Grice e Bonatelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della patognomia – scuola d’Iseo -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Iseo). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Iseo, Brescia, Lombardia. Grice: “Bonatelli is undoubtedly a Griceian – like me, he merges psychologia – ‘psychologia rationalis or metaphysica’ as he puts it – with logic -. He makes fun of ‘inglese,’ which by lacking inflections, disallows complex thought – He distinguishes, in ways the Oxonian really cannot – unless he is into ‘Italian studies’! – between ‘linguaggio,’ and THEN ‘’lingua.’” Grice: “Within the lingua he distinguishes a primary stage which he genially calls ‘patognomico,’ or pathognomic, as Strawson would prefer, i. e. to ‘know the emotion’ of your co-conversationalist – Italians never take ‘conoscere’ as sacred as we at Oxford take ‘know’ – He considers the copula in something like “Fido is shaggy,” there is the ‘nome’ – and within it the ‘nome aggetivo’ – this he says, and rightly so, is the stuff of ‘il filosofo delle lingue’ – and the copola which is the ‘is.’ He grants that he’ll only be concerned with lingua of ‘cepo indeuropeo,’ literally ‘indo-germanic vintage’!” – Grice: “Bonatelli is a Griceian because he is into ‘significato’ – how an utterance becomes a vehicle by which an utterer can SIGNIFY – il segno patognomico, as it were --.” Grice: “Like me, he allows for ‘utter’ to be used broadly – ‘sordomuti’ have a ‘linguaggio di gesti e moti’ as ‘signo patognomico.’” Figlio di Filippo, un commissario distrettuale al servizio del governo austriaco -- e da Elisabetta Bocchi. Si trasferì a Chiari per compiere gli studi ginnasiali presso uno zio materno: il canonico Annibale Bocchi. In questo periodo studiò con Carlo Varisco, che, in seguito, diverrà suo cognato. Il Varisco, infatti, sposò Giulia, sorella del Bobatelli e, dopo la morte di questa, convolò a seconde nozze con un'altra sorella del B.: Laura. Dall'unione fra Carlo e Giulia nacque Bernardino Varisco, insigne filosofo anch'egli, e senatore del Regno d'Italia. Terminato il ginnasio, proseguì gli studi a Brescia, frequentando il locale liceo, ed iniziando precocemente l'attività didattica presso il Liceo Classico Arnaldo. Nel frattempo si rese protagonista del grande fermento politico della sua epoca. Troviamo conferma del suo fervente patriottismo in ciò che ne scrisse Michele Rosi nel “Dizionario del Risorgimento nazionale” «Venuti i tempi nuovi, ebbe incarico di istruire gli ufficiali della guardia nazionale; continuando nello stesso tempo nel proprio insegnamento, cercò di suscitare nell'animo dei giovani i più fervidi sentimenti patriottici. Per questo cadde in sospetto della polizia austriaca, alla quale sfuggì (…) in Svizzera». Rientrato in patria ottenne l'abilitazione all'insegnamento della filosofia, della matematica e della fisica, che alternò tra Milano, presso l'istituto ginnasiale “Sorre”, e Chiari. Una pubblicazione, di interesse psicologico ha titolo “Sulla sensazione”. Si unì in matrimonio con Laura Formenti. Nel medesimo anno, venne privato del posto di lavoro per motivi politici. Per riottenere l'ammissione all'insegnamento, dovette avvalersi dell'intercessione della nobildonna e benefattrice clarense, Ottavia Bettolini, col maresciallo Josef Radetzky- In cambio di questa concessione, avvenuta soltanto il governo austriaco gli impose di seguire un corso di studi superiori a Vienna, che abbandonò forzatamente soltanto qualche mese dopo, essendosi ammalato di tifo. Fu durante questa breve esperienza che il Bonatelli venne in contatto coi maggiori esponenti della filosofia tedesca, da cui rimase profondamente influenzato. Resta incerto se, nella capitale austriaca, conseguì o meno la laurea, come ipotizzato da alcuni autori (Alliney, “B.”, Brescia, La Scuola). Insega presso il liceo di Mantova, dove rimase fino a dopo lo scoppio della Seconda Guerra d'Indipendenza, quando quella città fu messa in stato d'assedio. Le imprese guerresche del sovrano sabaudo, supportato da francesi e volontari garibaldini, vennero celebrate dal B. con la composizione di un carme: “Il servaggio e la liberazione”, scritto a Chiari, con dedica a Vittorio Emanuele II. Successivamente, l'attività didattica del B. proseguì al liceo di Brescia ed al Carmine di Torino sino al 1861, anno in cui si trasferì a Bologna per insegnare filosofia teoretica, nonostante avesse appena vinto un concorso presso l'Genova che gli avrebbe permesso di ricoprire la stessa cattedra. Nell'ateneo felsineo, il B. ebbe modo di conoscere Carducci, che vi era professore di Letteratura Italiana. Lo stretto legame fra i due cattedratici è testimoniato da una ventina di lettere, conservate nell'archivio della Casa Carducci di Bologna. Gli anni trascorsi a Bologna furono particolarmente proficui per l'elaborazione del pensiero filosofico di B.: nacque allora una delle sue opere principali, “Pensiero e conoscenza”, pubblicata. B. passò alla cattedra di filosofia teoretica dell'Padova; impiego che manterrà fino alla morte. Nell'ateneo lombardo ebbe diversi incarichi, fra cui quello di insegnare filosofia della storia e di tenere per qualche anno i corsi di antropologia, pedagogia e storia della filosofia. Divenne anche preside della facoltà di lettere e filosofia. A Padova scrisse la sua opera maggiore: “La coscienza e il meccanesimo interiore”. La fama del B. iniziò specialmente negli ambienti del “platonismo” legati a Terenzio Mamiani, ottenendo anche ruoli di alto prestigio al di fuori della propria attività didattica. Fu membro del comitato di redazione del periodico “La filosofia delle scuole italiane”, fondato dal Mamiani nel ‘69; posizione che mantenne fino a quando rassegna le proprie dimissioni in seguito alla pubblicazione di alcuni articoli del filosofo Bertini che, contenendo aspre critiche al cattolicesimo, urtavano con le sue solide convinzioni religiose. Nonostante ciò, B. proseguì la propria collaborazione con la rivista, curandone la rubrica “Conversazioni filosofiche”. Socio corrispondente nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe di Scienze morali, storiche e filologiche; e divenne socio corrispondente della Reale Accademia delle Scienze di Torino, nella sezione di Scienze filosofiche. Pubblica un altro saggio importante: “Percezione e pensiero”. B. fu anche un brillante verseggiatore ed autore di alcune pregevoli opere letterarie, fra cui: il carme “In morte di Tommaso Grossi” (Milano), il poemetto “Alfredo” (Lodi), il carme precedentemente menzionato “Il servaggio e la liberazione” (Brescia) e numerose composizioni in lingua dialettale. Il filosofo Giovanni Gentile ne lodò le doti letterarie, apprezzando la forma netta e quasi sempre precisa della sua espressione ed il linguaggio vivo ed immaginoso; affermando addirittura che gli scritti del Bonatelli potranno essere sempre cercati e letti con profitto. (Gentile, “La filosofia in Italia”, su “La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da Croce”). Inoltre, non esitò ad esporre il proprio pensiero su tematiche politiche d'attualità. Ricordiamo, a proposito, due saggi sulla possibilità di allargamento del diritto di voto: “Intorno al fondamento naturale del diritto di voto” (Padova; Rendi) ed “Intorno al diritto elettorale” (Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti). Con l'avanzare dell'età, si manifestò inevitabilmente qualche acciacco fisico, che egli accolse stoicamente, confortato da una fede sincera e tenace. È significativo quanto scrisse al nipote Bernardino Varisco, in una lettera. «Carissimo Dino, l'aver io tardato a congratularmi teco della riuscita non deriva certo dall'essermene io poco rallegrato, bensì dal cumulo di noie, di pensieri, di tribolazioni che ora più che mai m'è piombato addosso e che quasi mi schiaccia. Non entro nei particolari, perché a cosa servirebbe? Basta, sia quello che Dio vuole!». (Massimo Ferrari, “Lettere a Varisco, La Nuova Italia, Firenze. Malgrado ciò, il filoso d'Iseo proseguì l'attività di docente ed accademico, senza affatto abbandonare l'indagine speculativa, grazie ad una lucidità mentale che mai lo abbandonò, dedicando i suoi ultimi sforzi alla traduzione del primo volume dell'opera “Microcosmo” di Hermann Lotze, che sarà pubblicato postumo. Morì a Padova. Aveva insegnato fino a due giorni precedenti alla morte. Le sue spoglie mortali riposano nel piccolo cimitero di Longiano (FC), dove furono traslate da Padova, negli anni '80 del secolo scorso, per volontà del nipote Gualtiero. Pensiero Filosofo spiritualista, Pose al centro della sua speculazione l'uomo e ne difese la spiritualità contro il positivismo materialista. Sulla scia di Lotze valorizzò il sentimento e pose in esso la principale rivelazione dell'essere per mezzo del giudizio di valore. La psicologia e la logica furono sempre risguar date o come parte integrante della filosofia o almeno come una preparazione essenziale allo studio di questa. E in vero essendo la filosofia la ricerca dei fon damenti ultimi d'ogni cosa conoscibile all' uomo e una tale ricerca suddividendosi in due grandi rami, che sono l'uno l'inves jigazione de' supremi prin cipii dell'essere e l'altro quella dei supremi prin cipii del conoscere, questa seconda parte della filo sofia domanda necessariamente lo studio del sub bietto conoscente e della funzione conoscitiva, cioè la psicologia, e lo studio delle forme e delle leggi della conoscenza, cioè la logica. Ecco perchè al breve trattato che precede si fanno qui seguire questi elementi di logica. La logica poi differisce essenzialmente dalla psicologia per questo, che mentre la seconda studia il fatto del pensare e del conoscere (oltre agli altri fatti interni o psichici) come effettivam ente avviene, la logica in cambio studia le norme secondo le quali deve essere conformato e diretto, perchè rag giunga il fine dell'attività conoscitiva che è il pos sesso della verità. Essa quindi è una scienza nor mativa o precettiva e potrebbe non male definirsi la scienza delle forme del pensiero in quanto sono ordinate alla conoscenza. La verità, oggetto della conoscenza, è di tre ma niere verità materiale, cioè la conformità del pensiero con la cosa a cui si riferisce; verità formale, che è l'armonia del pensiero con se stesso; verità melafisica o ideale od obbietliva in senso as soluto, che è l'intrinseca ragionevolezza degli esseri o delle essenze. La seconda, cioè la formale, è l'ob bietto speciale della logica ed è una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, anche della prima. In quanto alla verità nel terzo significato, ella, come s'è visto, riguarda più presto l'essere che non il pensiero; ma il pensiero è pensiero razio nale solo a condizione di partecipare a quella. La logica, secondo alcuni, è scienza puramente forinale cioè considera esclusivamente la forma del pensiero che è quanto dire il modo in cui gli ele menti di questo sono tra loro combinati); secondo altri essa è anche materiale, cioè risguarda anche la contenenza del pensiero. Senza discutere qui una tal questione assai sottile e intricata noi ossserveremo: Che una logica strettamente formale è possibile, benchè così se ne restringa il campo e si debbano lasciare insoluti de' problemi ch'essa medesima solleva. In questo campo ella è scienza rigorosamente esatta e offre delle affinità colla matematica. Che a voler trattare a fondo le questioni logiche, è mestieri entrare in attinenze del pen siero, che oltrepassano la pura forma e toccano da una parte alla psicologia dall'altra alla metafisica. Il pensiero poi, oltre alle forme logiche, ne ha delle altre che si riferiscono vuoi all ' esercizio dell'attività pensante (forme psicologiche), vuoi al sentimento del bello (forme estetiche ), vuoi al l'espressione del pensiero per mezzo della parola (forme grammaticali e retoriche). Tutte queste non riguardano la logica; ma le psicologiche e le grammaticali hanno colle logiche delle attinenze strettissime. Il valore della logica è doppio; cioè essa ha in primo luogo un valore assoluto in quanto è un complesso sistematico di verità, una scienza per sé stante; poi ha un valore relativo in quanto serve a dirigere il pensiero e gli addita le norme, a cui deve conformarsi se vuol raggiungere il suo fine. Il primo è nn valore puramente teoretico, il secondo è un valore pratico e in questo senso la logica chiamasi anche arte del pensiero. Le parti principali della logica si possono ri durre a due, che sono il trattato delle forme logiche elementari, cioè del concetto, del giudizio e del raziocinio; la metodologia logica ossia. l'applicazione delle forme logiche a ' fini speciali delle scienze. Questo manualetto si circoscrive quasi unica mente alla parte prima; per la seconda dovremo contentarci di qualche breve cenno. Del concetto Il pensare, come funzione conoscitiva, è sem pre un giudicare (come s'è veduto nella psicolo gia); quindi la sua forma primitiva è il giudizio. Perciò il concetto, come forma del pensiero, nonché şia anteriore al giudizio, lo presuppone. Onde, con formemente alle dottrine esposte nella parte psicolo gica, s ' ha a stimar falsa l'opinione di quelli che considerano il concetto come una rappresenta zione generale; prima perchè una rappresentazione non può esser mai generale, poi perchè il concetto si compone di giudizi e questi non si possono in verun modo ridurre a rappresentazioni. Il concetto, psicologicamente considerato, è un sistema di giu dizi reso fisso , la cui unità solitamente è legata a un vocabolo o ad una espressione equivalente Di qui lo sforzo delle lingue per foggiare nomi composti, come ferrovia, cromolitografia, Strafrecht (diritto penale) ecc. Obbiettivamente poi il concetto è l'essenza della cosa, che in esso si pensa, o vogliam dire la cosa in quanto pensabile. Ma per la logica il concetto è un tutt' insieme di più determinazioni o note. Conviene per altro che le note (caratteri) ineriscano a qualche cosa, di cui siano note e questo substratum si può chia mare la sostanza logica del concetto; questa è sempre presupposta in ogni concetto, quando sia considerato in sè e come per sè stante Per altro il concetto, benchè sia un prodotto del pensiero e non della sensibilità, ha bisogno di un elemento rappresentabile (sensibile) a cui s'ap poggi. A questo fine servono principalmente quelle rappresentazioni sommarie, che abbiamo chiamato schemi fantastici, e la parola; talvolta la sola parola. Ci sono poi nelle nostre rappresentazioni, di qualunque specie sieno, delle relazioni le quali alla lor volta si riflettono nelle relazioni intrinseche dei concetti. Tra codeste relazioni principalissime sono quelle d'omogeneità e d'eterogeneità. Le rappre sentazioni omogenee formano generalmente una scala di disgiunzione, ossia una serie ordinata, in cui la differenza va aumentando dall'uno all'altro termine. Le rappresentazioni omogenee (disgiunte) Sostantivamente e non aggettivamente direbbe la gram matica. Cf. Psicologia non si escludono non solo le une dalle altre, ma possono nemmeuo inerire a un tertium quid identico; le eterogenee o disparate, com'anco si chiamano, non possono immedesimarsi tra loro, ma ben pos sono inerire simultaneamente a una stessa cosa. Per quanto si proceda innanzi nel cercare la ragione delle differenze tra le rappresentazioni, non si può fare a meno d'arrestarsi finalmente davanti a delle differenze originarie, di cui non si può ren dere altra ragione se non il fatto. Il concetto è logicamente perfetto quando tut tociò che in esso si pensa armonizza seco stesso; ma sotto il rispetto epistemologico ed obbiettivo il concetto per essere perfetto deve adeguare piena mente la cosa, cioè quel quid qualsiasi a cui si ri ferisce. Ciò non si avvera quasi mai in senso asso luto per l'uomo, anzi nella più parte de' casi i nostri concetti sono molto inadeguati. E qui vuolsi notare un equivoco, in cui spesso si cade per non aver distinto il concetto, in quanto è da noi effet tivamente pensato, dal concetto nella sua perfezione obbiettiva. Perocchè inteso in quest'ultimo signifi cato esso contiene già tutte le sue determinazioni e non è suscettivo di svolgimento e di perfeziona mento. Le qualità che il concetto deve possedere per accostarsi alla sua perfezione sono: la determinalezza. Se questa manca, esso è un frammento, un abozzo di concetto, non un con cetto compiuto. La determinatezza poi contiene anche la chiarezza e la perspicuità; la prima ri chiede che il concetto sia pensato in modo che si possa distinguere da ogni altro; la seconda si ot tiene quando si distinguono perfettamente tra loro i suoi elementi e questi sono pensati nelle loro vere relazioni. L'universalità. E questa è di due maniere, cioè il concetto deve essere valido per tutti i pen santi e deve potersi applicare a tutti gli oggetti, che cadono entro il suo àmbito. L'armonia ossia l'intrinseca congruenza; la quale sotto l'aspetto negativo è l'assenza d'ogni contraddizione tra le parti del concetto, sotto l'aspet to positivo è la reciproca esigenza, il mutuo lega me delle parti stesse. Dall'universalità del concettto deriva ancora la sua indipendenza dal tempo; onde si può dire immutabile ed eterno (estra -temporario ). Nè a ciò osta punto se la materia del concetto sia per natura sua mutabile e soggetta al tempo. Il concetto di cosa che muta e passa, anche di ciò che ha l'esistenza appena d'un istante (p. es. della vita umana, del temporale, dalla caduta dei corpi, ecc. ) non muta e non passa, anzi, è eternamente identico a se stesso. Comprensione ed estensione del concetto; astrazione e determinazione Il concetto, come di sopra notammo, conside rato logicamente è l'unione di più determinazioni o note, le quali ineriscono a quella che fu detta sostanza logica del concetto. Si vedrà più innanzi che cosa sia e quel che importi codesta sostanza logica; qui si osservi che essa pure può essere con siderata come una nota o un gruppo di note, on dechè il concetto si potrà risguardare come l'in - sieme di tutte le sue note. Ora il complesso di tutte le note d'un concetto costituisce quella che chia masi comprensione o tenore o contenenza del con. cetto stesso. Siccome poi un concetto si può pensare come determinazione di altri (siano concetti, siano en tità quali si vogliano, per. es. il concetto mammi fero è determinazione de' concetti: cavallo, cane, topo, ecc. e cosi dei singoli cavalli, cani ecc. ), l'in sieme di tuttoció, di cui quel concetto è una de terminazione, forma ciò che chiamasi estensione o sfera o ámbito del concetto medesimo. Così, posto che il concetto A riunisca in se soltanto le note a, b, c, queste nella loro totalità formeranno la comprensione di A. Se poi A è una determinazione di in, n, pe nulla più, la totalità m, n, p, costituirà l'estensione di A. A significare il rapporto, che collega tra di loro le parti della comprensione ossiano le note di un concetto, si suole usare il simbolo algebrico della moltiplicazione; onde comprensione di A = axbxc, o abc. Il rapporto invece delle parti dell' estensione tra di loro suolsi esprimere col simbolo dell'addi zione, onde estensione di A = m + n + p, E non a torto, perchè come nella moltiplica zione ogni fattore moltiplica tutti gli altri, così ogni nota determina l'insieme di tutte le altre; mentre le parti dell'estensione si escludono tra di loro, come gli addendi, e sommate insieme costi tuiscono il tutto. Questa relazione, che corre tra le note del concetto, fu da molti disconosciuta e se ne accusò la logica, quasi essa pretenda ridurre i concetti più differenti tra di loro a un tipo unico, ignorando anzi cancellando le attinenze molto più essenziali che in ciascun concetto ne collegano tra di loro i vari elementi. Ma a torto, perchè non tutti gli ele menti, che entrano a comporre un concetto, possono per ciò dirsi note di questo. Nota veramente non è se non ciò che può legittimamente applicarsi a un concetto come un suo predicato. (Così p. es. nel concetto di triangolo entra senza fallo anche l'idea della linea; ma siccome non può dirsi: il triangolo è una linea, così linea non è nota di triungolo. Il medesimo dicasi del numero tre). Ciò che entra in un concetto e non è nota di esso, sarà elemento d'una sua nota; elemento che per costituire que sta nota deve essere pensato in certe speciali rela zioni con altri elementi; ma queste non sono re lazioni logiche e appartengono alla materia, non alla forma logica del concetto. Se da un concetto si toglie qualche nota (o, a, parlar più propriamente, se nel pensare un concetto si esclude dal nostro sguardo mentale qualche nota) questo processo si chiama astrazione. Il processo contrario, che consiste nell'aggiungere qualche nota a un concetto, prende il nome di determina zione, L'astrazione poi può essere di due maniere, ascendente o verticale l ' una, laterale od orizzon tale l ' altra. La prima si fa quando si tien fermo il concetto nella sua parte sostanziale e si abban dona una o più note del medesimo Per es, dato il concetto animale vertebrato mammifero, si lascia [La locuzione propria in tal caso è astrarre da, Nel l'esempio addotto di sopra si dirà: astraggo dal carattere mammifero. da parte la nota mammifero e si mantiene il con cetto animale vertebrato. La seconda si effettua ritenendo del concetto dato una nota (o un gruppo di note), che viene cosi a costituire un nuovo con cetto, e lasciando andare tutto il resto. Per ciò fare è d'uopo comporre alla nota che si astrae una nuova sostanza logica. Ad es. dato il concetto giglio, io ritengo la nota bianco e abbandono il rimanente; qui il nuovo concetto non avrà più per sostanza logica fiore, ma colore o qualità. La determinazione è il processo contrario, come s'è veduto; ma di regola si contrappone non all ' astrazione orizzontale, bensì alla verticale. Per essa da un concetto più generico, cioè di minor comprensione, se ne forma uno meno generico os sia di maggiore comprensione, aggiungendovi col pensiero qualche nuova nota. Per es. se al concetto governo io aggiungo il carattere costituzionale, for mando così il nuovo concetto meno generale go verno costituzionale, ho eseguito quell'operazione che dicesi determinazione. Tale aggiunta di nuove note non è del resto arbitraria del tutto; occorre che il carattere aggiunto sia compatibile colla sostanza logica del concetto dato e col resto de'suoi elementi. Per es. non si potrà aggiungere al concetto triangolo la nota quadrilatero, al concetto virtù la nota verde, In questo caso si usa il verbo astrarre transitiva mente. Nell'esempio di sopra: astraggo la bianchezza. ecc. Donde si vede che la determinazione, per esser valida, presuppone la conoscenza della materia del concetto e della reale dipendenza de' suoi elementi tra di loro; criteri che la logica formale è impo tente a somministrare. É poi chiaro che per l'astrazione ascendente si impicciolisce la compressione e con ciò si au menta l'estensione del concetto; all'incontro per la determinazione si accresce la comprensione e si diminuisce l'estensione. Questo rapporto tra le estensioni e le compren sioni di due concetti, l'uno più l'altro meno astratto, si esprime dicendo, che la comprensione e l'esten sione stanno tra di loro in ragione inversa. Rap porto il quale perciò suppone che i due o più con cetti, che si considerano, appartengano allo stesso tronco ossia abbiano la stessa sostanza logica, in altri termini. appartengano alla medesima categoria. Di qui ci nasce il bisogno di considerare bre vemente che cosa s'intenda in logica per categoria. I concetti, considerati puramente sotto il ri. spetto della forma logica, si distinguono tra di loro solamente per la ricchezza maggiore o minore della comprensione e per la maggiore o minore am piezza dell' estensione, che è quanto dire pel vario grado della loro generalità e particolarità. Pure ci sono delle differenze fondamentali tra i concetti, che non si possono trascurare, sebbene propriamente riguardino più la materia loro che non la forma. Tali differenze vengono espresse anche dal linguaggio colla differente forma dei voca boli, significandosi per es.gli oggetti concreti in dividuali coi nomi propri, le classi di questi co'nomi comuni, le qualità cogli aggettivi, le azioni co' verbi e cosi via. Di qui i tentativi tante volte rinnovati per determinare le specie originarie de concetti os. siano le categorie. I più famosi tra codesti tenta tivi furono quello d'Aristotele fra gli antichi e del Kant fra i moderni. Le categorie aristoteliche sono dieci: oủoia (che contiene un' ambiguità, potendosi tradurre per so stanza e per essenza ), nogóv (quantità), nolóv (qua lità) noóo ti (relazione, noú (il dove), noté (il quando), nemogai (la giacitura), èzelV (l'avere, l’abitus), TOLETV (azione), náoxelv (passione). In quanto alle categorie kantiane si noti che esprimono più presto le forme generali a priori, sotto le quali la nostra intelligenza è, necessitata a pensare qualunque dato (stando alla teoria del Kant) che non le specie supreme dei concetti. Esse sono dodici, ripartite a tre a tre sotto quattro dif ferenti rispetti. Eccone il quadro: secondo la quantità Unità Pluralità Totalità secondo la secondo la secondo la qualità relazione modalità Realtà Sostanzialità Possibilità Limitazione Causalità Esistenza Negazione Az. reciproca Necessità Parliamo qui delle lingue del ceppo indoeuropeo, & cui appartengono le classiche e quasi tutte le moderne europee. Kant le dedusse dalle varie forme del giu dizio, come apparirà della trattazione di queste. Ad Aristotele le sue furono suggerite dall'analisi delle forme grammaticali della lingua. Le categorie aristoteliche possono comodamen te ridursi alle quattro seguenti: Sostanza. Proprietà (che comprende la qualità e la quantità). Stato (che comprende la giacitura, l'abito, il fare, il patire). Relazione (che compende il n1980 ti, il luogo, e il tempo). Finalmente alcuni le ridussero tutte a due; sostanza e accidente. E qui voglionsi notare due cose, ciò sono Che la categoria costituisce propriamente quel che abbiamo chiamato sostanza logica o tronco del concetto, dimodochè levando via coll'astrazione ascendente tutte le note d'un concetto, quello che resta sarà in ogni caso una delle categorie. Che il nostro pensiero, pe ' suoi fini parti colari, usa sovente spostare la categoria de'concetti, concependo per es. una qualità quasi fosse una so stanza oppure un'azione, una relazione come qua lità ecc. L'astrazione orizzontale di solito implica uno spostamento di categoria. Di qui i così detti nomi astratti della grammatica, come bianchezza dall'aggettivo bianco, conoscenza del verbo cono scere, ecc. Del resto non sempre quando una parola muta la categoria grammaticale (facendo per es. d'un verbo un sostantivo, d'un aggettivo un verbo, ecc. ) si muta veramente anche la categoria logica. S'è creduto da molti che tutti i concetti po tessero essere così distribuiti o ordinati tra loro, salendo via via dagli infimi (più concreti e parti colari ) ai superiori (più astratti o generali) e da questi a uno supremo, che venissero a formare quasi una piramide appuntantesi in codesto concetto su premo. Ma questo a rigore è impossibile, perocchè: 1.0 Dato il concetto supremo (che indicheremo con A), donde si avrebbero le differenze che occor rono a costruire i concetti inferiori? Poniamo in fatti che il concetto supremo A si divida in due, M ed N. In tal caso M dovrebbe essere A più una differenza d, N sarebbe = A più una differenza d'. Ma ded dunque non contengono la nota A; dunque sono concetti anch'essi e originari al pari di A.. 2.° Il concetto supremo sarà l'ente o il qualche cosa. Ma in tal caso ci sarà almeno il concetto del nulla e della negazione, che ne saranno esclusi. Oltredichè sarà un far violenza non solo alle pa role ma anche al concetto, se si considerino come enti" p. es. le relazioni, come l'eguaglianza, la dif ferenza, ecc. Se poi vogliasi risguardare come concetto as solutamente supremo il pensabile (lasciando stare che abbiamo pure il concetto dell'impensabile), è bensì vero che tutti i concetti, (tranne appunto quello dell'impensabile) si potranno subordinare a questo; ma il pensabile è un genere puramente analogico, ossia non riguarda il contenuto de' con cetti, bensì soltanto la loro relazione estrinseca verso il subbietto pensante (Come se v. gr. tutti gli oggetti ch'io posseggo li volessi ridurre al ge nere supremo: il mio ). Le note dei concetti furono distinte dai logici in essenziali e non essenziali ossia accidentali. Le essenziali si suddivisero in costitutive o primarie e consecutive o attributi. Per altro queste e altre distinzioni analoghe appartengono più presto alla metafisica che non alla logica, essendochè questa non ci fornisce criteri sicuri per siffatte distinzioni. Infatti se noi dichiariamo essenziali a un con cetto quelle note, tolte le quali il concetto non è più quello di prima, tutte diventano essenziali. Se poi si dichiarino essenziali solamente quelle note, levate le quali il concetto non solo si muta, ma si sfascia del tutto (come p. es. se dal concetto trian golo si tolga la nota figura o la nota trilatero), noi usciamo dalla logica.Delle relazloni logiche che possono intercedere tra due concetti Affinché due concetti possano essere paragonati logicamente tra di loro all' uopo di determinarne la relazione, bisogna che abbiano la stessa sostanza logica ossia appartengano alla stessa categoria. Ciò fermato, le relazioni in cui possono tro varsi tra loro due concetti si ridurranno alle in frascritte. Alcuni chiamano equipollenti due concetti quando sono un medesimo concetto espresso in due differenti maniere. Questa denomi nazione crediamo sia impropria. Altri più esatta mente dicono equipollenti que' concetti, che hanno la stessa estensione, ma una differente compren sione. Tali sono p. es. triangolo equilatero e trian golo equiangolo. Ente infinito e spirito assoluto, ecc. Sopra e sott'ordinazione. Questa relazione si avvera tra due concetti, quando l'estensione dell' uno fa parte dell ' estensione dell'altro; per conseguenza la comprensione del secondo fa parte di quella del primo. Il più generale (ossia quello che ha l'estensione maggiore e minore la comprensione) dicesi sopra ordinato, il più particolare subordinato. (Per es. figura è sopraordinato, triangolo è subordinato ). Il superiore o sopraordinato dicesi anche genere, l' in feriore o subordinato specie. Ogni genere poi è alla sua volta specie rispetto ad uno che gli sia supe riore, ogni specie è genere rispetto a' suoi inferiori, e ciò finchè s'arrivi al supremo, che non può es sere più specie e all'infimo che non può essere mai genere. Notisi per altro che il concetto di un ente individuale, per es. di Tizio, logicamente non è per necessità infimo e può considerarsi ancora come genere in rispetto al medesimo come concetto preso con ultertori determinazioni. Così Tizio è genere riguardo a Tizio seduto, a Tizio addormentato, ecc. Coordinazione. Sono coordinati tra di loro i concetti che sono subordinati in pari grado a uno stesso concetto superiore. Alcuni logici, con Wundt alla testa, distinguono V maniere di coordinazione. Noi le riportiamo qui sotto, osservando nel tempo stesso che la vera e propria coordinazione è soltanto la prima. Code ste varie specie di coordinazione pertanto hanno luogo: a) Quando due o più concetti, subordinati in pari grado a uno più generico, sono tra di loro di sgiunti, vale a dire quando le loro estensioni si escludono reciprocamente. Per es. rosso, verde, az zurro, ecc., che sono tutti subordinati a colore. Quando tra due concetti v' ha una relazione vicendevole; per es. maschio e feminina, padre e figlio, agente e paziente, ecc. Questi si chiamano propriamente concetti correlativi. Quando due concetti, compresi sotto un terzo comune, hanno la massima differenza possi bile tra loro. Per es. buone e cattivo, bianco e nero, angolo acuto e ottuso, ecc. Tale relazione dicesi di contrarietà. d) Quando tra due concetti, compresi sotto un terzo comune, passa la minima differenza possibile. Per es. tra i sette colori dello spettro, giallo e verde; tra i poligoni, pentagono ed esagono, ecc. Perché ciò avvenga occorre che la serie sia discreta; chè se in cambio è continua, potendosi tra due termini qua lunque concepirne sempre uno intermedio, questa, relazione a rigore non si avvera mai. Tale relazione si dice di contiguità Quando due concetti s'incrocicchiano, ossia le loro estensioni hanno una parte comune. Per es. figura rettangolare e figur'il equilatera, europeo e cattolico. Codesta relazione è detta da alcuni d' in terferenza. Dipendenza, che può essere unilaterale o reciproca. Ha luogo tra concetti, che senza essere tra loro nè coordinati nè subordinati, sono tali Il termine contingenza adoperato da taluno in que st'uso è ambiguo.]che l ' uno determina l'altro; e questa dipendenza può essere o non essere mutua. Per es. pena o colpa hanno una dipendenza unilaterale, perchè la pena dipende dalla colpa, ma non questa da quella; fra il tempo occorrente a eseguire un dato lavoro e la quantità del lavoro v'è dipendenza reciproca, ecc. Tale relazione ha luogo tra un concetto qualsiasi e la sua negazione; essi si chiamano anche contradit torii. Il concetto negativo non si trova qui, come accade del contrario, in una opposizione determi nata verso il positivo, anzi, preso a tutto rigore, esprime l’indefinita sfera di tutto il pensabile ad esclusione del solo positivo opposto. Perciò Aristo tele chiama le espressioni non -uomo, non -albero, ecc. nomi indefiniti. Ma ne' casi concreti il concetto negativo si pensa solitamente come tale, che, in sieme col suo opposto positivo, costituisca l'esten sione d'un concetto prossimamente superiore. Così ad es. non -verde non verrà pensato come equiva lente a tutto il pensabile ad eccezione del verde; ma bensì sotto il superiore colore, di cui insieme col suo opposto verde costituisce tutta l'estensione. In tal supposto il non - verde comprenderebbe i con cetti più disparati, per esempio giustizia, strada ferrata, mu sica, cilindro, balena, ecc. Si può dire che la re lazione che passa tra questi concetti consiste nel non avere tra loro veruna relazione. Del resto la disparatezza non è si può dir mai assoluta, po tendosi sempre trovare un qualche rispetto, sotto del quale i due concetti cessano d'essere tra loro disparati. - Per rappresentare graficamente le relazioni lo giche de' concetti tra di loro si ricorre solitamente al simbolo dei circoli tracciati in un piano. Per A es. la congruenza di due circoli simbo B leggia l'equipollenza. La subordinazione viene significata con l'in O o B clusione d'un circolo in altro dove A è il A subordinato e B il sopraordinato. La coordinazione dei concetti disgiunti in ge nerale è simboleggiata con vari circoli entro un D altro. B Questa rappresentazione per altro Oc è imperfetta, perchè esprime bensi l'inclusione delle estensioni di A, B, C in quella di D e la loro vi cendevole esclusione; ma non già che la somma 285 delle tre estensioni degli inclusi eguaglia quella dell'includente. Se tuttavia i coordinati disgiunti sono due soli, tale relazione è significata meglio colla divisione d'un circolo per mezzo del dia с metro, А B Tra le varie maniere di coordinazione, che noi consideriamo come improprie, solo l'interferenza A B si rappresenta bene con questo sistema, O > Wundt propone degli altri simboli, consi stenti in linee rette, de' quali daremo qui una suc cinta idea per mezzo della figura seguente: n b с e f m Dove 1.° l'equipollenza è significata dal rap porto d'un segmento con se stesso; per es. ad: ad. 2. ° La sopra- ordinazione del rapporto d'una retta con una sua parte: per es. ag: ab, e la su bordinazione inversamente, ab: ag. La coordinazione a) di disgiunzione, dal rapporto di una parte del segmento totale con una qualunque altra parte, per es. ab: de. a) di correlazione, dal rapporto tra due parti collocate simmetricamente; per es. bc: ef. c) di contrarieti, dal rapporto tra i due seg menti più distanti; per es. ab: fg. a ) di contiguità, dal rapporto tra due porzioni contigue, per es. de: ef. e) d' interferenza, dal rapporto tra due seg menti che in parte coincidono; per es. bd: ce. La dipendenza si esprime col rapporto di una retta ad un'altra, la cui situazione dipenda dalla prima, per es. ag: am. Se la dipendenza è reciproca, tale relazione è rappresentata meglio dal rapporto tra due rette, le quali si suppone che si determinino reciprocamente; per es. am: an. A ben intendere la natura di la definizione come operazione logica giovi considerarne i fini. E anzi tutto quando l’uomo possedesse de' concetti obbiettivamente per fetti, non ci sarebbe bisogno di definizioni; dun que la definizione sovviene in primo luogo alle imperfezioni del nostro pensiero. Le imperfezioni principali, a cui ripara la de finizione, sono a) l'incertezza del vincolo tra il concetto e la parola con cui lo si esprime; ) l'in debolimento del nesso psicologico tra gli elementi logici del concetto. Rispetto al primo fine la definizione è sempre nominale, perchè serve a fissare il senso del voca bolo, a far sì che a quel dato vocabolo si unisca sempre quel dato concetto. Rispetto al secondo fine la definizione è reale, perchè serve a fissare e chia rire l'organismo interno del concetto. Si aggiunga che la definizione (per es. nelle scienze puramente formali, come le matematiche pure) spesso equivale alla formazione del concetto. Infatti l'unità concettuale, come individuo logico, è spesse volte arbitraria. In una moltitudine d'ele menti pensabili, la definizione ne fissa un certo gruppo per iscopi vuoi scientifici, vuoi didattici. La definizione pertanto è l'esposizione o me glio la determinazione della comprensione d'un con cetto e prende la forma d' un giudizio, il cui sog getto è il concetto di cui si tratta (detto il defi niendo ovvero definito) e il predicato (che chiamasi definiente) è quel gruppo di note mediante le quali il primo viene definito. Non è per altro necessario e nemmeno oppor tuno che il concetto da definirsi si risolva in tutte le note che contiene; bensì basta si indichino quelle che sono sufficienti a determinarlo perfetta- · mente, ossia a distinguerlo e dai concetti conge neri e da quelli che appartengono ad altri generi. A tal uopo servono il genere prossimo (cioè il con 288 cetto prossimamente superiore al definiendo ) e la differenza specifica cioè quel carattere che lo con traddistingue dai concetti coordinati ). Non s' inten de tuttavia con ciò che ogni definizione debba es ser fatta per mezzo di due soli elementi; soltanto si avverte che il tutt' insieme dei caratteri, che costituiscono il definiente, dee comprendere due parti, cioè le note generiche e le specifiche. L'in dicazione del genere serve anche a indicare a qual categoria il definiendo appartenga. Anche la regola del genere prossimo non vuole esser presa con pedantesco rigore. Una definizione può essere vera e logicamente irreprensibile anche servendosi d'un genere che non sia il prossimo. Del resto non è nemmeno sempre possibile il de terminare in via assoluta quale sia il genere pros simo a cui appartiene un dato concetto. Per es. nella definizione dell'uomo si suol as segnare come genere prossimo l'animale; mentre senza fallo ve n'è di più prossimi, come a. verle bralo, mammifero, ecc. I logici, come già s'è accennato più sopra, sogliono distinguere varie maniere di definizione, come la nominale, che determina soltanto quel che si deve intendere sotto una data espressione, e la reale, che si riferisce all ' intrinseco valore del con cetto. Una sottospecie della definizione reale è la genelica, che esprime il processo onde la cosa de finita si forma. 289 Si noti per altro che la distinzione delle de finizioni in nominali e reali non è rigorosa, per che ogni definizione è reale, in quanto indica le note dell'oggetto ed è nominale, in quanto il con cetto così determinato si collega con un dato nome. Alcuni tuttavia intendono la distinzione tra la de finizione reale e la nominale in un senso alquanto differente; e dicono la definizione essere nominale, quando ha per fine solamente di assegnare un dato vocabolo a un gruppo d'elementi pensabili, senza curarsi se codesto gruppo abbia poi un' intima con nessione ed unità, se quindi sia un concetto ob biettivamente valido; chiamano invece reale una definizione, quando in essa apparisce anche la va lidità obbiettiva del definito. Gli errori, da cui conviene guardarsi per dare una buona definizione sono principalmente quelli che seguono: L'angustia. Una definizione è angusta quando il definiente contiene qualche nota che non appar tiene a tutta l'estensione del definito. 0) L'ampiezza, la quale ha luogo quando, per mancanza di note specifiche sufficienti, il definiente oltrecchè al definito, conviene anche ad altri con cetti congeneri. La sovralbondanza, che consiste nell'aggiun gere note non essenziali e superflue rispetto al fine di distinguere il concetto dato da tutti gli altri. La tautologia, che ha luogo quando il con cetto stesso da definirsi è contenuto, sia manifestamente sia copertamente, nel definiente. (Per es. la legge è il comando del legislatore). Il circolo o diallele, che consiste nel defi nire A per mezzo di Be B daccapo per mezzo di A; ovvero anche nel definire A per B, B per C, C per D, ecc. e D daccapo per A. Questo errore uel definire è analogo e spesso si confonde col pa ralogismo detto ysleron - proteron, pel quale si fon damenta una dottrina o un concetto sopra una dot trina o un concetto, che hanno bisogno dei primi per essere scientificamente validi. Le definizioni metaforiche. Le definizioni negative, che è quanto dire quelle che si servono unicamente di negazioni. Pure la definizione negativa talvolta è giusti ficata, sia perché il concetto da definirsi è esso medesimo negativo, sia perch' esso è semplice e però non si può determinare in altro modo che di stinguendolo per via di negazioni da quelli coi quali potrebbe essere confuso. A determinare l ' estensione d'un concetto e insieme a mettere in chiaro le attinenze intrinseche di più concetti subordinati ad un altro serve la divisione logica. Essa consiste in un giudizio, di cui il soggetto è il concetto da dividersi (detto il dividendo o il diviso, secondochè la divisione si considera come già fatta oppure da farsi), e il pre dicato è una serie di concetti subordinati al primo o coordinati disgiuntivamente tra di loro (membri dividenti). In altre parole il soggetto è il genere e il predicato è l'enumerazione delle specie com prese sotto quel genere. Siccome le specie nascono dalle varie determi nazioni di cui il genere è suscettivo, quindi in ge nerale occorre per la divisione che il concetto da dividersi possegga una nota, la quale sia suscetti bile di varietà. Codesta nota chiamasi fondamento della divisione, che dicesi anche il rispetto, sotto cui il concetto dato si divide. Cosi il concetto uomo possiede la nota colore e questa essendo capace di varietà, se n'avrà una divisione dell'uomo sotto il rispetto o il fondamento del colore, in bianchi, neri, gialli, ecc. Lo Herbart pel primo fece osservare che, do vendo la nota, la quale serve di fundamentum di visionis, essere un concetto già diviso, ne segue che ogni divisione ne presupporrebbe un'altra già fatta. Ora è chiaro che per tal modo s' andrebbe all ' in finito e quindi niuna divisione sarebbe possibile. Donde segue che ci debbono essere alcnne di visioni primitive cioè senza un fondamento asse gnabile. Tale è per es. la divisione del colore in rosso, verde, ecc.; la divisione del numero in 1, 2, 3, ecc. Secondo il numero de' membri dividenti la di visione chiamasi dicotomia, tricotomia, ecc. Ogni divisione può essere ridotta a una dico tomia, ponendo come primo membro il genere, col. l'aggiunta d'una differenza specifica e a questo contrapponendo il genere stesso più la negazione di quella. Così la divisione degli uomini sotto il rispetto del colore sarà sempre possibile nella forma dico tomia così: gli uomini sono bianchi o non bianchi. In generale A ¢ A b o A non b. Per altro, se le specie sono realmente più di due, il termine nega tivo resta indeterminato. La dicotomia presenta dei vantaggi; per il che alcuni l'hanno considerata come la divisione più rigorosamente logica; infatti in essa i membri dividenti costituiscono una perfetta contrarietà. Altri preferiscono la tricotomia, per la ragione che questa ci dà due termini opposti e uno che serve di mediatore tra essi. Queste considerazioni per altro, valide per certi casi e per certi determinati fini scientifici, non sono d'ordine generale nè applicabili a tutti i casi. La dicotomia però può considerarsi come un utile processo preparatorio affine di trovare tutte le spe cie d'un concetto. La divisione dicesi naturale, se il fondamento è preso tra le note essenziali del concetto; artifi ciale ove sia preso tra le accidentali. Notisi tutta via che per gli speciali fini scientifici può riuscire 293 importantissima una divisione, la quale per il pen sar comune parrebbe frivola e artificiosissima. Quando tutti i membri dividenti d' una data divisione vengono divisi alla loro volta, si ha la suddivisione. Per la quale non è necessario che i membri dividenti della prima siano suddivisi tutti sotto lo stesso fondamento. Se all'incontro un concetto viene successiva mente diviso sotto più d'un fondamento, il com plesso di queste divisioni ci dà una codivisione. I membri di questa saranno in numero eguale al prodotto del numero di termini che si ottengono da ciascuna delle singole divisioni. Perché la co divisione sia possibile bisogna che ciascuno dei termini ottenuti con una delle divisioni sia atto a esser diviso sotto il medesimo fondamento. La divisione logica, per essere corretta, deve rispondere ai seguenti requisiti: Ella dev'essere adeguata; il che vuol dire che i membri dividenti presi insieme devono ri produrre tutta intera l'estensione del diviso. Membra sint opposita, vale a dire che le estensioni dei membri dividenti debbono escludersi tra di loro. Si deve sfuggire il saltus in dividendo, os sia la divisione dev'essere continua. Il salto con siste nel passare da termini ottenuti colla divisione fatta dietro un fondamento a termini ricavati da una suddivisione fatta sotto un altro fondamento. (Come v. gr. se uno dividesse i verbi in transitivi, intransitivi e passivi). La divisione non deve scendere a minuzie. se Osservazione. - Una divisione per essere logi camente compiuta domanderebbe che tutte le parti in cui il fondamento è già diviso, fossero applicate al concetto da dividersi. Ma in realtà ciò non si avvera se non rade volte, perchè spesso il dividendo non è suscettivo di assumere non alcune di quelle varietà; perciò il numero effettivo delle spe cie d'un dato genere non è dato dal puro schema tismo logico, ma dalla natura delle cose. Così per es. gli uomini non possono dividersi, sotto il ri spetto del colore, in tante specie in quante é di viso il fondamento colore. Assai difficile a determinarsi logicamente è l'esclusione reciproca delle estensioni di più con cetti tra loro e quindi dei membri dividenti, quando l'uno' non sia la pura negazione dell'altro. In par ticolare manca la reciproca esclusione e perciò i concetti sono interferenti, quando sono risultati da una divisione fatta sotto più d'un fondamento (Per es. europeo e musulmano, russo e marinaio, qua drilatero e figura regolare sono, a due, a due, con cetti interferenti e perciò non si escludono tra di loro; il che deriva da ciò che la prima coppia fu ottenuta colla divisione di uomo sotto i due fon damenti parte del mondo e religione; la seconda colla divisione sotto i fondamenti nazionalità e pro fessione; la terza sotto i fondamenti numero dei tati e grandezza relativa degli angoli e dei lati). Ma l'escludersi dei termini, in cui un concetto originariamente si divide (i quali servono poi di fondamento a tutte le divisioni) è un fatto primi tivo, su cui la logica nulla può dire. Le difficoltà incontrate dai logici ne' tentativi fatti per definire l'atto giudicativo o il rapporto obbiettivo che a quello corrisponde, nascono da ciò ch'esso è l'atto primitivo del pensiero e però as solutamente sui generis. Se per es. lo si definisce quell'atto per cui si afferma o si nega qualche cosa di qualche cosa, in realtà abbiamo fatto una definizione tautologica, perché l'affermare o negare è appunto ciò che co stituisce il giudizio, ond' è come dire: il giudizio è l'atto per cui si giudica. Riporteremo qui alcune altre definizioni del giudizio. Per es. questa: Il giudizio è la determinazione d'un concetto per mezzo d'un altro. E quest'altra: Il giudizio è il congiungimento o la disgiunzione di due elementi del pensiero in corrispondenza all'unione o alla separazione delle cose. O anche: È la coscienza d'un rapporto esi stente tra due concetti. 0: La rappresentazione o la coscienza del l'unità o della non unità di due concetti. Oppure: La decomposizione d'una rappresen tazione ne' suoi elementi, ecc., ecc. A proposito di queste due ultime definizioni (la seconda è del Wundt) si noti il fatto, parados sale in apparenza, che la stessa cosa, cioè il giu dizio, possa essere definita in modi diametralmente opposti. Ma questo fatto appunto rivela meglio di ogni altra considerazione la vera natura del giu dizio, che è di essere sintesi e analisi ad un tempo, di dividere unendo e unire dividendo. E ciò è pro prio e caratteristico del pensiero, perchè io non posso separare mentalmente due elementi senza pensarli insieme l'uno e l'altro col medesimo atto indiviso, nè posso mentalmente riunirli senza te nerli al tempo stesso l'uno fuori dell'altro. Nel giudizio si distinguono tre parti o elementi che sono il soggetto, che è il concetto da de terminarsi ossia ciò di cui si afferma o nega qual che cosa. Il predicato, che è il concetto che serve a determinare il soggetto. La copula, che è la relazione tra il soggetto e il predicato, o guar dando il giudizio come atto della mente, è l'affer mazione stessa. La copula è espressa dalla lingua propriamente ed esplicitamente colla voce è, ovvero è significata dalla flessione del verbo. Il giudizio senza fallo è una forma propria del pensiero; nelle cose, a cui il pensiero si riferisce, (tranne il caso in cui l'oggetto del pensiero con sista esso medesimo in pensieri) non ci sono giu dizi; ma se il pensiero è vero, esso deve rappre sentare le cose, quindi in queste ci ha da essere alcun che, il quale corrisponda alla forma del giu. dizio. Che cosa è questa? Un tal problema è metafisico e però esce dai termini della logica; crediamo tuttavia opportuno di farne un brevissimo cenno. Ricordiamoci che l'atto di coscienza, base del pensiero, è essenzialmente reduplicazione, la cui forma più semplice è questa A è A. Ciò posto la prima occasione obbiettiva dei no stri giudizi potrebbero essere le differenze e i can giamenti delle cose e la loro costanza o persistenza; le differenze come occasione che ne fa avvertire la costanza. Ora la costanza delle cose, la loro fedeltà per così esprimerci, a sè stesse, sono l'equivalente ob biettivo del giudizio d'identità e in generale del giudizio affermativo. La differenza è di regola il corrispondente del giudizio negativo. Il cangiamento poi, che del resto non può esser mai totale e as soluto, ma che si fa sopra un fondo che rimane identico a sè stesso, è rappresentato dai giudizi narrativi, p. es, il cane corre (mentre prima era 298 fermo); l'albero perde le foglie (mentre prima era fronzuto) ece. Insomma le cose, con la loro essenza immuta bile, le qualità, gli avvenimenti, le relazioni, sono categorie obbiettive, che trovano il loro riscontro nel giudizio. Di più il giudizio, come s'è visto nella Psico logia, è per l'essenza sua un riferire; ora le cose possono essere riferite o al subbietto pensante (p. es. io vedo, io percepisco, io penso la cosa A ); O a sè stesse (A è A, l'uomo è uomo, ecc. ); o le une alle altre (come: la terra gira intorno al sole, ecc. ); o anche le parti tra di loro (p. es. le colonne so stengono la volta ); la cosa alle sue proprietà, a' suoi stati successivi, alle azioni e passioni e via via. Le relazioni poi si partono in due classi, cioè reali o del pensiero. Reali diciamo quelle che in teressano il modo d' esistere delle cose (p. es. cau salilà, paternità, reciproca azione ecc. ); diciamo ideali o del pensiero quelle che non interessano le cose, ma solo il nostro pensiero intorno alle cose, come uguaglianza, somiglianza, differenza, maggioranza. Per es. la grandezza relativa dei lati e quella degli angoli sono in una relazione reale; all'incontro la relazione ch' io pongo fra un trian golo, pognamo, e un quadrilatero quando dico che questo ha un lato di più di quello, è del pensiero. Kant chiama analitici que' giudizi, il cui predicato si cava dalla semplice analisi del soggetto, che cioè anche prima del giudizio faceva parte del pensiero del soggetto; sintelici quelli, il cui pre dicato è preso fuori del soggetto. Contro questa dottrina si sono sollevate fino dal tempo del Kant molte obbiezioni, alcune delle quali insussistenti. Tra cui questa: se il giudizio ha da esser vero, per necessità il soggetto deve contenere il predicato; dunque tutti i giudizi sono analitici. Ora questa obbiezione suppone che il giu dizio sia anteriore a sè stesso. Quel predicato che dopo il giudizio, appartiene al soggetto, ha pure abbisognato d'un primo giudizio che glielo appli casse. Così io potevo ad es. conoscere la capra ab bastanza per distinguerla da ogni altro animale, eppure non sapere che è un ruminante. Quando vengo a scoprire questa sua proprietà, tale scoperta prende la forma del giudizio: la capra è un ru minante, il quale perciò è sintetico. D' allora in So il professore crede la sua scolaresca immatura per questa questione, potrà o saltare questo capitolo o tras portarlo in fondo al trattato del giudizio. 300 poi, dato ch'io ripensi lo stesso giudizio, questo sarà per me analitico. Ciò mostra che, almeno per molti giudizi, la differenza tra l' essere sintetici o analitici, è relativa allo stato delle cognizioni di chi li fa. Ma la distinzione tra giudizio analitico e sin tetico potrebbe fondarsi sopra, un altro rispetto; analitici sarebbero quelli, il cui predicato è un ele mento cosi essenziale al concetto del soggetto, che questo senza di esso non possa affatto esser pen sato. Tale sarebbe p. es. la trilateralità rispetto al concetto triangolo. Sintetici al contrario saranno quelli, il cui soggetto può essere pensato anche senza il predicato (p. es. Tizio scrive, il tale pro getto di legge è stato approvato dal Parlamento, ecc. ). La dottrina di Kant del resto non coincide perfettamente nè colla prima interpretazione, nė colla seconda; egli insiste sulla differenza tra l'es ser preso il predicato entro la comprensione del sog getto o fuori di essa. L'esempio di giudizio sinte tico addotto da lui e tanto criticato (7 + 5 = 12), è realmente sintetico, perché chi pensa il numero 7 e il numero 5 e anche l'operazione significata dal +, non per questo ha già il concetto dell'unità nu merica 12, numero che è formato con quell'addi zione e che è quindi posteriore ad essa. In generale su questa contro versia e anche sul l ' altra che ne dipende, se cioè (dato che ci siano de' giudizi sintetici ) altri di questi siano a poste 301 riori e altri a priori, ci contenteremo qui di que. sta osservazione. È chiaro che acciò siano possibili delle analisi, quindi dei giudizi analitici, fa d'uopo che anteriormente ci siano state delle sintesi. Ora codeste sintesi non sono opera del pensiero? E il pensare non è sempre un giudicare? Dunque ci devono essere dei giudizi sintetici. E siccome c'è un pensare, a posteriori e uno a priori, cosi pare innegabile che ci dovranno essere anche de' giudizi sintetici a priori. I giudizi rispetto alla forma si sogliono distin. guere anzitutto in semplici e composti. E qui si noti che debbono considerarsi come composti sol tanto quei giudizi, che si possono senza alterarne il valore risolvere in due o più giudizi semplici. I semplici si dividono primamente sotto il ri spetto della qualità in affermativi e negativi. Af fermativi sono quelli in cui il predicato è posto come, relativamente, identico al soggetto; negativi quelli in cui il predicato è escluso dalla compren Del resto la distinzione de' giudizi in analitici e sin tetici non è veramente logica, ma psicolog da un lato, dal l ' altro metafisica. sione del soggetto; ovvero, avendo riguardo alle estensioni, pel giudizio affermativo il soggetto vien posto nell'estensione del predicato, pel negativo ne è escluso. A queste due specie si po trebbe aggiungerne una terza, ch' io proporrei di chiamare dei giudizi di disparatezza o per più bre vità disparanti; e sono quelli i quali non esclu dono il predicato dalla comprensione del soggetto nė ve lo includono, ma affermano soltanto che il soggetto per sè non implica quel dato predicato, benchè lo possa ricevere. Per es. se io prendo per soggetto il ferro e per predicato ossidato, io non posso affermare che un tal soggetto includa un tal predicato e nemmeno che lo escluda e un tale rap porto ove sia affermato (p. es. colla formola: il ferro per sè, o in quanto ferro, non è ossidato ) costituisce un giudizio disparante. Del resto nes sun logico, per quanto mi consta, ha tenuto conto di questa classe speciale di giudizi.Secondo alcuni logici la ne gazione, ne' giudizi negativi, non affetta la copula, ma bensì il predicato (A non è B equivarrebbe al giudizio: A è non - B). Ma questo modo di consi derare il giudizio negativo non è naturale nè rap presenta l'intenzione di chi pronuncia il giudizio, salvo in rari casi. Oltre a' giudizi affermativi e negativi taluni col Kant ammettono una terza specie di giudizi, sotto il rispetto della qualità, cioè 303 - gl' indefiniti. Tali sarebbero quelli in cui è nega tivo il predicato (A è un non B). Ma è una classe superflua, perchè in realtà questi giudizi coincidono coi negativi. In secondo luogo i giudizi si distinguono sotto il rispetto della quantità, vale a dire secondo la estensione in cui è preso il concetto che fa da sog getto. Se l'estensione del soggetto è presa in tutta la sua totalità, il giudizio dicesi universale. (Tutti gli A sono B o più brevemente A è B; nessun A è B, o più brevemente A non è B). Se in cambio il soggetto è preso solo con una parte della sua estensione, il giudizio è particolare (Alcuni A sono B; alcuni A non sono B ). Stando a una teoria propugnata dallo Hamilton e da altri e oonosciuta sotto il nome di teoria della quantificazione del predicato, nel giudizio sarebbe determinata non solo l'estensione in cui si prende il soggetto, ma anche quella del predicato. Cosi nel giudizio: tutli gli uomini sono mor tali, il soggetto sarebbe preso in tutta l'estensione e il predicato solo in parte della sua estensione, cosicchè la forma rigorosamente logica sarebbe: tutti gli uomini sono alcuni mortali (vale a dire parte dei mortali ). Nel giudizio: alcuni animali sono mammiferi, il soggetto sarebbe preso in parte della sua esten sione e il predicato in tutta la sua estensione; sic chè la sua forma rigorosa sarebbe: alcuni animali sono tutti i mammiferi. Così ogni giudizio affermerebbe una congruenza di estensione e corrispon derebbe sempre ad un'equazione. Ma questa teoria non è accettabile, perché se anche la determina zione dell'estensione del predicato si può artificio samente dedurre da ogni giudizio, essa è innaturale non essendo effettivamente pensata da chi forma il giudizio, tranne certi casi speciali che la lingua suole esprimere con qualche suo spediente. Secondo Aristotele a' giu dizı universali e particolari si dovrebbe aggiungere per terza la classe degli indefiniti o aorisli sarebbero quelli, in cui al soggetto si attribuisce o si nega un predicato senza aver riguardo all'esten sione (P. es. la virti merita premio; concepito senza pensare se ci siano o no molte virtù e se il predicato meritevole di premio convenga a tutte o no). Questa forma di giudizio coincide con quello che alcuni moderni chiamano giudizio della com prensione, per distinguerlo da quelli, in cui il pre dicato viene determinatamente attribuito a tutti o solo a una parte dei termini che formano l ' esten sione del soggetto e ch'essi denominano giudizi dell' estensione. Noi non accogliamo codesta classe di giudizi; perchè, sebbene sia vero che chi forma il giudizio ' ora ha di mira la comprensione del sog getto ora l ' estensione, pure l ' una relazione trae Da non confondersi cogli indefiniti del Kant, che sa rebbero una classe nel rispetto della qualità. con sè l ' altra anche se non esplicitamente pen sata. Altri, con Kant, a' giudizi universali e particolari aggiungono i singolari, quelli cioè in cui il soggetto ha il minimum pos sibile di estensione cioè è un individuo. Ma se que st' individuo è determinato, esso costituisce tutta l'estensione del concetto (p. es. Giulio Cesare) e pertanto il giudizio è universale; se é indetermi nato (p. es. un soldalo ), esso rappresenta una parte dell'estensione e perciò il giudizio cade nella classe dei particolari. Osservazione 3. - I giudizi particolari possono ricevere ulteriori determinazioni secondochè la parte che si prende dell'estensione del soggetto o è più o men determinata o si lascia affatto indeterminata (Per es. molti A sono B, pochissimi A sono B, la più parte degli A sono B, dodici A sono B, ovvero semplicemente parte degli A sono B). Ma per la logica queste specificazioni hanno di regola poca importanza, salvo il caso che l'interesse del pen siero cada appunto su esse, come p. es. nel numero de' voti d'un corpo deliberante. Il giudizio particolare differisce d'assai quanto al suo valore secondochè preso indeterminatamente o determinatamente. In fatti il giudizio: alcuni A sono B, può significare o che almeno alcuni A sono B, o che soltanto al cuni A sono B. Nel primo significato esso è vero anche se tutti gli A sono B, nel secondo senso il giudizio universale, tutti gli A sono B, è necessa riamente falso. I primi giudizi si chiameranno giudizi parti colari in luto senso, i secondi particolari in senso stretto. I giudizi in terzo luogo si distinguono in ri spetto alla relazione, vale a dire secondochè affer mano (o negano) l'inerenza del predicato al sog getto (g. categorici), oppure: la dipendenza del pre dicato dal soggetto (g. ipotetici), o, finalmente, se al soggetto viene come predicato attribuita l'alter nativa fra due o più membri d'una disgiunzione, p. es. A è o Bo CoD (g. disgiuntivi). Osservazione Questa classificazione de' giu dizi sotto il rispetto della relazione, sebbene comu nemente accettata, pecca gravemente contro le leggi della divisione logica. E invero i giudizi disgiun tivi non sono veramente una specie coordinata alle altre due, ma piuttosto una sottospecie di quelle; difatti tanto il giudizio categorico quanto l'ipotetico possono essere disgiuntivi (Il tipo del y. categorico disgiuntivo è: A è o B o C, dell'ipotetico -disgiun tìvo: se A è B, o C è D, o M N ). In quarto luogo finalmente i giudizi o sono tali che il predicato si pensa come necessariamente pertinente al soggetto, e questi chiamansi giudizi necessari o apoditlici; o sono tali che il predicato si pensa come di fatto appartenente al soggetto, senza necessità, e diconsi giudizi della realtà o as sertorii; o, in terzo luogo, sono tali che il predi 307 cato si pensa come possibile ad appartenere al sog. getto e diconsi giudizi possibili o problematici. Que sto rispetto chiamasi modalità del giudizio. Veramente in questa classificazione della modalità si confondono due rispetti differenti. I giudizi considerati obbiettivamente, sono o necessari, o della realtà, o possibili; con siderati obbiettivamente sono apodittici, assertori o problematici. Vale a dire che nel primo rispetto si considera la necessità, la semplice realtà o la possibilità delle cose; nel secondo rispetto si con sidera l'intensità della nostra affermazione. La dif ferenza tra i due rispetti apparisce principalmente nella terza classe, in cui il giudizio della possibi lità afferma che un concetto è suscettivo d'una data determinazione, benchè possa non averla (Per es. una casa può essere di nove piani ), mentre il problematico afferma soltanto la nostra incertezza (A è B? ). Tuttavia, affine di non moltiplicare eccessiva mente le suddivisioni, nella logica si può prescin dere dal considerare queste differenze. Riassumendo, i giudizi si dividono: rispetto alla qualità, in affermativi e ne gativi; rispetto alla quantità, in universali e par ticolari; 3.º rispetto alla relazione, in categorici, ipo tetici e disgiuntivi (categorico -disgiuntivi e ipote tico - trovano il loro riscontro nel giudizio. Di più il giudizio, come s'è visto nella Psico logia, è per l'essenza sua un riferire; ora le cose possono essere riferite o al subbietto pensante (p. es. io vedo, io percepisco, io penso la cosa A ); O a sè stesse (A è A, l'uomo è uomo, ecc. ); o le une alle altre (come: la terra gira intorno al sole, ecc. ); o anche le parti tra di loro (p. es. le colonne so stengono la volta ); la cosa alle sue proprietà, a' suoi stati successivi, alle azioni e passioni e via via. Le relazioni poi si partono in due classi, cioè reali o del pensiero. Reali diciamo quelle che in teressano il modo d' esistere delle cose (p. es. cau salilà, paternità, reciproca azione ecc. ); diciamo ideali o del pensiero quelle che non interessano le cose, ma solo il nostro pensiero intorno alle cose, come uguaglianza, somiglianza, differenza, maggioranza. Per es. la grandezza relativa dei lati e quella degli angoli sono in una relazione reale; all'incontro la relazione ch' io pongo fra un trian golo, pognamo, e un quadrilatero quando dico che questo ha un lato di più di quello, è del pensiero. Kant chiama analitici que' giudizi, il cui predicato si cava dalla semplice analisi del soggetto, che cioè anche prima del giudizio faceva parte del pensiero del soggetto; sintelici quelli, il cui pre dicato è preso fuori del soggetto. Contro questa dottrina si sono sollevate fino dal tempo del Kant molte obbiezioni, alcune delle quali insussistenti. Tra cui questa: se il giudizio ha da esser vero, per necessità il soggetto deve contenere il predicato; dunque tutti i giudizi sono analitici. Ora questa obbiezione suppone che il giu dizio sia anteriore a sè stesso. Quel predicato che dopo il giudizio, appartiene al soggetto, ha pure abbisognato d'un primo giudizio che glielo appli casse. Così io potevo ad es. conoscere la capra ab bastanza per distinguerla da ogni altro animale, eppure non sapere che è un ruminante. Quando vengo a scoprire questa sua proprietà, tale scoperta prende la forma del giudizio: la capra è un ru minante, il quale perciò è sintetico. D' allora in (1) So il professore crede la sua scolaresca immatura per questa questione, potrà o saltare questo capitolo o tras portarlo in fondo al trattato del giudizio. 300 poi, dato ch'io ripensi lo stesso giudizio, questo sarà per me analitico. Ciò mostra che, almeno per molti giudizi, la differenza tra l' essere sintetici o analitici, è relativa allo stato delle cognizioni di chi li fa. Ma la distinzione tra giudizio analitico e sin tetico potrebbe fondarsi sopra, un altro rispetto; analitici sarebbero quelli, il cui predicato è un ele mento cosi essenziale al concetto del soggetto, che questo senza di esso non possa affatto esser pen sato. Tale sarebbe p. es. la trilateralità rispetto al concetto triangolo. Sintetici al contrario saranno quelli, il cui soggetto può essere pensato anche senza il predicato (p. es. Tizio scrive, il tale pro getto di legge è stato approvato dal Parlamento, ecc. ). La dottrina del Kant del resto non coincide perfettamente nè colla prima interpretazione, nė colla seconda; egli insiste sulla differenza tra l'es ser preso il predicato entro la comprensione del sog getto o fuori di essa. L'esempio di giudizio sinte tico addotto da lui e tanto criticato (7 + 5 = 12), è realmente sintetico, perché chi pensa il numero 7 e il numero 5 e anche l'operazione significata dal +, non per questo ha già il concetto dell'unità numerica 12, numero che è formato con quell'addi zione e che è quindi posteriore ad essa. In generale su questa contro versia e anche sul l ' altra che ne dipende, se cioè (dato che ci siano de' giudizi sintetici ) altri di questi siano a poste 301 riori e altri a priori, ci contenteremo qui di que. sta osservazione. È chiaro che acciò siano possibili delle analisi, quindi dei giudizi analitici, fa d'uopo che anteriormente ci siano state delle sintesi. Ora codeste sintesi non sono opera del pensiero? E il pensare non è sempre un giudicare? Dunque ci devono essere dei giudizi sintetici. E siccome c'è un pensare, a posteriori e uno a priori, cosi pare innegabile che ci dovranno essere anche de' giudizi sintetici a priori. I giudizi rispetto alla forma si sogliono distin. guere anzitutto in semplici e composti. E qui si noti che debbono considerarsi come composti sol tanto quei giudizi, che si possono senza alterarne il valore risolvere in due o più giudizi semplici. I semplici si dividono primamente sotto il ri spetto della qualità in affermativi e negativi. Af fermativi sono quelli in cui il predicato è posto come, relativamente, identico al soggetto; negativi quelli in cui il predicato è escluso dalla compren Del resto la distinzione de' giudizi in analitici e sin tetici non è veramente logica, ma psicolog da un lato, dall’altro metafisica. sione del soggetto; ovvero, avendo riguardo alle estensioni, pel giudizio affermativo il soggetto vien posto nell'estensione del predicato, pel negativo ne è escluso. Osservazione 1. – A queste due specie si po trebbe aggiungerne una terza, ch' io proporrei di chiamare dei giudizi di disparatezza o per più bre vità disparanti; e sono quelli i quali non esclu dono il predicato dalla comprensione del soggetto nė ve lo includono, ma affermano soltanto che il soggetto per sè non implica quel dato predicato, benchè lo possa ricevere. Per es. se io prendo per soggetto il ferro e per predicato ossidato, io non posso affermare che un tal soggetto includa un tal predicato e nemmeno che lo escluda e un tale rap porto ove sia affermato (p. es. colla formola: il ferro per sè, o in quanto ferro, non è ossidato ) costituisce un giudizio disparante. Del resto nes sun logico, per quanto mi consta, ha tenuto conto di questa classe speciale di giudizi. Osservazione 2. - Secondo alcuni logici la ne gazione, ne' giudizi negativi, non affetta la copula, ma bensì il predicato (A non è B equivarrebbe al giudizio: A è non - B). Ma questo modo di consi derare il giudizio negativo non è naturale nè rap presenta l'intenzione di chi pronuncia il giudizio, salvo in rari casi. Osservazione 3. – Oltre a' giudizi affermativi e negativi taluni col Kant ammettono una terza specie di giudizi, sotto il rispetto della qualità, cioè 303 - gl' indefiniti. Tali sarebbero quelli in cui è nega tivo il predicato (A è un non B). Ma è una classe superflua, perchè in realtà questi giudizi coincidono coi negativi. In secondo luogo i giudizi si distinguono sotto il rispetto della quantità, vale a dire secondo la estensione in cui è preso il concetto che fa da sog getto. Se l'estensione del soggetto è presa in tutta la sua totalità, il giudizio dicesi universale. (Tutti gli A sono B o più brevemente A è B; nessun A è B, o più brevemente A non è B). Se in cambio il soggetto è preso solo con una parte della sua estensione, il giudizio è particolare (Alcuni A sono B; alcuni A non sono B ). Stando a una teoria propugnata dallo Hamilton e da altri e oonosciuta sotto il nome di teoria della quantificazione del predicato, nel giudizio sarebbe determinata non solo l'estensione in cui si prende il soggetto, ma anche quella del predicato. Cosi nel giudizio: tutli gli uomini sono mor tali, il soggetto sarebbe preso in tutta l'estensione e il predicato solo in parte della sua estensione, cosicchè la forma rigorosamente logica sarebbe: tutti gli uomini sono alcuni mortali (vale a dire parte dei mortali ). Nel giudizio: alcuni animali sono mammiferi, il soggetto sarebbe preso in parte della sua esten sione e il predicato in tutta la sua estensione; sic chè la sua forma rigorosa sarebbe: alcuni animali sono tutti i mammiferi. Così ogni giudizio affer 304 merebbe una congruenza di estensione e corrispon derebbe sempre ad un'equazione. Ma questa teoria non è accettabile, perché se anche la determina zione dell'estensione del predicato si può artificio samente dedurre da ogni giudizio, essa è innaturale non essendo effettivamente pensata da chi forma il giudizio, tranne certi casi speciali che la lingua suole esprimere con qualche suo spediente. Osservazione 1. – Secondo Aristotele a' giu dizı universali e particolari si dovrebbe aggiungere per terza la classe degli indefiniti o aorisli (1 ) sarebbero quelli, in cui al soggetto si attribuisce o si nega un predicato senza aver riguardo all'esten sione (P. es. la virti merita premio; concepito senza pensare se ci siano o no molte virtù e se il predicato meritevole di premio convenga a tutte o no). Questa forma di giudizio coincide con quello che alcuni moderni chiamano giudizio della com prensione, per distinguerlo da quelli, in cui il pre dicato viene determinatamente attribuito a tutti o solo a una parte dei termini che formano l ' esten sione del soggetto e ch'essi denominano giudizi dell' estensione. Noi non accogliamo codesta classe di giudizi; perchè, sebbene sia vero che chi forma il giudizio ' ora ha di mira la comprensione del sog getto ora l ' estensione, pure l ' una relazione trae Da non confondersi cogli indefiniti del Kant, che sa rebbero una classe nel rispetto della qualità. Vedi sopra la Osservazione 3. 305 con sè l ' altra anche se non esplicitamente pen sata. Altri, con Kant, a' giudizi universali e particolari aggiungono i singolari, quelli cioè in cui il soggetto ha il minimum pos sibile di estensione cioè è un individuo. Ma se que st' individuo è determinato, esso costituisce tutta l'estensione del concetto (p. es. Giulio Cesare) e pertanto il giudizio è universale; se é indetermi nato (p. es. un soldalo ), esso rappresenta una parte dell'estensione e perciò il giudizio cade nella classe dei particolari. I giudizi particolari possono ricevere ulteriori determinazioni secondochè la parte che si prende dell'estensione del soggetto o è più o men determinata o si lascia affatto indeterminata (Per es. molti A sono B, pochissimi A sono B, la più parte degli A sono B, dodici A sono B, ovvero semplicemente parte degli A sono B ). Ma per la logica queste specificazioni hanno di regola poca importanza, salvo il caso che l'interesse del pen siero cada appunto su esse, come p. es. nel numero de' voti d'un corpo deliberante. Il giudizio particolare differisce d'assai quanto al suo valore secondochè preso indeterminatamente o determinatamente. In fatti il giudizio: alcuni A sono B, può significare o che almeno alcuni A sono B, o che soltanto al cuni A sono B. Nel primo significato esso è vero anche se tutti gli A sono B, nel secondo senso il giudizio universale, tutti gli A sono B, è necessa riamente falso. I primi giudizi si chiameranno giudizi parti colari in luto senso, i secondi particolari in senso stretto. I giudizi in terzo luogo si distinguono in ri spetto alla relazione, vale a dire secondochè affer mano (o negano) l'inerenza del predicato al sog getto (g. categorici), oppure: la dipendenza del pre dicato dal soggetto (g. ipotetici), o, finalmente, se al soggetto viene come predicato attribuita l'alter nativa fra due o più membri d'una disgiunzione, p. es. A è o Bo CoD (g. disgiuntivi). Osservazione Questa classificazione de' giu dizi sotto il rispetto della relazione, sebbene comu nemente accettata, pecca gravemente contro le leggi della divisione logica. E invero i giudizi disgiun tivi non sono veramente una specie coordinata alle altre due, ma piuttosto una sottospecie di quelle; difatti tanto il giudizio categorico quanto l'ipotetico possono essere disgiuntivi (Il tipo del y. categorico disgiuntivo è: A è o B o C, dell'ipotetico -disgiun tìvo: se A è B, o C è D, o M N ). In quarto luogo finalmente i giudizi o sono tali che il predicato si pensa come necessariamente pertinente al soggetto, e questi chiamansi giudizi necessari o apoditlici; o sono tali che il predicato si pensa come di fatto appartenente al soggetto, senza necessità, e diconsi giudizi della realtà o as sertorii; o, in terzo luogo, sono tali che il predi 307 cato si pensa come possibile ad appartenere al sog. getto e diconsi giudizi possibili o problematici. Que sto rispetto chiamasi modalità del giudizio. Osservazione. – Veramente in questa classifi cazione della modalità si confondono due rispetti differenti. I giudizi considerati obbiettivamente, sono o necessari, o della realtà, o possibili; con siderati obbiettivamente sono apodittici, assertori o problematici. Vale a dire che nel primo rispetto si considera la necessità, la semplice realtà o la possibilità delle cose; nel secondo rispetto si con sidera l'intensità della nostra affermazione. La dif ferenza tra i due rispetti apparisce principalmente nella terza classe, in cui il giudizio della possibi lità afferma che un concetto è suscettivo d'una data determinazione, benchè possa non averla (Per es. una casa può essere di nove piani ), mentre il problematico afferma soltanto la nostra incertezza (A è B? ). Tuttavia, affine di non moltiplicare eccessiva mente le suddivisioni, nella logica si può prescin dere dal considerare queste differenze. Riassumendo, i giudizi si dividono: 1.º rispetto alla qualità, in affermativi e ne gativi; rispetto alla quantità, in universali e par ticolari; rispetto alla relazione, in categorici, ipo tetici e disgiuntivi (categorico -disgiuntivi e ipote tico -disgiuntivi); 308 4.º rispetto alla modalità, in apodittici, asser torii e problematici. Secondo alcuni logici poi la modalità nor non appartiene alla forma logica del giudizio, ma alla sua materia. Alle distinzioni sopra enumerate alcuni vogliono aggiunta anche questa in: a) giudizi narrativi, nei quali il predicato esprime un fatto e suol essere rappresentato da un verbo; b ) descrittivi, nei quali il predicato è una pro prietà del soggetto e suole grammaticalmente essere espresso da un aggettivo; c ) esplicativi, nei quali il predicato è un con cetto più generale, per se stante, nella cui esten sione viene collocato il soggetto e solitamente si esprime mediante un sostantivo (Esempi di queste tre specie: Cesare fu ucciso in Senato, il gelsomino è odoroso, il triangolo è una figura ). La qualità e quantità de' giudizi vengono de. signate per brevità colle lettere a, e, i, o, secondo i versi mnemonici: Asserit a negat e, sed universaliter ambo; Asserit i negat o, sed particulariter ambo. Altri preferiscono i seguenti segni: a = 72 19 ta = giudizio universale affermativo negativo particolare affermativo Pр negativo. P 79 72 309 Osservazione sul giudizio ipotetico. - Codesta forma di giudizio è stata interpretata in quattro maniere, ciò sono: 1.º Come un giudizio, il cui soggetto e predi cato sono il soggetto e il predicato del conseguente, ma la copula è subordinata all' antecedente come a condizione. (Dato p. es. il giudizio ipotetico: Se A é B, C è D, il soggetto sarebbe C, il predicato D, e la copula (ė ) è posta sotto la condizione che A sia B ). 2.º Come un giudizio, il cui soggetto è il con seguente e il predicato è il suo dipendere dall'an tecedente. Ossia, dato il tipo precedente, del nesso (Cé D) si afferma ch'esso dipende dal nesso (A é B). 3º. Come un giudizio, in cui l ' antecedente fa da soggetto ed il conseguente equivale al predicato. Cioè del nesso (A è B) si afferma che da esso di pende la realtà del nesso (CUD). Questa interpre tazione, che è la preferita dalla scuola erbartiana, è comoda specialmente per la trattazione dei sillo gismi. 4.° Come un giudizio, il cui soggetto è il nu mero dei casi in cui si avvera l'antecedente, e di questo si afferma ch'esso coincide o non coincide, in tutto o in parte, col numero de casi in cui si avvera il conseguente, che costituisce il predicato. Secondo quest'ultinia interpretazione il giudi zio ipotetico non esprime la dipendenza o condi zionalità dell'un membro rispetto all'altro, ma sol tanto la loro connessione di fatto ossia la coincidenza. Prendendo i giudizi ipotetici secondo una delle tre prime interpretazioni, questi non possono esser mai particolari. Infatti, posto un giudizio di questa forma: qualche volta, se A è, B'è che sarebbe la forma del giudizio ipotetico particolare), non si po trebbe più dire che B dipenda da A. Un'altra questione sorge a proposito del giu dizio ipotetico, vale a dire quand' esso debba dirsi negativo. Secondo taluni il giudizio ipotetico ne gativo è quello, col quale si nega che il conseguente dipenda dall'antecedente. Ma hanno torto, o per lo meno questo modo di vedere sconvolge tutta la teoria del giudizio. Noi diremo a miglior diritto essere negativo quello, in cui è negativo il conse guente (p. es. se A è, B non è, oppure se A è B, C non è D). Se fosse negativo l'antecedente e po sitivo il conseguente, il giudizio sarà ancora affer mativo (p. es. se A non è B, C è D, è un giudizio affermativo ). Quell' altra maniera di considerare il giudizio ipotetico negativo (se A è, non ne segue che B sia, oppure se A è B, non ne segue che C sia D ) sarebbe più presto una forma di giudizio ipotetico parallela a quella dei giudizi categorici da noi chiamati disparanti. Relazioni logiche possibili tra due giudizi considerati in rispetto alla loro qualità e quantità Perchè due giudizi possano essere paragonati logicamente tra di loro, occorre che abbiano la stessa materia, cioè che contengano i medesimi concetti. Ci sono relazioni logiche an che tra due giudizi, che hanno la stessa materia solo in parte; per es. tra questi A è Be A è C; oppure A è B, C è B. Ma queste speciali relazioni qui non si considerano, come quelle di cui si dovrà trattare nella teoria del sillogismo. Ciò posto, divideremo tutte le relazioni formali, che possono aver luogo tra due giudizi contenenti gli stessi concetti e considerati in rispetto alla loro qualità e quantità secondo lo schema seguente: Indicando con a la medesima posizione dei concetti; con P la posizione inversa de' concetti; con y la medesima qualità ne' due giudizi; con 8 la qualità contraria ne' due giudizi; con & la medesima quantità ne' due giudizi; con Ġ la quantità differente ne' due giudizi, avremo: 312 E aye relazione d'identità (A è B, A è B ). 12 Ś - ays relazione di subalternazione (A è B, qualche A. è B, A non è B, qualche a non è B); dove l'universale si chiama subalternante é il par ticolare subalternato. a E ada relazione di contrarietà (se i giudizi sono uni versali ) (A è B, A non è B; di subcontrarietà (se particolari ) qualche d è B, qualche A non è B ). 8 Ś = ad relazione di contradditorietà (tutti yli A sono B, qualche A non è B; oppure: nessun A è B, qualche A è B ). E = Byɛ relazione di conversione semplice (A è B, B è A; qualche A è B, qualche B é A; A non è B, B non è A; qualche A non è B, qualche B non è A ). Ś = By5 relazione di conversione accidentale (A è B, qualche B é A; A non è B, qualche B non è A). Bdɛ relazione di contrapposizione semplice (A è B, ciò che non è B non è A; qualche A è B, qual che non - B non è A; A non è B, ciò che non è Bè A; qualche A non è B, qualche non- Bè 4). d Ś = 386 relazione di contrapposisione accidentale (A è B, qualche non - B non è A; Anon è B, qual che non - B è A; qualchè A è B, ciò che non è B non è A; qualche A non è B, ciò che non è B è A ) (1 ). (1 ) La conversione e la contrapposizione si chiamano semplici, se i due giudizi, hanno la stessa quantità, cioè sono o ambedue universali o ambedue particolari; si dicono acci dentali (per accidens) ove la quantità sia differente, cioè l'uno sia universale e l'altro particolare. 313 contra vorietà Le relazioni 2a, 3a, e 4a, cioè tutte le relazioni formali possibili tra due giudizi, data la stessa po sizione dei concetti (escludendo la 1a, d'identità, che non è veramente relazione tra due giudizi, giac che i giudizi identici non sono che un giudizio solo) furono dagli antichi simboleggiate nel se guente diagramma: a contrarietà e subalternazione subalternazione subcontrarietà Dove convien rammentarsi che a significa un giudizio universale affermativo, e un g. universale negativo, i un g. particolare affermativo, o un g. particolare negativo. Sarà un esercizio utile pei principianti di trovare esempi concreti per ciascuna delle relazioni di giudizi sopra indicate. Noi ce ne siamo astenuti per non ingrossare senza necessità il volume. Il medesimo diciamo in riguardo ai capitoli seguenti che trattano delle inferenze immediate e delle forme sillogi Delle inferenze immediate a) specie prima (dipendente dalla qualità e quantità) Quando da un giudizio dato se ne può rica vare un altro immediatamente, cioè senza uopo di un terzo giudizio, ha luogo quella che dicesi infe renza immediata. Noi distingueremo tre specie di tali inferenze: a) quelle che nascono dai rapporti formali tra due giudizi, dipendenti dalla qualità e quantità loro; b) quelle che procedono dalla relazione; c) quelle che dipendono dalla modalità. Noi indicheremo qui sommariamente le infe renze della specie accennata sub a, le quali dipen dono dai rapporti formali, che possono intercedere tra due giudizi, svolti nel capitolo precedente, omet tendo quello d'identità. Dalla subalternazione. Dal gudizio subal ternante si deduce legittimameute il subalternato, ossia se il subalternante è vero, sarà vero anche il stiche. Noi per brevità abbiamo dato il nudo schematismo;: l'insegnante potrà proporre o far cercare agli alunni gli esempi opportuni a illustrarlo. 1 subalternato. (Se è vero il giudizio: tutti gli A sono B, sarà vero anche il giudizio: alcuni A sono B. Se è vero: nessun A è B, sarà vero anche che qual che A non è B ). Ma dalla verità del subalternato non segue la verità del subalternante. I alla falsità invece del subalternato segue la falsità del subalternante. Ma dalla falsità del su balternante non segue la falsità del subalternato. Osservazione. Questa legge della subalter nazione è valida soltanto ove il giudizio partico lare sia preso in senso lato (cioè nel senso dell'al meno non in quello del soltanto ). Se invece il giu dizio particolare si prenda in senso stretto, dalla verità del subalternante segue la falsità del subal ternato e dalla verità del subalternato segue la falsità del subalternante; ma dalla falsità del su balternante nulla segue rispetto al subalternato. 2.° Dalla contrarietà. Due giudizi contrari non possono essere amendue veri, ma possono bensì es sere amendue falsi; ossia dalla verità dell'uno segue la falsità dell'altro, ma dalla falsità d'nino nulla segue rispetto all'altro. 3. ° Dalla subcontrarietà. Due giudizi subcon trari possono essere amendue veri, ma non amendue falsi. Ossia dalla verità dell' uno nulla segue ri spetto all'altro; ma se l'uno è falso, l'altro deb b' essere vero. Osservazione. Anche questa legge vale so lamente prendendo i giudizi particolari in lato - 316 senso. Prendendoli in senso stretto dalla verità del l'uno segue la verità anche dell'altro; ma dalla falsità di uno d'essi nulla segue rispetto all'altro. 4. Dalla contradittorietà. Due giudizi contra dittorii non possono essere nè amendue veri ne amendue falsi. Quindi dalla verità dell' uno segue la falsità dell'altro, dalla falsità dell'uno la verità dell' altro. 5.º. Dalla conversione. Un giudizio universale affermativo può essere convertito solo accidental mente; l'universale negativo può essere convertito e semplicemente e accidentalmente. Un giudizio par. ticolare affermativo può essere convertito solo sem plicemente. Il particolare negativo non ammette conversione. Osservazione. -- Anche qui si prende il giudizio particolare in senso lato. Prendendolo in senso stretto, l'universale negativo non può essere con vertito accidentalmente e il particolare affermativo non si può convertire. 6.° Dalla contrapposizione. Il giudizio univer sale affermativo può essere contrapposto semplice mente e accidentalmente. L'universale negativo solo accidentalmente. Il particolare affermativo non ammette contrapposizione; il particolare negativo può essere contrapposto semplicemente. La dimostrazione di tutte le inferenze, così valide come invalide, indicate in questo capitolo, è assai facile, qualora si ricorra al paragone delle estensioni, nel che serve di grande aiuto l'uso delle rappresentazioni simboliche. Pren dasi per es. la relazione di contrarietà. Tutli gli A sono B, nessun A i B. Che non possano essere amendue veri risulta intuitivamente dalla figura. Sia B vero il primo si avrà; ora il contrario А non è compossibile col B. primo. Che poi possano essere falsi entrambi lo mostra il caso, che i due concetti A e B siano in A terferenti O; il qual caso esclude B tanto che tutti gli A siano B, come che A А B nessun A sia B Però la O dimostrazione di tutte le leggi delle inferenze immediate può essere un utile esercizio da farsi dagli alunni. b ) specie seconda (inferenze della relazione) Diconsi inferenze della relazione quei giudizi che possono dedursi da un altro con mutamento della relazione. Così da un giudizio categorico affermativo si può dedurre un ipotetico affermativo e uno nega tivo. Infatti dato il giudizio: A e B si ha diritto d'inferirne che: se A è, B é, ed anche che, se B non è, A non é. La ragione è facile a intendersi; perchè se B é un predicato di A, la realtà di A trarrà seco quella di B; e togliendo B, la cui esten sione comprende quella di A, si toglie anche A. Dal giudizio categorico disgiuntivo si possono dedurre parecchi ipotetici, che qui brevemente in dicheremo. Sia dato il giudizio A é o M o N o P, ne segue: 1º. Se A è, Ô M o N o P è. 2." Se A è M, esso non è nè N nè P. 3.° Se A non è M, esso è o N o P. 4.° Se A non é nė M né N, esso é P. 5.° Se nè M nè N nè P è, A non é. . c ) specie terza (inferenze modali) Chiamasi inferenza o conseguenza modale la deduzione d'un giudizio da un altro per mezzo di un cangiamento di modalità. Il principio che giustifica tali inferenze è que sto, che affermando il più si afferma implicitamente anche il meno e negando il meno si nega impli citamente anche il più: ma non inversamente. Quindi dalla verità d'un giudizio apodittico s' inferisce legittimamente la verità dell'assertorio e del problematico; ma non in ordine inverso. Dalla falsità poi d'un giudizio problematico segue la falsità dell'assertorio e tanto più dell'apo dittico; dalla falsità del giudizio assertorio segue la falsità dell'apodittico; ma non viceversa. Le leggi precedenti sono giustificate da ciò che la negazione d'un giudizio problematico è un giudizio apodittico, mentre la ne gazione d'un apodittico, è un giudizio problematico. Si avverta che il giudizio problematico negativo ha la forma A può non esser Be non già questa: A non può esser B. Quest'ul timo è un giudizio apodittico.Queste relazioni appariscono intuitivamente nella tabella seguente. 1 2 3 dover essere essere poter essere 4 5 6 non dover essere non essere non poter essere ! Dove si vede che le formole 4, 5, 6 sono le formole 1, 2, 3 ' coll' aggiunta della negazione. Ora mentre il n. 1 è apodittico, il n. 4 è problematico: mentre il n. 3 è problematico, il n. 6 ė apodittico. Osservazione 3. -- Le formole 1, 2, 3, potreb bero essere anche negative; in tal caso la tabella precedente si trasforma in quest'altra. 1 1 2 3 dover non essere non essere poter non essere 4 6 non dover non essere non non - essere che equivale a poter essere che equivale a non poter non essere che equivale a essere dover essere Col confronto delle due tabelle è facile riscon trare le formole che si equivalgono: così il n. 6 della prima tabella equivale al n. 1 della seconda; il n. 5 della prima è identico al n. 2 della seconda; il n. 4 della prima equivale al n. 3 della seconda. Gli equivalenti dei numeri 4, 5, 6, della seconda tabella sono già stati indicati nella tabella stessa. Il giudizio disgiuntivo falsamente da taluni fu considerato come composto; esso non è una somma di giudizi, ma un giudizio unico indecomponibile. Giudizi veramente composti sono: 1º. i copulativi, i quali possono essere: a ) copulativi nel soggetto. Es. A, B, C sono M. b ) copulativi nel predicato. Es. A è M, N, P. c ) copulativi in ambedue i termini. Es. A, B, C, sono M, N, P. 2.° I remotivi. Questi alla loro volta possono essere: a ) remotivi nel soggetto. Es. nè A, nè B, né C À M. b ) remotivi nel predicato Es. A non è nè M, nè N, nè P. In quanto ai giudizi complessi in forma attri butiva, logicamente considerati, sono giudizi sem plici, perchè l'attributo non è che una nota sia del soggetto sia del predicato. Essi o 1.º sono complessi nel soggetto; es. A (che è M) è N. o 2.º sono complessi nel predicato; es. A è un M (che è N); o 3.º sono complessi in amendue i termini; es. A (che è B) è un M (che è N). 21 322 Il problema generale che un sillogismo si pro pone di risolvere è: dati due giudizi indipendenti tra di loro, i quali contengono un termine comune, ricavarne un terzo eliminando il termine comune. Se noi paragoniamo la forma rigorosamente sillogistica col processo reale del nostro pensiero, vedremo che di rado il secondo combacia esatta mente colla prima. Le cause principali di questo fatto sono le due infrascritte. Che I NOSTRI PENSIERI E I DISCORSI CON CUI LI SIGNIFICHIAMO [alla H. P. Grice], anche se indirizzati a dimostrare qualche tesi, di solito contengono più sillogismi svariatissimamente intrecciati e allacciati insieme. 2.º Che molti giudizi, benchè formino una parte essenziale de' nostri ragionamenti, sono sottintesi e solo implicitamente pensati, ossia pensati senza averne piena coscienza. Ora la logica, non può e non deve proporsi di seguire i meandri psicologici del pensiero, sibbene di determinare le forme esatte, le quali debbono essere almeno implicitamente osservate se il nostro ragionamento ha da essere concludente. Contro il valore del sillogismo furono emesse, massime dai moderni, varie obbiezioni. Qui si ac I 323 cennano brevemente le più speciose, unendo a cia scuna una concisa risposta. Il sillogismo non produce verun au mento di cognizione, perché la conclusione era già racchiusa nelle premesse. Risposta Codesta obbiezione potrebbe tutt'al più esser valida se il pensare umano fosse istan taneo e tutto abbracciasse con uno sguardo. Ma siccome è discorsivo, quindi successivo, la combi nazione del soggetto col predicato della conclusione ha mestieri d' essere esplicitamente pensata; il che è per 1 appunto ciò che si fa per mezzo del sillo gismo. 05. 2. - Il sillogismo è una pura petizione di principio, perchè la verità della premessa mag giore dipende dalla verità della conclusione, anzi chè questa da quella. Infatti non può esser vero per es. che tutti gli uomini sono mortali, se già non sia vero che Pietro, Paolo, Antonio ecc. sono mortali. Risposta. – Codesta obbiezione si fondamenta sul falso concetto che un giudizio universale altro non sia che la somma di tanti giudizi particolari. Ora ciò nella massima parte dei casi non è nem meno possibile, come se per es. io dovessi aspettare a formulare il giudizio: gli uomini sono mortali, d'aver prima verificato la morte in ciascun uomo. È vero invece che le premesse universali parte ri sultano dall'analisi del soggetto considerato nella sua comprensione, parte da nessi necessari tra un 324 concetto e un altro, parte da legittime induzioni. In generale sono indipendenti dai singoli giudizi particolari e il sillogismo applica a questi la regola già riconosciuta nel generale. Il sillogismo potrà servire tutt'al più a rischiarare o ad esporre sistematicamente ve rità già note, ma non mai a scoprirne, perché la scoperta del nuovo si fonda su processi psicologici. Risposta. Prima di tutto è da notarsi, che tra i processi psicologici, onde può risultare la sco perta di nuove verità, ce ne sono anche di quelli che coincidono col sillogismo. Ma quel che più importa si è che un processo psicologico, in quanto tale, non ha alcun valore scientifico e quello che può avere è giustificato soltanto dal processo logico che lo informa. Finalmente contro tutte le predette obbiezioni e altre analoghe sta questa osservazione fondamen tale, che le premesse d'un sillogismo contengono la ragione della conseguenza. Certo se è vero che tutti gli uomini sono mortali e che Pietro è uomo, è già vero che Pietro è mortale; ma questa pro posizione è vera appunto perché sono vere le prime due e il valore del sillogismo consiste nel mostrare questa dipendenza. Tutti i sillogismi semplici possono ripartirsi nelle cinque classi seguenti: 1. ° categorici puri, e sono quelli in cui tanto le premesse come la conclusione sono giudizi ca tegorici; 2.° categorico - ipotetici o ipotetici spurii, nei quali si le due premesse come la conclusione sono giudizii ipotetici; 3.0 ipotetico -categorici o ipotetici in senso pro prio, che sono quelli la cui premessa maggiore è un giudizio ipotetico, la minore un giudizio cate gorico e la conclusione ordinariamente non sempre) un giudizio categorico; categorici disgiuntivi, nei quali la maggiore è un giudizio categorico disgiuntivo, la minore un giudizio categorico semplice o anche.categorico di sgiuntivo, la conclusione un giudizio categorico semplice o anche categorico - disgiuntivo; 5.° ipotetici disgiuntivi, in cui la premessa mag giore è un giudizio ipotetico disgiuntivo, la minore è un giudizio categorico semplice o categorico di sgiuntivo, la conclusione un giudizio categorico semplice o disgiuntivo. - 326 Osservazione 1. Alcuni considerano l'indu zione e l'analogia come forme speciali d'argomen tare distinte dal sillogismo; ma noi vedremo a suo luogo che non sono se non casi particolari di questo. Osservazione 2. – C'è chi distingue prima di tutto i sillogismi in semplici e composti. Ma i così detti sillogismi composti non sono che serie di sil logismi semplici, i quali ricevono la loro unità dalla forma stilistico - grammaticale. Del sillogismo categorico (puro) I due giudizi, da cui si cava il terzo, qui come in tutte le forme di sillogismo, si chiamano pré messe; il terzo conclusione. I concetti o termini, che esso contiene, non possono essere nè più né meno di tre, perché le due premesse debbono avere un termine comune. S'intende da sè che i concetti o termini del sillogismo possono essere significati verbalmente o con una parola o con parecchie. Di questi tre concetti quello che è comune ad ambedue le premesse e che dev'essere escluso dalla conclusione dicesi medio, gli altri due diconsi - estremi; dei quali il soggetto della conclusione chiamasi minore, il predicato della conclusione, maggiore. Delle due premesse l ' una si dice maggiore e suol essere più generale, l'altra minore. Quella, nel sillogismo ordinato, si enuncia per prima, que sta per seconda. Per altro la premessa maggiore è distinta rigorosamente dalla minore solo nella fi gura prima, come si vedrà a suo luogo. Il sillogismo può avere diverse figure (oxńuara) secondo la posizione che occupa il termine medio. Se questo funge da soggetto nella maggiore e da predicato nella minore si ha la figura prima. Se è predicato in entrambe le premesse, si ha la figura seconda. Se è soggetto in tutte e due, si ha la fi gura terza. Fnalmente se è predicato nella mag giore e soggetto nella minore, avremo la quarta figura. Le tre prime furono scoperte da Aristotele; la quarta è attribuita a Galeno. Eccone qui i tipi; dove si noti che con S si indica il termine minore, con M il medio, con P il maggiore. MP PM MP Fig. 4.8 PM SM Ş M MS MS SP SP SP SP - 328 SM Osservazione. – L'ordine in cui vengono enun ciate le premesse è indifferente rispetto al produrre la conclusione; questo per altro è l'ordine normale. Ma rispetto alla figura 1.a alcuni, col Leibniz, so stennero come più naturale l'ordine inverso come quello in cui apparisce intuitivamente la con tinuità della subordinazione, conformemente al tipo matematico (S < M < P ). Codesta continuità però è intuitiva anche nell'ordine tradizionale, quando come appunto suol fare Aristotele, nell'enunciare il giudizio si parte dal predicato (P compete ad M, M ad S). Siccome poi le premesse possono variare di qualità e di quantità, cosi si hanno tanti modi (τρόποι των σχημάτων) quante sono le combinazioni che due giudizi possono presentare sotto questo rispetto. Queste in effetto sono sedici per ciascuna figura a a e a ia оа a e e e ie ое (1) αι ei i i o ¿ α Ο e o io 00 e pertanto sessantaquattro per tutte le figure. (1) Cioè amendue le premesse universali affermative (a a), la maggiore universale affermativa e la minore universale negativo (a e ), la maggiore universale affermativa e la minore particolare (a i), ecc. 4 Ma dei 64 'modi possibili, ce n'è 41 che non danno conclusione; sicchè i modi concludenti e quindi validi si riducono a 19 tra tutte le figure; dei quali 4 appartengono alla figura prima, 4 alla seconda, 6 alla terza e 5 alla quarta. Essi sono enumerati nei seguenti versi barbari, che con qual che leggera variante si trovano per la prima volta nelle Sunmulae logicales di Petrus Hispanus, il quale fu poi papa Giovauni XXI. Barbara, Celarent, primae, Darii, Ferioque; Cesare, Camestres, Festino, Baroco, secundae; Tertia grande sonans recitat Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo. Ferison. Quartao Sunt Bamalip, Calemes, Dimatis, Fesapo, Fresinon. L'artifizio di questi versi mnemonici (tante volte messi in ridicolo, eppure anche a ' giorni no stri reputati utilissimi, come sussidio alla memoria, da filosofi insighi d'oltralpe) consiste in questo: che le vocali di ciascun vocabolo denotante un modo indicano la qualità e quantità delle premesse e della conclusione. Per es. i tre 4 di Barbara significano che nel 1.º modo della 1.a figura sono universali afferma tive le due premesse e la conclusione; l'e, i, o, di Festino significano che nel 3.º modo della 2. figura la maggiore è universale negativa (e ), la minore particolare affermativa (ë ), la conclusione particolare negativa (0), ecc. In quanto alla consonante iniziale, questa nella figura prima esprime il numero d'ordine nel modo (B essendo la prima consonante del l ' alfabeto, C la seconda, D la terza, F la quarta ); ma nelle altre figure indica a qual modo della 1.8 figura quel dato modo venisse ridotto nella logica aristotelico - scolastica per dimostrarne la validità. (Per es. l'iniziale di Cesáre e Camestres nella fi gura 2.a e di Calemes · nella 4.&, indicano che tutti e tre questi modi si dimostrano con ridurli al modo Celarent della 1.a figura ). Le altre consonanti, nella figura 1. sono puramente eufoniche; ma nelle re stanti figure le lettere s, m, p, c, significano l'ope razione logica, che si deve eseguire per dimostrare la validità di quel dato modo riducendolo a un modo della figura 1. Così s significa conversio Sim plex, p conversio Per accidens, m Metathesis prae missarum, c ductio per Contradictoriam proposi tionern. Che se si chiedesse con qual metodo e secondo quali criteri siansi trascelti fra i 6+ modi possibili i 19 dati come concludenti, si risponde che Aristo tele e in generale gli antichi e gli scolastici si servirono a tal uopo d'un processo differente da quello che preferiscono i moderni. Aristotele di mostra dapprima quali modi siano validi e quali no nella figura 1.a; e ciò fa sia partendo da' prin cipi generali del ragionamento, sia per via d'esempi. Per le altre figure procede in parte riducendone i modi a quelli della figura 1.“, in parte per via di esempi, ossia mostrando che, se si ammettesse la validità di certi modi, si avrebbero conclusioni manifestamente false. Questo processo non è rigoro samente logico. I moderni in generale procedono per via d'eli minazione, cioè scartano via via tutti quei modi ne' quali dalle relazioni tra gli estremi e il medio contenute nelle premesse non risulta determinata la relazione tra i due estremi. E ciò fanno col con fronto delle estensioni, nel che ci si può giovare anche dei simboli grafici. Contro questo metodo si può obbiettare che è meccanico e che suppone che le premesse siano sempre giudizi di subassunzione e che il predicato sia sempre un concetto sostantivo, mentre in realtà esso può rappresentare anche un'attività, una pro prietà, uno stato del soggetto. A ciò si risponde 1.º che ogni giudizio, anche se narrativo o descrit tivo, contiene pur sempre una subassunzione che per mezzo dello spostamento di categoria è sempre possibile concepire il predicato sostanti vamente. Ora applicando il detto processo d'eliminazione, si ripudiano 1.º i modi e e, eo, o e, oo in tutte o quattro le figure. Con che si giustifica l'antica re gola: ex mere negativis nihil sequitur. I rapporti tra le estensioni degli estremi e del Pietro ieri passeggiava in giardino equivale alla subassunzione di Pietro sotto gli esseri che ieri passeggiavano in giardino. Indichiamo con P il complesso di tutti quelli che ieri passeggiavano in giardino e abbiamo Pietro e P. 332 medio si possono simboleggiare come segue nella ipotesi e e, ossia che entrambi le premesse siano universali negative. Mм P S M M S Dove si vede a colpo d'occhio, che stando ferma la esclusione re ciproca tra M e Pe tra Se M, la relazione di S con P può concepirsi in tutti i modi possi bili; il che val quanto dire che niuna conclu. sione è legittima. Se poi una delle pre messe (come in eo e in o e) od amendue (0 o) siano particolari, l ' in determinazione è anco ra maggiore. Così sono scartati 16 modi. 2.° In guisa analoga si eliminano i modi che hanno amendue le premesse particolari e ciò per tutte le figure. Donde la regola: ex mere particu laribus nihil sequitur. I modi che per questa legge vengono esclusi sono i i, io, oi, oltre ad oo, che fu già eliminato in forza della legge precedente. Sono così espunti altri 12 modi. 3.° Si rifiutano similmente per tutte le figure M M SP 333 io, quei modi che hanno una maggiore particolare e insieme una minore negativa. Così si elimina i e in tutte le figure (giacchè io, o e, 00 sono già stati eliminati) e così altri 4 modi sono dimostrati in concludenti. 4.° In figura 1.a se la maggiore è particolare e del pari se la minore è negativa, non si ha con clusione. Restano cosi esclusi per la figura 1a, oa, o e, a o (essendochè gli altri modi che cadono sotto questa legge sono già stati esclusi in virtù delle leggi precedenti ). Ecco dunque eliminati altri 4 modi. 5.° In figura 2.a sono invalidi i modi, ne ' quali la premessa maggiore è particolare e quelli in cui entrambi le premesse sono affermative. Così, oltre a' già esclusi, sono eliminati dalla totalità dei 64 gli altri 4 modi i a, o a, a a, ai in fig. 2. * 6. ° In figura 3." sono esclusi i modi, che hanno la minore negativa; quindi, oltre a' già esclusi, si espungono a e, a o. Altri due della totalità. 7.° In figura 4. non sono concludenti quei modi in cui sia contenuta una premessa particolare negativa. Sicché, oltre a' già esclusi, vengono eli minati i modi o a e ao. Di più in questa figura è invalido anche il modo che ha la maggiore univer sale affermativa con una minore particolare affer mativa (a i). Eliminati così altri tre modi, che coi precedenti sommano a 45, restano i 19 concludenti. 334 Con un processo simile si dimostra la validità di questi (1 ). Dall'ispezione comparativa di tutti i modi con cludenti si ricavano le infrascritte regole per tutte le figure. 1.° Se amendue le premesse sono affermative, la conclusione sarà pure affermativa. 2. ° Se una delle premesse è negativa, negativa è pure la conclusione. 3.° Se ambe le premesse sono universali, la conclusione sarà universale nelle figure prima e se conda e talvolta nella quarta; nella terza e talvolta nella quarta particolare. 4. ° Se una delle premesse è particolare, è par ticolare anche la conclusione. 5.° La figura prima ha conclusioni di tutte le forme; la figura seconda solamente negative, la terza solamente particolari. Le regole quassù esposte sono compendiate nel detto: conclusio sequitur pártern debiliorem (dove s'intende che un giudizio negativo è più debole d'uno affermativo, uno particolare più debole d'uno (1) Un 'esercizio che potrà essere utilmente fatto dagli alunni, sarà di dimostrare quali siano i modi concludenti e i modi non concludenti per ciascuna figura, sia col metodo di raffrontare le estensioni dei termini, di cui s'è dato un esem pio rispetto a quelli che hanno ambedue le premesse nega tive, sia col metodo aristotelico - scolastico della riduzione alla figura prima. 335 universale ). Questa legge poi vale non solamente per la qualità e quantità delle conclusioni, ma an che per la loro modalità. Vero è che Aristotele in segna che con una premessa apodittica e una as sertoria si può avere una conclusione apodittica. Ma ciò non è rigorosamente vero, come già rico nobbero gli antichi. Del sillogismo per sostituzione, se un dato concetto fa parte comecchessia (at tributivamente od obbiettivamente) del soggetto o del predicato d' un giudizio, servendo a determi narli, e se da un secondo giudizio risulta che quel concetto è equipollente a un altro, questo potrà es sere sostituito a quello nel primo giudizio. Così s'avrà un sillogismo che chiamasi di sostituzione. Eccone il tipo. 1 2 Am è P A è Pm in S m S dunque As è P dunque A è Ps. Ma se il giudizio, che funge da premessa mi nore non è un giudizio d'identità, sibbene di sub assunzione, in quali casi sarà lecito sostituire nella premessa maggiore il nuovo termine della minore? 336 Se il dato concetto fa parte del soggetto della maggiore, potrà essere sostituito da qualunque con cetto che sia subordinato al primo. Se in cambio esso fa parte del predicato, vi si potrà sostituire qualunque concetto, che contenga il primo cioè che gli sia logicamente superiore. Così: 3 4 Am é P s è m A è Pm m è s dunque As è P (1 ) dunque A è Ps Questa regola vale se il concetto dato entra nella maggiore sotto forma positiva; che se v'entra negativamente, allora vale la regola inversa 5 6 A non mè P m és A è P non m s è m dunque A non s è P dunque A è P non s La dimostrazione di queste leggi si trova fa cilmente col confronto delle estensioni e potrà as segnarsi per esercizio agli scolari, come pure l'esco gitare degli esempi concreti. (1) Si avverta esser facile a cadere in equivoco riguardo a questa formola, qualora si ritenga che la conclusione af. fermi che A è s, mentre afferma soltanto che se A è s, esso è P. 337 Noi daremo un esempio del tipo N. 3. Lo studio delle lingue classiche giova a formare la mente. Il latino è una lingua classica. Dunque: Lo studio del latino giova a formare la mente. La logica aristotelico - scolastica ha trascurato questa forma di sillogismo, che pure è quella di cui si fa uso più frequente. Dei sillogismi ipotetici spurii o categorico- ipotetici Se entrambe le premesse d’un sillogismo sono giudizi ipotetici, si avrà una conclusione del pari. ipotetica e, quando s'adotti il sistema di risguar dare l'antecedente come soggetto e il conseguente come predicato, anche la posizione dei termini sarà identica a quella dei sillogismi categorici. Anzi, secondo alcuni trattatisti di logica, si avranno esat tamente tutte le figure e i modi del sillogismo ca tegorico. Figura 1. Figura 2.2 modo BARBARA modo CAMESTRES Se A è B, C è D Se E è F, A è B Se A e B, C e D Se E è F, C non è D Se E è F, CD. Se E è F, A non è B 22. · 338 Figura 3.2 Figura 4.a modo DARAPTI modo BAMALIP Se A e B, C D Se A i B, E È F se A è B, C i D se c è D, E è F Talvolta, se E é F, C è D. Talvolta, se E é F, A è B. E così dicasi degli altri modi delle varie figure. Senonchè contro questa dottrina si solleva una gravissima difficoltà; poichè come abbiamo veduto, un giudizio ipotetico, ove s'interpreti come espri mente la dipendenza del conseguente dall'antece dente, non può esser mai particolare. Resterebbero quindi escluse le figure 3.8 e 4.a e tutti i modi delle altre due, in cui o nelle premesse o nella conclusione entri un giudizio particolare. Se in cambio s'interpreti il giudizio ipotetico come semplice coincidenza dell'antecedente col con seguente, tutte le figure e tutti i modi del sillo gismo categorico si potranno applicare anche ai giudizi ipotetici. Perocchè in tale ipotesi il giudizio ipotetico universale affermativo significa che la to talità dei casi, in cui s'avvera l'antecedente, coin cide con una parte almeno de' casi in cui s ' avvera il conseguente; e il giudizio ipotetico particolare affermativo significa che una parte dei casi, in cui s'avvera l'antecedente, coincide con una parte al meno de' casi, in cui s'avvera il conseguente. Ana logamente dicasi dei negativi. Così p. es. nel modo Darapti in figura 3. recato qui sopra, la maggiore significa che il numero totale dei casi, in cui A è B coincide con una parte almeno dei casi, in cui C è D; la minore significa che la totalità dei casi, in cui A e B.coincide anche con una parte almeno dei casi, in cui E è F. Sicché è legittima la con clusione che una parte dei casi in cui E é F coin cide con una parte almeno de' casi in cui C e D. Conclusione espressa dal giudizio: Talvolta se E è F, C e D. Se pertanto al giudizio ipotetico voglia man tenersi il suo significato tradizionale, di esprimere cioè la dipendenza del conseguente, come condizio nato, dall'antecedente, come condizione, questa teo ria deve essere rigettata. Siccome per altro anche la semplice coincidenza o connessione è una rela zione, che effettivamente ha luogo tra i fatti, è pur legittimo anche il sillogismo inteso in questo senso. Solo a togliere gli equivoci, sarebbe neces sario farne una classe a parte e designarlo con un nome particolare. E ciò basti per la presente que stione, che il diffonderci di più sarebbe violare le proporzioni di questo trattatello elementare. Dei sillogismi ipotetici propriamente detti ossia ipotetico- categorici Sono questi quei sillogismi, di cui la maggiore è un giudizio ipotetico, la minore è un giudizio 340 categorico che afferma l'antecedente o nega il con seguente della maggiore e la conclusione è un giu dizio categorico il quale afferma il conseguente o nega l'antecedente della maggiore. Sicché questo sillogismo ha due modi fonda mentali, il modo ponente (ponendo ponens) e il modo tollente (lollendo -tollens). 1 2 MODO PONENDO PONENS MODO TOLLENDO - TOLLENS Se A e B, C è D A è B Se A è B, C e D C non è D Dunque CD Dunque \ non i B Il modo ponente segue il tipo della prima fi gura del sillogismo categorico, il tollente quello della figura seconda. La conclusione poi si giusti fica col metodo della riduzione all'assurdo; perchè, supponendo falsa la conclusione, ne segue esser falsa una delle premesse. Onde la regola: posta la condizione, è posto il condizionato, ma non vice versa; tolto il condizionato, è tolta la condizione, ma non vice versa. Che se nella premessa maggiore il conseguente sia negativo, si hanno due modi po nendo tollentes.. 3 4 MODO PONENDO TOLLENS MODO PONENDO TOLLENS Se A ¿ B, C non ¿ D A e B Se A è B, C non ¿ D Сер Dunque C non è D Dunque A non è B 341 Se l'antecedente è negativo e affermativo il conseguente, si hanno due modi lollendo ponentes. 5 6 MODO TOLLENDO PONENS MODO TOLLENDO PONENS Se A non è B, C è D A non è B Se A non è B, C è D C non è D Dunque C è D Dunque A è B Finalmente, ove siano negativi tanto l'antece dente quanto il conseguente, si avranno i due modi seguenti: MODO TOLLENDO TOLLENS MODO PONENDO PONENS Se A non è B, C non è D A non è B Se A non è B, C non è D C è D Dunque C non è D Dunque A è B Un caso particolare di sillogismo ipotetico, che merita considerazione, sebbene per quanto a me consta non sia stato mai trattato dai logici, è il seguente. Sia la premessa maggiore un giudizio ipotetico copulativo nel soggetto, ossia tale che il condizio nato dipenda da più condizioni riunite; se la mi nore afferma la realtà d'una o più di tali condizioni, non però di tutte, la conclusione sarà un giudizio ipotetico, nel quale il conseguente dipenderà da quella o quelle condizioni, che non sono state poste nella premessa minore. Tipo 342 1 MODO PONENTE Se A è B, C e D, ed E è F S è P A è B e C è D dunque Se E è F, S è P Ora siccome il progresso scientifico consiste per gran parte nel trasformare i giudizi ipotetici in categorici, è chiaro che questa forma d'argomen tazione non ha piccola importanza, come quella che tende ad eliminare via via le ipotesi, da cui dipende il conseguente e si accosta così sempre più allo scopo. Se poi la premessa minore sia negativa, avremo un modo tollente, in cui la conclusione affermerà la mancanza di tutte o d' alcune o almeno d' una delle condizioni. Tipo 2 MODO TOLLENTE Se A è B, C è D é E è F S è P S non è P dunque o nè A è B, nè C è D, né E é F o né A é B, né cé D o né A é B, né E é F oné C é D, né E é F O A non é B o C non ¿ D O E non é F 343 Sillogismi disgiuntivi a) CATEGORICI Il sillogismo categorico disgiuntivo ha per pre messa maggiore un giudizio categorico disgiuntivo, per premessa minore un giudizio categorico sem plicemente o categorico remotivo e per conclusione un giudizio categorico, disgiuntivo o no secondo i casi. I tipi principali di questa maniera di sillogismo possono ridursi ai quattro seguenti: 1 1 2 A è o BoCoD A é o Bo COD F non è nè B nè C nè D dunque Fio Bo CoD dunque F non é A 3 4 Аёо восор A non è nè B mè C A è o Bo COD A non è B dunque A è D dunque A è o COD b) IPOTETICI Il sillogismo ipotetico disgiuntivo è quello che ha come premessa maggiore un giudizio ipotetico 344 disgiuntivo. I principali suoi tipi sono i seguenti: 1 2 Se A ¢ B, o C é Do E é F A é B Se A e B, o C é Do E é F né Cé D, né E é F dunque o C é Do E é F dunque A non é B 3 4 Se A e B, o C é Do E é F А ё Весё D Se A é B, OC é Do E é F A é B e C non é D dunque E non é F dunque Eé F In tutte poi le forme dei sillogismi disgiuntivi, se la minore nega tutti i membri disgiunti della maggiore, la conclusione nega il soggetto (o l'an tecedente) della maggiore. 1 2 A É O MONOP Né Mné N né P sono Se' A é B, o C é Do E é Fo G é H C non é D, E non é F, G non é H dunque A non é dunque A non é B Forma che dicesi dilemma, trilemma, quadri lemma, ecc. secondo il numero dei membri disgiunti. L'induzione (erayoyń ) non è se non un sillo gismo, nel quale in luogo del termine medio (M) è data la serie completa o incompleta delle sue specie (u, u', u ', u ' ', ecc. ). Il suo tipo pertanto è questo: M, u ', u '.... sono P My u ', u '.... sono S dunque S è P Il quale è un sillogismo in figura 3.a, colla differenza che la conclusione è (o tende ad essere) universale. Se la serie delle specie di Mè completa così nell' una come nell'altra premessa, l'induzione di cesi completa o perfetta e, potendosi la minore con vertire, equivale a un sillogismo in Barbara: (u, u ' u '') sono P Séoul, ou ou" dunque S e P Ma se i concetti specifici, in cui il medio ė risoluto, non esauriscono l'estensione di S, l'in duzione dicesi imperfetta e, stando alle leggi formali, non può dare se non una conclusione più o meno probabile. Infatti la conclusione attribuisce a tutta l'esten sione del genere di S quella proprietà P, che se condo la premessa maggiore è riconosciuta appar tenere a un certo numero delle specie di S. Perciò suol dirsi che, a differenza del sillogismo propriamente detto, il quale conchiude dall'univer sale al particolare, l'induzione dal particolare con chiude all ' universale. Ma per grande che fosse il numero dei casi particolari u, u', u ', ecc. non si avrebbe giammai il diritto d' estendere il carattere P ai rimanenti che con quelli costituiscono tutta l'estensione di S, quando non s'avesse fondamento di supporre che P competa ai primi non accidentalmente, sibbene in forza della loro comune natura. Quindi la pro babilità della conclusione aumenta di molto qualora My u ', U ", ecc., anzichè concetti specifici del genere S, siano esemplari d'un'unica specie. In tal caso può bastare che la proprietà P si scopra anche in un solo. Il principio fondamentale, su cui si appoggia l'induzione, è la ferma nostra persuasione dell'uni formità e della costanza delle leggi naturali. Que sto principio tuttavia non basterebbe a fondamen tare l'induzione senza la supposizione sopra accen nata: perché ove non si supponga che il carattere P appartenga a M, u', u ', ecc. appunto in forza d'una legge di natura, non saremmo in diritto di attri buirlo ad S. Ma stando ad alcuni empiricisti e positivisti moderni l'induzione è l'unica sorgente d'ogni no stra cognizione; quindi anche il principio della uniformità e costanza della natura non potrebb’es sere ottenuto se non per mezzo dell'induzione. Ora ciò è contradittorio, e per fuggire questa contrad dizione si ricorse a uno spediente poco migliore della stessa contraddizione. Si disse che le prime nostre induzioni, non potendo appoggiarsi a un principio che non è ancora dato, si sostengono pu ramente sul numero dei casi, che presentano la proprietà P; onde furono dette induzioni per enu meralionem simplicem. Ma se la semplice enumerazione basta per le prime induzioni, per quelle in particolare da cui poi risulterà il principio dell'uniformità di natura, perché non dovrebbe bastare per tutte, rendendo così inutile il detto principio? E se non basta per le altre, come basterà per quelle? Se la nostra credenza nell ' uniformità e costanza delle leggi di natura non ha fondamento logico, quindi è irragio nevole, come potranno aver valore le induzioni fon date sopra di essa? Non si esce da questo laberinto di contraddi zioni e di assurdi se non si riconosca che l'uomo è particeps rationis, cioè possiede delle verità ori ginarie, le quali poi cumunicano il loro valore an che a quelle che si acquistano coll'esperienza, in quanto contengono la giustificazione dei processi sperimentali e in particolare del processo induttivo. Con il nome di “analogia” si suole designarsi un raziocinio, che va da un particolare ad un altro particolare coordinato, ossia più specificatamente, un raziocinio, pel quale date due cose aventi un certo numero di caratteri comuni, un nuovo carattere che si co nosca appartenere all'una di esse viene attribuito anche all'altra. Il suo tipo è questo A (che è m, n, q ) é P S é m, n, a dunque S é P Paragonando questa formola col sillogismo pro priamente detto si vede ch'essa risulta di due sil logismi, che sono: 1 2 A é m, n, 9 S é m, n, 9 A é P S é A (Dunque S ė A?) Dunque $ é P È chiaro che il n. Í non autorizza a conchiu dere che Sè A, essendo un sillogismo in figura 24 con le premesse amendue affermative. Perchè la conclusione (S è A), la quale deve servire di pre messa minore al n. 2, sia legittima e certa, biso gnerebbe che la premessa maggiore del n. 1 fosse 319 convertibile semplicemente ciò, che è m, n, q, è A). Ora ciò di regola non si avvera e perciò le con clusioni dell'analogia non possono essere se non più o meno probabili a seconda che l'enumerazione dei caratteri m, n, q si accosta più o meno al tipo: ciò che è m, n, q, è A, ossia secondo che essi ser vono più o meno perfettamente a caratterizzare A. È restato celebre il raziocinio per analogia, col quale Franklin nel novembre 1749 argomentò che il fulmine dovesse essere attirato dalle punte me talliche. Esso risponde esattamente al tipo proposto di sopra. L'elettricità (la quale è condotta dai metalli, dà una luce d'un certo colore, ha un movimento velocissimo, ecc. ) è attirata dalle punte metalliche. Il fulmine è condotto dai metalli, dà una luce di quel dato colore, ha un movimento velocissimo, ecc. Dunque: il fulmine sarà attirato dalle punte metalliche. Anche l'analogia, come l'induzione, si fonda menta sul principio dell'uniformità delle leggi della natura e della costanza dei tipi naturali. Vuolsi poi notare che se il fatto del riscon trarsi i medesimi caratteri m, n, q in S ed in A non basta a provare che S sia specie e A genere o viceversa, indicherà che almeno deve esserci tra loro una correlazione e una corrispondenza; sicchè se non potremo a rigore attribuire ad $ il carat tere P, potremo attribuirgliene uno analogo Pin modo che s'abbia la proporzione: 4: P = S: P'. 350 E il carattere P' sarà il prodotto di ciò per cui A coincide con S e di ciò per cui differiscono. Così in fatti ha considerato l'analogia il Dro bisch. Il quale istituisce questo ragionamento: Po niamo che G sia un genere di cui A e B siano specie. Dato che in A scoprasi una nota ", questa potrebbe spettare ad A per una di queste tre ra gioni: 1.° Perché y sia un carattere del genere G. In tal caso y competerà anche a B. 2. Perché y sia nota specifica di 4 (quella per cui esso si distingue da B). In questo caso y non si può attribuire a B. 3.° Perché y sia il prodotto o la risultante della natura generica di A (cioè di G) e della sua tura specifica. In tal caso a B si dovrà attribuire non già y, ma una nota y ', che sia il prodotto della natura generica che B ha comune con de delia sua peculiar natura speclfica. Questo terzo caso sarebbe la propria e vera aualogia. Così un naturalista, che abbia scoperto in una specie animale un dato carattere, p. e. un certo organo, non attribuirà a un'altra specie con genere alla prima l'identico carattere (organo); ma ben piuttosto uno analogo, cioè tale che raccolga, in sè la natura del genere e risponda insieme alla particolar natura della seconda specie. na Della prova o dimostrazione Chiamasi con questo nome un ragionamento, il quale si propone non solamente di vedere quali conseguenze dipendano logicamente da certe pre messe, ma bensì di dedurre da premesse vere la verità di una conclusione. La verità da dimostrarsi dicesi tesi o anche teorema, le premesse si chia mano argomenti. La prova è di due specie, di cui l'una è la diretta, l'altra l ' indirelti o apagogica. Diretta è quella che, partendo dalla verità delle premesse, ne deduce per via sillogistica (sia poi qualunque la forma e il concatenamento dei sillo gismi) la verità della tesi. Indiretta o apagogica quella, che muove dal supporre falsa la tesi e da questa supposizione de duce una proposizione assurda in sé o tale che stia in contraddizione con una verità già riconosciuta. Dicesi anche riduzione all'impossibile o all'assurdo (ab assurdis, duà tõv aduvátov). È una dimostrazione indiretta anche quella che, partendo da una premessa disgiuntiva, esclude ad uno ad uno tutti i membri di questa disgiun zione meno uno; di che resta provato solo valido essere quell' uno che rimane. La dimostrazione diretta ha un pregio maggiore in quanto, non solamente produce la certezza della verità della tesi, ma ne fa vedere anche la ragione. Codesto pregio è massimo quando il fondamento logico, da cui la prova è ricavata, coincide col fon damento reale della cosa (dimostrazione dalla causa. L'indiretta in cambio ha il vantaggio d'essere, per dir così, più violentemente necessitante; essa, in forza del principio di contraddizione, ci strappa l'assenso, benchè noi non vediamo il perchè della cosa. La dimostrazione detta ad hominem, non è una vera dimostrazione, ma piuttosto un artifizio della discussione. Essa parte da un principio, non in quanto sia vero in sé, ma in quanto è accettato e ritenuto vero dall'avversario, onde questi è forzato ad accettare la tesi sotto pena di cadere in contraddizione con se stesso. Gli errori da fuggirsi nella dimostrazione o 1.º risguardano il modo in cui la conclusione fu dedotta dalle premesse; o 2.º risguardano le pre messe (gli argomenti); o 3.º stanno nella conclu sione. Gli errori della prima specie consistono nella violazione di qualghe legge logica, in particolare delle leggi del sillogismo; e ad' evitarli, oltre la conoscenza pratica delle dette leggi, conviene por mente sopratutto al valore logico delle espressioni. In quanto agli errori della seconda classe, il principale è la falsità d'una o più delle premesse. E siccome questo per lo più si nasconde nel modo in cui il medio è connesso cogli estremi, così prende il nome di fallacia falsi medii. Nelle dimostrazioni apagogiche è assai fre quente l'errore della disgiunzione incompleta della premessa maggiore. Altro errore riguardante le premesse è la pe tizione di principio, la quale ha luogo quando si assume come principio una proposizione, che può anche esser vera, ma la cui verità dipende da quella della tesi che si vuol dimostrare. Gli errori della 3.* specie consistono in ciò che la proposizione effettivamente dimostrata non è quella che si suppone d'aver dimostrato (éregosumnos ). Codesta differenza tra la conclusione realmente ot tenuta col nostro ragionamento e la tesi da dimo strarsi puo essere qualitativα (μετάβασις εις άλλο γένος) ovvero quantitativa (il provar troppo o troppo poco). Nella disputa un vizio frequente è la consape vole o inconsapevole ignoratio elenchi (ή του ελέγχου äyvora ); vale a dire il non avvertire o non voler avvertire qual sia il punto in discussione. Un caso particolare di quest'ultimo difetto della prova è lo scambiare la confutazione d'una data dimostrazione con la confutazione della tesi. Per rispetto al provar troppo o troppo poco notisi che si prova troppo poco quando la conclu sione effettiva è un giudizio meno ampio ossia meno generale della tesi; quindi in tal caso la prova è senza fallo insufficiente. Ma il provar troppo, se veramente esatto, non nuoce al valore della prova, anzi fornirebbe una dimostrazione a fortiori della tesi. Tuttavia accade generalmente che la proposizione, con quella gene ralità con cui sarebbe dimostrata se la prova fosse realmente corretta, è manifestamente falsa; di che risulta ch'essa è destituita di valore anche per la tesi, che è più ristretta. Ogni dimostrazione poi suppone che le pre messe siano certe. Ora questa certezza o è il resul tato di altre dimostrazioni o converrà sia immediata. Quindi coloro che negano che ci sia verun princi pio immediatamente certo, tolgono con ciò la pos sibilità di qualsiasi dimostrazione e però d'ogni certezza. Il medesimo avviene anche per chi non am mette Verità se non relative; perocchè anche la verità relativa, perche si possa dimostrare, abbisogna di qualche principio che sia vero di verità assoluta. Chi invece nega alcuni principii amnettendone altri, può essere convinto per via di ragionamento; il che per lo più si ottiene mostrando che il ne gare la certezza immediata di quelli ch'egli nega conduce per logica necessità a negare anche quelli che ei riconosce per veri. Ma in genere si tratta più ch' altro di dissi pare un'illusione. L'avversario crede di ammettere soltanto questo o quel principio, ma poi ne' suoi ragionamenti presuppone tacitamente la verità an che di quelli ch'egli professa di non riconoscere. L'argomentazione allora deve essere rivolta a pro vargli che implicitamente egli ammette anche que sti. (Cosi ad es. il famoso cogito ergo sum di Car. tesio, che egli pretendeva essere l'ultima e unica åncora di salvezza contro il dubbio universale, per aver valore e servire di base alle deduzioni ch'egli ne trae, richiede la verità anche del principio di identità e in genere de' principii logici). Delle fonti da cui si ricavano le premesse dei nostri ragionamenti e in particolare del me todo sperimentale. La logica non può avere per ufficio di enume rare tutti i principii de' nostri ragionamenti; ogni scienza particolare si occupa di quelli che la ri guardauo. Tuttavia ella può offrire delle norme generali valide per qualunque ordine di ricerche. I principii in genere consistono in un giudizio che può essere o analitico o sintetico. Un giudizio analitico è per sè evidente ogni qualvolta il con cetto di cui si tratta (il soggetto del giudizio) sia valido (il che importa 1.º che non contenga ele menti contradittorii tra di loro; 2.0 che rappresenti una sintesi legittima di elementi) e il predicato sia evidentemente contenuto nel soggetto. I giudizi sintetici o sono a priori (e in questo caso essi debbono esser tali che il negarli conduca alla negazione della ragione e dello stesso pensiero), ovvero sono a posteriori (e in tal caso l'ultimo criterio è l'esperienza si interna che esterna, si diretta che indiretta (storica] ). Per rispetto alle cognizioni che provengono da quest'ultima fonte, cioè dall'esperienza, si vuol di stinguere l'osservazione dall'esperimento propria mente detto. L'osservazione non dipende da regole logiche o almeno quelle che vi si possono assegnare hanno ben poca efficacia; essa dipende sopra tutto dalle attitudini naturali, che per altro possono essere educate e guidate. Uno de' maggiori ostacoli, che si oppongono alla buona osservazione è la facilità a vedere nelle cose più di quello che realmente c'è, ossia le false integrazioni della percezione. Un altro sta nel non distinguere le parti d'un tutto o, con tendenza con traria, nel concentrare e isolare l'attenzione sulle parti in guisa da perdere di vista il loro nesso ed il tutto (che è quello che il proverbio tedesco esprime dicendo che gli alberi non lasciano vedere il bosco ). Nella grande complessità dei fenomeni naturali, la massima difficoltà, che s'incontra per distinguere le cause dagli effetti e a ciascun effetto assegnare la sua causa propria, nasce il più delle volte dal l'impossibilità, in cui siamo, di osservare gli uni separatamente dagli altri. A superare questo scoglio l'osservazione si giova, sempre che lo possa, delle circostanze varie in cui un medesimo fatto si presenta. Ma a questo fine serve sopratutto l'esperimento con produrre artificialmente il fatto, che si vuol studiare, in circostanze differenti e isolandone fin dove è possibile i vari elementi. E l'esperimento s' avvantaggia sopra l'osservazione non solo col variare le circostanze del fatto, ma col produrre per l'appunto quelle varietà che meglio servono all'uopo. (Si confrontino p. es. le cognizioni intorno all'elettricità che si potrebbero ottenere dalla semplice osservazione dei temporali, dei lampi, dei fulmini, ecc., con quella che il fisico ricava dagli esperimenti istituiti sistematicamente nel suo laboratorio ). Ma la via comoda e fruttuosa dell'esperimento non ci è sempre aperta; moltissimi esperimenti per la natura della cosa e per la limitazione dei nostri mezzi sono impossibili (come sarebbe per es. il produrre una cometa artificiale, un uomo due teste, ecc. ); molti, benchè possibili, sono ille citi, come quelli che lederebbero dei diritti e vio lerebbero le leggi della morale (P. es. l'allevare un bambino in un ambiente viziato, spaventare un uomo con una falsa notizia ecc. ). Il famoso esperi mento di Psammetico, narrato da Erodoto nel 2.º libro delle Storie, sui due fanciulli, cui non fu in segnato a parlare e che probabilmente è una favola, sarebbe stato illecito. con 358 In generale se l'esperimento, quando è possi: bile, è superiore all'osservazione nello scoprire gli effetti di date cause, l'osservazione supera l'espe rimento nel determinare le cause di dati effetti. Perocchè se d'un effetto, che la natura ci presenta noi ignoriamo la causa o le cause, di dove potremmo muovere per produrlo artificialmente? Se per altro l'osservazione ci mostra certi fatti preceduti sempre da certi antecedenti, si avrà ra gione di congetturare che tra questi antecedenti ci sia la causa, che cerchiamo. Allora interviene l'espe rimento e provando e riprovando scopre se e quale sia la vera causa. L'investigazione sperimentale, a cui la scienza della natura deve i meravigliosi progressi che ha fatto da due secoli in qua, si giova massimamente di due metodi, che secondo lo Stuart Mill, sono i seguenti: 1. ° Paragonare tra loro differenti casi, in cui il fenomeno che si studia, avviene. 2.° Paragonare i casi, in cui il fenomeno ay viene, con altri (simili nel rimanente) in cui quello non avviene. Il primo chiamasi metodo della concordanza, il secondo metodo della differenza. E qui si avverta che altra cosa è se si cerca la causa, altra se si cerca l'effetto d'un fenomeno qualsiasi, quantunque nella maggior parte dei casi queste due ricerche procedano per la stessa via. 359 Ciò posto, le regole del primo metodo si rias sumono in questa: Se due o più casi d'un dato fenomeno hanno comune una sola circostanza, que sta circostanza, ch'è la sola in cui tutti i casi combinano, conterrà la causa (oppure l'effetto) di quel fenomeno. Pel secondo metodo si assegna la regola se guente: Se un caso, in cui il fenomeno da esami narsi s' avvera, e un caso, in cui il medesimo non ha luogo, hanno comuni tutte le circostanze ad ec cezione d'una sola e quest'una s' incontra solo nel primo caso, questa circostanza, per la quale sol tanto i due casi differiscono, sarà l'effetto o la causa o una parte necessaria della causa del feno meno. Osservazione. -- Il metodo della concordanza serve specialmente ne' casi in cui l'esperimento è impossibile; quello della differenza nei casi in cui è possibile. Siccome poi s'incontrano spesso' de' casi, in cui nè l'uno nè l'altro dei due metodi accennati, preso da sè, ci potrebbe condurre allo scopo, cosi l'uno può integrarsi per mezzo dell'altro ricor rendo a un terzo metodo, che è la riunione di que' due e che si formola in questa regola: Se due o più casi in cui un dato fenomeno (A ) si avvera, hanno comune una sola circostanza (a), mentre due o più casi, in cui quello non s'avvera, non hanno comune l'assenza di verun altro fra gli antecedenti di A, tranne quella di a, questa circostanza in cui le due serie di casi unicamente differiscono, sarà l'effetto o la causa o una parte necessaria della causa del fenomeno Questo dicesi il metodo della concordanza e della differenza riunite. Altri due metodi della ricerca sperimentale sono: a) quello che dicesi dei residui, il cui canone può essere così formulato: Se da un fenomeno si detragga quella parte, che in forza di anteriori in duzioại si sa essere effetto di certi antecedenti, Mill, da cui abbiamo preso la teoria sopra esposta dei metodi per la ricerca sperimentale, ha formolato questo terzo canone in altro modo, cioè precisamente cosi: Se due o più casi, in cui il fenomeno avviene, hanno sol tanto una circostanza comune, mentre due o più casi, in cui quello non avviene nulla hanno di comune tranne l'assenza di questa circostanza; la circostanza in cui solamente le due serie di casi differiscono, è l'effetto o la causa o una parte indispensabile della causa di quel fenomeno (A system of Logic 5. edit. London). Ora noi abbiamo già osservato fino dal 1867 in una recensione della detta logica del Mill (Rivista bolognese) che qui era corso un errore o ne abbiamo proposto la correzione colla formola riportata nel testo. 6 Perocchè scrivevamo - più casi che differiscano in tutto meno nella mancanza di una sola circostanza (a) sono nonch'altro inescogitabili; le coincidenze puramente negative sono infinite. » E a giustificare la mia formola io soggiungeva: « Supponiamo che si avverino i casi A B C, A DE, A FG, le conseguenze dei quali siano per or dine abc, ad e, afg; noi non siamo ancora in diritto di ri tenere A come l'antecedente costante di a, potendo questo resto del fenomeno sarà l'effetto degli antecedenti che sopravanzano. b) Il metodo delle variazioni concomitanti. Il suo canone è questo. Se un fenomeno varia in qual siasi modo ogniqualvolta un altro fenomeno varia in una certa particolar maniera, quello sarà una causa o un effetto di questo o sarà connesso col medesimo per qualche vincolo causale. essere una volta l'effetto di B, un'altra di D, una terza di F, ecc. Se ora siano dati i casi G HL, MNO, ecc., che non sono seguiti dal fenomeno a, il coincidere essi nella man. canza di A non prova nulla; ma ben maggiormente provereb bero i casi BCH, DEL, FGM, perchè non avendo essi co mune l'assenza di nessuno tra gli antecedenti di a, tranne quella di A, ne risulta che nè B, nè C, nè D, nė E, nè F, nė G sono la causa di a, ossia che in tutti i casi osservati, in cui a ebbe luogo, esso fu sempre dovuto ad A. Il Mill ha notato essere difficile applicare il metodo della concordanza ai casi negativi, cioè ai casi in cui quel determinato fenomeno non succedo, ma non avverti che è ancora più enorme per non dire infinita la difficoltà di determinare la coincidenza nei caratteri negativi, vale a dire d'aver comuni delle mancanze. Nella lezione precedente [v. sommario] abbiamo ricercati i principii generatori della lingua italiana; venendo ora a parlarvi dell’importanza che il medesimo ha rispetto al pensare, noteremo prima di tutto su che falso terreno si pongono coloro, che vogliono fare una separazione assoluta tra il pensiero e la parola [greco ‘parabola’, cf. romano ‘per-ferenza], per esaminare poscia se questa riesca a quello di aiuto ovvero d’impedimento. La quale disamina, qualora venga istituita in questa maniera, conduce quasi inevitabilmente alla seconda soluzione, cioè a considerare la lingua italiana come un impaccio e nulla più, come un traino inutile e pesante che il pensiero e costretto a trascinarsi dietro e che ne impedisce il libero volo. Noi faremo ragione un’altra volta di queste opinion. Quello che qui vogliamo si avverta si è che la parola [parabola, transferenza] e il pensiero sono talmente concresciuti e fusi nella vita dello spirito, che non si può movere un passo nella storia di questo senza trovarli l’uno nell’ altro inviluppati. Come non e concepibile la lingua italiana in un essere che fosse destituito dell attivitta pensativa, così non possiamo dire che cosa sarebbe il pensiero senza la lingua italiana. Nè si dica che i sordo-muli ce ne porgono un esempio vivente, giacché prima di tutto ogni educazione di questi infelici e solo possibile per mezzo d' un sistema di comunicazione arbitrario, convenzionale, e artifiziale che viene sostituito a quello negato a loro dalla natura, e iu secondo luogo anche quel poco disviluppo intellettuale, che essi possono raggiungere senza una siffatta educazione, è evidenlemenle conneso colla lingua italiana, via un sistema di comunicazione di gesti e di moti, che sebbene imperfettismo in confronto della parola, pure ne tien loro le veci comechessia. Affine di formarci un’idea dell’ importanza che ha la lingua italiana per lo svolgimento spirituale dell’uomo, noi esamineremo i seguenti punti. Come la lingua italiana cooperi alla formazione delle prime nozioni che noi acquistiamo. Qual ufficio la lingua italiana adempia nel collegamento di queste in sistemi di cognizioni. Qual parte abbia nelle produzioni dello spirito via le implicature. Questo argomonlo lu Iraltalo in Ire lezioni, delle quali diamo qui solo la seronda j rispetto alle allre due, vedi il Sommario in lino. Quanto al punto della cooperazione basti richiamare quanto si è dotto allorché esaminammo il processo psicologico, onde la singola intuizione sensitiva danno origine ad una nozione generale. Una nozione generale risulta da moltissimo intuizioni singolari fuse insieme o collegale in serie. Ma come avviene poi che tanti elementi psichici formino una unità? Come avviene che l’anima nostra componga a sò stessa di quella pluralità una sola rappresentazione? Sta benissimo che rinforzandosi reciprocamente le parti identiche, mentre le parti diverse per la loro opposizione si oscurano a vicenda, quelle predominino sopra di queste in modo da comparire esse sole nella coscienza; ma che cosa è poi finalmente che dà a quelle il valore di una unità? Che cosa ò ciò che le tiene insieme stabilmente congiunte di modo che non solo compariscano sempre unite, ma compariscano come una cosa sola? Evidentemente non è altro se non la parola (greco: parabola). La parola (greco: parabola) forma il nocciolo stabile, intorno a cui si aggruppano tutti i singoli caratteri, che presi insieme costituiscono una nozione, essa è come l’apice d' una piramide o d’un cono, la cui base ò formata da tutte le singole intuizioni ond’ò risultata l’idea generale. In tal modo poi, se ben si avverta, è spiegata non solamente l’unità della nozione, ma anche la sua universalità, che ne è il carattere essenziale. Niuna intuizione sensibile infatti, niuna imagine della fantasia può mai vestire questo carattere della universalità; sia pure che l’imagine stessa, non contenendo se non quei caratteri che sono comuni a molle intuizioni e quindi a molli oggetti, possa risguardarsi corno il tipo generico di questi; la ò questa una relazione che non è contenuta nell’ imagine stessa, ò una relazione aggiuntavi dal pensiero che la considera in rapporto a quelle intuizioni e a quegli oggelli. Conviene pertanto che essa imagine ridivenga oggetto della coscienza riflessa, e questo accade solo per mezzo della parola (Steinlhul. Gram. Log. u. Psych.). Un’ intuizione si colleghi psicologicamente con un suono vocale – il sistema fonologico della lingua italiana. Ora il ricomparire di quest’ultimo nella coscienza trae seco il ricomparire anche di quella e cosi nel suono — cioè nella parola (greco: parabola) — è di nuovo intuita l’intuizione, ossia l’intuizione è divenuta alla sua volta oggetto d’un’altra intuizione – l’imagine -- vale a dire è divenuta oggetto della coscienza riflessa. Per tal guisa nella intuizione riflessa, ossia nella parola (greco: parabola), non solamente una somma di intuizioni viene aggruppata in una unità, ma anche tutte le unità simili (cioè tutte le somme di intuizioni, che sono intuite dalla coscienza riflessa sotto una sola intuizione) vengono comprese nella unità d’una sola specie. Così la nozione o parola della lingua italiana, “albero”, è una sola, qualunque sia il numero degl’oggeti a cui può applicarsi, qualunque il numero delle singole intuizioni di alberi reali o dipinti che noi possiamo avere avuto, e in questa sua unità “albero” ha il potere di essere il “rappresentante” (segnante) di tutti gli infiniti alberi possibili. Io debbo per altro farvi avvertire una cosa, acciocché non abbiale ad attribuirmi dottrine che non sono le mio. Io ho mostrato come il processo psicologico onde i diversi tratti rappresentativi si unificano in una sola rappresentazione complessa e la universalizzazione di questa sono strettamente connessi colla parola “albero” (greco: parabola). Con ciò io non ho inteso affermare clic le idee delle cose — prese in sò — altro non sieno che parole, ossia che quella sia mera unità fìttizia tenute insieme dalla parola (greco: parabola). No, io conosco le enormi conseguenze che si trarrebbe seco questa teoria. Essa riuscirebbe nientemeno che alla negazione assoluta delle idee e con ciò alla negazione dell' ordine morale, dell’ ordine logico e dell' ordine estetico del mondo; alla negazione assoluta del vero, del bello, del bene e del giusto. Vedete pertanto se in questa materia occorra camminare guardinghi e come un passo falsi dato in una investigazione apparentemente secondaria puo far precipitare noi sistemi più spaventevoli. Io dico pertanto: l’idea di una cosa e in se quello che e, eterna, immutabile, assoluta, norma e archetipo del tutto. Essa si trovano più o meno realizzate nella natura e nell' uomo, ma non per questo esaurite o scemate d’efficacia. Noi sappiamo che essa vi e, perchè vediamo il creato e ogni processo che si compiono in esso soggetto a certa legge, perchè nell’ente organici sopratutto viamo una rispondenza di fini e di mezzi, troviamo un ordine, una proporzione, un’armonia, una bellezza, che rivelano evidentemente un disegno. Noi sappiamo che essa e assoluta ed eterna perchè il nostro pensiero si rifiuta a pensarle distrutto o alterato, perchè noi concepiamo che gli assiomi, che valgono per noi, non potrebbero non valere per qualunque altro essere in qualunque altro mondo a qualsiasi enorme distanza ili tempo. Ma noi sappiamo altresì che solo un piccolo numero di tali idee è accessibile alla nostra mente, che difficilmente la pensiamo nella sua purezza e integrita), che molte nostre concezioni, che noi crediamo di poter mettere nel novero di quelle, non sono che informi aborti della nostra imaginazione. Noi argomentiamo finalmente che una idea assoluta, archetipo, eterna non possono esistere completamente che nel pensiero divino; giacché altrimenti dove esisterebbero esse? Sarebbero forse anteriori alla mente che dee concepirle, come suona la paradossale sentenza di Hegel? Esisterebbero da sè, in aria, aspettando che finalmente dopo molte evoluzioni e ri-assorbimenti sorga dal loro seno un essere capace di afferrarle col suo pensiero? Essa esistoe dunque. Na non e il patrimonio ereditario dell’uomo. Questi dee faticare tutta la sua vita, anzi le intere generazioni devono a poco a poco accumulare il fruito delle loro fatiche, perchè l’uomo giunga al possesso d’ una parte di quelle. Ora in questo lavoro, l'uomo è sostenuto e guidato per mano dalla parola. L’impressione sensibile e la ri-produzione (coppia) di queste forniscono il materiale greggio, da cui lo spirito colle strumento della lingua italiana distilla i suoi concetti: o questi non sono addirittura e comunque generati l’equivalente di quelle, ma si hanno il compilo di avvicinarvisi sempre più e noi abbiamo veduto, allorché parlammo degli elementi a priori dell'intelligenza dell’uomo, come nella natura stessa dell’ anima sia deposta la norma istintiva, la misura originaria. a tenore della quale un prodotto dello spirito viene a mano a mano depurato e condotto a quel punto in cui possono aver valore di assoluta verità. E tanta è 1’importanza della parola in questo procosso, che noi non sappiamo altrimenti concepire nò anche il pensiero divino, che come una intima parola che il pensiero divino dice a sè stesso. La parola è per noi il “rappresentante” della cosa in sè, dell’intima natura d’ogni essere, appunto perchè i nostri pensieri non possono sollevarsi a quei concetti universali, che rappresentano non più le accidentalità della cosa, ma la loro stabile essenza, se non nella parola e per mezzo della parola. Dove si vede la causa d' un fatto a prima giunta inesplicabile, cioè di quelle credenze superstiziose, giù altre volte tanto diffuse e comuni a quasi tutti i popoli, sulla potenza magica di certe parole. Tornando ora al nostro argomento osserveremo un altro importantissimo ufficio che fa la parola per il pensiero. Benché l’attività del pensiero puro sia in sè altra cosa dalla rappresentazione sensibile è tuttavia per la nostra natura impossibile o per lo meno estremamente difficile di pensare senza l’appoggio d’un elemento sensibile (l’imagine – di un segno). Basta la più leggera riflessione sopra di sè per convincersi come anche un concetto astrattio non viene mai pensato da noi senza un qualche fantasma sensibile che ad essi si accoppia, anzi che fa l’ufficio di darcene a dir così un “segnale” che li contraddistingua. Così l’idea di minaccia suole accompagnarsi all’ imagine visiva – il gesto, il moto -- d’un dito brandito in alto. L’idea di frazione a quella di due numeri o lettere separati da una linea orizzontale. L’idea di morte a quella dell’oscurilt e va dicendo. Questo fallo, che si spiega osservando il processo psichico che ha luogo nel pensare un concetto astratto, mentre consistendo questi in una moltitudine grandissima di singole rappresentazioni fuse e complicale insieme e che non possono più ri-comparire ad una ad una o non lo possono che successivamente, conviene che vi sia nella coscienza qualche elemento chiaramente re-presentabile e congiunto con quelle, il quale porta con sè la tendenza alla successiva evoluzione di quella massa. Questo fatto mostra ad un tempo l’utilità della parola. La parola infatti è un’magine sensitiva – uditiva, ma cf. segno per l’altri quattro sensi -- facilmente re-presentabile, distinta da ogni altra e perciò acconcia mirabilmente a quello suopo. Per la sua chiarezza e distinzione la parola (o espressione o segno patognomico) evita il pericolo di ri-chiamare altre serie di rappresentazioni da quelle che si vogliono, ossia altri concetti, mentre per la sua semplicità e vivezza è facile a tenersi presente nella coscienza. In tal modo, assicurali che noi siamo che ogni espressione è il re-presentante d’un dato complesso di idee, noi non abbiamo più mestieri di affaticarci a richiamare questo e colla rapidità del baleno percorrendo colla mente diversi espressioni, compiamo un processo cogitativo complicatissimo, che altrimenti op primerebbe il nostro pensiero colla sua spaventevole molliplicità. Un altro fallo psicologico che dimostra l’intimo nesso del pen¬ siero colla parola, si è questo che noi non crediamo mai aver piena cognizione d’ una cosa finché non ne sappiamo il nome, mentre al1' opposto molte volte ci sembra di conoscerla, quando in realtà ne conosciamo solo l’espressione (nominale, il nome) e nulla più. Noi avremo esaminato un oggetto (o cosa) sotto ogni aspetto, ce ne saremo fatti un’imagine completa, ma finché non sappiamo il “nome” (l’espressione nominale, alpha) che ha nel sistema di comunicazione della lingua italiana, esso ci sembra pur sempre avvolto in una certa oscurità. Dato poi che ci venga appreso un tal “nome”, quell’ oscurità pare dilegui al risonare di esso, e sembra che l’oggetto o la cosa acquisti allora definitivamente il suo posto fra le cose esteriori, che diventi allora qualche cosa di stabile e indipendente. Quante volte passeggiando pei campi ci abbattiamo a considerare un fiorellino, che forse abbiamo già spesso veduto, ma senza che mai l’imagine del fiorellino pigliasse nella nostra memoria un luogo stabile e fisso. Dopo averlo guardato e riguardato noi stiamo per gettarlo e così esso rimarrebbe anche questa volta un oggetto perduto per noi, quando l’amico che ne accompagna, studioso coni’ è di botanica, ce ne insegna il “nome”; ed ecco che questo fiorellino ha preso per noi una consistenza e individualità nuova. Noi sappiamo oramai -- che cosa? Se alle nostre cognizioni non si è aggiunto altro che un puro “nome”? Un puro “nome” sì. Ma questo nome è un testimonio che quel fiorenillo è già noto all’uomo. Testimonio che ha ricevuto un posto determinato nell’ordine degli esseri. Quel nome ci attesta che esiste pari a quello una intera *specie*, che gl’uomini possiedono questo concetto come cosa oramai stabilita e indubitabile. Tanta è la forza d’ un nome! L’osservazione che facemmo or ora intorno ai servigi che ci presta la lingua per re-presentarci un concetto astratto ci introduce ad altro punto che ci siamo proposti di esaminare. Per essere la parola il re-presentante del concetto, noi possiamo operare sulla parole o il segno patognomico quasi fossero esso medesimo il concetto, e i risultati riescono esatti al pari di quelli che ottiene l’ algebrista, il quale designando arbitrariamente, artificialmente, colle lettere dell’alfabeto le quantità, su cui vuole istituire le sue investigazioni, ne cava fuori dei risultati non meno rigorosi di quel che se avesse operato sulle effettive quantità. Che immensa facilitazione sia questa per i processi del pensiero non occorre ch’io mi fermi a osservarlo. Una frase, un *periodo*, un breve discorso equivalgono a dei mondi intieri di idee con tutti i loro rapporti reciproci ! idee e rapporti che, ove non fossero nella coscienza re-presentali da un’espressione, richiederebbero un enorme sforzo mentale e un tempo non breve per venire effettivamente pensati. Bastici ricordare quello che a ciascuno di noi certamente sarà più volte intervenuto, cioè la difficoltà che si prova per concepire un’idea chiara di qualche cosa, non trovando un vocabolo appropriato che la significhi (che e segno). Non è pertanto da disprezzare — come fanno leggermente ta¬ luni — la tendenza di tutte le scienze a crearsi una determinata e minuta terminologia, mentre senza di questa è impossibile la sveltezza e la libertà di moversi del pensiero. E sotto questo rispetto mi sembrano ridicoli coloro che, per un concètto esagerato della purità della lingua, vorrebbero tolto alle scienze il più potente loro stromento, i vocaboli. Che altri si provi a scrivere di fisica o di fisiologia o di chimica o di psicologia nella lingua dei trecentisti! Anzi tutto io sono certo che egli avrà pensato prima ciò che scrive sotto altri termini e altre forme linguistiche e poi si sforzerà di sostituirvi alla meglio quelli del Cavalca e del Villani; e poi che lentezza, che strascico, che indeterminatezza, che equivoci, che confusioni! Non c’è via di mezzo, (I) Lolze, Mikrokosmus) pensare coinè <jaelli di cui volete copiare il linguaggio o servirvi d’ altro materiale linguistico. Certo ogni novità ha da essere giustificata da duo ragioni, l’insufficienza del materiale preesistente e la novità del pensiero; ove manchi l’una o l’altra di queste due condizioni, avremo o licenziosi corrompitori della lingua o miseri ammantatori di idee vecchie solto spoglie novelle. Per mezzo della lingua italiana il pensiero ricostruisce entro di sè il mondo esterno, col suo ordinamento, le sue graduazioni e lo sue reciproche attinenze; gli esseri stabili c permanenti si distaccano dalle accidentalità mutabili e passeggere, le sostanze si distinguono dalle qualilà, gli avvenimenti si distribuiscono nel tempo, gli citelli mostrano il loro concatenamento colle cause, le azioni e le passioni si contrappongono agli enti che agiscono o che patiscono, i correlativi si fronteggiano e va dicendo, e tuttociò sotto l’influsso c per l’opera della parola. E che la cosa sia così voi lo vedete nelle forme gramaticali della lingua italiana e anzi tutto nelle cose dette parti del discorso. Mentre la lingua italiana comprende un concetto sotto la forma di “nome sostantivo”, la lingua lo riconosce è lo caratterizza come una cosa che sta da sè, che si appoggia a sè stessa c che è idonea a servire di punto di partenza por una seconda, di oggetto ad una terza. Il sostantivo è la forma natu¬ rale con cui la lingua riproduce la cosa e elio però in origine essa impiega solamente a designare ciò che come oggetto stabile e indi¬ pendente si presenta alla intuizione sensibile. Se essa ad un altro concetto impronta la forma di aggettivo, con ciò lo denota corno cosa che non islà da sè e che riceve esistenza, grandezza, forma, circoscrizione solu da un altro concetto sostantivo, a cui è pur sempre costretto appoggiarsi: e le qualità sensibili delle cose sono le prime che la lingua italiana comprende sotto forma di “nome aggettivo”. A questi elementi la lingua italiana aggiunge il terzo, che è il più indispensabile, cioè il “verbo” o la copula, aflìne d’esprimere il passaggio, con cui l’avvenimento collega fra loro quello imagini immote (1). Anche questa forma serve da principio solamente a denotare i cangiamento sensibile, ma poi ben presto venne estesa anche ad esprimere la relazione stabile della cosa, mentre il movimento interno del nostro pensiero che va dall’una all’altra e per coi solo noi possiamo concepire la relazione, viene riguardato come un movimento reciproco che abbia luogo fra le cose stesse paragonale. Senza tener dietro allo svolgimento delle altre forme gramaticali — ciò che è ufficio della “filosofia della lingua italiana” — osserviamo qui che queste tre forme — nome sostantivo (alpha), nome aggettivo (beta), e verbo o copula (“il alpha e beta”)— presentano il minimo di organizzazione e di distribuzione nel contenuto del pensiero, senza di cui sarebbe a questo impossibile di intraprendere le sue operazioni. Nè è da opporre a queste considerazioni che parecchie lingue non distinguono le parti del discorso con particolari *modificazioni* di suono (amare, amante, amato, l’amante ama l’amato, l’amato e amato dall’amante); perocché non è necessario che ogni forma del pensiero abbia il suo corrispondente nella forma del suono, basta bene che questo sia pensato con quella relazione (l) 111. ibiil. 9 Cogitativa. So un “idioma” non possiede, a cagione di esempio, alcun distintivo esteriore per caratterizzare il nome sostantivo, però la sua parola, sintatticamente informe, nell’anima di chi parla (il mittente), per il pensiero concomitante dello stare da sè, è trasformata in nome sostantivo. Ma se v’hanno alcune lingue che difettano dei mezzi per rendere esternamente sensibile il concatenamento dei pensieri, le più di esse invece inclinano all'altro estremo, producendo da sè una quantità di forme gramaticali e sintattiche che evidentemente soverchiano il bisogno logico del pensiero (1). E questo sia il luogo di richiamare una verità non mai abbastanza ripetuta, cioè che la forma della lingua italiana è in sè diversa dalla “forma logica”. La “forma logica” non conosce altri rapporti che quello di universale e particolare, di subordinazione, coordinazione, inclusione ed esclusione, posizione e negazione, mentre le forme linguistiche oltre di queste relazioni ne esprimono infinite altre che si attengono vuoi alla natura delle cose, vuoi alla maniera con cui queste fanno impressione sulla nostra sensibilità. La qual ultima attinenza essendo suscettiva di infinite e finissime gradazioni ha dato origine a tutte quelle delicate e svariatissime tinte (o implicature) della lingua italiana?, di cui non possiamo farci un’ idea se non collo studio dei filosofi più perfetti. In particolare la antica lingua latina usata dai romani ha sotto questo rispetto dispiegalo un lusso e una ricchezza di forme, che il pensiero italianao più arido e severo ha abbandonato come superflue. Basti ricordare le ricchissime flessioni del verbo. Aggiungiamo a queste considerazioni l’immenso vantaggio che l’antica lingua latina usati dai antichi romani all'individuo in grazia del tesoro di pensieri che nella antica lingua latina già si improntarono e che egli riceve come in eredità dalle generazioni precedenti col solo apprendere la lingua latina. Quante intuizioni, quanti giudizi, quante riflessioni, quanti confronti e raziocinii di infiniti uomini romani si sono a dir così depositati nella lingua di un po¬polo! e il bambino che viene alla luce nuovo a tutlociò che lo circonda, col solo apprendere la lingua italiana si risparmia una fatica che supererebbe enormemente le forze del genio più potente. Venendo da ultimo a considerare l'influenza che la lingua esercita sulle produzioni dello spirito in generale e in particolare sulle creazioni letterarie e poetiche, dobbiamo prima di lutto avvertire che la lingua italiana non è già solamente una veste esteriore del pensiero, alla quale sia indifferente di sostituire qualsiasi altro segno, ma sibbene la forma stessa in cui il pensiero è fuso e concresciuto: che a volergliela strappare per aver nudo il contenuto, gli'è come se si volesse togliere a una foglia o ad un fiore la sua forma lasciandone intatta la sostanza. Noi avremmo in tal caso un dato miscuglio chimico di materie, ma non più una foglia nè un fiore. Ma quello che più imporla, considerando la lingua italiana sotto l’aspetto letterario, si è che qualsiasi concetto può venir pensalo in varie maniere, in diverse attinenze, con una maggiore o minor ricchezza di (1) Irt. iblei. 2 10 contenuto, con un accompagnamento più o meno ricco di fantasie e di sentimenti. Conviene qui distinguere il valore del concetto strettamente logico od obbiettivo che dir si voglia dal valore psicologico o subiettivo. Il primo deve essere eguale per tulli e in tutte le circostanze, a menochè l'idea di cui si tratta non sia addirittura falsata — il che equivarrebbe a dire che in vece di un' idea se n' ha un- altra. Il secondo invece varia a seconda della persona (mittente) che lo pensa, del lernpo, delle circostanze, dell' unione con altri e va dicendo. Chi dice per esempio “la primavera”, certo intenderà quella data porzione dell'anno che è determinata dal calendario. Ma questo non è che il valore assoluto obbiettivo di tal concetto; quanti diversi aspetti non vestirà esso invece nella mente delle varie persone che lo pensano! Per uno è la stagione dei fiori, delle aure miti e feconde, del ringiovanimento delia natura, per altri è il ritorno delle giornate del lavoro, delle opere campestri, pel pastore è 1’epoca di ricondurre le gregge su pe’monli, per la giovinetta la stagione della gioia e dell' amore e va dicendo che non finiremmo sì presto. E basti questo esempio per mille che potremmo addurre a conferma delle nostre parole. Ora la lingua italiana non si limita a denotare quel concetto astratto e nudo, ma per lo più lo colora in una data guisa, lo lumeggia a suo modo, ne mette in risalto un aspetto, ne accenna una profondità, ne tratteggia un attinenza con altri, gli dà uno sfondo particolare, una positura determinala. Tultociò senza dubbio la parola lo ottiene per mezzo diquella che chiamammo forma interna e che è contenuta nell' etimologia dell’espresione; ed è per questo altrettanto vero che scomparendo l’etimologia od origine, come si è dello, dalla coscienza del mittente e del recipiente col procedere della coltura, la lingua italiana dei moderni non presenta a gran pezza quella vivacità di colorito, quella vita che sembra un eco ili quella elio si agita nel seno delle cose stesse, quella freschezza d'imagini, che sono proprietà delle lingue e dei popoli primitivi. Ma è pur vero che in sostiluzione di quella forma interna, perdutasi insieme colla etimologia del vocabolo, nei tempi storici ognuno che parla se ne vien formando un’altra, spesso indipendente dalla perentela gramaticnle di quello e dalla sua primitiva derivazione. Chi dicendo per esempio “cannone” pensa, come porterebbe la etimologia a noi pur vicinissima del vocabolo, ad una grossa “canna”? 0 non si è egli piuttosto formata un’altra forma interna, dovuto forse all'analogia tra il suono di questa parola e il rimbombo solenne, e cupo dello sparo? lo forza di questa il cannone non è più per noi la grossa canna, ma sibbene quello che tuona e rimbomba; ragione per cui questo vocabolo da qual che poeta moderno si è potuto introdurre nel verso, a malgrado della eccessiva schiiìltosilà della poesia italiana. Giù posto è facile argomentarne con quanta forza debba la parola influire sul nostro pensiero; posciachè a tenore delle speciali rappresentazioni e de’sentimenti che ogni I) Questo concetto messo in luce specialmente dallo Sleinlhal. Qui basii notare che la forma interna è l’anello intermedio che congiunge il significato (il segnato) della parola (l’espressione) colla forma eslerna di questa cioè col suono. Il vocabolo e ogni giro di frase e ogni costruito porla seco nella coscienza, anche le ideo, che formano per così dire lo scheletro d’ un dato pensiero, rivestonsi di polpe e di vene, e indossano ora un manto sfarzoso e sfolgorante, ora una lugubre gramaglie, ora sprizzano vivaci e saltellanti come la gragnola sui tetti, ora fluiscono tranquille e compatte come l’onda d’un ruscello. Ben si accorgono di questa verità coloro che si provano a voltare un poeta d'ima in altra lingua; chè mentre la lettura di un passo dell’originale li esalta e li rapisce, quel medesimo passo reso colla massima proprietà e purezza nell’altro idioma non appare che un pensiero dozzinale e senza effetto. E certi poeti non Sono mai propriamente gustati fuori della propria nazione italiana! Ecco eziandio perchè la poesia nei tempi di progredito incivilimento è costretta ad abbandonare una gran parte del comune materiale linguistico, come quello che si è logorato ed è divenuto senza effetto in grazia dell' uso cotidiano nelle bisogne triviali e prosaiche della vita, per attenersi a quella parte che è ancora fresca di giovinezza e che porla seco nell’animo del recipient quelle tinte fantastiche, quelle speciali rappresentazioni e quei sentimenti, che debbono contribuire all'effello della comuniccazione. Nè però è solamente l'uno o l’altro vocabolo che sia capace di questa efficacia; la medesima voce riceve dal contesto, cioè dall’insieme di quelle idee a cui è associata, un valore tutt’affatto particolare; e mentre in un caso non desta in noi che un concetto astratto, in un altro eccita un’ imagine triviale e bassa, in un terzo è capace di vestire la più splendida corona di superbe fantasie. Prendiamo ad esempio l’espressione “ala”. Chi dicesse; la lunghezza dell’ala deve avere la tale o tal’altra proporzione col peso del volatile, non mi desta che il concetto astratto di quella parte del corpo del Uccello che serve al volo; è un concetto scientifico. Se altri invece dica: “Ami meglio l'ala, la coscia o il petto?” risveglierà nel recipient delle irnagini gastronomiche eia rappresentazione per esem pio d’ un cappone arrostilo. Allorché invece Ogo Foscolo canta di chi vede il suo spirito ricovrarsi sotto le grandi ale Del perdono di Dio (metafora). Foscolo è forse l’estremità anteriore del volatile, o la gustosa polpa del cappone che si muovono nella nostra fantasia? o non piuttosto qualche cosa di indefinito e misterioso che si stende sul creato come un gran manto e tutto lo copre e lo avvolge? L'oggetto non è per noi se non ciò, per cui lo percepiamo, e siccome la parola, come si è veduto, è l'organo della percezione, così ogni cosa è per noi quello che la parola ce ne annunzia. Or chi non vede come tutte le produzioni dello spirito saranno intimamente legate alla natura della lingua italiana e non solo della lingua in generale. ma sì particolarmente della lingua italiana in cui si pensa. Se poi lo scopo della composizione non sarà unicamente di trasmettere un certo numero d'idee insieme colle loro attinenze, ma più di tutto di commovere gli animi, di suscitare gli affetti, mettere in gioco la fantasia — ciò a cui mirano appunto i prodotti della letteratura, nessun dubbio che la lingua italiana sarà l’elemento predominante. E come essa guida per mano il poeta e gli conduce innanzi questa o quell’altra imagine, questa o quell'altra serie di pensieri e di fantasie, così alla sua volta il poeta per guidare e signoreggiare gli uditori dovrà essere padrone di tutti i segreti, di tutti gli espedienti della lingua italiana. La storia 'della letteratura lo conferma. Sommario di tutto il corso: il segno patognomico. Dfferenti opinioni intorno al concetto della filosofia. Se la Filosofìa sia una scienza, ovvero una speciale tendenza del pensiero, un bisogno dello spirilo umano sempre linascente e non inai appagabile. La Filosofia è una scienza in formazione. Oggetto della filosofia. La filosofia è la scienza della verità assoluta, degli ultimi fondamenti del tutto. Quindi essa investiga i principii su cui si fondano la altre scienze ed è la scienza suprema (la regina delle scienze). Dottrina della cognizione. I problemi fondamentali di questa. Lo scetticismo. Il criticism. L’idealismo. La dottrina della cognizione vuol essere preceduta dalla psicologia. La Psicologia è una parte della filosofia propriamente detta? Pensar volgare, pensar scientifico, pensar filosofico. Esperienza e cognizione assoluta e loro rapport. La Psicologia abbraccia questi due ordini di cognizioni. Partizione di essa, materia, metodo, fonti, difficoltà, scopo e importanza. Se quesla parie della psicologia sia indipendente dalla questione intorno all’ esistenza dell’ anima. Si ammette qui l’esistenza dell' anima come un’ipolesi, senza però che una tale supposizione influisca sullo sludio dei fenomeni spirituali. Primi passi della (I) /. pubblicata a parte. r,o r.rj.a, *?1 Complessili dei fenomeni psichici _ Zu T lrasf0rmazione d«' corpo, coscienza classilìcazione provvisoria dei fenomeni psicWci “na "Ua SUCC0ssione ~ Sirss- descriz!°ne re-presentazione, percezione, fattori dell’intuizione ali sensazione» intuizione, re-ppresentazione co!,.plesso ed elementideHe med» me"-~a~e. 77 1 intuizione lolale e per cui gli elementi ranni-esenti,ivi si S P.. Sl spezza in piu in cui questi clementi si compongono è un nun-1 ele,nen?n ° ~ la fo,ml.’ ficazione della sensazione. Sentimento fondamentale di Rosmini**'-"duncoHà°d' s ClaSSI' ‘ 'golosamente l’elemento re-presentativo dal sentimento „ fi. dira?011,1 d' separare distingue la materia dalia forma da che sia data " una 7v aZ m ^ grandezza, "forma' c solidità d;i°cro%i0in%S „"rson7Mi pel Ziio~ *?".,,ÌT0 aMa vtne„ùr?c,'ia s s^no1: “-JM materia - suoni o romori - scala musicalo - seHIkinn^ r’ ‘ncdl° f, p,ocesso ~ ^5?*“ SSS - materia - manca ogni dislinzione di parti - se si «a una mCd'° ° P''?Cesso ^assu riarr.. ~.%sa sar* delle sensazioni. ’g CSl6"C' “ r,gorosa '"dividualità c incoi,,unicabililà mSmSVSfiS, iÌ^SSSS£ --—1 itipioduzione meccanismo doli’anima si» i« „... o scsi debba ammettere un principio suneriore (r/i U f p,,n.c,p,° atl,vo in essa della dottrina di Ile, hai ! (la re-presentazione consi. ef /lé”'"' 0 J r~ prinClp" fondamentali ra,nonio reciproco residn eauiE 1 T,, '?omc fori!c ~ contrasto, oscue soglia meccanica - con,piloni c fusioni l°1'0i„ ed8S,!ne ~ coscienza, soglia statica incrocicchia,ncnto delle serie ed elTetli del medesimo -nSdTmnn, T •*“ “ percezione - appercezione interna) Il sentir.» o t> r • f,1? f1alazl0;M - eli¬ porti di re-presentazione appetire ciotti da llerbart a rap¬ ai. stabile a^ufslo ta *« - «ebba ritenere codella re-presentazione c al gradualo oscuramento deMc^s etsc"6'''^-!0 '"‘-T al!anforza produzione, memoria e imaginazione. 1 0 “ ggl clnP*ricl,e della ricirca^la'realtà"^^*tiiva*dello*spazio c *«7 Zr't'T Si**".-* «- - « -TS5S *r-s.%SS Intelligenza caratteri che la distinguono dalla sprmihititò, • cartesiana, maiebranchiana (e giobe,-liana, egeliana e rosa,intana) P'egaZ,°"e plat0nica’ Il giudizio come allo foridamcnlale del pensiero — sli.iii •,, luizione, riconoscimento, classiflcazione giudizio logico ! - „iT ' da,- T T"0 (informazione del concetto generic. Il giudizio implicito ed il giudizio esplicito. falli senza consapevolezza di una o d’ambedue le raziocinii tasr*. - - « « » ~Wssutnsr--^.^.«• •,» mm* pili le idee innule se una tale ipolesi sia aminrsihile i> •' pi'e"d?ssero Pel' lo risolvere queslo problema - lendcnze innata de, pensiero os^g^I“nT'in! r.i consapevolmente nelle sue operazioni e che poi la riflessione discopre sceverandole dalla materia accidentale e riconoscendone la necessilà ed il valore assoluto. Il pensiero e la lingua italiaa. Importanza dei problemi che si riferiscono alla lingua italiana. S’elimina il problema circa l’origine storica della lingua italiana. La disposizione fisiologica e psichica che concorrano alla produzione di un sistema di comunicazione – un sistema – il segno patognomico – della lingua italiana. Ripercussione dalla sensazione al movimento. L’associazione del movimento fra loro e colla sensazione. Come l’anima si scarichi della sua “affezione” (pathos) per via del movimento. Il segno articolato. onomatonee. Come un segno (segnante, signans) acquisti un significalo (segnato, signatum), ossia diventi parola [parabola] espressione o segno patognomico. Il periodo o la fase patognomico – il segno patognomico. Il periodo patognomico. La fase patognomica. Periodo patognomico, onomatoeico e caratteristico-- nella formazione o costituzione della comunicazione -- di un sistema di comunicazione -- linguaggio — Signo patognomonico. Periodo patognomonico. Il processo linguistico nei tempi storici che cosa s’ intenda per forma interna della lingua. Come la lingua italiana coopera alla formazione della nozione generale. L’dea eterna e i concetti umani lorza dei non» ordinamento sistematico delle nostre idee per mezzo della parola influenza della lingua sui prodotli letterarii la lingua non è solamente I’ espressione del pensiero — spiritualizzazione progressiva del linguaggio - la lingua è uno dei prin¬ cipali elementi che costituiscono le nazioni danni che a dello di alcuni la lingua arreca al pensiero dilesa della lingua — organismo indipendcnle di questa. La mitologia considerata nella sua origine psicologica. L’nfanzia dell’ umanità. Come si possa scoprire il processo psicologico che dà origine alla mitologia (tre cose ser¬ vono a questo fine: I. la cognizione generalo delle leggi psichiche. Lo studio della mitologla comparata, o la mitologia dei bambini e le superstizioni popolari. Che cosa sia la Mitologia - fasi per cui passa - rapporti tra la biologia e la morale - due opposte opinioni (tei pensatori intorno all’ origine della mitologia. Della coscienza di sà - distinzione di questa dalla coscienza dei propri stali. Se si possa ammettere un senso interno stadii che il pensiero percorre per arrivare alla concezione del proprio io - pretesa contraddizione nel concetto dell’ io tre gradi o potenze della coscienza. Lo fenomenale e lo trascendente - lo, soggetlo puro* pura attivila c lo realtà — l' lo e il centro mobile delle cose. Egoismo primitivo e’come 1 uomo ne esca raddoppiamento dell’ Io nel sogno... Scnl"-"<» >nipossibilità di dedurlo da altre attività, quindi è un’ attività primil'va. 7- J°, S‘ rPICg? cssenza ’ ma bensi *’ or'Sine del sentimento - le due forme ladicali de sentimento cause della varietà dei sentimenti - intreccio di questi - che cosa impedisca la loro fusione in un sentimento unico indistinto efTctti della progredì a col ura sulla varietà dei sentimenti sentimenti inavvertiti. Influenza del sentimento sulla fantasia e sulla ragiono. Classificazione dei sentimenti sentimenti estetici - il bel o d.liburne U ridicolo e 1 loro opposti - due diverse teorie estetiche senlimenli mo all -- clementi innati della inoratila - idea formale del dovere - contraddizioni intrin¬ seche ne I egoism. Lo sviluppo dei sentimenti morali. La civiltà. Il sentirnent1 religiosi — origine di questi - depurazione progressiva del sentimento religioso — come il terrore passi in venerazione. Il sentimento simpatico — spiegazione meccanica di questi. Con quale uomo un uomo po simpatizzzare — crudeltà dei bambini e degli desimi'. T°m importanza del sentimento simpatico per la morale, educazione dei me Riproduzione dei sentimenti, associazione di questi fra loro e colle re-presentazione dC ° 'ggl che,e?olano la re-produzione e tras-missione del sentimento per la concezione fantastica dell’universo per le arti, per la comunicazione coll’altr’uomo. Ecc. Affetti in che differiscano dai sentimenti, classificazione dei medesimi, appetizione, distinzione fra l’appetito e il sentimento, analisi dell’appetizione appetizione cieco c desiderio accompagnato dalla re-presentazione dell’ oggetto Vamato iTtinb g eia n Pr',na °. de' S,‘C°n < l0 classificazione degli appetiti «ratiere degH sbassi? bi“8ni "“b‘“, volontà - in che differisca dall’ appetite, fattori della volontà, due alti di (me¬ sta - fine e mezzo, molivi della volontà - so il motivo sia da confondere colla caule efficiente spontaneità e liberta la volontà è sempre spontanea. non sempre liberà _ Jra.Ps*cologica e libertà morale, schiavitù del volere procedente dallo passioni se VI siano passioni buone, nobili, ecc. effetti delle passioni sull’anima ine so'uzione - fine supremo - carattere morale e immorale) - in che consta „ Zi Svolgimento progressivo della vita psichica — vifa del sentimenlo vita delti »ni::r.'.ivsr.s4 PSICOLOGIA RAZIONALA 0 METAFISICA 0) Problema circa l'esistenza dell' anima, so non sia un vero di evidenza immediate, perchè si debba dimostrare - contraddizione inerente al materialismo in quanto vuol essere teoria, il fatto di coscienza diversità dei fenomeni fisici c psichici, pretesa spiegazione materialistica della coscienza - come la natura del fenomeno psichico non permetta di attribuirlo ad un principio materiale unità della coscienza incompatibile con un ente compost, altri argomenti in favore dell'"esistenza" dell’ anima, obiezione idealistica conilo l’esistenza dell’anima monismo spirituale. Dell’unione dell’anima col corpo so si possa spiegare il commercio fra due sostanze se la spiegazione del nesso fra anima e corpo sia più facile supponendo l'anima materiale - come si spieghino le sensazioni e i movimenti (sp. volontarii del corpo ammollendo 1'anima di naura soprasscnsiliva. Fin dove sia conoscibile l’essenza dell'anima. Sede dell’anima nel corpo che senso possa avere questo quesito organo centrale dell’ anima presenza dell- anima in (ulto il corpo. (Il Di i/ iieslu seconda parte non si fecero per mancanza rii tempo se non tre sole lezioni, delle finali si dà qui il sommario. Altre opere: “Pensiero e conoscenza” (Bologna, Monti); “La coscienza e il meccanismo interiore. Studi psicologici, Padova, Minerva); “Discussioni gnoseologiche e note critiche, Venezia, Antonelli); “Elementi di psicologia e logica, ad uso dei licei, Padova, Tip. Sacchetto); “Percezione e pensiero” (Venezia, Ferrari); “Percezione e pensiero”; “La percezione interna”; “Il pensiero”; “Intorno alla conoscibilità dell'io” (Venezia, Officine grafiche di C. Ferrari); “Studi d'epistemologia, Venezia, C. Ferrari); “Sentire e conoscere, Prato, Collini). G. Calogero, Enciclopedia Italiana, riferimenti in Sarlo,B., Firenze, Ufficio della «Rassegna Nazionale» Erminio Troilo, Il pensiero filosofico di Bonatelli, estratto dagli «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti» Venezia, Ferrari. D. oggi, La coscienza e il meccanesimo interiore.B., Ardigò e Zamboni, Padova, Poligrafo, Calogero, B., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, BONATELLI, Francesco», in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Francesco Bonatelli. Keywords: segno patognomico, period patognomico-periodo onomatopoieco-periodo caratteristico – patognosis, patognomia, tratto da Volkmann, “Lehrbuch der Psychologie” astrattio, imagine sensibile, vehicolo di communicazione, segno, segnante, segnato, ‘fiorinello’; concetto, giudizio; percezione; comunicazione pathognomica; pathognomia reciproca. logica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bonatelli” – The Swimming-Pool Library. Bonatelli.
Grice
e Bonavino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della schola
labri -- la scuola italiana – uso di
‘scuola’ per significare ‘maniere’ – scuola italiana -- la filosofia delle
scuole italiane – scuola di Pegli – filosofia genovese – filosofia ligure -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pegli).
Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Pegli, Genova, Liguria. Grice: “In
fact, Bonavino is the same – vide my ‘Personal identity’ – he changed his name
when he ‘lascio l’abito,’ and teaches philosophy – his essays are slightly
rationalistic – he endorsed Thomistic orthodoxy at a later point.’” -- Grice: “I love Bonavino, but not every
Oxonian would – for one, he used a pseudonym, since he was a priest – we cannot
imagine Copleston doing that – or Kenny! As a philosopher he was a
‘rationalist,’ and indeed, the editor of a journal called ‘Reason’ (like my
Carus lectures), as a priet, he was ‘irrationalist.’ – My favourite of his
tracts is his ‘storia della filosofia,’ – which concentrated on Rome (Ancient
Rome, that is) and Croce --!” Nacque in una casa che sorgeva sulla via Aurelia,
successivamente demolita per la costruzione del lungomare. Entra in seminario.
A Bobbio, entra nella congregazione degli oblati di Alfonso Maria de' Liguori,
fondata, in quella stessa città da Gianelli. Venne accolto nella diocesi di Bobbio
da Gianelli il quale lo riteneva persona dotata di ottime qualità. Venne
ordinato sacerdote in tre feste consecutive, dallo stesso Gianelli il quale lo
accolse tra i suoi oblati, da poco fondati in Bobbio alla Madonna dell'Aiuto.
Il vescovo lo costitue vicesuperiore. In tale posizione Bonavino indusse
Gianellio ad irrigidire molto la regola che aveva loro data. Usav con i colleghi
un rigore che essi reputarono intollerabile, tanto che molti ne rimasero
disgustati e parecchi se ne andarono. Qualche suo compagno nota in lui uno
spirito di superbia inoltre in una disputa filosofica, mostra una dottrina
diametralmente opposta a quella di Alfonso Maria de' Liguori, tanto che Gianelli
dovette intervenire per richiamarlo, dicendogli: "se continuate in questa
guisa, voi non potrete recare che gravi dispiaceri alla Chiesa e voglia Iddio
che non diventiate apostata". Dapprima rispose positivamente al richiamo,
ma poi nuovamente ritornò sulle sue posizioni. Attinto dallo spirito giansenista,
tenacemente combattuto da Gianelli e non ancora assopito, sia leggendo opere
spregiudicate sia discorrendo con qualche filosofo ancora seguace di quella
dottrina. Gianelli o chiamò nuovamente a sé e gli chiese paternamente se e vero
quanto gli viene riferito. Audacemente risponde di sì e dice che persiste nel
suo sentimento e che non vi era alcuna speranza che si potesse ricredere. Le
sue parole sono: "No, neppure se mi trovassi innanzi alla bocca di un
cannone e mi si minacciasse di darmi fuoco!" Allora Gianelli dovette cacciarlo
da Bobbio, dubitando della buona riuscita del nuovo istituto. Sube, anche,
l'influenza del positivismo e del criticismo. Venne espulso dalla congregazione
per le sue dottrine che si allontanavano dal probabilismo alfonsiano. A Genova apre una scuola. Partecipa nelle
lotte contro i gesuiti, collaborando alla redazione de “Il gesuita moderno” e e
con due saggi, “I gesuiti” e “Autentiche prove contro i gesuiti”. Vive in prima
persona la rivoluzione condividendo gli
ideali risorgimentali, e stando in contatto, al punto di arrivare alle
polemiche, colli filosofi più rappresentativi di esso. E sospeso a divinis per
la difesa degl’errori del suo Corso di religione all Bernardo, e lascia il
ministero sacerdotale. Us ail nome di Ausonio Franchi, cioè "italiano libero". Su consiglio di Gioberti, verso il quale si
orienta politicamente, si dedica agli studi filosofici. In questo periodo
scrisse “Lla filosofia delle scuole italiane”, ove giustifica la propria
filosofia; “La religione”, “Studi religiosi e filosofici”, “Del sentimento; “Il
razionalismo del popolo”. Trasferitosi a Torino, divenne mazziniano. Fonda “Ragione,
un bimestrale di critica politica e sociale. Si trasferì a Milano dove diresse
La gente latina. Ottenne la cattedra di storia della filosofia a Pavia. Venne
trasferito all'Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Membro della loggia massonica
"Insubria" di “rito simbolico italiano”, che con altre, di numero
minore rispetto alle prevalenti di rito scozzese antico e accettato, si
strinsero intorno alla Loggia madre torinese "Ausonia" e si organizzarono
all'obbedienza del Gran Consiglio Simbolico, sorto da un'assemblea tenuta a
Milano. Membro onorario della Loggia "Azione e Fede", di Pisa. Il Gran Consiglio Simbolico ha sede prima a
Torino e poi a Milano e con la sua presidenza si une al Grande Oriente Italiano
con un atto firmato per il Gran Consiglio tra gli altri dallo stesso, che fu
strenuo e auterevole propugnatore della fusione nel nuovo Grande Oriente. In questo periodo scrisse i saggi, “Soria
della filosofia moderna,” “La teoria del giudizio”, “Saggi di critica e
polemica”. Inizia poi un periodo in cui rimise in discussione la propria
attività filosofica. Ciò lo portò a scrivere “L'ultima critica”. Dice di voler
essere la confutazione del paralogismo che mi conduce al razionalismo” ed
esposizione degli argomenti che mi hanno ricondotto prima alla filosofia
d’Aquino e poi alla fede Cristiana. Vive isse l'esperienza della conversione
filosofica e religiosa. Iniziò facendo visita al Santuario di Virgo Potens in
Sestri Ponente, dove è collocata una lapide in ricordo dell'evento. TRA QUESTE
SACRE MURA LA VERGINE POTENTE CON UN PRODIGIO DI MATERNA PIETÀ IL FIERO NEMICO
D'OGNI CRISTIANA RIVELAZIONE AUSONIO FRANCHI TRAMUTA IN CRISTOFORO BONAVINO
RIDONANDO ALLA VERA SCIENZA UNO TRA I PIÙ PROFONDI FILOSOFI DELLA NOSTRA ETÀ
DAL VORTICE DELLA RIVOLUZIONE MISERAMENTE TRAVOLTO PERCHÉ IL RICORDO DI SÌ BEL
TRIONFO DELLA POTENZA DI MARIA SI PERPETUASSE A CONFORTO E A SPERANZA DELLE
FUTURE GENERAZIONI IL COMITATO LIGURE DEI CONGRESSI CATTOLICI.” L'ultima critica venne da lui annunciata a Magnasco. Manifesta, inoltre, l'intenzione
di ritirarsi nel santuario di Rho per confessarsi e riconciliarsi con la
Chiesa. Il saggio fu terminato nel convento carmelitano di Sant'Anna, a Genova.
Ha un buon rapporto con i frati, anche se conduce vita molto ritirata. Dopo il
ritorno alla fede confida che anche negli anni in cui sembrava più lontano
dalla Chiesa cattolica e più imbevuto di positivismo, non aveva mai abbandonato
la pratica quotidiana di recitare tre Ave Maria e non era mai venuto meno al
celibato sacerdotale. Sulla casa natale di Pegli e apposta questa lapide,
trasferita alla piazzetta della Giuggiola al Vico Condino). “Filosofo tra i
primi dell'età nostra a professare il razionalismo più aperto.”Dizionario
biografico degli italiani. B. La storia delle scienze è un portato del
pensiero moderno. Nel suo stesso conceito essa involge un periodo di tempo e un
grado di riflessione, che doveano per condizion di natura mancare agli antichi
romani. Perocchè, prima di poter comporre una storia scientifica, bisogna aver
costituita ed attuata la scienza che dev'esserne la materia. Onde l'epoca, in
cui lo spirito umano in tende alla costruzione del suo sapere, ha
necessariamente da precedere a quella, in cui esso, raccogliendo i monumenti e
idocumenti, le tradizioni e le memorie, ne rintraccia l'origine, ne studia i
progressi, ne descrive le trasformazioni. Quello era il compito assegnato agli
antichi romani; questo era riserbato ai moderni. Ed aBacone si deve, se non la
prima idea, certo l'idea più chiara e distinta, più larga e profonda d'una
storia delle scienze, lettere, ed arti, e dello scopo ch'era in essa da
prefigersi, delle leggi da seguire, dei servigj da rendere, dei frutti da
produrre. Quel Bacone, a cui communemente si attri buisce la gloria di tante
risorme ch'egli non ha mai fatte ne sognate, e di tante scoperte ch'erano già
belle e fatte assai prima di lui, ha non dimeno un gran merito, che pur li
stessi suoi ammiratori non mostrano d'apprezzare abbastanza; ed è quello di
aver proposto il disegno e stabilito il programma di varie scienze nuove, che
non tardarono in effetto ad arricchire il patrimonio intellettuale
dell'umanita. Ora fra le nuove discipline, ch'egli additava ai posteri in forma
di desiderj (desiderata), primeggia la storia letteraria, senza della quale, diceva
egli argutamente, la storia del mondo rassimiglia troppo bene alla statua di
Polifemo privo dell'occhio; giacchè la parte mancante è quella appunto, che
potrebbe ritrarre meglio il carattere ed il genio del personaggio. Vero è, che
in certe scienze particolari, nella giurisprudenza, nella matematica, nella retorica,
nella *filosofia*, sole già darsi un qual che ragguaglio assai magro delle sette
e delle scuole, degli filosofi e dei saggi, delle vicende e degl'incrementi
loro; ma una storia propriamente detta della letteratura, come la concive
Bacone, dove essere ben altra cosa. Essa deve, per usare le sue parole,
rovistare li archivi di tutti I tempi,e indagare quali scienze e quali arti
fiorissero nel mondo, in quali tempi e luoghi fossero più o meno cultivate;
notare con la più minuta esattezza possibile la loro antichità, i progressi, le
migrazioni nelle varie parti della terra; poi la loro declinazione, e il loro risurgimento;
specificare, per rispetto a ciascuna scienza od arte, l'occasione che la fece
inventare; le regole e le tradizioni, secondo le quali venne via via trasmessa;
i metodi e i processi, con cui si esercita; registrare poscia le varie scuole,
in cui si divisero i suoi cultori; le più famose controversie, che occuparono
l'ingegno dei filosofi; le calunnie, a cui la scienza e esposta; li elogj e i
premj, onde viene onorata; indi. care i principali filosofi e i migliori saggi
in ciascun genere; le academie, i collegj, li instituti, tutto quanto insomma
concerne lo stato della letteratura; e massime chè in ciò consiste propriamente
la vita e la bellezza della storia accoppiare li eventi con le loro cagioni, notando
la natura dei paesi e del popolo romano, che mostrarono più o meno di idoneità
alle scienze; le circostanze storiche che tornarono loro propizie o contrarie;
lo zelo, il fanatismo religioso, che vi si immischio; li ostacoli, onde le
leggi attraversarono loro il cammino, e le agevolezze che loro procurarono. Infine
li sforzi generosi, l'energia magnanima, di cui fecero prova i più illustri e
potenti ingegni per migliorarne la condizione e promuoverne l'avanzamento. Nè
il frutto di si mili lavori ha da essere una vana pompa di minuzie erudite, bensì
un ajuto alla sagacia e alla prudenza degli studiosi nella cultura del sapere; poichè
in una storia cosi fatta puo evocarsi quasi per incanto il genio letterario
d'ogni èra passata; osservarsi i movimenti e le perturbazioni, le virtù e i
vizj del mondo intellettuale, non altrimenti che del mondo politico; e
ricavarne ammaestramenti e conforti per un miglior indirizzo futuro. Tal
era, giusta il concetto grandioso di Bacone, l'indole, l'oggetto, e l'officio
d'una storia letteraria in generale. Or applicandolo alla storia della *filosofia*,
che è una porzione rilevantissima di quel gran tutto, convien determinare in
nanzi tratto, entro quali confini essa vada circoscritta; chè al trimenti si
correrebbe rischio o di escluderne certe materie che le appartengono, o di
includervene altre che non le spettano punto, come la teologia. E siccome i
confini della storia d'una scienza sono prestabiliti nel concetto specifico
della scienza stessa; cosi non c'è altra via da circoscrivere ilcampo de'nostri
studj,se non quella di risalire all'idea medesima della filosofia, per
definirne il con tenuto in guisa da comprendere nella sua storia tutte e sole
le materie, che ne fan parle. Ma questa determinazione è più difficile assai di
quel che a prima giunta si crederebbe. V'ha nel concetto della filosofia, come
indica lo stesso nome (amore alla sapienza), un'ampiezza originaria cosi indefinita
e quindi variabile, che se pur ammette certi limiti, lascia sempre al filosofo
una gran latitudine di fissarli a tenore del proprio sistema. Così dopo venticinque
secoli di speculazione filosofica, si desidera ancora una definizione della
filosofia che possa dirsi generalmente accettata da'suoi cultori. Tacio degli
antichi romani, i quali per lo più stando all'interpretazione etimologica del
nome, pigliavano la filosofia in senso latissimo, e comprendevano sotto di essa
ogni specie di scienze. Ma anco tra i moderni, sebbene tanta confusione non
potesse più aver luogo, dac chè varj rami del sapere si sono affatto staccati
dall'albero filosofico, ed hanno costituito altre tante scienze particolari;
pure il concetto definitivo della filosofia non è ancora di commune accordo
stabilito, e ogni scuola lo stabilisce un po'a modo suo. Chi considera la filosofia
sotto l'aspetto meramente *ontologico*, la riguarda come la scienza dell'ente, la
scienza del reale, la scienza dell'assoluto; e perciò nella sua storia non deve
abbracciare fuorchè le prette dottrine speculative, trascendenti, o
metafisiche. Chi all'incontro contempla la filosofia dal lato puramente *logico*
o psicologico, la qualifica per scienza del pensiero, scienza della ragione, o scienza
dello spirito umano; e quindi nella sua storia non avrebbe da esporre se non
le dottrine formali della cognizione. Chi poi studia la filosofia sotto il
rispetto *morale* e sociale, la tiene in conto di scienza del bene, la scienza
della vita, o la scienza dell'umanità; onde nella sua storia non potrebbe
raccogliere fuorchè la dottrina pratiche del dovere e diritto umano. Egli è manifesto,
che simili concetti e definizioni della filosofia peccano per difetto, in
quanto che non comprendono l'intero suo campo, ma solo alcune parti; talche,
ove si pigliassero a guida d'una storia della filosofia, essa riu scirebbe per
necessità parziale, esclusiva, inetta ad adeguare il suo oggetto e conseguire
il suo scopo. Nell'estremo opposto cadono le scuole, che formandosi un concetto
della filosofia più vasto, ma più vago insieme ed indeterminato, peccano
d'eccesso; poichè la confundono con la scienza in genere, e la sforzano ad entrare
nella messa di ogni dottrina, che per qualche rispetto sieno da qualificarsi
d'indole razionale: la sua storia, in tal caso, deve invadere quasi tutta l'enciclopedia.
A scansare questo doppio errore fa dunque mestieri di allargare il concetto dei
primi, e di restringere quello dei secondi, per poter comprendere nella storia
della filosofia tutto il necessario, che li uni a torto ne escludono, ed
escluderne tutto il superfluo, che li altri v'introducono senza ragione. Ora: se
da un lato è assai malagevole di circoscrivere l'objetto della filosofia
mediante una definizione logicamente rigorosa. Dall'altro però la difficultà
vien meno, ove basti determinarlo per via di semplice classificazione o enumerazione
di parti. Perocchè confrontando insieme i termini varj e disparati, onde le
varie scuole concepiscono la filosofia, apparisce tosto come la ragione del
loro contrasto sia una condizione della sua natura medesima, la quale non è,
come quella delle altre scienze particolari, tutta subjettiva o tutta
objettiva, cioè esclusivamente razionale o empirica, ideale o positiva; ma è
mista, e partecipa dell'uno e del l'altro carattere, e tocca ai due poli
opposti della cognizione. Ed invero, la cognizione consiste in quel rapporto,
che scaturisce dal combaciarsi, dal compenetrarsi dei due termini intellettivi:
subjetto conoscente ed objetto conoscibile; e la filosofia ha per officio
principale di investigarne l'indole, le proprietà, le forme, le leggi più
intime e più generali. E siccome le determinazioni di un rapporto non possono
ricavarsi se non dal mutuo riscontro de’ suoi termini costitutivi; cosi la
filosofia dee necessariamente addentrarsi nello studio del subjetto e del
l'objetto della cognizione, per poter giungere ad una teorica universale della
scienza, Ora, in quanto essa scruta la natura del subjetto conoscente, anima,
spirito, intelletto, mente, o Io che dir si voglia, prende forma di scienza
subjetliva; si traduce in *logica*, psicologia, e antropologia; e riesce ad una
dottrina generale del pensiero. Sotto questo solo aspetto la considerano le
scuole, che mostrano di ridurla ad una semplice ideologia. All'incontro, in
quanto essa studia la natura dell'objetto conoscibile, acquista il valore di
scienza objettiva. Ma l'objetto stesso può trattarlo in due modi. O nella sua
massima universalità, come ente in genere; e allora essa diviene una schietta
ontologia, protologia, o metafisica generale: ovvero sotto certe speciali
determinazioni, a cuirispondono le varie parti della *metafisica speciale*;
come di ente *assoluto* o Dio, oggetto della teodicea; di Cosmo o universo, oggetto
della *cosmologia*; di uomo o Umanità, oggetto della morale. All'una o
all'altra soltanlo di coteste parti la restringono le scuole, che intendono di
ridurre il suo campo all’uno o all'altro di simili objetti. Il che spiega
bensi, ma non giustifica punto il loro procedere esclusivo: lo spiega, poichè
assegna la ragione che li muove ad appigliarsi rispettivamente al proprio
metodo; ma non lo giustifica, poichè il considerare un oggetto da un lato solo,
per vero e giusto che sia, non vale mai a conoscerlo intero; e il non
conoscerlo intero implica necessariamente due condizioni, che repugnano troppo
all'indole del sapere scientifico. La prima, che alcune parti dell'oggetto
rimangono fuori della trattazione, e quindi ignote. La seconda, che la
cognizione delle parti stesse trattate e chiarite rimane inadequata,
incompiuta, e quindi più o meno erronea e fallace; onde i giudizi coşi discordi,
e non di rado contrarj circa il valore di un sistema o il carattere di un'epoca:
veri tutti in parte, per quel rispetto Se noi pertanto vogliamo esporre
nella sua integrità propria e specifica la storia della filosofia, dovremo
abbracciare, nel quadro delle varie epoche e de’varj sistemi, due ordini di dottrine
filosofiche: quelle che si riferiscono alla determinazione del subjetto stesso,—
logica, psicologia, antropologia; e quelleche concernono le determinazioni
dell'objetto, in quanto appartiene al regno della speculativa: cioè, o nella
sua universalità assoluta,— ontologia, protologia; o sotto certe forme razionalie
metafisiche di Infinito, di Universo, di Umanità, teodicea, cosmologia, e
morale. Ecco le materie, che direttamente fanno parte della filosofia, e per
conseguente della sua storia. Ma nessuna scienza può dirsi compiutamente
esposla, finchè si considera in sè stessa unicamente, e come segregata da tutte
le altre. L'unità del pensiero da un lato, e dell'universo dall'altro,
stabilisce un cotal nesso intrinseco sra i varj ordini di cognizione, che sono
quasi i rami del grand'albero del sapere: nesso, che fra alcuni ordini più
affini, più omogenei introduce relazioni cosi strette e necessarie, che l'uno
non si potrebbe adequatamente conoscere senza contemplarlo eziandio nelle sue
attinenze con l'altro. Laonde per ciascuna scienza, come per la sua storia,
oltre le materie di sua diretta spettanza, ve n'ha certe altre che indi
rettamente le appartengono, siccome quelle che per una loro particolare ed
essenziale relazione con essa, valgono a meglio rilevare il suo valore e la sua
efficacia, a spiegare le sue evoluzioni e le sue trasformazioni, ad apprezzare
il suo influsso, cosi nello svolgimento teoretico del sapere, come
nell'incremento pratico della civiltà. Questa condizione ha luogo sopratutto
nella filosofia, la quale appunto per il suo carattere di *scienza prima* ed
universale, tocca ai principj supremi della cognizione, e con essi porge li
ultimi fondamenti a tutte le scienze. Non sarebbe difficile quindi a trovarle
qualche attinenza, prossima o remota, con le singole parti dell'intera enciclopedia;
ma volendo pur contenere il tema sotto cui riguardano questa o quello ma tutti in parte falsi, per li altri
rispelti da cui prescindono,e di cui non fanno caso. Primeggia fra esse la *religione*
cattolica, che ha con la filosofia medievale una tal affinità, da scusar quasi
l'errore assai commune di chi le confunde ambedue insieme. Ed infatti,
l'oggetto proprio di ambedue è in sustanza lo stesso; poichè si travagliano del
pari nello studio dell'ente infinito ed assoluto, e delle sue relazioni
metafisiche e morali con l'universo e con l'uomo. Diversificano bensi
profondamente nel metodo, onde ciascuna piglia rispetti vamente a trattarlo:
giacchè l'una procede per via di intuito, di sentimento, d'affetto; l'altra
invece per via di riflessione, d'analisi, e di raziocinio. Quella traduce l’ideale
in un *simbolo*, e questa in una formula. La prima ne fa un dogma di fede, e la
seconda un sistema di scienza. Tuttavia coteste differenze non tolgono punto,
anzi confermano li influssi scambievoli, che l'una deve esercitare nel corso
della storia su l'altra. La religione cattolica sta alla filosofia,come il sentimento
alla ragione; e nella guise medesima che questa prende da quello la materia
prima de'suoi concetti, la filosofia trae dalla religione cattolica il primo
abbozzo de' suoi teoremi. Vediamo infatti dovunque il simbolo cattolico andare
innanzi ai sistema filosofico; e la fede cattolica governare l'uomo prima che
la scienza; e i miti e le leggende pascere la sua fantasia lungo tempo prima
che il suo intelletto li sapia discernere dal reale e dal vero. E quando la
ragione, fatta adulta e robusta, comincia ad aver coscienza di sè ed a provare il
bisogno d'una cognizione più chiara, più pura, e più soda, non può pigliare
d'altronde le mosse che dallo stato mentale, a cui l'uomo è educato dalla sua
fede cattolica instintiva o tradizionale; si che i primi passi della filosofia
non sono altro che tentativo di tradurre una credenza religiose in un concetto
razionale. E siccome in quest'opera di semplice riduzione esso incontra
bentosto difficultà insuperabili, incontra cioè elementi al tutto fantastici e
ribelli ad ogni forma scientifica; cosi la filosofia perde in breve quel
carattere primitivo d'interpretazione del simbolo cattolico o dogma ne'suoi più
rigorosi confini, come mai si potrebbe disconoscere il mutuo vincolo, che lega
intimamente la filosofia con alcune dottrine ed instituzione della Chiesa
cattolica romana, nelle quali la ragione speculativa rinviene o i suoi più
importanti materiali,o le sue più solenni applicazioni religiosi, ed
assume per necessità, verso di essi, quello di critica, di scetticismo, di
negazione. Indi le prime lutte fra la leggenda e la storia, la mitologia e la scienza,
la fede e la ragione; e indi, per legge naturale e quasi organica
deli’intelletto umano, le prime vitlorie della verità schietta e positiva su i
pregiudizj idoleggiati dall'imaginazione o dal cuore. Disfatta però la prima
forma d'un simbolo non è già distrutta l'idea ch'esso adombra e preconizza; nè
tanto meno è eliminata la questione, ch'esso mirava a troncare, se non a risolvere.
La fede della chiesa cattolica è una funzione psicologica cosi con-naturata
all'umanità come la ragione: quella può e dee formare, riformare, e trasformare
il suo simbolo, come questa I suoi sistemi; ma nell'organismo mentale l'una è
cosi irreduttibile e indistruttibile come l'altra. Sotto il Martello della critica
adunque cadono e scompajono la credenza della Bibbia semita, mitologica e
leggendaria, che non rispondono più al grado superiore di cultura, cui un
popolo ha raggiunto; ma danno luogo ad altre credenze meno grossolane e
fantastiche, e più consentanee alle nuove idee, alle nuove dottrine, che la
ragione fa prevalere. E allora, su quei simboli rinovati la filosofia ripiglia
da capo il suo lavoro: in prima teoretico, finchè il pensiero speculativo
armonizza con essi, e cerca solo di interpretarli in guisa da cavarne, un
significato o costrutto razionale; e poscia critico, quando, grazie al
progresso del pensiero e all'incremento del sapere, quell'interpretazione
riesce vana, quell'armonia impossibile. Indi un'altra èra di conflitto, e
un'altra serie di teoriche e di critiche filosofiche, di riforme e di
ricostruzioni religiose, rispondenti ad un periodo superiore dell'educazione
umana. E cotesta vicenda non è cessata, ne cesserà, infino a che l'objetto
ultimo della fede e de’ suoi simboli, della ragione e de'suoi sistemi, che è
l'assoluto, non sia adequatamente conosciuto e compreso; e il subjetto commune di
questi e di quelli, che è l'io, non sia pervenuto a concertare e identificare
tutte le sue facultà o funzioni psicologiche in una si perfetta unità, da cancellare
ogni specie di antagonismo fra il cuore e la mente, fra il senso e
l'intelletto, fra l'imaginativa e il raziocinio, fra quei due elementi, insomma,
uno animale e l'altro divino, che in modo si misterioso e ad un tempo si
manifesto concorrono a costituire l'umanità. E vale a dire, che per quanto a
noi è dato di conghietturare, quel processo del pensiero, svolgentesi in una
serie di azioni e di reazioni tra il dogmatismo della religione e il criticismo
della filosofia, è la sua condizion naturale, e durerà finchè l'uomo sia uomo;
poichè e il dualismo subjettivo dell'io e l'incomprensibilità objettiva dell'assoluto
sono due leggi, che hanno il loro fondamento nella stessa natura umana,
essenzialmente finita e limitata, e come risultante di due forze,
indefinitamente perfettibili e armonizzabili, ma non capaci di acquistare
giammai una perfezione infinita ed un'unità perfetta. Simiglianti, per non dire
identiche, sono le relazioni che ha la filosofia con la poesia, presa nel suo
più ampio significato di arte, e rappresentata nella sua moltiforme varietà dai
varj ge neri della letteratura. La poesia, come la religione, precede alla
metafisica. Nasce anch'essa dal sentimento dell'infinito, che è innato ed
immanente nell'uomo; anch'essa tenta di ritrarre l'Assoluto, e i rapporti che
seco hanno la natura e l'Umanità; e i suoi canti primitivi sono teogonie e
cosmogonie, poco differenti dai libri sacri della Biggia. Anch'essa, come la
religione, traduce l’Assoluto in un Ideale simbolico; ma i simboli religiosi
pigliano bentosto l'aspetto di dogmi rivelati, che s'impongono alla fede;
laddove i simboli poetici serbano il carattere di imagini spontanee, la cui
efficacia risiede nella loro idoneità estetica à soddisfare la fantasia ed il
cuore, senza offendere la ragione. Quindi sotto l'inspirazione religiosa l'Ideale
veste una forma o affatto impersonale, o d'una persona como Gesu cosi posta al
di fuori e al di sopra del mondo, che apparisce al rivelatore stesso come un
Ente sovrintelligibile e sovranaturale; laddove sotto l'inspirazione poetica l'Ideale
tiene sempre dell'umano, del subjettivo, e ritrae della persona stessa dell
poeta, che lo immedesima con sé, mentre s'immedesima con esso.La filosofia
pertanto, nelcorso deila sua storia, s'intreccia col movimento letterario,
quasi come col religioso. Trora pure nei primitivi poemi l'addentellato della
speculazione; incomincia a farne l'esegesi, e poi la critica; e conduce
l'arte a dover creare una nuova forma dell'Ideale,che possa appagare il gusto
di genti più culte, e più avvezze a non iscompagnare il Bello dal Vero. Nascono
cosi e si succedono via via progressivamente le forme letterarie, a quel modo
che i simboli sacri, sotto l'influsso critico della filosofia; la quale,
determinando in modo sempre più razionale il concetto dell'Assoluto, prescrive
all'arte, come alla fede, di effigiare l'Ideale con imagini d'età in età più
pure, più atte a conciliare il sensibile con l'intelligibile, l'intuito con la
riflessione, l'affetto col pensiero. La qual conciliazione tuttavia, per quanto
venga informando l’arte ad un tipo gradualmente più filosofico, non può
togliere via il carattere differenziale, che distingue l'opera poetica dal
sistema speculativo,come due specie di cognizione, che muovono da facultà
diverse, procedono con diverso metodo, e mirano a diverso fine. L'arte è figlia
principalmente dell'intuizione e dell'imaginazione; la filosofia invece,
dell'analisi'e del raziocinio. L'arte riveste le idee di forme sensibili,
fantastiche, dramatiche, le dispone con libera scelta, le connette a suo gusto,
non vincolata ad altre leggi che alle convenienze estetiche, e licenziata ad
abbandonarsi in grad parte all'impeto spontaneo e quasi autonomo
dell'inspirazione, dell'estro, del genio, che agli antichi pareva il soffio
prepotente d'un nume. La filosofia, all'incontro, scevera dalle figure poetiche
il concetto puro, passa l’ imagine sensibile al suo crogiuolo per cavarne le
idee, e con le idee costruisce un sistema regolare, modellato rigorosamente su
i canoni della logica, e ridutto ad unità scientifica mediante quell'intreccio
dialettico di principj, applicazioni, e conseguenze, che è prestabilito
dall'indole stessa del tema, deduttivo o indut ivo, razionale o sperimentale
che sia. La poesia ha per iscopo la rappresentazione del bello; non esclude il
vero, ma neppure il finto; subordina l'uno e l'altro egualmente al suo disegno;
e se ne vale come di mezzi per colorirlo con più di varietà, di vivacità, di
efficacia. La filosofia, all'opposto, ha per oggetto la dimostrazione del vero;
tiene il bello in conto di accessorio, e non di principale; lo tratta da mezzo,
e non da fine; e lo ammette solo in quanto non repugni alle condizioni della
scienza. La sua storia adunque non potrebb'essere compiutamente descritta,
se non avesse riguardo, come allo stato religioso, così allo stato letterario
di ciascun'epoca, per apprezzare equamente liinflussi scambievoli della poesia
su la speculativa e della metafisica su l'arte, e per meglio dilucidare la
legge progressiva che dirige lo spirito umano nello svolgimento armonico delle
sue facultà conoscitive. Se non che, nelle sue attinenze verso della
letteratura, la filosofia procede più all'amichevole che non verso della
teologia; perocchè il simbolismo estetico non pretende mai all'impero dottrinale,
che si arroga il simbolismo teologico; non invoca per sè l'autorità di una
rivelazione divina; non si usurpa nessun privilegio d’infallibilità assoluta: canta,
e non decreta; narra, e non dogmatizza; inventa, instruisce, diletta, commuove,
e non oracoleggia. La filosofia pertanto può scorgere in esso un errore da
emendare, ma non un nemico da combattere; delpari che l'arte può rinvenire
nella filosofia una censura un po'se vera, ma non una guerra dichiarata ed
implacabile. Le religioni adunque, le letterature, e le scienze, come hanno
contribuito per qualche rispetto all'origine ed al progresso della filosofia,
devono parimente fornirci utili sussidi e schiarimenti per la sua storia. Ma
non basta il porre mente alle sue relazioni intrinseche con le varie discipline
d'ordine dottrinale. Essa inoltre ha moltiplici attinenze con quelle
instituzioni d'ordine pratico, che si comprendono sotto il nome di condizioni
politiche e sociali di un'epoca o di una nazione: attinenze estrin seche, è
vero, ma non per ciò men necessarie ad intendere e spiegare levicende storiche
de'suoi sistemi. I quali, per trascendenti che sieno, ritraggono pur sempre
qualche cosa delle cre. Per quello poi che spetta alle attinenze della
filosofia con altre scienze, e particolarmente con le scienze fisiche e naturali,
e massime con quelle loro parti, che trattano dei primi principj delle cose e
delle leggi generali dell'universo, gli è un fatto cosi per sè manifesto e
notorio, che appena è mestieri di accennarlo per sentire la necessità di farne
gran caso in una storia del pensiero filosofico. credenze e delle dottrine, che
predominano nei tempi e nei luoghi, in cui vive il loro autore; siccome questi,
per novatore che sia, non può mai rompere ogni communione intellettuale con la
società, in mezzo a cui è nato, cresciuto, educato; e il suo pensiero,
esplicandosi in un dato ambiente mentale, dee imbe versi più o meno delle idee
communi e prevalenli. I filosofi stessi più originali precorrono bensì per un
verso alla loro generazione, ed anticipano il futuro; ma rimangono, per
l'altro, figli del loro secolo, e raccolgono,e riassumono nel loro genio, in
modo più chiaro, ordinato, e complessivo, tullo quanto v'ha di più eletto, di
più sodo e secondo nel suo sapere. Essi partecipano della vita scientifica di
due età, poichè sono alunni del presente e institutori dell'avvenire. Laonde
ciò che v'ha di nuovo no'loro sistemi, ha sempre il suo germe nello stato intellettuale
de’loro contemporanei; talchè questo è la chiave della genesi di quello. Ora
dello stato intellettuale di un secolo o di un popolo qual documento v'è egli
più reale ed autentico, più vi vente e parlante che la sua costituzione
politica e sociale, e i suoi costume domesticie civili. Nei costume esso incarnai
suoi principj di morale; nella costituzione, i suoi principi di diritto: e con
la notizia de'suoi principj di diritto e di morale si ha la guida sicura per
penetrare nei recessi della sua coscienza e della sua ragione, e per delineare
un quadro fedele delle sue cognizioni. La storia politica e civile dovrà quindi
porgere an ch'essa il suo ajuto alla storia della filosofia; la quale appren
derà tanto meglio a conoscere i grandi filosofi ed a giudi care i loro
grandiosi sistemi, quanto meglio avrà conosciuto i tempi e i luoghi a cui
appartenevano, e le idee e le instituzioni che reggevano le genti, di cui erano
dessi prima discepoli, e poi maestri. Circoscritta in tali termini la materia,
che direttamente e in direttamente spetta alla storia della filosofia, vede
ognuno da sé quanto sia vana e falsa l'accusa di chi la spaccia a dirittura per
un'arida e vuota farraggine di metafisicherie, l'una più astrusa e stravagante
ed incomprensibile dell'altra. Essa è invece il racconto delle più eroiche
lutte e delle più nobili conquiste del ל M acciocchè la contenga di fatto, bisogna dare a
quella materia, che è il corpo della storia, la forma conveniente, che ne sia
l'anima. Chi si contentasse di narrare la vita ed esporre la dottrina di
ciascun filosofo, ma separatamente, a guisa di fatti o eventi diversi,
sconnessi, indipendenti l'uno dall'altro, senza un principio organico che li
coordini, e riduca la loro varietà fenomenica ad un'unità sistematica, e mostri
il perchè ed il come l'uno sia causa dell'altro, e questo effetto di quello: fa
rebbe una cronaca,e non una storia della filosofia.Ilcompito della storia si è
di riprodurre i fatti nel loro intreccio origi nario. E siccome ogni serie di
fatti non è altro che l'atluazione successiva d'una legge naturale, ed ogni
legge della natura si riscontra con un principio della ragione; così il
racconto dei fatti od eventi filosofici non può acquistar il valore di
storia,se non in quanto li riordina, li classifica, li accentra sotto della
legge psicologica, che ne ha determinato l'origine, il processo, e la
trasformazione; di guisa che lo svariato contrasto di afferma zioni e negazioni,
di tesi e antitesi, di teoriche e critiche, o n 15 genio umano nel campo
del pensiero, che sovente,pur troppo ! ebbe a convertirsi in campo di
battaglia. Le questioni, venti late dai sistemi in essa esposti, toccano agli
affetti e ai desi derj più intimi, ai bisogni e agl'interessi più gravi
dell'animo: la cognizione di noi medesimi e delle nostre facultà, del mondo e
delle sue leggi; il criterio del vero e l'amore del bene; l'educazione
dell'intelletto e il persezionamento del cuore; l'os servanza del dovere e la
rivendicazione del diritto; le condizioni della felicità privata e della
prosperità publica; la missione della vita presente e la speranza della futura.
Li autori, ch'essa prende a commentare, sono l'ingegni più potenti e su blimi
ed ardimentosi che vanti l'Umanità: sono propriamente i legislatori del
pensiero e li instauratori dell'incivilimento. Ed infine, per le sue attinenze
con tutte le vicende religiose, let terarie, e scientifiche, con tutte le forme
e le riforme politiche e sociali, essa diviene lo specchio verace della vita
interiore dell'Umanità; onde può dirsi fondatamente, che la Storia della
Filosofia contiene in sustan.za la Filosofia della Storia. E il fondamento
di questa legge d'unità storica non è fitti zio o arbitrario, ma concreto e
positivo, siccome quello che ri posa su la doppia unità del subjetto conoscente
e dell'objetto conoscibile. Il subjetto è lo spirito umano, l'Io; il quale se
per rispetto agl'individui ammette infinite graduazioni e differenze, al pari
d'ogni altro essere, serba pure in riguardo alla specie tutta la unità e
identità di natura, che si osserva in ciascun altro tipo. Quindi,per diverse e
discordanti che sembrino le m a nifestazioni della sua attività individuale,
non escono però mai fuori del limite, che segna la cerchia delle sue funzioni
speci fiche; e vanno tutte comprese sotto certe categorie, le quali pure non
rappresentano altro che certi aspetti o rapporti di un unico principio attivo.
L'objetto poi è ilvero in genere,o quelle specie di vero che formano la materia
della filosofia. Ora che può egli mai concepirsi di cosi identico ed uno, come
il vero in sè stesso e nella sua forma universale ed assoluta? E quanto agli
ordini particolari di verità, che danno luogo alle singole parti della
filosofia, o si tratta dell'Io stesso, qual ente pensante; e allora l'unità
dell'objetto s'immedesima con quella del subjetto, ed è tanto una la
scienza,quanto uno è il pensiero: o si tratta invece di objetti esterni, della
società umana, del mondo, dell’Assoluto; e allora l'unità della scienza ha pure
il suo fondamento nell'unità del principio protologico, cosmologico, e morale,
di cui quelle dottrine sono rispettivamente una m e todica esplicazione. La
legge di unità adunque,che deve infun dere la vita, l'anima, la forma nella
storia della filosofia, sus 16 d'è intessuta la storia della filosofia,
apparisca, non quasi un caos informe e fortuito, ma come un mondo ideale, in cui
i varj sistemi tengon luogo di elementi o forze integranti, che rappresentano
nel loro complesso la moltiforme attività di un principio unico, del pensiero;
e producono col loro antagonismo un'armoniá simile a quella del mondo reale.
Indagare e veri ficare questa legge primitiva, che sotto l'infinita varietà dei
si stemi stabilisce l'unità di un organismo dottrinale, e dirige la vita
interna del pensiero, è dunque l’officio proprio d'una sto ria della
filosofia. A trovarla però occorre sopratutto di saperla cercare;
onde nella storia della filosofia, non altrimenti che in qualsiasi di sciplina,
ha un'importanza capitale il metodo. Or qual è il metodo da seguire per
giungere con maggior sicurezza al nostro scopo? chè v'è anche qui disparità e
contrarietà d'opinioni. In generale, li storici antichi, vale a dire quelli dei
due ultimi secoli scorsi, e dei primi anni del corrente procedevano con metodo
quasi affatto empirico edescrittivo; badavano solo a far la biografia dei
filosofi e il sommario delle loro dottrine, sen z'altro legame che la
successione cronologica, o la parentela etno grafica, o la classificazione
scolastica; raccoglievano la materia dellastoria,ma netrasandavanolaforma.Fra
imoderni,al cuni e de'più rinomati si gettarono nell'estremo opposto, e precut
ă tesero di costruire la storia della filosofiacon metodo specula- láhystal
tivo ed a priori. Costoro, ove mai fossero venuti a capo d'una simile
impresa,avrebbero disegnato una cotal forma idealedella storia, m a vuota di
contenuto reale; avrebbero mostrato ciò che, nel loro concetto, doveva essere
la filosofia, m a non mai cið che fu nella sua realtà; insomma avrebbero
costruita una teorica, ma non già narrata una storia. Perocchè oggetto della
storia sono i fatti; e i fatti si apprendono per via d'esperienza e d'os
servazione, di memorie e di documenti, e non già per opera di deduzioni
dialettiche e di evoluzioni metafisiche. Del resto, la scuola che tentò di
introdurre le costruzioni a priori anche nella storia, obediva necessariamente
al principio cardinale della sua filosofia, che identificando il pensiero con
l'essere, affer m a risolutamente, i fatti e le leggi della storia, della
natura, dell'universo doversi cercare nei fatti e nelle leggi del pensiero
stesso. Ma quando essa volle passare dalla teorica allapratica, e chiarire col
proprio esempio la superlativa bontà del suo m e todo, a che è riuscita? A
null'altro fuorchè a provare lavanità 17 siste non meno nel subjetto che
nell'objetto del pensiero spe culativo. Potrà in qualche caso riuscire
malagevole a scoprirsi e significarsi; potrà eziandio rimanere ancor ignota: m
a sarà per difetto nostro, e non per mancanza sua; e vorrà dire sol tanto, che
non si è ancora trovata, e non già che non esista. delle sue speculazioni;
giacchè tutto quanto v'ha di slorico noi suoi lavori, è attinto dai monumenti
ordinarj, e non fabricato a priori; è ciò che v'ha di propriamente dedutto a
priori, è ipotesi, poesia, romanzo, ogni cosa, fuorchè storia. Tra l'empirismo
degli uni e il trascendentalismo degli altri s'apre nondimeno una via di mezzo,
che è quella indicata dalla ragione, e battuta dalla scienzaUn metodo non è
altro che un mezzo di cognizione: il suo valore è dunque relativo,e con siste
nella sua rispondenza al fine, cui dee servire. L a sto ria della filosofia
consta di due elementi: d'una materia positiva. e d'una forma razionale; dunque
il metodo di studiarla vuol essere misto: positivo, quanto all'esposizione dei
fatti; e razio nale, quanto alla investigazione delle leggi. A questo metodo si
potrebbe meritamente appropriare il nome di critico; poiche esso è ilsolo,in
cui una critica sagace e sapiente riconosca mantenuti i suoi principj, ed
osservate le sue regole. Comunque però si chiami, esso è quello che noi ci studieremo
di se guitare costantemente. Le regole di questo metodo sono le stesse, che la
logica pre scrive generalmente negli studi storici. Le principali, per quanto
spetta in particolare al nostro tema, saranno. 2.° Equilà nel giudizio delle
dottrine; e perciò aver s e m pre riguardo alle condizioni de'luoghi e
de'tempi, in cui vivea l'autore; apprezzare le sue idee in relazione con quelle
d'allora, e non con quelle d'adesso; discernere accuratamente le veré. Fedeltà
nel ragguaglio dei fatti; - e quindi, anzitutto lasciare a ciascun autore la
fisionomia sua propria; non aggiungere, nè togliere nulla alla sua parola;
riferire il suo sistema tal quale piaque a lui di comporlo, e non come
piacerebbe a noi di rifarlo: chè primo officio della critica si è di non far
dire ad alcuno nulla più e nulla meno di quel ch'egli ha detto: officio, a cui
mancano tutte le scuole esclusive e parziali, che vanno a cercare nella storia
della filosofia, non una notizia del sistema altrui, m a una giustificazione
del proprio; e in luogo di farsi interpreti degli altri, costringono -li altri
a farsi loro apologisti. dalle false; non assolvere queste in
grazia di quelle, nè con danpar quelle in odio di queste; e cosi
nell'approvazione come nella riprovazione procedere con tutto il rigore, non so
lamente della logica, ma anche della giustizia:chè debito della critica si è di
esercitare il diritto di lode e di biasimo come una funzione non meno morale
che letteraria: debito,a cui fal liscono del pari e i panegiristi fanatici e i
detrattori arrabiati; poichè li uni, predisposti a lodar tutto, scambiano la
storia in adulazione; e li altri, prerisoluti a tutto biasimare, conver tono la
critica in maldicenza: e questi e quelli tanto più rei, in quanto che
d'ordinario trattasi di giudicare personaggi, che non partecipano più alle
nostre dispute, e non sono più in grado di difendersi nè dalle cortigianerie
de’partigiani,nè dalle calun nie degli avversarj. Terzo, Cautela
nell'assegnazione delle leggi; - e però non in durre da fatti particolari, nè
dedurre da dozioni generali più di quel che contengano; professare il dubio,
dove ragioni pro e contro interdicono la certezza; é confessare l'ignoranza,
dove il difetto di notizie e di documenti non lascia penetrare alcuna luce di
scienza; tener conto dell'elemento variabile, che la li bertà introduce nella
storia; e non ostinarsi a geometrizzare tutta la vita dell'Umanità, quasi che
ilpensiero fosse suggetto alla regolarità di una combinazione chimica o di una
produzione b o tanica; evitare con egual diligenza l'errore dell'empirismo, che
non sa riconoscere verun nesso causale tra li eventi umani, e rimette la storia
in balia del caso; e l'errore del trascendenta lismo, che vuole incatenare
anche i fenómeni volontarj all'im pero di una fatalità inesorabile, e
ragguaglia tutti liattimorali alla condizione di effetti fisici: che dovere
della critica si è di studiare la natura in sè stessa, e non di foggiarsela a
proprio gusto; e perciò di apprendere da essa le sue leggi, e non di det tare
ad essa le proprie. Ora, che il regno umano non sia inte ramente governato
dalle forze necessarie, a cui obediscono ine Juttabilmente lialtri regni della
natura,ed in quello operi una forza libera,che in questi non ha luogo:eglièun
fatto,lacui sussistenza ci è cosi nota e,certa, come la coscienza di noi
stessi. Ben si potrà disputare dell'essenza, dell'origine, della costitu
zione di questa potenza superiore, che crea il mondo morale; si potrà allargare
o restringere si la cerchia della sua compe tenza nella vita interna ed esterna
del pensiero, e si quella de'suoi rapporti con le altre funzioni della natura
umana ed universa: ma simili questioni, che riguardano la spiegazione teoretica
del fatto, non detraggono punto all'evidenza della sua positiva realtà, nè
valgono a revocare menomamente in dubio l'ingerenza, che spetta alla libertà
nell'andamento delle cose umane. E con la libertà entra nella storia un
principio,ilquale per rispetto agli altri elementi, tutti fatali ed
invariabili,assume ilcarattere di irregolare, anomalo, perturbativo,e dà
origine ad una serie particolare di fenomeni, assai più complessi, poichè ten
gono insieme del necessario e del libero, del fisico e del morale. Questa serie
pertanto, se è determinata per una parte, è indeterminabile per l'altra; giacchè
libertà e predeterminazione sono concetti, che scambievolmente si escludono. La
storia ammette dunque leggi fisse ed immutabili, in quanto essa procede a
tenore di cause fisiche e fatali; e ammette solo divinazioni, conghietture,
probabilità, più o meno plausibili e ragionevoli, m a non leggi anticipatamente
definibili e indecli nabilmente effettuabili, in quanto essa dipende da cause m
o rali e libere.E la sagacia della critica consisterà nel raccogliere la
maggior somma possibile di probabilità induttive, a fine di trarre dal passato
un qualche lume per rischiarare un po' l'avvenire; e non già nel trascurare
tutto ciò che non quadra alla simmetria preconcetta di un sistema, per
procacciarsi la vana soddisfazione di aver compassato ogni cosa alla stregua
del proprio cervello. Egli è quindi manifesto, come dicendo noi, la storia
della filo sofia,presa nell'ampio giro del suo significato,convertirsi davvero
in una filosofia della storia, non sia questa da intendersi nel senso dogmatico
degli aprioristi, secondo i quali applicar la filo sofia alla storia equivale a
trasformare la storia in una cotal metafisica imaginaria, che fa dell'uomo un
concetto astratto e dell'Umanità una formula matematica. Un tal genere di
specu 20 lazione potrà per avventura intitolarsi ancor
filosofia, m a certo non merita punto il nome di storia; di quella disciplina,
cioè, a cui non è lecito di acquistare un carattere filosofico, fuorchè a palto
di non ismettere mai il carattere storico,che costituisce la sua stessa natura.
E poichè, come storia, è una dottrina es senzialmente positiva e sperimentale,
dee 'pure, come filosofia, serbare la forma medesima,e procedere con metodo
sperimenlale e positivo. Essa, in luogo di narrare i fatti particolari,ad uso
della pretta storia descrittiva, baderà a raccogliere da ciascuna serie di
falli leleggi psicologiche,morali,e sociali,che ne rampollano; m a le
raccoglierà con quello stesso metodo induttivo, onde le varie scienze naturali
ricavano dall'osservazione e dalla classifi cazione dei fenomeni fisici,
chimici, fisiologici, le leggi dell'uni verso. Solo a questa condizione ci
sembra possibile di innestare la filosofia nella storia, e sopratutto di effettuare
l'innesto m e diante la storia della filosofia. Alla quale ritornando ancora per
poco, ci resterebbe da chia rirne brevemente l'importanza, l'utilità, la
necessità,così per sè stessa, come per le sue atlinenze con le altre
discipline. Ma bastano a tal uopo, in tesi generale, li argumenti stessi, che
ci valsero a stabilirne la materia,la forma, ed ilmetodo;giacchè sono ben
poche,per fermo, le scienze a pro delle quali si possa no addurre titoli eguali
per provarle importanti, utili,e necessarie. Per altro, ciò che sarebbe al
tutto superfluo sotto il rispetto teoretico ed in astratto, può di leggieri
tornare assai conveniente in qualche caso pratico e concreto, che da un
singolare con corso delle circostanze di tempo e di luogo riceva un'impronta
tutta sua propria. Ed è il caso nostro. Commendare lo studio della filosofia
colà, dove il pensiero filosofico è nel pien vigore del suo esercizio, e
fiorisce sotto tutte le sue forme, e si svolge largamente, liberamente in tutta
la svariata energia delle sue funzioni, saprebbe di anacronismo o di paradosso.
M a oggi, tra noi,- a che dissimularlo?— pon ècosì. L’ITALIA, che s'ha primato
in ogni genere di studj; CHE HA TANTA PARTE
AL PROGRESSO DELLA FILOSOFIA per opera delle scuole della Magna Grecia di
CROTONE, GIRGENTI, VELIA, ecc. ; e che al cadere del medio evo suscitò
nel mondo intellettuale quel gran moto del risurgimento, e con di esso
rimise l'Umanità su la via di ogni riforma e di ogni sco- tu perta: non occupa
più da lungo tempo il seggio,che le pareva che assegnato dalla natura medesima
nel regno del sapere. Le cagioni, che le hanno rapita la corona scientifica,
possono ben vie tarci di imputarle a colpa la sua caduta;ma non già disentire
in questa caduta il peso di una tremenda sciagura. Si, la per dita della
libertà, le sette politiche, le persecuzioni religiose, dominazioni straniere,
le tirannidi nostrali, rendono più che sufficiente ragione delle misere
condizioni, a cui venne dannato negli ultimi tre secoli il pensiero italiano; e
spiegano abbastanza come il genio filosofico, perseguitato a morte in questa
regione che parea divenuta sua patria, dovesse emigrare in altre con trade, e
cercare ospitalità presso altre genti, che li avi nostri chiamavano barbare, e
che a noi tocca invece di salutare mae- al stre. Ma spiegare il fatto non è
distruggerlo; e sieno pur evi. di denti, necessarie, irrefragabili le sue
cagioni, sta sempre vero, che nella storia della speculativa moderna l'Italia
non occupa più, dinanzi alla culta Europa, uno de'primi, bensì uno degli ultimi
posti. Ed è tempo oggimai, che una tanta
umiliazione abbia fine. di Per lo passato potevamo sopportarla senza troppo
rossore,come ni una conseguenza fatale dell'oppressione, sotto di cui il bel
paese di gemeva; m a d'ora in poi la cesserebbe di essere una sventura, e
diventerebbe un'ignominia. Perocchè la massima parte delle fo barriere, che
divideano e smembravano l'italica famiglia, sono cancellate; li spegnitoj, che
l'arte o la violenza avea sovrapostizie all'ingegno,sonocaduti:anche a noi
siapre ilgloriosoarringo dei nobili e liberi studj; e possiamo correrlo anche
noi con ge- in nerosa gara e con nuovo e più fortunato ardore. Sta dunque a noi
di dar l'ultima mano a questo prodigioso rinovamento d'I talia. Il valor
militare e il senno civile l'hanno redenta dalla servitù politica, e la van
componendo a nazione indipendente, libera, e forte; m a questo risurgimento
stesso o non sarebbe d u raturo, o rimarrebbe sterile e vano, ove non avesse il
suo de N le a 20 210 zid Sg TO de SE gno riscontro in una restaurazione
scientifica e letteraria, capace & 1 in di redimerla pure della sua
minoranza intellettuale, e di resti On tuirle nel mondo delle idee il luogo
corrispondente a quello, Ta che si è rivendicato nel mondo degli Stati. -a Ed
invero, la vita dei popoli, non altrimenti che degli indi eu vidui, proviene dal
complesso di un doppio ordine di fatti e di re leggi: l'uno fisico, e l'altro
morale, di cui ciascuno risponde ad una serie di forze rispettivamente
analoghe. E nella costituzione le sociale del genere umano egli è fuori di
dubio, che le forze he fisiche vanno subordinate alle forze morali,siccome lo
strumento 10 all'opera, il mezzo al fine. Che se da un lato è verissimo,non
alla ragione il suo impero; o sono esse medesime effello d'un i disordine
morale, produtto dall'ignoranza e dall'errore nelle co; 'scienze, e il loro
rimedio non può venire se non da un grado à superiore di educazione e di
cultura publica, cioè da un pro li gresso intellettuale. L'indipendenza, la
libertà, la grandezza dei popoli hanno dunque il fondamento della loro durata e
la ra B.;dice del loro incremento nelle idee,nelle credenze,nelle opi é nioni,
in cui sono essi allevati;vale a dire,insomma,nelle con je dizioni della loro
vita mentale. Ora l'alimento più sano, più sustanzioso del pensiero non è e
forse la filosofia? Non è dessa lo studio più idoneo ed efficace 0 a svelare, a
combattere,a distruggere i pregiudizj, le supersti tizioni, li errori d'ogni
fatta, che mantengono i popoli nello stato o di fanciullezza, e li conducono
troppo spesso ad esser vittime - infelici e strumenti inconsapevoli di servitù?
Non è dessa il ti a rocinio più sicuro per informare l'intelletto al
riconoscimento.del vero,la ragione al culto della scienza, l'ingegno al gusto a
del bello, l'animo all'annore del bene, la coscienza all'adempi mento del
dovere e al rispetto del diritto, e tutto l'uomo all'e sercizio delle virtù
private e publiche, domestiche e sociali?. Non è dessa la fonte viva, da cui
tutte le altre scienze attin za > sempre quest'ordine naturale reggere in
effetto le sorti delle n a nezioni, e non di rado prevalere la violenza al
diritto e alla giu 1 stizia; dall'altro però non è men vero, che o simili
perturba rizioni sociali sono temporanee, e alla lunga lasciano ripigliare 1,.
e gono i principj, i metodi, i criterj del loro insegnamento? Non
è dessa pertanto, in ogni periodo della storia, la misura più certa del grado
di potenza, di energia, e di fecondità, a cui per venga di mano in mano il pensiero?
Nella grand' opera della restaurazione scientifica d'un popolo spetlano dunque
alla filo sofia le prime parti; e sarà quella tanto più pronta,prospera, e
permanente, quanto più vasta e profonda sarà la cultura di questa. Laonde, oggi
che l'Italia, sciolto il voto di tante gene razioni, e raccolto il frutto di
tanti martirj, saluta finalmente l'alba di un'êra nuova, deve insieme provedere
alla sicurezza e stabilità del suo riscatto politico mercè di un rinovamento in
tellettuale e morale, cioè prima e sopra di tutto, filosofico. Del quale poi,
chi potrà mai e chi dovrà pigliarsi il carico precipuo, se non quell'eletta
gioventù che si consacra di pro fessione agli studj? Essa, che ha già pagato
eroicamente il d e bito suo alla patria col valore del braccio, si ricordi che
la p a tria stessa attende da lei altre prove di devozione,più pacifiche e
riposate, ma non meno ardue e magnanime,col valore dell’ ingegno. Essa, che ha
mostrat, fra l’ammirazione e d il plauso del mondo civile, come nel sangue
italiano sia ridesto il ge nio della guerra; s'accinga a provare, con egual
entusiasmo di fede e di sacrificio, come riviva é rifiorisca del pari nell’in
telletto ilaliano il genio della sapienza. E poichè le due grandi e culte
nazioni, che al di là delle Alpi ricingono l'Italia, hanno oggimai dovuto
persuadersi, che al di quà è risurto un popolo degno di star loro a fianco o di
fronte coll'armi; oh ! possano apprendere bentosto, che questo popolo stesso
intende di emu lare le loro glorie, non solo marziali, ma anche scientifiche;
intende di gareggiare con esse, non solo di coraggio e di p o tenza, ma anche
di studio e di sapere; intende che d'ora in nanzi,quando
essedescriverannoilmappamondo filosofico,non abbiano più a dividerlo, con
orgoglio purtroppo da lunga pezza non affatto temerario,in duesoleregioni: Franciae
Germania; ma debbano, buono o mal loro grado, disegnarvi una terza divisione, e
chiamarla Italia. Due parti essenziali del metodo: la
critica, e la teorica. Ordine tenuto dall'Autore nella pu blicazione de' suoi
scritti. Questione preliminare dei rapporti fra la filosofia e la religione.
pag. S 2. Sistema che nega il primo termine del rap porto, cioè la filosofia. -
Dottrina fondamentale del cristianesimo. Spoglia la filosofia d'ogni carattere
di scienza razionale. Circolo vizio Filosofia e cristianesimo son termini, che
si escludono a vicenda S3. Sistema che nega il secondo termine del rap porto,
cioè la religione. Dottrina degli Enci clopedisti. La scuola rivoluzionaria.
Esposizione della teoria di Lemaire, di FERRARIi, di Proudhon, di Feuerbach, di
Marx e Ruge. so. Critica di questo sistema. Vero stato della questione.
Universalità e perpetuità della re ligione. Non se ne può attribuire l'origine
al l'arbitrio degli individui. È un elemento natu rale dell'Umanità.
Testimonianze di 0. Müller, di P. Leroux, e di Lamennais. Objezione di
Proudhon. - Risposta. La religione si tras forma sempre, ma non muore mai.
Confessione di Feuerbach. Giudizio di G. Villeneuve Sistema che confunde i due
termini insieme. Alcuni riducono tutta la religione alla sola mo rale. Dottrina
di Kant, di Saint- Simon, d'altri Riformatori. Critica di tale sistema. -
Necessità d'una dot trina teoretica per la morale. La morale della. carità e
della fratellanza non fu un trovato dell'Evangelio. - Lo han confessato li
scrittori eccle siastici antichi. Documenti. Li Esseni ei Terapeuti. -
Parallelo di Reynaud. - Giudizio di De Potter. La carità e la fratellanza del
cristianesimo sono il rovescio del socialismo. Sentenza di Stern. Altri
immedesimano affatto la religione con la metafisica e la scienza. Esposizione e
critica dei sistemi di Leroux, di Reynaud, di La mennais, e di Comte. Sistema
che separa affatto i due termini l'uno dall'altro. Professione di fede
dell'ecletticismo. Contradizioni di E. Saisset, già ben notate da F. Génin. La
bandiera dell'ecletticismo di sertata. Altre contradizioni di E. Martin. Vani
tentativi per conciliare il razionalismo col sovranaturale. scenza. Conclusioni
che derivano dalla critica di questi sistemi. — Condizioni generali del
problema da risolvere. Significato preciso dei due termini: la religione come
dogmatica, e la filosofia come metafisica. Il rapporto d'unione fra loro è
nell'u nità del loro oggetto. Il rapporto di distinzione non può dedursi che da
una teorica della cono Conoscenza sensibile e razionale. Sensazioni,
imaginazioni, e sentimenti. Per cezioni, credenze, e concetti. Sentimento pri
mitivo dell'Assoluto. — Cognizione razionale, che ne proviene. La credenza,
propria della reli gione. Il concetto, proprio della filosofia. Simboli e
teoriche. Influenza reciproca della filosofia e della religione. Perpetuità di
am bedue. Giudizio di Strauss. Sistemi che mantengono tutti e due i termini; ma
pongono fra essi un rapporto inesatto. Ana lisi critica dei sistemi di Constant,
di Trul di Villeneuve, di Mamiani ROVERE. Filoso fia della religione di Hegel,
esposta da VERA.Varj significati, in cui si prende il razionalismo.
Razionalismo teologico. Dogmatismo. Ontologismo. Idealismo. Il solo sistema,
che il razionalismo escluda, è il dogma tismo. Caratteri positivi e negativi
del razio nalismo. Parte scientifica e parte critica, - lard, Carattere
objettivo della filosofia antica, e subjettivo della moderna. Necessità e
importanza della psi cologia. Classificazione incompleta delle facultà umane. =
Trascuranza del sentimento nelle scuole italiane Classificazione proposta dagli
autori scolastici » Sistema di GALLUPPI (si veda). Sistema del Mancino. Vizio
commune di questi due sistemi Analisi critica della teoria del Poli X -
Esposizione e censura della teoria di GIOBERTI (si veda). Pregio commune di
queste due teorie Analisi dei due sistemi del Rosmini SERBATI. Assurdità e
contradizioni. Rosmini confutato da Rosmini Saggio della sua modestia. Suoi
giudizj in torno alle scuole tedesche, alla filosofia moderna, e al nostro
secolo. — Il calculo degl'interessi mate riali. Come Rosmini intenda la storia
Danni, che recò alla filosofia la negligenza del sentimento. - Principio della
classificazione psi cologica. - Non si può riporre nel subjetto. E ne pure
nell'objetto Se il senso abbia un oggetto. Giochi di pa role del Rosmini.
Contradizioni e sofismi. Il principio della classificazione sta nel rapporto
del subjetto con l'objetto, cioè nella fun zione. La classificazione delle
funzioni deriva > » dai caratteri de' fenomeni conoscitivi, Metodo induttivo
di Bacone. Avvertenze e canoni di Garnier Tradizione filosofica su la divisione
delle facultà in senso e ragione Se fra il sentire e l'intendere passi una
differenza generica, o specifica soltanto. Strane contradizioni di Gioberti e
di Rosmini Non havvi una differenza generica ed essenziale fra il sentire ed il
conoscere. Prova filologica. Valore di certe locuzioni ammesse an che dai
filosofi. Il senso commune. Séguito delle contradizioni di Rosmini. Il buon
senso. Il senso intimo. Sofismi di Rosmini circa la natura della sensazione. Il
senso e l'intelletto si identi ficano nel genere, e si distinguono nella specie.
Dottrina d’AQUINO, e del Poli.. La funzione generica della conoscenza si divide
in due funzioni specifiche: il sentimento e la ragione. Tre serie di fenomeni
del sentimento. Sensazioni. Errore della scuola psicologica francese, Dottrina
di Matthiae. Imaginazioni. Sentimenti. Elemento proprio, ed elemento commune
dei varj modi della conoscenza sensibile. Sono spontanei, immediati, concreti
Tre serie di fenomeni della ragione. Percezioni. Credenze. Concetti. Elemento
proprio ed elemento commune dei varj modi della conoscenza razionale. Sono
riflessi, - mediati, - astrattivi. Assurdità del Rosmini su lo sviluppo cro
nologico della conoscenza. I bambini filosofi. La nipote di venti mesi. Curiosa
confessione Funzioni pra Unità dello spirito umano. Intimo nesso delle funzioni
conoscitive. tiche. Classificazione generale Analogie e differenze tra questo
sistema e quello di Franck, di Garnier, di Lamennais, di Leroux. Elogio e
critica della teoria di A. Martin. La divisione delle facultà in attive e pas
sive è falsa e contradittoria. Li atti attivi, e li atti passivi del Rosmini. È
erronea del pari la di visione in facultà objettive e subjettive. Sofismi del
Rosmini circa la subjettività del sentimento e l'objettività dell'idea. Quali
sieno le conoscenze reali ed oggettive, e quali le suggettive ed astratte.
Dottrina di FERRARI. Antitesi del dogma tismo Objezioni e risposte. Che cosa
sia la verità. S'ella esista in sè stessa, fuori della mente. Paralogismi del
Rosmini. Egli non si prende cura e timore delle conseguenze. · Non ha paura
dell'assurdo. Assurdità e contradizioni della sua teorica delle idee. Caratteri,
che differenziano l'uomo dal l'animale. Della cognizione delle essenze. Come il
Rosmini fa ragionare i moderni. Come ragionino davvero. Storchenau, Dmowski.
Scempiaggini che Rosmini affibbia agli antichi. Conoscere l'essenza d'una cosa,
per lui, vale saperne il nome. Origine delle idee. Confini della scienza umana.
Divisione delle scienze. Due specie diverse di credenza. Elogio di TESTA.
Saggio delle sue dottrine. Kant, Esame della teorica di BIANCHETTI. Şuoi
meriti. Critica delle sue objezioni contro la dottrina del sentimento. -Egli
stabilisce la que stione in termini contradittorj. - Equivoco dell'as soluto.
Se siano più mutabili i sentimenti, o le idee. Certezza della cognizione.
Conseguenze della teoria platonica delle idee. Guida sicura del | l'Umanità è
la natura. In qual senso la verità, la giustizia, e la bellezza sieno assolute.
Cognizione dell'io fenomeno e dell'io sustanza. Qual parte abbia il sentimento
nella morale. L'assoluto formale, e l'assoluto reale. La regola delle azioni.
Applicazione della teoria psicologica alla pedagogia, e alla storia. - Il
sentimento del Vero e la filosofia della conoscenza. Il sentimento del Bello e
la filosofia dell'arte. - Il sentimento del Bene e la filosofia della morale e
del diritto. Il senti mento
dell'Infinito e la filosofia della religione e del l'assoluto. Critica degli
argumentidel Rosmini contro la teorica del sentimento religioso. Se possano
collocarsi tutte le religioni sotto una stessa cate goria. La prova rosminiana
è logicamente un so fisma. Storicamente è una falsità. Dottrine cristiane
anteriori al cristianesimo. Carattere del l'Evangelio. Un filosofo inquisitore.
L'accusa d'empietà. Logica buffonesca di Rosmini SERBATI- Sua storia
dell’empietà. Contradizioni ed assurdità del suo catechismo. Insulti
all'Umanità. Ca lunnie in luogo di ragioni. Verità assoluta e ve rità relativa
della religione. Il Dio vero e il Dio falso. L'infallibilità del dogmatismo.
Rosmini dichiara bestia chi non pensa come lui. Il fondo e le forme della
religione. Chi ammette il senti mento non lascia la via della ragione. La
ragione e il sentimento non sono contrarj. Subjettività della religione.
Trasformazioni dell'idea di Dio. L'uomo ha una religione perchè è uomo. Come
nella dottrina del sentimento vi sia la verità, la certezza, e la morale. I
motivi della fede. Con tradizioni del Rosmini intorno alla natura. Là legge e
l'obbligazione morale. Dove cominci l'im moralità delle religioni. La credenza
non precede il sentimento. Avvertimento ai giovani stu diosi Programma d'un
corso di Filosofia. Il razionalismo e la fede. Distruttore d'ogni fede è il
dogmatismo. Differenze reali e pratiche fra il razionalista e il dogmatico. Analisi
e critica dell'opera di NALLINO. Del Sentimento. Dottrina di C. Lemaire intorno
alla verità. C. Esame di una lettera del vescovo d'Annecy all'Armonia su
l'educazione. Legge storica del progresso, giusta il sistema di Comte e di
Ferrari. E. Inno di Cleanto a Giove tradutto da POMPEI. Dottrina di Franck
intorno alla fede. Teorica del Sovranaturale Introduzione allo studio della
Filosofia. Della formula ideale. Del necessario e del contingente. Dell'intelli
gibile. Della esistenza dei corpi. —Dell’individuazione. Dell' evidenza e della
certezza. Dell'origine delle idee. De' giudizj analitici e sintetici. Della
natura del raziocinio Della universalità scientifica della formula ideale.
-Della matematica. Della logica e della morale. Della co smologia Della
estetica Tavola delle trasformazioni ontologiche della formula ideale,
corrispondenti ai vari stati psicologici dello spirito umano Teorica dei Primi.
Della dialettica La grande innovazione, che GIOBERTI portò nella filosofia, è
quella dei vocaboli e delle locuzioni. Il suo sistema però è sempre il vecchio
dogmatismo della scolastica. -Egli 1 s'era proposto di ricondurre la scienza
ideale alle credenze catoliche e all'obedienza della chiesa, onde l'aveano
sviata; il metodo, il principio, e il criterio della filosofia moderna, e volea
sostituire: I. Come metodo, l'ontologismo al psicologismo. Definizione dei due
metodi. Il psicologismo osserva, e l'on tologismo viola il primo canone di una
buona metodica, che è di procedere dal noto all' ignoto; - parimente il
secondo, che è di camminare dal certo all'incerto. Li miti del psicologismo. Conseguenze,
che il filosofo ne dee tirare. Gioberti ba ragione contro i psicologisti
dogmatici, e noncontro i psicologisti critici. Il processo psicologico non è
ipotetico. L'ontologismo invece non può essere che una ipotesi. L'uomo di
Gioberti, e l'intuito diretto, immediato della creazione. Come principio, la
creazione al panteismo. Che valore debba attribuire la filosofia al panteismo,
ed ai varj sistemi ontologici e cosmogonici. Anche la creazione, nel sistema di
Gioberti, è una ipotesi. - Non la stabilisce su d'alcuna prova. Tutti i sistemi
possono appropriarsi il suo ragionamento. Gioberti non prova il fatto capi tale
del suo sistema, che è la notizia della creazione nel l'intuito primitivo.
Anziquesto fatto medesimo, in virtù de' suoi principj, non è ammissibile.
Scambia la que stione dell'esistenza con quella del modo. - In luogo di tre
termini ne abbiamo un solo. Differenza essenziale fra l'azione dell'Ente e
quella degli esistenti. Il sistema di Gioberti si risolve o in una
contradizione formale, o in un'asserzione gratuita Comecriterio, il
sovranaturale al razionalismo. cosa intenda Gioberti per sovrintelligenza.-Un
commento favoloso di Mauri. – La
sovrintelligenzaèuna facultà contraditioria ed assurda. Stato della questione
fra il razionalismo ed il teologismo. Per la filosofia, la fede non può esser
altro che una maniera di cognizione. La distinzione dei sovranaturalisti fra la
certezza o evi denza estrinseca ed intrinseca non giova. Il sovrana turale o
non è oggetto di conoscenza, o il suo criterio è la ragione. I fatti
sovranaturali, a cui ricorre Gioberti, o non sono fatti, o non conchiudono
punto. La crea zione. La parola. La beatitudine. La rivelazione. Il
sovranaturalismo consiste nel fondare il noto su l'ignoto, o nel dedurre
l'evidente dall' incomprensibile. 329 Una confutazione efficace del
razionalismo non è pos sibile, fuorchè a patto di ammettere due specie diverse
e contrarie di verità e di ragione Come risultato finale, la teologia alla
filosofia. È un corollario. Gioberti stesso lo ha dichiarato in mille luoghi.-
Suamoltiforme definizione della filosofia. Saggio di commenti, con cui Gioberti
laspiega. Anche per lui, come per Rosmini, la filosofia è la serva della
teologia. Il signor Mauri lo nega formalmente; formalmente lo afferma. Egli
vede lucidamente il 'nulla. E mostra d'intendersi cosi bene di teologia, come
di filosofia. Argumento di Gioberti per conciliare il primato della teo logia
con la libertà della scienza. E un controsenso. L'unico principio di ordine nel
regno delle idee e la Gioberti con la sua teorica del magisterio e della regola
autorevole condanna il proprio sistema. Egli non credeva alla filosofia, non
era filosofo. Suoi improbi. E contro Descartes, como rappresentante di essa.
Varie classi d' avversarj. -La critica presente si rife risce ai soli avversarj
delle dottrine filosofiche di Gioberti. Nella questione del metodo, suoi
avversarj naturali do vean essere i psicologisti critici. -Ma'in Italia una
scuola critica non esiste. TOMMASEO. MANCINO.
Mamiani ROVERE. I psicologisti rosminiani. Questione fondamentale tra Gioberti
e Rosmini. La critica di Gioberti distrusse la metafisica del psicologismo. E
la critica de' rosminiani disfece la metafisica dell'on tologismo. Il sistema
di Kant riceve una nuova conferma dal fatto stesso de' suoi detrattori. Lato
comico della controversia fra Gioberti Rosmini. Conclusione, che ne dee trarre
la filosofia e l'Italia. Nella questione del principio, avversarj di Gioberti
avrebbero dovuto essere i panteisti. - Ma nella patria di Giordano Bruno il
panteismo non ha una scuola. Si levarono inyece contro Gioberti i difensori
officiali della creazione, e lo accusarono di panteismo. Mala fede di
questiaccusatori. - Protesta di GIOBERTI- Il panteismo é inevitabile nel
sistema psicologico del dogmatismo. La critica dei teologi era una cavillazione
ed una sofistiche ria. Gioberti non è panteista. Il che però non gli torna a
lode Nella questione del criterio, avversarj di Giobertinon furono i
razionalisti, ma i teologi. E l'accusarono di razionalismo. Favole, che un
frate diede ad intendere a otto vescovi degli Stati Romani. Gioberti ebbe il
torto di prenderle sul serio, Sua protesta. L'accusa non è giustificata dalla
guerra, ch'egli mosse ai gesuiti. Ma in virtù de suoi stessi principj egli non
poteva lagnarsi della sentenza de' teologi L'ordine degli avversarj, eziandio
quanto al risultato ultimo della controversia, apparvorovesciato. Gioberti non
fu combattuto in nome della filosofia. Vera filosofia, nel senso moderno, non
esiste ancora in Italia. Quivi regna tuttora la scolastica. Fu in quella vece
combat tuto dai teologi. E con ragione. - Problema della con ciliazione fra la
ragione e la fede. Soluzione dei razio nalisti, o dei teologi. Gioberti s'era
condannato da sè stesso con la sua professione di fede. Il catolicismo era la
sua religione, e lo trattavada catolico. Opposizione assoluta della fedee della
ragione. 0razionalismo, o teologismo: nessuna via di mezzo. L'esempio di
Gioberti è una conferma di questa verità o di questo fatto Opere postume di
Gioberti. Riforma catolica della chiesa Filosofia della rivelazione - Divisione
del programma. False accuse che Mamiani dà all'età nostra. Egli nega i fatti
più notorj ed evidenti. Afferma, che oggidi la mente umana ha perduta una sua
facultà naturale. Se ella sia diventata inetta a conoscere i sommi principj
Mamiani taccia l'età nostra d'inettitudine a conoscere le dottrine, che ogni
pro fessore insegna, ed ogni studente impara. Anche l'ac cusa di empirismo è
vana. L'influenza dell'empirismo grosso e cieco non esiste. V' ha però un
empirismo no grosso, nè cieco, a cui la scienza rende omaggio. E una volta
Mamiani lo riconosceva anch'egli come il metodo naturale. Testimonianze del
Rinovamento, dell'Onto logia, e dei Dialoghi. Egli ora nega perfino i pro
gressi dell'industria. Per questo rispetto, lo scopo del Ľ Academia è inutile o
dannoso Il titolo dell' Academia. È un idiotismo. A che razza di patrioti possa
piacere, Abuso che Mamiani fa dell'espressioni di filosofia italica, e italiana
- L'antico moderno. Ritratto ch'egli fa di questa filosofia. È
un'amplificazione retorica da declamatore. Che Ma miani 'abbia inventato o
scoperto una nuova storia? Il suo giudizio è falso, o si riferisca alla scuola
pitagorica: Testimonianze diFréret, -Tennemann. Degerando, Ritter, e del
Dizionario delle scienze filosofiche. O s'intenda della scuola eleatica. O
anche delle dot trine de' nostri filosofi riformatori al principio dell' era
moderna. Conseguenze del giudizio di Mamiani intorno all'eccellenza della
filosofia antica. Risposta di Mamiani a Mamiani ROVERE. Discussioni non
filosofiche. Altre, di cui s'accenna il titolo solo o si fa un indice sommario.
Paragone, che Mamiani instituisce fra l'Academia di scienze morali e po litiche,
e la sua. Strana censura dell'Academia fran cese. I difetti del secolo e della
nazione. Se un'A cademia li possa correggere. A chi appartenga questo officio
educativo. Al carattere del secolo e della nazione partecipano paturalmente
l'individui. - E il Genio stesso, Se l'Academia francese dipendesse troppo dal
potere ministrativo. Fondazione Statuto. Soppressione, rinovazione, e stato
attuale. Le moltitudini di Francia. -Mamiani rinfaccia loro ingiustamente la
preoccupazione dei materiali interessi. Che cosa farebbe il Conto della Rovere,
qualora si trovasse nel caso di quello moltitudini, Forma dell'intelligenza
francese. - Mamiani la taccia di poco idonea agli studi speculativi. Falsità o
calun nia. Se moltidell'Instituto seguilino ancoraledottrino superficiali del
secolo andato. L'Academia di Mamiani. Stato personale dei fondatori e socj
primarj. Sono tutti indipendenti d' un nuovo genere: impiegati. -Pro blema,
cheMamiani dovrebbe proporre a 'suoi colleghi. Un elogio degl' Italiani
peggiore d'ogni insulto. Nuove materie di filosofia italica antica. Mamiani ac
cusa di superficialità e leggerezza tutti i fisiologi. E liene per sodezza e
profondità l'ignoto e l'assurdo. Domanda di un illustre scrittore piemontese.
Risposta degna di un casista. - La religione di Mamiani e della sua Academia è
un enigma. - Questione della sovranità e del diritto. Teoria di Mamiani. Li
ottimati. Formula: Dio e la legge. Critica di questa teoria e di questa formula.
Doppio senso del problema intorno alla sovranità. Un fatto di natura, che non
s'è mai effet tuato. Il diploma d'ottimo e di sapiente. Dio e Dio. Anche
Mamiani crede alla favola, che di Tomaso d'A quino fa un dottore della
democrazia. E cita lopu scolo De regimine principum. -Ad ognuno il suo. Analisi
del famoso opuscolo. Mamiani dunque non l'avea letto. Un'impertinenza del
segretario Boccardo. II suo discorso su la filosofia della storia è un tessuto
di contradizioni, d’arzigogoli, e d'assurdità Discussioni che non meritano il
nome di filosofiche. Discorso proemiale di Mamiani. Critica. La censura filosofica che Mamiani fa
dei tedescbi è ingiusta ed assurda. L'esperienzae l'Assoluto. Fede e temerità
dei filosofi tedeschi. Così ne avessero un po' l'ITALIANI. I tilosofi e la
rivoluzione. - I Tedeschi e l'ITALICI. Errori di Mamiani intorno allo
scetticismo. È erro Se debbano querelarsene i savj e li onesti. Quali siano i
suoi confini. Chi reca guasti nelle intelligenze e nei cuori è il dogmatismo, e
non lo scetticismo. Nuova descrizione, che Mamiani fa dello scetticismo. pea.
Mamiani grida allo scetticismo senza conoscerlo. Che cosa dee fare per
circoscrivere la vera signoria dello scetticismo. - Ideo confuse e stravolte
circa la reli gione. L'asserzione di Mamiani, che il secolo torna a religiosità
per impulso di ragione, è un doppio contro senso. Prove che non provano nulla.
La pianta e le radici della fede. Mamiani chiama religione ciò che tutte le
religioni chiamano empietà ed ateismo. Dev'essere un' ironia. La piaga © la
peste dell'epoca nostra è l'ipocrisia di certi scrittori. Sarebbe tempo che
Mamiani ROVERE cessasse dall'equivocazione e dall'anfibologia. E facesse una
professione di fede chiara e precisa. Almeno la gioventù conoscerebbe le sue
guide. Dottrina di Mamiani su la filosofia della storia. Qual mezzo rimanga ad
un popolocorrotto per tornare alla li bertà e alla virtù civile. Il popolo, Le
politiche in stituzioni, - I metodi educativi, L'incremento del sa pere
commune, non pajono a Mamiani una ragione sufficiente. Egli muoveda un'ipotesi
assurda. E da un'enu merazione incompiuta. Donde possa ricavarsi la soluzione
delproblema. -Questione del progresso – Definizione di Mamiani. Sommario del
suo primo discorso. Contradizione fondamentale. Sommario del secondo discorso.
Una conclusione che rovescia le premesse Se Ma miani ammetta, o no, il
progresso, è un mistero. Lo affermae lo nega ad un tempo. Due grandi scoperte di
GARELLI. Un'altra di TORRE. Li applausi dell Academia. L'eletto parto d' un gio
vine e raro ingegno. Altra e più mirabile scoperta di BONGHI. Ê riescito a
capire che i filosofi antichi non erano teologi cristiani. Fuori della chiesa
catolica l'anima catolica non può trovarsi. Concetto ch'egli s'è formato della
filosofia italiana. Le viscere e le croste dei dogmi cristiani. L'estremo della
loro possapza re stauratrice. Bonghi lo hanno già restaurato perfettamente.
Discorso proemiale di BONCOMPAGNI su li officj civili della filosofia. Sommario.
Diritti della ragione. Libertà della filosofia. Libero esame. Lite fra li
ettici e la umana generazione. Origine e causa dello scetticismo. -Eccesso dei
dogmatici edegli scettici. Me todo di combattere lo scetticismo. Se la
filosofia moderna lo posseda. La filosofia e il paganesimo. Il cristianesimo e la filosofia. Accordo
della fede e della ragione. Torti del secolo Filosofia scozzese e tedesca. La
filosofia moderna non ha finora adempiuto i suoi officj. Speranza fallace di un
riposo. Dove si la vera, sana, ed utile filosofia Critica di questo discorso..
Il figlio degno della madre. - Il discorso di BONCOPAGNI è un paralogismo. Le
premesse confutano la conclusione. La conclusione rovescia le premesse -
Diritti della filosofia verso il cristia nesimo. Boncompagni dee riformare le
premesse, o la conclusione. L'esempio degl'instauratori della filosofia moderna
non prova nulla. Il metodo italianissimo dei filosofi italici ministri di
Stato. Lo scetticismo è la pie tra d'inciampo anche per Boncompagni. - Cinque
affer mazioni, che son cinquo falsità. Contro di chie di che combattano li
scettici. Di che dubitino. Se ricono scano il progresso del pensiero umano
verso la verità. Che verità e che scienza impugnino. Un altro discorso di
Boncompagni su la libertà d'inse gnamento. Perchè non se no facia l'analisi.
Conci liazione della libertà del pensiero con l'autorità. Tre parole convertite
in principi essenziali alla vita intellet iuale e morale dell'uomo Per
Boncompagni la massima parte degli uomini sono bestie. E l’Inquisizione è un
Ufficio veramente santo. – L'autorità veneranda dei birri. Che risposta e che
trattamento dovrebbe aspettarsi Boncompagni, se i suoi avversarj gli
applicassero i suoi stessi principj Discorso di SPAVENTA su i principj della
filosofia pratica di BRUNO. La prima e l'unica lodė data a chi la meritava.
Quel dotto discorso è la critica e la satira
più acerba della filosofia italica. Sommario. Il proe mio. Fondamento
della filosofia pratica. Forme della moralità e del diritto: la verità. La
prudenza. La filosofia. La legge. La giustizia pupitrice. Il governo. Il
lavoro. La religione. Sviluppo della idea di BRUNO nella storia della filosofia.
Spinoza. Kant. Hegel. Il principio essenziale del cristianesimo. L'identità
della natura divina e della natura umana è un'eresia e non un dogma. I dogmi
cristiani della creazione e del l'incarnazione l'escludono. Il cristianesimo
avrebbe regnato per sedici secoli, senza nè pur esistere. Ne seguirebbe che una
religione nasce allorchè muore. Lo religioni orientali non avrebbero cominciato
a trionfare che su la fine del secolo passato. La rivoluzione francese e il
cristianesimo. La filosofia moderna e la rivoluzione non possono dirsi una
realizzazione dell'Evangelio. - I germi delle idee. Il criterio comparativo
delle religioni non è il germe o la sustanza dell'idea, ma la forma del
sentimento. Analogia del cristianesimo conle religioni antecedenti e con la
democrazia moderna. Non bisogna chiedere, nè attribuire ad un'instituzione ciò
ch'essa non è destinata a dare. Rapporto del razionalismo co ' l cri
stianesimo. Legge di successione e di progresso nella storia delle religioni. -
Importanza d'una questione di parole. Bandiera dell'autorità e della libertà
Cicalata di un principe Torella. E il segretario la chiama elegante. Giunta
peggiore della derrata. La moderazione dei sedicenti moderati. Origine e defini
zione del socialismo, secondo l'onesto e moderato principe TORELLA. Risposta
per le rime. Mamiani con la sua Academia non ha recato nessun vantaggio alla
filosofia. Ha fatto grave torto all'Italia. Patriotismo fanatico ed esaggerato.
E un errore nelle questioni politiche. On assurdo nelle scientifiche. Scambia
l'amor della patria con una vile piacenteria. L'Italia e la filosofia moderna.
Il primato dell'ignoranza. Quale dovrebb’ essere il programma filosofico di un
' Academia, che volesse meritar bene del l'ITALIA. Ma in Italia non si potrebbe
attuare. Che cosa dovrebbero fare i politici e i filosofi patrioti. Occasione e
argumento dell'opera. Nuova genía di filosofanti. Vanità de' loro sforzi, e
consola zione della filosofia. Se la divisione de' giudizj in analitici e
sintetici fosse già fatta da Aristotele (Rosmini ), V. O d’AQUINO (Balmes), o
da Locke (GALLUPPI) o da Hume (Fischer ). Divario fra la teorica di Hume e di
Kant. Dichiarato da Kant stesso. Due edizioni della Critica della Ragione Pura.
Stato della questione. Valore della formula: A è B; la differenza tra i giudizj
analitici e sintetici non dipende dall'essere contenuto, o no, il predicato nel
subjetto Nè dall'essere identico, o no, il pre dicato co ' l subjetto. I
giudizj: Tutti i corpi sono estesi, e Tutti i corpi sono pesanti, non
differiscono formalmente tra loro. Il giudizio analitico di Kant è il giudizio
categorico in genere, ed il giudizio sintetico è un giudizio impossibile.
Relazioni dei concetti in ordine alla loro estensione e comprensione. Il
concetto di corpo include la nota della gra vità non meno che dell'estensione. Vale
la stessa legge per i giudizj empirici e particolari. Confusione che fa Kant
dell'analisi con la sintesi, e della forma sintetica con la forma contingente
del giudizio. Inesattezza del divario ch'egli stabilisce fra la cognizione a
posteriori, a priori, e pura. – Cognizione propriamente empirica, propriamente
pura, e mista; universalità e necessità del giudizio. quale classe appartenga
il giudizio: Tutti i corpi sono estesi. E della stessa classe è il giudizio:
Tutti i corpi sono pesanti. Erroneo commento che fa a Kant il suo traduttore
italiano. Determi ne del doppio processo intellettuale d'analisi e sintesi.
Carattere differenziale dei giudizj ana litici e sintetici; concetti e giudizj
primi. II carattere analitico e sintetico non può ridursi nè alla mera
conversione de' giudizj, nè ad una semplice diver sità di funzione del subjetto
e del predicato. Due testimonianze di Kant. Importanza della teorica del
giudizio sintetico per la questione dell'ori gine delle idee. Sorte diversa
ch'ebbero le due parti della dottrina kantiana. Officio dell'esperienza ne'
giudizj analitici e sintetici di Kant, III. Nella sintesi empirica e pura.
Valore del giudizio: Tutto ciò che avviene ha la sua causa; e necessità de'
giudizj sintetici a priori in tutte le scienze.Valore de'giudizj matematici: 7
+5 = 12; La linea retta è fra due punti la più breve; Il tutto è eguale a sè
stesso, e maggiore della sua parte. Carattere logico di tali giudizj. Principj
della fisica, E della metafisica. Il mistero de' giudizj sintetici. Il problema
universale della ragione pura: Come sono possibili i giudizj sintetici a
priori? Se da esso dipenda l'esistenza della metafisica COUsil, Seguaci e
spositori di Kant. Prima divisione che fa Cousin del giudizio; medesimezza
logica e psicolo gica delle due specie. Riduzione del giudizio ana litico al
categorico in genere e del sintetico all'im · possibile. Suddivisione del
giudizio sintetico. Errori di Cousin nell'interpretazione de' giudizj: Tutti i
corpi sono pesanti, e Ogni mutamento ha una - Non tutti i giudizj analitici
sono i priori. Due corollarj di Cousin su l'origine delle co gnizioni e su la
natura de' giudizj. Scambio che fa il Testa del giudizio sintetico con
l'empirico e dell' analitico co' l pur'o. Objezione e risposta; confusione del
carattere sperimentale con la contingenza, e del carattere puro con la
necessità. Pos sibilità de'giudizj sintetici a priori; principio di cau salita.
Le definizioni sono giudizj analitici sintetici. Definizioni geometriche e
costruzioni. Definizioni genetiche e concezioni. non Erronea nozione del
giudizio sintetico proposta da GALLUPPI con l'esempio: La nere è fredda.
Erroneo paragone di questo giudizio con l'altro: triangolo ha tre angoli;
assurdità del giudizio sintetico kantiano dimostrata dallo stesso Galluppi. ILa
divisione del giudizio in analitico e sintetico non può desumersi nè dalla
necessità o contingenza della relazione fra su bjetto e predicato, nè
dall'impossibilità o possibilità dell'opposto. Non v'ha differenza per questo
rispetto fra i giudizi empirici e puri. Altro pa ragone fallace tra il giudizio:
La nere è freddo, e Due quantità eguali ad una terza sono eguali fin loro. -
Tolto il predicato, può essere distrutta o no l'idea del subjetto cosi nei
giudizj empirici come nei puri. Erra il Galluppi non meno di Hune nel determi
nare quali sieno i giudizj, di cui è inconcepibile l'op posto. Confunde l '
intelletto speculativo con l'intelletto pratico. Fallacia della sua argumen
tazione contro la possibilità de ' giudizj sintetici a priori. S'aggira in un
circolo vizioso. Necessita fisica e necessità logica, repugnanza assoluta e
repu gnanza ipotetica o relativa. Contingenza del giu dizio; predicati di
qualità e predicati di azione. -Al giudizio sintetico non conviene propriamente
il ca rattere di necessità, Nè il carattere di contin genza. Ed al giudizio
analitico appartiene il ca rattere di necessità, e repugna quello di
contingenza. Fra i concetti di cavallo alato e di monte senza valle non c'è
differenza d'ordine razionale, ma d'ordine imaginativo. Le nozioni di possibi
lità ed impossibilità han valore logico e non fisico. Erronea dottrina di
Galluppi su la natura della definizione, E su ' l divario ch'egli fa tra de
finizione e proposizione e tra idea e segno dell'idea. Li esempj, con cui Vacherot spiega la nozione
kantiana del giudizio analitico e sintetico, valgono a scalzarne il fondamento.
Sua ridu zione di tutti i giudizj analitici in puri e di tutti i sin tetici in
empirici. Merito e difetto della cri tica ch'egli fa del giudizio 7 + 5 = 12. Perspicacia
nell'avvertire il difetto capitale della teorica kantiana e il vero punto della
questione. Erronea tuttavia è la nozione che ha il Rosmini del giudizio
sintetico empirico. - Sua formula del problema dell'ideologia: Come si formino
i concetti; e del giudizio primitivo: Esiste ciò che io sento. Suoi giudizj con
un subjetto -sensazione ed un predicato -idea. Non sono un fatto della.coscienza,
ma un'illu sione del Rosmini; Nè possono dirsi giudizj sintetici. False
supposizioni ch'egli imputa vana mente a Kant. Teorica rosminiana della per
cezione intellettiva de' corpi. Strana distinzione fra subjetto e concetto del
subjetto; E strane conclusioni che Rosmini SERBATI ne trae. I giudizj, con cui egli vuol risolvere il
problema dell'ideologia, non sono nè primitivi, nè sintetici, nè a priori.
Condizioni del problema e della sua soluzione. Nozione del giudizio sintetico,
guasta dalla clau sula ch'esso debba avere per subjetto un'idea sem plice.
Applicazione che ne fa Gioberti ai giu dizj matematici. Valore del giudizio: A
è eguale ad A. Eccezione del giudizio: L'essere è l ' es V. Se la realtà de '
giudizj sintetici a priori di penda dalla struttura dello spirito umano o dalla
sin tesi objettiva del Gioberti. Sua tesi circa i giudizj a priori, tutti
analitici rispetto alla cognizione rifles sere.siva, e tutti sintetici rispetto
alla cognizione intuitiva; Contraria a' suoi principj, in virtù de quali
appartengono all'ordine della riflessione e non dell' in tuito così i giudizj
sintetici come li analitici. Analisi della percezione primitiva fatta dal Reid
e ri fatta da Kant. Spiegazione che dà il GIOBERTI del giudizio primo; mistero
sopra mistero. Sua divisione de' giudizj sintetici a priori in assoluti e re
lativi. Se il problema kantiano sia psicologica mente insolubile. Fallacia
dell' argumentazione giobertiana contro il processo psicologico. Que stione
dell'origine delle idee; differenza tra il fatto e la sua spiegazione Principio della teorica. Divisione che si fa
del giudizio analitico, piena di repugnanze e inefficace contro la teorica
kantiana. Altra divisione del giudizio non meno inesatta. La differenza tra le
due specie non sussiste Nè quanto al carattere di necessità o contingenza, nè
quanto al riferimento dell'idea all'essere attuale o all'eterna possibilità. La
materia attuale e la materia possibile. Sequela di repugnanze, che deriva dalla
classificazione de' giudizj secondo che hanno objetto finito od
infinito.Critica infelice che ROVERE (si veda) fa de' giudizj sintetici a
pricri di Kant con vernenti la matematica E la metafisica. Divisione ch'il
filosofo fa del giudizio e che disfà con li esempj. Fallacia della definizione
dall'accidente. Il carattere di essenzialità o accidentalità del predicato
verso del subjetto è d'ordine logico e rela tivo, non già d' ordine reale ed
assoluto. Si ri duce alla relatività dei concetti di genere e di specie. Il
giudizio sintetico di PEYRETTI è intrinsecanente falso e logicamente
impossibile. Non si può mai negare ciò che si afferma senza contradirsi.
Paralogismi del Peyretti a prova della tesi che tutti i giudizj empirici sono
sintetici; – E della tesi che tutti i giudizj analitici sono puri. Tesi
disdette dalla sua stessa teorica dell'opposizione de' giudizj. Caso di un
predicato non incluso nel subjetto. La teorica dell'analisi e della sintesi,
professata dal Peyretti, mal s'accorda con le sue teo riche dell'apprensione
analitica e sintetica; Del l'affermazione artificiale e naturale; del giudizio
primi tivo o intuitivo, e secondario o razionale; della distinzione intensiva
ed estensiva delle idee. Nozione dell'analisi e della sintesi e teorica della
definizione, con cui il Peyretti s' accosta alla vera idea del giudi-. zio
analitico e sintetico. La divisione anche del giudizio falso in analitico e
sintetico, Fondata in una differenza
affatto arbitraria e fallace tra due giudizj, Che paragonati a dovere fra loro
non differiscono punto Autori da omettersi. Errori circa la forma negativa del
giudizio analitico e sintetico ecirca il carattere spontaneo della sintesi e
riflesso dell'analisi. Critica ch'egli fa della dottrina di Kant su i giudizj
sintetici a priori E delle obje zioni mosse contro di quella dottrina da
GALLUPPI E da Rosmini. Teoria ontologica
di Toscano, condannata dal Gioberti E distrutta da gli esempj stessi, con cui
il Toscano crede d'illustrarla. Vanagloria della scuola degli ontologi. Dottrina
di ROMANO su i giudizj necessarj e contingenti; Su la necessità assoluta e
condizionale E su la sintesi e l'analisi. Assimilazione e dissimilazione
spontanea tra le percezioni. Erronea definizione dell'analisi e della sin tesi.
Esempj con cui il Corleo non chiarisce, ma distrugge la sua teorica
dell'assimilazione. Della. sintesi, E dell' analisi. Nesso ch'egli sta bilisce
fra l'analisi e la sintesi; E contempora neità delle due funzioni. Forme
principali della cognizione. Ordine di priorità e posteriorità fra la sintesi e
l'analisi. Dottrina del Corleo su la sintesi riflessa; disdetta da' suoi esempii
e da fatti d' esperienza commune. Differenza che si fa tra il giudizio e la
sintesi ed analisi. Giu dizj che per lui non sono veri giudizj. Censura ch'egli
muove alla maggior parte dei filosofi per aver confuso la sintesi ed analisi
riflessa co'l giudizio. Sua scoperta della conversione de' giudizj empirici in
necessarj. Analisi del giudizio: Ogni corpo è grave; E confronto coʻl suo
reciproco: Ogni grave è corpo. - Correzioni e giunte del Corleo alla teorica
kantiana de'giudizj analitici e sintetici, a priori ed a posteriori. Altra sua
scoperta della priorizzazione de' concetti. Effetti prodigiosi della quinta
percezione e conseguenze davvero nuove
della priorizzazione de'concetti. Critica delle definizioni del giudizio date
da varj filosofi; Da Mill e da Rosmini. Defi nizione che ne dà BARBERA. Sua
teorica del giudizio analitico Identità manifesta ed occulta. Esempio del
quadrato di 13.Teorica del giudizio sintetico. Officio della copula. Esempio
del campanile di Pisa. Teorica della for mazione delle idee. Risoluzione
dell'idea ne'suoi elementi mediante il giudizio. Attributi del su hjetto ideale
e del subjetio reale. Esempio del peso dei corpi. Teorica del giudizio
sintetico a priori. Vocaboli che dinotano l'ignoto. Subjetto ignoto ed
attributi noti. Esempio del yocabolo. Declinazione degli studj logici in
Inghilterra. - Nota di Mill su la questione de'giudizj analitici e sin tetici.
Condizione degli studj logici in Francia. Garnier e Bailly. Dottrina di Re
nouvier intorno al giudizio in genere, al giudizio cate gorico, e al giudizio
analitico e sintetico. Se ogni giudizio sia analitico e sintetico insieme.
Delbouf: sua teorica del giudizio sintetico e dell'ana litico. Confusione ch'egli fa dell'uno con l'altro,
Confermata da' suoi esempj. Una nuova riforina dell'insegnamento filosofico in
Italia. es guaci ed avversarj di Kant in Germania Que stione de’giudizj
analitici e sintetici ripigliata da Mill nella sua critica della Filosofia di
Hamilton. Sue objezioni contro la teorica commune del giu dizio. Teorica sua
propria; divario ch'egli am mette tra il concetto ed il fatto.Relazione tra
giudizi e concetti; come i fatti possano esser materia dei giudizj. Proposizioni
ch'egli trova nei fenomeni esterni; ed elementi o momenti della sua teorica del
giudizio. Giudizj nuovi e giudizj ripetuti; Co pernico e Tolomeo. Attributi che
racchiude il concetto. Attributi impliciti nel senso del nome; teorica della
definizione. Esempio del vocabolo Precisione del linguaggio filosofico di
Stuart Mill nella divisione del giudizio in analitico e sintetico. Objezioni
del Krug alla teorica kantiana; esposizione della teorica sua propria. II.
Contenenza originaria del predicato nel subjetto; astrazione della logica dal
pensiero sintetico. Altre definizioni del giudizio analitico e sintetico.
Relazione del concetto con l'objetto. Esempi che non confermano punto la tesi.
Differenza tra ' giudizj sintetici ed analitici mal fondata dal Krug
nell'opposizione fra objetti determinati e concetti già esistenti; E fra
objetto, idea del l'objetto, e nota della sua idea. Distinzione fra il valore
objettivo e subjettivo de'giudizj, male appli cata. Eposizione che si fa della
teorica, non guari migliore delle altre. Sistema. In luogo di correggere, si
aggrava l'inesattezza che riconosce nelle dottrine altrui. Valore teoretico e
pratico della sua divisione; forme vuote della logica e forme piene della
metafisica. Confusione del giudizio analitico con l'a priori. Teorica di
Twesten e di Braniss. Officio della sintesi e dell'analisi; giudizj
esistenziali ed essenziali; cognizione empirica e razionale; necessità assoluta
e relativa. Brevi e giuste ossservazioni del Troxler su la classifi cazione
kantiana del giudizio. Teorica del Krause: nozione inesatta del giudizio
sintetico, E del l'analitico. Giunta del
Tiberghien. Dottrina del Drobisch intorno al giudizio categorico ed ipotetico.
Classificazione del giudizio analitico e sintetico fondata nell'opposizione
arbitraria fra le note interne ed esterne de concetti. Teorica del Trendelen
burg. Sua critica del sistema kantiano; meca 1 nismo ed organismo, composizione
e sviluppo. Valore materiale e formale del giudizio. Errore del Trendelenburg
nel fare analitici tutti i giudizi positivi, e tanto più i negativi. Divario
essenziale fra il giudizio positivo e negativo. Carattere sin tetico attribuito
erroneamente dal Trendelenburg ad ogni giudizio. Sue variazioni circa la natura
< lel giudizio sintetico.Giudizj sintetici a priori; giudizj tetici ed
esistenziali.Valore sintetico ed analitico de'giudizj tétici. Doppio valore
anche de' giudizj esistenziali. Oscurità e confusione della teorica del
Reinhold. Sistema di Beneke: differenza tra subjetto e predicato del giudizio.
INozione dell'analisi e della sintesi. Contenenza qualitativa e quantitativa
del predi cato nel subjetto. Aumento della cognizione me riante il giudizio,
determinato assai male da Beneke. Critica ch'egli fa della divisione. kantiana:
enigmi sopra enigmi. Applicazione del principio d'iden tità a' giudizj
analitici e sintetici. VNon ogni giudizio sintetico è fittizio. Lacuna nel
sistema del Beneke. Teorica singolare e stravagante della validità del giudizio
esposta dallo Zimmermann. Applicazione non meno strana ch ' egli ne fa al
giudizio analitico e sintetico. Assurdità della sua classi ficazione. Sistema dell' Ulrici: sua tesi dell'iden tità
de'giudizj analitici e sintetici. Ammessa pure la differenza a parole, ma
cancellata in effetto. Critica savia ch'egli avea già fatta della dottrina
kantiana. Nuova teorica dello Zimmermann. Sintesi a priori ed a posteriori. For
mazione di nuovi concetti mediante una nuova osservazione. Soluzione del
problema dei giudizj sin tetici a priori, Fondata in falsi supposti.
Conclusione che rinega il suo principio. Differenza che il Ritter introduce fia
proposizione e giudizio, fra giudizio e concetto, fra concetto e rap
presentazione. Significato de' vocaboli.
Intelligibile diretto e riflesso; valore del vocabolo e della
proposizione. Se le proposizioni analitiche espri mano un solo concetto. V.
Proposizioni analitiche e sintetiche, le quali, secondo il Ritter, non
esprimono giudizj analitici e sintetici. Proposizioni analiti che e abolizione
de giudizj analitici. Bizzarra nozione del giudizio sintetico. Censura che fa
il Ritter de giudizj sintetici a priori di Kant. Va lore objettivo e subjettivo
de concetti; determinazione delle essenze individuali. Note essenziali e neces
sarie, e note accidentali e contingenti dell'individuo. Diversità della forma
analitica de' giudizj neces F 1 sarj e contingenti. Autorità di Platone mal in
vocata dal Ritter. Valore variabile delle sue proposizioni sintetiche;
negazione della scienza. - Teorica dell' Ueberweg. Teorica del Lindner: giunte
alla nozione kantiana de' giudizj analitici e sin tetici.Se campo proprio della
logica sia il giu dizio analitico e non il sintetico. Altre definizioni 1 1 del
Lindner, che sopprimono ogni differenza logica fra i giudizj analitici e
sintetici. Relatività naturale della sintesi e dell'analisi. Questioni da
trattare; criterio e divisione. II. Appli cazione del carattere analitico e
sintetico ai giudizj uni versali, particolari, e singolari. Ai positivi e negativi. Agli infiniti Ai categorici, ipo tetici, e
disgiuntivi. Riduzione del giudizio ca tegorico in ipotetico, e dell'ipotetico
in disgiuntivo. Modalità de ' giudizj secondo la scuola kantiana e secondo la
scuola peripatetica. Esclusione del carattere sintetico ed analitico da'
giudizj modali. Origine, scopo, fondamenti del criticismo kan tiano. Suè
relazioni con li altri sistemi, e suoi pregi. Suoi difetti: dualismo fra
subjetto ed objetto della cognizione. Unità e dualità ori ginaria della
coscienza; identità e distinzione del su bjetto e dell' objetto. Altre forme
del dualismo kantiano; attinenze della ragione co ' l senso nell' unità dell'
io. Realtà ed objettività, materia e forma della cognizione.Il criticismo
kantiano e il problema capitale della filosofia. Esempio del
principio di causalità. From here both the hot and probably also the cold water
were conducted to the bath tub on the other side of the partition wall. 550
Since this wall between l and 20 is heavily restored,
no remains of the pipes or even openings for them have survived. Whether these
features were removed already in antiquity, either before the eruption or soon
after it by looters or in connection with the excavation is unknown, due to the
lack of reports. In corridor h² two concave and parallel
indentations from two round features such as pipes (diam. 0.04 m, preserved
length 1.2 m) run in a north-south direction along the west wall at a height of
1.1 m with a slight downward incline. The form and dimension of these
indentations indicate that they stem from two parallelly- placed lead pipes,
running along the west wall of the corridor. Since the wall at both ends of
these indentations shows modern repairs, the original length and the starting
and end points can no longer be established. But since the repair to the south
of these indentations covers the back side of the east wall of kitchen l
, it could be very probable that the pipes that made these indentations came
from the boiler in front of the north wall of the kitchen and left that room
through its east wall. The repaired area to the north corresponds to the rear
side of the niche for the schola labrum. To the north of this 0.95 m wide
repaired area of the wall, no indentations can be found. Thus it seems probable
that the supposed pipes led into caldarium in the niche of the
schola labrum to supply this element of the bath with water as
well.Ausonio
Franchi. Cristoforo di Giovan Battista
Bonavino. Cristoforo Bonavino. Keywords: la filosofia delle scuole italiane, i
due massoni, giudizio, sentimento, storia della filosofia, storia della
filosofia italiana, risorgimento, rito italiano simbolico, name index in
Austonio Franchi’s works. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bonavino” – The
Swimming-Pool Library. Bonavino.
Grice
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