urbano VIII saliva al soglio
pontificio Barberini, da anni amico ed estimatore di G.. Questo convinse
erroneamente G. che risorge la speranza, quella speranza che era ormai quasi
del tutto sepolta. Siamo sul punto di assistere al ritorno del prezioso sapere
dal lungo esilio a cui era stato costretto, come scritto al nipote del papa
Francesco Barberini. G. resenta una teoria rivelatasi successivamente
erronea delle comete come apparenze dovute ai raggi solari. In effetti, la
formazione della chioma e della coda delle comete, dipendono dall'esposizione e
dalla direzione delle radiazioni solari, dunque Galilei non aveva tutti i torti
e Grassi ragione, il quale essendo avverso alla teoria copernicana, non poteva
che avere un'idea sui generis dei corpi celesti. La differenza tra le
argomentazioni di Grassi e quella di Galileo era tuttavia soprattutto di
metodo, in quanto il secondo basava i propri ragionamenti sulle esperienze.
Galileo scrisse infatti la celebre metafora secondo la quale la filosofia è
scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a
gli occhi “(io dico l'universo)” mettendosi in contrasto con Grassi che si
richiamava all'autorità dei maestri del passato e di Aristotele per
l'accertamento della verità sulle questioni naturali. Giunse a Roma per
rendere omaggio al papa e strappargli la concessione della tolleranza della
Chiesa nei confronti del sistema copernicano, ma nelle sei udienze concessegli
da Urbano VIII non ottenne da questi alcun impegno preciso in tal senso. Senza
nessuna assicurazione ma con il vago incoraggiamento che gli veniva dall'esser
stato onorato da papa Urbano – che concesse una pensione al figlio Vincenzio –
G. ritenne di poter rispondere finalmente alla Disputatio di Francesco Ingoli.
Reso formale omaggio all'ortodossia cattolica, nella sua risposta G. dovrà
confutare le argomentazioni anticopernicane dell'Ingoli senza proporre quel
modello astronomico, né rispondere alle argomentazioni del LIZIO. Nella Lettera
G. enuncia per la prima volta quello che sarà chiamato il principio della
relatività galileiana: alla comune obiezione portata dai sostenitori della
immobilità della terra, consistente nell'osservazione che i gravi cadono
perpendicolarmente sulla superficie terrestre, anziché obliquamente, come
apparentemente dovrebbe avvenire se la Terra si muovesse, G. risponde portando
l'esperienza della nave nella quale, sia essa in movimento uniforme o sia
ferma, i fenomeni di caduta o, in generale, dei moti dei corpi in essa
contenuti, si verificano esattamente nello stesso modo, perché «il moto
universale della nave, essendo comunicato all'aria ed a tutte quelle cose che
in essa vengono contenute, e non essendo contrario alla naturale inclinazione
di quelle, in loro indelebilmente si conserva».[65] Dialogo Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dialogo sopra i due
massimi sistemi del mondo. Galilei comincia il suo nuovo lavoro, un Dialogo
che, confrontando le diverse opinioni degli interlocutori, gli avrebbe
consentito di esporre le varie teorie correnti sulla cosmologia, e dunque anche
quella copernicana, senza mostrare di impegnarsi personalmente a favore di
nessuna di esse. Ragioni di salute e familiari prolungarono la stesura
dell'opera. Dovette prendersi cura della numerosa famiglia del fratello
Michelangelo, mentre il figlio Vincenzio, laureatosi in legge a Pisa si sposa
con Sestilia Bocchineri, sorella di Geri Bocchineri, uno dei segretari del duca
Ferdinando, e di Alessandra. Per esaudire il desiderio della figlia Maria
Celeste, monaca ad Arcetri, di averlo più vicino, affitta vicino al convento il
villino «Il Gioiello». Dopo non poche vicissitudini per ottenere l'imprimatur
ecclesiastico, l'opera venne pubblicata. Nel Dialogo i due massimi
sistemi messi a confronto sono quello geo-centrico e quello elio-centrico. Tre
sono i protagonisti: due sono personaggi reali, amici di Galileo, Salviati e
Sagredo, nello cui palazzo si fingono tenute la conversazione. Il terzo
protagonista è ‘Simplicio,’ un commentatore di Aristotele, oltre a
sottintendere il suo semplicismo scientifico. Simplicio è il sostenitore del
sistema geo-centrico, mentre l'opposizione elio-centrica è sostenuta da
Salviati e Sagredo. Il Dialogo ricevette molti elogi, ma si diffusero le voci
di una proibizione. Riccardi scrive ad Egidi che per ordine del Papa il “Dialogo”
non doveva più essere diffuso. Gli chiedeva di rintracciare le copie già
vendute e di sequestrarle. Il Papa adirato accusa G. di aver raggirato i
ministri che avevano autorizzato la pubblicazione. L’Inquisizione romana
sollecita quella fiorentina perché notificasse a Galileo l'ordine di comparire
a Roma entro il mese di ottobre davanti al Commissario generale del
Sant'Uffizio. Galileo, in parte perché malato, in parte perché spera che la
questione potesse aggiustarsi in qualche modo senza l'apertura del processo,
ritarda per tre mesi la partenza; di fronte alla minacciosa insistenza del
Sant'Uffizio, parte per Roma in lettiga. Il processo comincia con il
primo interrogatorio di Galileo, al quale Maculano contesta di aver ricevuto un
precetto con il quale Bellarmino gli avrebbe intimato di abbandonare la teoria
elio-centrica, di non sostenerla in nessun modo e di non insegnarla.
Nell'interrogatorio Galileo nega di aver avuto conoscenza del precetto e
sostenne di non ricordare che nella dichiarazione di Bellarmino vi fossero le
parole “quovis modo” (in qualsiasi modo) e “nec docere” (non insegnare).
Incalzato dall'inquisitore, Galileo non solo ammise di non avere detto cosa
alcuna del sodetto precetto, ma anzi arriva a sostenere che nel detto Dialogo
mostra il contrario di detta opinione del Copernico, e che le ragioni di
Copernico sono invalide e non concludenti. Concluso il primo interrogatorio,
Galileo fu trattenuto, pur sotto strettissima sorveglianza, in tre stanze del
palazzo dell'Inquisizione, con ampia e libera facoltà di passeggiare. Il giorno
successivo all'ultimo interrogatorio, nella sala capitolare del convento
domenicano di Santa Maria sopra Minerva, presente e inginocchiato G., fu emessa
la sentenza dai inquisitori generali contro l'eretica pravità, nella quale si
riassume la lunga vicenda del contrasto fra G. e il LIZIO, cominciata con lo
scritto Delle macchie solari e l'opposizione dei LIZII al modello Copernicano.
Nella sentenza si sostiene poi che il documento fosse un'effettiva ammonizione
a non difendere o insegnare la teoria copernicana. Imposta l'abiura con
cuor sincero e fede non finta e proibito il Dialogo, e condannato al carcere
formale ad arbitrio nostro e alla pena salutare della recita settimanale dei
sette salmi penitenziali per tre anni, riservandosi l'Inquisizione di moderare,
mutare o levar in tutto o parte le pene e le penitenze. Se la leggenda della
frase di G., «E pur si muove», pronunciata appena dopo l'abiura, serve a
suggerire la sua intatta convinzione della validità del modello copernicano, la
conclusione del processo segna la sconfitta del suo programma di diffusione
della filosofia, fondata sull'osservazione rigorosa dei fatti e sulla loro
verifica sperimentale – contro il LIZIO che produce esperienze come fatte e
rispondenti al suo bisogno senza averle mai né fatte né osservate – e contro i
pregiudizi del senso comune, che spesso induce a ritenere reale qualunque
apparenza: una filosofia che insegna a non aver più fiducia nell'autorità,
nella tradizione e nel senso commune e che vuole insegnare a pensare. La
sentenza di condanna prevedeva un periodo di carcere a discrezione del
Sant'Uffizio e l'obbligo di recitare per tre anni, una volta alla settimana, i
salmi penitenziali. Il rigore letterale fu mitigato nei fatti. La prigionia
consistette nel soggiorno coatto per cinque mesi presso Palazzo Niccolini, a
Trinità dei Monti e di qui, in Palazzo Piccolomini a Siena. Quanto ai salmi
penitenziali, Galileo incarica di recitarli, con il consenso della Chiesa, la
figlia Livia, suora di clausura. Piccolomini favore G., permettendogli di
incontrare personalità della città e di dibattere questioni scientifiche. A
seguito di una lettera che denunci l'operato, il Sant'Uffizio provvide,
accogliendo una stessa richiesta avanzata in precedenza da Galilei, a
confinarlo nell'isolata villa del Gioiello, che possede nella campagna di
Arcetri. Si l’intima di stare da solo, di non chiamare ne di ricevere alcuno,
per il tempo ad arbitrio di Sua Santita. Solo i familiari poaaono fargli
visita, dietro preventiva autorizzazione: anche per questo motivo gli fu
particolarmente dolorosa la morte di Livia. Poté tuttavia mantenere
corrispondenza con amici ed estimatori: a Diodati consolandosi delle sue
sventure che l'invidia e la malignità “mi hanno machinato contro” con la
considerazione che l'infamia ricade sopra i traditori e i costituiti nel più
sublime grado dell'ignoranza. Da Diodati seppe della versione in latino che
Bernegger anda facendo a Strasburgo del suo Dialogo e gli riferì di Rocco,
purissimo peripatetico, e remotissimo dall'intender nulla di filosofia che
scrive a Venezia mordacità e contumelie contro di lui. Questa, e altre lettere,
dimostrano quanto poco G. avesse rinnegato le proprie convinzioni
copernicane. Dopo il processo scrive e pubblica “Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali”,
organizzato come un dialogo che si svolge in quattro giornate fra i tre
medesimi protagonisti del precedente Dialogo dei massimi sistemi: Sagredo,
Salviati e Simplicio. Nella prima giornata si tratta della resistenza dei
materiali. La diversa resistenza deve essere legata alla struttura della
particolare materia e G., pur senza pretendere di pervenire a una spiegazione
del problema, affronta l'interpretazione atomistica di Democrito,
considerandola un'ipotesi capace di rendere conto di fenomeni fisici. In
particolare, la possibilità dell'esistenza del vuoto – prevista da Democrito –
viene ritenuta una seria ipotesi scientifica e nel vuoto – ossia nell'inesistenza
di un qualunque mezzo in grado di opporre resistenza – Galileo sostiene
giustamente che tutte le cose discendeno con eguale velocità, in opposizione
con Aristotele che ritiene l'impossibilità concettuale di un moto in un
vuoto. Dopo aver trattato della statica e della leva nella seconda
giornata, nella terza e nella quarta si occupa della dinamica, stabilendo le
leggi del moto uniforme, del moto naturalmente accelerato e del moto
uniformemente accelerato e delle oscillazioni del pendolo. Intraprende
corrispondenza con Bocchineri. La famiglia Bocchineri di Prato aveva dato una
giovane, di nome Sestilia, sorella di Alessandra, per moglie al figlio di
Galilei, Vincenzio. Quando Galilei incontra Bocchineri, questa è una
donna che si è affinata e ha coltivato la sua intelligenza, sposa di Buonamici,
un importante diplomatico che diventerà buon amico di Galilei. Bocchineri
e Galilei si scambiano numerosi inviti per incontrarsi e G. non manca di
elogiare l'intelligenza di Bocchineri dato che sì rare si trovano donne che
tanto sensatamente discorrino come ella fa. Con la cecità e l'aggravarsi delle
condizioni di salute è costretto talvolta a rifiutare gli invite NON *SOLO* per
le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età,
ma perché son ritenuto ancora in carcere, per quelle cause che benissimo son
note. L'ultima lettera mandata di
"non volontaria brevità". Ad Arcetri, assistito da Viviani e
Torricelli. «Vide / sotto l'etereo padiglion rotarsi / più mondi, e il Sole irradïarli
immoto, onde all'Anglo che tanta ala vi stese / sgombrò primo le vie del
firmamento. E tumulato nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Il Cristenesimo
mantenne la sorveglianza anche nei confronti degli allievi. Quando i seguaci
diedero vita al Cimento, esso intervenne presso il Granduca, e il Cimento e
sciolto. Convinto della correttezza della cosmologia copernicana, G. era ben
consapevole che essa fosse ritenuta in contraddizione con il testo cristiano
che sostenevano invece una concezione geocentrica dell'universo. Il
cristanesimo considera le Sacre Scritture ispirate dallo Spirito Santo, la
teoria eliocentrica poteva essere accettata, fino a prova contraria, soltanto
come semplice ipotesi (“ex supposition”) o modello matematico, senza alcuna attinenza
con la reale posizione dei corpi celesti. Proprio a questa condizione il “De
revolutionibus orbium coelestium” di Copernico non e condannato dalle autorità
ecclesiastiche e menzionato nell'Indice dei libri proibiti. Galileo si inserì
nel dibattito sul rapporto fra scienza e fede con la lettera a Castelli. Difese
il modello copernicano sostenendo che esistono *due* verità necessariamente non
in contraddizione o in conflitto fra loro. La Bibbia è certamente un testo
sacro di ispirazione divina e dello Spirito Santo, ma comunque scritto in un
preciso momento storico con lo scopo di orientare il lettore verso la
comprensione della vera religione. Per questa ragione, come già avevano
sostenuto molti esegeti tra i quali *Lutero* e Keplero, i fatti del LIZIO sono
stati necessariamente scritti in modo tale da poter essere compresi anche dagli
antichi e dalla gente comune. Occorre quindi discernere, come già sostenuto da
Agostino, il messaggio propriamente basato nella fede dalla descrizione,
storicamente connotata ed inevitabilmente narrativa e didascalica, di fatti,
episodi e personaggi. Dal che seguita, che qualunque volta alcuno,
nell'esporla, volesse fermarsi sempre nel nudo suono litterale, splicito,
potrebbe, errando esso, far apparire nelle Scritture non solo contraddizioni e
proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora. Poi che
sarebbe necessario dare a Dio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti di un
corpora quasi-umanio, come d'ira, di pentimento, d'odio ed anco tal volta la dimenticanza
delle cose passate e l'ignoranza delle future.” Lettera alla granduchessa di
Toscana. Il noto episodio biblico della richiesta di Giosuè a Dio di fermare il
Sole per prolungare il giorno era usato in ambito ecclesiastico a sostegno del
sistema geo-centrico. Galileo sostenne invece che in quel modo il giorno non si
sarebbe allungato, in quanto nel sistema
geo-centrio la rotazione diurna (giorno/notte) non dipende dal Sole, ma
dalla rotazione del Primum Mobile. La Bibbia deve essere re-interpretata e
bisogna “alterar” il “senso” delle parole, e dire che quando la Scrittura dice
che Dio ferma il Sole, voleva dire che ferma 'l primo mobile, ma che, per
accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il
nascere e 'l tramontar del Sole, lo Spirito Santo dice al contrario di quel che
avrebbe detto parlando a uomini sensati. Nel sistema elio-centrico la rotazione
del Sole sul proprio asse provoca sia la rivoluzione della Terra attorno al
Sole, sia la rotazione diurna (giorno/notte) della Terra attorno all'asse
terrestre. Quindi l'episodio biblico ci mostra manifestamente la falsità e
impossibilità del mondano sistema aristotelico e Tolemaico, e all'incontro
benissimo s'accomoda co 'l Copernicano.. Infatti se Dio avesse fermato il Sole assecondando
la richiesta di Giosuè, ne avrebbe necessariamente bloccato la rotazione
assiale (unico suo movimento previsto nel sistema copernicano), provocando di
conseguenza - secondo Galileo - l'arresto sia della (ininfluente) rivoluzione
annuale, sia della rotazione terrestre diurna prolungando quindi la durata del
giorno. A questo proposito, è interessante la critica proposta da Koestler, in
cui sostiene che Galileo sape meglio di chiunque altro che se la terra si
fermasse bruscamente, montagne, case, città, crollerebbero come un castello di
carte. Il più ignorante dei frati, senza sapere nulla del momento di inerzia,
sape benissimo quel che succedeva quando i cavalli e la carrozza frenavano di
colpo o quando una nave finiva contro gli scogli. Se si interpreta la Bibbia
secondo Tolomeo, il brusco arresto del Sole non aveva effetti fisici degni di
nota e il miracolo rimaneva credibile al pari di qualsiasi altro miracolo. In
base all'interpretazione di Galileo, Giosuè avrebbe distrutto non soltanto gli
Amorrei, ma la terra intera! Sperando di far passare queste sciocchezze penose,
Galileo rivela il suo disprezzo per gli avversari. Fece analoghe considerazioni
in lettere a Dini, le quali destarono preoccupazione negli ambienti
conservatori per le idee innovative, il carattere polemico e l'ardimento coi
quali Galilei sostene che alcuni passi della Bibbia dovessero venir
re-interpretati alla luce del sistema copernicano. Le Sacre Scritture si
occupano di Dio. La filosofia naturale, che fa indagini sulla Natura si
fondarsi su «sensate esperienze» e «necessarie dimostrazioni». La Bibbia e la
Natura non possono contraddirsi perché derivano entrambe da Dio. Di
conseguenza, in caso di discordia apparente, non sarà la scienza a dover fare
un passo indietro, bensì gli interpreti del testo sacro che dovranno cercare al
di là del “significato” splicito superficiale (explicatura). Le Sacre Scritture
sono conforme soltanto "al comun modo del volgo", ossia si adatta non
già alle competenze degli "intendenti", ma ai limiti conoscitivi
dell'uomo comune, velando così con una sorta di “allegoria” il “senso più
profondo” di un enunciato.. Se il “messaggio” “letterale” diverge da un
enunciato del filosofo naturale, non lo può mai il suo “contenuto”
"recondito" e più autentico, ricavabile dall'interpretazione delle
Sacre Scriture oltre i suoi “significato” più epidermico. Circa il rapporto tra
filosofia e la rivelazione, celebre è la sua frase: «intesi da persona
ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, l'*intenzione* dello Spirito
Santo essere d'*in-segn-arci* come si vadia al cielo, e non come vadia il
cielo», usualmente attribuita Baronio. Si noti che, applicando tale criterio,
Galileo non avrebbe potuto usare il passo biblico di Giosuè per cercare di
dimostrare un presunto accordo tra testo sacro e sistema copernicano o la
supposta contraddizione tra la Bibbia e il modello tolemaico. Deriva invece
proprio da tale criterio la teoria di Galileo secondo la quale esistono *due*
sorgenti di *conoscenza* che sono in grado di rivelare la stessa verità che
proviene da Dio. Il primo è le Sancte
Scritture, scritte dal spirito santo in termini comprensibili al
"volgo", che ha essenzialmente valore salvifico e di redenzione
dell'anima, e richiede quindi un'attenta inter-pretazione delle affermazioni
relative ai fenomeni naturali che in essa sono descritti. Il secondo è questo
grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
l'universo), scritto in simboli», che va letto (decifrato) secondo la ragione
(non la fede) e non va pos-posto alle Sancte Scriture ma, per essere *ben* o
corretamente interpretato, deve essere studiato con gli strumenti di cui Dio –
nostro genitore -- ci ha dotati: sentire, il giudicare, il discorrire. Nella
disputa filosofica di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla
autorità di luoghi delle Sancte Scritture, ma dall’esperienza sensata (a
posteriori) e dalla di-mostrazioni necessaria (dall’assiomi, a priori): perché,
procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la Natura – la fisi
dei grecchi --, quella come ‘dettatura’ (dictature – dettato ed impiegato)
dello Spirito Santo, e questa ‘dettatura’ come osservantissima esecutrice de
gli ordini di Dio, nostro genitore.” La FILOSOFIA – regina scientiarum – La
‘materia’ della filosofia la rende d'importanza primaria (metafisica come
filosofia prima, filosofia naturale come filosofia seconda. La flosofia non
pretendere di pronunciare giudizi su una verità specifica (la porta e chiusa).
Al contrario, se una certa esperienza non si accorda con un assioma, allora e
quest’assioma che deve essere ri-letti alla luce della experienza. Non vi può
essere, in definitiva, dis-accordo tra ragione ed experienza, essendo, per
definizione, entrambe vere. Ma, in caso di *apparente* contraddizione su un
fenomeno naturale, occorre modificare l'interpretazione dell’assioma per
adeguarla all’esperienza. Aristotele – con il suo geo-centrimo -- non
differe sostanzialmente da G.. IL LIZIO ammetteva la necessità di rivedere
l'interpretazione dell’esperienza. Ma nel caso del sistema elio-centrico,
Bellarmino sostenne, ragionevolmente, che non vi fossero una prova conclusive a
suo favore. Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel
centro del mondo (o nostro sistema pianetario) e la terra nel terzo cielo, e
che il sole (elio) non circonda la terra (gea), ma la terra circonda il sole,
allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che
paiono contrarie, e più tosto dire che “non l'intendiamo” – cf. Grice on
metaphor and ‘My neighbour’s three-year old is an adult”), che dire che sia
“falso” (‘You’re the cream in my coffee”, “My neighbour’s three-year old
understands Russell’s Theory of Types”) quello che si dimostra. Ma io non
crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata. L’
esperienzia di visione – osservazione -- con gli strumenti allora disponibili,
della parallasse stellare (che si sarebbe dovuta riscontrare come l’effetto
dello spostamento della Terra rispetto al cielo delle stelle fisse) costituiva
invece evidenza contraria alla teoria elio-centrica. In tale contesto,
Aristotele ammetteva quindi che si parlasse di una teoria o ipotesi o modello
elio-centrico solo “ex suppositione” (come ipotesi matematica geometrica o
aritmetica). La difesa di G. ex professo (con cognizione di causa e competenza,
di proposito e intenzionalmente) della teoria geo-centrica quale “reale”
descrizione fisica del sistema solare e delle orbite dei pianete si scontrò
quindi, inevitabilmente, con la posizione ufficiale d’Aristotele. Tale
contrapposizione sfociò nel processo a G., che si concluse con la condanna per
veemente sospetto di eresia" e l'abiura forzata delle sue concezioni
astronomiche. RiAl di là dal giudizio storico, giuridico e morale sulla
condanna a G., le questioni di carattere epistemologico filosofico e di
“ermeneutica” che furono al centro del processo sono state oggetto di
riflessione da parte di Grice. che spesso ha citato la vicenda di G. per
esemplificare, talora in termini volutamente paradossali, il suo pensiero in
merito a tali questioni. Contro Feyerabend, sostenitore di un'anarchia
epistemologica, Grice sostenne che Aristotele si attenne alla ragione più che
G., e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della
teoria elio-centrica. La sentenza aristotelica contro Galilei e razionale e
giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la
revision. Questa provocazione sarà poi ripresa da Ratzinger, dando luogo a
contestazioni da parte dell'opinione pubblica. Ma il vero scopo per cui Grice
espresso tale provocatoria affermazione e "solo mostrare la contraddizione
di coloro che approvano l’eliocentrismo di G e condannano il geo-centrismo
LIZIO, ma poi verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo sono
I LIZII ai tempi di Galileo. Nel corso dei secoli che seguirono, IL LIZIO
modifica la propria posizione nei confronti di G.. Il Sant'Uffizio concede
l'erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze.
Benedetto XIV olse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra (“e
pur si muove”) con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto
Alessandro VII con il ritiro di un dicreto. La definitiva autorizzazione
all'”in-segna-mento” del moto della terra e dell'immobilità del sole arriva con
un decreto della Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Pio
VII. Particolarmente significativo risulta il contributo di Newman, a
pochi anni dalla abilitazione dell'insegnamento dell'eliocentrismo e quando le
teorie di Newton sulla gravitazione risultavano ormai affermate e provate
sperimentalmente. Newman riassume il rapporto dell'elio-centrismo con il LIZIO.
«Quando il sistema copernicano comincia a diffondersi, quale LIZIO non sarebbe
stato tentato dall'inquietudine, o almeno dal timore dello scandalo, per
l'apparente contraddizione che esso implica con una certa autorevole
tradizione? Generalmente si accetta che la terra e immobile e che il sole,
fissato in un solido firmamento, ruota intorno alla terra. Dopo un po' di
tempo, tuttavia, e un'analisi completa, si scoprì che il LIZIO non decide quasi
niente su questioni come questa e che la scienza fisica puo muoversi in questa
sfera di pensiero quasi a piacere, senza timore di scontrarsi con l’adagio, “Master
dixit””. Newman compie della vicenda G. come conferma, e non negazione, del
LIZIO. E certamente un fatto molto significativo, considerando con quanta
ampiezza e quanto a lungo fosse stata sostenuta dai LIZII una certa
interpretazione di questa affermazione fisica geo-centrica, che il LIZIO non
l'ha formalmente riconosciuta (la teoria del geocentrismo, ndr). Guardando alla
questione da un punto di vista umano, e inevitabile che essa dovesse far
propria quell'opinione. Ma ora, accertando la nostra posizione rispetto
all’esperienza, troviamo che malgrado gli abbondanti commenti che fin
dall'inizio essa ha sempre fatto su Aristotele, com'è suo compito e suo diritto
fare, tuttavia, è sempre stata indotta a spiegare formalmente Aristotele o a
dar loro un senso di autorità che l’esperienza può mettere in discussione.
Paolo VI fece avviare la revisione del processo e con l'intento di porre una
parola definitiva riguardo a queste polemiche Giovanni Paolo II auspicò che
fosse intrapresa una ricerca interdisciplinare sui difficili rapporti di G. con
la Chiesa e istituì una Commissione per lo studio della controversia
tolemaico-copernicana nella quale il caso G. si inserisce. Il papa ammise, nel
discorso in cui annuncia l'istituzione della commissione, che"G. ha molto
a soffrire, non possiamo nasconderlo, da parte di uomini del LIZIO. Si cancella
la condanna e chiarì la sua interpretazione sulla questione teologica
scientifica galileiana riconoscendo che la condanna di G. e dovuta
all'ostinazione di entrambe le parti nel non voler considerare le rispettive
teorie come semplici ipotesi non comprovate sperimentalmente e, d'altra parte,
alla mancanza di perspicacia, ovvero di intelligenza e lungimiranza, dei
filosofi del LIZIO che lo condannarono, incapaci di riflettere sui propri
criteri di interpretazione del LIZIO e responsabili di aver inflitto molte
sofferenze a G. Come dichiara Giovanni Paolo II, come la maggior parte dei suoi
avversari LIZII, G. non fa distinzione tra quello che è l'approccio scientifico
ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che
esso generalmente richiama. È per questo che G. Rifiuta il suggerimento che gli
era stato dato di presentare come un'ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto
che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro,
un'esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu l’iniziatore. Il problema
che si posero dunque i LIZII sono quello della compatibilità dell'eliocentrismo
ed il LIZIO. Così l’esperienza, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che
essi suppongono, obbliga I LIZII ad interrogarsi sui loro criteri di
interpretazione di Aristotele. La maggior parte non seppe farlo. Il giudizio
pastorale che richiedeva la teoria copernicana e difficile da esprimere nella
misura in cui il geo-centrismo sembra far parte dell’insegnamento stesso del
LIZIO. Sarebbe stato necessario contemporaneamente vincere delle abitudini di
pensiero e inventare una pedagogia capace di illuminare il popolo. La storia
del pensiero scientifico del Medioevo e del Rinascimento, che si comincia ora a
comprendere un po' meglio, si può dividere in due periodi, o meglio, perché
l'ordine cronologico corrisponde solo molto approssimativamente a questa
divisione, si può dividere, grosso modo, in tre fasi o epoche, corrispondenti
successivamente a tre differenti correnti di pensiero: prima la fisica
aristotelica; poi la fisica dell'impetus, iniziata, come ogni altra cosa, dai
Greci ed elaborata dalla corrente dei Nominalisti; e infine la fisica
galileiana. Fra le maggiori scoperte che G. fece guidato dagli esperimenti, si
annoverano un primo approccio fisico alla relatività, poi noto come “relatività
galileiana”, la scoperta delle quattro lune principali di Giove, dette appunto
“satelliti galileiani” (Io, Europa, “Ganimede” e Callisto), il principio di
inerzia, seppur parzialmente. Compì anche studi sul moto di caduta dei
gravi e riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scoprì il problema del
"tempo minimo" nella caduta dei corpi materiali, e studia varie
traiettorie, tra cui la spirale paraboloide e la cicloide. Nell'ambito
delle sue ricerche di matematica – geometria ed aritmetica -- si avvicinò alle
proprietà dell'infinito introducendo un celebre paradosso di G.. G. incoraggiò
Cavalieri a sviluppare le idee del maestro e di altri sulla geometria con il
metodo degli indivisibili, per determinare aree e volumi: questo metodo
rappresentò una tappa fondamentale per l'elaborazione del calcolo
infinitesimale. Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano
inclinato con un peso scelto da lui stesso, e Torricelli fece sopportare
all’aria un peso che egli stesso sapeva già uguale a quello di una colonna
d’acqua conosciuta fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori
della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa
produce secondo il proprio disegno, e che essa deve costringere la natura a
rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei, per dir così,
colle redini; perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un
disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria. Galilei fu
uno dei protagonisti della fondazione del metodo scientifico espresso con
linguaggio matematico e pose l'esperimento come strumento a base dell'indagine sulle
leggi della natura, in contrasto con Aristotele e la sua analisi qualitativa
del cosmo. Hanno sin qui la maggior parte dei filosofi creduto che la
superficie della luna fosse pulita tersa e assolutissimamente sferica, e se
qualcuno disse di credere, che ella fusse aspra e muntuosa fu reputato parlare
più presto favolusamente, che filosoficamente. Ora io questa istessa lunare
asserisco il primo, non più per immaginazione, ma per sensata esperienza e
necessaria dimostrazione, che egli è di superficie piena di innumerevoli cavità
ed eminenze, tanto rilevate che di gran lunga superano le terrene montuosità.
Già nella lettera a Welser a proposito della polemica sulle macchie solari, G.
si domandava che cosa l'uomo nella sua ricerca vuole arrivare a conoscere.
«O noi vogliamo specolando tentar di penetrar l'essenza vera ed intrinseca
delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia
d'alcune loro affezioni» Ed ancora: per conoscenza intendiamo l'arrivare
a cogliere i principi primi dei fenomeni o come questi si sviluppano? «Il
tentar l'essenza, l'ho per impresa non meno impossibile e per fatica non men
vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti: e a me
pare essere egualmente ignaro della sustanza della Terra che della Luna, delle
nubi elementari che delle macchie del Sole; né veggo che nell'intender queste
sostanze vicine aviamo altro vantaggio che la copia de' particolari, ma tutti
egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando, trapassando con pochissimo o
niuno acquisto dall'uno all'altro. La ricerca dei principi primi essenziali
comporta dunque una serie infinita di domande poiché ogni risposta fa nascere
una nuova domanda: se noi ci chiedessimo quale sia la sostanza delle nuvole,
una prima risposta sarebbe che è il vapore acqueo ma poi dovremo chiederci che
cos'è questo fenomeno e dovremo rispondere che è acqua, per chiederci subito
dopo che cos'è l'acqua, rispondendo che è quel fluido che scorre nei fiumi ma
questa «notizia dell'acqua» è soltanto «più vicina e dependente da più sensi»,
più ricca di informazioni particolari diverse, ma non ci porta certo la
conoscenza della sostanza delle nuvole, della quale sappiamo esattamente quanto
prima. Ma se invece vogliamo capire le «affezioni», le caratteristiche particolari
dei corpi, potremo conoscerle sia in quei corpi che sono da noi distanti, come
le nuvole, sia in quelli più vicini, come l'acqua. Occorre dunque intendere in
modo diverso lo studio della natura. «Alcuni severi difensori di ogni minuzia
peripatetica», educati nel culto di Aristotele, credono che «il filosofare non
sia né possa esser altro che un far gran pratica sopra i testi di Aristotele»
che portano come unica prova delle loro teorie. E non volendo «mai sollevar gli
occhi da quelle carte» rifiutano di leggere «questo gran libro del mondo» (cioè
dall'osservare direttamente i fenomeni), come se «fosse scritto dalla natura
per non esser letto da altri che da il LIZIO, e che gli occhi suoi avessero a
vedere per tutta la sua posterità. Invece i discorsi nostri hanno a essere
intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta.A fondamento del
metodo scientifico quindi ci sono il rifiuto dell'essenzialismo e la decisione
di cogliere solo l'aspetto quantitativo dei fenomeni nella convinzione di poterli
tradurre tramite la misurazione in numeri così che si abbia una conoscenza di
tipo matematico, l'unica perfetta per l'uomo che la raggiunge gradatamente
tramite il ragionamento così da eguagliare lo stesso perfetto conoscere divino
che la possiede interamente e intuitivamente. Però...quanto alla verità di che
ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce
la sapienza divina. Il metodo galileiano si dovrà comporre quindi di due
aspetti principali: sensata esperienza, ovvero l'esperimento distinto dalla
comune osservazione della natura, che deve infatti seguire a un'attenta
formulazione teorica, ovvero a ipotesi (metodo ipotetico-sperimentale) che
siano in grado di guidare l'esperienza in modo che essa non fornisca risultati arbitrari.
Galileo non ottenne la legge di caduta dei gravi dalla mera osservazione,
altrimenti ne avrebbe dedotto che un corpo cade più rapidamente tanto più è
pesante (un sasso nell'aria arriva prima a terra di una piuma per via
dell'attrito). Studiò invece il moto dei corpi in caduta controllandolo con un
piano inclinato, costruendo cioè un esperimento che gli permettesse di ottenere
risultati più precisi. Anche l'esperimento mentale può essere un utile
strumento di dimostrazione e permise a Galileo di confutare le dottrine
aristoteliche sul moto. necessaria dimostrazione, ovvero un'analisi matematica
e rigorosa dei risultati dell'esperienza, che sia in grado di trarre da questa
risultati universali e ogni conseguenza in modo necessario e non opinabile espressi
dalla legge scientifica. In questo modo Galileo concluse che tutti i corpi nel
vuoto precipitano con una velocità proporzionale al tempo di caduta, anche se
chiaramente non aveva effettuato esperimenti considerando tutti i possibili
corpi con differenti forme e materiali. La dimostrazione va ulteriormente
verificata, con ulteriori esperienze, ovvero il cosiddetto cimento che è
l'esperimento concreto con cui va sempre verificato l'esito di ogni
formulazione teorica. Sintetizzando la natura del metodo galileiano, Mondolfo
infine aggiunge che: «Il vincolo stabilito da G. tra osservazione e
dimostrazione le esperienze fatte mediante i sensi e le dimostrazioni
logico-matematiche della loro necessità – e un vincolo reciproco, non
unilaterale: né le esperienze sensibili dell’ osservazione potevano valere
scientificamente senza la relativa dimostrazione della loro necessità, né la
dimostrazione logica e matematica poteva raggiungere la sua "assoluta
certezza oggettiva" come quella della natura senza appoggiarsi all’
esperienza nel suo punto di partenza e senza trovare la sua conferma in essa
nel suo punto d’ arrivo. È questa l'originalità del metodo galileiano: avere
collegato esperienza e ragione, induzione e deduzione, osservazione esatta dei
fenomeni e elaborazione di ipotesi e questo, non astrattamente ma, con lo
studio di fenomeni reali e con l'uso di appositi strumenti tecnici. La
terminologia scientifica in Galilei Fondamentale è stato il contributo di G. al
linguaggio scientifico, sia in campo matematico, sia, in particolare, nel campo
della fisica. Ancora oggi in questa disciplina molto del linguaggio settoriale
in uso deriva da specifiche scelte dello scienziato pisano. In particolare,
negli scritti di Galileo molte parole sono tratte dal linguaggio comune e
vengono sottoposte ad una "tecnificazione", cioè l'attribuzione ad
esse di un significato specifico e nuovo (una forma, quindi, di neologismo
semantico). È il caso di "forza" (seppur non in senso newtoniano),
"velocità", "momento", "impeto",
"fulcro", "molla" (intendendo lo strumento meccanico ma
anche la "forza elastica"), "strofinamento",
"terminatore", "nastro". Un esempio del modo in cui Galileo
nomina gli oggetti geometrici è in un brano dei Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze: «Voglio che ci immaginiamo esser
levato via l'emisferio, lasciando però il cono e quello che rimarrà del
cilindro, il quale, dalla figura che riterrà simile a una scodella, chiameremo
pure scodella. Come si vede, nel testo ad una terminologia specialistica
("emisferio", "cono", "cilindro") si accompagna
l'uso di un termine che denota un oggetto della vita quotidiana, cioè
"scodella". Galilei è ricordato nella storia anche per le sue
riflessioni sui fondamenti e sugli strumenti dell'analisi scientifica della
natura. Celebre la sua metafora riportata nel Saggiatore, dove la matematica
viene definita come il linguaggio (o la semiotica, o i ‘signi’ – il segno -- in
cui è scritto libro della natura: La filosofia è scritta in questo
grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la
lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua
matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche,
senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi
è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. In questo brano Galilei mette
in collegamento le parole "matematica", "filosofia" e
"universo", dando così inizio a una lunga disputa fra i filosofi
della scienza in merito a come egli concepisse e mettesse in relazione fra loro
questi termini. Ad esempio, quello che qui Galileo chiama "universo"
si dovrebbe intendere, modernamente, come "realtà fisica" o
"mondo fisico" in quanto Galileo si riferisce al mondo materiale
conoscibile matematicamente. Quindi non solo alla globalità dell'universo
inteso come insieme delle galassie, ma anche di qualsiasi sua parte o
sottoinsieme inanimato. Il termine "natura" includerebbe invece anche
il mondo biologico, escluso dall'indagine galileiana della realtà fisica.
Per quanto riguarda l'universo propriamente detto, Galilei, seppur
nell'indecisione, sembra propendere per la tesi che sia infinito:
«Grandissima mi par l’inezia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto
l’universo più proporzionato alla piccola capacità del loro discorso che
all’immensa, anzi infinita, sua potenza» Egli non prende una posizione
netta sulla questione della finitezza o infinità dell'universo; tuttavia, come
sostiene Rossi, «c'è una sola ragione che lo inclina verso la tesi
dell'infinità: è più facile riferire l'incomprensibilità all'incomprensibile
infinito che al finito che non è comprensibile». Ma Galilei non prende mai
esplicitamente in considerazione, forse per prudenza, la dottrina di Giordano
Bruno di un universo illimitato e infinito, senza un centro e costituito di
infiniti mondi tra i quali Terra e Sole che non hanno alcuna preminenza
cosmogonica. Lo scienziato pisano non partecipa al dibattito sulla finitezza o
infinità dell'universo e afferma che a suo parere la questione è insolubile. Se
appare propendere per l'ipotesi della infinitezza lo fa con motivazioni
filosofiche in quanto, sostiene, l'infinito è oggetto di incomprensibilità
mentre ciò che è finito rientra nei limiti del comprensibile. Il rapporto fra
la matematica di Galileo e la sua filosofia della natura, il ruolo della
deduzione rispetto all'induzione nelle sue ricerche, sono stati riportati da
molti filosofi al confronto fra aristotelici e platonici, al recupero
dell'antica tradizione greca con la concezione archimedea o anche all'inizio
dello sviluppo nel XVII secolo del metodo sperimentale. La questione è
stata così ben espressa dal filosofo medievalista Moody. Quali sono i
fondamenti filosofici della fisica di Galileo e quindi della scienza moderna in
genere? Galileo è sostanzialmente un platonico, un aristotelico o nessuno dei
due? Si limitò, come sostiene Duhem, a rilevare e perfezionare una scienza meccanica
che aveva avuto origine nel Medioevo cristiano e i cui principi fondamentali
erano stati scoperti e formulati da Buridano, da Nicola Oresme e dagli altri
esponenti della cosiddetta "fisica dell’ impetus" del XIV secolo?
Oppure, come sostengono Cassirer e Koyré, voltò le spalle a questa tradizione
dopo averla brevemente processata nella sua dinamica pisana e ripartì
ispirandosi ad Archimede e Platone? Le controversie più recenti su Galileo sono
consistite in larga misura in un dibattito circa il valore fondamentale e l’
influsso storico che su di lui avevano esercitato le tradizioni filosofiche,
platoniche e aristoteliche, scolastiche e antiscolastiche. Galileo viveva in
un'epoca in cui le idee del platonismo si erano diffuse nuovamente in tutta Europa
e in Italia e probabilmente anche per questa ragione i simboli della matematica
vengono da lui identificati con entità geometriche e non con numeri. L'uso
dell'algebra derivato dal mondo arabo nel dimostrare relazioni geometriche era
invece ancora insufficientemente sviluppato ed è solo con Leibniz e Isaac
Newton che il calcolo differenziale divenne la base dello studio della
meccanica classica. Galileo infatti nel mostrare la legge di caduta dei gravi
si servì di relazioni e similitudini geometriche. Da una parte, per
alcuni filosofi come Alexandre Koyré, Ernst Cassirer, Edwin Arthur Burtt
(1892–1989), la sperimentazione fu certamente importante negli studi di Galileo
e giocò anche un ruolo positivo nello sviluppo della scienza moderna. La
sperimentazione stessa, come studio sistematico della natura, richiede un
linguaggio con cui formulare domande e interpretare le risposte ottenute. La
ricerca di questo linguaggio era un problema che aveva interessato i filosofi
sin dai tempi di Platone e Aristotele, in particolare rispetto al ruolo non
banale della matematica nello studio delle scienze della natura. Galilei si
affida a esatte e perfette figure geometriche che però non possono mai essere
riscontrate nel mondo reale, se non al massimo come rozza approssimazione.
Oggi la matematica nella fisica moderna è utilizzata per costruire modelli del
mondo reale, ma ai tempi di Galileo questo tipo di approccio non era affatto
scontato. Secondo Koyré, per Galileo il linguaggio della matematica gli
permette di formulare domande a priori prima ancora di confrontarsi con
l'esperienza, e così facendo orienta la stessa ricerca delle caratteristiche
della natura attraverso gli esperimenti. Da questo punto di vista, Galileo
seguirebbe quindi la tradizione platonica e pitagorica, dove la teoria
matematica precede l'esperienza e non si applica al mondo sensibile ma ne
esprime la sua intima natura. La visione aristotelica Altri studiosi di
Galilei, come Stillman Drake, Pierre Duhem, John Herman Randall Jr., hanno
invece sottolineato la novità del pensiero di Galileo rispetto alla filosofia
platonica classica. Nella metafora del Saggiatore la matematica è un linguaggio
e non è direttamente definita né come l'universo né come la filosofia, ma è
piuttosto uno strumento per analizzare il mondo sensibile che era invece visto
dai platonici come illusorio. Il linguaggio sarebbe il fulcro della metafora di
Galileo, ma l'universo stesso è il vero obbiettivo delle sue ricerche. In
questo modo secondo Drake, Galileo si allontanerebbe definitivamente dalla
concezione e dalla filosofia platonica per accostarsi invece alla filosofia
aristotelica per cui ogni realtà deve avere in sé stessa le leggi del proprio
costituirsi. La sintesi tra platonismo e aristotelismo Secondo Eugenio Garin
Galileo invece, con il suo metodo sperimentale, vuole identificare nel fatto
osservato "aristotelicamente" una necessità intrinseca, espressa
matematicamente, dovuta al suo legame con la causa divina "platonica"
che lo produce facendolo "vivere". Alla radice di gran parte della
nuova scienza, da Leonardo a Galileo, accanto al desiderio tutto rinascimentale
di non lasciare intentata via alcuna, è viva la certezza che il sapere ha
aperta innanzi a sé la possibilità di una salda cognizione. Se noi
ripercorriamo la Teologia platonica, vi troviamo al centro questa tesi,
largamente e minutamente discussa nel libro secondo: alla mente di Dio sono
presenti tutte le essenze; la divina volontà, che poteva non creare, ha
manifestato la sua generosità col dare concreta e mondana realizzazione alle
eterne idee facendole vivere. La fecondità del concetto di creazione si rivela
nel dono della vita che Dio ha dato, e poteva non dare. Ma la volontà non tocca
quel mondo razionale che costituisce l'eterna ragione divina, il verbo divino,
cui dunque si conforma e si adegua questo mondo il quale, platonicamente,
rispecchia l'ideale razionalità per il tramite dell'intermediario matematico:
"numero, pondere et mensura". La mente umana, raggio del Verbo
divino, è nelle sue radici impiantata essa pure in Dio; è in Dio partecipe in
qualche modo dell'assoluta certezza. La scienza nasce così per il
corrispondersi di questa struttura razionale del mondo, impiantata nell'eterna
sapienza divina, e della mente umana partecipe di questa luce divina di ragione.
Studi sul moto La descrizione quantitativa del movimento Rappresentazione
dell'evoluzione moderna dei diagrammi utilizzati da Galileo nello studio del
moto. Ad ogni punto di una linea corrisponde un tempo e una velocità (segmento
giallo che termina con un punto blu). L'area gialla della figura così ottenuta
corrisponde quindi allo spazio totale percorso nell'intervallo di tempo
(t2-t1). Dilthey vede Keplero e Galilei come le massime espressioni nel loro
tempo di "pensieri calcolatori" che si disponevano a risolvere,
tramite lo studio delle leggi del movimento, le esigenze della moderna società
borghese: «Il lavoro degli opifici urbani, i problemi sorti
dall’invenzione della polvere da sparo e dalla tecnica delle fortificazioni, i bisogni
della navigazione relativamente ad apertura di canali, a costruzione e
armamento di navi, avevano fatto della meccanica la scienza preferita del
tempo. Specialmente in Italia, nei Paesi Bassi e in Inghilterra, questi bisogni
erano assai vivaci, e provocarono la ripresa e continuazione degli studi di
statica degli antichi e le prime ricerche nel nuovo campo della dinamica,
specialmente per opera di Leonardo, del Benedetti e dell'Ubaldi. Galilei fu
infatti uno dei protagonisti del superamento della descrizione aristotelica
della natura del moto. Già nel medioevo alcuni autori, come Giovanni Filopono
nel VI secolo, avevano osservato contraddizioni nelle leggi aristoteliche, ma
fu Galileo a proporre una valida alternativa basata su osservazioni
sperimentali. Diversamente da Aristotele, per il quale esistono due moti
"naturali", cioè spontanei, dipendenti dalla sostanza dei corpi, uno
diretto verso il basso, tipico dei corpi di terra e d'acqua, e uno verso
l'alto, tipico dei corpi d'aria e di fuoco, per Galileo qualunque corpo tende a
cadere verso il basso nella direzione del centro della Terra. Se vi sono corpi
che salgono verso l'alto è perché il mezzo nel quale si trovano, avendo una
densità maggiore, li spinge in alto, secondo il noto principio già espresso da
Archimede: la legge sulla caduta dei gravi di Galileo, prescindendo dal mezzo,
è pertanto valida per tutti i corpi, qualunque sia la loro natura. Per
raggiungere questo risultato, uno dei primi problemi che Galileo e i suoi
contemporanei dovettero risolvere fu quello di trovare gli strumenti adatti a
descrivere quantitativamente il moto. Ricorrendo alla matematica, il problema
era quello di capire come trattare eventi dinamici, come la caduta dei corpi,
con figure geometriche o numeri che in quanto tali sono assolutamente statici e
sono privi di alcun moto. Per superare la fisica aristotelica, che considerava
il moto in termini qualitativi e non matematici, come allontanamento e
successivo ritorno al luogo naturale, bisognava dunque prima sviluppare gli
strumenti della geometria e in particolare del calcolo differenziale, come
fecero successivamente fra gli altri Newton, Leibniz e Cartesio. Galileo riuscì
a risolvere il problema nello studio del moto dei corpi accelerati disegnando
una linea ed associando ad ogni punto un tempo e un segmento ortogonale
proporzionale alla velocità. In questo modo costruì il prototipo del diagramma
velocità-tempo e lo spazio percorso da un corpo è semplicemente uguale all'area
della figura geometrica costruita. I suoi studi e le sue ricerche sul moto dei
corpi aprirono inoltre la via alla moderna balistica. Sulla base degli studi
sul moto, di esperimenti mentali e delle osservazioni astronomiche, Galileo
intuì che è possibile descrivere sia gli eventi che accadono sulla Terra che
quelli celesti con un unico insieme di leggi. Superò quindi in questo modo
anche la divisione fra mondo sublunare e sovralunare della tradizione
aristotelica (per la quale il secondo è governato da leggi diverse da quelle
terrestri e da moti circolari perfettamente sferici, ritenuti impossibili nel
mondo sublunare). Il principio d'inerzia e il moto circolare Sfera sul
piano inclinato Studiando il piano inclinato, Galilei si occupò dell'origine
del moto dei corpi e del ruolo degli attriti; scoprì un fenomeno che è
conseguenza diretta della conservazione dell'energia meccanica e porta a
considerare l'esistenza del moto inerziale (che avviene senza l'applicazione di
una forza esterna). Ebbe così l'intuizione del principio di inerzia, poi
inserito da Isaac Newton nei principi della dinamica: un corpo, in assenza
d'attrito, permane in moto rettilineo uniforme (in quiete se v=0) fino a quando
forze esterne agiscono su di esso. Il concetto di energia non era invece
presente nella fisica del Seicento e solo con lo sviluppo, oltre un secolo più
tardi, della meccanica classica si arriverà ad una precisa formulazione di tale
concetto. Galileo pose due piani inclinati dello stesso angolo di base θ,
uno di fronte all'altro, ad una distanza arbitraria x. Facendo scendere una
sfera da un'altezza h1 per un tratto l1 di quello a SN notò che la sfera,
arrivata sul piano orizzontale tra i due piani inclinati, continua il suo moto
rettilineo fino alla base del piano inclinato di DX. A quel punto, in assenza
d'attrito, la sfera risale il piano inclinato di DX per un tratto l2 = l1 e si
ferma alla stessa altezza (h2 = h1) di partenza. In termini attuali, la
conservazione dell'energia meccanica impone che l'iniziale energia potenziale
Ep = mgh1 della sfera si trasformi - man mano che la sfera discende il primo
piano inclinato (SN) - in energia cinetica Ec = (1/2) mv2 sino alla sua base,
dove vale mgh1 = (1/2) mvmax2. La sfera si muove quindi sul piano orizzontale
coprendo la distanza x tra i piani inclinati con velocità costante vmax, fino alla
base del secondo piano inclinato (DX). Risale poi il piano inclinato di DX,
perdendo progressivamente energia cinetica che si trasforma nuovamente in
energia potenziale, fino a un valore massimo uguale a quello iniziale (Ep =
mgh2 = mgh1), al quale corrisponde velocità finale nulla (v2 = 0).
Rappresentazione dell'esperimento di Galileo sul principio d'inerzia. Si
immagini ora di diminuire l'angolo θ2 del piano inclinato di DX (θ2 < θ1),e
di ripetere l'esperimento. Per riuscire a risalire - come impone il principio
di conservazione dell'energia - alla medesima quota h2 di prima, la sfera dovrà
ora percorrere un tratto l2 più lungo sul piano inclinato di DX. Se si riduce
progressivamente l'angolo θ2, si vedrà che ogni volta aumenta la lunghezza l2
del tratto percorso dalla sfera, per risalire all'altezza h2. Se si porta
infine l'angolo θ2 ad essere nullo (θ2 = 0°), si è di fatto eliminato il piano
inclinato di DX. Facendo ora scendere la sfera dall'altezza h1 del piano
inclinato di SN, essa continuerà a muoversi indefinitamente sul piano
orizzontale con velocità vmax (principio d'inerzia) in quanto, per l'assenza
del piano inclinato di DX, non potrà mai risalire all'altezza h2 (come
prevederebbe il principio di conservazione dell'energia meccanica). Si
immagini infine di spianare montagne, riempire valli e costruire ponti, in modo
da realizzare un percorso rettilineo assolutamente piano, uniforme e senza
attriti. Una volta iniziato il moto inerziale della sfera che scende da un
piano inclinato con velocità costante vmax, questa continuerà a muoversi lungo
tale percorso rettilineo fino a fare il giro completo della Terra, e
ricominciare quindi indisturbata il proprio cammino. Ecco realizzato un
(ideale) moto inerziale perpetuo, che avviene lungo un'orbita circolare,
coincidente con la circonferenza terrestre. Partendo da questo
"esperimento ideale", Galileo sembrerebbe erroneamente ritenere che
tutti i moti inerziali debbano essere moti circolari. Probabilmente per questo
motivo considerò, per i moti planetari da lui (arbitrariamente) ritenuti
inerziali, sempre e solo orbite circolari, rifiutando invece le orbite
ellittiche dimostrate da Keplero. Dunque, ad essere rigorosi, non pare essere
corretto quanto afferma Newton nei "Principia" - fuorviando così
innumerevoli studiosi - e cioè che Galilei avrebbe anticipato i suoi primi due
principi della dinamica. Misura dell'accelerazione di gravità
File:Isocronismo.webm Spiegazione del funzionamento dell'isocronismo nella
caduta dei gravi lungo una spirale su un paraboloide. Galileo riuscì a
determinare il valore che egli credeva costante dell'accelerazione di gravità g
alla superficie terrestre, cioè della grandezza che regola il moto dei corpi
che cadono verso il centro della Terra, studiando la caduta di sfere ben levigate
lungo un piano inclinato, anch'esso ben levigato. Poiché il moto della sfera
dipende dall'angolo di inclinazione del piano, con semplici misure ad angoli
differenti riuscì a ottenere un valore di g solamente di poco inferiore a
quello esatto per Padova (g = 9,8065855 m/s²), nonostante gli errori
sistematici, dovuti all'attrito che non poteva essere completamente
eliminato. Detta a l'accelerazione della sfera lungo il piano inclinato,
la sua relazione con g risulta essere a = g sin θ per cui, dalla misura
sperimentale di a, si risale al valore dell'accelerazione di gravità g. Il
piano inclinato permette di ridurre a piacimento il valore dell'accelerazione
(a < g), facilitandone la misura. Ad esempio, se θ = 6°, allora sin θ =
0,104528 e quindi a = 1,025 m/s². Tale valore è meglio determinabile, con una
strumentazione rudimentale, rispetto a quello dell'accelerazione di gravità (g
= 9,81 m/s²) misurato direttamente con la caduta verticale di un oggetto
pesante. Misura della velocità della luce Guidato dalla similitudine con il
suono, Galileo fu il primo a tentare di misurare la velocità della luce. La sua
idea fu quella di portarsi su una collina con una lanterna coperta da un drappo
e quindi toglierlo lanciando così un segnale luminoso ad un assistente posto su
un'altra collina ad un chilometro e mezzo di distanza: questi non appena avesse
visto il segnale, avrebbe quindi alzato a sua volta il drappo della sua
lanterna e Galileo vedendo la luce avrebbe potuto registrare l'intervallo di
tempo impiegato dal segnale luminoso per giungere all'altra collina e tornare
indietro.Una misura precisa di questo tempo avrebbe consentito di misurare la
velocità della luce ma il tentativo fu infruttuoso data l'impossibilità per
Galilei di avere uno strumento così avanzato che potesse misurare i
centomillesimi di secondo che la luce impiega per percorrere una distanza di
pochi chilometri. La prima stima della velocità della luce fu opera, nel
1676, dell'astronomo danese Rømer basata su misure astronomiche. Apparati sperimentali
e di misura Termometro di Galileo, in un'elaborazione successiva. Gli
apparati sperimentali furono fondamentali nello sviluppo delle teorie
scientifiche di Galileo, che costruì diversi strumenti di misura originalmente
o rielaborandoli sulla base di idee preesistenti. In ambito astronomico costruì
da sé alcuni esemplari di cannocchiale, provvisti di micrometro per misurare
quanto distasse una luna dal suo pianeta. Per studiare le macchie solari,
proiettò con l'elioscopio l'immagine del Sole su un foglio di carta per poterla
osservare in sicurezza senza danni alla vista. Ideò anche il giovilabio, simile
all'astrolabio, per determinare la longitudine usando le eclissi dei satelliti
di Giove. Per studiare il moto dei corpi si servì invece del piano inclinato
con il pendolo per misurare intervalli temporali. Riprese anche un rudimentale
modello di termometro, basato sulla dilatazione dell'aria al variare della
temperatura. Il pendolo Schema di un pendolo Galileo scoprì nel 1583
l'isocronismo delle piccole oscillazioni di un pendolo; secondo la leggenda
l'idea gli sarebbe venuta mentre osservava le oscillazioni di una lampada
allora sospesa nella navata centrale del Duomo di Pisa, oggi custodita nel
vicino Camposanto Monumentale, nella Cappella Aulla. Questo strumento è
semplicemente composto da un grave, come una sfera metallica, legato ad un filo
sottile e inestensibile. Galileo osservò che il tempo di oscillazione di un
pendolo è indipendente dalla massa del grave e anche dall'ampiezza
dell'oscillazione, se questa è piccola. Scoprì anche che il periodo di
oscillazione {\displaystyle T}T dipende solo dalla lunghezza del filo
{\displaystyle l}l:[135] {\displaystyle T=2\pi {\sqrt {\frac
{l}{g}}}}T=2\pi {\sqrt {\frac {l}{g}}} dove {\displaystyle g}g è
l'accelerazione di gravità. Se ad esempio il pendolo ha {\displaystyle
l=1m}{\displaystyle l=1m}, l'oscillazione che porta il grave da un estremo
all'altro e poi di nuovo indietro ha un periodo {\displaystyle
T=2,0064s}{\displaystyle T=2,0064s} (avendo assunto per {\displaystyle g}g il
valore medio {\displaystyle 9,80665}{\displaystyle 9,80665}). Galileo sfruttò
questa proprietà del pendolo per usarlo come strumento di misura di intervalli
temporali. La bilancia idrostatica Galileo nel 1586, all'età di 22 anni quando
era ancora in attesa dell'incarico universitario a Pisa, perfezionò la bilancia
idrostatica di Archimede e descrisse il suo dispositivo nella sua prima opera
in volgare, La Bilancetta, che circolò manoscritta, ma fu stampata
postuma «Per fabricar dunque la bilancia, piglisi un regolo lungo almeno
due braccia, e quanto più sarà lungo più sarà esatto l'istrumento; e dividasi
nel mezo, dove si ponga il perpendicolo [il fulcro]; poi si aggiustino le
braccia che stiano nell'equilibrio, con l'assottigliare quello che pesasse di
più; e sopra l'uno delle braccia si notino i termini dove ritornano i
contrapesi de i metalli semplici quando saranno pesati nell'acqua, avvertendo
di pesare i metalli più puri che si trovino. Viene anche descritto come si ottiene
il peso specifico PS di un corpo rispetto all'acqua: {\displaystyle
P_{S}={\frac {\operatorname {peso\;in\;aria} }{\operatorname {peso\;in\;aria}
-\operatorname {peso\;in\;acqua} }}}{\displaystyle P_{S}={\frac {\operatorname
{peso\;in\;aria} }{\operatorname {peso\;in\;aria} -\operatorname
{peso\;in\;acqua} }}}. Ne La Bilancetta si trovano poi due tavole che riportano
trentanove pesi specifici di metalli preziosi e genuini, determinati
sperimentalmente da Galileo con precisione confrontabile con i valori moderni.
Il compasso proporzionale Una descrizione dell'uso del compasso
proporzionale fornita da Galileo Galilei. Il compasso proporzionale era uno
strumento utilizzato fin dal medioevo per eseguire operazioni anche algebriche
per via geometrica, perfezionato da Galileo ed in grado di estrarre la radice
quadrata, costruire poligoni e calcolare aree e volumi. Fu utilizzato con
successo in campo militare dagli artiglieri per calcolare le traiettorie dei
proiettili. Galilei e l'arte Letteratura Gli interessi letterari di Galilei
Durante il periodo pisano Galileo non si limitò alle sole occupazioni
scientifiche: risalgono infatti a questi anni le sue Considerazioni sul Tasso
che avranno un seguito con le Postille all'Ariosto. Si tratta di note sparse su
fogli e annotazioni a margine nelle pagine dei suoi volumi della Gerusalemme
liberata e dell'Orlando furioso dove, mentre rimprovera al Tasso «la scarsezza
della fantasia e la monotonia lenta dell'immagine e del verso, ciò che ama
nell'Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle
situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l'equilibrio armonico di questo,
la coerenza dell'immagine l'unità organica – pur nella varietà – del fantasma
poetico. Galilei scrittore. D'altro più non si cura fuorché d'essere
inteso» (Giuseppe Parini) «Uno stile tutto cose e tutto pensiero, scevro
di ogni pretensione e di ogni maniera, in quella forma diretta e propria in che
è l'ultima perfezione della prosa.» (Francesco De Sanctis, Storia della
Letteratura Italiana) Dal punto di vista letterario, Il Saggiatore è
considerata l'opera in cui si fondono maggiormente il suo amore per la scienza,
per la verità e la sua arguzia di polemista. Tuttavia, anche nel Dialogo sopra
i due massimi sistemi del mondo si apprezzano pagine di notevole livello per
qualità della scrittura, vivacità della lingua, ricchezza narrativa e
descrittiva. Infine Italo Calvino affermò che, a suo parere, Galilei è stato il
maggior scrittore di prosa in lingua italiana, fonte di ispirazione persino per
Leopardi. L'uso della lingua volgare L'uso del volgare servì a Galileo per un
duplice scopo. Da una parte era finalizzato all'intento divulgativo dell'opera:
Galileo intendeva rivolgersi non solo ai dotti e agli intellettuali ma anche a
classi meno colte, come i tecnici che non conoscevano il latino ma che potevano
comunque comprendere le sue teorie. Dall'altro si contrappone al latino della
Chiesa e delle diverse Accademie che si basavano sul principio di auctoritas,
rispettivamente biblico ed aristotelico. Si viene a delineare una rottura con
la tradizione precedente anche per quanto riguarda la terminologia: Galileo, a
differenza dei suoi predecessori, non trae spunti dal latino o dal greco per
coniare nuovi termini ma li riprende, modificandone l'accezione, dalla lingua
volgare. Galileo, inoltre, dimostrò atteggiamenti diversi nei confronti delle
terminologie esistenti: terminologia meccanica: cauto accoglimento;
terminologia astronomica: non respinge i vocaboli che l'uso abbia già accolto o
tenda ad accogliere. Li utilizza, però, come strumenti, insistendo sul loro
valore convenzionale ("le parole o imposizioni di nomi servono alla
verità, ma non si devono sostituire a essa). Lo scienziato poi segnala gli
errori che nascono quando il nome travisa la realtà fisica o che nascono dalla
suggestione esercitata dagli usi comuni di un vocabolo sul significato figurato
assunto come termine scientifico; per evitare questi errori, egli fissa
esattamente il significato dei singoli vocaboli: sono preceduti o seguiti da
una descrizione; terminologia peripapetica: rifiuto totale che si manifesta con
la sua messa in ridicolo, servendosene come puri suoni in un gioco di
alternanze e rime. Arti figurative «L'Accademia e Compagnia dell'Arte del
Disegno fu fondata da Cosimo I de' Medici nel 1563, su suggerimento di Giorgio
Vasari, con l'intento di rinnovare e favorire lo sviluppo della prima
corporazione di artisti costituitasi dall'antica compagnia di San Luca.
Annoverò tra i primi accademici personalità come Buonarroti, Bartolomeo
Ammannati, Agnolo Bronzino, Francesco da Sangallo. Per secoli l'Accademia
rappresentò il più naturale e prestigioso centro di aggregazione per gli
artisti operanti a Firenze e, al tempo stesso, favorì il rapporto fra scienza e
arte. Essa prevedeva l'insegnamento della geometria euclidea e della matematica
e pubbliche dissezioni dovevano preparare al disegno. Anche uno scienziato come
Galileo Galilei fu nominato membro dell'Accademia fiorentina delle Arti del
Disegno. Galileo, infatti, prese pure parte alle complesse vicende riguardanti
le arti figurative del suo periodo, soprattutto la ritrattistica, approfondendo
la prospettiva manieristica ed entrando in contatto con illustri artisti
dell'epoca (come il Cigoli), nonché influenzando in modo consistente, con le
sue scoperte astronomiche, la corrente naturalistica. Superiorità della pittura
sulla scultura Per Galileo nell'arte figurativa, come nella poesia e nella
musica, vale l'emozione che si riesce a trasmettere, a prescindere da una
descrizione analitica della realtà. Ritiene inoltre che tanto più dissimili
sono i mezzi usati per rendere un soggetto dal soggetto stesso, tanto maggiore
l'abilità dell'artista. Perciocché quanto più i mezzi, co' quali si imita, son
lontani dalle cose da imitarsi, tanto più l'imitazione è maravigliosa.”
Ludovico Cardi, detto il Cigoli, fiorentino, fu pittore al tempo di Galileo; ad
un certo punto della sua vita, per difendere il suo operato, chiese aiuto al
suo amico Galileo: doveva, infatti, difendersi dagli attacchi di quanti
ritenevano la scultura superiore alla pittura, in quanto ha il dono della
tridimensionalità, a discapito della pittura semplicemente bidimensionale.
Galileo rispose con una lettera. Egli fornisce una distinzione tra valori
ottici e tattili, che diventa anche giudizio di valore sulle tecniche scultoree
e pittoriche: la statua, con le sue tre dimensioni, inganna il senso del tatto,
mentre la pittura, in due dimensioni, inganna il senso della vista. Galilei
attribuisce quindi al pittore una maggiore capacità espressiva che non allo
scultore poiché il primo, tramite la vista, è in grado di produrre emozioni
meglio di quanto faccia il secondo mediante il tatto. “A quello poi che
dicono gli scultori, che la natura fa gli uomini di scultura e non di pittura,
rispondo che ella gli fa non meno dipinti che scolpiti, perché ella gli scolpe
e gli colora.” Il padre di Galileo era un musicista (liutista e compositore) e
teorico musicale molto noto ai suoi tempi. Galileo fornì un contributo
fondamentale alla comprensione dei fenomeni acustici, studiando in modo
scientifico l'importanza dei fenomeni oscillatori nella produzione della
musica. Scoprì anche la relazione che intercorre fra la lunghezza di una corda
in vibrazione e la frequenza del suono emessa. Nella lettera a Lodovico Cardi,
Galileo scrive: «Non ammireremmo noi un musico, il quale cantando e
rappresentandoci le querele e le passioni d'un amante ci muovesse a
compassionarlo, molto più che se piangendo ciò facesse?... E molto più lo
ammireremmo, se tacendo, col solo strumento, con crudezze et accenti patetici
musicali, ciò facesse...» (Opere XI) mettendo sullo stesso piano la
musica vocale e quella strumentale, dato che nell'arte sono importanti solo le
emozioni che si riescono a trasmettere. Dediche Banconota da 2.000 lire
con la raffigurazione di Galileo 2 euro commemorativi italiani per il
450º anniversario della nascita di Galileo Galilei A Galileo sono stati
dedicati innumerevoli tipi di oggetti ed enti, naturali o creati dall'uomo:
la Galileo Regio, una regione della superficie del satellite Ganimede;
l'asteroide 697 Galilea; una sonda spaziale, la Galileo; un sistema di
posizionamento spaziale, il sistema Galileo; il gal (unità di accelerazione);
il Telescopio Nazionale Galileo (TNG), situato sull'isola di La Palma (Spagna);
l'aeroporto internazionale "Galileo Galilei" di Pisa; un gruppo
musicale giapponese, Galileo Galilei; un album degli Haggard dal titolo
"Eppur si muove"; una canzone scritta e interpretata dal cantautore
pugliese Caparezza intitolata "Il dito medio di Galileo"; il
sottomarino Galileo Galilei; una nave da guerra italiana, la Galileo Galilei;
la banconota da 2.000 lire; una canzone Messer Galileo cantata da Edoardo
Pachera durante la 52ª edizione dello Zecchino d'Oro; una società, produttrice
di strumenti scientifici, ottici ed astronomici e denominata Officine Galileo;
una moneta commemorativa da 2 euro nel 2014 per il 450º anniversario della sua
nascita; un supercomputer di potenza di calcolo pari a circa 1 PetaFlop,
installato presso il consorzio interuniversitario CINECA e classificato per
diverso tempo fra le prime 500 strutture di calcolo al mondo; una cattedra di
storia della scienza dell'Università di Padova, detta appunto cattedra
galileiana, istituita per Enrico Bellone a cui poi successe William R. Shea che
la resse fino al 2011, più la Scuola Galileiana di Studi Superiori della stessa
università, nonché l'Accademia galileiana di scienze, lettere ed arti di
Padova. Galileo Day Galileo Galilei viene ricordato con celebrazioni presso
istituzioni locali il 15 febbraio, il Galileo Day, giorno della sua nascita. Altre opere: La bilancetta
(postuma), Tractatio de praecognitionibus et precognitis and Tractatio de
demonstration. Le mecaniche, Le operazioni del compasso
geometrico et militare, Sidereus Nuncius,
Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua, Istoria e
dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti (pubblicato
dall'Accademia dei Lincei), 1613 (su archive.org, BEIC) Discorso sopra il
flusso e il reflusso del mare, Roma, Il Discorso delle Comete, Il Saggiatore,
Roma, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Firenze, Due nuove
scienze, Leida, Trattato della sfera, Roma 1656 (su BEIC) Lettere Lettera al
Padre Benedetto Castelli, Lettera a Madama Cristina di Lorena, Lettera a Pietro
Dini, Edizione nazionale Opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale, a cura
di Antonio Favaro, Firenze, G. Barbera, Le opere di Galileo Galilei. Edizione
nazionale sotto gli auspicii di Sua Maestà il Re d'Italia. Firenze, Tipografia di G. Barbera, Le opere
di Galileo Galilei, Edizione Nazionale, Appendice, Firenze, Giunti, 2013 ss. in
quattro volumi: Vol. 1: Iconografia galileiana, a cura di F. Tognoni,
Carteggio, a cura di M. Camerota e P. Ruffo, con la collaborazione di M.
Bucciantini, Testi, a cura di A. Battistini, M. Camerota, G. Ernst, R. Gatto,
M. Helbing e P. Ruffo, Documenti, a cura di M. Camerota e P. Ruffo (Edizione
digitale delle Opere Letteratura e teatro Vita di Galileo è il titolo di
un'opera teatrale di Brecht in più versioni, a partire dalla prima risalente
agli anni 1938-39. Gli ultimi anni di Galileo Galilei è il titolo di un'opera
teatrale giovanile di Ippolito Nievo. Galileo è uno spettacolo teatrale del
2010 di Francesco Niccolini e Marco Paolini. Film Galileo Galilei è un
cortometraggio sullo scienziato pisano. Galileo è un film di Cavani. Galileo si
chiama anche il film di Joseph Losey tratto dal dramma Vita di Galileo di
Bertolt Brecht. Per testuali parole di Puccianti, Galileo fu veramente cultore
e propugnatore della Natural Filosofia: in effetti egli fu matematico,
astronomo, fondatore della Fisica nel senso attuale di questa parola; e queste
varie discipline considerò sempre e trattò come intimamente connesse tra loro,
e insieme ad altri studi vari, come diversi aspetti e atteggiamenti di una
stessa attività dello spirito: filosofo dunque, anche perché portò su questa
attività la riflessione e la critica; ma non incurante delle conseguenze o, come
ora si direbbe, delle applicazioni pratiche. I problemi più importanti e
centrali lo impegnarono per tutta la durata della sua vita scientifica, non con
continua opera su ciascuno di essi, ma con ritorni successivi sempre più
approfonditi e più generali, e in fine risolutivi» (da: Luigi Puccianti, Storia
della fisica, Firenze, Felice Le Monnier, Fondamentali furono inoltre le sue
idee e riflessioni critiche sui concetti fondamentali della meccanica, in
particolare quelle sul movimento. Tralasciando l'ambito prettamente filosofico,
dopo la morte di Archimede, il tema del movimento cessò di essere oggetto di
analisi quantitativa e discussione formale allorché Gerardo di Bruxelles,
vissuto nella seconda metà del XII secolo, nel suo Liber de motu riprese la definizione
di velocità, già peraltro considerata dal matematico del III secolo a.C.
Autolico di Pitane, avvicinandosi alla moderna definizione di velocità media
come rapporto fra due quantità non omogenee quali la distanza e il tempo (cfr.
Gerard of Brussels, "The Reduction of Curvilinear Velocities to Uniform
Rectilinear Velocities", edito da Clagett, in Grant, A Source Book in
Medieval Science, Cambridge (MA), Harvard University Press, e Mazur, Zeno's Paradox. Unraveling the Ancient
Mystery Behind the Science of Space and Time, New York/London, Plume/Penguin
Books, Ltd., Achille e la tartaruga. Il
paradosso del moto da Zenone a Einstein, a cura di Claudio Piga, Milano, Il
Saggiatore, Grazie al perfezionamento del telescopio, che gli permise di
effettuare notevoli studi e osservazioni astronomiche, fra cui quella delle
macchie solari, la prima descrizione della superficie lunare, la scoperta dei
satelliti di Giove, delle fasi di Venere e della composizione stellare della
Via Lattea. Per maggiori notizie, si veda: Luigi Ferioli, Appunti di ottica
astronomica, Milano, Hoepli, Cfr. pure Vasco Ronchi, Storia della luce,
IBologna, Nicola Zanichelli Editore, Dal punto di vista storico, un'ipotesi
autenticamente "eliocentrica" fu quella di Aristarco di Samo, poi
sostenuta e dimostrata da Seleuco di Seleucia. Il modello copernicano invece,
contrariamente a quanto generalmente ritenuto, è eliostatico ma non
eliocentrico. Il sistema di Keplero, poi, non è né eliocentrico (il Sole occupa
infatti uno dei fuochi dell'orbita ellittica di ciascun pianeta che gli ruota
attorno) né eliostatico (a causa del moto di rotazione del Sole attorno al
proprio asse). La descrizione newtoniana del sistema solare, infine, eredita le
caratteristiche cinematiche (i.e., orbite ellittiche e moto rotatorio del Sole)
di quella kepleriana ma spiega causalmente, tramite la forza di gravitazione
universale, la dinamica planetaria. ^ A proposito del modello copernicano: «È
da notare che, sebbene il Sole sia immobile, tutto il sistema [solare] non
ruota intorno ad esso, ma intorno al centro dell'orbita della Terra, la quale
conserva ancora un ruolo particolare nell'Universo. Si tratta cioè, più che di
un sistema eliocentrico, di un sistema eliostatico.» (da G. Bonera, Dal sistema
tolemaico alla rivoluzione copernicana, E non più soggettiva, come era stata
fino ad allora condotta. ^ Secondo Guerra, nella casa sita al n. 24
dell'attuale via Giusti in Pisa (G. Del Guerra, La casa dove, in Pisa, nacque
G., Pisa, Tipografia Comunale. Verosimilmente, G. non dovette avere buoni
rapporti con la madre se non ricorda mai gli anni della sua infanzia come un
periodo felice. Il fratello Michelangelo ha occasione di scrivere a questo
proposito a G., quasi augurandosene l'ormai imminente dipartita. Di nostra
madre intendo, con non poca meraviglia, che sia ancora così terribile, ma
poiché è così discaduta, ce ne sarà per poco, sì che finiranno le lite.» Un
Ammannati fu fatto cardinale da Clemente VII, mentre il fratello Ammannati
ottenne la porpora da uno dei successori di Clemente, l'antipapa Benedetto
XIII. Quanto a Piccolomini, cardinal, fu umanista, continuatore dei Commentarii
di Pio II e autore di una Vita dei papi che è andata perduta. Si ricorda un
BONAIUTI, che fa parte del governo di Firenze dopo la cacciata del Duca di
Atene e un G. Bonaiuti, medico noto al suo tempo e gonfaloniere di giustizia,
il cui sepolcro nella Basilica di Santa Croce divenne la tomba dei suoi
discendenti. A partire da G. BONAIUTI, il cognome della famiglia cambiò in
“Galilei.” Così scrive Tedaldi a Vincenzo G. Per la vostra ho inteso quanto
havete concluso con il vostro figliuolo [Galileo]; et come, volendo cercar di
introdurlo qua in Sapienza, vi ritarda il non esser la Bartolomea maritata,
anzi vi guasta ogni buon pensiero; et che desiderate che la si mariti, e quanto
prima. Le considerationi vostre son buone, et io non ho mancato né manco di far
quell'opera che si ricerca; ma sino a qui son venuti tutti partiti, per non dir
obbrobriosi, poco aproposito per lei… Per concludere, ardisco di dire che credo
che la Bartolomea sia così casta come qual si vogli pudica fanciulla; ma le
lingue non si possono tenere; pure io crederrò, con l'aiuto che do loro, di
levar via tutti questi romori et farli supire; per il che a quel tempo potrete
facilmente mandare il vostro G. a studio; et se non harete la Sapienza, harete
la casa mia al vostro piacere, senza spesa nessuna, et così vi offero et
prometto, ricordandovi che le novelle son come le ciriegie; però è bene credere
quel che si vede, e non quel che si sente, parlando di queste cose basse.»
Obbligatoriamente l'iscrizione doveva avvenire per gli studenti toscani in
quell'Università. Chi voleva andare in un'altra Università avrebbe dovuto
pagare una multa di 500 scudi stabilita da un editto granducale per scoraggiare
la frequenza in un ateneo diverso da quello pisano (In: A. Righini, Op. cit.).
^ Lo testimonierebbe la coincidenza di argomentazioni esistente tra gli
Juvenilia, gli appunti di fisica abbozzati da Galileo in questo periodo, e i
dieci libri del De motu del Bonamico. (In: Storia sociale e culturale d'Italia,
La cultura filosofica e scientifica, La filosofia e le scienze dell'Uomo, La
storia delle scienze, Milano, Bramante Editrice, Ne descrive i dettagli nel
breve trattato La bilancetta, circolato prima fra i suoi conoscenti e
pubblicato postumo (Bottana, G. e la bilancetta: un momento fondamentale nella
storia dell'idrostatica e del peso specifico, Firenze, Olschki. Studi riportati
nel Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, pubblicato in appendice ai
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla
meccanica e ai moti locali. ^ Galileo sottopose a Clavius una sua
insoddisfacente dimostrazione della determinazione del baricentro dei solidi.
(Lettera a Clavius). Medici aveva progettato una draga per il porto di Livorno.
Su questo progetto il granduca Ferdinando aveva chiesto una consulenza a
Galilei che dopo aver visto il modellino affermò che non avrebbe funzionato.
Medici volle comunque costruire la draga che in effetti non funzionò. (Nelli,
Vita e commercio letterario di G., Losanna, con tale Landucci che G. raccomandò
a Cristina di Lorena riuscendo a fargli ottenere il posto di pesatore al
saggio; il lavoro, consistente nel pesare gli argenti che venivano venduti,
procurava un guadagno di circa 60 fiorini. Lettera a Cristina di Lorena (Ed.
Naz., Vol. X, Lettera N., Alla dote per la sorella Livia avrebbe dovuto
contribuire anche il fratello Michelangelo. (Lettera a Michelangelo G.,
Michelangelo... fu versatissimo nella musica e la esercitò per professione;
essendo stato buon liutista non v'è dubbio che fosse allievo egli pure di suo
padre Vincenzo. visse in Polonia al servizio di un conte palatino; era a Monaco
di Baviera ove insegna musica, e in una lettera datata del 16 agosto di
quell'anno, egli pregava il fratello G., di acquistargli grosse corde di
Firenze per suo bisogno et dei suoi scolari...» (Dizionario universale dei
musicisti, Milano, Sonzogno). Le spese per i viaggi in Polonia e Germania
furono sostenute da G.. Michelangelo appena sistematosi in Germania volle
sposarsi con Bandinelli e, anziché saldare il debito per la dote che aveva con
il cognato Galletti, spese tutto il denaro che aveva in un lussuoso ricevimento
nuziale. ^ «Mi dispiace ancora di veder che V.S. non sia trattata second'i
meriti suoi, e molto più mi dispiace che ella non habbi buona speranza. Et
s'ella vorrà andar a Venetia questa state, io l'invito a passar di qua, che non
mancarò dal canto mio di far ogni opera per aiutarla e servirla; chè certo io
non la posso veder in questo modo. Le mie forze sono deboli, ma, come saranno,
io le spenderò tutte in suo servitio.
(Lettera di Monte a G.. In: Ed. Naz., Lettera. Ancora vivente, G. fu
ritratto da alcuni dei più famosi pittori del suo tempo, come Tito, Caravaggio,
Tintoretto, Caccini, Villamena, Leoni, Passignano, Sandrart e Mellan. I due
ritratti più famosi, visibili alla Galleria Palatina di Firenze e agli Uffizi
sono invece di Justus Suttermans che rappresenta G. ormai anziano come simbolo
del filosofo conoscitore della natura. (In "Portale G.") Per moto
«naturale» s'intende quello di un grave, ossia di un corpo in caduta libera,
diversamente dal moto violento, che è quello di un corpo che sia soggetto ad un
«impeto». L'esatta formulazione della legge è stata data da G. nel successivo
De motu accelerato: «Motum aequabiliter, seu uniformiter, acceleratum dico
illum, qui, a quiete recedens, temporibus aequalibus aequalia celeritatis
momenta sibi superaddit», ove l'accelerazione di gravità è indicata essere
direttamente proporzionale al tempo e non allo spazio. (Ed. Naz.) Con lettera
da Verona, l'Altobelli riferiva a Galileo, senza dar credito, che la stella,
«quasi un arancio mezzo maturo», sarebbe stata osservata. In verità, dietro
Antonio Lorenzini (da non confondere col vescovo Lorenzini) si celava il
Cremonini; cfr. Uberto Motta, Antonio Querenghi. Un letterato padovano nella
Roma del tardo Rinascimento, Pubblicazioni dell'Università Cattolica del Sacro
Cuore, Milano, Vita e Pensiero, «Nacque in Padova. Poco più che ventenne
professò i voti nell’Ordine Benedettino, e nei primi anni del secolo XVII si
trovava nel monastero di S. Giustina di Padova, legato in molta intimità col
Castelli, insieme col quale fu discepolo di G., prendendo le parti del Maestro
nelle questioni relative alla stella nuova (Da Museo G.). Usus et fabrica
circini cuiusdam proportionis, per quem omnia fere tum Euclidis, tum
mathematicorum omnium problemata facili negotio resolvuntur, opera & studio
Balthesaris Capræ nobilis Mediolanensis explicata. (In: Patauij, apud Petrum
Paulum Tozzium) Alcuni calcoli astrologici, anche risalenti al periodo
fiorentino, furono conservati da G. e compaiono nell'Opera omnia (sezione
"Astrologica nonnulla"). Da notare che per lo più si tratta di
calcoli del tema natale, solo in qualche caso accompagnati da interpretazioni o
pronostici. È stata ritrovata una lista della spesa dove G., insieme a ceci,
farro, zucchero, ecc., ordinava di acquistare anche pezzi di specchio, ferro da
spianare e quanto di utile per il suo laboratorio ottico. (Da una nota di una
lettera di Brenzoni conservata nella
Biblioteca Centrale di Firenze) Espressione tradizionalmente attribuita da
scrittori cristiani all'imperatore pagano Flavio Claudio GIULIANO che in punto
di morte avrebbe riconosciuto la vittoria del Cristianesimo. Hai vinto o G.,
riferendosi a Gesù nativo della Galilea. Il comportamento di G. è stato
variamente giudicato: vi è chi sostiene che egli le chiuse in convento perché
«doveva pensare a una loro sistemazione definitiva, cosa non facile perché,
data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio» (come se
egli non potesse legittimarle, come fece con il figlio Vincenzio e come se una
monacazione coatta fosse preferibile a un matrimonio non prestigioso; cfr.
Sofia Vanni Rovighi, Storia della filosofia moderna e contemporanea. Dalla
rivoluzione scientifica a Hegel, Brescia, Editrice La Scuola), mentre altri
ritengono che «alla base di tutto stava il desiderio di G. di trovare per esse
una sistemazione che non rischiasse di procurargli in futuro alcun nuovo carico
[...] tutto ciò nascondeva un profondo, sostanziale egoismo» (cfr.
Geymonat,). «quel mirare per quegli
occhiali m'imbalordiscon la testa», avrebbe detto Cremonini secondo la
testimonianza di Gualdo. (Da una lettera del Gualdo a G.. Scheiner pubblicò
ancora sull'argomento il De maculis solaribus et stellis circa Iovem
errantibus. La priorità della scoperta andrebbe all'olandese Fabricius, che
pubblicò a Wittenberg, Maculis in Sole observatis, et apparente earum cum Sole
conversione. Cioè con i sensi, con l'osservazione diretta. ^ «Egli pensava
infatti che una colonna d’acqua troppo alta tendeva a spezzarsi sotto l’azione
del suo stesso peso, così come si spezza una fune di materiale poco resistente
quando, fissata in alto, viene tirata dal basso. Fu quindi proprio questa
analogia fondata sull’esperienza osservativa a portare il Galilei fuori strada.
(in IL VUOTO – Garagnani – Isis Archimede). Salmi che la figlia di G., suor
Maria Celeste, s'incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa. Baretti,
in una sua ricostruzione, avrebbe fatto nascere la leggenda di un G. che una
volta alzatosi in piedi, colpì la terra e mormorò: "E pur si muove!"
(In Baretti, The Italian Library. Tale frase non è contenuta in alcun documento
contemporaneo, ma nel tempo fu ritenuta veritiera, probabilmente per il suo
valore suggestivo, a tal punto che Berthold Brecht la riporta in "Vita di
G.", opera teatrale dedicata allo scienziato pisano alla quale egli si
dedicò a lungo. In Paschini è riportato che: «secondo le norme del
Sant'Offizio» questa condizione «era equiparata ad una prigionia per quanto
egli facesse per ottenere la liberazione. Si ebbe il timore probabilmente
ch'egli riprendesse a fare propaganda delle sue idee e che un perdono potesse
significare che il Sant'Offizio si fosse ricreduto a proposito di esse» (cfr.
pure Santini, "G.", L'Unità). Conceditur habitatio in eius rure, modo
tamen ibi in solitudine stet, nec evocet eo aut venientes illuc recipiat ad
collocutiones, et hoc per tempus arbitrio Suae Sanctitatis. (Ed. Naz.) A G. era
infatti proibito stampare qualunque opera in un paese cattolico. ^ Fonti di
questa corrispondenza si trovano in: Paolo Scandaletti, Galilei privato, Udine,
Gaspari editore, Favaro, Amici e corrispondenti di G., Bocchineri, Venezia,
Pubblicazioni del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, VNero, G. e
il suo tempo, Milano, Simonelli Editore, A. Righini, G.: tra scienza, fede e
politica, Bologna, Editrice Compositori; Geymonat, Abetti, Amici e nemici di
G., Milano, Bompiani, Banfi, «Galileo fu
invitato alla villa di S.Gaudenzio, sulle colline di Sofignano, alla fine di
luglio del 1630, ospite di Buonamici, che con lo scienziato vantava una
parentela da parte della moglie Alessandra Bocchineri: la sorella di lei,
Sestilia, aveva sposato a Prato l'anno prima il figlio di G., Vincenzo. (In
Comune di Vaiano) Fu permessa a Galilei l'assistenza dell’allievo Viviani e, anche di Torricelli. La prego a
condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio
con affetto cordialissimo le mani, come fo anche al Signor Cavaliere suo
Consorte.» (In Le Opere di G., a cura di Eugenio Albèri, Firenze, Società
Editrice Fiorentina) Anfossi pubblicava–anonimamente in Roma un libro in cui le
leggi di Keplero e di Newton erano presentate come cose che non meritano la
menoma attenzione» e si chiedeva come mai tanti uomini santi ispirati dallo
Spirito Santo, «ci han detto ottanta e più volte che il Sole si muove senza
dirci una volta sola che è immobile e fermo?» (Sebastiano Timpanaro, Scritti di
storia e critica della scienza, Firenze, G. C. Sansoni, L'edizione curata da
Favaro si basa sulle copie allora disponibili, perché l'originale non era stato
ritrovato (Avvertimento. Il manoscritto originale è pubblicato come appendice a
Camerota, Giudice, Ricciardi, "The reapparance of G.'s original letter to
Castelli". L'effetto di parallasse stellare, che dimostra la rivoluzione
della Terra attorno al Sole, sarà misurato da Bessel. Per il testo della
condanna, vedi: Sentenza di condanna di G., su wikisource.org. Per il testo
dell'abiura, vedi: Abiura di G. su it.wikisource.org. Questa frase è stata
citata in un intervento molto criticato di Joseph Ratzinger (cfr. "La
crisi della fede nella scienza" in Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità
nell'Europa dei rivolgimenti, Roma, Paoline. Ratzinger aggiunge da parte sua
che: Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa
apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della
razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in
una ragionevolezza più grande. Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che
evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto
oggi la scienza e la tecnica. Già chiaramente indicati nella Lettera a Madama
Cristina di Lorena granduchessa di Toscana. L'Accademia del Cimento, fra le più
antiche associazioni scientifiche al mondo, fu la prima a riconoscere
ufficialmente, in Europa, il metodo sperimentale galileano. Fu fondata a
Firenze da alcuni allievi di G., Torricelli e Viviani. Si lasci alla
storiografia stabilire, caso fosse mai possibile, se Galileo concepisse il moto
inerziale unicamente come circolare o se ammettesse anche la possibilità in
natura della prosecuzione indefinita del moto rettilineo, anche perché in G.
non si può sensatamente parlare di formulazione del principio d'inerzia come se
fossimo nell'ambito della moderna fisica newtoniana, ma solo di alcune
considerazioni preliminari al principio della relatività del moto.» Portale G.,
su portalegalileo. Museo galileo. it.Testi non compresi nella prima edizione
dell'Edizione Nazionale curata da Antonio Favaro, ma in quella curata da
Edwards e Helbing, con Introduzione, Note e Commenti di Wallace, per Le opere
di G.. Edizione Nazionale, Appendice Testi, Firenze, G. C. Giunti.
Bibliografiche Abbagnano, Albert Einstein, Leopold Infeld, L'evoluzione
della fisica. Sviluppo delle idee dai concetti iniziali alla relatività e ai
quanti, Torino, Editore Boringhieri, Gliozzi, "Storia del pensiero
fisico", in Berzolari, Enciclopedia delle matematiche elementari e
complementi, Milano, Editore Ulrico Hoepli, Paolo Straneo, Le teorie della
fisica nel loro sviluppo storico, Brescia, Morcelliana, Toraldo di Francia,
L'indagine del mondo fisico, Torino, Einaudi editore, Gamow, Biografia della
fisica, Biblioteca della EST, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, Max Born, La
sintesi einsteiniana, Torino, Boringhieri, Natalino Sapegno, Compendio di
storia della letteratura italiana, Firenze, La Nuova Italia Editrice, Centro di
Studi Filosofici di Gallarate (cur.), Dizionario dei Filosofi, Firenze, G.C.
Sansone Editore, Ludovico Geymonat (a cura di), Storia del pensiero filosofico
e scientifico, Milano, Aldo Garzanti Editore, Geymonat, Lineamenti di filosofia
della scienza, Biblioteca della EST, Milano, Mondadori, Enriques, Santillana,
Compendio di storia del pensiero scientifico, dall'antichità fino ai tempi
moderni, Bologna, Nicola Zanichelli Editore, Renato Pettoello, Leggere Kant,
Brescia, Editrice La Scuola, Lerner, Qualità e quantità e altre categorie della
scienza, Torino, Editore Boringhieri, Pietro Redondi, Galileo eretico,
Roma-Bari, Editori Laterza, Sentenza di condanna di G,. Giovanni Paolo
II. Vaticano, discorsi, Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria della
Pontificia Accademia delle scienze, su w2. vatican.va, 31 ottobre Tullio Regge,
Cronache dell'universo. Fisica moderna e cosmologia, Torino, Editore
Boringhieri, La dimora natale di G.: l’enigma delle tre case, Shea, La Rivoluzione
scientifica–I protagonisti: G., in: Storia della Scienza Treccani, Aliotta e
Carbonara Righini, G.. Tra scienza, fede e politica, Bologna, Editrice
Compositori, Lettera da Pisa di Tedaldi a Vincenzo G., «mi è grato di saper che
haviate rihavuto G,, et che siate di animo di mandarlo qua a studio». (Ed.
Naz.) Kline, Bellone, Caos e armonia. Storia della fisica moderna e
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Ilya Prigogine, Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza,
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Granduca di Toscana (Ed. Naz., Lettera N. Lettera a Liceti (Ed. Naz., Vol.
XVIII, Lettera G., National Maritime Museum, su collections.rmg. Discorso
intorno alla Nuova Stella, In Padova, appresso Tozzi,Consideratione astronomica
circa la Nova & portentosa Stella che nell'anno MDCIIII adì X ottobre
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stamparia di Lorenzo Pasquati, 1605. ^ Antonio Favaro, "Galileo Galilei ed
il «Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la Stella Nuova».
Studi e ricerche", Atti del Reale Istituto Veneto di scienze, lettere ed
arti, Enciclopedia Treccani alla voce "Ronchitti, Cecco di" ^ Difesa
di Galileo Galilei nobile fiorentino, lettore delle matematiche nello studio di
Padova, contro alle calunnie & imposture di Capra milanese, usategli sì
nella «Considerazione astronomica sopra la Nuova Stella del MDCIIII» come
(& assai più) nel pubblicare nuovamente come sua invenzione la fabrica
& gli usi del compasso geometrico & militare sotto il titolo di «Usus
& fabrica circini cuiusdam proportionis & c.» (In: Venetia, presso
Tomaso Baglioni). Favaro, "G. astrologo secondo documenti editi e inediti.
Studi e ricerche", Mente e cuore (Trieste Poppi, La Repubblica, G. as
Practising Astrologer, su journals. sagepub.com. Heilbron, Heilbron, Lucarini,
La porta magica di Roma: Le epigrafi svelate, Roma, Edizioni Nuova Cultura,
Geymonat, Reale, Antiseri, Manuale di filosofia. Editrice La Scuola, Ed. Naz.,
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Castelli, Discorso sopra la calamita. Geymonat, Guaragnella, G. e Le lettere
solari Iovine, G. e la Nuova Scienza, Firenze, La Nuova Italia, Museo G.
Foscarini, Lettera sopra l'opinione de' Pittagorici, e del Copernico, della
mobilità della Terra e stabilità del Sole, e del nuovo Pittagorico sistema del
mondo, Napoli, Lazaro Scoriggio, Guido Morpurgo-Tagliabue, "I processi di
G. e l'epistemologia", Rivista di Storia della Filosofia, G., Il
Saggiatore, Per una rigorosa disamina storico-critica della dinamica relativa,
si veda: Protogene Veronesi, Fuschini, Fondamenti di Meccanica Classica,
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antologico, Milano, CESED, Ed. Naz., Albèri, Commercio epistolare di G.,
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Albèri, Firenze, Società Editrice Fiorentina, Lettera, in Le opere di G., a
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icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia su G. Abbagnano, Storia
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scienza moderna in Europa, Roma-Bari, Editori Laterza, Accademia galileiana di
scienze, lettere ed arti Arcetri Astronomia Bibliografia su Galileo Galilei
Cannocchiali di G. Casa di G. Domus Galilaeana Fisica Galilei (famiglia)
Isocronismo La favola dei suoni Meccanica Metodo scientifico Micrometro di
Galileo Museo Galileo Copernico Ricci Processo a G. Relatività galileiana
Rivoluzione astronomica Rivoluzione scientifica Termometro galileiano
Trasformazione galileiana Villa Il Gioiello Vincenzo G. Virginia G. Vita
privata di G. Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
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Interdisciplinare di Scienza e Fede, su disf.org. Archivio integrato di risorse
galileiane, su galileoteca.museogalileo.it. Museo G. – Firenze, Italia, su
museogalileo.it. Conserva gli strumenti scientifici originali di G. European
Cultural Heritage Onlinesu echo.mpiwg- berlin.mpg.de. Scheda su G. accademico
della Crusca sul sito dell'Accademia, su adcrusca.it.Fondo "Antonio
Favaro", su domusgalilaeana.it. Archivio "Scienza & Fede",
su disf.org. Laboratorio storico "G.", su illaboratoriodi
galileogalilei. it. Lo scherzo d'un uomo di genio dice cose più serie che
non le cose serie dell'uomo volgare; anzi primo indicio della superiorità è il
sorriso. Il volgo andava ripetendo che la caduta di un pomo preannunziò la
scoperta della gravitazione universale: e Byron scherzando di ceva essere stata
la prima volta, da Adamo in qua, che un pomo e una caduta dessero qualche
vantaggio al genere umano. Altro che pomo ! voleva dire il poeta: esatte premesse
occorrono alle grandi scoperte e non il caso. Il pensiero è una catena e ciò
che ai più par caso entra nella serie. Togliete G. e Keplero e avrete soppresso
le premesse immediate a Newton. Togliete Copernico, e li avrete soppressi
tutti. Togliete le tradizioni pitagorichealle univer sità italiane e sparisce
Copernico. Dov'è il caso? Il pomo no: una serie di grandi pensieri che furono
grandi scoperte sgombrò le vie del firmamento all' anglo. Un fatto può essere
occasionale, ma per quegli uomini che portano nel cervello quella preparazione,
che rias sumendo la serie, afferra il fatto e lo trasforma. Così
nell'astronomia e così proprio in tutte le altre scienze. To gliete Bruno e
Campanella, e non troverete Vico. Togliete Telesio, e li perdete tutti.
Togliete le tradizioni naturalistiche dell'antica scuola italica— già greca di
origine —e sparisce Telesio. È la me desima serie ed è una riprova della
cognatela tra tutte le scienze. E questa serie non si smentisce neppur dove la
reazione crede spennare le reni agl'ingegni alati. Non fu una reazione il libro
della Ragion di Stato —che creò tanti discepoli-contro il Principe, che aveva
già tutta una scuola, cioè Bottero non ebbe il disegno aperto di reagire
trionfalmente contro Machiavelli? Ebbene, mentre il prete Bottero mandava ad
uno de'più grandi e sventurati ingegni 215 italiani quante maledizioni gli
erano ispirate dalla triplice reazione di Parigi, di Madrid e di Roma, era nel
tempo istesso tirato dalla logica a prendere da MACHIAVELLI (si veda) la
teorica de’ mezzi, come il secre tario di Firenze aveva preso la teorica
de'fini pubblici da ALIGHIERI (si veda) e da PETRARCA (si veda), ispirati —
alla loro volta —dall'antica tradizione ro mana. Ed ecco la reazione entrare
nella serie, come appunto la santa alleanza insinuava ne 'codici tanti
principii della rivoluzione. E ciò non accade soltanto rispetto ai
sistemide'quali l'uno suppone l'altro anche dove il secondo reagisce al primo,
ma alle singole teo riche di ciascuno, le quali non segnano un progresso che
non sia una conclusione di ciò che si era pensato prima. A che mira, infatti,
la critica di G.? A reintegrare l'unità della natura. Ma se Bacone lo chiama
filosofo telesiano, voi dovete ricordare che Telesio non solo aveva propugnato
il metodo sperimen tale, ma tentato comporre il dissidio lasciato aperto da
Aristotile tra materia e forma, come POMPONAZZI (si veda) e CAMPANELLA (si
veda) troncano il dualismo tra intelletto e senso, e Bruno tra natura e Dio.
Non è un gruppo, è una catena nella quale il nome di ciascuno s’inanella nel
precedente, e tutti insieme presentano il disegno della rinnovata natura. Per
questi il risorgimento fu naturalismo, fu ita liano, mentre la scolastica era
stata europea. Se dalla serie e dal proprio posto nella serie voi spiccate il
nome di G., vi accorgerete che resterà il nome di un astronomo più o meno
insigne, di un improvvisatore di qualche teorica, dello scopri tore fortunato
di qualche astro e di qualche istrumento, ma che cosa egli abbia aggiunto al
pensiero, per quale via e con quali effetti voi non saprete dire. Ammirerete un
mito e sarà volgare ammirazione. Voi, in somma, assisterete ai miracoli di un
prestigiatore non alle scoperte del genio. Or sospettate voi che io vi voglia
esporre ad una ad una le pre messe di G. e di Klepero per arrivare sino a
Newton? che io voglia indicarvi da quali parti specialmente della meccanica
terre stre emerse la meccanica celeste e come la dimostrazione de'quadrati de'
tempi delle rivoluzioni che stanno fra loro come i cubi degli assi maggiori
delle orbite abbia aperto a Newton la conclusione che la forza era
proporzionale alla massa? Sarebbe riuscire, pel cammino peggiore, a nessuna
meta. I dotti · non imparerebbero una sillaba di nuovo e vedrebbero in
espressioni difettive snaturate quelle forme che chiedono un'analisi esatta, e
i meno dotti si allontanerebbero storditi e infastiditi. Io, dunque,. senza
guastare la serie, debbo dirvi quel che penso io intorno ad al cuni pensieri di
quell'uomo sommo e scelgo — non a caso —i punti seguenti: 1.º Come intese G. il
metodo sperimentale? 2. ° Quale valore oggettivo dette egli alla conoscenza? 3.
° Quale fu il risulta mento scientifico e morale delle sue dottrine? Non è
poco, e più che nella cortesia --cosa mediocre— confido nella serietà con la
quale voi ed io vogliamo che sia discusso il pa trimonio glorioso della mente.
II. « Non vogliamo costruzioni scientifiche, non metodi aprioristici, vogliamo
il metodo sperimentale: Così gridano, e vogliamolo pure, io scrivevo, ma
vogliamolo davvero. Non fu forse proclamato ed eser citato con diverso intento
e diversa fortuna? Non fu fecondo o arido, secondo l'intelletto e la mano che
presero a trattarlo? Non si distin gue dall'empirismo? Bisogna dunque sapere
che è veramente me todo sperimentale. G. si trova a pari distanza tra TELESIO
(si veda) e Bacone, due che pro pugnarono il metodo sperimentale senza scoprire
nulla nel mondo naturale, e si trova ad un secolo di distanza da Leonardo da
Vinci, che, professando il metodo sperimentale, strappò più di un segreto alle cose
reali. Perchè dunque l'istesso metodo, arido nelle mani di Telesio e di Bacone,
diventa fecondo nelle mani di Leonardo e di G.? Ecco il punto. E la risposta è
chiara: — Perchè il metodo non è veramente lo stesso. Per Telesio e Bacone
comincia e resta nel fenomeno e dove al fenomeno aggiunge qualche ipotesi, è
soggettiva, cioè puro ri torno all'antico. Per Leonardo e G. comincia dal fatto
e sale alle alte sfere della ragione, mediante il linguaggio stesso delle cose
che è la matematica. La matematica è formale come la logica —dice Bacone. La
matematica è reale come le cose afferma G.. Con la matematica sei arrivato a
far girare la terra -è un frizzo di Bacone contro G.. E la terra gira -- grida
il pisano. Pur tu ti sei disdetto —rincalza Bacone. Stolto ! dice G. -- potevo
disdirmi cento volte, e la prova re sta e la terra continua il suo giro. Ma chi
ti malleva la realtà della matematica? Il fatto stesso che misuratamente si
move, misuratamente per corre il tempo e lo spazio, nella misura costituisce
l'ordine. -La misura è aggiunta. - La misura è: io la colgo: chi non la coglie
non vede il fatto. TELESIO (si veda) non lo dice. VINCI (si veda) lo dice, e
scoprì. Telesio e tu non avete scoperto. Il fatto a voi è stato muto; a noi ha
parlato. Fermiamoci. Il divario è grande. Potete voi dire che sia l'istesso
metodo? È Bacone l'anglo che intese G. o un altro? Quando si parla di metodo
sperimentale, di senso, di fatto, biso gna cogliere tutto il fatto, il quale
non è qualità soltanto, è quan tità; e questi due termini s'integrano a
vicenda, in modo che la quantità si qualifica, e la qualità si quantifica.
Questo pro cesso graduale ed intimo delle cose è l'evoluzione, e la legge che
la traveste, affaticandola di moto in moto, è la causalità, che in Newton si
determina come gravitazione universale. Il fatto dunque non è fenomeno
soltanto, è fenomeno e legge. Così G. lo intuisce e così lo intuisce intero;
Bacone coglie un termine solo e mutila il fatto. L'esperienza che in G. è
piena, in Bacone è unilaterale; quel metodo che in Galilei è sperimentale, in
Bacone diventa empirico; e quel processo che nell'uno è fecondo di scoperte,
nell'altro è gonfio di precetti pom posi. Ha un bel rimuovere Bacone tutti
quelli ch'ei chiama idoli, se innanzi agli occhi gli rimane fisso l'idolo
peggiore, il fatto eslege. Così aveva fatto Leonardo da Vinci notando nel
fenomeno la legge, e così fa Galilei, entrambi con pochi precetti e con effetti
amplissimi, tirandone l'uno applicazioni mirabili alla meccanica, e
specialmente all'idraulica, l'altro al sistema planetario. E si ripeta pure che
in G. l'esperienza naturale è senso pieno, ma quì un fatto contemporaneo ci
deve fermare e impensie rire. Bruno senza i computi di Copernico, senza il
metodo speri mentale e il teloscopio di G., e senza il calcolo superiore di
Newton, non era pervenuto per sola forza di pensiero, alle medesi me anzi a più
larghe conclusioni che non si trovino nell'astronomo tedesco, nell'italiano e
nell'inglese, affermando cose che facevano sgomento a Klepero e furono trovate
poi vere dal progresso poste riore? Il pensiero, da solo, non valse altrettanto
che l'esperienza, e 218 ciò che lo scienziato induceva computando, il genio non
poteva co struire? L'esempio di Bruno, non bene inteso, potrebbe inficiare la
cri tica di G., nè per il genio vale ricorrere ad eccezioni, che com plicano la
quistione e non spiegano nulla. Il vero è che Bruno intese il fatto e
l'esperienza come G., e movendo dal medesimo punto, l'uno giunse con la logica
dove l'altro con la matematica. La conseguenza è che la matematica è la logica
delle cose, e che se rispetto alla mente, come dice Leibintz, pensare è
calcolare, rispetto alle cose moversi misurata mente vuol dire evolversi
razionalmente. Bruno è la riprova, non l'eccezione. Appena, infatti, il nolano
intese il sistema copernicano, n'esultò, cercò alla matematica la riprova della
logica, e come Campanella scrisse l'apologia di Ga lilei, così Bruno di
Copernico. Era dal medesimo punto di partenza la medesimezza del pensiero
logico e del pensiero matematico, con medesimezza di disegno e di effetti.
E-ora si dirà-Cartesio non intese fare la medesima cosa, cioè costruire la
fisica col pensiero, come il nolano, introducendovi la matematica, come G., e
perchè egli riuscì a costruire una fi sica falsa, disconoscendo Bruno in tutto
e in gran parte il disegno di G.? Perchè egli non muove come que due dal fatto,
bensì dall'idea astratta, dal puro cogito, che non è la cosa, ma l'ombra della
cosa, e l'ombra ei tratta come cosa salda. Perciò non solo non giunse per forza
di logica, agl’infiniti mondi del nolano, ma nep pure per forza di matematica a
riconoscere l'importanza del siste ma eliocentrico dimostrato da Copernico e da
G.. Bacone errò, mutilando il fatto e attenendosi al solo fenomeno, Cartesio
errò, correndo dietro l'ombra del fatto e improvvisando la legge. L'uno cadde
nell'empirismo l'altro nell'apriorismo. In Bacone riconosciamo il merito di
avere insistito sulla indu zione, e in Cartesio, come dice Comte, il merito di
aver convertito la qualità in quantità, e la quantità continua nella discreta.
Ma l'uno e l'altro, non avendo colto il punto di partenza, non aggiun sero
nulla alla scienza della natura. Justus Liebig, parlando dell'intima gioia
degli scopritori - ne gata a Bacone - nomina G., Klepero, Newton. E perchè non
ricorda Bruno? Quanta non è la sua gioia dove saluta le comete come testimoni
della sua filosofia, e parlando di Copernico, ag giunge qualche felicità essere
toccata al secolo suo, quando dai 219 lidi dell'oceano germanico un grande astronomo
sorse a con forto della sua filosofia. In quella gioia c'è — come ho detto—
l’unità del pensiero logico col matematico, e nella medesimezza de' risultati
c'è la cognatela tra la natura e il pensiero, la quale vuol essere riaffermata,
supe rando da una parte il vecchio idealismo metafisico e dall'altra il
positivismo empirico. Ed ora, dopo il metodo sperimentale, dobbiamo esaminare
in G. il valore che egli dà alla conoscenza. INon è di piccolo momento questo
esame; involge il massimo pro blema della filosofia ed è un punto importante
della mente, e dirò, del carattere di Galilei. Si può formularlo così: Il
metodo speri mentale condusse G. a quel relativismo filosofico che dà alla
conoscenza un valore precario, cioè o relativo al soggetto pensante (sofistica)
o relativo ad un certo tempo e luogo (empirismo)? In altre parole: per G. nulla
di permanente, di assoluto, di uni versale entra nella conoscenza, o c'è invece
delle conoscenze che per loro necessità intrinseca s' impongono a tutti gli
uomini, e alla natura come agli uomini, e a Dio come alla natura? Ci sono—
risponde il Pisano - e il fatto ci dice che sono, e ci dice che sono le
conoscenze matematiche sian pure o applicate, perchè non mutano per variare di
luogo e di tempo, e perchè tali si riscontrano nelle cose quali si trovano
nella mente. La natura le impone, la mente le sugella, neppur Dio potrebbe
negarle, ma o il sofista o il pazzo. L'affermazione è solenne, e bisogna
lasciargli la parola. Quanto alla verità, egli dice di che ci danno cognizione
le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina.
Nessun divario, dunque, in questo tra la sapienza divina e umana? Di vario di
modo, egli dice, lo ammettiamo, perchè in Dio è sapienza intuitiva quella che
nell'uomo è discorsiva; di numero pure, perchè Dio le sa tutte quelle verità, e
l'uomo una parte; ma di necessità no: sono del pari necessarie per lui e per
noi, e mille Demosteni e Aristotili e-voleva dire—mille Dei non potrebbero
scemare la certezza di una sola di quelle. Partecipa di questa certezza la
scienza della natura, le cui leggi sono matematiche. E il processo fu questo:
TELESIO (si veda) afferma che il 220 libro della filosofia è la natura. Bruno
aggiunse che quel libro è scritto in carattere assoluti: G. conchiuse che i
caratteri sono matematici. Anche Cartesio disse come G.: Apud me omnia sunt ma
thematice in natura; ma lo disse dopo e timidamente, essendoci questa
differenza tra’due pensatori, che per G. le verità mate matiche leggibili nella
natura hanno l'istesso valore per la mente sia divina o umaņa, e per Cartesio
niente è limite alla onnipotenza di Dio, neppure il principio di
contraddizione. Se lo disse davvero o per vivere tranquillo, specialmente dopo
le persecuzioni fatte a G., non - so; ma, certo, l'italiano lo a vanza di tempo
e di fermezza. Delle altre scienze che non sono le naturali G. dubitò, perchè
si sottraggono alle matematiche e l'uomo vi mette del suo. Le abbandonò al
relativismo. Ma se tutto è evoluzione e tutto procede da natura, noi ben pos
siamo affermare che i suoi Dialoghi delle Scienze Nuove saranno quasi
prefazione di una Scienza Nuova intorno alla comune natura delle nazioni. Le
teoriche sulla psico-fisi e sulla fisica sociale hanno assai allargato il campo
di applicazione alle matematiche. Noi, è vero, non possiamo mutare le leggi
naturali, ma possiamo forse mutare le leggi sociali e costruire a nostro
talento le società umane? La storia non rientra ogni giorno più nelle leggi
della natura e però della misura? La morale par certo la cosa più im
ponderabile, ed è pure altrettanto graduale e necessaria nel suo processo che
il suo moto si potrebbe dire uniformemente accelerato. Dal pensiero si traduce
nella volontà, dall'azione alle istituzioni, e se rea, dal fastigio all ' imo.
Signori, ho esaminato quelli che nella scienza di G. mi parevano i punti
principali ed ho tentato liberare dagli equivoci volgari il metodo
sperimentale. Non a pompa letteraria mi sono giovato di rapidi raffronti ma per
delineare quello che fu il cervello più equilibrato di quanti al mondo furono
scienziati. Le conse guenze scientifiche e morali di quella profonda
rivoluzione intel lettuale io ve le ho segnate senza orgoglio nazionale e con
pura coscienza di uomo. Era cosí alto il tema, così pieno di pensiero, di [Qui
manca qualche pagina intorno all'applicazione delle matematiche ai fenomeni
sociali e morali, non potuta trovare. 221 poesia, di storia, di gloria e di
dolori che a me non che il tempo, mancò il volere di divagare. Abbasserei
l'occhio da Telesio, da Co pernico, da G. per posarlo sulla politica? Farei
allusioni, rim proveri, programmi? Mail monumento che divisate è mondiale; una
sillaba aggiunta al tema macchierebbe la prima pietra: e, per rien trare nella
mediocrità de ' Parlamenti, invidieremmo a noi questa breve fortuna che ci
solleva a colloquio coi legislatori degli astri. Che sono i nostri codici, i
nostri statuti, i disegni nostri, che durata hanno e che sapienza di fronte
alle leggi onde G. sta biliva il ritmo dei cieli, Machiavelli la vicenda degli
Stati, e VICO (si veda) il corso dell'umanità? C'è qualcosa al di sopra dei
codici ed è la pa rola dei fondatori delle religioni, che lasciano libri sacri
e parlano ai millenarii. Pur viene il secolo che mette nella pagina più au
tentica di quei libri il tarlo del pensiero. Ma qualcuno c'è stato che senza
chiamarsi messia nè profeta misurò una parola a lettere di stelle, la pose nel
firmamento, e nessuno la cancellerà. Come chia mate un uomo che vi trasmette un
libro più duraturo di una bib bia? Alzate il monumento e non mi chiedete altro. The
principle of relativity states that it is im- possible to determine whether a
system is at rest or moving at constant speed with respect to an inertial
system by experiments internal to the system, i.e., there is no internal
observation by which one can distinguish a system moving uniformly from one at
rest. This principle played a key role in the defence of the heliocentric syst-
em, as it made the movement of the Earth com- patible with everyday experience.
According to common knowledge, the principle of relativity was first enunciated
by G. in his Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo (Dialogue Concerning
the Two Chief World Systems) (G.), using the metaphor known as ‘G.’s ship’: in
a boat moving at constant speed, the mechanical phenomena can be described by
the same laws holding on Earth. Many historical aspects of the birth of the
rel- ativity principle have received little or scattered attention. In this
short paper we put together some evidence showing that Bruno largely
anticipated Gal- ilei’s arguments on the relativity principle (Bruno). In
addition, we briefly discuss Galilei’s silence about Bruno, and the con-
nection between the lives and careers of the two scientists. A portrait of G.
by Leoni (wikipedia): An eighteenth century egrav- ing of Giordano Bruno the
history blog . com / wp - content / up- loads/bruno-giordano. De Angelis and
Santo Giordano Bruno and the Principle of Relativity The Dialogo Sopra i
Due Massimi Sistemi del Mondo is the source usually quoted for the enun-
ciation of the principle of relativity by G. However, its publication was
certainly not a surprise, as G. had expres- sed his views much earlier, in
particular when lecturing at Padova. Some aspects of the evolution of G.’s
ideas, from the Trattato della Sfera ... (D’Aviso, 1656) in which the Earth is
still placed at the centre of the Universe, towards the Dia- logo, and passing
through his heliocentric correspondence with Kepler (G.), are examined, for ex-
ample, by Barbour (2001), Crombie, Clavelin, Giannetto, Martins and Wallace.
The Roman Inquisition condemned the theory by Copernicus as being foolish and
absurd in philosophy. One month before, the inquisitor Ingoli addresses G in
the essay Disputation Concerning the Location and Rest of Earth Against the
System of Copernicus (Ingoli). This letter listed both scientific and
theological arg- uments against Copernicanism. G. responded, and in his lengthy
reply he introduced an early version of the ‘G.’s ship’ metaphor, and discussed
the experiment of dropping a stone from the top of the mast. Both arguments, as
we shall see, had previously been raised by Bruno, and later were used again by
G., although with small differences, in the Dialogo. In the Dialogo Sopra i Due
Massimi Sistemi del Mondo, G. discusses the arguments then current against the
idea that the Earth moves. The book is a fictional dialogue be- tween three
characters. Two of these, Salviati and Sagredo, refer to figures in the ok that
disappeared a few years after the publication of the book. Salviati plays the
role of the defender of the Copernican theory, putting forward G.’s point of
view. The second character, Sa- gredo, is a Venetian aristocrat who is educated
and liberal, and he is willing to accept new ideas. Thus, he acts as a
moderator between Salviati and the third character, Simplicio, who
fiercelysupportsAristotle. Thenameofthislast character (reminiscent of
‘simple-minded’ in Ital- ian) is in itself a clear indication of Galilean
dialectics, which are designed to destroy opponents. Despite being a famous
commentator of Aristotle, Simplicio manifests himself with an embarrassing
simplicity of spirit. G. uses Salviati and Simplicio as spokespersons for the
two clashing world views; Sagredo represents the discreet reader, the steward
of science, the one to whom the book is addressed, and he intervenes during the
discussions, asking for clarification, contributing conversational topics and
acting like a science enthusiast. On the second day, G.’s dialogue con- siders
Ingoli’s arguments against the idea that the Earth moves. One of these is that
if the Earth is spinning on its axis, then we would all be moving eastward at
hundreds of miles per hour, so a ball dropped from a tower would land west of
the tower that in the meantime would have moved a certain distance to the east-
wards. Similarly, the argument goes that a cannonball shot eastwards would fall
closer to the cannon compared to a ball shot to the west since the cannon
moving east would partly catch up with the ball. To counter such arguments
Galilei propos- es through the words of Salviati a gedanken- experiment: to
examine the laws of mechanics in a ship moving at a constant speed. Salviati
claims that there is no internal observation which allows them to distinguish
between a smoothly-moving system and one at rest. So two systems moving without
acceleration are equivalent, and non-accelerated motion is rel- ative: Salviati
– Shut yourself up with some friend in the main cabin below decks on some large
ship, and have with you there some flies, but- terflies, and other small flying
animals. Have a large bowl of water with some fish in it; hang up a bottle that
empties drop by drop into a widevesselbeneathit. Withtheshipstanding still,
observe carefully how the little animals fly with equal speed to all sides of
the cabin. The fish swim indifferently in all directions; the drops fall into
the vessel beneath; and, in throwing something to your friend, you need throw
it no more strongly in one direction than another, the distances being equal;
jumping with your feet together, you pass equal spaces in every direction. When
you have observed all these things carefully (though doubtless when the ship is
standing still everything must happen in this way), have the ship proceed with
any speed you like, so long as the motion is uniform and not fluctuating this
way and that. You will discover not the least change in all the effects named,
nor could you tell from any of them whether the ship was moving or standing
still. In jumping, you will pass on the floor the same spaces as before, nor
will you make larger jumps toward the stern than toward the prow even though
the ship is moving quite rapidly, despite the fact that during the time that
you are in the air the floor under you will be going in a direction opposite to
your jump. In throwing something to your companion, you will need no more force
to get it to him whether he is in the direction of the bow or the stern, with
yourself situated opposite. The droplets will fall as before into the Angelis
and Santo Bruno and the Principle of Relativity vessel beneath without
dropping toward the stern, although while the drops are in the air the ship
runs many spans. The fish in their water will swim toward the front of their
bowl with no more effort than toward the back, and will go with equal ease to
bait placed any- where around the edges of the bowl. Finally the butterflies
and flies will continue their flights indifferently toward every side, nor will
it ever happen that they are concentrated toward the stern, as if tired out
from keeping up with the course of the ship, from which they will have been
separated during long intervals by keeping themselves in the air. And if smoke
is made by burning some incense, it will be seen going up in the form of a
little cloud, remaining still and moving no more toward one side than the
other. The cause of all these correspondences of effects is the fact that the
ship’s motion is common to all the things contained in it, and to the air also.
That is why I said you should be below decks; for if this took place above in
the open air, which would not follow the course of the ship, more or less
noticeable differences would be seen in some of the effects noted. (G.). Note
that G. does not state that the Earth is moving, but that the motion of the
Earth and the motion of the Sun cannot be distinguished (hence the name
‘relativity’): There is one motion which is most general and supreme over all,
and it is that by which the Sun, Moon, and all other planets and fixed stars –
in a word, the whole universe, the Earth alone excepted – appear to be moved as
a unit from East to West in the space of twenty-four hours. This, in so far as
first appearances are concerned, may just as logically belong to the Earth
alone as to the rest of the Universe, since the same appear- ances would
prevail as much in the one sit- uation as in the other. (G.). The possibility that the Earth moves had been
discussed several times, in particular by the Greeks, mostly as a hypothesis to
be rejected. Also an annual motion of the Earth around the Sun had been
considered by Aristarchus of Samos. Later, some medi- eval authors discussed
the possibility of the Earth's daily rotation. The first was probably Buridan,
one of the ‘doctores parisienses’—a group of profes- sors at the University of
Paris in the fourteenth century, including notably Nicole Oresme. Buridan’s
example of the ship, which was lat- er used by Oresme, Bruno and G., is con-
tained in Book 2 of his commentary about Aristotle’s On the Heavens: It should
be known that many people have held as probable that it is not contradictory to
appearances for the Earth to be moved circu- larly in the aforesaid manner, and
that on any given natural day it makes a complete rotation from west to east by
returning again to the west – that is, if some part of the Earth were
designated [as the part to observe]. Then it is necessary to posit that the
stellar sphere would be at rest, and then night and day would result through such
a motion of the Earth, so that motion of the Earth would be a diurnal motion.
The following is an example of this: if anyone is moved in a ship and imagines
that he is at rest, then, should he see another ship which is truly at rest, it
will appear to him that the other ship is moved. This is so because his eye
would be completely in the same relationship to the other ship regardless of
whether his own ship is at rest and the other moved, or the contrary situation
prevailed. And so we also posit that the sphere of the Sun is totally at rest
and the Earth in carrying us would be rotated. Since, however, we imag- ine we
are at rest, just as the man on the ship Figure 3: Jean Buridan (www.buscabio-
grafias . com / biografia / ve rDetalle / 576 / Jean %Buridan). moving swiftly
does not perceive his own mo- tion nor that of the ship, then it is certain
that the Sun would appear to us to rise and set, just as it does when it is
moved and we are at rest. (Buridan). Here we agree with Barbour (2001), that
what Buridan is referring to is kinematic relativity. To Barbour, ... we have
[here] a clear statement of the principle of relativity, certainly not the
first in the history of the natural philosophy of motion but perhaps expressed
with more cogency than ever before. The problem of motion is beginning to
become acute. We must ask our- selves: is the relativity to which Buridan
refers kinematic relativity or Galilean relativity? There is no doubt that it
is in the first place kinematic; for Buridan is clearly concerned with the
condi- tions under which motion of one particular body can be deduced by
observation of other bod- ies. (Barbour). Angelis and Santo Bruno and the
Principle of Relativity Later, Buridan (writes: But the last appearance
which Aristotle notes is more demonstrative in the question at hand. This is
that an arrow projected from a bow directly upward falls to the same spot on
the Earth from which it was projected. This would not be so if the Earth were
moved with such velocity. Rather, before the arrow falls, the part of the Earth
from which the arrow was projected would be a league’s distance away. But still
supporters would respond that it happens so because the air that is moved with
the Earth carries the arrow, although the arrow appears to us to be moved
simply in a straight line motion because it is being carried along Figure 4: A
miniature portrait of Nicole Oresme included in his Traité de la sphère. Aristotle, Du ciel et du
monde (wikipedia.org). with us. Therefore, we do not perceive
that motion by which it is carried with the air. Buridan already expresses some
concerns about the dynamics involved, but his conclusion is that ... the
violent impetus of the arrow in ascend- ing would resist the lateral motion of
the air so that it would not be moved as much as the air. This is similar to
the occasion when the air is moved by a high wind. For then an arrow pro-
jected upward is not moved as much laterally as the wind is moved, although it
would be moved somewhat. (ibid.). Thus, the theory of impetus is not pushed to
the limit in which one would identify it with the prin- ciple of inertia, nor
with a dynamical concept of relativity. A further step was implicitly taken a
few years later by Oresme. Oresme first states that no observation can disprove
that the Earth is moving: ... one could not demonstrate the contrary by any
experience ... I assume that local motion can be sensibly perceived only if one
body appears to have a different position with re- spect to another. And thus,
if a man is in a ship called a which moves very smoothly, irrespective if
rapidly or slowly, and this man sees nothing except another ship called b,
moving exactly in the same way as the boat a in which he is, I say that it will
seem to this person that neither ship is moving. (Oresme). Oresme also provides
an argument against Buridan’s interpretation of the example of the arrow (or
stone in the original by Aristotle) thrown upwards, introducing the principle
of composi- tion of movements: ... one might say that the arrow thrown up-
wards is moved eastward very swiftly with the air through which it passes, with
all the mass of the lower part of the world mentioned above, which moves with a
diurnal movement; and for this reason the arrow falls back to the place on the
Earth from which it left. And this appears possible by analogy, since if a man
were on a ship moving eastwards very swiftly without being aware of his
movement, and he drew his hand downwards, describing a straight line along the
mast of the ship, it would seem to him that his hand was moved straight down.
Following this opinion, it seems to us that the same applies to the arrow
moving straight down or straight up. Inside the ship moving in this way, one
can have horizontal, oblique, straight up, straight down, and any kind of
movement, and all look like if the ship were at rest. And if a man walks
westwards in the boat slower than the boat is moving eastwards, it will seem to
him that he is moving west while he is going east. Also, Nicolaus Cusanus
stated later, without going into detail, that the motion of a ship could not be
distinguished from rest on the basis of experience, but some different argu-
ments need to be invoked—and the same ap- plies to the Earth, the Sun, or another
star (Cusanus). All this happened before Copernicus: a dis- cussion of how
things could be, not so much about how things really are. Thisviewpointwould
change after Copernicus. Years after the
publication of the book by Copernicus and years before Angelis and Santo
Bruno and the Principle of Relativity G. was called to Padova, Bruno goes to
England and lectures at Oxford, unsuccessfully looking for a teaching position
there. Still, the English visit was a fruitful one, for during that time Bruno
completed and published some of his most important works, the six ‘Italian
Dialogues’, including the cosmological work La Cena de le Ceneri (The Ash
Wednesday Supper) (see Bruno). This latter book consists of five dialogues
between Theophilus, a disciple who exposes Bruno’s theories; Smitho, a
character who was probably real but is difficult to identify, possibly one of
Bruno’s English friends (perhaps Smith or the poet Smith)—the Englishman has
simple arguments, but he has good common sense and is free of prejudice; Pru-
dencio, a pedantic character; and Frulla, also a fictional character who, as
the name in Italian suggests, embodies a comic figure, provocative and somewhat
tedious, with a propensity to- wards stupid arguments. In the third dialogue,
the four mostly com- ment on discussions heard at a supper attend- ed by
Theophilus in which Bruno—called in the text ‘il Nolano’ (the Nolan), because
he was born in Nola near Naples—was arguing in part-icular with Dr Torquato and
Dr Nundinio, representing the Oxonian faculty. Bruno starts by discussing the
argument relating to the air, winds and the movement of clouds, and he largely
uses the fact that the air is dragged by the Earth: Theophilus ... If the Earth
were carried in the direction called East, it would be necessary that the
clouds in the air should always appear moving toward west, because of the
extremely rapid and fast motion of that globe, which in the span of twenty-four
hours must complete such a great revolution. To that the Nolan replied that
this air through which the clouds and winds move are parts of the Earth, be-
cause he wants (as the proposition demands) to mean under the name of Earth the
whole machinery and the entire animated part, which consists of dissimilar
parts; so that the rivers, the rocks, the seas, the whole vaporous and
turbulent air, which is enclosed within the high- est mountains, should belong
to the Earth as its members, just as the air does in the lungs and in other
cavities of animals by which they breathe, widen their arteries, and other
similar effects necessary for life are performed. The clouds, too, move through
happenings in the body of the Earth and are based in its bowels as are the
waters ... Perhaps this is what Plato meant when he said that we inhabit the
con- cavities and obscure parts of the Earth, and that we have the same
relation with respect to animals that live above the Earth, as do in re- spect
to us the fish that live in thicker humid- ity. This means that in a way the
vaporous air is water, and that the pure air which contains the happier animals
is above the Earth, where, just as this Amphitrit [ocean]1 is water for us,
this air of ours is water for them. This is how one may respond to the argument
referred to by Nundinio; just as the sea is not on the surface, but in the
bowels of the Earth, and just as the liver, this source of fluids, is within
us, that turbulent air is not outside, but is as if it were in the lungs of
animals. (Bruno). The Dialogue then moves to discussing the motion of
projectiles, and Bruno starts by explaining the Aristotelian objection to the
stone thrown upwards: Smitho – You have satisfied me most suffic- iently, and
you have excellently opened many secrets of nature which lay hidden under that
key. Thus, you have replied to the argument taken from winds and clouds; there
remains yet the reply to the other argument which Aristotle submitted in the
second book of On the Heavens2 where he states that it would be impossible that
a stone thrown high up could come down along the same perpendicular straight
line, but that it would be necessary that the exceedingly fast motion of the
Earth should leave it far behind toward the West. Therefore, given this
projection back onto the Earth, it is necessary that with its motion there
should come a change in all relations of straightness and obliquity; just as
there is a difference between the motion of the ship and the motion of those
things that are on the ship which if not true it would follow that when the
ship moves across the sea one could never draw something along a straight line
from one of its corners to the other, and that it would not be possible for one
to make a jump and return with his feet to the point from where he took off.
(Bruno). In Theophilus’ speech, Bruno then gives the following reply (in
reference to the ship shown ina figure: Theophilus – With the Earth move ...
all things that are on the Earth. If, therefore, from a point outside the Earth
something were thrown upon the Earth, it would lose, because of the latter’s
motion, its straightness as would be seen on the ship AB moving along a river,
if someone on point C of the riverbank were to throw a stone along a straight
line, and would see the stone miss its target by the amount of the velocity of
the ship’s motion. But if some- one were placed high on the mast of that ship,
move as it may however fast, he would not miss his target at all, so that the
stone or some other heavy thing thrown downward would not come along a straight
line from the point E which is at the top of the mast, or cage, to the point D
which is at the bottom of the mast, or at some point in the bowels and body of
the ship. Thus, if from the point D to the point E someone who is inside the
ship would throw a stone straight up, it would return to the bottom along the
same line however far the ship mov- Angelis and Santo Bruno and the Principle
of Relativity ed, provided it was not subject to any pitch and roll.
(Bruno). He then continues with the statement that the movement of the ship is
irrelevant for the events occurring within the ship, and he explains the
reasons for this: If there are two, of which one is inside the ship that moves
and the other outside it, of which both one and the other have their hands at
the same point of the air, and if at the same place and time one and the other
let a stone fall without giving it any push, the stone of the former would,
without a moment’s loss and without deviating from its path, go to the prefixed
place, and that of the second would find itself carried backward. This is due
to nothing else except to the fact that the stone which leaves the hand of the
one supported by the ship, and consequently moves with its mo- tion, has such
an impressed virtue, which is not had by the other who is outside the ship: The
ship referred to in the dialogue; note that the letters are missing
(math.dartmouth.edu). because the stones have the same gravity, the same
intervening air, if they depart (if this is possible) from the same point, and
arc given the same thrust. From that difference we cannot draw any other
explanation except that the things which are affixed to the ship, and belong to
it in some such way, move with it: and the stone carries with itself the virtue
of the mover which moves with the ship. The other does not have the said
participation. From this it can evidently be seen that the ability to go
straight comes not from the point of motion where one starts, nor from the
point where one ends, nor from the medium through which one moves, but from the
efficiency of the originally impressed virtue, on which depends the whole
differ- ence. And it seems to me that enough consid- eration was given to the
propositions of Nun- dinio. (Bruno). The experiments carried out in the ship
are thus not influenced by its movement because all the bodies in the ship take
part in that move- ment, regardless of whether they are in contact with the
ship or not. This is due to the ‘virtue’ they have, which remains during the
motion, after the carrier abandons them. Bruno thus clearly expresses the
concept of inertia, using the word ‘virtu`’, in Italian meaning ‘quality’,
which is carried by the bodies moving with the ship—and with the Earth. Bruno’s
arguments certainly constitute a step towards the principle of inertia. We have
seen that in La Cena de le Ceneri Bruno anticipates to a great extent the
arguments of G. on the principle of relativity. In fact, his explanation
contains all of the fundamental elements of the principle. The idea that the
only movement observable by the subject is the one in which he does not take
part, was presented earlier by Jean Buridan and Nicole Oresme, together with
the notion of the composition of movements, which was alien to Aristotelian
mechanics (see Barbour). Sim- ilar arguments were used by Copernicus. The main
missing ingredient was the idea of inertia, which explains the fact that
projectiles move along with the Earth. In fact, while there is a continuous
line between Buridan, Oresme, Copernicus, Bruno and Galilei, the arguments of
Bruno on the impossibility of detecting absolute motion by phenomena in a ship
constitute a significant step towards the principle of inertia and providing a
dynamical context for relativity. What is new in Bruno, and what brings him
almost exactly to where G. stood, is a clear understanding of the concept on
inertia. The arguments and metaphors used in dis- cussions concerning the world
systems were common to different authors, and were largely derived from
Aristotle, Ptolemy and their com- mentators. Often they were used without ref-
erencing, and sometimes they were attributed to the wrong source. For example,
in his On the Heavens, Aristotle uses as experimental argu- ment the one about
the stone that is sent upwards. In their comment on this work, Buridan and
Oresme used a modified version of this experiment in which an arrow is sent
upwards in a ship — although this was possibly introduced by an earlier
unidentified commentator/translator. Nevertheless, the description by G. of
exact- ly the same ship experiment that Bruno used in the Cena makes it very
likely that G. knew this work. The use of the dialogue form with a similar
choice of characters can also be seen as a possible sign that Bruno influenced
G.. Angelis and Santo BRUNO and the Principle of Relativity However,
G. never mentions Bruno in his works, and in particular there is no reference
to him in G.’s large corpus of letters, even though he references the ‘doctores
parisienses’ in his MS 46 (G.), 3 a 110-page long manuscript containing
physical speculations bas- ed upon Aristotle’s On the Heavens. Some authors
(e.g. Clavelin) have commented on G.s silence about Bruno, putting forward
reasons of prudence, but as pointed out by Martins this can hardly explain the
absence of any mention also in his personal correspond- ence. Furthermore,
although G. himself never mentions Bruno’s name in his personal notes and
letters, several of his correspondents do mention the Nolan. In a letter to G.
dating to 1610, Martin Hasdale tells him that Kepler had expressed his
admiration for G., although he regretted that in his works the latter failed to
mention Copernicus, Giordano Bruno and sever- al Germans who had anticipated
such discov- eries—including Kepler himself: This morning I had the opportunity
to make friends with Kepler ... I asked what he likes about that book of
yourself and he replied that since many years he exchanges letters with you,
and that he is really convinced that he does not know anybody better than you
in this profession ... As for this book, he says that you really showed the
divinity of your genius; but he was somehow uneasy, not only for the German
nation, but also for your own, since you did not mention those authors who
intro- duced the subject and gave you the opportun- ity to investigate what you
found now, naming among these Bruno among the Italians, and Copernicus, and
himself. Thus, we can say that G. was probably aware of Bruno’s work on the
Copernican system. When G. arrived in Padova it is also possible that the two
scientists met, because Bruno was a guest of the nobleman Mocenigo in Venice at
the time and G. shared his time between Padova and Venice. IBruno had
unsuccessfully applied for the Chair of Mathematics that was assigned to G. one
year later. Although it might be impossible to prove that the two astronomers
met, it is hard to believe, given the motivations and characters of the two men
and the circumstances of their lives during those years, as well as the small
size of the Italian scientific community in those days, that they failed to
discuss their respective arguments con- cerning the defence of the Copernican
system. Amphitrite was in Greek mythology the wife of Poseidon, and therefore
the Goddess of the Sea. 2. See Aristotle. Although Antonio Favaro, the Curator
of the National Edition of Galilei’s works, dates it to 1584, Crombie and
Wallace prefer a date of around 1590. We
wish to thank Bonolis, Bettini,
Pascolini, Peruzzi and Saggion for useful suggestions, and the anonymous
referees for directing us to some important aspects that we neglected to
mention in the first draft of this paper. 8 Aristotle, On the Heavens.
Cambridge (Mass.), Harvard University Press (Loeb Classic Greek Library English
translation of theGreek original). Barbour. The Discovery of Dynamics, Ox-
ford, Oxford University Press. Bruno, The Ash Wednesday Supper. The Hague,
Mouton (English translation by Jaki of the Italian original. Buridan, Questions
on Aristotle‟s On the Heavens. Cambridge (Mass.), Medieval Academy of America
(English translation by Moody of the Latin original). Clavelin, G.s Natural
Philosophy. Paris, Colin (in French). Copernicus, On the Revolutions of the
Heavenly Spheres. Nuremberg, Johannes Petreius (in Latin). Crombie, The History
of Science from Augustine to Galileo. New York, Dover. Cusanus, N., 1985. On
Learned Ignorance. Minne- apolis, The Arthur J. Banning Press (English trans-
lation by J. Hopkins of the 1440 Latin original). Aviso, U. Treatise on the
Sphere of Galileo Galilei. Rome, N.A. Tinassi (apparently written in Padova in
Latin). G. Collezione Nazionale G. della
Biblioteca Nazionale di Firenze (in Latin). G. , Carteggio. National Edition of the Works of G.,
Florence, G. Barbera (in Italian). G. , Dialogue Concerning the Two Chief World
Systems. Berkeley, University of California Press (English translation by
Stillman Drake of the Italian original). Giannetto,
Bruno and Einstein. Nuova Civiltà delle Macchine (in Italian). Hasdale, M., Letter to G. In G. . Ingoli, F.,
Disputation Concerning the Location and Rest of Earth Against the System of
Coper- nicus. Rome (English translation by C.M. Graney of the Latin original at
arxiv.org). Martins, G. and the
principle of relativity. Cadernos de História e Filosofia da Ciência (in
Portuguese). Oresme, N.. Le livre du Ciel et du Monde. Book (manuscript). Paris, National Library.
Oresme, N., n.d. Traité de la sphère. Aristote, Du ciel et du monde. In the
National Library, Paris, fonds français. Wallace, W.A., Prelude to G.: Essays Angelis and Santo
BRUNO and the Principle of Relativity Medieval and Sixteenth-Century
Sources of G.s Thought. Dordrecht, Reidel. Wallace, W.A. G. and His Sources:
Heri- tage of the Collegio Romano in G.‟s Science. Princeton, Princeton University Press. Volgare
e latino nel carteggio galileiano G. epistolografo: volgare e latino. Un
confronto con Descartes e Mersenne. Le lingue dei corrispondenti. Le lettere
latine di G.. G. epistolografo: volgare e latino Per le consuetudini della
respublica litterarum lo scambio epistolare europeo riveste un ruolo
importantissimo, anche in considerazione della censura, in quanto «la lettre
n’a pas besoin d’imprimatur ni de ‘privilège’» (Fattori in Armogathe, Belgioioso,
Vinti).1 Non esistendo ancora i periodici scientifici, le lettere svolgevano
anche tale funzione. Allievi e simpatizzanti, protettori, principi e cardinali,
eruditi ita- liani e stranieri, colleghi ed ecclesiastici, artisti e letterati,
amici e familiari: il carteggio galileiano comprende tutto questo.2 I
destinatari di Galileo sono per lo più in Italia, ma non mancano corrispondenti
stranieri, specialmente in Francia (Parigi e Lione), in Baviera, a Praga e nei
Paesi Bassi: «Per quanto la giurisdizione del 1 Sulla respublica litterarum e
la corrispondenza tra i savants cf. Fumaroli 1988; Bots, Waquet 1994 (in
particolare i saggi di Johns, Fumaroli, Waquet, Frijhoff); Waquet; Armogathe,
Belgioioso, Vinti 1999 (in particolare l’intervento di Marta Fattori); Jaumann;
Bots, Waquet; Fumaroli. Breve, ma puntualissimo, Bucciantini in Irace 2011,
344-9; si veda anche Garcia. All’epistolario galileiano è dedicato Ardissino
2010; la studiosa ha cura- to un’antologia delle lettere italiane dello
scienziato (G.), con introduzione di Battistini (L’umanità di uno scienziato
attraverso le sue lettere). Sul registro polemico nell’epistolario si veda
Ricci. Filologie medievali e moderne Bianchi 4 • Volgare e latino
nel carteggio galileiano suo epistolario sia di estensione europea, Galileo si
rivolge soprat- tutto alla classe dirigente degli Stati italiani, laica ed
ecclesiastica» (Battistini in G.). In che lingua scrivevG. le sue lettere? Ci
si aspetterebbe che, nonostante la programmatica scelta del volgare per le sue
opere, egli utilizzasse nella corrispondenza con gli stranieri il latino,
lingua franca dell’aristocrazia del sapere. Una verifica integrale nei volumi
dell’EN riserva invece la sorpresa di una situazione affatto diversa, che
riportiamo in tabella: Anni Lettere di cui scritte in latino da G. a
Kepler (EN) 1 a Brengger (EN) a Kepler (EN) a Fortescue [Aggiunti] (fEN) 1 a
Bernegger [Aggiunti] (EN) 1 agli Stati generali dei Paesi Bassi (EN) a
Boulliaud (EN) a Boulliau(d) (EN) 3 Cf. anche Garcia: «l’espace de
cette république semble se réduire, dans son esprit, à la seule Italie –
c’est-à-dire aux trois villes de la Péninsule les plus actives culturellement,
Rome, Venise et Florence». Filologie medievali e moderne G. in Europa,
Bianchi Volgare e latino nel carteggio
galileiano Su un totale di 445 lettere – manteniamo i criteri di Favaro, che
include anche le epistole-trattato, quali le tre sulle macchie solari, e le
dedicatorie – sono latine soltanto 9 (il 2,02 %). Si tratta delle lettere
superstiti, ma, anche supponendo che la sorte ne abbia distrutto un numero
maggiore in latino che in italiano, i dati sono inequivocabili. Sappiamo poi
che di quelle 9, 2 sono state composte da Niccolò Ag- giunti su commissione
dello scienziato (v. infra). Ne restano dunque 7. 4.2 Un confronto con
Descartes e Mersenne Il confronto con Descartes è eloquente. Charles Adam ricostruisce che
nel carteggio superstite «sur un total de 498 lettres, 63 sont en latin»
(Adam), cioè il 12,65%. Del resto la familiarità del fi- losofo con il latino
era profonda: Il apprit le latin à fond, non seulement comme une langue morte,
mais comme une langue vivante qu’il pourrait avoir à parler et à écrire. Il la
parla, en effet, quelquefois en Hollande, et même en France à une soutenance de
thèses; et il l’écrivit dans trois ou quatre de ses ouvrages et un certain
nombre de lettres. Quelques- unes de ses notes mêmes, rédigées pour lui seul et
à la hâte, sont en latin. Il maniait cette langue aussi bien et souvent mieux
que le français, le plus souvent avec vigueur et sobriété, parfois aus- si
pourtant avec quelques gentillesses de style qui rappellent les leçons des bons
Pères; lui-même avoue qu’il a fait des vers, sans doute des vers latins, et une
fois avec Balzac il se piqua de bel esprit et lui écrivit dans un latin élégant
‘à la Pétrone’. (Adam 1910, 22)4 Il latino fu ancor più
abituale per Mersenne, che anche in quanto ecclesiastico (ordine dei Minimi)
era più legato alla lingua antica: su 308 epistole da lui redatte e
conservateci sono la- tine il 38, 64% (119), in francese le restanti.5 Sarebbe
interessante uno studio dell’uso linguistico in tale epistolario che analizzi
il tipo di missiva, la provenienza e la formazione dei destinatari. Accenniamo
qui soltanto al fatto che Mersenne, a cui furono rivolte alcune lette- [Al
carteggio di Descartes è dedicato l’ampio volume di Armogathe, Belgioioso,
Vinti; vi si veda in particolare il saggio di Torrini che compara l’epistolario
di Descartes e di G.: per il primo il carteggio fu un luogo privilegiato di
discussione filosofica, ben più che per G.. Conteggio nostro dai volumi della
corrispondenza dell’erudito (Mersenne). Divergono leggermente dalla nostra la
somma indicata nel vol. 17 a p. 107 (330) e quella che si ricava dall’indice
delle missive. La lettera a Baliani ci è tradita in italiano da una stampa
secentesca delle opere di questi, ma si tratta probabilmente di una traduzione
dall’originale latino o francese (cf. il commen- to di de Waard, Beaulieu).
Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano re in italiano, non rispose mai in quella lingua; i
curatori del carteggio affermano, seccamente, che «Mersenne savait très mal
l’italien» (commento alla lettera). Troppo seccamente, perché egli comprendeva
in verità assai bene l’italiano, come dimostra la traduzione-rielaborazione di
pagine galileiane (Les Méchaniques de G., Les nouvelles pensées de G.).
Interessante sarebbe valutare affermazioni di comprensione o incomprensione di
una lingua stra- niera come quelle di Baliani, in cui la grafia sem- bra
giocare un grande ruolo. Per esempio, ha ricevuto da Mersenne una lettera «in
lingua francese, ma tanto chiara ché io l’ho intesa leg- gendola correntemente»
(missiva), cioè è riuscito a legger- la nonostante fosse in francese e
nonostante la grafia. Un mese pri- ma aveva spiegato al corrispondente.
Rispetto alla lingua, in che V. P. mi deve scrivere, confesso, che mi è più
caro che mi scriva in lat- tino, che già hò preso un poco la pratica del suo
carattere. Il france- se però intendo meno, ancorche intenda assai bene i libri
stampati (missiva; in nota i curatori ricordano che Torricelli aveva lo stesso
problema). G. non leggeva il francese.7 Contrariamente a ciò che era
consuetudine e norma nella respublica litterarum, G. fece uso parchissimo del
latino per l’epistolografia. Anche se dobbiamo precisare che era ormai scontata
a quell’altezza cronologica, almeno in Francia e Italia, l’utilizzo della
lingua materna per comunicare con connazionali,8 e il carteggio stricto sensu
ga- lileiano – lettere composte o ricevute dallo scienziato – non presenta
quasi eccezioni. Anche tra le lettere che nell’EN fanno corona all’epistolario
galileiano propriamente detto, ma che fornendo informazioni sullo scienziato
furono raccolte da Favaro, sempre o quasi gli italia- ni scrivono a un
connazionale (foss’anche il papa) in italiano. Analo- gamente si comportano i
dotti francesi (pur con qualche eccezione): Mersenne, Fermat, Descartes si
scrivono in francese. Ricorrono in- vece non infrequentemente al latino i dotti
tedeschi per comunicare tra loro: nell’EN si veda Scheiner che scrive a
Kircher, e Bernegger a tutti i propri connazionali.10 Analogamente, l’olandese
Gro- [Sul rapporto Mersenne-G.(e Descartes-G.) si veda almeno Bucciantini.Cf.
anche Favaro. Pantin 1996, 58: «À
la fin de la Renaissance, les langues vernaculaires (surtout s’il s’agissait du
français et de l’italien) étaient devenues le premier moyen de s’exprimer et
même de raisonner (dans la correspondances scientifiques du début du XVIIe siècle
les allemands sont souvent presque les seuls à parler latin)». Di diverso parere Battis- tini in G.: pur essendo
ancora il latino la lingua abituale nel trattare ma- terie scientifiche ed
erudite, anche tra connazionali». 9 Paolo Maria Cittadini, che si firma teologo
dello Studio bolognese, si rivolge in la- tino a G. (EN). Per un’indagine sulla
corrispondenza dei dotti tedeschi nel Cinquecento si veda Lefèbvre 1980. Cf.
anche Leonhardt. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e
latino nel carteggio galileiano ot (Grotius) scrive in latino a Maarten van den
Hove (Martino Orten- sio nell’EN) e a Voss. Le lingue dei corrispondenti G. non
si allinea al costume della comunicazione latina con stra- nieri, mostrando una
forte tendenza a evitare la lingua antica. D’al- tra parte, l’adozione
dell’italiano da parte di stranieri testimonia la fortuna della nostra lingua e
il suo prestigio. G. instaura una comunicazione italiana paritetica – nel senso
che entrambi i corri- spondenti scrivono in italiano – non solo con Clavius e
Faber, che vi- vevano stabilmente in Italia da molti anni (si noti però che in
alme- no due lettere il principe Cesi aveva scritto al secondo in latino), ma
anche con Welser, l’ingegnere militare Antoine de Ville (al- lora in servizio
della Serenissima), Carcavy, Peiresc, Reael, Lowijs Elzevier, Ladislao di
Polonia, Massimiliano di Baviera, Beaugrand. L’effettiva conoscenza
dell’italiano da parte dei corrispondenti non si può misurare solo dalle
missive, per alcune delle quali va postulato l’intervento di un madrelingua
(certamente nel caso di principi e regnanti, ma anche le lettere di Reael sono
troppo ben scritte per non supporre almeno un correttore).16 Significativo il
caso di Noailles. Già scolaro di G. a Padova, ufficiale militare e poi non
troppo abile am- basciatore francese a Roma, attivo nel chiedere alla Chie- sa
clemenza per l’antico maestro, lo incontrò a Poggibonsi sulla via del ritorno
in Francia e ricevette una copia manoscritta delle Nuove scienze, delle quali
fu dedicatario. Restano 8 lettere da lui inviate a G. Le prime cinque sono in
italiano e risalgono al tempo in cui era diplomatico a Roma: di esse soltanto
una è interamente autografa, ma probabilmente Nell’inopportunità di riportare
dettagliate rassegne biografiche sui molti personag- gi che nomineremo,
rimandiamo una volta per tutte all’Indice biografico (anche del supplemento) e
agli indici di Drake e di Heilbron, nonché al regesto di nomi propri curato dal
Museo Galileo di Firenze, disponibile online e continuamente aggiornato. Daremo
qui solamente qualche informazione utile al nostro discorso. Cf. Stammerjohann.
Quando questi è malato, anche il fratello scrive in italiano a G.. 14 Cf.
Pernot e Vérin. Scrive in italiano anche a Micanzio. Bonaventure e Elzevier si
erano invece rivolti a G. in latino. Diodati scrive a Reael in italiano Su di
lui cf. Favaro. Per i corrispondenti francesi di G. rimandiamo a Baumgartner e
ai riferimenti bibliografici ivi contenuti. Filologie medievali e moderne G. in
Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano composta o almeno rivista
da un madrelingua. Le altre quattro han- no soltanto la sottoscrizione di pugno
del diplomatico. In un punto morto delle discrete manovre per il mitigamento
della condanna di G., Noailles si scusa con questi del ritardo nel- lo
scrivere: «Potrà similmente attribuire la cagione dell’haver tardato a
scriverli all’assenza del mio secretario italiano. È al- meno in parte un
pretesto, ma ci informa delle abitudini linguistiche della corrispondenza. La
stessa lettera riporta un breve poscritto au- tografo, che può dare l’idea
della competenza linguistica dell’amba- sciatore, buona, ma nettamente
inferiore alla lingua e allo stile esibito nelle altre lettere a G.: Il latore
de la presente li darà nove di me, et quanto gran stima fo de le sue virtù et
come sto con desiderio di servirla in ogni occorrenza. Di fatto, l’uso
dell’italiano sembra, non solo in Noailles, un piacere e un omaggio al maestro
degli anni pado- vani e al grande scienziato. Dopo il rientro in Francia
Noailles gli scriverà personalmente – cioè senza aiuto di segretari – in
francese (restano tre lettere autografe). Lettere che – l’ambasciatore dove
certo esserne al corrente – G. non poteva intendere e di cui restano tra i
manoscritti galileiani le traduzioni italiane. A Grienberger e de Groot che gli
si rivolgono in latino, G. RISPONDE IN ITALIANO. In latino gli scrivono anche
Gassendi (con l’eccezione di una missiva italiana composta insieme a Peiresc),
Tycho Brahe, Mersenne, Morin, Abraham e Bonaventure Elzevier, l’avver- sario
Scheiner e parecchi altri. Ma non sono conservate le risposte del nostro (a
Tycho non rispose affatto) e dunque non sappiamo in quale lingua fossero
composte. Gli scrissero invece in italiano Martin Hasdale (tedesco, fu a lungo
in Italia per divenire poi potente consigliere alla corte di Rodolfo II); David
Ricques (polacco o tedesco), Thomas Segget (scozzese, fu a lungo in Italia; poi
a Praga), il greco Demisiani, il cardinale Joyeuse, Zbaraski (Zbaraz), White
(allievo di Castelli, scrive da Londra e si scusa per gli errori di lingua),
Giovanni di Guevara (spagnolo, ma nato a Napoli), Philippe de Lusarches
(maestro di camera degli ambasciatori fran- cesi a Roma), Johannes Riijusk
(cugino del Reael, scrive da Venezia), Weert (olandese al servizio della
Serenissima), Justus Cf. l’introduzione di Favaro alle missive e il
supplemento. Al ruolo dei segretari nella respublica litterarum accenna Fattori
in Armogathe, Belgioioso, Vinti. Schorer (mercante tedesco attivo anche a
Venezia), Müller (tedesco, linceo, da Roma), Beaulieu (non meglio
identificato), Welles (da Londra), Breiner, Coignet, Lentowicz (che è studente
a Padova), Schröter (tedesco), Tarde, Assia, Brozek (polacco), Maarten van den
Hove (Hortensius, olandese). Bucciantini Filologie medievali e moderne G.
in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano Weffeldich (agente
degli Elzevier a Venezia), Jean-Jacques Bouchard (dotto francese che visse
molti anni a Roma), Henry Robinson (ingle- se, fu a Livorno per commercio e
abitò per alcuni anni a Firenze). Restano alcune epistole italiane che Galileo
inviò a Leopoldo d’Austria (Innsbruck), a Pedro de Castro conte di Lemos
(Madrid), agli Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi (ve n’è
un’altra in latino, di cui parleremo tra qualche pagina), a Francisco de
Sandoval duca di Lerma (Madrid), a Maarten van den Hove (matematico olandese).
Scrivono a G. sia in latino che in italiano Leopoldo d’Austria, Jacques
Jauffred21 (una missiva privata è in volgare, una pubblica è stampata in
latino), Benjamin Engelcke (di Danzica, fu per alcuni an- ni in Italia). Gli
Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi si rivolgono a G. sia in
latino che in francese (Reael traduce per G.; una deliberazione dell’assemblea
sulla proposta galileiana del calcolo della longitudine è redatta in olandese e
Reael la tradu- ce in latino per Galileo). Il francese è peraltro usato anche
in altre occasioni dagli olandesi, come quando Huygens si rivolge a Diodati. Il
quadro generale dell’epistolario è dominato dall’italiano, anche perché la
maggioranza degli stranieri aveva vissuto per un periodo abbastanza lungo in
Italia durante gli studi universitari o per altri motivi. Sono dunque stranieri
con una vasta conoscenza personale della Penisola e della sua lingua. Le
lettere latine di G. Si esaminerà ora il ristretto gruppo di epistole latine di
G. rimasteci. Della corrispondenza tra G. e Kepler, di importanza capi- tale,
restano poche lettere, 7 da parte del tedesco, 3 da parte del pi- sano. Non si
incontrarono mai di persona. La comunicazione si svolse sempre in latino e
coprì, per quanto è conservato, un arco temporale che va dal 1597 al 1627 (ma
le lettere scritte da Kepler non vanno oltre il 1611). I rapporti scientifici e
personali tra i due scienziati so- no illustrati nel dettaglio e nell’ampio
quadro culturale del tempo in Bucciantini, a cui ci rifacciamo per la nostra
analisi. Al tempo del primo contatto epistolare nessuno dei due è famoso: G. è
niente più che il solido matematico dello Studio di Padova; Kepler, dopo aver rinunciato
alla carriera teologica e pastorale, è matematico a Graz. I due non si
conoscono neppure di nome. Per tramite Su di lui vedi DBI (s.v. Gaufrido). Cf.
infra in questo capitolo. 23 Cf. Favaro. Una testimonianza in senso contrario
(ovvero scarsa com- petenza dell’italiano da parte di studenti stranieri a
Padova) è riferita da Mikkeli; ci sembra tuttavia un’eccezione di fronte alle
tante altre. Filologie medievali e moderne G. in Europa Volgare e latino nel
carteggio galileiano dell’amico Paul Homberger, Kepler fece arrivare in Italia
il suo Mysterium cosmographicum. Probabilmente fu lo stesso Keplero a
suggerirgli [a Homberger] di destinare una copia allo Studio di Padova, ovvero
di consegnarla a chi in quel tempo occupava la catte- dra di matematica in una
delle università più prestigiose d’Europa» (Bucciantini). E G., letta solo la
prefazione dell’opera, nella quale Kepler dichiara la sua adesione al
Copernicanesimo, decide di inviare una lettera di ringraziamento all’autore per
tramite dello stesso Homberger che stava per fare ritorno in Austria. È la
missiva che contiene l’importantissima di dichiarazione di Copernicanesimo da
parte di G. (in Copernici sententiam multis abhinc annis venerim).
Importantissima anche in base alla doppia considerazione che a fine Cinquecento
i copernicani si contano sulle dita (oltre a Kepler e G., sono BRUNO (si veda),
Rothmann, Mästlin, Digges, Harriot, Stevin, de Zúñiga) e che prima delle
scoperte le copernicianisme était une opinion extravagante et ridicule, et donc
non dangereuse ni ne méritant même d’être condamnée (Bucciantini). Si capisce
dunque l’entusiasmo di G. nell’apprendere che un tale Kepler aveva le sue
stesse idee e pubblicava opere per difenderle e diffonderle, mentre lui, G.,
non aveva avuto il coraggio – afferma – di pubblicare le sue osserva- zioni in
difesa del sistema eliocentrico per non fare la fine di Copernico, lodato da
pochissimi e deriso dai più. Il latino di questa lettera ci sembra un poco più
elevato di quello del Sidereus nuncius, con più frequente subordinazione
(soprattutto frasi relative e infinitive). La gioiosa risposta di Kepler,
contento anch’egli di aver trovato un compagno, è più lunga e stilisticamente
superiore, per quanto non brillante: esclamazioni e interrogative retoriche
vivacizzano il dettato, che è molto fluido e senza imbarazzi; vi sono finezze
umanisti- che, come l’inserzione di una parola in caratteri greci (αὐτόπιστα).
La strategia culturale di Kepler per l’affermazione del Copernicanesimo prevede
innanzitutto il convincimento dei matematici ed egli si dichiara disponibile a
far pubblicare in terra tedesca gli scritti di G., se questi teme di farlo in
Italia. Ma G., non condividendo la strategia proposta, non rispose a questa
lettera.27 Stupito del silenzio, Kepler ritentò attraverso Bruce di avere nuove
di G. . Cf. anche Biancarelli Martinelli Una dichiarazione di poco precedente,
ma appena accennata e di- messa, diversamente dalle righe indirizzate a Kepler,
è in una lettera a Mazzoni (cf. Bucciantini Bucciantini Bucciantini Bucciantini
Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano Giunse poi la stagione del Sidereus nuncius, durante la
quale Ke- pler fu il solo grande interlocutore straniero cui G. si rivolse e la
cui conferma delle scoperte ebbe importanza paragonabile soltanto a quella
degli studiosi del Collegio Romano. Oltre alla presa di posizio- ne ufficiale
con la Dissertatio cum Nuncio sidereo, Kepler invia a G. una lettera privata,
chiedendo, in sostanza, altri elementi a sostegno delle scoperte e del
cannocchiale. La risposta di G. è significativa. Il nostro è ancora a Padova,
ma ha già ottenuto il posto alla corte di Toscana e la lettera è pervasa da
un’esuberante soddisfazione del proprio succes- so, con toni che sfiorano
l’autocelebrazione» (Bucciantini): il racconto delle ricompense e dello
stipendio ricevuto dopo la scoper- ta, la protezione e la garanzia del Granduca
quanto alle scoperte, il ti- tolo di filosofo aggiunto ora a quello di
matematico, che Kepler non gli riconoscerà. Galileo non ha molto tempo per
scrivergli (paucissimae enim supersunt ad scribendum horae). Lo stile è solido
e non più impacciato come nella lettera; la scrittura è più fluida, c’è più
movimento, con interrogative e riferimenti eruditi (seppur scolastici, co- me
oblatrent sicophantae) e quasi con affetto per il suo alleato lontano che, pur
chiedendo chiarimenti e testimoni, lo ha appoggiato. In par- ticolare è
insolita, in G., una conclusione come me, ut soles, ama. Con la pubblicazione
della Dioptrice (Kepler è il padre dell’ottica moderna), termina uno scambio
frequente tra i due: essi non hanno più avvertito il bisogno di confrontarsi e
collaborare rego- larmente, a causa sia di progetti e attitudini scientifiche
differenti, sia di piccole incomprensioni (per es. la stima riposta da Kepler
in Simon Mayr, che dispiacque al nostro). Certo, G. si informerà su come stia e
che cosa faccia l’altro e Kepler prenderà posizione nelle po- lemiche legate al
Saggiatore con l’Hyperaspistes, ma non è più in gioco una collaborazione
stabile e duratura. Le lettere superstiti, in ogni caso, allorché Galileo
raccomanda Bossi al dotto corrispondente perché questi lo accetti come scolaro.
La missiva, non molto interessante quanto al contenuto (una raccomandazione),
testimonia il tentativo di riallacciare la relazione. Nel poscritto Galileo
aggiunge: Mitto, cum his complicatam litteris, Orationem Nicolai Adiunctii,
adolescentis in omni humaniore et severiore literatura excultissi- mi: eam sat
scio te magna cum voluptate lecturum, et mirifice futuram ad tuum palatum et
gustum. Si tratta dell’Oratio de mathematicae laudibus, uscita a Roma nello
stesso anno dalla penna del giovane Aggiunti, notevole non solo per I motivi del distacco sono scandagliati in
Bucciantini. Filologie medievali e moderne Galileo in Europa Bianchi Volgare e
latino nel carteggio galileiano lo stile latino brillante di cui l’autore dava
prova, ma anche per la celebrazione della matematica come modo di vedere la
realtà (una Geometria nos in rerum notitiam perducit, et sola complectitur
studia universa). Dopo di che, morto Kepler il Dialogo lo accuserà, pur con
rispetto (così la didascalia a margine), di aver creduto a «predominii della
Luna sopra l’acqua, ed a proprietà occulte, e simili fanciullezze: come è noto,
un attacco che si ritorce contro G.. A rendere incompatibili le posizioni dei
due grandi vi erano idee radicalmente diverse sul cosmo e la posizione
dell’uomo in esso.31 Veniamo agli altri corrispondenti. Brengger, medico di
Augsburg, si interessava di problemi scientifici. Per tramite di Welser pone a
G. alcune questioni sui monti lunari, cui G. risponde con una lunga epistola in
un latino asciutto. A sua volta Brengger risponderà estesamente in latino. Una
delle due lettere composte in latino da Niccolò Aggiunti su incarico di G. si
legge ed è la risposta a Fortescue. Questi gli aveva indirizzato una pomposa
lettera latina annunciandogli la pubblicazione delle sue Feriae academicae,
nelle quali, di- scorrendo di ottica, catottrica, matematica e astronomia,
adduceva nonnulla experientia comprobata mea. Lettera pomposa in cui gli elogi
a G., iperbolici, sono intessuti di riferimenti eruditi (il mito di Cefeo e la
costruzione del faro di Alessandria su progetto di Sostrato). La notizia più
saliente che il mittente vuole comunicare è l’a- ver fatto di G. un personaggio
del libro annunciato: In his usus sum artificio Marci Tullii aliorumque, qui,
ut sibi in dicendo auctoritatem concilient, inducunt colloquentes Catones,
Crassos, Antonios, similesque palmares homines. Igitur ignosce, Vir
sapientissime, si disputantem in scriptis meis temet repereris, Il passo è
riportato in Camerota. Secondo Peterson, inviando a Kepler il testo di
Aggiunti, G. inviterebbe il corrispondente a rivolgere un’attenzione matematica
non solo ai cieli, ma anche alla realtà terrestre. L’abbandono da parte di G.
di ogni visione antropocentrica è certamente una delle caratteristiche della
sua filosofia che più lo allontana non solo da Keplero ma anche da Copernico
(Bucciantini). Il progetto galileiano di fondazione di una scienza copernicana
del moto fu fin dall’inizio antitetico e concorrente alla nuova dina- mica
celeste kepleriana. La forza e la tenacia con cui G. proseguì in ogni momento
della sua vita le sue ricerche sul moto inerziale all’interno di una
prospettiva cosmologica gli impedirono di accettare le ‘assurde’ leggi
kepleriane» (Bucciantini). Laureato in medicina a Basilea, ebbe scambio
epistolare con Clavio e Kepler su problemi scientifici (cf. Reeves, van Helden;
Keil; Bucciantini). Pochissimo si sa di lui: cf. la voce di Kennedy nell’Oxford
Dictionary of National Biography, con bibliografia; Favaro; Besomi, Helbing.
Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano illos inter qui exquisitis suis artibus occiduum hunc sustentant
orbem. Nelle Feriae è allestito un dialogo (con narratore) tra G., Clavio,
Grienberger – astrologorum huius aevi facile principes – e Gonzaga. Con la
missiva Fortescue ne informa lo scienziato e si scusa per non avergli chiesto
il permesso (Ergo da veniam, serius petenti licet, Vir spectatissime, quod,
inconsulto te, cum tuo egerim nomine). Nella risposta – che commenteremo – lo
scienziato dichiara, con accenti che corrispondono del tutto ai moduli dello
stile encomiastico, che nostram enim mirifice incendisti cupiditatem, pregando-
lo di inviargli copia del libro non appena stampato (Cum typographi suam operam
absolverint, tuique libri editionem perfecerint, unum vel alterum exemplar ad
nos primo quoque tempore perferendum cures). Non escludiamo che la parte
‘galileiana’ delle Feriae abbia potuto ispirare G. e suggerirgli quell’unicum
narrativo che è la sua appa- rizione come personaggio nel Dialogo sopra i due
massimi sistemi. In tale passo, per ribadire la priorità galileiana su Scheiner
riguardo alla scoperta della correlazione tra macchie solari e l’inclinazione
dell’asse solare, G. si è servito di un fine stratagemma reto- rico-narrativo,
unico nell’opera: Salviati ricorda dettagliatamente una discussione con G. e ne
riporta in modo diretto (con due punti e virgolette) le parole. Un intervento
‘diretto’ dell’autore all’interno del Dialogo dei personaggi. Lo stratagemma è
interessante anche perché è un falso creato ad hoc da G., come hanno acutamente
ricostruito Besomi, Helbing e come era noto a collaboratori di G.: Benedetto
Castelli parlò del passo in questione come «testimonio falso delle macchie del
sole» (lettera a G.). L’influenza di Fortescue su tale episodio è indimostrata,
ma possibile anche in base alla cronologia della composizione del Dialogo.35
Contrariamente alle sue abitudini, G. volle rispondere a For- tescue in latino
(questi era stato al Collegio inglese di Roma; non sappiamo tuttavia se Galileo
ne fosse al corrente), e si affidò per questo al provetto latinista Aggiunti.
Allievo di Castelli a Pisa, al quale succedette sulla cattedra di matematica,
Aggiunti fu anche precettore di corte, dove conobbe e divenne discepolo fidato
di G., tanto che fu tra coloro che durante il processo asportarono da casa del
maestro le carte giudicate pericolose. Studiò in particolare i fenomeni
capillari. Uni- ca sua opera a stampa è la già menzionata Oratio de
mathematicae Accenni in Favaro; Besomi, Helbing e Camerota. La parte dell’opera
sui movimenti delle macchie solari è stata composta probabilmente dopo che
Galileo aveva letto la Rosa Ursina [opera di Scheiner] (Besomi, Helbing).
Filologie medievali e moderne G. in Europa, Bianchi Volgare e latino nel
carteggio galileiano laudibus, che fu la prolusione al suo insegnamento
universi- tario; restano manoscritti alcuni altri suoi testi. Ha fama di ottimo
latinista e per questo G. chiede la sua collaborazione. Ciononostante difese
anche l’uso del volgare nella trattazione filosofica. Aggiunti scriv a G.:
Credo che V. S. Ecc.ma volentieri mi perdonerà così lunga dilazione, vedendo
che io gli pago il debito e in oltre qualche usura: io parlo della rispo- sta
al Sig.r Giorgio Fortescue, la quale mando a V. S., fatta con quella maggior
accuratezza che ho potuto. Harò caro intender quan- to gli sodisfaccia. Nella
soprascritta basterà fare: Eruditiss.o Viro Georgio de Fortiscuto. Londinum.
Della missiva ci resta la copia autografa di G. In essa, datata da Favaro, si
ringrazia ampollosamente, anche con richiami eruditi, per l’onore di comparire
come personaggio inter eximios viros e di essere così celebrato. La lettera è
ben nota agli studiosi galileiani, perché G. dichiara di lavorare a un arduum
opus: magnum mundi systema, quod trigesimum iam annum parturiebam, nunc tandem
pario. E di- chiarandone il tema (in hoc opere abditissimas maris aestuum
causas inquiro, et, nisi mei me fallit
amor, mirabiliter pando), prega il cor- rispondente di inviargli dati
sull’osservazione delle maree: Proinde siquid habes circa hasce alternas
aequoris agitationes diligenti nec divulgata observatione notatum, ad me
perscribere ne graveris. L’altra lettera latina composta da Aggiunti su
commissione di G. è indirizzata a Bernegger, dotto residente a Strasburgo e
traduttore in latino del Dialogo. Alcuni mesi prima egli aveva scritto a G.
annunciandogli la traduzione. Favaro ricostruisce che probabil- mente tale
epistola non fu consegnata allo scienziato, perché Engelcke, che avrebbe dovuto
portarla di persona, la spedì a G. ed essa andò perduta (noi leggiamo oggi la
minuta dello scri- vente); Engelke scrive poi a G. informandolo della
traduzione. La lettera di Bernegger è stesa in un latino sicuro e curato, ma
non af- fettato, con la sola iperbole finale di Galileo non Italiae modo tuae,
sed orbis, quem immortalibus tuis scriptis illustrasti, lucidissimum sidus, che
rispecchia lo stile encomiastico. Per la risposta Galileo volle affidarsi anche
in questa occasione ad Aggiunti, che così scriveva allo scienziato: «Questa qui
alligata è la lettera che, in esecuzione del suo cenno, ho fatta al Bernechero,
del quale non sapendo il nome non ho potuto porvelo. Se le paresse lunga, potrà
scorciarla et acconciarla a modo suo. Io l’ho scritta con mia gran fatiga,
perché il considerare in 36 Su Aggiunti, oltre alla voce del DBI, si vedano
Favaro; Camerota; Camerota; Peterson Cf. Camerota. Commenteremo questa lettera
nei cap. 8. Filologie medievali e moderne G. in Europa Bianchi Volgare e
latino nel carteggio galileiano nome di chi io scrivevo mi sbigottiva. V. S.
nel mio mancamento accusi il suo comandamento. Ciò testimonia
inequivocabilmente che Aggiunti non ha semplicemente tradotto in latino una
risposta re- datta da Galileo in volgare, ma composto in toto la lettera. Essa
sfoggia uno stile brillante, retorico, erudito. Aggiunti parago- na Bernegger
traduttore a un egregius pictor che abbellisce la figura della persona
ritratta: con i latinae elegantiae colores egli riprodurrà le philosophicae
lucubrationes dello scienziato. L’acme retorico-erudita è raggiunta paragonando
la traduzione del Dialogo al ritratto di Antigono sapientemente realizzato da
Apelle: essendo il sovrano privo di un occhio; è appunto soprannominato μονόφθαλμος,
il pittore sfruttò i vantaggi del tre quarti per nascondere il difetto fisico,
come ricorda un passo dell’Institutio oratoria: Habet in pictura speciem tota
facies: Apelles tamen imaginem Antigoni latere tantum altero ostendit, ut
amissi oculi deformitas lateret. Aggiunti si rifà direttamente a Quintiliano e
inscena una cecità di G., non fisica, come avverrà più tardi, ma metaforica
(difetti di stile e improprietà di espressione del Dialogo): tuum artificium
hoc pollicetur, ut, citra similitudinis detrimentum, me pulchriorem quam sum
ostendas, et, imitatus Apellem, qui Antigoni faciem altero tantum latere
ostendit, ut amissi oculi deformitas occultaretur, tu quoque, si quid in me
mutilum vel deforme offendes, ab ea parte convertas qua speciosius apparebit. È
evidente la soddisfazione e l’orgoglio per la traduzione latina dell’o- pera
che tante umiliazioni aveva portato a G., soddisfazione e orgoglio accresciuti
dai dolori fisici e dalla perdita della figlia, man- cata pochi mesi addietro
(ma di ciò non si accenna nella lettera): Ceterum deierare liquido possum, post
tot turbas et corporis animique vexationes, quas mihi pepererunt primum studia
ipsa, quae radices artium amarae sunt, deinde studiorum fructus, qui multo
ipsis radicibus amariores fuerunt, hoc tuo erga me studio nullum mihi maius
solatium contigisse. Passi come questo attestano l’alto livello della prosa
latina di Aggiunti: sottolineamo la naturalezza stilistica con cui l’immagine
degli studi co- me radici delle scienze – radici amare perché intrise di fatica
– si tramu- ti nel paradosso dei frutti più amari delle radici, paradosso in
cui sono adombrate le sofferenze e umiliazioni del processo e dell’abiura. Alle
quali G. reagisce con nuovi studi e la stesura delle Nuove scienze: Non tamen
his angustiis eliditur aut contrahitur animus, quo liberas viroque dignas
cogitationes semper agito, et ruris angustam hanc solitudinem, qua
circumcludor, tanquam mihi profuturam aequo animo fero. Filologie medievali e
moderne G. in Europa Bianchi Volgare e latino nel carteggio galileiano
Bernegger fu sbalordito dall’eleganza di tale lettera e non subodo- rò che non
venisse dalla penna di G.; scrive infatti a Diodati: Valde me terruit ipsius
[G.] epistola, longe tersissima et elegantissima; quam elegantiam cum vel
mediocriter assequi posse desperem, verendum habeo ne magnus ille vir ingenii
sui divini foetum in commodiorem interpretem incidisse velit. Sed iacta est
alea. Aggiunti muore. Meno interessanti le ultime tre lettere di cui dobbiamo
occuparci. Il dotto Boulliaud inviò a G. una copia del suo De natura lucis40
accompagnandola con una lettera latina in cui si dichiarava amico di Gassendi e
di Diodati e in cui annunciava l’imminente pubblicazione del Philolaus sive
Dissertatio de vero Systemate Mundi. È una missiva di ac- compagnamento,
piuttosto breve e spedita quanto a stile. La risposta di G., pure in latino, ha
lo stesso tenore: con un dettato puramente comunicativo informava di aver già
perso la vista e di non poter quindi formarsi un giudizio sulle dimo- strazioni
del De natura lucis che contengano figure; ha però apprezzato ciò che gli è
stato letto e si interessa del Philolaus. Infine si scusa per la brevità e
sommarietà della risposta: Breviter admodum ac ieiune scribo, praestantissime
vir: plura enim scribere me non patitur molesta oculorum valetudo. Quare me
velim excusatum habeas. Una seconda lettera di Boulliaud risale: un puro
accompagnamento all’invio del Philolaus, con l’augurio retorico che utinam
Deus, qui alligat contritiones suorum, restituat oculorum lumen tibi ademptum,
nobisque tale damnum resarciat, ut ipse legas libellum, et rationum seriem sine
alienorum oculorum opera dispicias. La risposta latina del nostro, , è del
tutto analoga alla precedente. Ringrazia il corrispondente e apprezza quanto
gli è stato letto, ma non potendo vedere le figure non può giudicare bene. È
latina, infine, una missiva di G. agli Stati generali dei Pae- si Bassi, in cui
chiede che sia esaminata la sua proposta per il calcolo della longitudine in
mare ligure. È una lettera non retorica, per quanto contenga alcuni elementi
topici come l’elogio del destinatario: Celsitudinum Vestrarum, qui per
omnia maria et terras celeberrimas suas peregrinationes et navigationes cum
gloria maxima iam instituerunt et quotidie porro instituunt, et commercia
amplissima ubique quotidie dilatant. Su di lui vedi Beaulieu) e Hockey et al.
L’opera a stampa reca; non sappiamo dire se Boulliau(d) ne abbia inviato un
esemplare (cui poi fu apposta una datazione posteriore) o una copia
manoscritta. Filologie medievali e moderne G. in Europa G. HASDALE a G. in Padova. Praga. Bibl.
Naz. Fir. Mss. Gal. – Autografa. mor mo Essendo un pezzo che disegnavo di
ritornare in Italia, et particolarmente a Padova et Venetia, più per godere
quella gentilissima conversatione di V. S. che per altro; et tanto più me ne
cresce il desiderio, quanto che veggo nuovi parti del suo felicissimo et divino
ingegno. Delli quali l'ultimo, intitolato Nuntius Sydereus, ha rapito
ultimamente tutta questa Corte in ammiratione et stupore, affaticandosi ogniuno
di questi ambasciatori et baroni di chiamare questi matemathici di qua per
sentire se vi sanno fare alcuna oppositione alle demostrationi di V. S. Però
vanno procurando di havere di quelli occhiali doppiii, per vederne
l'esperienza. re re Io mi truovai, XII giorni fa, a desinare dal Sig.
Ambasciatore di Spagna, dove il Sig. Velsero portò al detto Ambasciatore uno di
questi libbri, mostrandogli molti luoghi notabili di r quello libro. Il Sig.
Ambasciatore mi domandò delle qualità di V. S. Io gli risposi quello che potei,
non già quanto V. S. merita. Mi disse che voleva sentire l'openione del
Kepplero sopra questo libro, sì come credo che habbia fatto chiamarlo. Ma io
questa mattina ho havuta occasione di fare amicitia stretta con Kepplero,
havendo egli et io mangiato con l'Ambasciatore di Sassonia; et domattina siamo
invitati da quel di Toscana, dove io vado familiarmente di continuo, essendo
quel Signor mio padrone vecchio. Hora gli ho domandato quello che gli pare di
quel libro et di V. S. Mi ha risposto che sono molti anni che ha prattica con
V. S. per via di lettere, et che realmente non conosce maggiore huomo di V. S.
in questa professione, nè manco ha conosciuto; et che con tutto che il Tichone
fosse tenuto per grandissimo, nondimeno che V. S. l'avanzava di gran lunga.
Quanto poi a questo libro, dice che veramente ella ha mostrata la divinità del
suo ingegno; però, che ella viene havere data qualche occasione non solo alla
natione Todesca, ma anco alla propria, non havendo fattone mentione alcuna di quegli autori che le hanno
accennato et porta occasione di investigare quello che hora ha truovato,
nominando fra questi Giordano Bruno per Italiano, et il Copernico et sè medesimo,
professando di havere accennato simili cose (però senza pruova, come V. S., et
senza demostrationi): et haveva portato seco il suo libro, per mostrar allo
Ambasciatore Sassone il luogo. Ma in quello ch’eramo in questi ragionamenti, è
sopragionto un estraordinario di Sassonia al detto Ambasciatore, che ha
disturbata la conversatione. Ma domattina, piacendo a Dio, ci rivederemo, che
senz'altro porterà il medesimo suo libro con quello di V. S., come ha fatto
hoggi, per mostrarlo all'Ambasciatore di Toscana. Seppi poi la morte del Cl.mo
nostro Sig.r Cornaro, con mio grandissimo dispiacere, che me mo Vostro Aff.
Fratello lo Michelag. Galilei. De Kepplero non havendo fattione mentione.
Tra accennato e et si legge, cancellato, quelle cose. – Un LORENZO di CORNARO
era morto (Necrologio Nobili, nell'Archivio r lo scrive Pamfilio, quale
desidero sapere se si truova ancora costì, perchè gli vorrei scrivere. Et la
prego, havendo occasione, di fare un cordialissimo baciamano al Padre Maestro
Paolo et Padre Maestro Fulgentio, suo compagno, et che spero fra alcuni mesi
lasciarmi rivedere con qualche carico. Con che fine le bacio le mani. Di
Praga, Di V. S. Ecc. ma re mo Serv.
Devot. Martino Hasdale. Io mando questa per via dell'Ambasciatore di Venetia.
Mi ricordo degli suoi melloni Turcheschi. mor mo Fuori: All'Ecc. Sig. P.rone
Oss. r Il Sig. Gallileo Gallilei, Mattematico di Padova.Galilei. Galilei.
Keywords: “the sun rises in the east” “the sun sets in the west” “you’re the
cream in my coffee” ‘disimplicature’ -- esperienza, observazione, visione,
nature, aristotele, filosofia naturale, fisis, natura, interpretazione,
semiotica, segno naturale, il padre di Galileo – Some like Galileo Galilei, but
Vincenzo Galilei is MY man” – Galileo e Bruno, lizio, lizii. Refs: Luigi
Speranza, “Galileo, Grice e il saggiatore,” The Swimming-Pool Library, Villa
Grice. Galilei.
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